Testimoni giustizia, Gaetti e il “fuoco amico” di Piera Aiello

Il sottosegretario all’Interno Luigi Gaetti, M5S, non ci sta a subire il “fuoco amico” di Piera Aiello, ex testimone di giustizia, oggi deputata pentastellata. “Sono delusa, amareggiata”, aveva detto martedì la deputata, a proposito della gestione dei testimoni di giustizia da parte dell’apposita Commissione presieduta da Gaetti. “Aveva annunciato risposte che non sono mai arrivate”, si era lamentata. “In realtà la stragrande maggioranza dei testimoni di giustizia – ci dice il sottosegretario – vive una vita ‘normale’. Una cinquantina di loro ( su circa 300, ndr) sono impiegati nella pubblica amministrazione, altri però non hanno, per esempio, il titolo di studio necessario o hanno altri impedimenti. Stiamo cercando di capire se si possano assumere loro familiari con i requisiti”. Quando gli ricordiamo che l’associazione dei testimoni di Giustizia l’ha accusato di aver fatto “solo finte aperture” e audizioni inutili, Gaetti ci risponde che su alcuni casi non possono intervenire “perché ci sono sentenze del Tar o del Consiglio di Stato che ci bloccano. Vorrei ricordare, inoltre, che noi spendiamo soldi pubblici e le assicuro che ci sono alcune richieste irragionevoli”.

La Lega fa melina sulla Commissione Regeni

La Commissione d’inchiesta sulla morte di Giulio Regeni può aspettare. Anzi, deve aspettare. Ieri l’ufficio di presidenza delle Commissioni Giustizia e Esteri della Camera ha esaminato due proposte di legge per istituirla. La prima è di maggio 2018 ed era stata presentata da Erasmo Palazzotto (Sel). La seconda, a prima firma di Sabrina De Carlo (M5S), risale a febbraio.

Ebbene, sono passati più di 3 anni dalla morte di Regeni, ma i tempi non sono ancora maturi non per avere la verità, ma nemmeno per cercarla.

Ieri, i due leghisti Roberto Turri e Paolo Formentini sono intervenuti per chiedere alcune audizioni preliminari alla costituzione della Commissione. Prima di tutto quella di un costituzionalista e poi quella di Giuseppe Pignatone, il procuratore capo di Roma (che segue il caso insieme al pm Sergio Colaiocco).

I due deputati non hanno dato una motivazione del perché servisse sentire un costituzionalista, né hanno tracciato un ipotetico profilo. A quel punto, Marta Grande (presidente Commissione Esteri) e Francesca Businarolo (presidente Commissione Giustizia), entrambe M5s, hanno detto di no all’audizione di Pignatone, ma hanno accettato quella del costituzionalista.

A opporsi sono stati Laura Boldrini (LeU) e Alfredo Bazoli (Pd). Lunedì scadono i termini per indicare il nome. Il Carroccio pensa a Mario Esposito, professore con il quale in passato il partito ha già avuto a che fare. Ma quello che risulta evidente è l’effetto dilatorio della manovra.

D’altra parte, la necessità di mantenere i rapporti con l’Egitto e la difficoltà di mantenere una posizione di rottura con Al Sisi hanno caratterizzato tutti i governi.

Ad agosto del 2017 l’esecutivo guidato da Paolo Gentiloni decise di rimandare al Cairo l’Ambasciatore che era stato richiamato più di un anno prima, per la scarsa collaborazione dell’Egitto nelle indagini sull’uccisione di Regeni. E il ministro dell’Interno, Matteo Salvini da Al Sisi c’è andato all’inizio del suo mandato, nel luglio scorso. Per poi dichiarare in un’intervista ad Al Jazeera: “Non si possono annullare i rapporti con l’Egitto in attesa di sviluppi sul caso Regeni”. E ancora, confermava la fiducia nei confronti delle autorità egiziane: “C’è un rapporto fondamentale con l’Egitto, c’è sempre stato e ci sarà anche in futuro”. A novembre poi chiariva: “Sul caso Regeni credo che il governo, con tutti i suoi esponenti e il Parlamento, con tutti i suoi esponenti di maggioranza e opposizione, stiano facendo il massimo. Poi purtroppo governiamo in Italia e non in Egitto”.

