Testimoni di giustizia: la protesta il 10 maggio

Hanno denunciato le mafie mettendo a rischio le loro vite. Si sentono abbandonati e in alcuni casi anche ostacolati dallo Stato gli ottanta “testimoni di giustizia” raccolti in tre associazioni che da qualche giorno sono in mobilitazione contro il governo e che manifesteranno il 10 maggio al Viminale.

Uno dei tanti esempi è di qualche giorno fa: il porto d’armi negato a Giuseppe Cutrò, figlio di Ignazio, un imprenditore, testimone di giustizia per aver denunciato alcuni boss. I carabinieri di Bivona gli hanno notificato il decreto di diniego della Prefettura di Agrigento “motivato dalla non attualità del pericolo”, racconta esterrefatto Cutrò. Giuseppe Cutrò si rivolge a Matteo Salvini: “Intervenga sul mio caso, ribalti questa situazione. Figuriamoci se la mafia dimenticherà mai quello che la mia famiglia ha fatto, nella normalità. Il ministro Salvini parla di legittima difesa e di sicurezza, ma a chi e come? Solo per pochi mi viene da pensare. Possiedo licenza e armi e mi alleno al poligono da undici anni ormai, ritengo di essere esposto, e la percezione del pericolo l’ho sempre avuta. Non ho condanne, penso di attenermi alle regole e al rispetto della legge e di godere di buona condotta etico morale basata sulla legalità”.

Le tre associazioni “Testimoni di giustizia”, “Legalità organizzata” e “Antiracket-movimento per la lotta alla criminalità organizzata” il 10 maggio manifesteranno davanti al Viminale. “La porteremo avanti fino a quando il ministro dell’Interno Matteo Salvini non prenderà a cuore i nostri problemi – spiega Luigi Coppola, presidente di Legalità organizzata – che sono ulteriormente aumentati, anche se per il sottosegretario Luigi Gaetti, che presiede la Commissione centrale deputata a decidere sulle nostre gravi situazioni, tutto va bene”. Anzi, da Gaetti, prosegue Coppola, “subiamo azioni quasi punitive, perché a oggi non vi sono le condizioni per una piena tutela dei testimoni di giustizia, nemmeno come vorrebbe la nuova legge 6/2018 che manca ancora dei decreti ministeriali attuativi tali da garantire il piano di reinserimento sociale di chi ha denunciato”. Dicono di doversi nascondere, di non sentirsi protetti, di vivere nel terrore, i testimoni di giustizia. “Siamo stati considerati eroi nazionali, esempio vivo e meritevole dello Stato italiano, e oggi la maggioranza di governo che fa? Deprime tali esempi di onestà e di giustizia?”.

La protesta è sostenuta dal Movimento delle agende rosse di Salvatore Borsellino che inoltre accusa: “Il sottosegretario Luigi Gaetti ha scelto, come proprio principale collaboratore sulla materia dei testimoni e dei collaboratori di giustizia, il capocentro del Sisde di Messina degli anni ’92/’93, Giuseppe De Salvo, indicato dall’avvocato Luigi Repici come funzionario del Sisde legato a Bruno Contrada”.

Sardegna, turista francese muore durante un naufragio

Il vento forte e il mare molto mosso hanno fatto una vittima in Sardegna, nel giorno di pasquetta. Nonostante l’allerta meteo, davanti alle coste di Porto Corallo nel sud dell’isola, l’uomo, un turista francese, è annegato dopo che la barca a vela sulla quale viaggiava si è rovesciata a causa del forte vento. Salva la donna che si trovava con lui e il loro cane. Il corpo dell’uomo è stato trovato solo più tardi incagliato tra gli scogli. Sempre in Sardegna, tre surfisti in tre località diverse hanno rischiato di morire a causa della bufera di scirocco che spazza l’isola da quasi 48 ore, con raffiche fino a cento chilometri orari. Nel mare di Is Arenas, nell’Oristanese, un giovane impegnato in evoluzioni con il kitesurf è stato scaraventato in acqua da una sferzata di vento riportando alcune ferite. A dare l’allarme una persone che si trovava in spiaggia e che ha visto la vela galleggiare. Sul posto è intervenuta la Guardia costiera, ma il surfista aveva raggiunto autonomamente la riva. Altri due analoghi soccorsi a Margine Rosso, nel litorale di Quartu, nell’hiterland di Cagliari. Due surfisti erano in balia delle onde e non riuscivano a fare rientro: sono stati recuperati da una imbarcazione.

“Macchè ubriaco, notizia falsa: solo lite con lo steward cafone”

“Macché ubriaco in aeroporto, ero perfettamente sulle mie gambe, mi è stato impedito di salire per un litigio con uno steward, in seguito al quale il comandante ha deciso di non imbarcarmi, ed ora sono in America Centrale. Su di me, l’ennesima fake news”. Antonio Ingroia smentisce la notizia finita su siti e giornali il giorno di Pasqua: lui ubriaco e quasi privo di sensi in una saletta dell’aeroporto Roissy di Parigi, quindi fermato dal personale della compagnia aerea francese e obbligato a rimpatriare in Italia.

