“Eni ha inquinato le falde sversando petrolio”

Dobbiamo ringraziare una persona che non c’è più, Gianluca Griffa”. Parole del procuratore capo di Potenza Francesco Curcio in conferenza stampa. Griffa fu dal 2011 al 2013 il responsabile produzione del centro oli di Viggiano. Ieri è stato arrestato l’ex responsabile del distretto meridionale dell’Eni Enrico Trovato (attualmente in servizio all’estero). È uno dei 13 indagati – insieme all’Eni stessa –dalla Procura di Potenza che ipotizza il reato di disastro ambientale per lo sversamento di un ingente quantità di petrolio che ha contaminato le acque sotterranee di un’area di 26 mila metri quadri intorno al centro oli di Viggiano. E con il suo arresto, acquista un ulteriore, sinistro, significato il suicidio di Griffo, un’ingegnere dalle origini piemontesi che lavorava nell’impianto lucano quando si tolse la vita in circostanze oscure, nel luglio del 2013, a Montà d’Alba (Cuneo). Aveva 38 anni. Il corpo fu ritrovato solo ad agosto, molti giorni dopo la scomparsa, e nei verbali si racconta che il borsello ed alcuni effetti personali furono spostati. Prima di suicidarsi Griffa lasciò dei memoriali all’attenzione dei carabinieri e della polizia mineraria – uno si apriva con la frase “in caso mi capiti qualcosa” – nei quali descriveva i problemi dei serbatoi di stoccaggio del greggio nell’impianto. Problemi che sarebbero stati alla base dell’inquinamento contestato dai pm.

La perdita fu scoperta “ufficialmente” nei primi mesi del 2017, quantificata in circa 400 tonnellate, ma sarebbe stata “a conoscenza del management Eni” da almeno quattro anni, si legge nelle 72 pagine dell’ordinanza del Gip Ida Iura, che ha vagliato le richieste dei pm Laura Triassi e Veronica Calcagno e del procuratore capo Francesco Curcio al termine di un’indagine dei carabinieri del Noe. Allegati all’ordinanza ci sono 14 pagine di estratti delle lettere di Griffa, rimaste per alcuni anni in un faldone della Procura di Cuneo che si occupò del suicidio, e poi acquisite dai magistrati lucani. In quelle lettere c’è la nascita dell’inchiesta. Griffa, oltre ad illustrare le lacune e la corrosione degli impianti che si riverberava anche sul calo della qualità della produzione, notato anche dalla raffineria di Taranto, spiegava che gli era “stato imposto di tacere” e che “nell’aria c’era un suo allontanamento”. In sostanza l’ingegnere anticipava due inchieste: quella sull’inquinamento nel Cova e quella del 2016 sulle estrazioni petrolifere, per la quale è in corso il processo. Diversi anni prima che esplodesse il caso, l’ingegnere si rivolse più volte ai vertici locali del centro oli, ma gli fu detto di “smettere di rompere – secondo quanto scrisse nel memoriale – e di credere di essere stato allontanato per questo motivo”.

In quelle carte scrisse anche che la compagnia “preferisce assumere giovani inesperti per poterli manovrare”. Griffa, secondo il gip di Potenza, “pur non essendo in possesso dei dati dei vertici e volutamente emarginato”, aveva cercato “soluzioni che, se eseguite, avrebbero scongiurato il disastro ambientale scoperto quattro anni dopo”. Il suo memoriale quindi “ha un alto valore probatorio” e “chiude il cerchio” sulle indagini che avrebbero dimostrato l’esistenza di una “precisa strategia, attuata a livello locale, ma certamente condivisa dai vertici di Milano” dell’Eni, per “nascondere i gravi problemi e le conseguenze che la corrosione aveva provocato, con condotte caratterizzate da una sconcertante malafede e spregiudicatezza”. Eni replica dichiarando “massima collaborazione con gli inquirenti” ma “ritiene di essere intervenuta tempestivamente per contenere e rimuovere la contaminazione”.

