Homecoming, non chiamatela solo Beyoncé

Definire “epocale” il concerto di Beyoncé al festival di Coachella dell’anno scorso – ribattezzato “Beychella”, tanto per capirci – è peccare di understatement. Così come è limitativo considerare la trentasettenne afroamericana una “cantante” come le altre. Quello della signora Knowles-Carter è ormai un progetto artistico totale, la sua una visione onnicomprensiva nella quale gli aspetti visuali, coreografici, teatrali e – diciamolo senza mezzi termini – politici sono importanti tanto quanto le canzoni. Per rendersene conto, non si avesse già avuta la rivelazione sulla via di Damasco con lo streaming in tempo reale o magari con l’album Lemonade di tre anni fa, basta tuffarsi nell’incredibile son et lumière di Homecoming, doppia uscita che celebra appunto la Beyoncé regina del Coachella (dove per la prima volta si è vista una headliner donna e nera).

È stato infatti pubblicato l’album che ripropone integralmente il concerto (due concerti, in realtà), preceduto dall’apparizione su Netflix dell’omonimo film-documentario. Inevitabile partire da quest’ultimo per ricreare l’esperienza completa. Beyoncé entra in scena come un’ imperatrice, annunciata da rulli di tamburi e sbandieratori, ma dopo un breve stacco eccola in hot pants e felpa arancione da studentessa di college in mezzo a un centinaio di ragazze e ragazzi vestiti come lei: sono ballerini e ballerine, coristi e coriste, musicisti e musiciste in stile jazz-marching band. Tutti e tutte rigorosamente black. Lo spettacolo toglie semplicemente il fiato: imponente e studiato in ogni singolo dettaglio e in ogni singolo secondo – le immagini di backstage che raccontano la marcia di avvicinamento, durata un anno, danno un’idea del pesantissimo training psicofisico a cui si sono sottoposti l’artista e la sua crew – è una celebrazione fantasmagorica, circense, torrenziale e a tratti sinceramente commovente dell’afro-americanità. Con doverosi omaggi a Toni Morrison, Nina Simone, Maya Angelou e altre rappresentanti di quell’orgoglio nero e femminile che oggi ha come simbolo, inevitabilmente, una artista chiamata Beyoncé Knowles-Carter.

“I trapper? Pure il mio salumiere allora sa cantare”

“La mia musica è biologica, coltivata in modo naturale, senza concimi chimici. E se viene un poco storta non me ne fotto”. Così descrive la propria musica Enzo Gragnaniello, che il 26 aprile prossimo torna con un nuovo album, Lo chiamavano vient’ ‘e terra (Arealive, 2019). “Era il nome con cui mi chiamavano da bambino – spiega il cantautore napoletano – quando per i vicoli di Napoli, con i miei amici, correvamo come il vento buttando a terra tutto ciò che trovavano sulla nostra strada”. La canzone che dà il nome al disco è la più autobiografica che Gragnaniello abbia mai scritto. Per la prima volta l’artista napoletano racconta di quando a 15 anni scappò a Milano, vivendo per strada. La stessa strada che lo porterà in galera per aver rubato un’auto, fino all’incontro con la chitarra e il suo primo amore, Rosetta. Una musica che potremmo definire quasi religiosa, sciamanica, per l’approccio spirituale e la sua inconfondibile voce: una sorta di preghiera laica, un balsamo per le sofferenze. Dodici canzoni tra cui due in lingua italiana, “Cara”, dove dialoga con il trombone di Michele Jamil Marzella, e “Ancora in me”, in cui il sapore della classica napoletana rivive nel mondo popolare e rock, grazie anche alla mandolina di Piero Gallo, che caratterizza il suono scarno ed essenziale del cantautore sciamano. L’ennesimo disco autoprodotto. “Sì, ho bisogno di sentirmi libero da tutti e da tutto – continua il cantautore – per realizzare esattamente ciò che ho in testa”. Enzo Gragnaniello è un artigiano delle parole, le cerca, le modella per poi sussurrarle come in “Mmano ‘o tiempo”, il brano che apre l’album e, “Si tu me cunusciss’”, canzoni in cui le melodie sono pennellate blues. “Nun c’è bisogno” è una moderna filastrocca popolare che ci ricorda l’importanza del sentimento. Poi c’è “Povero munno”, già cantata dall’amico sassofonista, James Senese. Nel brano “Gli uomini ego”, invece, racconta di come l’io sia capace di creare l’illusione di farti sentire più furbo degli altri. “Questo accade quando non siamo connessi con la parte più vera di noi stessi, l’anima”, spiega Gragnaniello. Per il cantautore napoletano è tutto legato, anche “ ‘A delinquenza” è un’illusione della materialità, “Non tiene speranza, sta dentro la miseria e dentro la ricchezza”. L’album si chiude con, “Tiempo ‘e veleno”, un brano dedicato al dramma dello smaltimento dei rifiuti tossici, tratto dal film, Veleno, con Massimiliano Gallo e Luisa Ranieri.