“Ora sto proseguendo il viaggio che avevo programmato, sia pure con un giorno di ritardo: ho dovuto pernottare a Parigi e ricomprare il biglietto aereo, tutto a mie spese”, spiega al Fatto l’ex pm della Trattativa Stato-mafia. “A proposito, non so se la pubblicazione di questa fake news proprio il giorno dell’anniversario della sentenza della Trattativa sia stato casuale. Di certo ha ridato fiato ai nemici di quel processo, come Vittorio Sgarbi, che ne hanno approfittato per accanirsi contro di me. Stiano tranquilli, non mi spaventerò per così poco: le mie battaglie per verità e giustizia sui casi Manca e Vassallo, sulla ndrangheta stragista e la Trattativa in Italia, per Rafael Correa e Assange in America Latina e nel mondo, continueranno”.

Però cominciamo dall’inizio: lei che ci faceva a Parigi? Ed è vero che stava rientrando in Italia?

Parigi era uno scalo tecnico del mio viaggio transoceanico da Roma all’America Centrale, dove mi trovo ora e dove resterò per qualche giorno. Quindi non è vero, come hanno scritto i giornali, che stavo tornando in Italia e che sono stato impacchettato e rispedito in patria dopo essere quasi svenuto. A leggere certa disinformazione, forse strumentale, mi viene una battuta: più lontano sto dall’Europa, meglio sto.

Scusi, ma è vero che è stato costretto a non prendere l’aereo?

Sì. L’unica notizia vera diffusa. Ma è falso il motivo. Sono stato fatto sbarcare a causa di un litigio con un membro dell’equipaggio.

Ci spieghi tutto.

Ero stanco e alterato. Non un’alterazione alcolica, badi bene. Ero nervoso. Sveglia nella notte, uscita di casa alle 4 e mezza del mattino, volo Roma-Parigi all’alba, poi questo scalo tecnico, il primo ritardo, il secondo ritardo, finalmente l’imbarco alle 12.30, poi uno dell’equipaggio mi segnala che il mio posto era occupato, poi un’altra comunicazione di un ulteriore ritardo di un’ora al gate. Dopo aver compreso che il pranzo in aereo era saltato, vado al ristorante dell’aeroporto, mangio e bevo un paio di calici di vino. Torno all’imbarco per la seconda volta. Litigo di nuovo con lo steward sull’assegnazione del posto, io ritengo particolarmente grave la sua maleducazione e gli rispondo per le rime, alzo la voce.

In che lingua avete litigato?

In francese. Il mio, forse, non correttissimo. Lui ovviamente fa finta di non capire e assume un atteggiamento ulteriormente provocatorio, quando ormai siamo già dentro l’aereo. Invoco il comandante, chiedo il rispetto dei diritti del passeggero. Il comandante preferisce prendere le parti del suo steward. E io mi arrabbio di brutto.

E poi cosa succede?

Il comandante mi dice che in quelle condizioni non può farmi partire. Mi dice che sono alterato, che ho bevuto. Io gli rispondo che ho bevuto solo un paio di bicchieri al pranzo che per colpa dei loro ritardi ho dovuto consumare in aeroporto. Ma lui insiste. Ed insisto anche io: “Da qui non mi muovo”. E abbiamo chiamato la polizia.

Ha provato a chiarirsi con loro?

Macché. È stata solo una manfrina per far partire subito un aereo troppo in ritardo. La normativa attribuisce al comandante poteri quasi dittatoriali dietro al feticcio della minaccia della sicurezza del volo e c’è stato poco da fare. Peraltro nessuno ha avuto il coraggio di dirmi in faccia che ero ubriaco, mi ripetevano solo “lei ha bevuto e quindi costituisce una minaccia alla sicurezza”. Ma cosa? Due bicchieri a tavola? Nelle categorie business si beve champagne a litri, che ipocrisia!

Chi può testimoniare che lei non era ubriaco?

I funzionari dell’ambasciata ai quali ho chiesto aiuto e che sono venuti in aeroporto e poi gli altri passeggeri. Possono confermare che ero sulle mie gambe, tutt’altro che ubriaco fradicio come hanno scritto. Molto arrabbiato, questo sì.

Che riflessione ha fatto dopo la lettura dei giornali?

Mi ha indignato l’aver preso per buona la manipolazione dei fatti contro un cittadino italiano maltrattato da una compagnia straniera, senza prima interpellarlo. Cosa grave per un qualsiasi cittadino normale. Ma forse Ingroia per loro non è un cittadino normale.