Siri presto dai pm Salvini scarica Arata: “Visto una sola volta”

Il sottosegretario leghista Armando Siri andrà presto dai pm. Tramite il suo legale, il senatore – indagato a Roma per corruzione – ha chiesto di rendere spontanee dichiarazioni. Sul giorno dell’interrogatorio c’è il massimo riserbo. Siri si è già detto estraneo ai fatti: mai ha ricevuto tangenti, tantomeno gli sono state offerte dall’imprenditore ed ex parlamentare forzista Paolo Arata. Dovrà spiegarlo ai pm Paolo Ielo e Mario Palazzi che lo accusano di aver asservito le proprie funzioni all’imprenditore Arata, tentando di promuovere provvedimenti regolamentari o legislativi che favorissero i suoi interessi economici. In cambio – secondo le accuse – avrebbe ricevuto la promessa e/o dazione di 30 mila euro.

Salvini e Arata jr: “Non ci vedo nulla di male”

Intanto Salvini – che su Siri non arresta – intervistato ieri da La Verità, è tornato anche sul contratto di consulenza con il Dipartimento programmazione economica per Federico Arata (figlio di Paolo) estraneo alle indagini. Salvini ha spiegato di non sapere che Federico lavorasse per Giancarlo Giorgetti, anche se “non ci vedo nulla di male”. Il Fatto ha chiesto conto più volte allo staff di Giorgetti chiarimenti: su come si sia arrivati a questa consulenza, se ci siano stati contatti con Arata padre. Non ci è stata data risposta, mentre è stato smentito che Arata senior avesse mai parlato con il sottosegretario della nomina di Siri. Proprio sull’imprenditore genovese ieri Salvini ha detto: “È venuto una volta a un convegno della Lega come esperto in energia, è l’unica occasione in cui l’ho incontrato”. Arata era intervenuto a un convegno della Lega a Piacenza. E quell’unico incontro con il “capitano” è bastato per rilanciare sui social con l’hashtag #Arata il video dell’intervento. E forse anche per stendere il programma del partito sull’energia. Circostanza che Salvini smentisce: “Fesserie”.

“Nicastri mi manchi”

I pm romani stanno passando al setaccio i contatti di Paolo Arata, anche con la politica. L’imprenditore intanto è indagato pure a Palermo per trasferimento fraudolento di valori con l’aggravante di aver favorito l’associazione mafiosa ed è ritenuto dai magistrati vicino a Vito Nicastri, il “re” dell’eolico, a sua volta – sempre secondo i pm – legato al boss Matteo Messina Denaro. Per la Dia “Nicastri è socio occulto” di Arata. “Io sono socio di Nicastri al 50%” dice Paolo Arata il 12 settembre 2018. Poi in un’altra conversazione del 22 gennaio 2019, parlando con il figlio di Nicastri dice: “(…) Tuo papà con i miei soldi si è comprato la cosa per sua moglie in Svizzera. (…) Tuo papà non aveva una lira e a un certo punto ha tirato fuori 200 mila euro”.

La Dia intercetta una conversazione tra Nicastri e Arata anche il 30 aprile del 2018.

Vito: Lavoro tutti i giorni per voi.

Paolo: E lo so, ma ci manchi!

V: Che devo fare Paolo, ci vuole un sacco di pazienza io ne ho tanta (…) Ingiustizie che non finiscono mai, ma che dobbiamo fare (…) almeno siamo a casa però (…).

P: Prima o poi la giustizia trionfa, eh, diciamo la verità.

Laura Ravetto e mamma Macron

Allons enfants de la Patrie! Laura Ravetto, pasionaria e ormai storica parlamentare di Forza Italia, ha regalato un’affettuosa definizione del presidente francese Emmanuel Macron: “Un figlio di p…”. Va dato atto alla nostra che non sapeva di essere ascoltata: è successo tutto in un fuori onda durante una pausa della trasmissione Mattino Cinque, mentre Ravetto stava conversando con il collega di Sinistra Italiana Nicola Fratoianni. Il filmato con l’insulto a Macron è stato scovato e mandato in onda ieri sera da Striscia la Notizia. Nello stesso video, peraltro, la forzista afferma di essere d’accordo con Fratoianni nella critica al governo italiano per la gestione dei soccorsi ai migranti in mare, ma quando la trasmissione riprende non ripete in pubblico le stesse considerazioni pronunciate in privato. In fondo Ravetto non ha mai fatto mistero di “non volere lezioni da uno che respinge le donne immigrate incinte a Ventimiglia”, come ha scritto la forzista su Twitter qualche tempo fa. Certo, da qui a insultare la mamma di Macron ce ne passa. Nemmeno Matteo Salvini era arrivato a tanto. L’ha definito “cinico”, “ipocrita”, “Napoleone”, “un signorino che eccede con lo champagne”. “Figlio di” però mai.

