“Fate un piacere a Dio: godete” Scifoni, comico “dei servizi vaticani”

La rivoluzione sessuale che si è trasformata in un consumo ossessivo del sesso (“A cosa stai pensando? Alla gnocca! Ma te lo avevo detto! Non siamo liberi manco per niente, gli stimoli esterni ti bombardano”). Ma, anche, i mesti suggerimenti contro le malattie da contagio, che ignorano “l’abisso che c’è tra le nostre gambe”. E poi una Chiesa che ha perso il rapporto con il corpo e che farebbe meglio a invitare i fedeli, magari durante l’Angelus, a una sana e santa scopata (così magari “tutti pagherebbero l’8 per mille”). Sono questi i bersagli, diversi eppure speculari, dell’esilarante e insieme commovente spettacolo del quarantaduenne Giovanni Scifoni, Santo piacere. Dio è contento quando godo, regia di Vincenzo Incenzo, oggi a Roma al teatro Brancaccio per un’ultima replica “virale” (ma si riparte dalla prossima stagione con Latina, Milano, Padova, Torino, Cosenza). “La natura ci chiede di rendere omaggio ai nostri sensi e di mangiare quando abbiamo fame: il punto è che noi mangiamo quando non abbiamo fame. Il problema non è il piacere, che ci è offerto da Dio, ma ciò che sei disposto a fare per cinque secondi di orgasmo”, spiega Scifoni, che abita a Pietralata, quartiere periferico di Roma, con la moglie Elisabetta e i tre figli.

Seimila biglietti venduti nella Capitale solo attraverso il passaparola e i social network, dove questo inetichettabile attore romano, diplomato all’Accademia Silvio d’Amico e attore in vari film e fiction Rai e Mediaset, riscuote un successo di seguaci (oltre 60.000) e di interazioni, in particolare grazie alla sua video rubrica ironica dedicata al Santo del giorno. “Attraverso i santi racconto l’uomo qualunque, medio, perché spesso erano uomini senza qualità. Ma è anche un pretesto per raccontare le miserie e le grandezza dell’essere umano”. Nello spettacolo Scifoni – guidato a scoprire la storia della Chiesa da Rashid, un colto pizzaiolo musulmano e continuamente sedotto da una figura femminile (Anissa Bertacchini) – racconta della prima volta che si è eccitato, “con Cannelle, la donna della pubblicità delle Morositas, quelle che si appiccicavano all’apparecchio”. Ma parla anche dei volantini di Lupo Alberto a scuola e dei “sacerdoti del liberismo sessuale” e anche, infine, di un amore, quello tra i suoi genitori, che è sempre erotico, anche se oggi suo padre imbocca la madre disabile. Del Congresso di Verona sulla famiglia dice che “ridurre il sesso a tifoseria è una cosa veramente svilente, ognuno cerca di essere felice come può”. Rimpiange la mancanza di veri maestri come Pasolini, “quelli che non sapevi mai cosa pensavano finché non parlavano. Oggi invece ci sono personaggi, anche rispettabilissimi – penso a Saviano ma anche a molti altri – di cui però si sa già in anticipo cosa diranno. È il trionfo degli opinionisti”.

Dei social dice invece cose belle – “Come facevamo prima?” – e parla benissimo, con ironia, soprattutto dei suoi “haters”, sia atei che cattolici: “Sono meravigliosi. C’è uno che mi dice che sono figlio del demonio, è un modo per abbracciarmi, sarà tristissimo quando finirà, perché purtroppo per lui l’odio eterno non esiste. Ma ci sono quelli che credono sia pagato dai servizi segreti del Vaticano per edulcorare il messaggio oscurantista della Chiesa. È tutto fantastico”. L’ultima domanda è sulla difficoltà di fare l’attore di fiction e di teatro insieme e la risposta sempre spiazzante. “Che Dio benedica la fiction ora e sempre, pure la peggiore! Ti danno i soldi per dire tre battute e ti danno pure da mangiare. Così puoi permetterti di fare l’artista e gli spettacoli che vuoi. Sì, lo ammetto: sono un vero mercenario”.

“Trapper, hater e politici sono fango sui nostri figli”

Scatoloni e chitarre. E di nuovo cambio casa, cantava qualcuno. Anche per Fabrizio Moro è tempo di un altro trasloco, e proprio nei giorni in cui esce il suo disco più maturo, quel Figli di nessuno che ne certifica la compiutezza artistica, tra rock poderosi dal suono quasi live e ballate struggenti, con echi del cantautorato storico, da Vasco a Rino Gaetano passando per Bennato.

Stanco?

