Coppia di coniugi contagiata da sacche di sangue infetto: il ministero dovrà risarcirli

In Campania, a San Cipriano d’Aversa (Caserta), una coppia di coniugi dovrà essere risarcita dal ministero della Salute per essere stata contagiata da sangue infetto da epatite C. La vicenda giudiziaria ha fatto emergere un raro caso di contagio familiare: l’uomo ha scoperto nel 2011 che la malattia gli era stata trasmessa dalla moglie, a sua volta inconsapevole di aver ricevuto una trasfusione di sangue infetto avvenuta nel maggio 1987 durante il ricovero presso una casa di cura di Santa Maria Capua Vetere. La sentenza è stata emessa la settimana scorsa dal Tribunale del lavoro di Napoli e ora scatteranno gli indennizzi previsti dalla legge 210 del 1992 che ha finora riguardato circa 30mila italiani infettati. “Un risarcimento da quantificare secondo la decisione del Tar Campania”, spiega Maurizio Albachiara, l’avvocato che ha assistito la coppia dopo i dinieghi della commissione medica territoriale e dell’ufficio legale del ministero. Albachiara è un esperto in diritto sanitario per danni da sangue infetto e al Fatto Quotidiano spiega che i casi di contagio familiare sono rari ma non rarissimi: “Io mi sono occupato di tre o quattro vicende simili. Si tratta di persone contagiate per trasfusioni negli anni 80, quando non esisteva il test anti-epatite C per le sacche di sangue, e che a loro volta infettavano il coniuge per via sessuale”.

Secondo i dati raccolti nel corso delle principali inchieste giudiziarie sul sangue infetto, tra cui il processo conclusosi a Napoli il mese scorso con l’assoluzione dell’ex direttore generale del ministero Duilio Poggiolini e di ex tecnici del gruppo farmaceutico Marcucci, dagli anni 70 agli anni 90 sarebbero state 120 mila le persone infettate da epatite o dal virus Hiv attraverso emoderivati o sangue non controllati, e almeno 4.500 le vittime. Un libro di Giovanni Del Ciaccio quantifica in circa 66 mila le pratiche aperte per richieste di risarcimento. Le cifre in alcuni casi superano il milione di euro.

C’è la sede di CasaPound sulla via, il prefetto cambia il percorso del corteo del 25 Aprile

La manifestazione della Liberazione deviata. Vietato passare davanti alla sede di CasaPound. Siamo a Savona, via San Lorenzo, strada simbolo dell’Antifascismo: “Qui nel 1922 i fascisti assediarono la sede della Generale di Mutuo Soccorso. Qui nell’aprile 1945 passarono i partigiani che liberavano la città”, racconta lo storico Giuseppe Milazzo.

Erano anni che a Savona non si parlava tanto della Festa della Liberazione. La sera del 24 – quando Savona si liberò – la gente sfilava lungo le strade seguite dalle truppe di liberazione. Questa volta no: il prefetto Antonio Cananà ha disposto che la fiaccolata non passi per via San Lorenzo. Motivi di ordine pubblico, dicono in Prefettura, perché in quella strada è stata aperta l’anno scorso la sede savonese di CasaPound: proprio accanto alle sedi delle storiche società di Mutuo Soccorso, per non parlare di Lotta Comunista e di associazioni anarchiche. Una novità che aveva subito suscitato proteste, per quelle bandiera nere, quei simboli, arrivati nel cuore di Villapiana, quartiere dal cuore operaio. Anche oggi che tante fabbriche stanno chiudendo i battenti e il centrodestra ha conquistato la città.

Uomini vestiti di nero che fanno deviare la manifestazione anti-fascista, a Savona molti l’hanno letta così. L’intenzione, ripetono in Prefettura, era evitare tensione. L’effetto rischia di essere l’opposto, gli animi sono molto inquieti. In una città dove a ottobre fu inaugurata – alla presenza delle autorità – una lapide ai caduti. Salvo poi accorgersi che tra le vittime erano state inserite le Camicie Nere. Savona dove il centrodestra leghista ha usato toni durissimi contro gli immigrati con un assessore arrivato, raccontano le cronache, a bestemmiare durante una manifestazione (salvo poi chiedere che in consiglio comunale fosse messo il crocifisso). Estremismi che hanno messo in difficoltà anche la sindaca Ilaria Caprioglio (centrodestra moderato).