A Verona la Lega presenta una mozione contro il 25 Aprile

Divisi anche sul 25 Aprile. Il vicepremier Luigi Di Maio attacca duramente, senza fare nomi, il suo collega leghista Matteo Salvini: “Leggo che qualcuno arriva persino a negare il 25 Aprile, il giorno della Liberazione. Lo trovo grave. È curioso che coloro che oggi negano il 25 Aprile siano gli stessi che però hanno aderito al congresso di Verona, passeggiando mano per la mano con gli antiabortisti”. Il ministro dell’Interno infatti sarà a Corleone in Sicilia, “perché la Liberazione che ora serve al Paese è quella dalla mafia”. E se il sindaco di Verona, Federico Sboarina, definisce Di Maio “ossessionato” da Verona, la città un’altra volta è protagonista di una battaglia ideologica. Stavolta contro la resistenza. Il consigliere leghista, Andrea Bacciga, quello che si fece notare per il saluto fascista, ha presentato una mozione in cui il 25 aprile viene definito una “festa divisiva e unilaterale” e si chiede al Comune di impiegare i fondi destinati in genere alle celebrazioni (circa 5.000 euro) “non a manifestazioni esclusive della sinistra”, ma “a convegni storici” che analizzino “la guerra civile avvenuta prima del 1945”.

Il ministro dell’interno a sua insaputa

Caro direttore,

secondo molti osservatori, la recente comparsa su Facebook di una foto che ritrae il ministro dell’Interno con un’arma da fuoco automatica in mano rappresenterebbe una delle, sue, mosse per distrarre l’opinione pubblica dalle indagini su Siri.

Ebbene, lo spirito di questo blog è quello dell’indagine, anche scientifica, dei frutti dell’albero avvelenato della propaganda. Abbiamo così consegnato il reperto al Centro Studi del Blog che, in tempi rapidissimi, ci ha fatto prevenire un rapporto preliminare, non tanto sullo scopo, ma circa il contenuto di quell’immagine. Ve ne riportiamo un estratto.

Esame e analisi del reperto n 34/8b del gruppo di ricerca del Blog di Beppe Grillo.

Il reperto consiste in una fotografia del signor Salvini con un mitra in mano, vagamente incuriosito. Poco indietro, due soggetti: il secondo è lo spin doctor del Salvini (lo stesso che ha pubblicato la foto). Si tratta di una immagine che mette insieme lo spirito paesano sagreste e agreste, tipico della Lega, con quello della “modernità politica”. Cioè la presenza dello stesso spin doctor laureato in filosofia, presumibilmente più intelligente del politico di cui si occupa.

In generale: Salvini con un mitra in mano è uno sviluppo di Salvini vestito da poliziotto o altra forza armata. Nulla quindi di nuovo cuoce in pentola. In particolare: se teniamo conto del fatto che la foto è un’iniziativa del garzone mediatico, qualcosa resta da dire, e non di scarso momento.

Il garzone social-mediatico sa che il suo soggetto vive un forte senso di inadeguatezza: uno che diventa ministro dell’Interno in Italia – regno della criminalità organizzata – ma parla solo di immigrati, ovviamente ha paura delle vere sfide che il ruolo gli porta a competenza. In questo particolare aspetto ha dalla sua quasi tutto il popolo italiano, abituato a fingere di non sapere che Mafia, Camorra e ’Ndrangheta esistono anche se il ministro dell’Interno non ne parla.

Il Paese convive con questi fenomeni da moltissimo tempo e non vuole “fare l’eroe”, ma neppure ci tiene a essere rappresentato come codardo. 
Conclusioni. Probabilmente l’assistente mediatico in questione è l’unico a ricordarsi che il Matteo è ministro, in particolare dell’Interno, e coglie appena può l’occasione per appendere un paio di attributi finti al Carroccio, in linea con moltissima parte del popolo italiano: non vedere ma ostentare, non sapere ma parlare.