Lo ero di più dopo Sanremo e quel tour. Mi dicevo: e ora dove trovo le forze per un nuovo disco? Ma non potevo sfuggire da me stesso. Questo album è uscito fuori in poche settimane di creatività, anche se ho potuto concedermi mesi di autoproduzione in studio. Un disco benedetto. Qualcuno mi ha messo la mano sulla testa, non so se Dio o chi. Nel momento più complicato la fede nella vita mi ha salvato. Ho bisogno di credere è nata così, quasi su due piedi.

Gliene sono accadute di cose, in questi due anni.

Non mi è mai capitato di piangere così spesso riascoltando la mia musica. E io non ho mai versato lacrime facili. È stata una liberazione.

C’è quel pezzo spaccacuore che dedica a suo figlio Libero, “Filo d’erba”.

Niente logora di più un uomo come vedere il fallimento tuo e della tua compagna riflesso negli occhi di un figlio. Avresti dato tutto per proteggerlo, invece i tuoi errori ricadranno per sempre sulle sue spalle. Però prendi coscienza che così è la vita. Qui dico a Libero che davanti a tutta questa merda lui non deve avere paura. Crescere è la cosa più complicata, da bambino o da adulto, ma dobbiamo affrontarla. Me lo immagino quando da grande ascolterà la canzone.

Ne ha già avuto modo?

Non ancora, ma il disco esce venerdì. Accadrà. La cosa un po’ mi spaventa.

“Filo d’erba” è il secondo brano, ma nel primo, “Figli di nessuno”, il ragazzo che cresce è lei. Con rabbia, cazzate, colpi presi e l’orgoglio di avercela fatta. In due pezzi, un passaggio di testimone.

So che anche Libero potrebbe sbagliare, e ai suoi occhi non sarò mai un modello di genitore infallibile. Ma da padre devo metterlo in guardia. Lui e sua sorella Anita.

Non sembrano esserci canzoni d’amore per una donna, nell’album.

I figli sono il mio punto di forza. Dopo la separazione dalla loro mamma non ho avuto storie travolgenti. Non sono innamorato, ho bisogno di restare solo ancora a lungo. Se canto l’amore lo faccio in astratto, o ripenso a qualche fidanzatina dell’adolescenza.

Ci sono due ragazzini che si scelgono in “Me ‘nnamoravo de te”, ma la protagonista del brano è l’Italia degli ultimi trent’anni, con omaggio a Peppino Impastato.

Mi aveva ispirato, tra le altre cose, il film di Pif, La mafia uccide solo d’estate. I veri eroi sono quelli: Falcone, Borsellino. Ma cito anche Pertini, Pasolini, Berlinguer. Personaggi da rispettare anche se non ne condividi l’appartenenza politica. Impastato è quello dei cento passi di distanza tra casa sua e quella del boss Badalamenti, che ridicolizzava in radio. Peppino sapeva che prima o poi sarebbe stato ucciso. Ma il suo coraggio è stato più forte della paura. Come per Rocky.

Rocky Balboa?

Il paragone suonerà bizzarro. Ma il punto è il coraggio. Dobbiamo imparare a vincere le nostre paure. Io ne ho tante: di fare concerti in uno stadio vuoto, o pubblicare un disco che non piacerà. Poi mi ricordo di Rocky che va in Russia a farsi massacrare da Ivan Drago. O di Impastato. O di Ronaldo. Vedo mio figlio che gioca a pallone e gli dico: imita CR7. Non la tecnica, guarda gli occhi, sono da tigre.

Chi è il “pezzo di fango” che attacca in “Figli di nessuno”?

Chi giudica senza conoscere la storia di un individuo. Quelli che seminano odio al vento su Internet. I politici di oggi. I cattivi modelli dello spettacolo o dello sport. Gli influencer che sobillano i ragazzi.

Come salvarli?

Spetta a noi genitori. Milioni di giovani che idolatrano figure senza arte né parte, certi trapper come la Dark Polo Gang. Esaltano la droga senza neppure sapere di cosa parlano. Tra pochi anni nessuno si ricorderà di loro, ma intanto sono opinion leader. E guarda che combinano.

Ci sono anche modelli positivi, per fortuna. Viste le novità sul caso Cucchi?

A proposito di eroi. Ilaria. Non ha mollato per dieci anni, ed è riuscita a fare luce nel buio. Adesso anche i carabinieri tirano su le tapparelle. Ma quante umiliazioni ha dovuto subire questa donna per far scoprire l’orrore? E c’è voluto il film con Borghi, perché di Stefano parlasse tutto il mondo. Ecco cosa possono fare il cinema o una canzone, quando metti il cuore al servizio della verità.

