Povero Made in Italy. “Mettiamo dei limiti a questa globalizzazione per salvarla”

Gli economisti hanno una cattiva reputazione che non meritano. È ora di dimostrare che l’economia può essere un’alleata di chi vuole una società inclusiva, non un ostacolo”. Dani Rodrik, 61 anni, insegna alla Harvard Kennedy School ed è il più influente economista del momento. Ha avvertito per tempo che qualcosa era andato storto in quella che lui chiama “iper-globalizzazione”, ha analizzato le radici economiche del populismo ed è tra i pochi che hanno delle proposte su cosa fare ora. Con altri economisti ha lanciato il progetto Economics for Inclusive Propserity, economia per una prosperità inclusiva. Nome poco sexy che indica il primo tentativo organico di offrire una risposta radicale, progressista e concreta alla sfida intellettuale dei populisti. Incontriamo Rodrik nel suo studio ad Harvard.

Professor Rodrik, perché soltanto ora, undici anni dopo la crisi finanziaria, gli economisti rivendicano un ruolo pubblico?

Gli economisti, soprattutto i più giovani, sono incentivati soltanto a pubblicare articoli sulle riviste scientifiche e a concentrarsi su argomenti molto specifici. Inoltre gli accademici tendono a lavorare a compartimenti stagni: chi si occupa di mercato del lavoro non sa quello che si muove nella ricerca macroeconomica o in finanza. Ma è in corso uno sviluppo parallelo che ha portato gli economisti di tutte le discipline a espandere gli strumenti tecnici e la prospettiva di ricerca, oltre che di proposta politica.

Gli economisti non hanno sempre cercato di influenzare la politica?

Molti pensano che le idee che hanno governato il mondo negli ultimi trent’anni fossero partorite da economisti: dalla deregulation di Ronald Reagan alle privatizzazioni di Margareth Thatcher alla iper-globalizzazione. Non è del tutto vero: alcune idee nate in ambito economico sono state sequestrate da interessi finanziari, grandi aziende, think tank di destra. Così il grande pubblico si è fatto un’idea dell’economia che corrisponde ben poco a quello che si discute davvero nelle aule universitarie. Nel campo del commercio internazionale, troppi economisti hanno lasciato che le loro idee sui benefici dell’apertura venissero sfruttate da grandi gruppi finanziari e industriali per giustificare accordi molto lontani dalle politiche ottimali.

Il dibattito su globalizzazione e disuguaglianza è così polarizzato che chi critica la globalizzazione si trova schiacciato sul fronte sovranista.

Vent’anni fa ho scritto un libro, La globalizzazione si spinta troppo in là? e l’ho mandato a un famoso economista. Il suo commento fu: ‘Molto interessante, ma stai dando munizioni ai barbari’. Se discutere i limiti della globalizzazione fornisce argomenti ai suoi avversari, nasconderne i difetti rafforza gli estremisti dall’altra parte: le multinazionali, gli investitori internazionali, i grandi gruppi farmaceutici… I protezionisti non sono gli unici ‘barbari’ di cui preoccuparsi.

Alla globalizzazione oggi sembrano rimasti pochi avvocati difensori.

Nessun Paese vuole chiamarsi fuori dall’economia mondiale. Ma non è detto che l’unica globalizzazione possibile sia quella costruita negli anni Novanta.

Nei suoi interventi lei suggerisce che le soluzioni ai problemi globali si possono trovare soltanto a livello nazionale, perché lì è la legittimità democratica. Ma è proprio a livello nazionale che rabbia e paura generano posizioni di chiusura.

Qui negli Stati Uniti qualcosa comincia a muoversi, nell’ala sinistra del Partito democratico, con Bernie Sanders ed Elizabeth Warren, disposti a rinegoziare le regole del gioco senza cadere in una prospettiva nazionalista. Se l’Unione europea riuscirà a rendere le decisioni transnazionali accettabili dagli elettori di tutti i Paesi, diventerà un modello per il resto del mondo. Ma non è sostenibile un’Europa economicamente integrata e politicamente frammentata: in assenza di una maggiore democrazia a livello comunitario, le decisioni torneranno dove hanno legittimità, cioè nei singoli Stati.

La Brexit però sembra un monito, più che un esempio.