Scalzone: “Il 25 aprile è a Torre Maura, non con l’Anpi”

“In piazze e cortei della ‘Nuova Anpi’ dove aleggiano gli Smuraglia non mi ritrovo neanche per fischiare o come presenza critica o contestatrice. Di Torre Maura o di impatti con i Cpr, veri lager in attesa di rinvii a quelli di Libia o di ‘accoglimento’ come carne da lavoro semi-schiava; oppure di necessità di gesti di azione diretta, di solidarietà concreta con occupazioni di case, fabbriche, tetti di capannoni ‘logistici’, e altro ancora, ne nascono ogni giorno. Ecco, lì è il nostro 25 aprile: campo di battaglia concreta e non di celebrazioni da museo, peggio che niente”, ha detto ieri Oreste Scalzone, leader storico degli anni ’70 e co-fondatore di Potere Operaio, all’Adnkronos a proposito del 25 aprile e il 74° anniversario della “Liberazione”.

“Ciò che dice Oreste Scalzone sono problemi suoi. Noi sappiamo che la nostra è una battaglia molto dura”, ha risposto Luigi Giannattasio, presidente dell’Anpi Salerno. “Nel frattempo ci troviamo in un’Italia in cui accadono sempre più episodi di fascismo e razzismo e tutto ciò va contrastato e in questo, molte volte, ci troviamo da soli”.

“I miei 5mila giorni da ‘abusivo’ a Palazzo Vidoni: ma non mollo”

Al primo piano del ministero per la Pubblica amministrazione c’è un appartamento con sala ricevimenti e terrazza destinato al ministro di turno: fatto costruire da Franco Frattini, Renato Brunetta lo utilizzava per i poco istituzionali pisolini pomeridiani, mentre Luigi Nicolais, nominato da Prodi nel 2006, vi si trasferì insieme alla moglie. Salendo tre rampe di scale si trova un altro appartamento. E, se gli inquilini del piano di sotto vanno e vengono, questo è abitato dalle stesse persone da 38 anni: nel frattempo si sono avvicendati 23 ministri e il dicastero ha cambiato nome undici volte. Questa storia di burocrazia tra Kafka e Checco Zalone si svolge al quarto piano del rinascimentale Palazzo Vidoni – il progetto è attribuito a Raffaello –, a pochi passi da Largo di Torre Argentina, a Roma. L’appartamento di 70 metri quadri (più un centinaio di terrazza) da quindici anni è al centro di una contesa giuridica tra il ministero e Dario Gentili, l’ex custode che, stando alle sentenze, lo occupa abusivamente insieme alla compagna (un’agente di polizia!) e il figlio di lei.

Lo “sfratto”, i ricorsi e 280mila euro di debito

Nel ‘78 la Presidenza del Consiglio adibisce il Palazzo a sede del dipartimento della Funzione Pubblica. Tre anni dopo a Gentili viene assegnato il servizio di custodia e portierato dello stabile che gli dà diritto a un appartamento. Gentili racconta il resto della storia estraendo da una borsa con il disegno di Minnie una sentenza dopo l’altra. I problemi tra il ministero e il suo custode nascono nel 2003 quando viene installato un sistema di videosorveglianza e arrivano una ventina di agenti di Polizia a sorvegliare, su tre turni, il palazzo. Due anni dopo, l’amministrazione decide che un custode non serve più e comunica a Gentili il ricollocamento al centralino. L’appartamento, intima il ministero, dovrà essere svuotato entro 180 giorni. Ne sono passati 5mila. Il Tar accoglie infatti il ricorso di Gentili: il custode “non ha mai ricevuto alcuna comunicazione dell’avvio del procedimento per la revoca dell’incarico di custodia e portierato (…) per consentirgli di presentare osservazioni e documenti ad illustrazione e sostegno della propria posizione”. Continua il Tar: il custode serve ancora perché, in base alle norme antiterrorismo, i venti agenti di guardia non possono essere distolti dai propri compiti per occuparsi di finestre e riscaldamenti.

