Il fuoco si è spento con la pioggia che, nella notte tra lunedì e martedì, non ha mai smesso di battere. La bottiglia di vetro con del liquido infiammabile, lanciata pochi minuti prima della mezzanotte contro il portone della sede della Lega in via Alessandro Farnese, nel centrale quartiere Prati a Roma, non ha fatto danni. Sul posto la volante del commissariato e gli agenti della Scientifica per i rilievi: gli uomini della Digos sono al lavoro per rintracciare il responsabile dalle telecamere di sorveglianza in strada, mentre è stato già ascoltato l’inquilino del palazzo che ha chiamato il 112 per segnalare l’attentato. Di “vile atto intimidatorio” parla Francesco Zicchieri, coordinatore regionale della Lega e vice capogruppo alla Camera. “Fortunatamente la molotov non è esplosa, procurando solo lievi danni. Abbiamo costruito nel Lazio una realtà grandissima fatta di professionisti, mondo del volontariato, giovani e amministratori locali che finalmente stanno offrendo una speranza ai cittadini”. Ha poi commentato anche il ministro Matteo Salvini: “Penosi. Questi vigliacchi pensano di fermarci con le intimidazioni? non ci fate paura, con il sorriso e la forza delle nostre idee noi andiamo avanti”.
“Condannate Montante a dieci anni”
È stato uno degli uomini più influenti del panorama siciliano, da lui sarebbero dipese nomine, cariche e persino il governo regionale. L’industriale Antonello Montante, al momento ai domiciliari, è accusato di associazione a delinquere finalizzata alla corruzione. Per questo motivo la Procura di Caltanissetta ha chiesto una condanna di dieci anni e sei mesi per l’Apostolo dell’Antimafia, che nella sua lunga carriera ha usato come vessillo la lotta alla criminalità organizzata.
L’inchiesta Double face, condotta dal procuratore Amedeo Bertone e dai pm Stefano Luciani e Maurizio Bonaccorso, coinvolge diversi pezzi dello Stato che sarebbero stati a “disposizione” dell’industriale per favorire i suoi interessi. Come Gianfranco Ardizzone, ex colonnello della Guardia di finanza, accusato di aver “indirizzato e consapevolmente avallato” l’operato di due suoi finanzieri: Ettore Orfanello, comandante del Nucleo di polizia tributaria, e Mario Sanfilippo, appartenente al Nucleo tributaria, allo scopo di effettuare controlli fiscali “favorevoli” a Montante. In cambio avrebbe ottenuto l’assunzione della figlia in Confidi, e il trasferimento dalla Dia di Reggio Calabria a Caltanissetta. I magistrati hanno chiesto quattro anni e sei mesi. Montante sarebbe stato al vertice di un “sistema” che controllava, spiava e redigeva dossier contro i suoi amici e nemici, ottenendo informazioni utili da usare a proprio piacimento. All’interno del “cerchio magico” ci sarebbe stato anche Andrea Grassi, ex funzionario del Servizio centrale operativo della polizia e oggi questore di Vibo Valentia, per il quale i magistrati hanno chiesto in abbreviato due anni e otto mesi. Invece per il responsabile della security di Confindustria Diego De Simone, uno degli uomini più fidati di Montante, sono stati chiesti sette anni e un mese. Nel corso della requisitoria, i pm hanno parlato dei nove accessi abusivi ogni tre mesi per un arco di 7 anni effettuati dagli uomini di Montante per ottenere informazioni anche sui chi stava collaborando con la giustizia, come l’ex presidente dell’Irsap Alfonso Cicero, parte offesa e parte civile, e il magistrato ed ex assessore regionale Nicolò Marino, o sui giornalisti Attilio Bolzoni, Gianpiero Casagni, Enzo Basso e Graziella Lombardo.
Il processo continuerà invece per l’ex capo dei servizi segreti Arturo Esposito, l’ex presidente del Senato Renato Schifani, il tributarista palermitano Angelo Cuva e l’ex capocentro della Dia di Palermo, il colonnello dei carabinieri Giuseppe D’Agata, accusati di aver fatto parte delle “talpe” che avrebbe rivelato notizie coperte da segreto sull’inchiesta della Procura di Caltanissetta. Chiesta l’assoluzione per Alessandro Ferrara, ex dirigente delle Attività produttive. La sentenza è attesa per maggio.