Sulla Brexit ho sempre avuto una posizione agnostica. Ci sono dei costi, ma ci possono essere benefici. Però la classe dirigente inglese dovrebbe avere un’idea chiara di quale posizione vuole che il Paese occupi nell’economia mondiale. Se le regole europee non sono compatibili con quella visione, uscire dall’Unione è legittimo. Ma i sostenitori della Brexit non hanno mai neppure provato ad articolare questo ragionamento.

Lei ha proposto barriere anti-dumping non solo per violazioni della concorrenza ma anche per reagire ad altre distorsioni, per esempio la competizione al ribasso sulle condizioni dei lavoratori. È realistico pensare di imporre riforme progressiste a giganti come la Cina?

L’obiettivo non è costringere la Cina o altri Paesi a cambiare le proprie regole sul mercato del lavoro, ma permettere alle imprese dei Paesi partner di rifiatare grazie a una protezione contro pratiche scorrette. Nel commercio internazionale le ‘clausole di salvaguardia’ sono lecite e regolate dalla Wto: un Paese può imporre barriere temporanee a fronte di improvvisi aumenti di importazioni che minacciano settori della sua economia. Ma finora non è possibile proteggersi quando il dumping è sociale e permanente.

Non si finirebbe per giustificare ogni forma di protezionismo?

Se accettiamo il principio che in alcune circostanze le restrizioni al commercio sono moralmente e legalmente lecite, diventa possibile difendere il commercio internazionale in tutti gli altri casi.

I cani da Padoan, divagazioni sul principio

Negli ultimi giorni l’Istat ha riportato alcune parziali buone notizie sul settore immobiliare: l’indice della produzione nella costruzione a febbraio è ai massimi da 5 anni e gli ultimi tre mesi del 2018 hanno fatto segnare buoni aumenti nella compravendita di case, come pure nella stipula di mutui davanti al notaio. Dirà il lettore: si parla di economia. No, si parla del principio d’autorità. A proposito di mutui, ricorderete a novembre uno scambio in tv passato in burletta. L’ex ministro Pier Carlo Padoan spiegava nello studio di Porta a Porta i danni di uno spread alto sui titoli di Stato citando, tra gli altri, anche maggiori tassi sui mutui. La viceministra Laura Castelli provò a smentire (“questo lo dice lei!”) finendo perculata da tutti: ma come, la tizia con la triennale contro quel fior di economista? Ora però anche l’ultimo Bollettino di Bankitalia (18 aprile) ci informa che, in costanza di uno spread più alto, il costo medio dei nuovi prestiti alle imprese e dei nuovi mutui alle famiglie è più o meno fermo al 2017. Insomma Castelli, in quel caso, ha avuto più ragione di Padoan eppure ancora oggi, se si scrive un pezzo sulla viceministra grillina, si cita “questo lo dice lei!” come una figuraccia. Leonardo da Vinci, secoli fa, sosteneva che “chi disputa allegando l’autorità, non adopra lo ‘negno, ma più tosto la memoria”. Gli odierni cantori dell’ipse dixit, però, non hanno bisogno nemmeno di memoria: gli basta il senso di sé che conquistano nel saper riconoscere dal curriculum la cuccia in cui infilarsi col loro bel collare con su scritto “watchdog”.

L’insostenibile nostalgia del referendum

Digerite uova e colomba pasquali, con animo sereno possiamo tornare all’agnello sacrificale della politica di casa nostra. Ovvero il referendum costituzionale del 2016, che ciclicamente torna tra gli argomenti di inconsolabili commentatori che non si rassegnano all’esito negativo. Uno degli ultimi cahier de doléances lo firma Aldo Cazzullo sul Corriere rispondendo a un lettore tormentato dal sospetto che il No di Salvini e Di Maio alla riforma Renzi-Boschi sia dipeso dalla loro volontà di screditare Renzi e non dalla convinzione che quella fosse una pessima proposta. Dice Cazzullo: “Rendere più semplice il sistema legislativo, ridurre il numero dei parlamentari, consentire alla politica di decidere, abbreviare i tempi con cui le istituzioni possono dare risposta agli interessi e alle richieste dei cittadini dovrebbero essere esigenze sentite da tutti. Ma il 6 dicembre 2016 non si è votato su questo. Si è votato su Renzi”. Di Renzi – che si è consegnato alla Storia da solo – poco ci importa: è un senatore semplice con sempre meno peso in un partito che anche lui ha contribuito a svuotare. Resta incredibile che a distanza di oltre due anni tornino in voga rimpianti che credevamo sopiti insieme a convinzioni piuttosto infondate come quella dell’efficienza delle istituzioni.