Amal Clooney e il processo agli orrori di Daesh

“Le vittime yazide aspettano da troppo tempo la loro occasione per testimoniare davanti ad un tribunale”: queste le parole di Amal Clooney, avvocato e moglie dell’attore George Clooney, che ha deciso di unirsi al team di legali in difesa di una donna yazida, ex schiava di un jihadista a Mosul, in Iraq, ai tempi dell’occupazione dell’Isis: la sua bambina di 5 anni è morta di stenti. Il processo si è aperto ieri a Monaco. La vittima, comprata e ridotta in schiavitù insieme con la figlia, ha dovuto assistere alla morte di quest’ultima per mano dei suoi “padroni”. Aguzzini che, secondo l’accusa, hanno il volto di Jennifer W., 27 anni, proveniente dalla Bassa Sassonia, che aveva deciso di unirsi allo Stato Islamico e di suo marito, Taha Sabah Noori Al-J: proprio quest’ultimo avrebbe incatenato la bambina fuori dalla loro casa, sotto il sole cocente, lasciandola morire di sete. La “colpa” della piccola era quella di aver sporcato il letto.

L’imputata, che non è intervenuta in nessun modo per salvarla, dovrà rispondere di omicidio, crimini di guerra e appartenenza a un’organizzazione terroristica. Avrebbe inoltre permesso al marito di picchiare e maltrattare la bimba e sua madre, e lei stessa avrebbe puntato una pistola alla tempia della donna schiavizzata. Nel gennaio 2016, mesi dopo la morte della bambina, Jennifer W. si era recata presso l’ambasciata tedesca di Ankara richiedendo nuovi documenti di identità. Tuttavia pochi giorni dopo la security turca l’aveva arrestata ed estradata nella sua nazione d’origine, dove adesso è sottoposta al processo, aggiornato al 29 aprile.

La vicenda giudiziaria ha anche un significato più ampio: è il primo caso incentrato sui crimini internazionali commessi dall’Isis contro gli yazidi, la minoranza etnico-religiosa che viveva nel Nord-Ovest dell’Iraq. “Spero che questo sia il primo di una lunga serie di udienze che portino finalmente l’Isis a dover rispondere di fronte alla giustizia, in linea con il diritto internazionale”, ha dichiarato Amal Clooney. L’organizzazione terroristica, infatti, aveva organizzato una vera e propria campagna di sterminio contro la comunità yazida, fatta di esecuzioni, schiavitù, violenze sessuali e reclutamento forzato di bambini-soldato.

Nadia Murad, vincitrice del Premio Nobel per la Pace e lei stessa membro della minoranza yazida, che ha già collaborato con Amal Clooney affinchè i crimini commessi dall’Isis venissero riconosciuti come genocidio, ha commentato il processo definendolo “un momento importantissimo per me e per l’intera comunità a cui appartengo”.

Libia, al Serraj e Haftar si sparano a vicenda: ad approfittarne è l’Isis

Mentre le milizie fedeli al primo ministro al Serraj sono schierate a difesa di Tripoli e fronteggiano l’Esercito Nazionale Libico del generale Khalifa Haftar, i terroristi dell’Isis sono entrati in azione nella ex colonia italiana. Intorno a mezzanotte un commando armato a bordo di 14 veicoli ha fatto irruzione nella spiazza principale del villaggio di Al Jufra, 270 chilometri a sud est di Sirte, un tempo roccaforte degli islamisti e ora controllata dagli uomini di Haftar. Un soldato, un civile e il capo del consiglio comunale, prelevato dalla sua casa mentre stava dormendo, sono stati ammazzati in strada. Un quarto uomo è stato rapito. I terroristi sono scappati ma inseguiti da milizie locali e da unità di Haftar. Raggiunti hanno ingaggiato una battaglia campale. Secondo quanto riportato dai social network, cinque assalitori sono stati ammazzati.

Al Jufra è un centro importante perché da lì passano i convogli che portano i rifornimenti per i soldati del generale, attestati nei sobborghi di Tripoli. Le sue truppe stanno subendo il logoramento dovuto proprio alla scarsità di approvvigionamenti. Ieri alcuni camioncini degli attaccanti, dotati di mitragliatrici pesanti posizionate sul pianale di carico, sono stati catturati dai miliziani di Serraj: erano state abbandonati con le porte aperte perché rimasti senza carburante. Ieri a Tripoli sono stati registrati scontri di scarsa entità. Il numero di morti è così salito a un centinaio. L’aviazione di Misurata, per proteggere le linee degli uomini di Serraj, ha bombardato le posizioni di Haftar a Sukna, sempre a sud di Sirte. L’azione probabilmente è la conseguenza della pressione esercitata dal primo ministro sul governatore della Banca Centrale Libica perché sblocchi alcuni fondi destinati a pagare salari e pensioni rivendicati dai miliziani di Misurata. Finalmente è arrivato l’ok, ma non ancora i soldi. Da qui un intervento “limitato”. La conferenza di Ghadames, prevista dal 14 al 16 aprile e per la quale il rappresentante speciale dell’Onu, Ghassan Salamé, aveva lavorato per oltre un anno, è stata rimandata a data da destinarsi.

