Da Calenda ai dalemiani: le liste Pd con tutti dentro

Obiettivo, riempire le liste. E trovare anche all’ultimo momento qualche nome “appetibile”, nel mondo della società civile, del terzo settore, dell’imprenditoria. Oggi pomeriggio alle 16 e 30, il segretario del Pd, Nicola Zingaretti presenterà alla direzione le liste per le Europee. E come sempre capita, la notte prima è non solo quella delle trattative, ma pure dei colpi di scena.

Tra le ultime conquistate alla causa dem c’è Caterina Avanza, 38 anni, bresciana, entrata nello staff di Emanuel Macron per occuparsi di comunicazione. “Lui è un computer: si ricorda qualsiasi cosa. Però è anche spontaneo, genuino, e infatti ogni tanto gli scappa una frase di troppo” , disse al Corriere della Sera. Con la scelta di un’esponente di En Marche!, che sarà candidata nel Nord Ovest, Zingaretti vuol dimostrare di tenere fede alla promessa, di andare da Tsipras a Macron.

Alla vigilia, le teste di lista (una sorta di ticket, tra capolista e secondo) appaiono praticamente tutte definite.

Al Nord Est, Carlo Calenda sarà seguito da Elisabetta Gualmini (vicepresidente dell’Emilia Romagna). Al centro, Simona Bonafè, europarlamentare uscente, renziana in via di riposizionamento, sarà seguita da David Sassoli (anche lui uscente, vicino a Dario Franceschini). Al Sud, il capolista sarà Franco Roberti, ex procuratore nazionale antimafia e assessore alla legalità nella Giunta campana guidata da Vincenzo De Luca. Seguirà Pina Picierno, anche lei uscente, in passato sostenuta da De Luca, che ora però traballa sul suo appoggio. E poi, nelle Isole, la capolista sarà Caterina Chinnici, figlia del magistrato ucciso dalla mafia nel 1983, seguita da Pietro Bartolo, medico di Lampedusa.

La maggior incognita riguarda il Nord Ovest: Giuliano Pisapia sarà il capolista, ma la minoranza guidata dalla triade Luca Lotti, Antonello Giacomelli e Lorenzo Guerini vorrebbe al secondo posto Raffaella Paita, deputata ligure, in passato già candidata alla guida della Regione, vicinissima sia a Renzi che a Lotti. Ma ci sono le europarlamentari uscenti, Mercedes Bresso e Patrizia Toja, che potrebbero aspirare alla stessa posizione. E chissà che non si apra una possibilità per la stessa Avanza. In quella circoscrizione, poi, dovrebbero essere candidati Enrico Morando, economista liberista dem, finito fuori dal Parlamento e Pierfrancesco Majorino, assessore a Milano.

Nel Nord Est, si presenteranno anche gli uscenti Paolo De Castro e Isabella Dal Monte (sostenuti dalla minoranza lottiana) e Achille Variati (area Dem). Al centro, gli uscenti Nicola Danti (sostenuto dai renziani) e Roberto Gualtieri (che ha tra i suoi sponsor pure Goffredo Bettini) e Massimiliano Smeriglio (vero braccio destro di Zingaretti). Al Sud, ci saranno gli uscenti Andrea Cozzolino, Giosi Ferrandino, Nicola Caputo ed Elena Gentile.

Trattativa ancora in corso con Mdp: sarà in lista al Sud l’uscente Massimo Paolucci, vicinissimo a Massimo D’Alema. C’è ancora qualche incognita su Elly Schlein, europarlamentare uscente anche lei, transitata in Possibile: non sarebbe certa se accettare. Al suo posto, gli “scissionisti” vorrebbero proporre Maria Cecilia Guerra, che fu capogruppo di opposizione in Senato e che dunque trova la contrarietà delle minoranze. L’ultimo nome dovrebbe essere Francesca Danese, portavoce del Terzo settore del Lazio.

In quota Calenda entreranno l’economista Irene Tinagli e Virginia Puzzolo, una carriera da funzionaria a Bruxelles.

E mentre la minoranza lottiana tratta ancora su posizioni in lista e limature, secondo l’assunto “non si vota contro le liste”, quella di Roberto Giachetti, invece, valuta di non votare. Motivo? Le possibili candidature di esponenti Mdp. “Ma quale lista aperta, lista allargata? Facciamo politica da un po’ e lo sappiamo come finiscono queste cose…”, spiega Giachetti. E poi il gioco vale la candela? “Per ogni voto che porta uno di questi, ne perdiamo 5 di elettori che la foto di Speranza e D’Alema che brindano alla vittoria del No al referendum se la ricordano bene”.

Un’altra candidatura che non viene condivisa è quella di Massimiliano Smeriglio: “Portiamo dentro anche quelli che dicono che bisogna fare l’alleanza con i grillini”.