A proposito della rapidità delle decisioni basta ricordare il vero guaio, e cioè che l’Italia ha troppe leggi (chi dice 350 mila, chi 150 mila: non si riesce nemmeno a contarle). Quanto al nesso di causalità fra navetta parlamentare e lentezza legislativa, l’Ufficio studi del Senato all’epoca aveva calcolato i tempi medi: ogni legge ordinaria viene approvata in media fra Camera e Senato in 53 giorni; ogni decreto viene convertito in legge dalle Camere in 46 giorni; e ogni legge finanziaria passa, con la “doppia conforme”, in 88 giorni. Come sappiamo bene le leggi si approvano rapidamente quando c’è la volontà politica di farlo (alcune leggi che stavano particolarmente a cuore a Berlusconi hanno avuto iter da Formula uno: la Cirami nel 2002 fu approvata in 119 giorni, il lodo Schifani nel 2003 in 69 giorni, il lodo Alfano del 2008 addirittura in 25 giorni). Quindi forse abbiamo bisogno di leggi migliori e non di leggi più veloci. Ma tant’è.

Prosegue poi Cazzullo: “L’impressione è che agli italiani delle riforme istituzionali non importi molto. In tanti mi hanno detto: perché dovremmo rendere più efficiente il Parlamento, se comunque non serve a nulla, o magari quando interviene peggiora le cose? Il punto è che facciamo fatica a concepire che una persona possa fare qualcosa nell’interesse di qualcuno che non sia se stesso o la propria famiglia. La democrazia rappresentativa da noi è in crisi da sempre”.

Protestiamo vivamente sul presunto disinteresse dei cittadini: chiamati a votare due volte in dieci anni su una proposta di riforma costituzionale, hanno votato entrambe le volte convintamente no (la prima volta con il 56 per cento di affluenza, la seconda addirittura con il 65 per cento). Se esiste davvero la percezione di un “Parlamento che non serve a nulla” è perché la sempre maggiore marginalità delle due Camere non è stata avversata, ma anzi alimentata dal sistema politico in nome della “governabilità”. La Costituzione (con l’assetto istituzionale che disegna) è diventata il comodo capro espiatorio dell’inettitudine di una classe politica che butta sempre (stendiamo un velo pietosissimo sulle leggi elettorali) la palla fuori dal campo. E noi, intesi come sistema dell’informazione, non siamo molto meglio se, in assenza di buoni argomenti, ci facciamo cogliere da improbabili, quanto insostenibili, nostalgie.

Li chiamano “guru”: aiutano i politici a comunicare cazzate

Provenienza sanscrita, termine caro agli indù, quattro lettere: Guru. Che significa più o meno maestro spirituale. Bello. Sul come e sul perché un termine così antico, denso e nobile sia – qui e ora – appiccicato a gente che maneggia Facebook e Twitter con disinvoltura da nerd ripetente sorvoliamo volentieri: l’arte di maltrattare le parole è un classico della politica italiana, si pensi alle molte volte che si è scomodato il termine “statista” per gente a cui non avreste affidato nemmeno una gelateria. Ora, dopo la foto pasquale di Salvini col mitra, eccoci di nuovo a parlare di guru, e quello di cui si discute oggi si chiama Luca Morisi a cui, sia detto per inciso, paghiamo lo stipendio tutti. Un guru statale, insomma.

Come si sa, la vita del “guru della comunicazione” ha solitamente tre fasi. La prima: un illustre sconosciuto insegna al politico di turno come si accende un iPad, come si scrive un tweet, come si concentra un pensiero (quasi sempre debolissimo) in 280 caratteri di testo. Poi c’è la fase del trionfo: se il politico a cui il guru fa da badante ha qualche successo (anche virtuale), arriva la celebrazione. Uh, come è bravo il guru, uh, come è forte il guru, con tanto di giornalisti, commentatori e direttori che pendono dalle sue labbra, che si inginocchiano adoranti, magari in cambio di una confidenza, della promessa di un’intervista al Capo, di un segno di attenzione. La terza fase, triste, solitaria y final, è quella del viale del tramonto: quando le fortune del leader badato si offuscano, quando la popolarità scende perché finalmente ci si accorge che tutta quella strabiliante comunicazione era quel che era, fuffa e furbizia. E allora non solo del guru non si ricorda più nemmeno il nome, ma il politico di turno si accanisce su di lui e dice: “Non abbiamo saputo comunicare!”.