Salvini “il siciliano” va a benedire i riciclati saliti sul Carroccio
Patti più o meno occulti addirittura con pezzi di Pd, candidati provenienti dalle grandi nidiate dell’ex governatore Raffaele Lombardo e dell’Udc cuffariano. Perché leghisti in Sicilia si diventa: nei 34 Comuni al voto domenica prossima (ballottaggi il 12 maggio) liste e candidati sindaco del Carroccio non mancano, fatto impensabile solo qualche anno fa quando invece degli “italiani” a venir prima erano i “padani”. Ma i tempi cambiano, la politica è mobile, i potentati locali si adeguano e pochi sembrano ricordarsi ancora degli insulti ai “terroni”.
Ieri Matteo Salvini, leader indiscusso della Lega, l’ha messa giù così: “Ognuno passa il 25 aprile come vuole, vestito come vuole, senza polemica. Ma credo sia giusto che il ministro dell’Interno vada in Sicilia a combattere la mafia”. Da domani il vicepremier sarà sull’isola di sicuro per una passerella nella Corleone orfana di Totò Riina e Bernardo Provenzano, prima di partecipare ai comizi dei candidati leghisti alle amministrative in giro per la Sicilia. Dopodomani, ad esempio, è prevista la sua presenza a Motta Sant’Anastasia, paesone di 11.300 abitanti ai piedi dell’Etna. Qui il candidato sindaco con tanto di effigie “Noi con Salvini” è Anastasio Carrà, su YouTube si può trovare un suo comizio di un paio d’anni fa già alla presenza di Salvini. Carrà sosteneva “di aver scelto il ruggito del leone (indicando Salvini, ndr) invece della bava delle iene” e ancora di esser contro “questa immigrazione clandestina, questa invasione, che ci dobbiamo sopportare” e “io non sono razzista, assolutamente”.
Carrà, in passato, ha avuto delle noie per la storia della discarica Oikos di Motta, una delle più grandi della Sicilia, e delle continue proroghe in emergenza (sei per 27 mesi) per la raccolta dei rifiuti, quindi senza gara, assegnate alla ditta Senesi di Macerata, già colpita da due interdittive antimafia per la sua attività nei comuni di Aversa, Mondragone e Castel Volturno. E Giuseppe Carrà, figlio del sindaco, ha lavorato in Ecocar (azienda che ha gestito il servizio di igiene urbana a Catania proprio con Senesi) oltre che in Oikos. La discarica Oikos è dell’imprenditore Mimmo Proto, già arrestato nel 2014 proprio per un’indagine sullo smaltimento della spazzatura (inchiesta Terra mia), poi assolto dall’accusa di truffa aggravata ma ancora imputato per corruzione. Responsabile degli enti locali per la Lega nel Catanese, ex carabiniere, Carrà in precedenza aderì ad Articolo4, il movimento fondato da Lino Leanza, braccio destro di Lombardo, con Valeria Sudano, attualmente senatrice del Pd, e Luca Sammartino, mister 32 mila preferenze alle ultime regionali. Il legame col potente dem Sammartino è forte, tanto che a Motta “il pacchetto di voti” di Sammartino dovrebbe esser destinato proprio a Carrà, in cambio del sostegno leghista all’ex di An Carmelo Scandurra, sammartiniano di ferro, nella vicina Aci Castello.
Da Catania alla provincia di Palermo. A Monreale, 38 mila abitanti, la Lega si sdoppia, perché l’ex uomo forte, già sindaco molti anni fa, Salvino Caputo, indagato per voto di scambio, che detiene il record di primo deputato dell’Assemblea regionale a decadere per la legge Severino, si candida ma con Forza Italia. Allora, dovendo competere nel proprio campo elettorale con un indagato per voto di scambio, la Lega di Salvini ha scelto qui Giuseppe Romanotto, leghista dallo scorso novembre, responsabile di un Patronato e di un Caf.
Nel Trapanese, invece, Salvini passerà da Mazara del Vallo – la più grande marineria di pescherecci d’Italia con equipaggi in gran parte tunisini – per sostenere Giuseppe Randazzo, leghista da ottobre, già alemanniano e poi col governatore Nello Musumeci in Diventerà bellissima. E a Castelvetrano, il paese dell’introvabile Matteo Messina Denaro appena sconvolto dagli arresti per mafia e massoneria, della Lega non compaiono insegne, ma tutti sanno dell’appoggio a Davide Brillo, candidato di Fratelli d’Italia, membro del locale direttivo dei Lions e iscritto alla loggia massonica Enoch238.