Cosa pensa della musica che gira in radio? “Oggi sento troppa vanità e poca anima, come i trappani (come scherzosamente chiama i trapper) – in napoletano persona rozza, ignorante che veste male – così possono cantare tutti anche il salumiere sotto casa mia mentre taglia la mortadella”. (sorride). Come nascono le sue canzoni? “Io non faccio nulla, è la musica a venirmi a cercare”.

Prontuario per fare bella figura nella Giornata del Libro

A cosa servono i classici, oltre ad arredare la libreria di casa? A conversare, a brillare nei salotti, a cuccare: amici, colleghi, vicini, parenti, serpenti. Oggi soprattutto ché è la Giornata mondiale del libro: l’Unesco la celebra dal 1996 ogni 23 aprile in omaggio a Cervantes, de la Vega e Shakespeare (morti in questa data). Per non sfigurare è utile spulciare lo zibaldone di Katharina Mahrenholtz e Dawn Parisi: Scrittori!, una “bussola” per orientarsi in letteratura, con tavole sinottiche, biografie, riassunti, citazioni e “dritte per fare conversazione”. Eccone un prontuario.

Chiacchiere da bar. Facile solleticare gli amici di merende con aneddoti cronachistici, tipo le censure imposte a Twain per aver utilizzato la parola “negro” 219 volte in Huckleberry Finn. Quanto alla trama di Otello, tutta colpa di “un fazzoletto, che causerà un omicidio suicidio”. Il dottor Faust? Un “esaurito”, mentre di Dostoevskij “la vita è come un romanzo russo”.

Un tè con la zia. Per titillare la curiosità di vecchie bacchettone bisogna ricorrere a: 1. Pettegolezzi; 2. Morti. Punto 1: i Buddenbrook vendettero pochissime copie perché troppo cari e traboccanti di cattiverie e delazioni sugli abitanti di Lubecca. Perciò i librai si arricchirono con opuscoli dettagliati su “chi era chi”. Punto 2: snocciolare l’elenco di scrittori suicidi, e come e perché. Tenere per ultimo le morti assurde, tragicomiche, come quella di Margaret Mitchell, investita da un’auto, e Tennessee Williams, soffocato dal tappo del collirio. O dello spray nasale. A scelta.

Una canna in compagnia. Arthur Conan Doyle prima fece del suo Holmes un drogato irredimibile, poi – quando la cocaina e la morfina “caddero in discredito” e furono considerate stupefacenti pesanti – lo ripulì da capo a piedi, senza manco un rehab. Poe era un “bevitore trimestrale”; Kerouac invece batté a macchina Sulla strada in sole tre settimane. Aveva due validi alleati: caffè e benzedrina. Capitolo fumo: i sigari Montecristo prendono il nome dall’omonimo romanzo di Dumas. Pare che nella fabbrica cubana, durante la lavorazione, il libro venisse letto ad alta voce.