“Lavorare meno, lavorare tutti”

L’ultima volta che il tema della riduzione dell’orario di lavoro è entrato nel dibattito pubblico risale alla fine degli anni 90, quando l’allora segretario di Rifondazione comunista, Fausto Bertinotti, duellò su questo con l’allora presidente del Consiglio, Romano Prodi.

A rilanciare la proposta è stato invece ieri il (quasi) presidente dell’Inps, Pasquale Tridico, di nomina recente e proveniente dalla squadra di tecnici pentastellati che l’ha rilanciata con nettezza: “Siamo fermi in Italia all’ultima riduzione di orario del ’69-70 – ha detto – non ci sono riduzioni da 50 anni, invece andrebbe fatta. Gli incrementi di produttività vanno distribuiti o con salario o con un aumento del tempo libero”.

Una posizione da sindacalismo rosso per una bandiera della sinistra che rivendicava le 35 ore “a parità di salario” e in alcuni casi anche a 32 ore. Del resto, nella contrapposizione marxiana tra “capitale” e “lavoro”, quest’ultimo ha sempre avuto solo due leve per recuperare margini a proprio favore: aumentare il salario o ridurre la prestazione lavorativa.

La proposta trova appiglio nella realtà: tra i Paesi dell’Unione europea, l’Italia è quella che ha il monte ore annuo medio più alto, 1723 ore lavorate per addetto contro le 1514 di Gran Bretagna e Francia, le 1546 del Belgio o le 1356 della Germania. I contrari ricordano sempre che così si riduce la produttività del lavoro (in realtà si aumenta il costo unitario per unità lavorativa), ma se si investisse in tecnologia, capitale e organizzazione del lavoro, il saldo potrebbe essere inalterato.

A salutare positivamente la proposta di Tridico è stato solo il segretario della Uil, Carmelo Barbagallo, mentre la Cisl rimanda tutto alla contrattazione tra le parti. Però è una proposta rilevante, soprattutto per l’autorevolezza del proponente. E magari meriterebbe ben altra accoglienza, soprattutto a sinistra.

Commissione banche, Gianluigi Paragone verso la presidenza

La nomina di Gianluigi Paragone a presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sul sistema bancario e finanziario sembrerebbe certa. “Il presidente? Ho avuto conferma anche da Salvini e Giorgetti che sarà il nostro senatore Gianluigi Paragone”, ha dichiarato ieri a Porta a Porta il vicepremier Luigi Di Maio. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, il 29 marzo aveva dato il via libera alla legge che istituisce la Commissione, chiarendo però che, a differenza della scorsa legislatura, “l’ambito dei compiti attribuiti non riguarda l’accertamento di vicende e comportamenti che hanno provocato crisi di banche o la verifica delle iniziative assunte per farvi fronte”. Subito dopo lo stesso Paragone, già proposto alla carica di presidente dai 5s, aveva assicurato su Facebook: “La Commissione d’inchiesta serve per fare chiarezza e non per fare lo scalpo a Bankitalia e alle altre istituzioni. Non c’è nessuno spirito di vendetta“. Nel luglio 2017 è stata istituita per la prima volta la commissione sul sistema bancario, presieduta da Casini, per fare chiarezza sul crac delle 4 banchette fallite e delle due venete. La durata prevista è stata di 6 mesi. Questa nuova, invece, durerà fino a fine legislatura.

I treni deragliano e la nuova agenzia non parte

C’è un dato che non si può ignorare: nel 2018 gli incidenti sulla rete ferroviaria sono aumentati. Se ne contano 113 sulla sola rete gestita da Rfi. Paradosso: lo racconta l’Ansf, l’Agenzia Nazionale per la sicurezza delle ferrovie, nel suo ultimo rapporto, ovvero l’ente addetto ad assicurare la sicurezza e a controllare chi controlla. Cosa che, evidentemente, non è fatta a dovere da nessuno.