A Gela, invece, la Lega candida addirittura un ex di Libera: Giuseppe Spata. Il suo vicesindaco designato è Vincenzo Cirignotta, già capogruppo del Pd e in passato cuffariano con l’Udc.
Nell’unico capoluogo al voto, Caltanissetta, Salvini ha scelto Oscar Aiello, ex presidente dei giovani del Rotary e militante ultraberlusconiano prima di salire sul Carroccio: il vicepremier domani sera correrà qui a cena.
Anzaldi contro Vespa: “Fake news su di me nel suo ultimo libro”
Più si scrive,si sa, più si rischia di scrivere cose sbagliate. A questa aurea massima giornalistica pare non essere sfuggito neanche Bruno Vespa che, oltre a condurre Porta a Porta più volte a settimana, verga editoriali sui giornali e ci regala almeno un libro l’anno. L’ultimo, Rivoluzione, rischia di costargli però la querela di Michele Anzaldi, deputato Pd della commissione di Vigilanza sulla Rai e già ras renziano per le faccende di viale Mazzini: Vespa, dice l’onorevole, nel libro edito pure dalla Rai “racconta di un incontro casuale che io avrei avuto il 25 aprile del 2016 con Salvini e Giorgetti a bordo di un aereo della Continental diretto a Newark in Pennsylvania. Secondo Vespa io viaggiavo in business class e i vertici della Lega in economica. L’episodio è totalmente falso, destituito di ogni fondamento. Non sono mai stato su un aereo della Continental, né a Newark, né ho parlato con i due esponenti della Lega nelle circostanze raccontate nel libro o in altre circostanze”. Anzaldi – in una lettera a Vespa e al dg della Rai Salini – chiede rettifica, minaccia querela e chiude con una punta di veleno: “Mi chiedo a questo punto se il fantasioso racconto che mi riguarda sia l’unico falso contenuto nel libro”.
Quelli che sperano nel riconteggio: Lotito & C.
C’è chi come Cinzia Bonfrisco non si dà pena: anche se dovrà lasciare il Senato per lei è sicuro o quasi un seggio al Parlamento europeo, dove è candidata sempre con la Lega. Ma c’è pure chi si danna perché rischia di perdere lo scranno e chi ovviamente non vede l’ora di varcare le porte di Palazzo Madama seppure ai supplementari. È passato un anno dalle Politiche, ma è come se i seggi non si fossero mai chiusi: sia alla Camera che al Senato infatti sono in corso le procedure per l’ufficializzazione delle elezioni di marzo 2018. La notizia è che potrebbero riservare qualche sorpresa, specie a Palazzo Madama.
Il patron della Lazio, Claudio Lotito, spera con tutte le sue forze che il suo ricorso venga accolto almeno quanto che i biancocelesti riescano a centrare l’obiettivo della Champions. L’aspirante senatore non ha mai gettato la spugna convinto di essere stato ingiustamente escluso: entro l’estate si scoprirà se gli errori, le discordanze e le anomalie nelle trascrizioni dei voti assegnati nel collegio campano, dove era candidato, scovati dagli uffici di Maurizio Gasparri, che pure è di stretta ortodossia calcistica giallorossa, gli restituiranno il maltolto.
Più stretti i tempi per la ricognizione dei verbali del collegio calabrese in cui è risultato eletto a marzo Matteo Salvini. Lì le anomalie non sono davvero mancate in sede di assegnazione dei voti: in due seggi ad esempio tutte le preferenze sono state assegnate alla Lega, il che statisticamente è un risultato che non si spiega se non con un errore di trascrizione. Fatto sta che la senatrice per ora mancata Fulvia Michela Caligiuri di Forza Italia spera di vedersi attribuire il seggio che è andato al leader del Carroccio. Salvini, comunque, è risultato eletto pure in altre regioni: nel caso in cui Caligiuri dovesse essere proclamata eletta al suo posto in Calabria, diventerebbe un senatore del Lazio. A farne le spese la sua collega di partito Cinzia Bonfrisco, già pronta per Bruxelles.
Sono invece al sicuro i seggi scattati nel Lazio per Pierpaolo Sileri del Movimento 5 Stelle e Paola Binetti di Forza Italia: il riconteggio delle schede nel loro caso non si farà perché lo scarto con chi ha visto sfumare l’elezione, rispettivamente Lavinia Mennuni di Fratelli d’Italia e il pentastellato Mauro Vaglio è troppo ampio.