Amici di Greta. Raccontare subito che James Bond è il nome di un ornitologo: Fleming era un patito di birdwatching . Se la conversazione dovesse cadere su combustione, Co2 e altre menate ricordare che tra i libri risparmiati nel rogo del Don Chisciotte c’è l’Orlando furioso: Cervantes era un fan di Ariosto. Il nome della rosa, infine, fu emendato nel 2012 da alcuni ortaggi: non per vendetta contro i vegani ma perché nel Medioevo non esistevano zucche e peperoni.

Riunione di lavoro. Per suggerire garbatamente ai colleghi di cambiare mestiere elencare il secondo lavoro di rispettabili autori: Faulkner impiegato postale; Doyle oculista; Grass scalpellino; King custode; Ringelnatz espositore di serpenti presso il duomo di Amburgo. Poi stordire l’addetto al business plan con una serie di numeri e soldini: bestseller da 200 milioni di copie (Racconto di due città di Dickens); saghe da 150 milioni di copie (Il signore degli anelli di Tolkien); premi da 125 mila euro (Pulitzer); blasoni da 10 euro (Goncourt), ma tanto conta il blasone.

Pranzo di famiglia. Per colpa di Dickens ci tocca festeggiare il Natale con i parenti. Grande esempio d’amore per il figlio lo diede il signor Pincherle, pagando ad Alberto (Moravia) la pubblicazione de Gli indifferenti. Viceversa, paragonare i cugini malandrini al signor Miller (Henry), che di mogli ne ebbe cinque, più svariate amanti. L’omonimo Arthur, al confronto, era un pacioccone: ebbe solo tre matrimoni, di cui uno con Marilyn.

Primo appuntamento. Sciorinare alternativamente titoli di “libri per romantici” (come il “romanzo e-mail” Le ho mai raccontato del vento del Nord di Daniel Glattauer), amicizie fraterne (Peter Handke e Wim Wenders, Turgenev e Tolstoj) e coppiette celebri: Rame e Fo tra gli etero; Stein e Toklas tra le lesbiche.

Stop alla conversazione. Per zittire tutti c’è Proust, il classico dei classici, il nevrotico vissuto per 14 anni allettato, poi morto di polmonite per distrazione: era uscito di casa col raffreddore. Oggi, tra l’altro, ricorrono i cent’anni del Goncourt per All’ombra delle fanciulle in fiore: la Francia lo celebrerà con le Printemps Proustien… Se l’interlocutore non si è ancora scocciato, annoiato, addormentato, ricorrere alle maniere forti: leggergli la Recherche. Basta l’incipit: “Per molto tempo sono andato a letto presto la sera”. Arrivederci e grazie.

Roma e Napoli: donne accoltellate dai compagni

Accoltellataper motivi di gelosia: è successo a Roma, nel quartiere Eur, nell’alba della giornata di Pasqua. Vittima dell’aggressione, una donna romana di 39 anni, che dopo una lite animata ha ricevuto un fendente al collo dal marito, con un coltello da cucina. È riuscita a chiedere aiuto ed è stata prontamente soccorsa dai Carabinieri, che l’hanno condotta all’Ospedale San Camillo dove è stata sottoposta ad intervento chirurgico per “ferita laterocervicale profonda, seguita da abbondantissima emorragia”. Il marito è stato portato in carcere a Regina Coeli, a disposizione dell’autorità giudiziaria.

È stato immediatamente accertato il buono stato di salute dei tre figli che erano nella camera da letto. E un copione drammaticamente simile si è ripetuto a Napoli, dove un 26enne è stato arrestato per aver accoltellato alla gamba la compagna incinta. Si è proceduto immediatamente al ricovero della donna nell’ospedale Cardarelli, mentre il 26enne è stato arrestato e portato nel carcere di Poggioreale in attesa del rito per direttissima.

Per la ricostruzione lenzuola alle finestre: i fondi ci sono, è la burocrazia a bloccare tutto

Lenzuola bianche appese alle finestre delle case di Norcia in segno di protesta per lo stallo della ricostruzione post-terremoto. L’iniziativa è del Comitato Rinascita Norcia che denuncia il rischio spopolamento e abbandono delle frazioni per i danni provocati dalle scosse del 30 ottobre 2016.