Tanto che, dopo il crollo del ponte di Genova, il ministero dei Trasporti aveva deciso – col decreto Genova – di creare una sola agenzia, Ansfisa, che vigilasse su strade, autostrade e sistema ferroviario assorbendo Ansf. Una vera e propria riforma, con ispezioni e controlli diretti delle strutture e delle opere d’arte. Oggi, infatti, l’agenzia verifica soprattutto che quanto dichiarato da Rfi e gestori regionali sia corretto. Problema: nonostante la fretta, Ansfisa non esiste ancora perché manca il decreto interministeriale (Trasporti, Tesoro e Funzione pubblica) che dovrebbe avviarla, previsto entro il 31 marzo. Dal ministero dei Trasporti sostengono di averlo inoltrato agli altri due, ipotizzando che l’Agenzia possa vedere la luce tra due settimane, mentre chi ha redatto regolamento e statuto sostiene che la scadenza di questo termine implicherà l’avvio di un nuovo iter, lungo e costellato da farraginosità burocratica, lasciando in questo modo invariato lo status quo più a lungo possibile. Magari il tempo necessario a completare l’iter di assunzione in corso ad Ansf. L’ottimismo del Mit, insomma, sembra dissimulare le difficoltà che sta creando la resistenza dell’Agenzia al nuovo ente. Il direttore, Marco D’Onofrio, ha inviato nelle scorse settimane una lettera al gabinetto di Toninelli con perplessità sul lavoro del presidente dell’Ansfisa, Alfredo Principio Mortellaro (già nominato) e su statuto e regolamento. D’Onofrio lamenta una riduzione “qualitativa e quantitativa” degli uffici a fronte di un “aumento delle funzioni attribuite” e solleva perplessità su una eventuale “parcellizzazione degli uffici” che “farebbe perdere la capacità di sintesi” e “l’efficacia dell’azione amministrativa”. Eppure, almeno un quarto degli uffici dei settori che compongono Ansf sono privi di organico, incluso quello “analisi tecnica sottosistema strutturali di terra”, molti sono già riuniti sotto gli stessi dirigenti – spesso comandati o arrivati da Fs con ricorsi – che per questo motivo hanno un aumento di stipendio del 30%.

Nel nuovo regolamento si fa poi notare l’assenza di previsioni sull’attività sanzionatoria e la necessità di farla passare in capo all’area ispettorato e controllo. Ispettori che non solo non sono inquadrati come tali ma che fanno soprattutto monitoraggio dei gestori e audit sulle procedure interne. Nei dati di ieri, nonostante il decreto sanzionatorio del 2017 e le relazioni ispettive, non c’è traccia di sanzioni, neanche quando lo stesso incidente si è ripetuto più volte nello stesso posto (come a Pioltello). L’Agenzia preferisce il metodo del richiamo, non molto efficace se si guarda ai numeri della stessa Ansf: nel 2018 sulla rete Rfi ci sono stati 8 deragliamenti “tutti riconducibili a problematiche manutentive”. Fuori dai rilievi ufficiali, tra 2016 e 2018 ci sono stati 450 guasti (rotture del binario, giunti e deragliamenti): 13,5 mese.

È però l’Ansf a rilasciare ai gestori le autorizzazioni di sicurezza. “Per troppo tempo l’installazione dei sistemi tecnologici si sta procrastinando” ha detto ieri il direttore D’Onofrio, in contraddizione con se stesso. La collisione del 28 marzo tra due treni sulle reti di Ferrovie Nord, infatti, è avvenuto in quella parte di tratta su cui non è stato installato ancora il Sistema di controllo marcia treno (Scmt) che, in estrema sintesi, agisce sul freno quando il treno si deve fermare. Eppure la rete ha avuto l’autorizzazione sulla base di una comunicazione programmatica, l’installazione del sistema sulle tratte mancanti (15%) entro marzo. Previsione che però non è stata rispettata. Così Ansf, che “non può fermare i treni”, impone limiti di velocità più bassi, motivo per cui l’ad di Ferrovie dello Stato, Gianfranco Battisti condivide tacitamente la critica allo stato della sicurezza ferroviaria prodotto dal rapporto incestuoso Ansf-Rfi. E anche perché, a quanto pare, non funzionano.

Ancora stallo sui truffati: le associazioni in rivolta

La scena rende l’idea della contorsione ormai raggiunta sulla vicenda dei rimborsi ai “truffati”, dove l’accordo sbandierato tanto in fretta ancora non c’è. Martedì sera, finito il Consiglio dei ministri sul Def, Giuseppe Conte, Luigi Di Maio e Matteo Salvini si chiudono in un mini-vertice. Chiamano in diretta Luigi Ugone, presidente di “Noi che credevamo nella Popolare di Vicenza” per chiedergli se la sua posizione contraria è cambiata in 24 ore. La risposta è negativa. Ugone spiega di avere molti dubbi, di non fidarsi delle promesse del ministro Giovanni Tria e chiede di vedere i testi. Insieme al “Coordinamento Don Torta” di Andrea Arman, già candidato M5S alle Politiche in Veneto, sono le due associazioni che hanno votato contro le modifiche chieste da Tria e su cui sembrava essere stata trovata l’intesa. E invece in Consiglio dei ministri i testi non sono arrivati.

