Cortei vietati al fotoreporter schedato ‘S’

Place de la République, Parigi, 20 aprile, atto 23 della protesta dei Gilet gialli. È un altro sabato di tensione. La piazza è immersa nei gas lacrimogeni gettati dai poliziotti per disperdere i black bloc. Un video su Facebook mostra un reporter con un casco con la scritta Tv che si rivolge agli agenti anti-sommossa: “Dove è il commissario?”, ripete. “Che succede Gaspard?”, chiede una voce femminile fuori campo.

“Mi hanno sparato addosso una granata”. C’è uno scambio di battute animato. Un agente risponde con uno spintone. L’altro alza il dito medio: “Oh, sono della stampa” e si allontana di schiena. Tre poliziotti lo afferrano per le braccia. Altri agenti agitano i manganelli per tenere a bada un gruppo di giornalisti che ha assistito alla scena. Intanto il reporter finisce in manette e viene portato via. È Gaspard Glanz, 32 anni appena compiuti, di Strasburgo, reporter free-lance. Lui si definisce street-journalist. Nel 2011 ha fondato l’agenzia Taranis News che ha per slogan “Liberté, Égalité, Full HD”. Con la sua telecamera Glanz documenta i movimenti sociali e da novembre segue la protesta dei Gilet gialli. Pare che con L’Obs si sia vantato della sua collezione di cicatrici da flash-ball, il fucile anti-casseurs che spara pallottole di gomma. Per i poliziotti invece Glanz è un black bloc. Non ha il tesserino stampa e non viene riconosciuto come giornalista, anche se fa il mestiere da 10 anni. È già stato fermato più volte. Nel 2016, per esempio, durante lo smantellamento della “giungla” di Calais. Era stato condannato allora a una multa di 500 euro per avere rubato un walkie talkie della polizia (furto che lui nega). Ha anche scoperto di essere schedato ‘S’, lo stesso registro su cui sono iscritti i radicalizzati.

Per i servizi segreti è “vicino alla sfera anarchica e capace di atti violenti”. Sue sono alcune foto del primo maggio 2018 che mostrano Alexandre Benalla, l’ex consigliere per la sicurezza di Emmanuel Macron mentre picchiava alcuni manifestanti. Sabato scorso Glanz è stato arrestato per “aver partecipato a una manifestazione in procinto di commettere violenze” e per “oltraggio a pubblico ufficiale”. Il suo fermo è durato 48 ore. Gli è stato anche vietato di prendere parte alle prossime manifestazioni dei Gilet gialli e al corteo del primo maggio. Delle sanzioni troppo dure per un dito medio? Lunedì mattina una cinquantina di persone si sono radunate in segno di solidarietà davanti al commissariato dove era trattenuto. Tra loro anche Dominique Pradalié, segretario generale del Snj, il Sindacato nazionale dei giornalisti: “Siamo scandalizzati – ha detto Pradalié alla stampa francese – nel nostro Paese non abbiamo mai assistito a una tale repressione nei confronti dei giornalisti. Decine di colleghi hanno già sporto denuncia contro le violenze della polizia”.

Anche Reporter senza frontiere ha denunciato un “attacco alla libertà fondamentale di informare”. Glanz comparirà davanti ai giudici a ottobre. Ma ha già detto che si farà beffa del divieto e che sabato sarà a Parigi per l’atto 24 dei Gilet gialli.

Isis firma la strage e fornisce il nome del capo kamikaze

Attraverso Amaq, l’Isis ha messo in Rete la foto di un uomo affermando che si tratta di colui che ha guidato i kamikaze della strage di Pasqua nello Sri Lanka costata finora la vita a 321 persone, tra le quali almeno 45 bambini, secondo l’Unicef. L’agenzia dello Stato Islamico inoltre ha diffuso un comunicato in cui descrive dove è stato dislocato ogni kamikaze di cui ha pubblicato il nome di battaglia, pur senza specificarne la nazionalità. “Coloro che hanno condotto l’attacco che ha preso di mira membri della coalizione a guida Usa e cristiani nello Sri Lanka l’altroieri sono combattenti dello Stato islamico”, si legge nella nota. Nella fotografia si vede un uomo con la barba, a volto scoperto e un fucile nella mano sinistra, affiancato da 6 uomini con la kefiah a nascondere il viso, che sarebbero gli altri sei attentatori suicidi. Sullo sfondo la bandiera dell’Isis.