“Unica grande opera: ricostruire il centro Italia” dice una delle scritte rosse su un lenzuolo, “Ci avete lasciati soli”, “Vivere=ricostruire. Quando?” e ancora “Basta baracche. Ricostruire” ma anche “Ricostruire presto… che è tardi” insieme a “Siamo stati dimenticati”.

Il comitato, apartitico e apolitico, è nato con l’intento di assicurare una rinascita di Norcia da tutti i punti di vista: urbanistico, economico, culturale e sociale. Le richieste al prossimo sindaco per le elezioni di maggio, sono espresse in una nota e sono chiare: ricostruzione rapida, riapertura dell’ ospedale quanto prima e miglioramento della viabilità.

Lorenzo Delle Grotti, portavoce del Comitato Rinascita Norcia, spiega con un’immagine molto eloquente come la comunità stenti a rialzarsi: “È come se avessimo avuto un infarto. Il tempo è fondamentale, non possiamo più perderne, è una questione di sopravvivenza”. Denuncia, tra l’altro che i soldi ci sono ma non si riesce a spenderli “perché la burocrazia è più potente del desiderio di risollevarsi”. I numeri riportati dal Corriere della Sera: nell’area del cratere umbro sono poco più di mille (sui 9.000 attesi) i progetti presentati finora dai privati che chiedono il risarcimento per la ricostruzione. Il settore comunale che deve occuparsene è impantanato in blocchi, accertamenti e codici e pare non riesca a smaltire più di 600-700 pratiche all’anno. Secondo il sindaco di Norcia, Nicola Alemanno, addirittura a fine 2018 in tutto il cratere sarebbero stati spesi circa il 2,6% dei fondi disponibili per la ricostruzione. E dei 70 milioni assegnati per le opere pubbliche non sarebbe stato utilizzato neppure un centesimo.

Si allarga il ricatto in bitcoin alle aziende alimentari: contatti tra la Procura ed Eurojust

Non sono arrivate soltanto ad aziende italiane come Lavazza, Illy, Vergnano, Ferrero e Balocco le richieste di 300mila euro in bitcoin, pena l’avvelenamento dei prodotti con l’oleandrina. Altri marchi alimentari, come la Findus a Malmoe (Svezia) e produttori di dolci in Belgio, tra cui IJsboerke e Jules Destrooper, hanno ricevuto lettere uguali, tutte spedite da Gand, tutte mandate da sedicenti “uomini d’affari” e tutte con le stesse identiche richieste: consegnare 300mila euro in criptomoneta entro il 20 maggio, per evitare la contaminazione. Circostanza che cambia le premesse di un’inchiesta che fino a questo momento sembrava fortemente radicata al territorio piemontese, e ad aziende che, pur ingrandite, hanno mantenuto una conduzione familiare. Ora il giallo assume un carattere internazionale con l’intervento dell’Eurojust, organismo dell’Unione europea che coordina inchieste in più Stati.

Belgio, Paesi Bassi, Svizzera, Danimarca, Austria, Germania, Regno Unito, Svezia. Le lettere sono state tutte recapitate tra i primi giorni di aprile e la scorsa settimana. Il terzo giorno del mese una busta sospetta è arrivata alla Ijsboerke, che produce gelati. Due giorni dopo, una lettera è arrivata al quartier generale della Lavazza a Torino. Nelle stesse ore la sede della Findus a Malmoe è stata evacuata dopo l’arrivo di una busta con polvere bianca. Nei giorni successivi altri allarmi sono scattati nelle sedi di Caffè Vergnano (a Santena, in provincia di Torino), alla Balocco (di Fossano, Cuneo) e alla Ferrero di Alba.