Lunedì, Conte ha incontrato 19 associazioni dei cosiddetti “truffati”, i 200 mila e dispari ex azionisti e piccoli obbligazionisti di Etruria & C, e delle Popolari venete. È passata col voto favorevole di 17 sigle su 19 la linea negoziata da Tria con Bruxelles per erogare gli 1,5 miliardi destinati ai ristori dalla manovra. Un doppio binario: rimborsi automatici per chi ha reddito imponibile fino a 35 mila euro lordi; per gli altri si va al vaglio di una commissione tecnica incaricata di verificare che ci sia stata una vendita fraudolenta dei titoli. All’incontro viene ribadito che secondo i calcoli del Tesoro nel primo binario passerà il 90 per cento della platea potenziale e che la commissione agirà come un arbitrato semplificato, senza valutare caso per caso ma “tipizzando” le violazioni. Le sigle si esprimono a maggioranza a favore. Ugone spiega invece di voler vedere i testi, “altrimenti non firmo”, dice. Conte lo stoppa: “Lei non deve firmare niente…”. Al termine dell’incontro, Palazzo Chigi fa sapere che c’è un sostanziale via libera e i testi andranno il giorno dopo in Cdm. Di Maio e Salvini tacciono, ma meno di 24 ore dopo sono tutti e tre al telefono a convincere Ugone. Niente da fare.

Dal governo provano a minimizzare. Fonti di maggioranza spiegano che lo stallo sarebbe dovuto alla complessità tecnica di scrivere le norme, e si attendono anche le proposte delle associazioni. Sono Di Maio e Salvini però a uscire allo scoperto. “Al Tesoro è tutto pronto – spiega il leghista – stiamo ragionando con chi ancora non è convinto”. “Se non si concorda con i risparmiatori non si fa nulla”, attacca Di Maio. Il leader 5Stelle, peraltro, già lunedì aveva fatto sapere alle sigle contrarie di essere dalla loro parte e preferire la versione originaria della norma, con l’accesso per tutti alla commissione senza valutare però caso per caso. “Il doppio binario è umiliante, ma la cosa inaccettabile è che di fatto viene istituito un arbitrato, il contrario di quello che era stato promesso”, spiega Arman. Pure essendo solo due, le associazioni di Arman e Ugone hanno un peso rilevante agli occhi dei gialloverdi: sono stati loro a organizzare l’incontro a Vicenza il 9 febbraio scorso con Di Maio e Salvini. Intanto le altre sigle dei truffati sono in rivolta. In una lettera a Conte, firmata dalla cabina di regia che ne racchiude 13, hanno espresso “viva sorpresa e irritazione” per il mancato via libera alle modifiche: “La invitiamo non tanto a formulare promesse – spiegano – ma a emanare le norme entro 7 giorni, o saremo costretti a una capillare azione di protesta contro il governo”.

Fmi: “Debito italiano troppo alto: serve una tassa sulla casa”

“I problemi di bilancio italiani riaccendono le preoccupazioni sul legame fra titoli di Stato e banche. E questo ha portato a un ampliamento degli spread sovrani nella seconda metà del 2018”. Il giorno dopo il World Economic Outlook, il Fondo monetario internazionale torna a lanciare l’allarme sulle fragilità del sistema bancario italiano troppo esposto a causa della rilevante quota di titoli di Stato detenuta dagli istituti, come Portogallo e Spagna. L’Fmi ha anche peggiorato le stime di deficit/Pil per l’Italia quest’anno portandole al 2,7% quest’anno e ben oltre il 3% negli anni a venire. Ma si tratta di stime basate sulla legge di Bilancio ormai superata nei fondamentali dal Def. Secondo il fondo, “in Italia la ricchezza potrebbe essere tassata con una moderna tassa di proprietà” sulla casa. A lanciare un monito è anche il presidente della Bce, Mario Draghi secondo il quale “la priorità per l’Italia è ristabilire crescita e occupazione. Ed è molto importante che questi obiettivi siano raggiunti senza un aumento dei tassi interesse, perché sarebbero un fattore di contrazione” del Pil, spiega Draghi, riferendosi allo spread.

L’evasione “reale” vale 73 miliardi l’anno: recuperabili forse 30

Le entrate dello Stato, specie in un bilancio bloccato anno per anno da regolette come il deficit strutturale o il pareggio di bilancio, sono croce e delizia della politica italiana. Ora si torna a parlare, oltre che della flat tax che però non è flat, anche del possibile aumento dell’Iva e addirittura della patrimoniale (un’altra). Pare utile, dunque, fare un riassunto su quanto lo stato incassa e quanto non incassa.

Le entrate totali – secondo il ministero dell’Economia – nel 2018 sono state circa 522 miliardi: 247,6 miliardi dirette (Irpef, Ires); 215,6 miliardi indirette (Iva, accise) e 58,8 miliardi territoriali (addizionali, Irap, etc). Particolare da tenere a mente: gli incassi dello Stato sono passati dal 2011 al 2018 da 466 a 522 miliardi, vale a dire che sono cresciute quasi dell’11%, mentre il Pil reale nello stesso periodo risulta leggermente sceso e quello nominale cresciuto poco più del 7%. Tradotto: minore ricchezza prodotta, aumento delle entrate.

