La rivoluzione sessuale che si è trasformata in un consumo ossessivo del sesso (“A cosa stai pensando? Alla gnocca! Ma te lo avevo detto! Non siamo liberi manco per niente, gli stimoli esterni ti bombardano”). Ma, anche, i mesti suggerimenti contro le malattie da contagio, che ignorano “l’abisso che c’è tra le nostre gambe”. E poi una Chiesa che ha perso il rapporto con il corpo e che farebbe meglio a invitare i fedeli, magari durante l’Angelus, a una sana e santa scopata (così magari “tutti pagherebbero l’8 per mille”). Sono questi i bersagli, diversi eppure speculari, dell’esilarante e insieme commovente spettacolo del quarantaduenne Giovanni Scifoni, Santo piacere. Dio è contento quando godo, regia di Vincenzo Incenzo, oggi a Roma al teatro Brancaccio per un’ultima replica “virale” (ma si riparte dalla prossima stagione con Latina, Milano, Padova, Torino, Cosenza). “La natura ci chiede di rendere omaggio ai nostri sensi e di mangiare quando abbiamo fame: il punto è che noi mangiamo quando non abbiamo fame. Il problema non è il piacere, che ci è offerto da Dio, ma ciò che sei disposto a fare per cinque secondi di orgasmo”, spiega Scifoni, che abita a Pietralata, quartiere periferico di Roma, con la moglie Elisabetta e i tre figli.
Seimila biglietti venduti nella Capitale solo attraverso il passaparola e i social network, dove questo inetichettabile attore romano, diplomato all’Accademia Silvio d’Amico e attore in vari film e fiction Rai e Mediaset, riscuote un successo di seguaci (oltre 60.000) e di interazioni, in particolare grazie alla sua video rubrica ironica dedicata al Santo del giorno. “Attraverso i santi racconto l’uomo qualunque, medio, perché spesso erano uomini senza qualità. Ma è anche un pretesto per raccontare le miserie e le grandezza dell’essere umano”. Nello spettacolo Scifoni – guidato a scoprire la storia della Chiesa da Rashid, un colto pizzaiolo musulmano e continuamente sedotto da una figura femminile (Anissa Bertacchini) – racconta della prima volta che si è eccitato, “con Cannelle, la donna della pubblicità delle Morositas, quelle che si appiccicavano all’apparecchio”. Ma parla anche dei volantini di Lupo Alberto a scuola e dei “sacerdoti del liberismo sessuale” e anche, infine, di un amore, quello tra i suoi genitori, che è sempre erotico, anche se oggi suo padre imbocca la madre disabile. Del Congresso di Verona sulla famiglia dice che “ridurre il sesso a tifoseria è una cosa veramente svilente, ognuno cerca di essere felice come può”. Rimpiange la mancanza di veri maestri come Pasolini, “quelli che non sapevi mai cosa pensavano finché non parlavano. Oggi invece ci sono personaggi, anche rispettabilissimi – penso a Saviano ma anche a molti altri – di cui però si sa già in anticipo cosa diranno. È il trionfo degli opinionisti”.
Dei social dice invece cose belle – “Come facevamo prima?” – e parla benissimo, con ironia, soprattutto dei suoi “haters”, sia atei che cattolici: “Sono meravigliosi. C’è uno che mi dice che sono figlio del demonio, è un modo per abbracciarmi, sarà tristissimo quando finirà, perché purtroppo per lui l’odio eterno non esiste. Ma ci sono quelli che credono sia pagato dai servizi segreti del Vaticano per edulcorare il messaggio oscurantista della Chiesa. È tutto fantastico”. L’ultima domanda è sulla difficoltà di fare l’attore di fiction e di teatro insieme e la risposta sempre spiazzante. “Che Dio benedica la fiction ora e sempre, pure la peggiore! Ti danno i soldi per dire tre battute e ti danno pure da mangiare. Così puoi permetterti di fare l’artista e gli spettacoli che vuoi. Sì, lo ammetto: sono un vero mercenario”.