In Campania, a San Cipriano d’Aversa (Caserta), una coppia di coniugi dovrà essere risarcita dal ministero della Salute per essere stata contagiata da sangue infetto da epatite C. La vicenda giudiziaria ha fatto emergere un raro caso di contagio familiare: l’uomo ha scoperto nel 2011 che la malattia gli era stata trasmessa dalla moglie, a sua volta inconsapevole di aver ricevuto una trasfusione di sangue infetto avvenuta nel maggio 1987 durante il ricovero presso una casa di cura di Santa Maria Capua Vetere. La sentenza è stata emessa la settimana scorsa dal Tribunale del lavoro di Napoli e ora scatteranno gli indennizzi previsti dalla legge 210 del 1992 che ha finora riguardato circa 30mila italiani infettati. “Un risarcimento da quantificare secondo la decisione del Tar Campania”, spiega Maurizio Albachiara, l’avvocato che ha assistito la coppia dopo i dinieghi della commissione medica territoriale e dell’ufficio legale del ministero. Albachiara è un esperto in diritto sanitario per danni da sangue infetto e al Fatto Quotidiano spiega che i casi di contagio familiare sono rari ma non rarissimi: “Io mi sono occupato di tre o quattro vicende simili. Si tratta di persone contagiate per trasfusioni negli anni 80, quando non esisteva il test anti-epatite C per le sacche di sangue, e che a loro volta infettavano il coniuge per via sessuale”.
Secondo i dati raccolti nel corso delle principali inchieste giudiziarie sul sangue infetto, tra cui il processo conclusosi a Napoli il mese scorso con l’assoluzione dell’ex direttore generale del ministero Duilio Poggiolini e di ex tecnici del gruppo farmaceutico Marcucci, dagli anni 70 agli anni 90 sarebbero state 120 mila le persone infettate da epatite o dal virus Hiv attraverso emoderivati o sangue non controllati, e almeno 4.500 le vittime. Un libro di Giovanni Del Ciaccio quantifica in circa 66 mila le pratiche aperte per richieste di risarcimento. Le cifre in alcuni casi superano il milione di euro.