Era stato Roberto Fico a intervenire, quando il 29 novembre aveva interrotto le relazioni diplomatiche con il governo egiziano: “Le due magistrature sono in stallo, come sostiene la stessa Procura di Roma e la cooperazione non c’è più. Dunque, non c’è proprio nulla di cui fidarsi”.

A febbraio anche Giuseppe Conte ha visto Al Sisi, in occasione del vertice Ue-Lega Araba. Per dichiarare alla fine del summit: al presidente egiziano “abbiamo ribadito l’assoluta sensibilità del governo italiano e dell’opinione pubblica per una soluzione” del caso Regeni, aggiungendo che “Al Sisi ha testimoniato la sua costante attenzione e il suo impegno perché questo caso abbia una soluzione”. Ma poi in quell’occasione i due hanno parlato di affari (energia e diversificazione delle fonti).

Insomma, quanto accaduto ieri sulla Commissione d’inchiesta non fa che confermare un dato: la verità sulla morte di Regeni è importante, le relazioni con l’Egitto decisamente di più.

Emiliano finisce indagato per le primarie del 2017

La Procura di Bari indaga per capire chi e perché abbia pagato la campagna di comunicazione di Michele Emiliano per le primarie Pd del 2017. I reati contestati al governatore pugliese sono abuso d’ufficio e induzione indebita a dare o promettere utilità. Emiliano ieri ha dovuto consegnare alla Guardia di Finanza il contenuto di alcune chat sul suo telefono cellulare con il suo capo di gabinetto e alcuni imprenditori che, secondo l’accusa, sarebbero intervenuti per il pagamento della campagna di comunicazione.

La notizia però è doppia e anche le indagini sono due. I pm stanno cercando di capire chi abbia fatto una rivelazione del segreto. Il governatore pugliese infatti nei giorni scorsi s’è presentato in procura per denunciare la fuga di notizie sulla ‘sua inchiesta’. Emiliano, avendo appreso l’esistenza delle indagini da un giornalista, con una mossa corretta e non scontata, ha denunciato lui stesso agli ex colleghi la violazione del segreto.

Al Fatto risulta che Emiliano lunedì scorso ha chiamato il procuratore capo di Bari Giuseppe Volpe chiedendo un appuntamento a stretto giro. Poco prima, questa sarebbe la versione di Emiliano, il Governatore era stato informato da un giornalista di una testata locale che girava voce di un’imminente perquisizione della Guardia di Finanza nei suoi confronti. Emiliano ha subito chiamato Volpe per informarlo della violazione del segreto e il procuratore ha sentito il Governatore il giorno dopo, martedì. Puntualmente, ieri, i finanzieri sono arrivati. In realtà si è trattato solo di un’acquisizione. Emiliano è indagato con il suo capo di gabinetto, Claudio Stefanazzi, e tre imprenditori: Pietro Dotti, Vito Ladisa e Giacomo Mescia. La vicenda riguarda il pagamento di una campagna di comunicazione all’agenzia di Pietro Dotti che, nel 2017, ha curato la campagna elettorale di Emiliano per le primarie del Pd.

L’inchiesta è coordinata dal procuratore aggiunto Lino Giorgio Bruno. I reati contestati sono l’induzione indebita compiuta da Emiliano in concorso e le false fatturazioni emesse per giustificare il pagamento. Da ambienti vicini al Governatore emerge una spiegazione: tra Emiliano e la società Dotti sarebbe nato un contenzioso perché la campagna di comunicazione risultava troppo simile a quella di un altro candidato del Pd, Deborah Serracchiani. La cifra inizialmente richiesta, 65mila euro, non sarebbe stata corrisposta. Di qui una lite giudiziaria culminata in un decreto ingiuntivo. Il saldo per 20 mila più Iva avrebbe tacitato la società e sarebbe stato tracciabile con un bonifico. A pagare è stato l’imprenditore del settore energetico Giacomo Mescia sostenitore della campagna dell’ex sindaco di Bari. Secondo l’accusa, però, ci sarebbe un secondo pagamento sospetto alla società di Dotti da parte di un altro imprenditore barese: Vito Ladisa, che si occupa di ristorazione. Fonti vicine al governatore pugliese spiegano che questo secondo pagamento sarebbe riferibile a un’altra campagna comune di comunicazione che non riguarderebbe Emiliano.