A Torino il sostituto procuratore Paolo Scafi, che coordina gli accertamenti di Digos e carabinieri, ha aperto un fascicolo ipotizzando il reato di tentata estorsione. Altre inchieste sono state aperte dalle procure di Asti e Cuneo. I pm italiani e gli investigatori potrebbero quindi partecipare presto a un incontro all’Eurojust insieme ai colleghi svedesi e belgi: tutti alla ricerca di questi “uomini d’affari” che hanno inviato le lettere da Gand.

Il vescovo: “La nostra è una città crocifissa che non risorge. Siamo fermi al Venerdì Santo”

Anche quest’annol’omelia di Pasqua del vescovo di Acerra Antonio Di Donna diventa l’occasione per scagliarsi contro l’inquinamento ambientale e contro la rassegnazione del suo popolo, e per pronunciare un discorso a metà tra l’appello ai fedeli e la critica ai poteri dello Stato. “Ragazzi e giovani continuano ad ammalarsi e a morire. Prima la Montefibre, poi l’inceneritore hanno distrutto i nostri campi e ancora oggi si continua a parlare di quarta linea dell’inceneritore: una grande bufala” secondo monsignor Di Donna, che dal pulpito della Cattedrale di Acerra – secondo la ricostruzione del sito de Il Mattino – se l’è presa con la Regione Campania accusata di propalare menzogne quando “dice che è necessaria per combattere l’emergenza dei rifiuti che si avrà a settembre con la chiusura dell’impianto, ma è falso perché sappiamo che ci vogliono tempi molto lunghi per fare una quarta linea dell’inceneritore”.

Di Donna ha poi argomentato una severa critica all’inerzia dei politici “senza progetti, senza sogni, che rincorrono solo le emergenze” e al piano urbanistico comunale: “Bisogna prima riflettere su quale città vogliamo per i nostri figli”.

Il prelato non è nuovo a questi “sconfinamenti”. Nel luglio 2017 inviò una lettera al Consiglio comunale di Acerra appena insediato “per segnalare le priorità da affrontare: l’ambiente , il rilancio dell’agricoltura, gli impegni per la famiglia, il piano di recupero del centro storico, le scuole e le politiche sociali”. Per ogni punto, un apposito capitoletto programmatico. Mentre durante l’omelia di Pasqua dell’anno scorso monsignor Di Donna censurò la scarcerazione, per un ricalcolo della pena alla luce dell’indulto, dei fratelli Pellini, condannati definitivamente a sette anni per l’immane disastro ambientale compiuto tra Acerra, Qualiano e Bacoli, attraverso continui sversamenti illeciti di rifiuti. “Notizia che ci ha lasciato sgomenti e disorientati per il fallimento delle leggi e della nostra ansia di giustizia”, disse.

Per i 130 anni dalla nascita di Hitler il concerto è negli spazi del Comune

“Coincidenze, sono solo le coincidenze che ognuno vuole vederci. La nostra festa di Primavera è caduta la sera del 19 aprile, non perchè il 20 aprile è la data di nascita di Hitler, ma perchè è il venerdì di Pasqua, il periodo ideale visto che dovevano arrivare ragazzi da tutta Europa. Non prendetevela con noi, ma con il Calendario Gregoriano”. Povero Giordano Caracino, portavoce e rappresentante legale del Veneto Fronte Skinheads: quando lui e i suoi ragazzi con la testa rasata organizzano qualcosa, si imbattono sempre in giornalisti maliziosi, politici che non dimenticano, partigiani ancorati alla festa del 25 Aprile che – un’altra coincidenza – cade a distanza di pochi giorni dal concerto che ha richiamato un migliaio di nostalgici nazisti e fascisti a Cerea, in provincia di Verona.

Nel capoluogo scaligero, un anno e mezzo fa, quando organizzarono un altro concerto in una discoteca alla vigilia di Natale, intitolandolo “X Mas”, dovettero dribblare l’ennesimo “equivoco”. Non suonavano in memoria della Flottiglia fascista comandata da Junio Valerio Borghese – spiegarono – era solo un omaggio all’Happy Christmas che, in tutto il mondo e in inglese, viene abbreviato con “Xmas”. Un’altra coincidenza.