Israele, scrutatori del Likud con telecamere nascoste

Avversari, nemici e forse magari in futuro anche alleati. C’è tutto nelle urne delle elezioni israeliane e ci si prepara ad ogni scenario nella sfida di Benjamin Netanyahu contro Benny Gantz. Non sono mancati sgarbi, sgambetti e violazioni del silenzio elettorale. Come in ogni elezione in Israele qualcuno ha cercato di forzare la mano, come gli scrutatori del Likud armati di 1.200 mini-telecamere per filmare gli elettori arabi, fermati dalla polizia. Sostanzialmente l’affluenza è stata di poco inferiore al 2015. I primi exit poll davano testa a testa Netanyhau e Gantz, attorno ai 35 seggi l’uno (sui 120 totali). Lo spoglio si è protratto a lungo soprattutto per i 7 partiti che compongono l’alleanza che sostiene il Likud del premier uscente e che pare riescano ad avere i numeri necessari.

Ogni singola scheda è importante, senza il quorum quei voti andranno dispersi, e se un paio di partitini non dovessero varcare la soglia del 3,25% a Netanyahu verrebbe a mancare una maggioranza indipendentemente dai voti che prenderà il Likud.

I margini tra i due schieramenti a urne appena aperte non sono rilevanti. Come annunciato dai sondaggi nelle scorse settimane è un testa a testa fra Benjamin Netanyahu e il suo sfidante, l’ex generale Benny Gantz, arrivato in politica meno di sei mesi e già in pista per correre da premier. In questa campagna elettorale entrambi hanno “pescato” votanti nello stesso bacino, il centro e la destra. Netanyahu ha cercato di dipingere Gantz come “uno di sinistra” ma risulta evidente a chiunque che nel Dna del generale l’unica cosa rossa è il suo sangue. Ma pur di “liberarsi” di Netanyahu anche la sinistra guarda a lui come il nuovo possibile premier. Il Labour però non è più un arbitro dei destini del paese, i suoi consensi scendono, i seggi si dimezzano. In un sondaggio condotto dalla stampa qualche giorno fa solo il 12% degli intervistati si definiva di sinistra. Per un Paese fondato dai padri di questo partito e che hanno governato per i primi 37 anni di vita di Israele non è un bel risultato.

È evidente che Bibi combatterà fino all’ultima scheda, ne va della sua sopravvivenza politica ma anche della sua libertà con 3 processi pronti per corruzione, frode e fondi neri. La sua “alleanza” in termini voti è leggermente avanti a quella di Gantz, ma nei seggi è Kahol Lavan ad essere leggermente avanti.

A Gerusalemme negli ambienti di Netanyahu circola insistentemente il gossip che riguarda un possibile governo di “unità nazionale”, una sorta di Große Koalition come quella con cui Angela Merkel ha governato la Germania. Se la maggioranza “possibile” di Netanyahu sarà risicata nel numero dei seggi – la Knesset ha 120 seggi — il premier uscente dovrà fare i conti e accordi con ben 7 partitini, ognuno in grado di far mancare la maggioranza. E “King Bibi” non può accettarlo. Per liberarsi dalle fauci di questi partitini potrebbe scartare completamente e valutare la possibilità di un governo con l’altro grande partito cioè Kahol Lavan di Gantz. Se si parla già di rotazione del premierato tra i due a metà mandato significa che quella che era solo un’ipotesi, in queste ultime ore è diventata una possibilità.

Si prevede che solo nella serata di oggi si potranno avere i risultati definitivi dalla Commissione Centrale Elettorale. A risultato acquisito il presidente Reuven Rivlin rifletterà un paio di giorni prima di dare l’incarico di governo.

Tutti gli uomini dell’ayatollah

La decisione dell’Amministrazione Trump di inserire nella lista delle organizzazioni terroristiche “Sepah Pasdaran”, ossia la Guardia Rivoluzionaria iraniana, è un passo mai intrapreso finora. Si tratta infatti di una decisione estrema perché equivale ad accusare del peggior crimine di cui ci si possa macchiare non solo l’esercito di una nazione, anzi il corpo scelto militare della teocrazia islamica, ma anche la massima autorità politica-religiosa dell’Iran, ovvero la ‘Guida Suprema’ Alì Khamenei, essendo colui che decide i vertici dei Guardiani.