Il ministro della Difesa, Ruwan Wijewardene, ha detto in Parlamento che secondo le prime indagini gli attacchi “sono stati compiuti come ritorsione dopo quelli di Christchurch”. Il governo ha anche rivelato che sono due i gruppi islamisti locali sospettati dell’attentato: oltre al National Thawheed Jamaat, il cui nome era già circolato nelle scorse ore, ci sarebbe anche il Jammiyathul Millathu Ibrahim. I due gruppi avrebbero agito con il supporto di una rete internazionale e probabilmente anche di militanti dell’Isis. Nella Chiesa di San Sebastiano, a Negombo, nel nord della città, ieri sono cominciati i primi funerali di massa delle vittime tra tensione e paura di nuovi attacchi dato che il governo ha rivelato che un altro attentato contro un quarto hotel è fallito. “Tutto quello che sappiamo è che c’erano legami con l’estero – ha ribadito il premier Ranil Wickremesinghe – c’è stato un addestramento e un coordinamento come non avevamo mai visto”. Wickremesinghe ha riferito che molti attentatori sono stati identificati, “ma non tutti”. Altri sospettati rimangono in libertà. Il premier ha anche confermato che tutte le persone finora arrestate sono cittadini dello Sri Lanka, nonostante sia emerso che tra queste era presente anche un cittadino siriano. Secondo il Figaro, al centro dell’inchiesta ci sono due fratelli kamikaze. Di età compresa fra i 20 e i 30 anni, i due – di cui non è stato rivelato il nome – sarebbero i figli di un agiato commerciante di spezie e dirigevano una cellula terroristica a “carattere famigliare” in seno al National Thowheeth Jamàath. I due fratelli avevano riservato stanze per sabato notte in due degli alberghi colpiti, lo Shangri-la e il Cinnamon Grand, e si sono fatti esplodere la mattina dopo davanti al buffet. Uno dei due si era registrato con il suo vero nome. Poche ore dopo l’attentato, la polizia è arrivata alla sua abitazione. Alla vista degli agenti, la moglie “ha azionato un esplosivo e si è uccisa con i due figlioletti”, facendo crollare il soffitto e provocando anche la morte di tre agenti. Fra i 40 arrestati vi sono diversi membri della famiglia dei due fratelli.

Per quanto riguarda l’incapacità dell’intelligence – avvisata ben dieci giorni prima della strage imminente da almeno due rapporti, uno dei servizi segreti indiani, l’altro del Dipartimento di Stato americano – di prevenire gli attentati, prosegue lo scarica barile. A quanto sembra però i servizi avevano riferito al governo. L’esecutivo ha tentato di parare i colpi con queste parole: “Gli attacchi terroristici non sono stati un fallimento dei servizi segreti del Paese, ma una mancanza di circolazione interna delle informazioni”, ha detto in un’intervista il ministro delle Riforme economiche, Harsha De Silva. De Silva ha specificato che il primo ministro dello Sri Lanka, Ranil Wickremesing, e il presidente, Maithripala Sirisena, non erano a conoscenza di quanto stava succedendo. “È stato un fallimento di attuazione di ciò che doveva essere attuato”, ha concluso il ministro. Un gioco di parole per nascondere che lo Sri Lanka è in balia di politici insipienti e senza scrupoli.

Dibattito flop: i leader mosci non si bruciano le alleanze

È stato il dibattito meno seguito della storia politica spagnola lo scontro che a Pasquetta è andato in onda sulla tv pubblica e che ha visto schierati “in un ritorno al passato” i due blocchi – destra e sinistra – possibili alleati dopo le urne del 28 aprile. Sarà che ieri sera è stata trasmessa la replica sulla privata Atresmedia – in realtà doveva essere quest’ultimo l’unico dibattito tra i candidati prima che il leader dei socialisti accettasse quello della tv pubblica –; sarà che non c’era Vox – il partito di ultradestra estromesso dall’Authority non avendo rappresentanti in Parlamento – che con i suoi messaggi coloriti avrebbe attirato maggiore curiosità; oppure sarà stato il clima educato dei partecipanti redarguiti per mancanza di attacchi finanche dal moderatore. Fatto sta che il dibattito a quattro ha tenuto davanti al piccolo schermo solo 8 milioni di spagnoli contro i passati 10 dell’ultimo del 2015. Per dirla con il critico cinematografico del quotidiano El Pais, anche rivedere Il Padrino sarebbe stato meglio. Tutta colpa degli indecisi e delle necessarie alleanze post-elettorali: dai sondaggi infatti nessuno pare che avrà la maggioranza per governare e ci sarebbero due possibili incroci. Destra-populisti (Pp-Ciudadanos), o socialisti-populisti. Così Albert Rivera, il leader di Ciudadanos, si è presentato sottotono, mentre quello dei Popolari, Pablo Casado, sembrava più l’ex “noioso” premier Mariano Rajoy che il suo pungente maestro José Maria Aznar. Pedro Sanchez (in foto) non si è sbilanciato e il leader della coalizione di sinistra Unidas Podemos, Pablo Iglesias, ha letto la Costituzione come un Benigni qualunque. Gli animi si sono scaldati solo per la Catalogna. Tra accuse di indulto ai leader a processo all’indirizzo di Sanchez – “è una cosa seria” di Iglesias – al “mi duole la Spagna” di Rivera. Ma senza pathos. Non si sa mai che lunedì gli dolga più non governare.