Eppure proprio il divieto di passare in via San Lorenzo ha dato uno scossone. Non solo associazioni – Anpi, Arci, Mutuo Soccorso – e gruppo politici, ma centinaia di messaggi sui social. Come ricorda Milazzo, “Savona fu una spina nel fianco del Fascismo, tanto che Benito Mussolini sciolse il consiglio comunale nel 1922”. Questa è la città di Sandro Pertini. Qui il 9 settembre 1927 si tenne il famoso processo di Savona, l’ultimo per reati politici celebrato da giudici ordinari. Imputati, oltre a Pertini, erano Filippo Turati, Ferruccio Parri e i fratelli Rosselli. L’accusa chiese una condanna a dieci anni, ma i giudici non andarono oltre i dieci mesi. All’uscita gli imputati furono applauditi dalla folla.

Ecco, questa Savona. La stessa degli scioperi del marzo 1944. Dell’avvocato Cristoforo Astengo, trucidato per le sue idee antifasciste. Savona di partigiane come Paola Garelli che prima di essere fucilata lasciò una lettera alla figlia: “Mimma cara, la tua mamma se ne va pensandoti e amandoti, mia creatura adorata… Io sono tranquilla. Tu devi dire a tutti i nostri cari… che mi perdonino il dolore che do loro. Non devi piangere né vergognarti per me. Quando sarai grande capirai meglio”.

Sentenza Cassazione: “Tutelare i migranti gay se perseguitati”

Per la Corte di Cassazione “prima di negare lo status di rifugiati ai migranti che dichiarano di essere omosessuali e di rischiare la vita se rimpatriati a causa del loro orientamento sessuale, si deve accertare se nei Paesi d’origine non solo non ci siano leggi discriminatorie ma verificare che le autorità del luogo apprestino adeguata tutela per i gay, ad esempio, se colpiti da persecuzioni di tipo familiare”. La Suprema Corte ha accolto il ricorso di Bakayoko Aboubakar S., cittadino gay della Costa d’Avorio, minacciato dai parenti. Un caso su cui si era espressa la Commissione territoriale di Crotone affermando come l’omosessualità nello Stato di provenienza dell’uomo non è considerata un reato, né lo Stato presentava una condizione di conflitto armato o violenza diffusa. Motivazioni che non sono bastate. L’uomo, di religione musulmana, coniugato con due figli, era diventato oggetto “di disprezzo e accuse da parte della moglie e del padre” – imam del villaggio – “dopo aver intrattenuto una relazione omosessuale”. Il migrante era fuggito dopo l’uccisione del partner, morto a suo dire “per opera di suo padre”, l’imam. Per la Cassazione “non è conforme a diritto aver negato la protezione”.

L’aggressore di Torino: “Tempi lunghi per mandarlo a casa”

I tempi di rimpatrio saranno “piuttosto lunghi” per il 26enne senegalese che domenica scorsa, nel giorno di Pasqua, aggredì due poliziotti a Torino con uno sbarra di ferro al grido di “Allah Akbar”. La questione è questa: Ndiaye Migui, in arresto ma in attesa di processo, dovrà attendere che il giudice si pronunci sul suo caso, e solo successivamente potrà essere avviata la procedura di rimpatrio. Ma qui la situazione si complica. L’aggressore, infatti, non è in possesso dei documenti, dunque dell’eventuale rimpatrio non potrà occuparsi il Consolato di Torino. Sarà necessario – e qui i tempi si allungano “inesorabilmente”, spiegano fonti della Prefettura – aprire una procedura presso l’Ambasciata del Senegal di Roma, che dovrà riconoscerlo come cittadino senegalese: solo da quel momento in poi sarà possibile iniziare a lavorare sulla procedura di rimpatrio.

Ndiaye Migui, come emerso subito dopo l’aggressione, era stato già raggiunto da due decreti di intimazione a lasciare il territorio entro 15 giorni: il primo emesso dalla Prefettura di Torino il 19 gennaio 2018, il secondo emesso dal Prefetto di Cuneo appena 20 giorni dopo (l’8 febbraio).