Quando venne fondata nel 1979 dal predecessore di Khamenei, il grande ayatollah Khomeini, la Guardia era una milizia “religiosa” che aveva il compito di difendere i valori della Rivoluzione islamica e non i confini dello Stato iraniano come sono tenuti a fare gli eserciti. Negli anni si è trasformata in un braccio delle forze armate ma continua a difendere non il popolo iraniano, quanto il regime teocratico.

La ‘Rivoluzione’, secondo la Guida Suprema però va difesa sia sul territorio domestico dai dissidenti, sia fuori per depotenziare i nemici stranieri e aumentare al contempo l’influenza della Rivoluzione ovunque nel mondo. A occuparsi del fronte straniero sono i Pasdaran della brigata al-Quds ( Gerusalemme), diventata sempre più potente a partire dalla guerra contro l’Iraq negli anni 80. Il Segretario di Stato americano Pompeo nel motivare la storica decisione ha enunciato anche gli attentati che nei decenni sono stati compiuti dai Pasdaran della brigata al-Quds contro soldati e civili americani. Oggi gli uomini più potenti dell’Iran dopo la Guida Suprema sono i generali Ali Jafari e Qasem Soleimani, dal 1998 a capo di al-Quds. Soleimani era già entrato nella Guardia Rivoluzionaria ai tempi dell’attentato a Beirut contro i marines e da quando è al comando di al-Quds è riuscito a espandere l’influenza dell’Iran in molti paesi completando la cosiddetta mezzaluna sciita, che va dall’Iraq alla Siria passando per Yemen, Barhein e Libano. È anche la forza politica più potente del paese. I suoi ex comandanti siedono alle leve del potere.

Nel 2005, quando Mahmoud Ahmadinejad venne eletto presidente per la prima volta, mise i comandanti dei Pasdaran nei ministeri chiave. Ahmadinejad venne in cambio appoggiato dai Pasdaran per la sua rielezione molto controversa nel 2009, quando si alzò l’Onda Verde delle protese.

Subito dopo però il presidente tentò di indebolire il clero. L’attrito tra Khamenei e Ahmadinejad continuò a crescere fino a quando i pasdaran non gli voltarono le spalle e tornarono ad ubbidire agli ordini di Khamenei. Per motivi di affari, non certo religiosi. Dai Pasdaran, che sono circa 120 mila, dipendono inoltre anche i famigerati basiji che durante l’Onda Verde uccisero molti manifestanti.

“La decisione di Washington è sacrosanta anche se tardiva e minerà le fondamenta del regime perché colpisce anche sotto il profilo economico. Oggi il Sepah Pasdaran è l’autorità più potente militarmente, politicamente ma anche economicamente. Parliamo di un ambiente costituito da milioni di persone, se si considera che solo i basij sono un paio di milioni. Ai vertici dei Pasdaran la Guida Suprema ha trasferito la proprietà di molte società nel campo dell’energia petrolifera, istituzioni finanziarie, banche. Questi, a loro volta, hanno ingaggiato familiari e amici per creare altre società che lavorano nell’indotto. I Pasdaran sono cioè a capo del sistema politico-economico che costituisce la spina dorsale dell’economia iraniana”, sottolinea Esmail Mohades della Resistenza Nazionale Iraniana uscito dall’Iran dopo aver partecipato alla Rivoluzione contro lo scià. La Guardia Rivoluzionaria riceve inoltre concessioni per tutti i grandi progetti infrastrutturali: dighe, strade o costruzione di porti o aeroporti. Oltre a ciò, controlla i porti e gli aeroporti – e quindi l’intero mercato – importazioni ed esportazioni e soprattutto il mercato nero. Può portare merci nel paese o portarle fuori senza pagare dazi o tasse. Da oggi chi farà affari con molte società iraniane incapperà nelle sanzioni penali ed economiche americane.

Sui navigator il governo vuole rivedere l’accordo con le Regioni

Luigi Di Maio sta in queste ore provando a far tornare dalla finestra l’idea iniziale di affiancare i navigator alle persone che prenderanno il reddito di cittadinanza. Il progetto nato mesi fa era naufragato per l’opposizione delle Regioni: avevano preteso che tale ruolo spettasse in esclusiva ai dipendenti dei centri per l’impiego, non anche ai collaboratori dell’Anpal Servizi, azienda pubblica posta sotto il ministero del Lavoro. Ora però il governo sta per proporre alle stesse Regioni un accordo che di fatto riporterebbe al punto di partenza, come emerge proprio dall’avviso che si sta mettendo a punto per le selezioni.