Verso la conferma anche gli eletti nella circoscrizione estero con l’eccezione del Sudamerica rispetto a cui bisognerà attendere aggiornamenti dalla Procura di Roma sullo stato di alcuni procedimenti penali, segnalati in un esposto. Ancora buio fitto invece sull’assegnazione del seggio scattato nella quota proporzionale al Senato per il M5S che però aveva avuto più voti che candidati: i pentastellati hanno proposto di attingere dalla lista dei supplenti pentastellati ma Bruno Alicata spinge perchè il seggio venga assegnato a Forza Italia che nel collegio ha ottenuto il maggiore resto.
Sotto la lente di ingrandimento del Senato pure l’attribuzione del seggio in Puglia lasciato libero da Licia Ronzulli di Forza Italia che è risultata eletta pure nel collegio uninominale. Niente a che vedere comunque col riconteggio che riguarda addirittura le schede del collegio uninominale 5 dell’Emilia Romagna dove è stata contestata l’elezione del padre del terzo settore Edoardo Patriarca del Pd: un lavoraccio per i membri del Comitato istituito in seno alla Giunta costretto agli straordinari.
Giudici alla Consulta “Processo Bonfrisco, togliere l’immunità”
Galeotto fu l’emendamento. Lo sa bene il sottosegretario Armando Siri, nelle peste per essersi dato da fare per allargare la platea dei beneficiari degli incentivi per l’eolico. E ne sa qualcosa pure la sua collega di partito, Cinzia Bonfrisco, a cui da cinque anni i magistrati di Verona danno la caccia con l’accusa di aver presentato emendamenti per favorire un suo amico imprenditore attivo nel campo dell’energia che l’avrebbe ricompensata con una vacanza in Sardegna e altre utilità.
Il Tribunale di Verona tiene duro. E ora vuole che sia la Corte costituzionale a pronunciarsi sul caso dopo che pochi mesi fa il Senato ha negato l’autorizzazione a procedere richiesta dai magistrati che vorrebbero processarla per corruzione. Decisione, ritengono le toghe, che esorbita lo scudo garantito ai parlamentari dall’articolo 68 della Costituzione che li protegge per i voti dati e le opinioni espresse nell’ambito del loro ruolo.
Alla Consulta il nome di Bonfrisco non è sconosciuto. Perché proprio Palazzo Madama due anni fa, sentendosi minacciato nelle sue prerogative dall’iniziativa dei magistrati di Verona, aveva deciso quasi all’unanimità di sollevare a sua volta un conflitto di attribuzione. Ma riavvolgiamo il nastro. Che Cinzia Bonfrisco sia una donna da record lo rivela non solo la sua lunga permanenza sulla scena politica. Socialista ai tempi di Bettino Craxi, fu Silvio Berlusconi a portarla in Parlamento nel 2006, anche se lei decise di seguire Raffaele Fitto nell’avventura dei Conservatori e riformisti senza mai lasciare lo scranno di Palazzo Madama ma solo cambiando di banco. Dopo il divorzio da Fitto era andata a finire nel Misto: infine la folgorazione per Matteo Salvini, che l’ha candidata alle Politiche con la Lega e ora, per via di un riconteggio malandrino che potrebbe farle perdere il seggio, anche al Parlamento europeo.
Ma rimane l’impiccio di Verona e il doppio ricorso alla Consulta. E soprattutto rimangono negli annali le decisioni di Palazzo Madama tornate di attualità oggi che i sospetti di interessi impronunciabili abbiano fatto da sfondo all’attivismo emendativo del sottosegretario e senatore leghista Armando Siri, che rischia di terremotare politicamente il governo gialloverde. Ma cosa decise e perché il Senato nei confronti di Bonfrisco inseguita da un’inchiesta dal 2015 con l’accusa di aver favorito con interventi legislativi e l’organizzazione di incontri con vertici istituzionali l’imprenditore Gaetano Zoccatelli, direttore generale del Consorzio Energia Veneto? Grazie a una ampissima convergenza che va da Lega a Forza Italia, da Fratelli d’Italia al Pd è passata la linea della ferma autodifesa delle prerogative e dell’autonomia dei senatori che li pone al riparo da qualsivoglia iniziativa giudiziaria. Basta che ci sia di mezzo la loro funzione legislativa: persino l’eventuale impegno o accordo preso con terzi di presentare emendamenti ricade nella loro autonomia insindacabile. Tutte attività – ha certificato il Senato – che sono sempre lecite e non possono essere oggetto di giudizi diversi da quelli di natura politica rimessi al Parlamento e al corpo elettorale. A meno che la Consulta non batta un colpo.