Non meno rilevante, ovviamente, è quello che non si incassa, la fantasmagoria che va sotto il nome di “evasione fiscale”. Come non molti sanno esiste un’apposita commissione del Tesoro, guidata dall’ex ministro e presidente Istat Enrico Giovannini, che si occupa di dare una certa scientificità alla rilevazione del fenomeno. Il criterio usato dalla commissione è il cosiddetto tax gap che è però “più ampio” della sola evasione sommando in sé anche gli errori nelle dichiarazioni fiscali e i mancati versamenti dopo dichiarazioni corrette. E quant’è questo benedetto tax gap? Risponde la commissione citata nel Documento di economia e finanza approvato martedì: “In media, per il triennio 2013-2015 – per il quale si dispone di stime complete – si osserva un gap complessivo pari a circa 108,9 miliardi, di cui 97,8 miliardi di mancate entrate tributarie e 11,1 miliardi di mancate entrate contributive” (i contributi, ad esempio quelli Inps, non sono considerati nei dati generali da cui abbiamo iniziato non essendo, in senso tecnico, entrate dello Stato). Al netto dei contributi e della Tasi, “nella media del periodo 2011-2016, il gap complessivo ammonta a 86,4 miliardi: di questi 13,2 sono ascrivibili alla componente dovuta a omessi versamenti ed errori nel compilare la dichiarazione mentre il gap derivante dal completo occultamento delle base imponibile e/o dell’imposta ammonta a circa 73,2 miliardi”. La maggiore evasione si registra sull’Iva (34,9 miliardi nel 2016), seguita da vicino dall’Irpef da lavoro autonomo o da impresa (33,9 miliardi). Va detto che il tax gap in questi anni sta, anche se di poco, calando.

Riassumendo, l’evasione recuperabile al bilancio dello Stato è di 73 miliardi di euro l’anno in media. Una bella cifretta, non c’è che dire, ma incassarla tutta o in gran parte è pressoché impossibile: un po’ perché non esiste un mondo senza evasione, un po’ perché un bel pezzo di quell’economia sommersa semplicemente non sarebbe in grado di sopravvivere al normale regime di tassazione (sui circa 200 miliardi di sommerso totale il ricco Nord ha percentuali di “nero” che sono in linea con le regioni europee paragonabili; lo zoppicante Sud il doppio). E quindi? Immaginando un percorso pluriennale che porti il tax gap vicino alla media europea (quello dell’Iva è al 12,5% contro il 26,2% italiano), quello che si può realisticamente recuperare vale circa 25-30 miliardi. Una signora manovra di finanza pubblica, di cui però bisognerebbe calcolare anche gli effetti depressivi (e specie dopo tre recessioni in dieci anni) se quei soldi, per quanto accumulati in modo illecito, fossero sottratti all’economia reale per ridurre il deficit deflazionando il sistema ancor più di quanto non si sia fatto finora. “Fortunatamente” non pare ci siano piani in questo senso, almeno non nel Def.

Avrebbe meno controindicazioni, ma bisognerebbe letteralmente cambiare il mondo, agire sull’elusione fiscale, la parente ricca dell’evasione, che sottrae soldi all’erario attraverso scappatoie per lo più legali le quali, in genere, prevedono la fuga dei profitti verso paradisi fiscali interni o esterni all’Ue: a seconda della stima utilizzata – e solo considerando le multinazionali più grandi – questa pratica costa ogni anno all’Italia dai 7,5 miliardi (Commissione Ue) ai 15 miliardi (Oxfam).

Questa completa mobilità di capitali e patrimoni – sia liquidi che all’interno di appositi veicoli societari – rende peraltro obsoleta e paradossale la “patrimoniale” rilanciata di recente dalla Cgil di Maurizio Landini come strumento di redistribuzione fiscale: i ricchi non si fanno prendere e per avere un gettito che valga la pena finisci per colpire quelli che ricchi non sono. Va sempre tenuto a mente quel che cantava Giorgio Gaber in Mi fa male il mondo: “Mi fanno male i grandi evasori, i medi mi fanno malino e i piccoli… be’ i piccoli fanno quel che possono”.

Def, la guerra finta dell’Iva e i 13,5 miliardi di tagli veri

In una paginetta del Documento di economia e finanza, peraltro ancora non pubblicato dal Tesoro, ci sono alcune frasette che raccontano meglio di mille articoli di che qualità sia stata “la libbra di carne” che il governo italiano ha dovuto mettere sulla bilancia per ottenere il via libera alla manovra da parte della Commissione Ue.