“Una sagra della polenta vi distruggerà” è il motto di questa immagine destinata, ne siamo certi, a passare alla storia.

I colloqui di Zingaretti con Mattarella: “Il Pd non appoggerà nessun governo”

“Da qualche tempo siamo su un piano inclinato che ci conduce verso una direzione già scritta: il rischio di una futura alleanza con il M5S”. Luciano Nobili, pasdaran renziano, deputato dem della mozione Giachetti-Ascani consegna a un post Facebook, il sospetto numero uno di quel che resta nel Pd del fu Rottamatore.

In realtà, il “piano inclinato” si infrange contro la volontà dei vertici del Nazareno. Contrario a un accordo con i Cinque Stelle è soprattutto il presidente del partito, Paolo Gentiloni. Mentre il segretario, Nicola Zingaretti, ha detto più volte pubblicamente che dopo i gialloverdi ci sono le elezioni. Anche se continua a dire che “in Italia non c’è più un governo”. Prima e dopo la sua elezione alla guida dei Dem, ha avuto svariate interlocuzioni con Sergio Mattarella e con i suoi consiglieri. E dopo le primarie, l’8 marzo, è anche stato ricevuto al Quirinale.

Il messaggio che ha fatto arrivare al presidente della Repubblica è stato che il Pd non ha intenzione di appoggiare alcun governo. Non fosse altro che perché non ne ha la forza: a Palazzo Madama, il partito conta 52 senatori, tra i quali alcuni ancora fedelissimi di Renzi.

L’ipotesi che circola di più nei palazzi della politica vuole che in caso di caduta del governo gialloverde, magari dopo le elezioni europee, Mattarella sarebbe pronto a sciogliere le Camere. Ma non prima dell’approvazione della manovra, che a questo punto toccherebbe a un governo tecnico.

Zingaretti ha fatto sapere al Colle anche che non voterebbe da solo un esecutivo tecnico. E infatti, allo studio ci sono una serie di ipotesi economiche per salvaguardare almeno in parte Reddito di cittadinanza e Quota 100.

Nel frattempo, però, c’è anche chi spinge nel Pd per verificare ancora se c’è una possibilità di un asse con il Movimento. Prima di tutto, Goffredo Bettini, che, essendo stato il primo artefice della vittoria di Zingaretti, non è personaggio secondario. E poi, Dario Franceschini, che era stato quello che aveva provato per primo a verificare questa possibilità dopo il 4 marzo. Va detto che se mai si verificasse uno scenario come questo, la prima conseguenza sarebbe l’uscita della minoranza. Renzi è sottotraccia ormai da settimane. Ma un asse con i cinquestelle è il casus belli che potrebbe portarlo a fare quel partito, di cui tanto si è parlato e che resta sempre il piano di riserva.

Ripicche, finte e troppa tattica. L’ultima sfida sull’addio di Siri

Ora i due vicepremier che non si salutano più giocano pesante, giocano a chi ha meno paura di andare alla crisi, anche se tutti e due dicono di non volerla, per carità. Ed è (anche) il banale gioco del cerino, che più di strategia politica sa di dispetto da scuola media. Tanto il clima spesso è quello, “ormai ci scambiamo vaffa ogni giorno” come riassume un’alta fonte di governo. E dietro alla rissa continua tra Luigi Di Maio e Matteo Salvini c’è sempre lui, Armando Siri, che ormai non è più solo un sottosegretario. Piuttosto è il campo su cui misurarsi, la questione che da morale è diventata anche personale tra i due, che oltretutto ne devono rendere conto ai rispettivi partiti per mostrarsi ancora capi. Ed è la vera partita fuori e dentro il Consiglio dei ministri, quello al quale Salvini meditava di non partecipare, disertando assieme a tutti i suoi ministri, e al quale invece la Lega si presenta a ranghi completi. Come a marcare la differenza con il Di Maio che se ne sta lontano da Palazzo Chigi a registrare un’intervista a Di Martedì.