New Ira, il capo di Saoradh: “La lotta armata è legittima”

Lunedì di Pasqua. Milltown Cemetery, West Belfast. Il sacrario dell’indipendenza irlandese. Qui le famiglie repubblicane portano i bambini piccoli, vestiti a festa, a farsi la foto sulle tombe di Bobby Sands e degli altri morti per la causa. Attorno al memoriale dei caduti di County Antrim circa 200 persone, alcuni giovanissimi chiusi nel mutismo. Sono membri e simpatizzanti della sezione di Belfast di Saoradh, il partito considerato dagli investigatori il braccio politico della New Ira, responsabile dell’omicidio di Lyra McKee, uccisa negli scontri di giovedì fra repubblicani e polizia a Creggan, Derry. “La morte di Lyra è un momento difficile per la sua famiglia e per tutti i repubblicani. L’Ira deve assumersene la responsabilità e chiedere scusa” è l’appello del presidente nazionale Brian Kenna, 58 anni. Un appello che conta, se davvero, come dicono gli inquirenti, la leadership di Saoradh si sovrappone a quella della New Ira. Che poche ore dopo infatti chiede scusa. È difficile associare l’immagine di combattente a questo sessantenne sovrappeso e affabile. Ma il suo curriculum da repubblicano è impeccabile: membro della Provisional Ira condannato a 10 anni di carcere, poi attivista di gruppi antidroga, ruolo tradizionalmente di copertura per i leader paramilitari. Da lì il rifiuto degli accordi di pace, la dissociazione dal Sinn Fein, il supporto attivo dei prigionieri politici, un nuovo arresto. Nel 2016, Saoradh. L’omicidio di Lyra ha innescato una reazione di rigetto che si è abbattuta sul partito e sui suoi legami – mai ammessi – con la New Ira. Eppure domenica Saoradh ha segnato una straordinaria vittoria simbolica: le immagini di 40 membri in divisa militare e 500 simpatizzanti che sfilano nel centro di Dublino hanno provocato l’indignazione anche del premier irlandese Leo Varadkar e la richiesta di revisione delle autorizzazioni per le parate politiche.

Kenna, pochi giorni fa ho chiesto alla leader del Sinn Fein Mary Lou McDonald cosa pensasse di voi. Vi ha definito ‘irrilevanti’.

Se siamo irrilevanti, perché Varadkar vuole vietare le nostre manifestazioni?

Cosa volete?

Siamo un partito dei lavoratori, di sinistra, antimperialista e combattiamo per una Irlanda socialista e indipendente. Riempiamo il vuoto politico lasciato dal Sinn Fein, che ha tradito sia i lavoratori che la causa dell’indipendenza irlandese ed è un partito corrotto e nepotista. Stiamo costruendo un movimento dal basso, che rimetta al centro della politica la brutale realtà dell’occupazione britannica del nostro Paese – 10 mila soldati britannici in Irlanda, 700 agenti dell’Mi5, 70 prigionieri politici repubblicani. Il Good Friday Agreement è fallito: non ha migliorato le condizioni dei repubblicani e ha normalizzato l’occupazione, con la complicità del Sinn Fein. La gente se ne sta accorgendo…

Che seguito avete?

Circa 200 membri attivi e richieste di iscrizione ogni settimana e da tutta l’Irlanda.

Siete favorevoli a un referendum per la riunificazione come vuole il Sinn Fein?

Il referendum presuppone una concessione del governo britannico, che è uno Stato occupante. L’indipendenza irlandese è un diritto.

Da affermare anche con la lotta armata?

La lotta armata è una forma legittima di resistenza all’occupazione.

Anche se ad armarsi sono dei ragazzini come quelli che hanno ucciso Lyra McKee? Siete veterani con un seguito di giovanissimi.

È stata una tragedia, ma ogni generazione ha il diritto di combattere. E questi ragazzi sono informati e critici, capiscono bene che questo sistema politico li ha traditi. Vogliono cambiare le cose.

Lei ha detto che la Brexit è una manna dal cielo.

La Brexit è una grande opportunità per la causa repubblicana, perché le sue conseguenze mostreranno alla gente gli effetti dell’occupazione in cui viviamo. E perché è inevitabile che il ritorno di un confine fisico provochi degli attacchi.