Salvini striglia i prefetti. Gli irregolari crescono molto più dei rimpatri

Un accoltellamento fra clochard, dopo tre giorni, finisce al centro del dibattito politico perché il sospetto è che ci sia di mezzo un crocifisso. Il caso, insieme a quello del senegalese che a Torino ha aggredito due poliziotti al grido di “Allah akbar”, ha suggerito al leader della Lega e ministro dell’Interno, Matteo Salvini, di annunciare una lettera ai prefetti in cui chiede di “aumentare controlli e attenzione in luoghi di aggregazione di cittadini islamici”. È l’ennesimo provvedimento-manifesto su un tema caro alla propaganda leghista e non solo. Conviene ricordare che il cosiddetto “contratto” di governo, firmato nel 2018 da M5S e Lega, prevedeva “la chiusura immediata di tutte le associazioni islamiche radicali nonché di moschee e di luoghi di culto, comunque denominati, che risultino irregolari”. Sono centinaia in tutta Italia, in genere controllate da polizia e carabinieri. Dovettero così spiegare a Salvini che chiuderle da un giorno all’altro avrebbe condotto alla loro riapertura altrove, e moltiplicato i rischi di radicalizzazione, se non di attentati.

Ora, con le elezioni europee alle porte, è tempo di polemiche quotidiane sulla sicurezza e sull’immigrazione indicata come radice di quasi tutti i mali, così i 5stelle ieri mattina hanno risposto a muso duro all’alleato leghista: “Il vero problema – scrivono – sono i quasi 600 mila irregolari che abbiamo in Italia. E sui rimpatri non è stato fatto ancora nulla. Il problema ce lo abbiamo in casa, non è che scrivendo una lettera o una circolare si risolvono le cose. Bisogna fare di più sui rimpatri che sono fermi al palo”.

Il vicepremier Luigi Di Maio ha chiesto al premier Giuseppe Conte di organizzare un “vertice” su questi temi, intanto Salvini annuncia novità dopo una riunione che farà oggi al Viminale su “ terrorismo, estremismo islamico e immigrazione”.

Quanto ai rimpatri, il “contratto” M5S-Lega parlava un anno fa di “circa 500 mila migranti irregolari” sul territorio e invocava una “seria ed efficace politica dei rimpatri”.

I numeri dello staff di Salvini dicono 6.514 rimpatri forzati nel 2017 (più 869 rimpatri volontari assistiti); 6.820 nel 2018 (più 1.160 volontari) con un aumento nella seconda metà dell’anno (3.987) da quando è cambiato è il governo rispetto alla prima (2.833) e 1.899 rimpatri forzati al 15 aprile di quest’anno (più 122 volontari). Parte dei cosiddetti rimpatri, fino alla metà, sono in realtà respingimenti alle frontiere, in genere aeree, più agevoli di una procedura di espulsione, in ogni caso l’aumento è contenuto. Salvini aveva promesso più Centri per i rimpatri (ex Cie, dove la discutibile detenzione amministrativa di migranti anche incensurati ora può durare fino a sei mesi in attesa del riconoscimento e del via libera del Paese d’origine), ma gli “ospiti” al 19 aprile 2019, sempre secondo gli uffici del ministro, sono 529 contro i 428 del 19 aprile di un anno fa.

Non ci sono nuovi accordi con i Paesi di provenienza: il meccanismo funziona bene con la Tunisia, sempre meglio con l’Albania, benino con Egitto, Marocco e Nigeria, ma in generale gli Stati non sono felici di riaccogliere migranti che, anche quando se la passano male, mandano sempre in patria qualche soldo. E per i rimpatri servono ingenti risorse, oltre ai costi vivi delle scorte sugli aerei.