Pensava a un Carroccio ridotto ai minimi termini, a un Salvini sicuro assente, ergo ha creduto alla finta del coinquilino “che invece all’ultimo momento ha preso appositamente un aereo” ringhia un grillino. E così a Cdm ampiamente iniziato il capo del Movimento appare in riunione, come a mostrare che non ha paura del corpo a corpo. E comunque la sua carta l’aveva calata già ore prima, con le quattro domande al Carroccio sul caso del sottosegretario indagato per corruzione, piazzate come uno schiaffo dal blog delle Stelle: “Quali sono i reali rapporti tra Siri, la Lega e Paolo Arata? Perché Siri ha presentato più volte delle proposte, sempre bloccate dal M5S, per incentivare l’eolico? Perché Siri si è contraddetto, cambiando versione più volte? Giorgetti sapeva che era figlio di Arata e dei rapporti del padre con Nicastri”. E “il chiarimento”, sentenzia il post, “è necessario e non più rinviabile”.

E la traduzione, spiegano dal Movimento, è che “noi non abbiamo paura di andare alla crisi di governo sul caso Siri, il sottosegretario si deve dimettere”. Il mantra che per tutto il giorno le cosiddette “fonti del Movimento” ripetono sulle agenzie, “le dimissioni sono necessarie”. Così chiedevano diversi veterani che nelle ultime ore hanno esortato Di Maio a tenere alta l’asticella sul caso, a non tergiversare “perché dobbiamo far vedere a Salvini che abbiamo le mani libere, che non siamo incollati alle poltrone”. E non a caso in mattinata un big come il presidente dell’Antimafia Nicola Morra, non proprio un dimaiano, ad Agorà aveva sventolato la bandiera dell’intransigenza a qualunque prezzo: “La permanenza nel governo di Siri è intollerabile, si dovrà sperare in una presa di coscienza da parte della Lega. Qualora questa non ci sia si può far bene in tanti altri ruoli, non necessariamente con un esecutivo che manda messaggi incoerenti”. Un messaggio soprattutto interno, al capo. E forse vale anche per il premier Giuseppe Conte, troppo attendista a detta di tanti ortodossi (e non) del Movimento. E a cui Di Maio ricorda: “Mi auguro che l’incontro con Siri avvenga il prima possibile. Nessuno vuole tirarlo per la giacca ma io chiedo a tutto il governo, anche al premier, di invitare Siri a dimettersi”.

Però Salvini non arretra: “Siri per ora resta al suo posto”. E quel “per ora” forse conta, forse no. Mentre la partita vive di altre finte e di retroscena molto presunti. Con il M5S che tira in mezzo il Colle, racconta “dell’ira di Mattarella” e dal Quirinale precisano subito che si tengono ben lontani dalla faccenda. “Tra me e Salvini non c’è nessuna ripicca e non ci facciamo i dispetti” giura senza crederci Di Maio a Di Martedì, mentre il leghista esce dal Cdm per dire che il salva-Roma va stralciato e che “l’eolico era nel programma del M5S”. Poi torna dentro. E siamo oltre i dispetti. Ma tanto l’altro vicepremier insiste: “Nessuno vuole aprire la crisi, ma Siri non può restare lì”. Perché sul sottosegretario Di Maio si gioca non solo il governo, ma anche l’identità e la compattezza del suo Movimento, dove tanti chiedono di non violare (più) i codici fondanti perché già sul caso Diciotti l’abiura è stata sanguinosa. Salvarono Salvini, i 5Stelle, ma Siri no, non si può. E non può essere una finta.