Siete il braccio politico della New Ira?

Non posso parlare per l’Ira. Rappresento solo Saoradh.

Risposta obbligata. Rischierebbe un altro arresto.

Bonus Sud: arrivano gli incentivi per le assunzioni, ma solo da maggio

È arrivata una sorpresa sgradita per gli imprenditori meridionali che, nei primi quattro mesi del 2019, hanno assunto nuovi lavoratori confidando di ricevere lo sgravio fiscale Bonus Sud: quell’incentivo, infatti, varrà solo per i reclutamenti di personale effettuati dopo il primo maggio; per tutti i contratti firmati tra il primo gennaio e il 30 aprile, invece, non ci sarà alcuno sconto sui contributi. La brutta notizia è nel decreto pubblicato venerdì dall’Anpal, l’agenzia nazionale delle politiche attive del lavoro.

Per tante aziende del Mezzogiorno questo si tradurrà in una beffa che potrebbe costare fino a 8 mila euro. A tanto ammonta la cifra che la legge di Bilancio ha destinato anche per il 2019 ai datori che prendono addetti a tempo indeterminato nelle 8 regioni più in difficoltà del Paese sotto il profilo occupazionale: Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia.

Le caratteristiche di questo aiuto non sono cambiate: il lavoratore assunto deve avere meno di 35 anni oppure, se più grande, deve essere disoccupato da almeno sei mesi. È possibile usufruirne anche per i rapporti di apprendistato, per i part time o per trasformare i precari in posti fissi. Come detto, agisce sotto forma di taglio ai contributi previdenziali per i primi dodici mesi di contratto nel limite massimo di 8.060 euro, una somma non indifferente. Tuttavia, mentre nel 2017 e nel 2018 questo sconto è stato applicato a tutte le assunzioni avvenute tra gennaio e dicembre, nell’anno in corso partirà solo dalla prossima settimana. Le norme attuative sono arrivate in ritardo e questo ha comportato uno spostamento della data di avvio. La conseguenza sarà un costo imprevisto per le imprese che avevano giocato d’anticipo affidandosi a rigor di logica all’esperienza degli anni passati. Lo ha fatto notare ieri la Fondazione Studi dei consulenti del lavoro. Chi ha assunto nella convinzione di poter ottenere il bonus dovrà invece sborsare direttamente le spese per i contributi. È difficile ora quantificare i contratti che in questo quadrimestre sono stati sottoscritti sulla base dio questo “equivoco”. Nello stesso periodo degli scorsi anni si sono aggirati tra i 40 e i 50 mila. Quest’anno bisogna ricordare che, con la spinta dalle norme stringenti introdotte dal decreto Dignità, soprattutto a gennaio c’è stato un boom nelle stabilizzazioni di contratti precari. Quindi non è implausibile immaginare che sarebbero anche aumentati. In ogni caso, è difficile che gli incentivi abbiano effetti miracolosi. Tuttavia anche questo governo ha deciso di puntarci, rinnovando quelli introdotti dai precedenti e sperando così quantomeno di ridurre il precariato premiando i contratti stabili.

Il Nobel per l’Economia premia il pensiero unico

C’è una nota stonata nel solenne rito con cui ogni autunno si celebra l’assegnazione dei premi Nobel. È quella del premio Nobel per l’Economia, l’unica tra le onorificenze assegnate dall’Accademia svedese delle scienze che, a ben vedere, ha tutte le caratteristiche di un premio “millantato”. Nato nel 1969 – ben 68 anni dopo gli altri riconoscimenti – il Nobel per l’Economia fu fortemente voluto dalla Banca di Svezia ma altrettanto osteggiato dai discendenti del celebre Alfred. L’ostilità di parte della famiglia Nobel, dovuta al fatto che lo stesso Alfred aveva confessato di “odiare con tutto il cuore” le discipline economiche, non è peraltro l’unica ragione per cui il riconoscimento ha prodotto controversie.

Persino due dei più celebri vincitori del premio, per ragioni molto diverse, ne hanno proposto l’abolizione. Friedrich von Hayek, per esempio, osò contestare l’onorificenza nel momento liturgico del banquet speech, nell’ambito delle cerimonie di premiazione del 1974 a lui dedicate. Il rischio, a suo avviso, era che il Nobel concentrasse un potere di persuasione troppo elevato nelle mani dei colleghi sbagliati, tra i quali egli annoverava in primo luogo i simpatizzanti di ogni forma di socialismo.