Inutile riassumere le puntate precedenti, ma insomma, chi ricorda le fotine seppiate di Renzi che lo facevano sembrare un Bob Kennedy toccato dalla grazia, sa di cosa si parla. Sul guru d’importazione Jim Messina, pagato fior di migliaia di euro per perdere un referendum devastante, caleremo un velo pietoso.

Ora, da qualche tempo, c’è un nuovo guru in città, ed è questo Luca Morisi, assunto al Viminale, pagato da noi per maggior gloria di Salvini Matteo. Uno che parla di “esistenzialismo salviniano”, ossignur, e a cui i giornali dedicano articoli e riflessioni, per dire – in fondo – sempre la stessa cosa: uh, quanto è bravo il guru! Siamo insomma nella fase due, quella del trionfo, quindi basta aspettare.

Naturalmente, e giustamente, molti notano che non è bello (e non ci sono esempi analoghi nella recente storia delle democrazie occidentali) un ministro dell’Interno descritto come “Armato e con l’elmetto” (testuale) e fotografato con in mano un mitra. Suona un po’ minaccioso, diciamo, ed è il solito impasto di vittimismo e aggressività: “Vi siete accorti che fanno di tutto per gettare fango sulla Lega?”, comincia il post del guru che stipendiamo tutti. Cioè: poveri noi, ci gettano fango! Che ingiustizia! Scatta poi l’elemento aggressivo e minaccioso del “Siamo armati e con l’elmetto”, con fotina del leader mitraglietta alla mano (nella foto compare pure il guru, pare preoccupato che parta un colpo, a dirla tutta). Il meccanismo comunicativo non è diverso da quello dell’ex marito stalker che aspetta sotto casa l’ex moglie: fase uno, vittimismo (“Guarda cosa mi hai fatto!”); fase due, aggressività: “Guarda che ho un coltello”.

Per farsi perdonare, dopo qualche ora, ecco la foto di Salvini con tre pupazzi di peluche. Messaggio: è armato e con l’elmetto, ma è anche un tenero cucciolone. Una cosa che sarebbe considerata troppo scema anche in una quarta elementare, se la classe non fosse impegnata a battere le mani e a dire: “Bravo guru!”.

Le mafie cercano agganci in politica

La natura “carsica” del brigatismo, che appare, scompare, per poi riemergere ad anni di distanza, ha riproposto con energia un’emergenza che sembrava conclusa e ha costretto il nostro Paese a fare i conti con una realtà che era da qualificare come terrorismo: la stagione eversiva di matrice marxista leninista sul finire degli anni 90 e nel primo decennio del nuovo secolo. Ulteriore forma di terrorismo interno è quella delle formazioni eversive di matrice anarco-insurrezionalista, caratterizzate dall’assenza di profili strutturali e gerarchici interni e basati su logiche di autonomia e indipendenza o al massimo su “gruppi di affinità”. Di recente vi è stata una rivitalizzazione delle attività violente di sabotaggio, con la spedizione di plichi esplosivi alle imprese che collaborano con i centri di identificazione e d’espulsione e, più in generale, verso le strutture protese alle espulsione dei migranti.

Le strutture mafiose tradizionali, e Cosa Nostra in particolare, rappresentano organizzazioni secolari del potere. Hanno convissuto e convivono con realtà criminali estremamente pericolose, quali il terrorismo interno politico di destra e di sinistra. Pur avendo elementi comuni, fra tutti l’uso sistematico e indiscriminato della violenza, i due fenomeni si differenziano profondamente. E infatti la mafia non è stata e ancora non è completamente un nemico esterno allo Stato e alle istituzioni, che al contrario permea e penetra, costituendone un fattore interno capace di contenderne – oltre al monopolio della violenza – il controllo delle pubbliche amministrazioni, del territorio, delle attività economiche e il consenso sociale. Non è un potere occulto e, quasi sempre, richiede che si sappia chi comanda, pur negando la propria identità. Naviga nel mare del diritto negato ed è generato, in larga misura (ma non esclusivamente), da aree geografiche connotate dal sottosviluppo.