Il Veneto Fronte Skinheads organizza i concerti di primavera dal 2004. Poco importa se qualcuno ha scambiato questo ultimo revival in una innocua festa della birra. A impressionare è il campionario dei complessi musicali e delle persone presenti venerdì scorso, quando ricorrevano i 130 anni dalla nascita del dittatore nazista, il 20 aprile del 1889. La musica è tutta ideologicamente orientata: hanno suonato il meglio del repertorio europeo dei difensori dell’identità cristiana, dei nemici giurati di globalismo, capitalismo, Banca Centrale Europea, guerra di liberazione e vittoria alleata del ’45. Leggere, per credere, l’elenco: i Katastrof sono una band “arian rock” friulana; i Gesta Bellica sono praticamente la colonna sonora del VFS; gli Squadron sono arrivati dall’Inghilterra; gli Slepnir dalla Germania; i Fortress dall’Australia; i Legion dalla Polonia; i Jolly Roger da Barcellona; gli Snofrid dalla Svezia.

A concedere lo spazio è stato il Comune di Cerea, in una capannone della fiera. Marco Franzoni, eletto con il centrodestra nel 2018, era noto come “il sindaco senza tessera”. Poi è stato illuminato sulla via di Matteo Salvini e di Luca Zaia: in pompa magna, con la benedizione di onorevoli e consiglieri regionali veneti, lo scorso dicembre ha preso la tessera della Lega. Spiegando: “Credo fermamente nel tricolore e nella Patria. Ora che la Lega ha spostato la sua battaglia federalista a un livello che non intacca l’unità dell’Italia, non c’è motivo per cui non debba farvi parte”. Ma qualcosa dovrà spiegare anche alle minoranze di centrosinistra, Pd in testa, che sono insorte e chiedono chiarimenti in Consiglio comunale.

Nel frattempo, a proposito di “coincidenze”, nel milanese è stato incendiato il monumento in memoria di Giulia Lombardi, staffetta partigiana ammazzata a 22 anni dai nazisti, nel 1944.

Ricci e i 640 milioni di ricavi gioco online non dichiarati

All’appello della Guardia di finanza, mancava lui: il barese Antonio Ricci, catturato ieri a Malta grazie a un mandato di arresto europeo. Era sfuggito all’arresto nell’operazione “Galassia”, che lo scorso novembre aveva smantellato il giro di scommesse gestito dalla ‘ndrangheta e dalle organizzazioni mafiose catanese e pugliese. In tutto furono arrestati in 68: circa una ventina le persone legate alla cosca Tegano, finite al centro dell’inchiesta coordinata dalla Dda di Reggio Calabria. Cugino dei fratelli Martiradonna, veri e propri ras dei giochi online in Puglia, Antonio Ricci è accusato di associazione mafiosa, ma non solo. Titolare delle società “Gvc New Limited” e “Oia Services Limited”, Ricci ha omesso di dichiarare “elementi positivi di reddito ai fini dell’Ires” pari a oltre 640 milioni di euro.

“Grazie alle nostre forze dell’ordine, che non hanno mai mollato, e grazie alle autorità maltesi. Nessuna tregua ai criminali e ai latitanti, in Italia e all’estero” è stato il commento del ministro dell’Interno Matteo Salvini. Si è aggiunto il vicepremier Luigi Di Maio: “La lotta alle mafie è una cosa seria. E deve essere una priorità per questo governo”.