Intanto si promettono nella “Nota di aggiornamento del Def” alcune “misure alternative e un programma di revisione della spesa pubblica”. Ma in attesa della prossima spending review (quella già messa nero su bianco vale un miliardo l’anno a regime, cioè nel 2022), ci sono le famose spese “congelate”. E che dice il Def al proposito? “La copertura delle maggiori spese in conto capitale (investimenti, ndr) e il miglioramento del saldo strutturale nel 2022 in confronto alla legislazione vigente vengono conseguiti tramite riduzioni di spesa corrente che, dai due miliardi del 2019 (confermati per il 2020) salirebbero in termini cumulativi a 3,5 miliardi nel 2021 e 6 miliardi nel 2022”.

Insomma, in quattro anni si tratta di 13 miliardi e mezzo di tagli lineari. Per dare un’idea i due miliardi del 2019 ormai certi – congelati a garanzia dei conti nel negoziato con l’Ue – sono così ripartiti tra i ministeri: il Tesoro dovrà spendere 1,18 miliardi in meno (di cui 481 milioni di fondi per competitività e sviluppo delle imprese), le Infrastrutture 300 milioni (mobilità locale), lo Sviluppo economico 159 milioni, la Difesa 158 milioni, gli Esteri 40 milioni (i fondi per la cooperazione allo sviluppo). Vale poi 100 milioni il blocco per il ministero dell’Istruzione, di cui 30 alla ricerca e 70 all’università (40 saranno tolti al diritto allo studio).

L’impegno sui maxi-tagli ai ministeri rende l’idea della vera partita dietro la narrazione mediatica sugli aumenti automatici dell’Iva nel 2020 che vuole Giovanni Tria intento a stoppare gli alleati: la flat tax leghista si potrebbe finanziare solo con le clausole di salvaguardia. A bilancio ce ne sono per 23 miliardi nel 2019. Di vero c’è solo che il ministro dell’Economia, come il suo predecessore Pier Carlo Padoan, non è contrario a farne scattare almeno una parte. “È sempre stata la sua linea”, ha spiegato ieri il presidente della Commissione Bilancio della Camera Claudio Borghi (Lega). Al Tesoro girano da tempo simulazioni sui possibili effetti. Il Def si limita a confermare l’aumento per mantenere il deficit 2020 al 2,1 per cento del Pil, ma ribadisce che sarà disinnescato. Ieri la giornata è trascorsa così tra avvisi mezzo stampa al ministro dal trittico di governo: “Non ci saranno mai”, (Matteo Salvini); “Nessuna nuova tassa” (Luigi Di Maio); “L’aumento dell’Iva sarà disinnescata dalla spending review” (Giuseppe Conte). I tre si sono riuniti per un pranzo a Palazzo Chigi per far “partire la fase due” del governo. Anche questa, come i tagli nascosti dietro le promesse, non suona nuova.

Bolliti e marinati

L’assoluzione di Ignazio Marino dalle accuse di peculato e falso è una buona notizia per lui e una pessima notizia per chi – da Renzi e Orfini in giù – lo cacciò anzitempo dal Campidoglio nel 2015, spalancando le porte ai 5Stelle. Ma è anche un’ottima occasione per misurare la febbre del cosiddetto “rapporto fra politica e giustizia” che i partiti continuano a non risolvere a 27 anni da Tangentopoli e infatti continua a destabilizzare sia la politica sia la giustizia. La giustizia ha le sue regole: i reati li fissa il Codice penale, le indagini e i processi li regola il Codice di procedura, le indagini, i rinvii a giudizio e le sentenze li decidono i magistrati in base alle prove che è o non è riuscita a raccogliere la polizia giudiziaria, nei tempi biblici previsti dal nostro farraginoso sistema. La politica ha, o dovrebbe avere, le proprie regole che si basano, o dovrebbero basarsi, sui fatti e seguire logiche e tempi del tutto diversi. I fatti possono emergere da cronache giornalistiche, da denunce politiche, da indagini o sentenze giudiziarie, o da mille altre fonti: quando sono assodati, o almeno plausibili, e un partito li ritiene gravi e incompatibili col proprio Codice etico, può decidere di espellere, dimissionare o sfiduciare il dirigente o rappresentante che li ha (o è sospettato di averli) commessi.