“Ho denunciato ieri alla Procura della Repubblica una violazione del segreto istruttorio” ha spiegato ieri Emiliano. “Lunedì 8 aprile sono venuto a conoscenza che giovedì 11 sarei stato oggetto di una attività di acquisizione di documenti e dati da parte della GdF in relazione ai finanziamenti percepiti in occasione della mia campagna per le primarie del Pd del 2017. Ho immediatamente chiesto al Procuratore della Repubblica di Bari di poter denunciare i fatti a mia conoscenza per ottenere la massima tutela da possibili violazioni del segreto istruttorio di natura strumentale atteso il mio ruolo pubblico (…) stamattina alle 9 come anticipato dalla fonte indicata al Procuratore, la GdF mi ha chiesto di poter verificare alcune mail e chat del mio telefono. Abbiamo fornito piena collaborazione – ha concluso Emiliano – al fine di consentire l’acquisizione di tutti gli elementi utili, nella convinzione di avere operato con assoluta correttezza e rispetto delle leggi”.

Molinari: “Sul Tav può esprimersi solo il Parlamento”

È sempre aperta la questione Tav tra Lega e Cinque Stelle. L’espediente su bandi e avvisi trovato a marzo ha solo rinviato il redde rationem nella maggioranza gialloverde sul compimento della Torino-Lione. Ieri è tornato a parlarne il capogruppo salviniano Riccardo Molinari, intervistato da Tagadà su La7. “Per fermare il Tav – sostiene il leghista – l’unica soluzione è un voto parlamentare. Il governo non può farlo, perché violerebbe un trattato internazionale votato in Parlamento”. Quindi il premier Conte – lo incalza la conduttrice Tiziana Panella – dice una sciocchezza quando sostiene che l’Italia deciderà dopo aver sentito la Francia? “Io credo che Conte – replica Molinari – voglia solo tranquillizzare una parte dell’elettorato dei Cinque Stelle, quella più radicale. Ma io dubito che si possa fermare il Tav”. Ieri ha parlato di Tav anche il candidato del centrodestra alla presidenza del Piemonte, il forzista Alberto Cirio: “Siamo convinti che vada realizzata, per questo l’impegno a farla sarà sottoscritto da tutti i candidati al consiglio regionale, in modo che nessuno, una volta eletto, possa poi dimostrarsi tiepido”.

Marino: le 56 cene sono indigeste ai renziani

Michele Anzaldi, ultrarenziano del Partito democratico, ieri, rispetto al caso scontrini-Marino, ha detto a Radio Cusano Campus: “Le motivazioni della sentenza non dicono che il fatto non sussiste, dicono che non è abbastanza normato, questo vuol dire che non è sanzionabile, ma non che il comportamento sia moralmente corretto e giustificato”.

Si sbaglia Anzaldi perché per la Cassazione – il cui verdetto definitivo stava commentando – “il fatto non sussiste”. Le motivazioni a cui fa riferimento sono quelle dell’assoluzione in primo grado – precedenti alla condanna a due anni in Appello per peculato e falso annullata dalla Suprema Corte – a firma del giudice Pier Luigi Balestrieri che scrisse: “Tutte le cene in questione avevano superato il vaglio dell’Ufficio del Cerimoniale, della Ragioneria Generale e, indirettamente, quello della Corte dei Conti, la quale non aveva svolto in proposito rilievi di sorta; (…) il nostro ordinamento non disciplina rigidamente la categoria delle spese di rappresentanza (anzi non le disciplina tout-court) (…) dovendosi invece unicamente accertare (…) se si tratti di spese ‘destinate a soddisfare la funzione rappresentativa esterna dell’ente pubblico al fine di accrescere il prestigio della sua immagine e darvi lustro nel contesto sociale in cui si colloca’ secondo quanto osservato dalla giurisprudenza della Suprema Corte”. Già in primo grado per il peculato relativo all’utilizzo per le cene della carta di credito di Roma Capitale, Marino fu assolto perché “il fatto non sussiste”.