Aumentano invece, come il Fatto prevede fin dal settembre scorso, gli irregolari che Salvini chiama “clandestini”. Ieri i 5Stelle dicevano 600 mila contro i 500 mila del “contratto” di un anno fa. Sono stime. Gli sbarchi sono stati ridotti a poco più di zero, qualche migliaio di persone entra dalle frontiere orientali, ma soprattutto migliaia di regolari diventano irregolari perché il decreto Salvini ha sostanzialmente abolito la protezione umanitaria e le questure stringono le maglie dei permessi di soggiorno per lavoro. Nei primi tre mesi del 2019 solo i casi di protezione umanitaria negata sono stati 18.408: prima o poi saranno tutti irregolari. Paradossalmente sono aumentati gli status di rifugiato e di protezione sussidiaria previsti da Convenzioni internazionali che il governo non può abolire per decreto: le domande d’asilo accolte al 5 aprile scorso sono state 2.542 (11%) contro le 1.584 al 5 aprile 2018 (7%), quelle di protezione sussidiaria 1.514 (6%) contro le 1.058 dello stesso periodo di un anno fa (4%). Insomma le Commissioni riconoscono quello che possono.

Uno studio dell’Ispi a febbraio dava conto di almeno 40 mila irregolari in più da quando c’è l’attuale governo. Nello stesso tempo gli ospiti delle strutture di accoglienza, che quando possono favoriscono l’integrazione, sono crollati da 171 mila a 119 mila.

Come tutti sanno gli irregolari possono lavorare solo in nero, molti di loro vivono ai margini, a volte si accoltellano, spesso forniscono manodopera ricattabile alla criminalità più o meno organizzata. Sono utilissimi a fomentare la paura e la propaganda salviniana. Più “clandestini”, votate Salvini.

Alla paura dell’Islam ci pensa Capitan Mitra

Non sappiamo se Luca Morisi, il disinvolto uomo social di Matteo Salvini, nel postare la foto del capo col mitra si sia ricordato che Mussolini, come disse qualcuno, era riuscito a conquistare gli italiani entrando nelle loro teste. Detto che chi scrive non crede per nulla che il vicepremier sia la reincarnazione del duce (gli piacerebbe!), solo unendo i classici puntini il messaggio pasquale agli italiani di Luca e Matteo si rivelerà in tutta la sua efficacia, consapevole o subliminale fate voi.

Primo: la carneficina di cristiani nello Sri Lanka. Chi è il leader di partito che non ha mai smesso di collegare, anzi di far coincidere, immigrazione clandestina e terrorismo?

Chi è il vicepremier che sigilla i porti convinto che le navi umanitarie prendano indifferentemente a bordo dei tagliagole mescolati ai tanti disperati, accolti anch’essi come disperati ma pronti a usare la mannaia?

Chi è l’uomo politico che non ha mai nascosto la propria – come vogliamo chiamarla: avversione, repulsione, diffidenza? – nei confronti di un certo Islam che cucina speziato e pretende di aprire moschee nei garage delle nostre città, onde predicare in arabo insegnamenti probabilmente ostili?

Chi è il figlio della Lega che condivide e alimenta la teoria secondo la quale esiste una studiata e precisa strategia per sostituire alla razza italiana, bianca e cristiana un meticciato devoto al Corano, ghiotto di kebab e convinto che la donna debba camminare alcuni passi dietro l’uomo?

Chi è, infine, il ministro degli Interni che dopo l’accoltellamento, alla stazione Termini, di un clochard georgiano con un crocifisso al collo, a opera di un clochard marocchino spinto a quanto pare da ruggini personali, chi è dunque l’uomo di governo che chiede “a prefetti e questori di aumentare controlli nei luoghi di aggregazione islamica”?

Tutto ciò mentre i giornali vicini, vicinissimi al leader, ministro e vicepremier escono, all’unisono, con una titolazione che suona come un serio, serissimo allarme nei confronti della reazione, giudicata a dir poco tiepida, che i quasi 300 cristiani macellati il giorno di Pasqua ha suscitato. Sospetto che non riguarda soltanto la solita sinistra imbelle e codarda, ma da estendere alla stessa chiesa cattolica. Un’ombra che sale più su, più su e ancora più su fino a lambire (proprio il giorno della Resurrezione di Cristo) la candida veste, avete capito di chi. Il Giornale: “Vietato dire ‘cristiani’”. Libero: “Vietato criticare l’Islam impegnato a fare stragi”. La Verità: “Islamisti ammazzano cristiani e nessuno il coraggio di dirlo”.