Cosa Nostra ha mutuato a più riprese le metodiche operative brigatiste, non esitando a eliminare i rappresentanti delle istituzioni divenuti troppo pericolosi e risultati isolati. Basta accostare le uccisioni del procuratore Gaetano Costa e del procuratore generale Francesco Coco: il primo soppresso per aver convalidato gli arresti dei membri delle famiglie Spatola, Inzerillo, Gambino e dei costruttori a loro vicini, contro il parere dei suoi sostituti; il secondo, per essersi opposto allo scambio fra il magistrato rapito Mario Sossi e quelli del XXII Ottobre, sebbene magistrati, opinione pubblica e “garantisti” fossero favorevoli. Fu Cesare Terranova a parlare per primo di terrorismo mafioso, davanti al cadavere del Dc Michele Reina, 40 anni fa. E non poteva immaginare a che punto si sarebbe spinta la ferocia corleonese: la decapitazione dei vertici istituzionali di Palermo dal ’79 all’’83. È però con l’offensiva stragista del biennio 1992-‘94 che Cosa Nostra ha mostrato di agire con una finalità non solo di terrorismo politico, ma anche di eversione dell’ordine democratico per destabilizzare e compromettere la funzione propria dello Stato nella sua essenza unitaria, di ingenerare disordine e panico in tutta la Nazione, e a incidere sulla politica legislativa del governo, attraverso il ricatto terroristico, e su uno dei principi fondamentali sui quali si basa la democrazia, che affida l’elezione del presidente della Repubblica al Parlamento e la politica della giustizia al governo. Se oggi il terrorismo interna è stato posto quasi in non cale, pur non essendo stato del tutto debellato, e se le sue manifestazioni criminali dalla fine degli anni 90 e negli anni Duemila sono state osteggiate da tutte le forze politiche, così come è accaduto per il terrorismo internazionale di matrice islamica, Cosa Nostra – la più evoluta associazione di tipo mafioso – è alla ricerca di nuovi equilibri interni, rifugge il terrorismo istituzionale ed eversivo, senza abbandonare peraltro propositi di aggressione contro servitori dello Stato. Ha perduto la ragione ideologica d’essere per settori del potere costituito, visto che la funzione anticomunista è stata superata dalla storia. L’organizzazione è proiettata a una nuova forma di coabitazione con esponenti della politica e della borghesia, continuando a fungere da strumento di aggregazione di consensi per l’ambizione di uomini senza scrupoli. L’interazione tra consorterie mafiose e formazioni terroristiche eversive ha avuto una recente plastica dimostrazione dall’indagine “Mondo di Mezzo”, in cui le figure apicali di Massimo Carminati e Riccardo Brugia hanno potuto generare la forza di intimidazione del sodalizio anche sfruttando la loro fama criminale derivante dalla loro militanza nei Nuclei Armati Rivoluzionari (Nar), struttura associativa di estrema destra operativa negli anni 80. Carminati è risultato sin da quest’ultimo periodo elemento di collegamento tra i Nar e la “Banda della Magliana”, per aver stretto rapporti fiduciari con alcuni appartenenti di maggior spicco e aver prestato favori.

*Procuratore della Repubblica aggiunto a Firenze

Mail box

 

Le querele di Renzi: ingiuste, anche se (forse) legittime

Matteo Renzi querela chiunque l’abbia pesantemente diffamato negli ultimi tempi. E questo è legittimo, perché la legge lo consente. Ma forse dovrebbe ripensarci per quanto riguarda la pensionata di Ferrara Giovanna Mazzoni, che nel 2017 lo interruppe sul palco della festa dell’Unità di Bologna per dirgli ciò che pensava del suo “salva-banche”. E lo fece in modo non proprio carino. La rabbia della signora era dovuta al fatto che perse, in pochi giorni, 51 mila euro. Ossia i risparmi di una vita. Legalmente Renzi potrebbe anche avere ragione. Ma forse dovrebbe comprendere la frustrazione di una signora che ha perso tutto per la negligenza di qualcuno e provare a parlarle. A volte si dicono cose fuori luogo in preda alla disperazione e al fraintendimento.