Gentili rimette i panni di custode e anche l’appartamento, da cui invero non se n’era mai andato, torna legalmente a sua disposizione. Storia terminata? Neanche per idea, perché anche la Presidenza del Consiglio ricorre e, nel 2010, il Consiglio di Stato ribalta la decisione del Tar. Gentili scopre di essere un abusivo e il Demanio gli presenta il conto: 106mila euro da pagare per i 5 anni di quella che, retroattivamente, è diventata un’occupazione senza titolo. Nel frattempo però Gentili è andato in pensione. La sentenza sfavorevole, che considera un torto, lo spinge a incaponirsi: decide di restare nell’appartamento finché lo Stato non rinuncerà alle indennità arretrate. Nel frattempo arriva anche una raccomandata: entro 30 giorni “il funzionario delegato procederà a dare esecuzione alla sentenza di sfratto con l’assistenza della forza pubblica”. Data: 15 ottobre 2013. L’ingiunzione rimane lettera morta mentre va avanti la guerra a colpi di carte bollate: tocca ancora al Tar che dichiara illegittima la richiesta degli affitti arretrati ma ribadisce che Gentili e famiglia devono lasciare l’appartamento. Anche stavolta però la sentenza non viene applicata: la Presidenza del Consiglio, invece di riprendere possesso dell’appartamento, ricorre al Consiglio di Stato. Gentili e famiglia continuano a entrare nel palazzo strisciando un badge ai tornelli mentre il loro debito sale a 280mila euro. Nel frattempo ci sono stati un paio di tentativi di sfratto bloccati dai malori dell’inquilino. L’ultimo è iniziato, “senza ulteriore indugio” spiega con involontaria comicità il ministero, ad agosto scorso: Gentili si è difeso come può – evitando di ritirare la raccomandata di sfratto – ma la notifica è arrivata due settimane fa tramite un messo comunale. Stavolta lo sfratto è previsto con “assistenza della forza pubblica” entro 30 giorni.

“Mi difendo con le unghie, trattatemi come l’altro”

L’inquilino non si dà pace: “Io lo so che c’ho torto, ma mi sono abbarbicato con le unghie e coi denti perché m’hanno chiesto 106mila euro e non ne avevano diritto. Io non chiedo la luna nel pozzo, solo un alloggio come a quell’altro”. “Quell’altro” è l’ex custode che, una volta andato in pensione, ha ottenuto un appartamentino in periferia. Gratificazioni da Prima repubblica, quella da cui Gentili non si è mai staccato e che gli fa brillare gli occhi quando racconta: “Andreotti lo conoscevo e con Remo Gaspari avevo addirittura confidenza”. Ma qualcosa di quei tempi sopravvive anche nel ministero cui, come si legge nel sito, è affidato “il rafforzamento della capacità amministrativa dello Stato” che in sei anni non è stato in grado di rendere esecutivo uno sfratto ma, si lamenta Gentili, “fa dispetti da borgataro” al suo inquilino non autorizzato: raccomandate non recapitate, il citofono che non viene riparato, il divieto di parcheggiare la bici nel cortile interno. “Me stanno a fa’ lo stillicidio”, commenta Gentili mentre ripiega le sentenze nella borsa di Minnie. Arrivati sotto casa, indica verso alto: “Quello è il mio terrazzo: vedesse che belle piante c’ho messo”.

Trump: stop alle esenzioni per l’import petrolio iraniano

L’amministrazione Trump ha deciso di non rinnovare, alla loro scadenza del 2 maggio, le esenzioni per l’import di petrolio da Teheran. Secondo la Casa Bianca, la decisione “mira ad azzerare l’export di petrolio iraniano, negando al regime la sua principale fonte di entrate”. Tra gli otto Paesi cui erano state concesse le esenzioni c’era anche l’Italia, ma il prezzo dei carburanti non dovrebbe subire rialzi perchè l’import dall’Iran era stato sospeso. Inoltre la Casa Bianca ha assicurato che Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, stretti alleati che appoggiano la sua posizione contro l’Iran, lavoreranno per garantire che i mercati globali non subiscano conseguenze.
Le quotazioni del greggio a New York ieri sono salite del 2,98%, a 65,91 dollari al barile, vicino ai massimi degli ultimi 6 mesi. Fra i Paesi più critici la Cina che è tra i principali importatori di greggio dall’Iran; per il portavoce del ministero degli Esteri Geng Shuang, gli accordi siglati da Pechino con Teheran sono “ragionevoli e legittimi”. Proprio la Cina potrebbe essere uno degli ostacoli principali per gli Usa sul fronte dell’attuazione del blocco. Tra i primi ad applaudire la decisione Usa ovviamente il premier israeliano Netanyahu: “La decisione di Trump è di una importanza capitale per rafforzare la pressione sul regime terrorista iraniano”.

L’arte senza spine che piace a tutti

La levigatezza è il segno distintivo del nostro tempo. È ciò che accomuna le sculture di Jeff Koons, l’iPhone e la depilazione brasiliana. Perché oggi troviamo bello ciò che è levigato? Al di là dell’effetto estetico, esso rispecchia un generale imperativo sociale, incarna cioè l’attuale società della positività. La levigatezza non ferisce, e neppure offre alcuna resistenza. Chiede solo un like.

L’oggetto (Gegenstand) levigato elimina la propria oppositività (Gegen). Rimuove cosí ogni negatività.

Anche lo Smartphone segue l’estetica della levigatezza. Lo Smartphone LG G Flex è addirittura ricoperto da una pellicola autorigenerante che fa scomparire molto velocemente ogni graffiatura, dunque ogni traccia di lesione, rendendolo per cosí dire invulnerabile. La sua pelle sintetica lo mantiene sempre levigato. Inoltre è flessibile e pieghevole, essendo leggermente curvato verso l’interno. In tal modo si adatta perfettamente al volto e alla postura. Questa adattabilità e questa assenza di resistenza sono tratti costitutivi dell’estetica della levigatezza.

