Dobbiamo ringraziare una persona che non c’è più, Gianluca Griffa”. Parole del procuratore capo di Potenza Francesco Curcio in conferenza stampa. Griffa fu dal 2011 al 2013 il responsabile produzione del centro oli di Viggiano. Ieri è stato arrestato l’ex responsabile del distretto meridionale dell’Eni Enrico Trovato (attualmente in servizio all’estero). È uno dei 13 indagati – insieme all’Eni stessa –dalla Procura di Potenza che ipotizza il reato di disastro ambientale per lo sversamento di un ingente quantità di petrolio che ha contaminato le acque sotterranee di un’area di 26 mila metri quadri intorno al centro oli di Viggiano. E con il suo arresto, acquista un ulteriore, sinistro, significato il suicidio di Griffo, un’ingegnere dalle origini piemontesi che lavorava nell’impianto lucano quando si tolse la vita in circostanze oscure, nel luglio del 2013, a Montà d’Alba (Cuneo). Aveva 38 anni. Il corpo fu ritrovato solo ad agosto, molti giorni dopo la scomparsa, e nei verbali si racconta che il borsello ed alcuni effetti personali furono spostati. Prima di suicidarsi Griffa lasciò dei memoriali all’attenzione dei carabinieri e della polizia mineraria – uno si apriva con la frase “in caso mi capiti qualcosa” – nei quali descriveva i problemi dei serbatoi di stoccaggio del greggio nell’impianto. Problemi che sarebbero stati alla base dell’inquinamento contestato dai pm.
La perdita fu scoperta “ufficialmente” nei primi mesi del 2017, quantificata in circa 400 tonnellate, ma sarebbe stata “a conoscenza del management Eni” da almeno quattro anni, si legge nelle 72 pagine dell’ordinanza del Gip Ida Iura, che ha vagliato le richieste dei pm Laura Triassi e Veronica Calcagno e del procuratore capo Francesco Curcio al termine di un’indagine dei carabinieri del Noe. Allegati all’ordinanza ci sono 14 pagine di estratti delle lettere di Griffa, rimaste per alcuni anni in un faldone della Procura di Cuneo che si occupò del suicidio, e poi acquisite dai magistrati lucani. In quelle lettere c’è la nascita dell’inchiesta. Griffa, oltre ad illustrare le lacune e la corrosione degli impianti che si riverberava anche sul calo della qualità della produzione, notato anche dalla raffineria di Taranto, spiegava che gli era “stato imposto di tacere” e che “nell’aria c’era un suo allontanamento”. In sostanza l’ingegnere anticipava due inchieste: quella sull’inquinamento nel Cova e quella del 2016 sulle estrazioni petrolifere, per la quale è in corso il processo. Diversi anni prima che esplodesse il caso, l’ingegnere si rivolse più volte ai vertici locali del centro oli, ma gli fu detto di “smettere di rompere – secondo quanto scrisse nel memoriale – e di credere di essere stato allontanato per questo motivo”.
In quelle carte scrisse anche che la compagnia “preferisce assumere giovani inesperti per poterli manovrare”. Griffa, secondo il gip di Potenza, “pur non essendo in possesso dei dati dei vertici e volutamente emarginato”, aveva cercato “soluzioni che, se eseguite, avrebbero scongiurato il disastro ambientale scoperto quattro anni dopo”. Il suo memoriale quindi “ha un alto valore probatorio” e “chiude il cerchio” sulle indagini che avrebbero dimostrato l’esistenza di una “precisa strategia, attuata a livello locale, ma certamente condivisa dai vertici di Milano” dell’Eni, per “nascondere i gravi problemi e le conseguenze che la corrosione aveva provocato, con condotte caratterizzate da una sconcertante malafede e spregiudicatezza”. Eni replica dichiarando “massima collaborazione con gli inquirenti” ma “ritiene di essere intervenuta tempestivamente per contenere e rimuovere la contaminazione”.