Parte di quanti riceveranno il reddito di cittadinanza dovrà infatti firmare il “patto per il lavoro”, cioè impegnarsi a cercare attivamente un’occupazione. Il governo aveva per questo pensato di incaricare 6 mila navigator da assumere tramite l’Anpal Servizi. Queste persone avrebbero avuto il compito di seguire i beneficiari del reddito nella ricerca dell’impiego. Problema: le politiche attive del lavoro sono, secondo la Costituzione, una competenza delle Regioni. Quindi queste ultime hanno protestato contro le intenzioni del governo di muoversi da solo strappando un compromesso: Anpal Servizi avrebbe assunto solo 3 mila persone che avrebbero prestato solo assistenza tecnica nel back office, senza avere un rapporto diretto con i disoccupati da aiutare. Mansione, quella dei navigator, che invece veniva assegnata ai 5.600 nuovi professionisti da assumere nei centri per l’impiego regionali. Un punto di equilibrio ora di nuovo messo in discussione.

Oggi alle 13 ci sarà una conferenza Stato-Regioni per definire le questioni pratiche. Come detto, secondo le indiscrezioni circolate, l’ipotesi messa sul tavolo dal governo torna al piano iniziale: i 3mila navigator dell’Anpal Servizi sarebbero chiamati ad accompagnare i beneficiari del reddito nel percorso di inclusione socio-lavorativa, non più a stare solo dietro le quinte. Il rischio è che questo provochi nuovi malumori nelle trattative.

Intanto ci sono novità pratiche sul concorso che selezionerà i navigator. L’Anpal Servizi sta cercando la sede fisica che ospiterà i test. Secondo un calcolo statistico basato sui laureati nelle materie richieste – Economia, Giurisprudenza, Sociologia, Scienze politiche, Psicologia e Scienze della Formazione – gli aspiranti ipotetici potrebbero essere 100 mila, ma alle prove saranno ammessi in 60 mila. Ognuno potrà candidarsi in una sola Provincia e lo stipendio sarà circa 27 mila euro lordi annui. Se tutto andrà bene, la procedura sarà chiusa in estate. Nei primi mesi, quindi, la macchina del reddito di cittadinanza si fermerà all’erogazione del sussidio.

Le imprese non possono pensare solo agli azionisti

La parola chiave per capire perché al fine di combattere le diseguaglianze servono consigli del lavoro e della cittadinanza nell’impresa è “pre-distribuzione”. Non basta redistribuire il reddito via fiscalità, bisogna distribuire prima diritti e poteri da esercitare nel mercato e nelle imprese, ove il reddito e la ricchezza vengono creati e distribuiti all’origine. Per questo occorre riformare la corporate governance.

Il prevalere della dottrina del “valore per gli azionisti” è stato uno dei fattori determinanti del disastroso aumento delle diseguaglianze dell’ultimo trentennio. La sua applicazione ha spostato ricchezza dalla remunerazione del lavoro a quella del capitale e ha polarizzato il reddito verso il vertice delle posizioni manageriali o professionali la cui remunerazione è correlata al “valore per gli azionisti”, mentre tutte le altre remunerazioni languivano. Per contrastare le diseguaglianze inaccettabili il modello shareholder value va abbandonato a favore di una visione dell’impresa focalizzata sulla cooperazione e sulla distribuzione equa del valore creato tra i diversi stakeholder (non solo azionisti e manager, ma lavoratori, fornitori consumatori, comunità locali) e sulla prevenzione delle esternalità ambientali negative.

Prima ancora che di efficienza, è una questione di giustizia sociale, che non può fermarsi al di qua delle colonne d’Ercole del diritto privato e commerciale. La visione più aggiornata – che traiamo da Amartya Sen – riconosce invece l’importanza delle capacità (capabilities) e propone l’uguaglianza delle capacità nei vari ambiti dell’attività umana (functionings). Ciò significa non solo offrire a ciascuno uguali opportunità di formazione delle proprie abilità, ma anche distribuire in modo equo diritti di decisione. La libertà positiva di “funzionare” dei lavoratori vincola l’abuso del diritto di proprietà e del potere gerarchico nei loro confronti, e implica che l’impresa debba avere un governo (governance) limitato e legittimo, che riconosce l’uguale cittadinanza degli stakeholder nell’impresa.

La nomina di rappresentanti nell’organo amministrativo, in assenza di una più ampia riforma del diritto societario, rischierebbe di essere inefficace a causa del principio che vincola gli amministratori al perseguimento dello scopo “sociale” inteso come interesse degli azionisti. Il Forum delle disuguaglianze propone quindi di far ricorso a un’altra forma di partecipazione, già ampiamente sperimentata in Germania e Olanda: quella dei Consigli del Lavoro (works council). Si tratta di organismi di rappresentanza istituzionalizzata dei lavoratori, al di fuori dell’organo amministrativo, e dunque sottratti al vincolo al perseguimento dell’interesse sociale (come definito), ma nondimeno parte della governance dell’impresa per i poteri e diritti legali di varia natura che sono loro attribuiti. Essi dovrebbero inoltre avere un collegamento istituzionalizzato con l’organo amministrativo di vertice, tramite uno o più rappresentanti che partecipano alle riunioni del CdA, con diritto di parola e proposta su tutte le materie di interesse strategico e diritto di voto solo su determinati argomenti.