Via il Tagliadebiti di Roma. I gialloverdi ai ferri corti

Sulla norma “taglia debito” di Roma, su cui va in scena l’ennesima crisi gialloverde, si finisce con una lite fino a notte fonda e l’ipotesi di un nuovo rinvio. Ma l’ultimo strappo si consuma con un blitz di Matteo Salvini che travolge i 5Stelle e fa infuriare il premier Giuseppe Conte prima ancora che inizi il Consiglio dei ministri che deve ridiscutere il decreto Crescita, approvato il 4 aprile e continuamente riscritto. A beneficio dei telegiornali, il leghista si presenta a Palazzo Chigi mezz’ora prima della riunione, slittata dalle 18 alle 20, quando per i 5Stelle ci sono solo tre ministri. Poco prima dell’inizio scende in fretta per dettare alle telecamere: “Il ‘salva Roma’ non ci sarà. Lo stralcio è stato deciso con chi c’è. Quando si discute di crescita è sempre meglio esserci…”. Un’allusione all’assenza annunciata di Luigi Di Maio. Passa meno di un’ora, e il leader M5S è costretto a precipitarsi al Cdm, rallentato, dice, da una intervista a di Martedì (La7). I leghisti sono già dentro al completo. I 5Stelle sono invece falcidiati dalle assenze. Il ministro dell’Economia Giovanni Tria pubblicamente non spende una parola su una norma che pure difende nella riunione. Così il testo si discute in un Cdm anomalo: 7 ministri leghisti, 4 grillini, più Conte e il ministro degli Esteri Moavero Milanesi. Una débâcle nel caso, assai raro, che si arrivi al voto. La discussione si prolunga per ore. Lega si impunta e si arriva allo scontro. “Matteo se vuoi colpire i romani fai pure, te ne assumi la responsabilità”, sbotta a un certo punto Di Maio, che non si aspettava lo sgarbo pubblico del leghista. Anche il premier non nasconde l’irritazione per il blitz a favore di telecamere. Lo scontro va avanti fino a notte fonda, mentre filtra l’ipotesi di un rinvio a oggi.

La gestione dilettantesca – con l’approvazione di testi in bianco in spregio ai regolamenti di Palazzo Chigi – oscura un provvedimento su cui si combatte una battaglia mediatica che nulla ha a che fare col contenuto. Il testo, studiato dalla viceministra all’Economia Laura Castelli (M5S), doveva essere inserito nel decreto in accordo col Tesoro (anche gli esponenti leghisti in Via XX Settembre erano favorevoli). In estrema sintesi riguarda il debito storico di Roma, circa 12 miliardi “teorici”, trasferito nel 2010 dal governo Berlusconi a una gestione commissariale per salvare la giunta Alemanno.

È alimentata ogni anno da 500 milioni pubblici: 300 li mette il Tesoro, i restanti 200 arrivano da Roma, con un’addizionale Irpef al 9 per mille e una tassa sui voli in partenza dagli aeroporti della Capitale. Il grosso del debito è formato da un prestito obbligazionario (Boc) emesso tra il 2003 il 2005: 1,4 miliardi con scadenza 2048 a un interesse stratosferico (il 5,34%, 78,8 milioni l’anno) che porta l’esborso totale a 3,6 miliardi. Per un disallineamento tra incassi e pagamenti la gestione commissariale sarebbe andata in crisi di liquidità dal 2022. E così la norma permette allo Stato di accollarsi nominalmente il prestito per rinegoziare con le banche (Intesa e Dexia soprattutto) condizioni migliori. La norma ha impatto zero per le casse dello Stato, perché il ministero dell’Economia sconterebbe il costo degli interessi (78,8 milioni annui) dai soldi che versa alla gestione commissariale. La scommessa della giunta Raggi è che invece il restante debito commerciale che resta alla gestione commissariale alla fine si rivelerà più basso, permettendo di risparmiare (secondo stime) 2,5 miliardi al 2048 e tagliare, magari nel 2021, alla vigilia delle elezioni comunali, l’addizionale Irpef dei romani, che è la più alta d’Italia.

Da giorni, complice il caso Siri, Salvini ha deciso di presentare la norma come un favore alla giunta M5S a spese dello Stato. Ha annunciato che l’ok potrà arrivare solo con misure ad hoc per tutti i comuni. Gli uffici della Castelli, che lunedì ha incontrato gli amministratori dei Comuni metropolitani, sono già al lavoro su diverse misure. Una di queste, la possibilità per i Comuni che hanno già varato piani di riequilibrio prima del 2019 di spalmare in 20 anni i costi del debito sarebbe dovuta finire nel testo (riguarda una trentina di comuni, tra cui spicca Reggio Calabria). Per le altre misure (possibilità di rinegoziare i mutui con Cassa Depositi e Prestiti, sospensione per due anni delle rate etc.) sarebbe rientrata in un pacchetto in fase di conversione del decreto perché servono coperture e l’accordo di banche e Cdp. La linea di Salvini, invece, è che tutto deve finire in un provvedimento unico.