Serraj: “L’Italia è con noi, ma altre potenze soffiano sulla guerra”
Fayez Serraj, il leader del governo di accordo nazionale libico, ha concesso un’intervista al Tg1, andata in onda ieri nell’edizione delle 20. “Il vostro Paese – dice Serraj – è stato da subito molto chiaro nell’indicare chi è l’aggressore e ci ha aiutato molto. Con voi abbiamo un rapporto privilegiato, sia politico che economico, e crediamo possiate avere un ruolo importante per fermare l’aggressione”. Si riferisce, chiaramente, a quella del generale Khalifa Haftar. “Eravamo vicini a un accordo con la conferenza di Ghadames – aggiunge Serraj – ma c’è stato un attacco alla democrazia, un golpe. Questo ha mandato tutto all’aria. C’è ancora la speranza che i libici si siedano attorno a un tavolo e trovino una soluzione alla crisi. Non importa quanto durerà la guerra, ci siederemo attorno a un tavolo per discutere della pace”. Serraj cita l’influenza di altri stati stranieri, pur senza citarli: “È molto chiaro che si tratta di una guerra per procura, c’è un’interferenza negativa di potenze straniere e abbiamo le prove. Chiediamo a questi paesi di fermarsi. Oggi in Libia ci sono 800 mila migranti. Solo 15-20.000 sono nei centri di detenzione. In migliaia puntano all’Europa, soprattutto ora e aumenteranno se la situazione peggiora”.
Rai, Salvini promette il tetto anche agli stipendi degli artisti
Stop agli stipendi faraonici nella tv pubblica. Matteo Salvini annuncia un ddl per porre un tetto ai compensi di artisti e conduttori in Rai, dopo il limite posto a 240 mila euro l’anno per dirigenti e giornalisti. Niente più compensi oltre il milione. “Agiremo con un tetto ai compensi, sopra il milione di euro non ci si deve arrivare più. Fazio ne prende tre (sono 2 milioni e 200 mila, ndr)! Ma non solo lui”, ha detto Salvini in un’intervista a La Verità. “Ci sono conduttrici da 2 milioni di euro l’anno, e non faccio il nome della Clerici perché non m’interessano i casi personali…”, ha aggiunto. Raccontando di aver incaricato della faccenda i deputati Capitanio e Morelli, e il consigliere di amministrazione Igor De Blasio.
La questione del tetto alle star è argomento sensibile a Viale Mazzini, anche per via delle deroghe. Su tutti Bruno Vespa, che percepisce 1 milione e 200 mila euro annui. Poi Fazio e altri. Deroghe giustificate col fatto che si tratta di programmi d’informazione e intrattenimento. L’ad Fabrizio Salini in Vigilanza, però, aveva escluso tetti agli artisti, perché “così si mette la Rai fuori dal mercato”. Ma Salvini vuole pure più facilità nel licenziare i dirigenti senza funzioni operative. “Non è possibile avere centinaia di dirigenti a 200 mila euro l’anno. Se qualcuno sta lì a innaffiare le piante, in Rai non lo puoi toccare fino alla pensione… ”, ha sottolineato il leader leghista. Le polemiche non mancheranno.
Matteo e la delfina di B. a cena: nel menu la fifa per la sanità lombarda
È stato il primo giorno dello scandalo Siri. Giovedì Santo, la scorsa settimana. Matteo Salvini e Licia Ronzulli hanno rinsaldato la loro amicizia politica a cena in un ristorante del centro di Roma, “Il Buco” che vanta specialità toscane. A riferirlo al Fatto è una fonte politica di primo piano. La notizia dell’incontro conviviale tra i due risalta ancora di più in questa fase politica di pre-crisi tra Lega e M5S. Ronzulli infatti è una senatrice di Forza Italia e da tempo è indicata come l’ambasciatrice azzurra presso il leader leghista ora vicepremier e ministro dell’Interno. Il loro rapporto non è mai venuto meno, neanche nei momenti più freddi tra il Capitano e l’ex Cavaliere. Non solo. Nel cerchio magico berlusconiano, la senatrice forzista, già eurodeputata, ha sostituito tre anni fa Mariarosaria Rossi nel ruolo di assistente del Presidente.
Contro di lei (e Niccolò Ghedini, l’avvocato tuttofare) da mesi va avanti la guerra interna della fazione campana e ferocemente anti-salviniana che fa a capo alla fidanzata di B., Francesca Pascale, alla stessa Rossi e finanche all’ambiziosa Mara Carfagna.