Ora, sinceramente, se un povero italiano, regolarmente battezzato e di razza bianca dovesse sentirsi smarrito di fronte al dilagante terrore islamico (pronto a sgozzarti a due passi da piazza San Pietro se solo ti azzardi a esibire il simbolo della tua fede); se questa inerme pecorella ritenesse di non sentirsi più protetta dal proprio Pastore, per non parlare di quella parte politica sensibile solo alla tutela di kebab e minareti, come dargli torto?

Però, se nel medesimo giorno, sotto quelle notizie che grondano sangue, apparisse l’immagine maschia del leader, ministro e vicepremier (promosso Capitano sul campo) che imbraccia una maneggevole mitraglietta, non sarebbe rassicurante? Con quell’arma, si direbbe pronta all’uso, l’accorto Morisi non ci sta forse dicendo che il Capitano, in assenza della sinistra codarda e nel silenzio del Pastore dedito al dialogo interreligioso, ci pensa lui, a vigilare sulla sicurezza del gregge? Non ha lo stesso sguardo del Gladiatore prima di scatenare l’inferno? A questo punto unite i puntini e capirete perché, secondo i sondaggi, il consenso di Salvini ha toccato il 36% e non si ferma. Ah, la testa degli Italiani.

“Colpito per il crocifisso”, ma per i pm non è credibile

Tre versioni diverse in quattro giorni. L’ultima delle quali ha scatenato un polverone politico con Salvini in prima linea a parlare di “estremismo islamico”. Gli investigatori al momento non reputano un “attendibile” il clochard georgiano di 44 anni che venerdì sera ha denunciato un accoltellamento nei pressi della stazione Termini di Roma, da parte di un marocchino di 33 anni, anch’egli senza fissa dimora. Solo in un secondo momento, infatti, la vittima ha tirato in ballo il movente religioso affermando di essere stato etichettato come “cattolico di merda”, avendo al collo una catenina con un crocifisso. Ma entrambi non sarebbero nelle loro piene facoltà psichiche. La Procura comunque indaga per tentato omicidio con aggravante dell’odio religioso.

L’aggressione è avvenuta venerdì intorno alle 20.45 a bordo del bus 64, fermo al capolinea. Secondo quanto ricostruito, il marocchino si è avventato sul georgiano e l’ha colpito al collo con un coltello ferendolo lievemente, e poi è scappato. Il 44enne è sceso dal bus tamponando il taglio ed è corso verso il presidio di polizia, indicando il rivale. Il 33enne è stato arrestato, mentre la vittima è stata portata al pronto soccorso dell’ospedale San Giovanni, dove è stato medicato e dimesso con una prognosi di 21 giorni. Il georgiano ha prima detto agli agenti che la lite era scoppiata “per futili motivi”. Ai medici del pronto soccorso, invece, ha spiegato di aver subito una tentata rapina, in quanto il marocchino mirava alla catenina che aveva al collo. Infine ha rincarato la dose, affermando di essere stato attaccato perché “cattolico di merda” e per il crocifisso che portava. Versione confermata anche al pm Alberto Galanti.

Il marocchino non ha precedenti specifici, né risultano collegamenti jihadisti. I due protagonisti della lite condividono un contesto di degrado estremo nei pressi della stazione Termini, dove vivono centinaia di clochard in condizioni spesso disumane e con gravi problemi psichici, di alcolismo e di droga; le liti sono all’ordine del giorno. Nessun testimone avrebbe sentito la frase “incriminata”. Gli inquirenti hanno requisito le immagini delle telecamere.

Petrolio ai massimi dopo l’annuncio di Trump contro l’Iran

Giornata di forti tensioni sui mercati petroliferi mondiali dopo la decisione dell’amministrazione Trump di annullare le esenzioni concesse a otto Paesi tra cui l’Italia dal divieto di importare greggio dall’Iran. I prezzi del petrolio sono saliti prima in Asia, spinti dalla prospettiva di una contrazione dell’offerta e a seguire sui mercati europei e americani raggiungendo i massimi da almeno sei mesi. A New York il prezzo ha chiuso in rialzo a 66,30 dollari al barile (+1,1%). Ma la mossa americana non è piaciuta alla Cina, uno dei principali importatori di petrolio iraniano, che ha fortemente protestato contro la decisione. Lo ha annunciato la Casa Bianca, spiegando che la decisione “mira ad azzerare l’export di petrolio iraniano”, ripartito dopo lo storico accordo sul nucleare siglato con l’amministrazione Obama e revocato da Trump, “negando così al regime la sua principale fonte di entrate“. Cina, Corea del Sud, Giappone, Grecia, India, Italia, Turchia e Taiwan, che avevano ottenuto una deroga di 180 giorni per trovare fonti di approvvigionamento alternative, dovranno dunque fermare gli acquisti da Teheran: in caso contrario scatteranno sanzioni.