Il giudice Balestrieri scrisse anche: “(…) l’intero procedimento di contabilizzazione delle spese di rappresentanza è stato gestito, dallo staff di Marino, senza che questi ne avesse specifica contezza; potendo soltanto al riguardo formulare l’ipotesi, penalmente irrilevante – anche se amministrativamente commendevole –, che il medesimo si fosse disinteressato alla problematica, di cui peraltro non poteva non avere generica conoscenza, ritenendola secondaria e affidandola, per l’appunto, alle cure del personale amministrativo”. Questo per motivare l’assoluzione dalle contestazioni di falso “perché il fatto non costituisce reato” rispetto alle accuse rivolte a Marino dai pm riguardo l’occultamento del peculato con “disposizioni al personale addetto alla sua segreteria affinché formasse le dichiarazioni giustificative delle spese sostenute inserendovi indicazioni non veridiche, tese ad accreditare la presunta natura istituzionale dell’evento”. Per la Cassazione anche rispetto al falso, invece, “il fatto non sussiste”, il perché lo si scoprirà con le relative motivazioni che saranno depositate entro 90 giorni.

Tutti i fatti contestati erano relativi a 56 cene per 12.700 euro, cifra che Marino ha versato (aggiungendo 7 mila euro a copertura di tutte le spese di rappresentanza tra il 12 giugno 2013 e il 31 agosto 2015), dopo lo scoppio della polemica, con un assegno alla ragioneria del Campidoglio il 9 ottobre 2015. In un altro procedimento in corso sono state rinviate a giudizio due collaboratrici di Marino: Claudia Cirillo con l’accusa di aver mentito ai pm rispetto a una cena del 2013; l’allora capo segreteria Silvia Decina con l’accusa di aver apposto la firma falsa del sindaco proprio nei 56 giustificativi delle cene per cui ora la Cassazione ha sentenziato, riguardo Marino, che “il fatto non sussiste”.

Rai, le telefonate a Fazio contro l’invito a Di Maio

Luigi Di Maio domenica sera era ospite di Fabio Fazio. Non è la prima volta che un pentastellato entra negli studi di Che tempo che fa. In questa stagione televisiva ci sono già stati Alessandro Di Battista e Roberto Fico. Il leader del M5S ha parlato di campi rom, ha escluso un aumento dell’Iva e anche l’introduzione di una patrimoniale. Fin qui tutto normale, anche perché non siamo ancora in regime di par condicio per le Europee.

A non essere tanto normale è invece una telefonata partita dai piani alti di Viale Mazzini qualche giorno prima, tra venerdì e sabato, proprio a Fazio e anche al direttore del Tg1 Carboni, dopo che è stata resa nota la scaletta del programma. Un colloquio in cui un alto dirigente Rai, come riportava ieri anche il sito Dagospia, avrebbe tentato di convincere il conduttore a declinare l’invito al ministro del Lavoro. Una conversazione dove si è fatto notare se fosse proprio il caso, a un mese e mezzo dalle Europee, di avere ospite Di Maio e se, nel caso, si fosse pensato a un riequilibrio nella settimana successiva con un ospite leghista. E, dato che Salvini da Fazio non ci va, se non fosse il caso comunque di evitare l’ospitata di Di Maio. Non una telefonata di censura, nemmeno un ordine perentorio, ma una sorta di moral suasion anche assai educata. Secondo le nostre fonti, il dirigente Rai in questione sarebbe Fabrizio Ferragni, capo delle relazioni istituzionali, persona che non ha alcuna delega su programmi, contenuti, palinsesti. Ex conduttore del Tg Lazio ed ex vicedirettore del Tg1, una vita passata nella tv pubblica, Ferragni all’inizio della sua carriera era considerato di area Dc e nel corso degli anni è rimasto sempre un perfetto uomo di centro, vicino a Casini, ma con buoni rapporti pure nel centrodestra forzista e nel Pd renziano. Fino alla svolta sovranista. Nella nuova Rai gialloverde, infatti, di lui si dice che sia molto apprezzato dalla Lega e dal presidente Marcello Foa. Quando Foa ha un impegno istituzionale, spesso ad accompagnarlo c’è Ferragni. Ed è farina del sacco di Foa la decisione di spacchettare la comunicazione, con la conferma di Ferragni. Con chi non aveva buoni rapporti, invece, è Mario Orfeo, di cui era vicedirettore al Tg1. E quando quest’ultimo passa alla direzione generale, gli preferisce, come suo successore, Andrea Montanari.