Il resto del decreto Crescita è ormai chiuso con le misure annunciate. La più rilevante è la norma che permette al Tesoro di entrare col 15% nella nuova Alitalia, convertendo in capitale gli interessi del prestito ponte pubblico, la cui scadenza del 30 giugno viene eliminata (lo Stato rivedrà ben poco di quei soldi). Entrano anche le modifiche studiate da Tria alle norme per rimborsare i truffati delle banche con il doppio binario (rimborsi diretti ai meno abbienti fino a 200 mila euro, e arbitrato semplice per gli altri). Sul fronte Enti locali arrivano 600 milioni ai Comuni da spendere entro ottobre e un nuovo condono sotto forma di rottamazione per multe e tasse locali.

Le misure per le imprese arrivano ridimensionate, dal taglio dell’Ires sugli utili accantonati e alla deducibilità dell’Imu sui capannoni. Torna invece l’iper ammortamento sui beni strumentali. Resta in dubbio la norma che pone fin all’immunità penale per i vertici dell’ex Ilva. In sostanza, un decreto, al netto del capitolo enti locali, da mezzo miliardo. Che nel 2019, per stessa ammissione del governo, avrà scarso impatto sulla crescita.

Liberisti coi soldi altrui

Uffa, che barba, che noia. I radicali e i loro seguaci, anche strumentalizzando la scomparsa del nostro carissimo nemico Massimo Bordin, hanno ricominciato a piangere. Il chiagni e fotti è il loro sport preferito, che rende petulante e insopportabile ogni loro battaglia, anche la più nobile. Sempre lì a lacrimare contro il “regime”, di cui fanno parte integrante da cinquant’anni. Non chiedono mai per favore: pretendono, anzi esigono, come se tutto fosse loro dovuto, dalle amnistie alle svuota-carceri ai soldi per Radio Radicale. E, quel che è bizzarro per dei soi disant “liberisti e libertari”, lo esigono dallo Stato “illiberale e partitocratico” contro cui si scagliano dalla notte dei tempi. L’ultima loro battaglia meritoria fu il referendum (vinto, anzi stravinto e subito tradito) del 1993 per abolire il finanziamento pubblico dei partiti: noi, ingenuamente, pensavamo che comprendesse il finanziamento pubblico agli organi di partito. Invece no: Radio Radicale fa sempre eccezione. Infatti costa ai cittadini una media di 14 milioni di euro all’anno, in virtù di due diverse fonti di finanziamento: una (circa 4 milioni l’anno) dal Dipartimento editoria di Palazzo Chigi per le “fonti d’informazione di interesse generale”; l’altra (una decina di milioni l’anno) dal ministero delle Poste (ora assorbito dallo Sviluppo economico), in seguito a una convenzione stipulata da Pannella con l’allora ministro Tatarella, sotto il primo governo Berlusconi (regolarmente appoggiato da Pannella, Bonino & C.), poi sempre rinnovata dal centrosinistra (regolarmente appoggiato da Pannella, Bonino & C.).

Il refrain dei radicali è che la loro non è una radio di partito, anzi sarebbe un “servizio pubblico”. Può essere: ma lo stesso potrebbe sostenere una qualsiasi emittente dedita all’informazione. Tipo Sky o La7: che facciamo, diamo soldi pubblici pure a loro? Anche noi del Fatto abbiamo la presunzione di svolgere un servizio pubblico: informare senza padroni. Ma non ci sogniamo di chiedere soldi allo Stato, anzi siamo nati quando molti altri li incassavano e li abbiamo sempre rifiutati per difendere la nostra indipendenza. E seguitiamo a respingerli, diversamente da concorrenti che non esisterebbero se, con vari escamotage, non prelevassero fior di milioni dalle tasche di chi non li legge. Lo stesso ci attenderemmo dai “liberisti” radicali, che invece son tornati a piagnucolare e battere cassa sotto Palazzo Chigi col cappello in mano. Anche senza dirci “liberisti” prima e dopo i pasti, ci piace farci giudicare dalla capacità di stare sul mercato dell’informazione.