La levigatezza non si limita all’aspetto esteriore dell’apparato digitale. Anche la comunicazione che avviene attraverso l’apparato digitale risulta levigata, infatti vengono scambiati soprattutto messaggi compiacenti, positivi. Sharing e like rappresentano un mezzo comunicativo levigato. Le negatività sono eliminate poiché rappresentano un ostacolo alla velocità di comunicazione.

Jeff Koons, probabilmente l’artista attuale di maggior successo, è un maestro di superfici levigate. È vero che anche Andy Wharol fu un seguace di superfici belle e levigate, ma la sua arte è ancora segnata dalla negatività della morte e del disastro. Le sue superfici non sono completamente levigate. La serie Death and Disaster, per esempio, è ancora animata da negatività. Invece in Jeff Koons non c’è alcun disastro, alcuna lesione, o fenditure e strappi, e nemmeno cuciture. Tutto fluisce in transizioni morbide e levigate; tutto risulta arrotondato, liscio, levigato. L’arte di Jeff Koons riguarda superfici levigate e l’immediata impressione che esse provocano. Non c’è nulla di quanto offre che vada interpretato, decifrato o pensato: è un’arte del like.

Jeff Koons dice che l’osservatore delle sue opere dovrebbe soltanto esclamare un semplice “wow”. È chiaro che al cospetto della sua arte non è necessario alcun giudizio, né interpretazione o ermeneutica, riflessione o pensiero. Essa resta coscientemente infantile, banale, impassibilmente rilassata, disarmante e alleggerente, poiché è svuotata di qualsiasi profondità, di qualsiasi abissalità e malinconia. Di conseguenza il suo motto è: “abbracciare l’osservatore”. Niente deve scuoterlo, ferirlo o spaventarlo. Secondo Jeff Koons, l’arte non è altro che “bellezza”, “gioia” e “comunicazione”. Di fronte alle sue sculture levigate sorge un “impulso aptico” di tastarle, e perfino il desiderio di succhiarle.

Alla sua arte manca la negatività che imporrebbe una distanza. Solo la positività del levigato suscita l’impulso aptico, invita l’osservatore all’assenza di distanza, al touch. Un giudizio estetico presuppone invece una distanza contemplativa. L’arte della levigatezza la abolisce.

La levigatezza procura soltanto una sensazione piacevole non collegata ad alcun senso, ad alcuna profondità, e si esaurisce nel “wow”.

Le sculture di Jeff Koons sono per cosí dire levigatezze specchianti, di modo che l’osservatore vi si possa rispecchiare. In occasione di una sua mostra alla Fondazione Beyeler, l’artista osserva, a proposito del suo Balloon Dog: il Balloon Dog è certo un oggetto meraviglioso. Vuole rafforzare nell’osservatore il senso della sua esistenza. Lavoro spesso con un materiale riflettente, rispecchiante, perché rafforza automaticamente nello spettatore la propria sicurezza di sé. In uno spazio buio questo naturalmente non succede. Ma quando si sta direttamente di fronte all’oggetto ci si rispecchia e ci si sente sicuri di se stessi.

Il Balloon Dog non è un cavallo di Troia: non nasconde nulla. Nessuna interiorità si nasconderebbe dietro la sua superficie levigata. Come per lo Smartphone, di fronte alla lucentezza delle sculture levigate non s’incontra l’altro ma solo se stessi. L’insegna della sua arte dice: “Il punto è sempre lo stesso: aver fiducia in te stesso e nella tua storia. Ed è questo che voglio comunicare anche a chi guarda le mie opere: deve avvertire la propria gioia di vivere”. L’arte inaugura uno spazio d’eco in cui mi rendo sicuro di me stesso e della mia esistenza. Cosí viene completamente eliminata l’alterità o la negatività dell’altro e dell’estraneo.

L’arte di Jeff Koons presenta una dimensione soteriologica: promette una redenzione. Il mondo della levigatezza è un mondo gastronomico, un mondo di pura positività in cui non c’è alcun dolore, alcuna lesione, alcuna colpa. La scultura Balloon Venus, nella posizione del parto, è la Maria di Jeff Koons. Ma lei non partorisce alcun redentore, alcun homo doloris cosparso di ferite e con la corona di spine, bensí uno champagne, una bottiglia di Dom Pérignon Rosé Vintage 2003 collocata nel suo ventre. Jeff Koons si presenta come un Battista che promette una redenzione: non per caso la serie di quadri del 1987 s’intitola Baptism. L’arte di Jeff Koons promuove una sacralizzazione della levigatezza. Mette in scena una religione della levigatezza, del banale, una religione del consumo, e per questo ogni negatività deve essere eliminata.