Chi è l’uomo che coordina progetti e soldi per Taranto

Oggi a fianco di Luigi Di Maio a Taranto nel vertice in Prefettura convocato dal vicepremier per segnare una svolta nei rapporti tesi tra la città e il M5s ci sarà anche lui: Raniero Fabrizi. Questo dirigente di seconda fascia del ministero delle infrastrutture, già in auge ai tempi di Berlusconi e Renzi, è infatti stato scelto dal Governo Conte come coordinatore della struttura di missione per il coordinamento della ricostruzione di L’aquila e dei comuni colpiti dal sisma del 2009, ma anche per gli interventi di sviluppo nell’area di Taranto. Cioé quelli che oggi di Maio presenterà in Prefettura.

Fabrizi rivestiva nel 2008-2009 un ruolo simile, cioé coordinatore della Struttura di missione sia per gli interventi in occasione dei 150 anni dell’Unità d’Italia sia per gli interventi in occasione del vertice del G8 alla Maddalena.

Durante il processo alla cosiddetta ‘Cricca dei grandi eventi’ (concluso in primo grado con la condanna per l’allora presidente del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici Angelo Balducci a sei anni e sei mesi e per l’imprenditore Diego Anemone a sei anni) gli avvocati degli imputati hanno posto molte domande a Fabrizi. Il dirigente non era indagato né tanto meno imputato ed era sentito in aula nelle vesti di testimone. Gli avvocati insistevano sul suo ruolo e sul fatto che avesse partecipato in prima persona come coordinatore alle riunioni relative alle gare nelle quali sono state scelte le ditte vincitrici e prima ancora quelle che partecipavano.

Fatti vecchi di dieci anni che non rivestono alcun rilievo penale nei confronti di Fabrizi che ha seguito solo per una fase iniziale quegli appalti. Certamente, non un precedente da sbandierare, visto come sono andate quelle opere sotto il profilo dei costi e talvolta delle realizzazioni.

Eppure cambiano i Governi e le ere politiche, ma Raniero Fabrizi è sempre lì.

Evidentemente è molto apprezzato. Certamente era un suo ammiratore Angelo Balducci. Quando Fabrizi fu sostituito alla struttura di missione si fece in quattro per trovargli un posto degno da qualche altra parte. Nelle conversazioni intercettate dal Ros sull’utenza di Balducci (che era indagato) nell’aprile 2009 Balducci si rammaricava della sua rimozione e raccontava all’amico Raniero che aveva parlato di lui con Gianni Letta e auspicava che Berlusconi non firmasse il decreto. Come invece avverrà. Anche Salvo Nastasi, poi nominato commissario di Bagnoli da Matteo Renzi e vicesegretario generale di Palazzo Chigi ai tempi di Gentiloni, sembra un estimatore del funzionario. Nelle conversazioni intercettate sempre Balducci e Fabrizi parlano di un incontro da organizzare con Nastasi e il consigliere di Palazzo Chigi Manlio Strano, sempre per trovare una soluzione al problema di Fabrizi.