Resta da capire chi sia il mandante del tentativo di censura a Fazio e perché la questione non sia stata affidata a chi ne avrebbe competenza, ovvero la direttrice di Raiuno Teresa De Santis. L’operazione però fallisce, perché domenica sera il leader pentastellato si è accomodato tranquillamente negli studi di via Mecenate a Milano. E riequilibrare sarà difficile, perché è cosa nota che Matteo Salvini abbia escluso di andare ospite a Che tempo che fa. Troppi gli screzi tra i due e gli attacchi che il vicepremier leghista quest’anno ha riservato al conduttore, colpevole ai suoi occhi di invitare solo personaggi di sinistra, da Mimmo Lucano a Roberto Saviano, passando per Emmanuel Macron, che di sinistra non è ma di certo non sta simpatico alla Lega. Gli attacchi a Fazio in questi mesi sono arrivati anche dal cda. Giampaolo Rossi, consigliere in quota FdI, ha espresso critiche al programma. Un vero e proprio isolamento, quello di Fazio, tanto da ventilare l’ipotesi di un suo trasloco su Raitre nella prossima stagione, eventualità per il momento scartata ché lo spostamento sarebbe controproducente dal punto di vista economico per Viale Mazzini.

Sabato le capolista. L’ipotesi della manager sarda Todde

I cinque nomi arriveranno sabato alla convention organizzata al Tempio di Adriano. In mattinata, il capo politico dei 5 Stelle Luigi Di Maio, incontrerà a porte chiuse i 76 candidati alle Europee usciti dalle consultazioni su Rousseau. Poi, nel pomeriggio, in una conferenza stampa con i giornalisti annuncerà le capilista donne che ha scelto per le cinque circoscrizioni al voto. Le indiscrezioni raccolte ieri da Repubblica parlano di Paola Pisano candidata a Nord Ovest, assessore all’innovazione della giunta di Torino guidata da Chiara Appendino (che, va aggiunto, non gradirebbe la scelta dei vertici). Per le Isole si fanno i nomi di Chiara Cocchiara e Tiziana Mori: la prima è ingegnere aerospaziale, l’altra agronoma. Ma al Fatto risulta anche un’altra possibilità, ovvero quella della sarda Alessandra Todde (nella foto), manager di Olidata che ha vissuto a lungo negli Stati Uniti ed attualmente è di stanza a Parigi. Non si placano, nel frattempo, i malumori degli europarlamentari uscenti, che sono stati i più votati alle europarlamentarie web e che ora rischiano il posto per l’ingresso delle cinque esterne.

Dell’Utri rischia di nuovo il processo a Milano

Torna indietro e riparti dal via. Dal primo grado, sarebbe più esatto dire. Il processo milanese per frode fiscale e bancarotta, che Marcello Dell’Utri pensava di essersi lasciato alle spalle, potrebbe ripartire. Il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, su impulso della Procura di Milano, ha inviato in Libano una richiesta di estensione dell’estradizione. Se, come probabile, Beirut accoglierà, la vicenda giudiziaria si riaprirà.

Un caso complesso. È il 13 giugno 2014, Dell’Utri dopo la latitanza in Libano viene estradato in Italia. Le autorità libanesi avevano dato il via libera in base alla condanna definitiva del 9 maggio 2014 nel processo palermitano per concorso esterno in associazione mafiosa. Ma Dell’Utri in Italia deve affrontare diversi procedimenti e per processarlo occorre prevedere espressamente il reato nella richiesta di estradizione. Dopo non si possono aggiungere nuove accuse per fatti risalenti a un periodo precedente.