L’opera d’arte provoca un urto, scuote chi la contempla. La levigatezza ha tutt’altra intenzionalità: si adatta all’osservatore, gli strappa un like. Vuole soltanto piacere, non scuotere.

Oggi il bello stesso diventa levigato nel momento in cui viene privato di ogni forma di scuotimento e ferimento. Il bello si estenua nel mi-piace. L’estetizzazione si mostra nel modo dell’anestetizzazione, la quale seda la percezione. Cosí anche il “wow” di Jeff Koons è una reazione anestetica, diametralmente opposta a ogni esperienza negativa di urto e scuotimento.

L’esperienza del bello è oggi impossibile. Quando si fa largo il mi-piace, il like, viene meno l’esperienza, la quale risulta impossibile senza negatività.

La levigata comunicazione visuale si compie come un contagio, senza alcuna distanza estetica. La completa visibilità dell’oggetto annienta anche lo sguardo.

Solo il ritmico alternarsi di presenza e assenza, di velamento e svelamento, tiene desto lo sguardo. Anche l’erotismo è debitore della “messinscena di un’apparizione sparizione”, della “linea di galleggiamento dell’immaginario”. La costante presenza del visibile, di natura pornografica, annienta l’immaginario, e paradossalmente non offre niente che si possa vedere.

Die Erretung des Schönen
©2015 by S.Fisher Verlag, Frankfurt am Main
©2019 nottetempo srl
Per gentile concessione
di Berla & Griffini Rights Agency
Traduzione di Vittorio Tamaro

Il governo presente non ci piace, quello futuro ancora meno

Oggi la rubrica riguarda voi: il lettore medio del Fatto, che forse ormai un po’ conosco. Vi guardate in giro, in mezzo a tutto questo gran vortice di Siri e Arata, e non sapete più a cosa aggrapparvi. Se un po’ vi conosco, il Pd vi faceva già abbastanza schifo quando è nato. Figurarsi adesso. Così, quasi tutti di/da sinistra, vi siete guardati in giro. Di Pietro, Diliberto, l’astensione. Quindi i 5 Stelle, oppure la cosiddetta sinistra radicale. Nel 2013 il sistema se n’è fregato del vostro voto. Crimi & Lombardi si sono coperti di ridicolo, il Pd ha uccellato Prodi e incenerito Rodotà: non gliel’avete mai perdonato, non glielo perdonerete mai.

Il tempo passa. La più grande caricatura politica (con rispetto parlando) d’Italia stravince le Europee del 2014. Tutti, o quasi tutti, si accodano vilmente per celebrarlo. Tempi tremendi. Il 4 dicembre 2016 abbiamo rischiato che morisse tutto, ma ci è andata bene (e non dovremo mai smettere di dirci “bravi” da soli). Per le elezioni del marzo 2018, l’unica certezza era che tutto sarebbe stato meglio di Renzusconi. Ci è andata bene un’altra volta, ma non abbiamo fatto in tempo a esultare che ci siam trovati Salvini al Viminale e Fontana alla Famiglia. Oh cazzo. Non c’erano altre strade, perché il Pd iper-renziano si è chiamato fuori per godersi lo sfacelo e perché Mattarella non ci avrebbe mai fatto rivotare. Era l’unica strada percorribile, ma questo – a noi, che ancora abbiamo il gusto retrò per l’onestà intellettuale – non basta certo per dire che il Salvimaio sia il governo dei sogni: è un accrocchio Frankenstein che alterna trovate decenti a schifezze pure.

I contraenti non hanno quasi nulla in comune, ma per mesi – insopportabili mesi – hanno fatto finta di andare d’accordo come amanti erotomani. La sinistra, quasi tutta, nel frattempo ha passato il tempo a santificare i Mimmo Lucano e abbaiare alla Luna (che è poi la stessa cosa). Il fascismo, il razzismo, stocazzo: Salvini non avrebbe neanche osato sognare avversari così ghiozzi. Un po’ vi conosco e so cosa provate: ogni volta che ascoltate Marianna Aprile vi prende sonno (non prima di esservi chiesti chi diavolo sia ‘sta “Marianna Aprile”). Ogni volta che sentite Massimo Giannini vi prende la voglia di regalargli una copertura a caso. E ogni volta che vi imbattete nel bel capino implume di Alessandro De Angelis (chi?) pensate che la natura, proprio come insegnava il Leopardi, sa essere impietosa. Il vostro guaio è che non vi piace niente, né il governo né l’opposizione. E la sinistra, con i suoi tanti Tafazzi e le sue troppe Murgia, non potrà che ridursi a nicchia della nicchia (che è poi quel che spesso vuole). Siamo nel bel mezzo della tempesta perfetta. Gli ultimi sondaggi, a volerci credere, dicono Lega 37% (!?!) e M5S al 22%, col Pd fermo al 18% dopo un “effetto Zingaretti” durato quanto l’erezione di una medusa impotente. Questo significa solo una cosa: quando torneremo a votare, la destra vincerà da sola. Salvini, Meloni e Toti: il triumvirato del futuro. Da una parte abbiamo un governo che, al di là di una Spazzacorrotti, non può piacerci. Dall’altra c’è la certezza di un esecutivo futuro veramente inquietante, che – se ancora esiste la coerenza – spingerà quelli dell’Espresso a invadere una volta per tutte la Polonia. Oggi il Salvimaio, domani il Salveloni: wow. Il presente non ci piace, ma il futuro ci piacerà ancora meno. Per questo attacchiamo il governo, con la speranza però ricondita che – prima della sua caduta – nasca un’alternativa minimamente decente. Siamo senza via d’uscita. Siamo nella merda. Buona fortuna.