Chi ha dei lettori, o dei telespettatori, o dei radioascoltatori sopravvive; chi non ne ha chiude. Si dirà: Radio Radicale trasmette le dirette delle sedute parlamentari. Vero, è un obbligo previsto dalla convenzione con le Poste. Ma ormai ha poco senso: lo stesso servizio, in video, già lo svolge la Rai, che paga profumatamente (con i soldi del nostro canone) le riprese esterne. Allora si dice: Radio Radicale segue da decenni i principali processi giudiziari e ha accumulato un archivio unico e prezioso. Verissimo, onore al merito. Anzi, sarebbe un peccato se l’archivio andasse disperso: fossimo nei vertici Rai, lo acquisteremmo per metterlo gratuitamente a disposizione del pubblico; e creeremmo un analogo canale audio-video per proseguire anche quel servizio.

Ciò detto, come ogni emittente privata, Radio Radicale fa lavorare i giornalisti vicini al Partito radicale, non certo scelti con pubblici concorsi (come deve fare ogni “servizio pubblico”); e in questi anni non ha trasmesso solo dibattiti parlamentari, processi e rassegne stampa, ma anche interminabili comizi di Pannella, Bonino & C. contro i loro avversari politici, il cui interesse pubblico sfugge ai più. Come sfugge ai più il servizio pubblico reso dai vari Taradash. Ora non si capisce perché mai i 5Stelle (la Lega non cambierebbe nulla nemmeno sui fondi all’editoria), dopo aver sempre promesso l’abolizione dei soldi pubblici a testate private e raccolto anche su questo il 33% dei voti, dovrebbe rimangiarsi tutto per fare un’eccezione su Radio Radicale. Né si comprende il senso degli appelli per “salvarla dalla chiusura”. Come se il sottosegretario all’Editoria Vito Crimi avesse deciso di chiuderla per “spegnere una voce scomoda” (certo, come no). Radio Radicale può continuare le trasmissioni, in parte meritorie e in parte opinabili o detestabili (come quelle di ogni testata), finanziandosi da sé. Anziché promuovere appelli al governo per continuare a farla pagare dai cittadini, i gruppi Repubblica-Espresso e Cairo-Corriere hanno mezzi sufficienti per finanziarla e pure per comprarsela: il segnale – uno dei migliori su piazza, come Radio Maria – costa 3,7 milioni l’anno. Perché non lo pagano loro? In Rete è molto diffuso l’autofinanziamento collettivo (crowdfunding), con cui si sostengono in tutto il mondo molte nuove realtà d’informazione indipendente. Invece degli appelli al governo, delle mobilitazioni retoriche di Federazione della stampa e intellettuali vari, degli alti lai per la libertà di stampa minacciata, dei soliti strilli della Bonino per “l’insofferenza dei gialloverdi alla libertà di espressione”, del diktat dell’Agcom (ma che diavolo c’entra?) e degli scioperi della fame, basta aprire una sottoscrizione e cominciare a raccogliere fondi. Gli ascoltatori non sono moltissimi (l’ultima rilevazione del primo semestre 2014 ne dava 275 mila al giorno, oltre il doppio di Radio Padania). Ma, se ci tengono tutti davvero, possono pagare un abbonamento annuale, come fanno tanti lettori del Fatto e di altri giornali. Tra i firmaioli ci sono editori e scrittori piuttosto facoltosi: perché non mettono mano al portafogli?

Teardo, dolori e luci vengono da un libro

Ispirato dalla lettura de Il dolore è una cosa con le piume dello scrittore inglese Max Porter, il compositore Teho Teardo è tra le righe di questo romanzo che trova uno spazio infinito per dare sfogo alla propria libertà creativa. Il suo ultimo disco Grief Is The Thing With Feathers, infatti, nasce proprio mentre legge quelle pagine caratterizzate da una sofferenza indicibile che travolge e stordisce. Dopo la morte della moglie, un uomo rimasto solo con i due figli, deve fare i conti con un tempo che pare essersi fermato e con un dolore ingombrante come una presenza. Fino alla visita inaspettata di uno strano personaggio, con le sembianze di un corvo, che aiuterà i protagonisti del romanzo a dare un senso a un evento così terribile. E gli otto brani composti da Teardo sono sorprendentemente evocativi: hanno dentro la luce e l’oscurità con tutte le loro gradazioni confuse in uno stato di grazia, che suggella i motivi di Porter, offrendo in un’unica espressione la gioia e l’assuefazione alla malinconia del vivere quotidiano.