Ed ecco il patatrac, raccontato mesi fa da Luigi Ferrarella sul Corriere. L’inchiesta a carico di Dell’Utri riguardava la commercializzazione di spazi pubblicitari in tv. L’ex senatore era stato condannato in abbreviato a 4 anni per frode fiscale e bancarotta. Accuse che l’ex senatore ha respinto dichiarando di essere stato partner finanziario e non socio di fatto. Nell’ottobre 2018 il colpo di scena: in appello la questione non viene nemmeno dibattuta e si dichiara il non luogo a procedere. Emerge infatti che tra le accuse per cui è stata richiesta l’estradizione non è compresa quella milanese. Viene scartata la via, altrove praticata, di concedere tempo per chiedere l’estensione dell’estradizione e si chiude con il non luogo a procedere.

Ma il ministero nel frattempo ha inviato un’altra richiesta a Beirut. Non è la prima “estensione di estradizione” per Dell’Utri. Basta leggere il documento partito da via Arenula per ripercorrere la carriera giudiziaria del politico-bibliofilo. Il 12 marzo 2015, scrive il Ministero, è stata deliberata l’estensione per il processo P3 dove Dell’Utri “è imputato in primo grado”. Ancora: “Il 4 agosto 2016 le autorità libanesi hanno deliberato l’estensione dell’estradizione in Italia” per il processo sulla Trattativa. Qui Dell’Utri, dopo la condanna in primo grado a 12 anni nel 2018, attende l’appello.

Infine c’è l’inchiesta napoletana sulla scomparsa dei volumi della biblioteca dei Girolamini (primo grado). Qui “l’estensione per il reato di peculato” risale al 7 aprile 2017.

Insomma, un’estradizione un po’ a fisarmonica, che si apre e si chiude. Ed ecco che ora si sta per aggiungere un nuovo capitolo, quello dell’inchiesta milanese. Se il Libano dovesse dare via libera, “il processo – riferiscono fonti della Procura – dovrebbe ripartire dal primo grado. Difficile, però, che si arrivi alla prescrizione per fatti che risalgono anche al 2013”.

Ops, Alfano torna da B. ad Arcore per fare le liste di FI

Sul triste crepuscolo di Silvio Berlusconi aleggia pure lo spettro di Angelino Alfano. L’ex scissionista di Ncd, metà uomo e metà poltrona, adesso fa il consulente superpagato di un importante studio legale di Milano, BonelliErede. “Esperto di Diritto civile e di relazioni internazionali”, le sue referenze. In pratica un lobbista di alto rango, come già capitato ad altri ex politici europei e americani.

Ed è in questa veste che Angelino senza quid (Berlusconi dixit) è tornato ospite graditissimo e assiduo ad Arcore, la Betlemme brianzola dell’ex Cavaliere. “La verità è che il presidente è sempre rimasto affezionato a lui, a differenza di Angelino che è un freddo calcolatore e un anaffettivo, un democristiano siciliano”, confessa un berlusconiano informato.

Così Angelino e Silvio si vedono e si parlano e gli affari finiscono per lambire la politica. Il pellegrinaggio ad Arcore di imprenditori di ogni ramo e provenienza è un must del berlusconismo, da un quarto di secolo a questa parte. “Presidente ci sono degli imprenditori che potresti candidare alle prossime Europee”. Ed ecco il sottilissimo velo che divide il B. industriale dal B. forzista, alias conflitto d’interessi, squarciarsi per la milionesima volta. Racconta un’altra perfida fonte azzurra: “Angelino non gli ha presentato nessuno degno di rilievo. La solita fuffa”.

Il punto è questo. Quasi nessuno in Forza Italia vede con favore questo riavvicinamento tra Berlusconi e Alfano, dopo il tremendo Tredici della decadenza di B. da senatore – a causa della condanna per frode fiscale in Cassazione – e del successivo strappo alfaniano per rimanere nel governo di Enrico Letta. Quella stagione ha aperto ferite larghe e profonde e adesso che gli azzurri si scannano e si mangiano tra di loro perché i voti sono pochi e le ambizioni sempre tante, il ritorno di Alfano scatena sospetti, invidie e maldicenze.