Cristian Carbognani

 

Si sfrutta la disoccupazione per far lavorare in nero

I numeri dell’Ispettorato del lavoro e dei carabinieri non lasciano dubbi a riguardo: il reato più grave, dopo l’evasione fiscale, è il lavoro in nero, soprattutto al sud. Da qui le pensioni di fame da 500 o 600 euro al mese. Perché gli imprenditori sfruttano la situazione di disoccupazione che c’è nel nostro paese con tutti quei tipi di contratti che tolgono sicurezza e dignità ai lavoratori, ai quali – quando va bene – vengono riconosciute 100 ore sulla busta paga. Il vecchio governo, il presidente della Confindustria e i sindacati non hanno mai avuto la volontà di combattere il fenomeno e togliere la licenza agli imprenditori disonesti. Non è arrivata neanche una misera multa.

Antonio Perrone

 

Le elezioni europee richiedono un voto informato

Il Parlamento europeo è l’unica assemblea tradizionale al mondo a elezione diretta. Il 26 maggio le elezioni del Parlamento europeo, dopo oltre 60 anni e il Trattato di Lisbona, richiedono un voto informato. Il mondo odierno presenta sfide globali, come il cambiamento climatico, la globalizzazione e la rivoluzione tecnologica, le migrazioni e la disoccupazione giovanile. Le elezioni europee del 26 maggio, rispetto al passato, domandano minore deficit informativo sui temi europei poiché si tratta di un voto referendario: a favore o contro il progetto di integrazione europea. Non si tratta di una scelta partitica, di una scelta della preferenze politiche nazionali “trasferite” sul piano sovranazionale. Con il voto, la scelta è tra le forze antisistema e i movimenti e partiti per il progetto europeo. Tra tecnologie avanzate, intelligenza artificiale, disponibilità informativa che consente aggiornamento per più orientamento, in un mondo dove si stanno giocando partite per la leadership globale tra giganti mondiali.

B. P. Barni

 

Il rispetto per l’ambiente nasce dall’educazione

La cultura del rispetto, in tutte le sue espressioni, è alla base di ogni nostra azione e scelta. E non serve a niente mandare i nostri figli all’università, per rincorrere il mito di una laurea svuotata di ogni significato e intenzione, se poi lasciamo che l’opera del creato venga profanata e contaminata! Dobbiamo inculcare ai nostri ragazzi – che siano figli di gente comune, di politici, di imprenditori o di criminali – l’amore ancestrale per la propria terra e ispirarli alla passione per la natura. Ripuliamo dunque i nostri mari, le spiagge e il territorio, liberandolo da tutta questa sporcizia e sudiciume che irresponsabilmente riversiamo e disperdiamo. Per tanto, cari signori della politica, è arrivato il momento di fare di necessità, virtù! È tempo di una salutare presa di coscienza, lo dovete alla vostra gente, ai tanti bambini ancora inconsapevoli, affinché possano ereditare intatta, ciò che più di ogni altra cosa può produrre felicità e speranza: la Bellezza.

Gianni Tirelli

 

Il 25 Aprile dovrebbe essere un giorno da onorare

Il 25 Aprile è un giorno importantissimo, il giorno del ricordo della liberazione del nostro Paese dal nazifascismo. Un giorno che io intendo onorare, che dovrebbe essere onorato e rispettato da tutti gli italiani, come fanno in America per il 4 luglio. Non importa chi ci liberò, ben sapendo chi furono, questo giorno ricorda il sacrificio di milioni di nostri nonni e genitori, il sacrificio di un popolo intero costretto per più di 20 anni sotto una dittatura che annientò la vita di una moltitudine a favore di una minoranza. Non è una festa di destra o sinistra, è la festa di tutti noi, e dovremmo esserne orgogliosi. Non amo l’uomo solo al comando, la democrazia è come l’aria, ti accorgi del suo valore quando ti manca. Per quanto possa la nostra democrazia essere malata, la preferisco mille volte a una dittatura perfetta.