Il network di sponsordell’attuale coordinatore della Struttura di missione del Cis di Taranto è trasversale. Infatti era stato nominato, già ai tempi di Renzi, capo dell’Ufficio Speciale per la Ricostruzione dell’Aquila sollevando le ire dell’allora parlamentare di Sel, Gianni Melilla: “Fabrizi ha lavorato per anni con persone finite sotto inchiesta giudiziaria (…) non è stato indagato, ma la sua nomina suscita seri interrogativi”. Oggi Fabrizi sul suo legame con Balducci dice: “ho lavorato con lui a lungo” e su Taranto spiega: “Il mio ufficio monitora attraverso Invitalia le attività che però sono decise dal tavolo istituzionale presieduto dal ministro Di Maio. Comunque non siamo la stazione appaltante”. Il M5s si gioca molto sulla partita tarantina. Dopo la grande delusione inferta sul tema dell’ex Ilva a una città che aveva votato M5s con percentuali vicine al 50 credendo alle promesse di ‘chiudere il mostro’. Con il decreto del 26 febbraio scorso il ministro dello Sviluppo economico ha avocato a sé la presidenza del Tavolo Istituzionale Permanente per Taranto, però il coordinatore della Struttura di Missione, fino almeno alla fine di giugno 2019, resta Fabrizi. Non è chiaro chi sia stato lo sponsor della nomina. Il Decreto della presidenza del Consiglio dei Ministri è firmato, ‘per il presidente’ dal sottosegretario alla presidenza Giancarlo Giorgetti.

Il governo alla prova dell’Ilva

A Taranto, oggi, Luigi Di Maio andrà come ministro dello Sviluppo economico, quindi come diretto responsabile della “Fase due” per la città e con un duplice obiettivo: ricucire con i cittadini e attivisti M5S che, sull’Ilva, si sono sentiti traditi dal governo e farlo con una serie di annunci che dovrebbero dare la sensazione di uno sviluppo positivo. Magari partendo dal miliardo di euro del Cis, il Contratto istituzionale di sviluppo, lasciato dai governi precedenti ma ancora non utilizzato e applicato.

Il vicepremier pentastellato dovrebbe infatti presentare nuovi obiettivi strategici e operativi del contratto, mettendoci così formalmente un cappello e dando un’accelerata all’utilizzo di questi investimenti. Lo strumento, inizialmente stipulato per 33 interventi di riqualificazione e potenziamento della città, ne prevede oggi circa 39 per un valore di poco superiore al miliardo di euro. Si coprono i più ampli spazi di manovra: dal restauro degli edifici storici e religiosi alle bonifiche dei terreni, fino alla riqualificazione dei moli e ai progetti di housing sociale e alla creazione di un nuovo ospedale. È Invitalia a tracciare un quadro riassuntivo di quanto fatto e di quanto c’è da fare: dieci interventi sono già conclusi per un valore di 92,3 milioni di euro, nove sono in realizzazione per un valore di 452 milioni di euro, altri dieci sono in progettazione per 357 milioni di euro e dieci interventi sono in riprogrammazione (per un valore di 105 milioni di euro). Sarà forse anche l’occasione per ri – annunciare la rimozione progressiva dell’immunità penale per i gestori e per l’avvio di un protocollo tra ministero dell’Ambiente e quello della Salute per la valutazione del danno sanitario (come chiesto dai cittadini e dalle associazioni ambientaliste, Legambiente in testa). A Taranto, infatti, ci saranno altri quattro ministri (il ministro per il Sud, Barbara Lezzi, il ministro della Salute, Giulia Grillo, il ministro dell’Ambiente, Sergio Costa e il ministro dei Beni culturali, Alberto Bonisoli) e si insedierà il tavolo Istituzionale permanente presieduto dallo stesso Di Maio. Sul lato ambientale è prevista la presentazione della riperimetrazione dell’area Sin (Sito di interesse nazionale) che includerà le aree di competenza Ilva e diventerà la più vasta d’Italia nonché l’avvio dell’iter per creare un’area marina protetta e istituite un santuario dei Cetacei.

Intanto, con gran tempismo, ieri i tre commissari straordinari dell’Ilva hanno annunciato le loro dimissioni dopo aver concluso, è la loro versione, la fase di loro competenza, ovvero il passaggio dal gruppo Ilva ad Arcelor Mittal. Nello stesso giorno è arrivata anche la nomina dei tre sostituti: Francesco Ardito, avvocato e dirigente dell’Acquedotto Pugliese, Antonio Cattaneo, revisore contabile e responsabile nazionale della divisione Forensic di Deloitte, e l’avvocato esperto in diritto ambientale, Antonio Lupo. Dimissioni che non sono piaciute ai sindacati che speravano di poter contare sulla continuità dei vertici dell’Amministrazione Straordinaria, la cui scadenza è prevista per il 2023.