Eppure, anche tra questi ultimi è possibile trovare critici severi del Nobel per l’Economia. L’esempio più celebre è Gunnar Myrdal che, appena due anni dopo averlo ricevuto, si scagliò contro la stessa procedura di assegnazione del premio: troppo “opaca” e dunque “indifendibile”, soprattutto per la valutazione di una disciplina come l’economia, che egli reputava influenzata dai giudizi di valore. In quest’ottica, Myrdal arrivò a dire che abolire il Nobel per la “molle scienza economica” fosse l’unico modo per preservare il valore dell’istituzione e dei premi che essa conferiva negli ambiti delle cosiddette “scienze dure”.

Rimane viva, inoltre, la critica femminista al Nobel per l’Economia, segnato da un imbarazzante squilibrio di genere anche dopo la vittoria dell’unica donna premiata nel 2009, Elinor Ostrom. Molte sono state poi le richieste di abolizione sollevate nei casi in cui il premio è stato assegnato a economisti accusati di sostenere politiche reazionarie. Ne sono esempi Milton Friedman e James Buchanan, ritenuti – a ragione o a torto – simpatizzanti della dittatura cilena di Pinochet.

Ma se la scienza economica può essere influenzata dai giudizi di valore, lo stesso può dirsi infatti di altre “scienze dure”. Basti pensare al caso di Galileo, che fece abiura della teoria copernicana per evitare la condanna di eresia della Chiesa cattolica. Parimenti, da Albert Einstein a Luc Montagnier, sono frequenti i casi di premi Nobel nelle discipline “dure” che hanno cercato di influenzare l’opinione pubblica su temi scottanti e di rilevanza generale.

Forse l’eccezione è altrove. La peculiarità di questa disciplina sta piuttosto nel fatto che essa contribuisce a creare il “discorso” del potere, ovvero il linguaggio attraverso cui si formano le decisioni politiche. È in questa veste che i paradigmi economici prevalenti contribuiscono a consolidare e riprodurre gli assetti di potere vigenti, costituendo una tecnica di sostegno alla struttura del sistema.

È qui che entra in gioco il Nobel per l’Economia. Con alcune rare eccezioni, infatti, i vincitori del premio sono stati accomunati da un’idea di fondo: in un mondo ideale, in cui non esistono imperfezioni dei mercati o asimmetrie informative, il libero gioco delle forze spontanee del mercato capitalistico condurrebbe a un equilibrio “ottimale”, caratterizzato dalla piena occupazione dei lavoratori e dall’uso più efficiente possibile delle risorse disponibili. Una meravigliosa chimera alla quale sarebbe bello adattare la realtà instabile del mercato capitalistico, ma che proprio per questo costituisce la migliore narrazione possibile per conservare l’esistente. Sebbene la maggior parte degli economisti riconosca che si tratta di una mera idealizzazione, questo modello ipotetico funge da obiettivo normativo verso cui si vuole tendere attraverso la policy.

Le crepe nel fronte di questa impostazione non sono mancate, soprattutto dopo la grande crisi finanziaria del 2007. In molti hanno sostenuto che l’eccessiva fiducia nei meccanismi di mercato e la riduzione della sfera dell’intervento pubblico, a cui si sono affiancate la deregolamentazione e la crescita ipertrofica del settore finanziario, abbiano prodotto una società più diseguale e un’economia più prona all’insorgenza di crisi ricorrenti.

Ma le difficoltà di questo approccio non hanno inciso sulle scelte dell’Accademia svedese delle scienze. Persino premi Nobel che hanno aspramente criticato le ricette del mainstream, come Paul Krugman e Joseph Stiglitz, hanno vinto per i loro primi contributi teorici, più in sintonia con la tradizione più ortodossa ma agli antipodi rispetto alle politiche più “progressiste” che oggi suggeriscono. Visioni che appaiono per certi versi più simili alle tradizioni di pensiero critico, secondo cui il capitalismo non è un sistema in grado di correggere da solo gli squilibri che genera.

Se davvero esiste un valido motivo per abolire il premio Nobel per l’Economia, va cercato allora nel tentativo di ristabilire quella sana competizione tra paradigmi che, secondo Imre Lakatos, è il motore del progresso scientifico. Una dialettica possibile solo in presenza di grandi conflitti sociali e politici, che mettano in discussione l’egemonia di un pensiero unico.

