Gli economisti hanno una cattiva reputazione che non meritano. È ora di dimostrare che l’economia può essere un’alleata di chi vuole una società inclusiva, non un ostacolo”. Dani Rodrik, 61 anni, insegna alla Harvard Kennedy School ed è il più influente economista del momento. Ha avvertito per tempo che qualcosa era andato storto in quella che lui chiama “iper-globalizzazione”, ha analizzato le radici economiche del populismo ed è tra i pochi che hanno delle proposte su cosa fare ora. Con altri economisti ha lanciato il progetto Economics for Inclusive Propserity, economia per una prosperità inclusiva. Nome poco sexy che indica il primo tentativo organico di offrire una risposta radicale, progressista e concreta alla sfida intellettuale dei populisti. Incontriamo Rodrik nel suo studio ad Harvard.
Professor Rodrik, perché soltanto ora, undici anni dopo la crisi finanziaria, gli economisti rivendicano un ruolo pubblico?
Gli economisti, soprattutto i più giovani, sono incentivati soltanto a pubblicare articoli sulle riviste scientifiche e a concentrarsi su argomenti molto specifici. Inoltre gli accademici tendono a lavorare a compartimenti stagni: chi si occupa di mercato del lavoro non sa quello che si muove nella ricerca macroeconomica o in finanza. Ma è in corso uno sviluppo parallelo che ha portato gli economisti di tutte le discipline a espandere gli strumenti tecnici e la prospettiva di ricerca, oltre che di proposta politica.
Gli economisti non hanno sempre cercato di influenzare la politica?
Molti pensano che le idee che hanno governato il mondo negli ultimi trent’anni fossero partorite da economisti: dalla deregulation di Ronald Reagan alle privatizzazioni di Margareth Thatcher alla iper-globalizzazione. Non è del tutto vero: alcune idee nate in ambito economico sono state sequestrate da interessi finanziari, grandi aziende, think tank di destra. Così il grande pubblico si è fatto un’idea dell’economia che corrisponde ben poco a quello che si discute davvero nelle aule universitarie. Nel campo del commercio internazionale, troppi economisti hanno lasciato che le loro idee sui benefici dell’apertura venissero sfruttate da grandi gruppi finanziari e industriali per giustificare accordi molto lontani dalle politiche ottimali.
Il dibattito su globalizzazione e disuguaglianza è così polarizzato che chi critica la globalizzazione si trova schiacciato sul fronte sovranista.
Vent’anni fa ho scritto un libro, La globalizzazione si spinta troppo in là? e l’ho mandato a un famoso economista. Il suo commento fu: ‘Molto interessante, ma stai dando munizioni ai barbari’. Se discutere i limiti della globalizzazione fornisce argomenti ai suoi avversari, nasconderne i difetti rafforza gli estremisti dall’altra parte: le multinazionali, gli investitori internazionali, i grandi gruppi farmaceutici… I protezionisti non sono gli unici ‘barbari’ di cui preoccuparsi.
Alla globalizzazione oggi sembrano rimasti pochi avvocati difensori.
Nessun Paese vuole chiamarsi fuori dall’economia mondiale. Ma non è detto che l’unica globalizzazione possibile sia quella costruita negli anni Novanta.
Nei suoi interventi lei suggerisce che le soluzioni ai problemi globali si possono trovare soltanto a livello nazionale, perché lì è la legittimità democratica. Ma è proprio a livello nazionale che rabbia e paura generano posizioni di chiusura.
Qui negli Stati Uniti qualcosa comincia a muoversi, nell’ala sinistra del Partito democratico, con Bernie Sanders ed Elizabeth Warren, disposti a rinegoziare le regole del gioco senza cadere in una prospettiva nazionalista. Se l’Unione europea riuscirà a rendere le decisioni transnazionali accettabili dagli elettori di tutti i Paesi, diventerà un modello per il resto del mondo. Ma non è sostenibile un’Europa economicamente integrata e politicamente frammentata: in assenza di una maggiore democrazia a livello comunitario, le decisioni torneranno dove hanno legittimità, cioè nei singoli Stati.
La Brexit però sembra un monito, più che un esempio.
Sulla Brexit ho sempre avuto una posizione agnostica. Ci sono dei costi, ma ci possono essere benefici. Però la classe dirigente inglese dovrebbe avere un’idea chiara di quale posizione vuole che il Paese occupi nell’economia mondiale. Se le regole europee non sono compatibili con quella visione, uscire dall’Unione è legittimo. Ma i sostenitori della Brexit non hanno mai neppure provato ad articolare questo ragionamento.
Lei ha proposto barriere anti-dumping non solo per violazioni della concorrenza ma anche per reagire ad altre distorsioni, per esempio la competizione al ribasso sulle condizioni dei lavoratori. È realistico pensare di imporre riforme progressiste a giganti come la Cina?
L’obiettivo non è costringere la Cina o altri Paesi a cambiare le proprie regole sul mercato del lavoro, ma permettere alle imprese dei Paesi partner di rifiatare grazie a una protezione contro pratiche scorrette. Nel commercio internazionale le ‘clausole di salvaguardia’ sono lecite e regolate dalla Wto: un Paese può imporre barriere temporanee a fronte di improvvisi aumenti di importazioni che minacciano settori della sua economia. Ma finora non è possibile proteggersi quando il dumping è sociale e permanente.
Non si finirebbe per giustificare ogni forma di protezionismo?
Se accettiamo il principio che in alcune circostanze le restrizioni al commercio sono moralmente e legalmente lecite, diventa possibile difendere il commercio internazionale in tutti gli altri casi.