Quali fatti erano addebitati a Marino? Aver messo in conto al Comune 56 cene spacciate per “istituzionali”, ma in realtà private, per 20 mila e rotti euro. La notizia emerse dagli uffici comunali, nella feroce faida fra Marino e i suoi oppositori interni al Pd. E venne a conoscenza del Fatto, che diede per primo la notizia, e delle opposizioni, fra cui i 5Stelle che la cavalcarono. Marino fu indagato dalla Procura, rifiutò di dimettersi e il Pd lo sfiduciò a viva forza con una raccolta di firme fra i consiglieri indetta dal commissario Orfini nello studio di un notaio. Senza neppure un dibattito e un voto di sfiducia in Consiglio comunale. In tribunale Marino fu assolto e in appello condannato a 2 anni. Ma sia le motivazioni dell’assoluzione sia quelle della condanna davano per assodato il fatto: cioè le cene a spese dei contribuenti. Il Tribunale lo assolse per mancanza di dolo, ritenendo che Marino avesse fatto pasticci con la carta di credito comunale a causa della gestione approssimativa della sua segretaria, che gli rimborsò quelle spese private a sua insaputa. La Corte d’appello invece ritenne che Marino lo sapesse, dunque che la sua condotta fosse dolosa. Ora la Cassazione ha annullato senza rinvio la condanna perché “il fatto non sussiste” (il “fatto” è la condotta contestata come illecita dall’accusa).

Il che, assodate le 56 cene a spese del Comune, può significare due cose soltanto: o non è provato il dolo di Marino, oppure cenare con moglie e/o amici a spese dei cittadini per importi dell’ordine di 20 mila euro non integra i reati di falso e peculato. Lo scopriremo dalle motivazioni. E dal processo parallelo a un’ex collaboratrice di Marino, che giurò di essere a cena con lui (mentre lui era con la moglie) ed è stata rinviata a giudizio per falsa testimonianza; e all’ex segretaria che gestì il pastrocchio delle note spese ed è a giudizio per falso. Ma è già imprudente la dichiarazione di Marino che, dolendosi comprensibilmente per essere stato cacciato da “sindaco eletto”, aggiunge: “Ripeto a testa alta che non ho mai utilizzato denaro pubblico per finalità private”: e allora perché restituì 20 mila euro al Comune a scandalo scoppiato? Imprudente anche la rivendicazione della sua “giunta impegnata a portare la legalità nella Capitale”: dimentica il suo vicesindaco e altri membri della maggioranza indagati o arrestati per Mafia Capitale. Imprudentissimo poi Zingaretti, che deduce dal dispositivo della Cassazione “la correttezza di Marino”: non tutto ciò che è penalmente irrilevante è eticamente e politicamente commendevole. Rischiano di aver ragione, a loro insaputa s’intende, Matteo Renzi e Matteo Orfini, quando rivendicano la sfiducia a Marino. Dice Renzi: “La vicenda degli scontrini è stata una violenta campagna di fango del M5S. Ma le dimissioni di 26 consiglieri Pd e il decadimento (sic, ndr) di Marino non avevano niente a che fare coi problemi giudiziari o con gli scontrini. Nel 2015 la scelta del Pd romano (sic, ndr) fu totalmente figlia di valutazioni amministrative legate al governo di Roma. Decisione politica, non guerriglia giudiziaria”. Dice Orfini: “Non devo scusarmi perché quella scelta l’ho assunta spiegando fin dall’inizio che non era legata all’inchiesta. Marino non era adeguato a quel ruolo, stava amministrando male Roma, la città era un disastro”.

Ma i due Matteo, parlandone da vivi, potrebbero dirlo solo se il Pd fosse uso rovesciare le sue svariate giunte comunali e regionali mal governate, anche molto peggio di quella di Marino: invece risulta averlo fatto solo quella volta, guardacaso prendendo a pretesto l’indagine prima giornalistica e politica (i 5Stelle fecero nient’altro che il proprio mestiere di oppositori), poi giudiziaria sulle cene a sbafo. Che, in un partito intransigente, avrebbe potuto bastare e avanzare, infatti all’estero ci si dimette anche per molto meno. Invece apparve subito come un pretesto ridicolo, ad Marinum, per un partito che teneva al governo noti indagati come De Filippo, Castiglione, Vicari, poi Lotti ecc.; che candidava, teneva e tuttora tiene in piedi un governatore plurimputato come De Luca; che si è appena alleato in Basilicata col suo ex governatore arrestato Pittella; e in Calabria ancora sostiene la giunta del governatore inquisito Oliverio. Ma c’è sempre una prima volta: ora Zingaretti potrebbe fissare un Codice etico valido per tutti e poi, tanto per cambiare un po’, applicarlo a tutti.

“I tenori” sono ancora padroni. Alle donne resta solo la claque

Tornano I tre tenori, ma di soprano neanche mezzo. Neanche mezzo mezzosoprano; eppure sono passati 21 anni dalla puntata – I tre tenori, appunto – dedicata ai massimi signori della televisione: allora, forse, donne ce n’erano poche, soprattutto nel ruolo di conduttrici, ma ora? Perché non concedere almeno “una sedia”, direbbero nei talent, alle signore dello schermo?