Rispetto alle esperienze europee, proponiamo alcune innovazioni: l’unificazione nel consiglio del lavoro di tutti i lavoratori che contribuiscono in modo rilevante alla creazione di valore da parte dell’impresa (o del distretto produttivo) indipendentemente dalle forme contrattuali, e la “voce” data nel consiglio ai rappresentanti di altri stakeholder. La nostra proposta prevede l’estensione dei consigli anche a livello di distretto, di rete contrattuale e di catena di subfornitura e a rappresentanti delle comunità locali su cui ricadono le conseguenze ambientali dell’attività di impresa, nonché dei consumatori o degli utenti. In tal modo una denominazione più appropriata è Consigli del Lavoro e di Cittadinanza nell’ impresa (CLC).

Le materie di intervento del CLC devono essere queste: a) decisioni strategiche di ordine generale (nuovi prodotti, nuovi investimenti, cessioni e acquisizioni, innovazioni tecnologiche, assetti manageriali); b) scelte di interesse generale per i lavoratori, come piani di assunzione e riorganizzazioni a seguito di processi di innovazione; c) decisioni che riguardano in concreto gruppi di lavoratori. Su tutte queste materie il CLC eserciterebbe un diritto di informazione e consultazione, con facoltà di formulare controproposte con obbligo di risposta da parte della direzione, ma sulle ultime avrebbe in aggiunta un diritto di veto a meno che non si raggiunga un accordo pieno.

I CLC non svuoterebbero il ruolo del sindacato in azienda cui invece si aprirebbe un nuovo campo di azione: organizzare la partecipazione dei lavoratori al governo d’impresa. Il CLC farebbe parte del perimetro degli istituti del “governo” dell’impresa con poteri e diritti di partecipazione ai processi decisionali che i sindacati non possono esercitare direttamente. Su varie materie d’interesse strategico l’orientamento dell’impresa si forma ben prima di arrivare al tavolo della contrattazione decentrata, e il sindacato non può influire sui piani dell’impresa. La partecipazione al CLC offrirebbe al sindacato informazione “in tempo utile” per impostare le proprie posizioni e per far arrivare al tavolo negoziale una versione delle proposte dell’impresa che renda più facile un accordo col sindacato. Attraverso l’articolazione di ruoli e funzioni distinte, assisteremmo a una crescita del potere negoziale del lavoro.

 

Licenziamento inefficace: Poste dovrà assumere i postini “esterni”

Abbraccidi gioia e applausi tra gli ex sei lavoratori della Transystem, una delle più importanti agenzie di recapito in appalto di Poste Italiane. Dopo 7 anni di battaglie nelle aule di giustizia, si sono visti riconoscere una vittoria pesante: il Tribunale di Pistoia ha dichiarato inefficace il loro licenziamento del 2012 quando, scaduto il contratto di esternalizzazione tra Transystem e Poste Italiane per la consegna di pacchi e riviste, sono stati messi alla porta. Ma ora, come ha intimato il giudice del Lavoro, Poste dovrà riassumere i lavoratori e procedere al pagamento delle retribuzioni dalla data di offerta della prestazione lavorativa.

La storia è nota. Nell’estate del 2012 Poste decide di attuare un piano di tagli e a pagare lo scotto sono uffici periferici, i servizi e soprattutto gli appalti esterni tra cui le agenzie di recapito come la Transystem che da anni gestiva il servizio di recapito in appalto operando in decine di città, tra cui Pistoia, Modena, Mantova, Perugia, Genova e Catania, con 3mila dipendenti e un fatturato annuo da 3 milioni di euro. A ogni scadenza della gara d’appalto, ai lavoratori comincia ad arrivare il ben servito. Peccato però che si tratti di persone che per decenni hanno lavorato di fatto come postini di Poste consegnando le raccomandate, svuotando le cassette rosse con una propria postazione pc nella filiale e un piano turni o un piano ferie elaborato dallo stesso direttore dell’agenzia postale. Insomma postini a tutti gli effetti, ma di serie B. Tanto che nel corso degli ultimi anni la Cgil è riuscita ad ottenere, attraverso tre diversi accordi, l’assunzione in Poste di un 30% degli ex lavoratori della Transystem; per tutti gli altri però, esauriti gli ammortizzatori sociali, non è rimasto niente. Se non ricorrere al giudice per dimostrare che tutti quegli anni in Poste hanno configurato “l’intermediazione di manodopera”, cioè si sono sostituti ai postini. Ora, come ha stabilito il tribunale di Pistoia (e quello di Catania un paio di mesi fa), i 6 lavoratori lo riprenderanno a fare con regolare contratto.