“Non dimenticate la storia di mia zia, Rita Atria”

“Mia zia Rita è sempre stata discriminata perché veniva da una famiglia che non ha fatto scelte positive. Tutti pensavano che potesse fare gli stessi errori del padre, del fratello e della madre. Spero che la sua memoria non venga messa in ballo solo per scopi di lucro. Il mio cognome è Atria e ha un doppio significato: c’è la parte brutta e la parte buona”. A parlare è Vita Maria Atria, che – per la prima volta – risponde a domande dirette e intime sulla propria vita, raccontando il suo rapporto con la mafia, con la Sicilia e con sua madre Piera Aiello, prima donna testimone di giustizia della storia e oggi deputata M5S. Il padre di Vita Maria, Nicola Atria, era figlio di don Vito Atria: un mafioso legato agli Accardo, detti “Cannata”, di Partanna, in provincia di Trapani, ucciso nel 1985 in una faida tra famiglie mafiose locali. Nicola fallì il tentativo di vendicare il padre e venne ucciso nel 1991, mentre si trovava con la moglie Piera in pizzeria: sua figlia Vita Maria aveva solo 3 anni.

Vita Maria lei oggi ha più di 30 anni e ha vissuto un’intera vita nell’anonimato…

E meno male. Perché sono una persona che vuole stare tranquilla nel suo guscio. Ho seguito solo uno dei colloqui che mia mamma ha fatto nelle scuole. Non è che non mi andasse di partecipare, solo che io voglio vivere una vita tranquilla.

Come andò quell’incontro?

Erano i giorni in cui presentavamo il libro che Umberto Lucentini aveva scritto con mia mamma per raccontare la sua storia. Vedere quei ragazzi così interessati alla storia di mia mamma, porre tante domande e vedere l’emozione nei loro occhi è stato bellissimo.

Cosa ricorda?

Ricordo che una ragazza mi chiese se mi sentissi una persona importante. Io le risposi “Sinceramente no”. Se la gente pensa che io sia anormale o sia una specie di ufo, mi dispiace. Non mi va di andare in giro dicendo “io sono la figlia di” o “io sono la nipote di”.

C’è qualcosa, in generale, che avrebbe voluto fare nella vita e non le è stato possibile fare?

Ni. Nel senso che non ho avuto una vita pubblica come ce l’ha mia madre e sono stata abbastanza tranquilla e tutelata. Ma molte delle cose che ho vissuto non le ho scelte, mi sono state imposte perché legate alle scelte che ha fatto lei. Però ho avuto una vita normale, con i problemi che hanno tutte le ragazze della mia età. Quando mi è stato detto com’erano andate le cose non ho avuto una buona reazione. Non so gli altri figli che reazione abbiano avuto.

Quanti anni aveva quando sua madre le ha detto la verità?

Avevo 9 o 10 anni. Non so se ci sia un’età giusta per dire determinate cose. Nei panni di mia madre non so cosa avrei fatto. E non vorrei nemmeno saperlo. È una responsabilità talmente grande, sono cose talmente tanto forti, che non sai come dirle e quando dirle.

Come reagì?

Malissimo. Perché mi ero costruita un castello e poi non è stato più così. Tutto quello che pensavo fosse reale, in realtà non esisteva. Ero circondata sempre dalle stesse persone ed erano sempre armate. Ma a 9 anni non puoi capire il motivo.

Cosa dirà a sua figlia dei nonni, ovvero di sua madre e suo padre?

Mio padre è sempre mio padre. Nel buono e nel brutto è stato sempre mio padre. Non dirò che è stata una cattiva persona e basta. Dirò che è stata una cattiva persona, ma a suo modo ha voluto bene sia a me sia a mia mamma. Per mia mamma non sarò io a parlare, ma sarà lei a dire a mia figlia chi è e cosa ha fatto. In ogni caso a mia figlia dirò sempre la verità. Non ho nulla da nascondere. Non credo ci sia niente di cui vergognarsi.

Che ricordo ha di sua zia Rita Atria e di Paolo Borsellino?

Purtroppo pochissimi. Mia zia Rita è morta quando avevo 4 anni. Diciamo che ho dei flash un po’ opachi, non ho ricordi veri e propri purtroppo. Stessa cosa per Borsellino. Ricordo che quando ero bambina avevo una bicicletta che mi era stata regalata da lui.

(L’intervista è tratta dal libro “Figli dei boss – Vite in cerca di verità e riscatto”)