Triptorelina? Testosterone il vero allarme

Capita, nonostante l’età, ancora di stupirsi di come improvvisi incendi si inneschino in zone marginali di competenze iperspecialistiche e come grezze posizioni estreme vengano attribuite a professionisti che hanno passato decenni a distillarle dai pregiudizi dell’inesperienza indiretta. Capita, assai spesso, che questi violenti posizionamenti contrapposti si accompagnino a un totale disinteresse per le emergenti problematiche reali dello stesso settore. Quello che sta accadendo per le terapie farmacologiche per quella che il politically correct chiama “disforia di genere”, e i più ancora transessualismo, è proprio questo.

L’età media dei pazienti con disagio psichico, come sanno bene anche coloro che si occupano di disturbi alimentari, è in rapida discesa: ormai un numero considerevole di pazienti che richiedono il transito verso l’altro sesso è in età pediatrica (e per più del 70% dei soggetti in età pediatrica questo avviene prima della pubertà). Ai tempi della “famiglia normativa”, quella che insegnava le regole di sopravvivenza sociale disinteressandosi della felicità della prole, nessuna richiesta di intervento era portata all’attenzione medica prima della maggiore età del soggetto. Nell’attuale “famiglia affettiva”, dove il benessere psichico della prole è stato portato in primo piano, non sempre è presente l’argine genitoriale e le scelte per i professionisti hanno dovuto integrare maggiori dosi di complessità e prudenza. Ma, come sanno bene i Niloti, non necessariamente il cedere di un argine è cosa negativa. Se le ambivalenze preadolescenziali consigliano tutti i dovuti e prolungati approfondimenti prima di accettare qualsiasi, anche se pressante, richiesta, rimane la consapevolezza che rifiuti – più pregiudiziali che competenti – espongono il soggetto a un successivo calvario chirurgico che potrebbe essere evitato con una terapia farmacologica di arresto temporaneo dello sviluppo pubere. E qui entra in ballo la Triptorelina, farmaco costoso del quale è valutata dall’AIFA la rimborsabilità per questa indicazione.

Qualcuno ha preso questa iniziativa (che giunge fra l’altro con una trentina di anni di ritardo rispetto ad altre nazioni europee) come un “liberi tutti”; altri, come un secondo argine in pericoloso cedimento, e da qui le polemiche. Si fa fatica però a comprendere perché la posizione moderata espressa dai competenti di settore non possa essere universalmente condivisa: “L’accesso facilitato al farmaco non deve in alcun modo comportare un abbassamento degli standard diagnostici che devono rimanere rigorosi, ipercontrollati e condivisi, perché riferiti a popolazione fragile, ma in ogni caso va considerato in modo estremamente positivo per quei pochi casi in cui la convergenza diagnostica di più specialisti ha valutato una inevitabilità di transito, sia al fine di non aggiungere il disagio economico a quello acuto intrapsichico, sia per evitare successivi inutili calvari chirurgici”.

Veniamo alla reale attuale emergenza farmacologica della quale nessuno parla : non c’è più testosterone in giro! Questa frase così spesso uscita dalle labbra delle giovani in infruttuosa ricerca partneriale acquista un nuovo significato per chi presenta una disforia di genere: le persone che vogliono transitare verso il sesso maschile stanno questuando di farmacia in farmacia alla ricerca dei pochi prodotti disponibili con un prezzo abbordabile e, data la ristrettezza dei prescrittori imposta dalla normativa, questi ultimi sono assaltati dai pazienti alla ricerca di una ricetta utilizzabile. Una situazione che aggiunge un ulteriore disagio a un settore già disagiato di suo e che merita almeno una attenzione preliminare alla risoluzione. Ma di questo nessuno scrive nonostante “Testosterone non Triptorelina” si abbrevi in TNT, il più potente degli esplosivi.