Massimo Giorgi

 

I NOSTRI ERRORI

Ieri in prima pagina, nel sommario del titolo sugli impresentabili della Lega, abbiamo inserito il nome di Gian Marco Centinaio anziché quello di Giulio Centemero come poi invece scritto correttamente nell’articolo interno. Un errore materiale di cui ovviamente ci scusiamo sia con il ministro che con i lettori.

FQ

Quando il cittadino finisce per sentirsi in una trappola

Per adempiere al mio dovere di cittadino ho installato nella mia casa una caldaia a risparmio energetico e ho fatto richiesta per un rimborso al 50%, dopo aver fatto in Comune la Scia (pagando un geometra…). All’atto della presentazione dei documenti per compilare il 730 (sempre pagando, mentre prima era gratis) mi è stato detto, ai primi d’aprile, che non avendo comunicato all’Enea entro il primo aprile 2018 l’avvenuta installazione, dovrò pagare una multa di 250 euro. Devo pagare 250 euro per avere una detrazione di 1.100 euro in dieci anni. Se muoio dopo aver pagato la multa ricevo una fregatura multipla… L’indignazione che provo mi fa dire che era meglio se mi tenevo la vecchia caldaia con tanti saluti alla difesa dell’ambiente. Mi sembra una vera angheria, anche se molti che hanno subito questa fregatura, la definiscono porcata per spillare soldi ai poveri pensionati ignari di queste mostruose disposizioni inventate da individui che forse provengono da altri pianeti. Dubito che la presente verrà presa in considerazione, perché un’altra mostruosità di questa Italia sta nella sordità da parte della stampa nei riguardi di chi cerca di ottenere giustizia. Spero di sbagliarmi.

Angelo Casamassima Annovi

 

Gentile Casamassima Annovi, spero di stupirla piacevolmente: noi del “Fatto” prendiamo in considerazione tutte le mostruosità di questa Italia. È la nostra linea editoriale dare notizie vere e verificate, senza riguardi né sconti per nessuno. Anche e soprattutto quelle che gli altri non possono dare. E – ma sì, diciamolo – anche quelle che qualche lettore pensa che non si possano raccontare. Purtroppo, però, quella che lei definisce “angheria per spillare i soldi” non ha nulla a che vedere con possibili fregature: è solo una procedura burocratico-amministrativa che, come tale, dà la sensazione al cittadino di trovarsi in una ragnatela. E, in effetti, la procedura che avrebbe dovuto seguire ci assomiglia molto. Parlo, però, del passato, perché dallo scorso anno richiedere le detrazioni fiscali per ristrutturazioni edilizie, efficienza energetica e bonus arredi, tra cui rientra anche la sostituzione della caldaia, è decisamente più facile: la richiesta si fa direttamente all’Enea allegando le fatture e la ricevuta del bonifico. Ma resta imprescindibile passare per il sito dell’Agenzia nazionale sull’efficienza energetica. Tant’è che se non si trasmettono in tempo le informazioni sugli interventi si paga una penale, che è decisamente meglio della perdita del diritto alle detrazioni che sono la metà di quanto ha speso. Ma se pensa che non sia abbastanza, sappia che inquinare di meno e aiutare l’ambiente non ha prezzo.

Patrizia De Rubertis

San Marco in Lamis, Libera apre presidio grazie alle vedove

Porta il nome dei fratelli Aurelio e Luigi Luciani, i due contadini vittime innocenti della mafia, il nuovo presidio di Libera a San Marco in Lamis, provincia di Foggia. L’associazione di Don Luigi Ciotti ha inaugurato ieri il suo quarto presidio in zona, dopo Foggia, Cerignola e Vieste. “A differenza di quanto accaduto altrove, dove siamo stati noi a spingere per l’apertura – racconta Mario Dabbicco (Libera Puglia) – qui a San Marco in Lamis sono state le due vedove Luciani (Arcangela, moglie di Luigi, è stata intervistata dal Fatto) ad attivarsi affinché la strage del 9 agosto 2017 diventasse un dolore della comunità”. Ne faranno parte Arci, Azione Cattolica, Agesci (Associazione guide e scout cattolici) e alcuni famigliari delle vittime. “A San Marco in Lamis la ferita di quella strage è ancora aperta e questo presidio lo dimostra”. I Luciani furono freddati, tra Apricena e San Marco in Lamis, durante un conflitto a fuoco nel quale persero la vita anche il boss Mario Luciano Romito, dell’omonimo clan di Manfredonia, e suo cognato Matteo Di Palma. Luigi e Aurelio furono testimoni involontari dell’agguato. Raggiunti dai killer dopo un breve inseguimento furono uccisi.