Ufficialmente, l’allarme sul- l’alfanismo redivivo è scattato il 23 marzo scorso. Quel giorno, con grande meraviglia della politica romana, Vittorio Feltri ha scritto su Libero un sentito elogio dell’ex ministro di Ncd rivolgendo un appello a B.: dia il partito ad Alfano, è l’unico che può garantire la sopravvivenza di Forza Italia. Su equilibri e umori del magico circo berlusconiano, Feltri ha solitamente l’occhio lunghissimo e il suo inaspettato editoriale ha generato mille ipotesi e suggestioni. Soprattutto in un’altra magione della Brianza, a Rogoredo.

Qui c’è Villa Maria, la residenza che B. ha donato alla sua fidanzata napoletana Francesca Pascale. Da mesi, Villa Maria è diventata la centrale dell’odio azzurro contro Matteo Salvini. L’altro giorno, per esempio, la giovane first lady ha postato su un social il video di Fiorella Mannoia su “Salvini vomito continuo”. A condividere questo sentimento con Pascale c’è l’ex badante di B. Mariarosaria Rossi (altra beniamina prediletta ritornata al Padre) e pure Mara Carfagna che aspira a prendere il posto di Antonio Tajani come numero due dell’ex Cavaliere. Facile, quindi, immaginare la reazione della falange rosa dinnanzi al fantasma di Alfano, compreso magari un rito voodoo con Angelino ridotto a un bambolino trafitto da aghi.

Nei ragionamenti è emerso finanche il doppiogiochismo di Mariastella Gelmini, capogruppo azzurra a Montecitorio. “Mariastella non ha mai avuto un grande rapporto con Alfano eppure si è presa i suoi all’ufficio stampa alla Camera”. I “suoi” di Alfano sono Danila Subranni (figlia di Antonio, generale dell’Arma condannato a 12 anni per la trattativa Stato-mafia) e Roberto Rametta. Ma Gelmini, raccontano, vuole tenersi aperto un fronte anche con i salviniani. Benché detestata dal vicepremier leghista, l’ex ministra punta sul neo suocero di Matteo: Denis Verdini, altro scissionista di FI nell’era renziana. Nella vita non si sa mai. Così al gruppo forzista di Montecitorio ha ripreso a farsi vedere Massimo Parisi, già braccio destro di Verdini.

A Villa Maria, l’ultimo aggiornamento dell’antisalvinismo riguarda la Calabria, dove a breve si voterà per le Regionali. Spinto da Jole Santelli, storica azzurra di quella regione, il candidato del centrodestra dovrebbe essere Mario Occhiuto, sindaco di Cosenza che però ha un paio di problemi con la giustizia. L’accordo coi referenti locali della Lega era concluso finché Salvini non ha mandato laggiù un nuovo commissario, il bergamasco Cristian Invernizzi, che ha ribaltato il tavolo e vuole Wanda Ferro di Fratelli d’Italia. Per le Europee, invece, le geniali menti antisalviniane hanno nientemeno che partorito la candidatura di Irene Pivetti. Un’ideona, che s’incastra tragicamente nell’agonia di questo mondo, un tempo rutilante.

Restituzioni, dubbi tra gli eletti M5S: “Rischio nullità”

È stato eletto alla Camera e adesso è proprio a lui, il giurista diventato collega di scranni, che una pattuglia di circa venti parlamentari del Movimento si è rivolta per capire che fare con le fatidiche restituzioni. Hanno dubbi, rivela AdnKronos, sulla regolarità delle donazioni che, secondo il codice civile dovrebbero “essere fatte per atto pubblico”, altrimenti rischiano di essere nulle, visto che non rispondono al principio di “modico valore” (minimo 2.000 euro ogni mese che vanno al Comitato M5S, in attesa di destinazione), l’unico che esenterebbe le parti dal presentarsi davanti a un notaio. Il parere, dicevamo, è stato chiesto all’avvocato Roberto Cataldi (nella foto), curatore di un portale online e ora deputato 5Stelle. “Se si dovesse aprire un contenzioso” sulla legittimità delle donazioni “il giudice dovrebbe valutare tanti elementi e la sua non sarebbe una decisione scontata. Non escludo ci possa essere una pronuncia che dichiari nulla la donazione”, dice Cataldi. Ieri il capogruppo M5S alla Camera Francesco D’Uva, fiutata l’aria, ha replicato: “Se qualcuno ha dei dubbi, li fugheremo”.