M5S-Pd, il matrimonio ora “s’ha da fare”

La politica è l’arte del possibile, diceva nel suo proverbiale pragmatismo Otto Von Bismarck, il “Cancelliere di ferro” che nella seconda metà dell’Ottocento fondò l’impero tedesco. Oggi, a quasi tre secoli di distanza, la rapidità con cui evolve la vita politica contemporanea dimostra che anche ciò che era impossibile fino a qualche anno o mese fa può diventare possibile nell’arco di poco tempo. Di fronte alla crisi annunciata della maggioranza giallo-verde, minata nelle fondamenta dalla sua eterogeneità e dall’incompatibilità genetica dei due partner di governo, il matrimonio d’interesse che a giugno scorso ha partorito il “contratto di governo” tra il Movimento 5 Stelle e la Lega appare destinato ormai a essere sciolto dal richiamo alla realtà e da quella che la scrittrice francese Simone de Beauvoir chiama “la forza delle cose” in un suo celebre libro del 1963. Tanto risultava impossibile e impraticabile un accordo fra il M5S e il Partito democratico all’indomani dell’ultima campagna elettorale, arroventata dalle accuse e dalle polemiche reciproche, tanto appare possibile adesso dopo il bagno istituzionale dei Cinque Stelle e i cambiamenti intercorsi nel frattempo all’interno dei Democratici. I veleni e le scorie seminati abbondantemente dalla conflittualità tra le due forze politiche, l’una considerata antisistema e l’altra identificata a torto o a ragione con l’establishment, non sono stati ancora smaltiti completamente dai rispettivi elettorati. E può darsi, anzi, che i residui di quella conflittualità continuino a inquinare i rapporti fra le opposte fazioni come accade alle tifoserie di due squadre di calcio impegnate in un derby permanente.

Ma a questo punto, per ribaltare un’espressione di manzoniana memoria, quello fra M5S e Pd è un matrimonio che “s’ha da fare”, almeno per due buone ragioni. La prima è la necessità o l’urgenza di aggregare un’alternativa potenziale e credibile al centrodestra a trazione leghista, guidato dal sovranismo autoritario di Matteo Salvini con inclinazioni vagamente xenofobe e razziste. La seconda ragione consiste nel fatto che entrambe le forze politiche hanno bisogno di integrarsi a vicenda per candidarsi al governo del Paese, coltivando le loro affinità di fondo in modo da diventare complementari l’una all’altra. Un matrimonio di opportunità, dunque, se non proprio d’amore o di passione, anche al di là delle diffidenze e delle ostilità che tuttora dividono le loro “famiglie” d’origine.

Sotto il primo aspetto, l’escalation leghista accreditata dai sondaggi d’opinione prelude chiaramente a una ricostituzione dello schieramento di centrodestra con la leadership del Capitano e la sua conseguente candidatura alla testa del governo. Per fermare questa deriva in atto, o quantomeno per contrastarla, occorre aggregare un fronte progressista in grado di competere alla pari. Nel Parlamento attuale, il Movimento 5 Stelle e il Partito democratico rappresentano rispettivamente il 32 e il 18 per cento, a cui bisogna aggiungere le componenti minori del centrosinistra e la formazione di Liberi e Uguali (3%): ciò vuol dire che sulla carta una maggioranza alternativa con più del 51 per cento già esiste e potrebbe essere ulteriormente rafforzata dopo le prossime europee. Di contro, la coalizione di centrodestra – uscita vincitrice dalle ultime politiche – arriva nel suo complesso al 37 per cento. Sotto il secondo aspetto, quello di un’eventuale integrazione fra i Cinquestelle e i Democratici, è evidente che – superando le contrapposizioni della campagna elettorale – il Movimento guidato da Luigi Di Maio può apportare al Pd di Nicola Zingaretti un impulso di rinnovamento e di tensione morale, tanto più dopo i recenti scandali sulla Sanità che hanno coinvolto i suoi esponenti in Basilicata e in Umbria; mentre viceversa i “dem” possono assicurare a loro volta un contributo di competenza e di esperienza alle nuove leve pentastellate. Certo, si tratta di un processo graduale e laborioso, non privo di rischi e di incognite. Occorre aprire preliminarmente un confronto, magari più approfondito e impegnativo di un “contratto di governo”, per definire programmi, obiettivi e condizioni. Ma c’è forse nel Parlamento attuale, e tanto più in un futuro Parlamento investito dal vento sovranista, un’alternativa al predominio delle destre? E come si può pensare, altrimenti, di respingere i pericoli e le minacce che incombono sulla nostra democrazia? A questi interrogativi, per certi versi inquietanti, sono chiamati a rispondere i gruppi dirigenti del M5S e del Partito democratico. E con loro, i militanti e i rispettivi corpi elettorali. In questi settant’anni di storia politica italiana, dalla Costituzione in avanti, abbiamo già assistito al superamento di antichi steccati, prima fra cattolici e laici; poi fra democristiani, socialisti e comunisti. Quello che sembrava impossibile è diventato possibile. È tempo di fare un altro tentativo coraggioso per salvaguardare l’interesse generale del Paese.