Cagliari, cavia delle smart city. L’isola sperimentale per l’Ue

Ancora se lo ricordano, a Pula, lo stupore del presidente cinese Xi Jinping davanti alle maschere dei mammuthones. E il suo gradimento per i famosi dolcetti sardi. Non si è ancora spenta la scia delle polemiche per la visita del premier cinese in Italia e la firma dei trattati, ma pochi però ricordano che Xi era già stato in Sardegna nel novembre 2016, accolto con tutti gli onori dal governatore Francesco Pigliaru e poi ospite, con una folta delegazione, dell’allora premier Renzi in una cena blindatissima al Forte Village di Pula.

Il presidente cinese era sbarcato nell’isola ufficialmente per uno “scalo tecnico” proveniente dalla conferenza Cop 22 sul clima a Marrakech e prima del suo viaggio in Perù. In realtà l’idea dell’incontro, che negli annali della diplomazia verrà classificato come “informale”, era maturata ben prima e sotto i buoni auspici di Palazzo Chigi e dell’allora ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, anch’egli presente a Pula. Fra gli intermediari “istituzionali” che sotto l’occhio prudente ed attento del governo italiano avevano lavorato alla costruzione dell’incontro figurava, in quel momento anche il nome di Gianni Filippini, allora presidente del prestigioso centro di ricerca e sviluppo CRS4 fondato nel ’90 dal Nobel Carlo Rubbia proprio in quel di Pula. Filippini pochi mesi prima, a marzo, era volato insieme a Pigliaru alla fiera del digitale di Hannover per siglare un importante accordo col gigante cinese delle nuove tecnologie Huawei. Che in Sardegna, nel centro di Ricerche sperimentali, era già presente con un suo incubatore dal 2015. Nel 2016, un accordo di cooperazione firmato in Germania implicava, fra le altre cose, lo sviluppo della tecnologia 5G applicata al cosiddetto Internet of things, l’internet delle cose proprio in Sardegna, nei laboratori di Pula.

Scopo della ricerca del Joint Innovation Center Huawei con il Crs4 è “migliorare la qualità della vita dei cittadini” grazie all’uso delle nuove tecnologie per le Smart & SAfe City: città più intelligenti e più sicure, grazie alla connettività diffusa e alla sensoristica su scala metropolitana in grado di veicolare una grande mole di dati attraverso le reti 5G ed e-Lte di nuova generazione. “Le Smart City si faranno soprattutto nell’isola per l’Italia e per Europa”, aveva detto Pigliaru all’indomani dell’accordo, che è stato recentemente ribadito a Roma dai suoi contraenti davanti ministro per i Rapporti con il Parlamento, Riccardo Fraccaro: nella seconda fase della sperimentazione Cagliari sarà la smart city “pilota” in cui grazie al cervellone elettronico dello Ioc (Intelligence Operation Center, finanziato con un investimento di 20 milioni di euro, di cui 17 da parte del colosso cinese), verranno testate miriadi di applicazioni, dal traffico gestito in tempo reale ai parcheggi “amici” per i disabili, dalla sicurezza nei luoghi affollati ai sensori che rilevano il livello di conferimento dei rifiuti.

Proprio per questo il Mise, ha scelto, tre mesi fa, di localizzare in Sardegna la sperimentazione della rete 5G. E Cagliari è la sesta città italiana (con Milano, Prato, L’Aquila, Bari e Matera) in cui il ministero ha concesso al gestore Fastweb l’utilizzo delle frequenze per trasferire dati ad alta velocità. “Ma attenzione – spiega Lidia Leoni, responsabile scientifica JiC e direttrice del settore Partnership Strategiche del CRS4 – la ricerca non ha come oggetto il 5G in sé, ma la sperimentazione delle applicazioni per le Smart Cities su diversi sistemi di interconnessione, fra cui anche il 4G, la fibra ottica , il wi-fi, inseriti all’interno di un’ecosistema che convoglia il conferimento di migliaia di dati provenienti da innumerevoli partner, istituzionali e non. Non solo, per evitare ogni problema sul fronte della sicurezza il 5G non verrà gestito da Huawei ma da una società interamente italiana, Athonet, che produce core-network intelligenti per la gestione delle reti di ultima generazione”.