Delineato il contesto, Salvini la sera del 18 aprile ha affidato alla sua amica un duro sfogo contro gli alleati-contraenti di governo, i Cinquestelle, come scritto venerdì scorso da Alessandro De Angelis sulla versione italiana dell’Huffington Post ma senza specificare chi fosse l’interlocutore del vicepremier. In pratica, il ministro dell’Interno è stato tranchant con Di Maio e gli altri grillini: “Ne ho piene le palle”. Allo stesso tempo, al contrario degli spin leghisti che circolano in questi giorni, provenienti soprattutto dal versante del sottosegretario di Palazzo Chigi Giancarlo Giorgetti (altro protagonista politico dell’affaire Siri-Arata), Salvini avrebbe manifestato più di un dubbio sulla questione del voto anticipato in autunno, che ormai domina le conversazioni nei palazzi romani della politica.
Il nodo è il percorso, al netto di tutte le incognite economiche e finanziarie dal momento che per votare a ottobre bisognerebbe sciogliere le Camere in pieno agosto. Cioè: come arrivare alla rottura con il M5S? E poi, altro problema di non poco conto per un leader che vive solo di propaganda: conviene intestarsi la rottura facendo paventare agli elettori del cambiamento gialloverde un ritorno all’ancien régime del centrodestra?
Quello che è certo è che dopo la cena tra Salvini e Ronzulli è iniziata una nuova strategia di appeasement da parte di Forza Italia. È di ieri la direttiva berlusconiana ai parlamentari di FI di non attaccare più il ministro dell’Interno.
Nel menu della cena del Giovedì Santo non c’è stata solo la pre-crisi di governo. Abbastanza scosso dal caso Siri, il capo della Lega ha aperto una delicatissima parentesi sulla Lombardia, laddove Carroccio e berluscones governano insieme da quasi un quarto di secolo e in nome della sussidiarietà (il pubblico che lascia il passo al privato) si sono consumati nella sanità scandali su scandali, a cominciare da Formigoni per finire al leghista maroniano Rizzi arrestato appena tre anni fa.
Entrambi lombardi, Salvini e Ronzulli avrebbero fatto riferimento a una nuova inchiesta della procura di Milano di cui gli esponenti politici di quella regione vociferano da mesi. Ovviamente dal palazzo di giustizia non trapela nulla e quindi è tutto un fiorire di timori, soprattutto adesso che si è aperta una faglia profonda tra i due alleati. Viene in mente la “scossa” barese di dalemiana memoria a proposito degli intrighi a luci rosse dell’ex Cavaliere. Peraltro, il vicepremier, non teme solo per il suo partito. Nelle sue paure c’è un risvolto familiare: la sua ex moglie Giulia Martinelli, con cui è rimasto in ottimi rapporti, è la potentissima capo segreteria del governatore leghista Attilio Fontana. Vari i nomignoli che le hanno affibbiato per descrivere la sua influenza sugli atti e i provvedimenti del giunta di centrodestra: da zarina a lady Pirellone.
Per il leader della Lega questi non sono per niente giorni facili. Nonostante la Pasqua, per lui è ancora Quaresima e gli imprevisti possono peggiorare la situazione.
Autopsia di Imane, il pm smentisce: “Nessuna proroga”
“Proroga? Non ho concesso alcuna proroga ai consulenti, né i consulenti me l’hanno chiesta”. Così ha risposto, ieri sera, il procuratore aggiunto Tiziana Siciliano, interpellata dal Fatto Quotidiano dopo che le agenzie di stampa avevano battuto la notizia che gli esiti dell’autopsia sul corpo di Imane Fadil, attesi per il 26 aprile, erano invece rimandati di tre mesi: perché i consulenti della Procura di Milano, coordinati dal medico legale Cristina Cattaneo, avevano bisogno ancora di tempo per individuare i motivi della morte della principale testimone nei processi del bunga-bunga contro Berlusconi e le altre ospiti alle feste di Arcore dell’estate 2010. La smentita è secca: niente proroga, che non è stata né concessa, né richiesta. Tiziana Siciliano è titolare, insieme ai sostituti procuratori Luca Gaglio e Antonia Pavan, del fascicolo aperto per omicidio volontario dopo la morte, ancora misteriosa, di Imane, spirata il 1° marzo all’ospedale Humanitas di Milano. I medici non erano riusciti a individuare il motivo del decesso ed era stato ipotizzato un avvelenamento, anche perché alcuni esami avevano trovato nel corpo tracce di materiale radioattivo.