Il piccolo Stefano Pompeo ucciso dalla mafia e scordato dallo Stato

A quel funerale non c’era nessun rappresentante dello Stato, che assicurava il pugno duro contro la mafia e invece lasciava morire un ragazzino di undici anni, per poi dimenticarlo. Sono passati vent’anni dall’omicidio di Stefano Pompeo, ammazzato nelle campagne di Favare (Agrigento) il 22 aprile del 1999. Lui aveva insistito più volte per accompagnare il padre: una “schiticchiata”, come dicono in Sicilia, una scampagnata tra amici. Il papà, di professione macellaio, doveva uccidere il maiale, era stato chiamato, Stefano lo aveva seguito. In campagna, però, c’erano anche Antonio e Giuseppe Cusumano, parenti di mafiosi del paese, insieme ad altri amici. Stefano, appassionato d’auto, salì su uno dei loro fuoristrada per andare in paese a prendere il pane, ma fu ucciso da dei sicari, convinti che dentro la macchina ci fosse Cusumano, obiettivo dell’agguato. La storia finisce lì: il giorno successivo neanche nella scuola del piccolo vennero sospese le lezioni. Ai funerali, a eccezione dell’allora componente della Commissione antimafia Giuseppe Scozzari, non partecipò nessun rappresentante delle istituzioni. E mai nessuno è stato riconosciuto colpevole: le bande favaresi furono poi sgominate, ma nessuno fu incriminato per l’omicidio, nessuno ha mai pagato. Oggi, a 20 anni dal delitto, un documentario del giornalista agrigentino Gero Tedesco, “Quasi 12”, lo ricorda.

Anche Silver, il fumettista di Lupo Alberto, gli ha dedicato un disegno: “Caro Stefano – si legge nel foglio poi riprodotto in una targa a Favara – guida i nostri pensieri verso un mondo migliore, dove i giovani possano vivere in una società giusta e sicura, liberi dalla violenza mafiosa”.

La Maratona di Roma a Infront. Ma rischia l’esclusione per vecchi debiti di un partner

Il colosso Infront è a un passo dall’aggiudicarsi l’organizzazione delle prossime sei edizioni della Maratona di Roma (2020-2025). Anche se l’Ati che la vede protagonista la società nota per essere stata advisor dei diritti tv della Serie A – potrebbe essere a rischio esclusione. Tutta colpa dei debiti verso atleti, club e fornitori non pagati dalla società consorziata, l’Italia Marathon Club, l’ex organizzatore della Maratona dal 2000 al 2018.

L’apertura delle buste la scorsa settimana ha decretato che il raggruppamento d’imprese – comprendenti anche Atielle Roma e Corriere dello Sport – ha presentato l’offerta economica più elevata, pari a 2 milioni di euro, ed ha anche ottenuto il punteggio tecnico maggiore (75 punti) a pari merito con i concorrenti di Atleticom. Tuttavia, presso gli ufficio capitolini è giunta una diffida legale presentata dalla Demadonna Athletic Promotions, società di management di vari atleti che hanno partecipato alle scorse edizioni, lamentando crediti mai saldati per 40 mila euro. Il contenzioso ha spinto la società a chiedere al Comune di Roma di “considerare l’esclusione o il mancato invito dalla gara di assegnazione dell’evento” non solo “nei confronti di Italia Marathon Club e/o Atielle Roma” ma anche di “organizzazione che facciano riferimento al medesimo staff”. Quindi rischiano pure Infront e Corriere dello Sport. E la Demadonna Promotions non è l’unico creditore a battere cassa. Vi sono altri reclami formali di cui Il Fatto è in possesso. Si va dai 12.786 euro vantati dalla società 1.000 km Promotions per la realizzazione di targhe e medaglie, agli 8.100 reclamati da tutti i piazzati del 2018. “Risolveremo al più presto la situazione. Il prolungarsi della gara pubblica ci ha messo in difficoltà, ma non ci saranno problemi”, assicura il patron di Italia Marathon Club, Enrico Castrucci.