Sicurezza: Nord percepito come meno pericoloso. Ma ci sono più furti

Gli italiani, secondo un’indagine condotta dall’Istituto Sondea e commissionata da Verisure (l’azienda che opera nel settore della sicurezza e degli allarmi), percepirebbero il Nord come più sicuro, anche se proprio nel Settentrione si registrano più furti. Un dato che può essere interpretato in diverse accezioni: è il Nord (in particolare Milano) in testa alla classifica delle denunce, dato che riflette un’ovvia concentrazione di criminalità nelle metropoli italiane e, allo stesso tempo, anche una maggiore fiducia nella giustizia da parte dei cittadini. Numeri alla mano, 1 italiano su 2 dichiara di aver subito un furto nel 2018, 8 italiani su 10 ritengono si sia verificato un calo della sicurezza nel proprio Paese negli ultimi due anni, mentre la paura più diffusa è quella di essere sorpresi dai ladri proprio mentre si è in casa. Un comparto, quello della sicurezza, in continua evoluzione tecnologica. Elemento che spinge gli italiani a dotarsi di un allarme che, secondo il 34,58% degli intervistati, rappresenta la misura di sicurezza più efficace per proteggere la propria casa.

Navigator, 16 mila candidati: sono del Sud e laureati in Giurisprudenza

Sono oltre 16mila gli aspiranti navigator. L’Anpal ha comunicato che sono arrivate 16.773 domande per la prova di selezione che assegnerà i 3mila posti a disposizione. La maggior parte dei candidati, 5.781, ha una laurea in Giurisprudenza, seguono le Scienze economico-aziendali con 2.521, poi le Scienze della politica con 1.503 e le Scienze dell’economia con 1441 candidati. A guidare la classifica regionale delle candidature è invece la Sicilia – con 2.477 – subito davanti alla Campania (2475), seguita poi dal Lazio con 2236, la Puglia con 2004 e la Calabria, dove i candidati a oggi sono 1497.

I selezionati avranno un contratto di collaborazione fino al 30 aprile 2021 con una retribuzione di 27.388 euro lordi annui più 300 euro per il rimborso delle spese di viaggio, vitto e alloggio. Nelle previsioni dell’Agenzia, dovranno essere operativi entro giugno.

Costi nascosti, così paghiamo la guerra dei prezzi dei colossi

A settembre 2018, ultimo dato Agcom, le linee di reti mobili hanno superato il muro dei 103 milioni, mentre le operazioni di portabilità sono aumentate di 16,7 milioni arrivando a quota 130 milioni. Insomma, attratti dalle sirene di nuove promozioni, tariffe scontate e tanti giga spacciati per gratuiti, gli italiani sfruttano la sacra concorrenza. Peccato che “a danno dei consumatori – ha avuto modo di sottolineare anche il presidente dell’Agcom, Angelo Marcello Cardani – insistano diverse tipologie di truffe”. Quali? Le attivazioni dei servizi non richiesti come la chat erotica, l’oroscopo o l’abbonamento alle suonerie, i contenuti a sovrapprezzo rispetto al servizio base come i servizi “Chi ti ha cercato”, la segreteria telefonica, l’esaurimento del credito o dei giga e, soprattutto, le modifiche contrattuali unilaterali che, previste dall’articolo 70 del Codice delle comunicazioni concedono al gestore la possibilità di apportare, a proprio vantaggio, dei cambiamenti alle condizioni iniziali, inviando semplicemente un sms o una email al cliente. Che, invece, ha solo 30 giorni di tempo – sempre che riceva la comunicazione – per accettare la modifica o disdire gratuitamente, inviando però una raccomandata a pagamento.

Un abuso di queste modifiche che ha un effetto a catena: per “adeguarsi alle condizioni strutturali del mercato” un gestore inizia e tutti gli altri si adeguano, proprio come è successo con le bollette a 28 giorni che hanno garantito agli operatori un maggior fatturato di un miliardo di euro l’anno. Del resto, si giustificano le compagnie, solo nell’ottobre 2018 sono state costrette a sborsare oltre 6,5 miliardi di euro per aggiudicarsi le frequenze per i servizi 5G. E poi c’è la ferita ancora aperta dall’ingresso di Iliad che ha prodotto una perdita per le concorrenti di circa 300 milioni di euro se si confronta il fatturato del terzo trimestre del 2018 con quello dell’anno precedente. Tutta colpa delle tariffe a basso costo della new entry (che assieme a Fastweb non includono, al momento, voci extra) che hanno generato un abbassamento generale dei prezzi di tutte le altre, spingendo anche Tim e Vodafone a creare un secondo brand low cost: Kena e ho.