Non è una tv per donne, chiaro, ma veniamo al remake dello storico programma andato in onda il 29 novembre 1998: ospiti del Maurizio Costanzo Show erano Mike Bongiorno, Corrado e Raimondo Vianello, più Enrico Mentana come “spalla” del padrone di casa. Gli intervistatori sono rimasti gli stessi, gli intervistati – tutti morti – sono invece stati soppiantati dai nuovi “big” del canal grande, Rai o Mediaset non fa differenza: Paolo Bonolis, Carlo Conti e Gerry Scotti. Registrata ieri a Roma in presa diretta – e che signora diretta: è sempre “buona la prima”, non si rifà nulla, non si taglia e cuce e incolla in post-produzione –, la puntata numero 4.438 del 37esimo anno di Costanzo Show si vedrà domani sera, alle 23.20, su Canale 5.

Bongiorno, Corrado e Vianello, “pionieri” degli schermi d’Italia, avevano ai tempi 74, 74 e 76 anni; Scotti, Bonolis e Conti ne hanno invece 62, 57 e 58: l’amarcord è anzitempo, o è bizzarra scaramanzia. E se è vero che “la storia si ripete”, è altrettanto vero che “passa alla storia chi passa alla cassa” (© il muriatico Bonolis).

La serata, confidenziale ma non troppo, scorre lieve con domande ai protagonisti e siparietti improvvisati, foto della prima infanzia e confessioni della seconda infanzia, debutti e gaffe, videoclip celebrative delle rispettive carriere e finte competizioni tra chi ha fatto più ascolti e chi meno, chi ha vinto cosa (Oscar Tv o Telegatti), chi è dipendente Rai e chi Mediaset, chi ha lavorato in radio e chi nei programmi per bambini, chi ha condotto Sanremo e chi no (Scotti), chi piace di più alle donne e chi cucca solo dalle 70enni in su (Scotti). È sempre il perfido Bonolis a commentare: “Dove non può la qualità può la quantità”. Il senso ruvido dell’umorismo – dice – l’ha ereditato dal padre, scaricatore di burro ai Mercati generali, capace perfino di “mandare affanculo Mike al telefono perché credeva fosse uno scherzo”. Certo, lo humour nerissimo di Vianello resta inarrivabile; una freddura su tutte, da freddare (uccidere) chiunque: una sera tra amici Sandra minaccia di buttarsi dalla finestra poi, sedata, si calma e si addormenta. Raimondo allora ne approfitta per invitare gli altri a mangiare una pizza sotto casa. Prima di uscire avvisa il portiere: “Oh, se cade qualcosa dalla finestra, è roba nostra”.

Anche i nuovi ospiti di Maurizio sono tutti autoironici, ma in modo delizioso, garbato: sono loro i primi – e chi se no? – a scherzare sui “mala tempora” al confronto con i predecessori, e la televisione dell’epoca e il Paese dell’epoca. Poco spazio è riservato ai “momenti difficili”, ai flop, ai singhiozzi, alle pause in carriera; l’atmosfera è garrula, opportunamente gioiosa: alle feste è maleducazione piangere e soprattutto piangersi addosso. Solo al padrone di casa, Costanzo, è concesso un attimo di commozione, non uno di più: sembra davvero emozionato quando si convince a calcare la passerella dei saluti finali, proprio lui che “da 37 anni” non se l’è mai concessa.

La festa è riuscita: più che “tenori”, i tre sono straordinari “tenitori” del palco, ormai “parenti dei propri telespettatori”, commenta Costanzo citando McLuhan e poi ricordando, più volte, il compianto Frizzi. Ci scappa anche qualche battuta – innocua – sui politici e uno spassoso quiz musicale, condotto da Rudy Zerbi: si destreggiano anche in modalità canterina i tre, anche se per Baudo, in video-collegamento, Bonolis, Conti e Scotti restano “il colto, lo stakanovista e il sornione”. Pippo non è l’unico a comparire in video; ci sono pure Silvia Toffanin, Michelle Hunziker, Leonardo Pieraccioni, Giorgio Panariello e Antonella Clerici, mentre sul palco sfilano altri amici come Linus, Gabriele Cirilli, Luca Laurenti e Gabriella Germani, unica donna in scena a intervenire con una corrosiva imitazione di Lilli Gruber. Tutte le altre, le donne, sono confinate in platea, parte (la maggior parte) di un pubblico disciplinatissimo e caldo. Le signore applaudono e partecipano, ridono e salutano; poi, composte, escono dallo studio e risalgono vocianti ed elettrizzate sul pullman che fin lì le aveva condotte. Lo show è finito, la claque pure.