Come si fa, quindi, a tamponare questa emorragia dei ricavi? Basta scaricare sui clienti un diluvio di costi nascosti che riescono a tenere alto il margine di profitto: per sim mobile e per utente si attestano a 160 e 270 euro l’anno. In altre parole, quando un cliente acquista una nuova sim con una tariffa dichiarata, ad esempio, di 10 euro al mese, ne pagherà poi effettivamente almeno 15 euro. Quasi tutti i colossi, infatti, quando i clienti finiscono i minuti o gli sms inclusi nelle offerte fanno pagare a carissimo prezzo questo sconfinamento: le chiamate extra-soglia costano fino a 40 centesimi per ogni minuto extra, 29 centesimi per ogni sms extra e 5 euro per ogni Gb extra. Ma il bestiario dei costi ancillari è sempre i continua evoluzione, con i gestori sempre alla ricerca di novità a danno dei clienti. Tim, ad esempio, sta proponendo in queste settimane alcune offerte “Senza limiti” il cui costo o il contenuto dell’offerta cambiano a seconda che si paghi con carta di credito o con la ricarica. E la differenza non è poca: da 7 a 10 euro in più se non si sceglie la prima opzione. E ancora. Dopo la rimodulazione del costo per chi effettua traffico telefonico in assenza di credito degli scorsi mesi, è in arrivo un’altra brutta sorpresa: l’offerta “Gb di scorta”, che si attiva a pagamento nel caso in cui l’utente esaurisce il traffico compreso nell’offerta, comporta un onere di disattivazione con una penale di 3,99 euro nel caso in cui si faccia tramite call center e non online.

Sul fronte Vodafone, scegliendo la “Red Unlimited Ultra” si spendono 24,99 euro anziché 34,99 se scegli l’addebito delle ricariche su carta di credito o conto corrente. Inoltre bisogna fare attenzione a un obbligo: per i nuovi clienti c’è la promozione a 3 euro contro 29 euro solo se si effettuano e utilizzano ricariche per almeno 359 euro. Altrimenti verranno addebitati i restanti 26 euro. Mentre per chi è già clienti Vodafone c’è un contributo di cambio offerta di 22,5 euro. Senza dimenticare “Rete Sicura”, un servizio contro i virus (gli altri gestori non lo fanno pagare) che viene offerto il primo mese gratuitamente per poi costare 1,49 centesimi al mese e la segreteria telefonica che in caso di utilizzo costa 1,50 euro al giorno. Altra novità: a partire dalla prima fattura emessa dopo il 14 luglio, cambieranno le condizioni economiche del piano Internet Abbonamento che avrà un costo di 5 euro al mese.

Sul fronte Tre meglio fare attenzione al vincolo imposto per determinate offerte: per la “All in power”, ad esempio, dura 24 mesi. Se si decide di rescindere prima bisogna pagare 49 euro. Mentre per il 4G i clienti sborseranno 1 euro in più anche se hanno già un’offerta in 4G. Pure Wind propone due tariffe, “Wind smart online” e “Wind All Inclusive”, che nascondono un vincolo a due anni con una penale che ricopre il costo scontato in fase di attivazione.

Eppure per mettere un freno a questi costi ancillari e alle modifiche unilaterali imposte dai colossi un modo ci sarebbe: a marzo i senatori M5s Mauro Coltorti e GabrieleLanzi hanno presentato un disegno di legge che ricalca gli emendamenti già presentati a metà gennaio nel dl Semplificazioni, ma poi usciti dal provvedimento anche a causa delle pressioni della lobby dei colossi della telefonia. Ora in soli due articoli si vieterebbero le modifiche delle condizioni giuridiche ed economiche dell’offerta per i primi sei mesi del contratto, non ammettendo in ogni caso variazioni che producano un aggravio economico per il cliente. Per ora rimangono pura fantasia. Il testo è in Senato, ma deve essere calendarizzato.

La crisi dell’innovazione genera mostri tecnologici – Smartphone

A essere bello è bello: uno smartphone che raddoppia, con uno schermo pieghevole, a metà strada tra un telefono e un tablet, che promette così di poter tenere entrambi in una tasca. Samsung lo ha annunciato a inizio anno, lo ha presentato al Mobile World Congress di Barcellona e lo ha distribuito ai giornalisti di tutto il mondo nelle scorse settimane per farlo recensire (Il Fatto ha chiesto di poterlo provare all’ufficio stampa della società qualche giorno fa ma non ha mai ricevuto risposta) prima del lancio, annunciato a inizio maggio in Italia. È stato presentato come l’ultimo ritrovato della tecnologia hardware, con video virali online, slanci di curiosità e anche scetticismo. Risultato: ieri Samsung ha deciso di ritardarne la messa in vendita “a data da destinarsi”, forse un mese circa. Le vendite al pubblico del Samsung Fold (così si chiama) sarebbero dovute iniziare alla fine di questa settimana negli Stati Uniti e in alcuni altri paesi. Circa 2mila dollari il prezzo di vendita. Invece delle ordinazioni, sono però arrivate le segnalazioni di danni anche dopo un solo giorno di utilizzo.

Effetto “Wow”. Il primo a darne notizia è stato un giornalista della testata americana The Verge: si è accorto che nella parte centrale, quella in cui lo smartphone si piega come fosse un libro, si era insinuato qualcosa che ha, in pochissimo tempo, fatto rompere lo schermo e reso il dispositivo inutilizzabile. Forse un granello di polvere, forse una briciola, hanno ucciso la ricerca dell’“effetto Wow” per Samsung, su cui contava per risollevare i numeri di un mercato in sostanziale crisi. Il 2019 è già stato infatti definito l’anno della fine dell’età dell’oro degli smartphone. L’evoluzione della tecnica e della tecnologia in questo campo sembra aver raggiunto il punto di massima sorpresa, le innovazioni sono più simili a un accorgimento estetico che a una rivoluzione. Con queste premesse, convincere gli utenti ad acquistare l’ultimo costoso modello di dispositivo non è più così facile. Poteva riuscirci, forse, solo l’invenzione di uno smartphone con uno schermo touchscreen pieghevole.

Il mercato. Per le aziende è un bel problema. Il comparto degli smartphone è sempre stato trainante, cresciuto esponenzialmente anche negli anni della crisi, in grande splendore soprattutto tra il 2007 e il 2013 e con una evoluzione costante negli anni successivi. Le consegne sono diminuite per la prima volta tra il 2016 e il 2017, poi progressivamente anche nel 2018. Fino ad oggi. Sia Apple che Samsung hanno dovuto avvisare con largo anticipo gli investitori dei risultati deludenti che sarebbero arrivati al termine del primo trimestre a causa di un “mercato maturo”. Il fatturato degli iPhone di Apple nel primo trimestre fiscale del 2019 è calato del 15% (ma sono andati bene i servizi). Secondo la società di consulenza Gartner, nel quarto trimestre 2018 le vendite di smartphone hanno segnato un aumento dello 0,1 per cento, l’1,2 in più su tutto l’anno. Se però si tiene conto di tutto il mercato della telefonia mobile, quindi smartphone e feature phone (sostanzialmente degi smartphone di fascia medio-bassa) il 2018 mostra un calo dell’1,6% rispetto al 2017. È la fine dell’innovazione? Più o meno.

Evoluzione? Il concetto è questo, e lo ha spiegato con precisione il New York Times qualche settimana fa: chi nel 2008 aveva acquistato un iPhone 3G e nel 2010 era passato a un iPhone 4, aveva notato la differenza, dallo schermo con una maggiore risoluzione a una batteria più affidabile, fino a un nuovo design. Chi invece è passato da un iPhone 6 del 2014 a un iPhone 7 nel 2016 si è trovato di fronte a differenze meno percepibili in modo diretto e con due modelli comunque potenti e di alta gamma. Perché quindi cambiare modello?

Al tempo stesso, poi, si è alzata l’asticella dei competitor: da Huawei a Xiaomi, si è allargata l’offerta di dispositivi di buona qualità ad ogni livello di prezzo. Al punto che ieri Huawei ha annunciato super ricavi, con un aumento di fatturato del 39 per cento nel primo trimestre del 2019, un aumento nella vendita dei dispositivi mobili e l’annuncio dell’uscita di un suo smartphone pieghevole, il Mate X, a luglio del 2019.

Cosa c’entra il 5G. Secondo la società di ricerche Idc – una delle maggiori nel settore della consulenza in ambito IT e innovazione digitale – dal 2020 il settore degli smartphone dovrebbe comunque tornare a crescere e gli effetti positivi si dovrebbero vedere già nella seconda metà di quest’anno. Le vendite, si legge nello studio Worldwide quarterly mobile phone tracker, saliranno proprio per effetto dei nuovi modelli pieghevoli e del 5G. In pratica, secondo le proiezioni, nel 2023, circa uno smartphone ogni quattro venduto nel mondo sarà 5G (26%) e il mercato dovrebbe rimettersi in moto grazie alle nuove tecnologie che potranno essere sviluppate sulla nuova rete. Ecco perché gli interessi economici su questi due asset sono enormi, serviranno a dare nuovo respiro e linfa, e un rallentamento rischia di danneggiare tutta la filiera del mobile, non solo gli operatori telefonici.

Lunga strada.La ripresa, se ci sarà, non sarà comunque immediata. Idc stima anche che il 2019 si chiuderà con una flessione dello 0,8 per cento dei volumi di smartphone distribuiti nel mondo, per un totale di 1,39 miliardi di unità. Tuttavia nella seconda metà dell’anno il trend dovrebbe essere ribaltato. Fino al 2023, quando in circolazione dovrebbero esserci 1,54 miliardi di smartphone. Sempre che possano essere pieghevoli, altrimenti bisognerà trovare presto una soluzione.