Mecenatismo tecnologico sul 5G. Pure la Cina seduce l’accademia

Guerra alla Cina sulle telecomunicazioni e 5G, c’è la fase due: nei giorni scorsi il Mit, il Massachusetts Institute of Technology, una delle più importanti università del mondo per gli studi sulla tecnologia, ha annunciato che interromperà ogni collaborazione in corso con Huawei, Zte e le loro sussidiarie per le indagini federali avviate dagli Usa (l’accusano di aver violato gli accordi commerciali con l’Iran). Temendo di perdere i finanziamenti federali, una dopo l’altra le università hanno rinunciato alle forniture e alle partnership con le due aziende. Il mese scorso era toccato alla Stanford University, poi alla californiana Berkeley. L’isolamento commerciale dei due colossi delle telecomunicazioni, insomma, non basta. O meglio, non si combatte solo sui mercati. Per estirparli dagli strati produttivi serve anche il sabotaggio accademico e degli accordi di ricerca, sviluppo e collaborazioni. Che in molti casi, come in Italia, sono numerosi e preziosi per università e laboratori – e, va ben sottolineato, non sono solo cinesi – soprattutto se carenti di risorse per la ricerca.

Formazione e lavoro, la rete accademica

Negli anni, in Italia, Huawei ha creato una solida rete di relazioni con gli atenei, ha fondato centri di innovazione e di ricerca e ha collaborato praticamente con tutti gli operatori telefonici. Dal 2004 la società ha assunto 800 dipendenti, per l’85 per cento italiani. Huawei e i suoi rappresentanti, parlando dell’Italia, riferiscono dove possono di “partnership strategiche” che abbracciano strutture di ricerca locali, enti commerciali e che prevedono cooperazione con istituzioni educative “per sostenere la prossima generazione di leader Ict”. Con diversi milioni di euro drenati nel sistema accademico e di ricerca italiano. Oggi università, docenti, ricercatori e dottorandi lavorano ai progetti sul 5G, partecipano alle sperimentazioni e sviluppano applicazioni. Sul suo sito, Huawei parla di accordi con 14 atenei. Un sistema rodato che dà modo di acquisire e osservare da vicino l’expertise dei cinesi, all’avanguardia nel settore.

L’amore per Milano e il suo Politecnico

Nel 2008 l’azienda cinese apre il suo centro di ricerca e sviluppo globale a Segrate, un laboratorio specializzato nello studio delle microonde. “La Lombardia oggi è famosa a livello internazionale per lo sviluppo delle tecnologie a microonde, grazie a solidi investimenti nelle università e nella ricerca” si legge in un post aul sito di Huawei. Per i non addetti ai lavori, si può dire che oggi si scrive “microonde” ma si legge “5G”. Duemila metri quadrati su due piani, cento dipendenti di cui il 25 per cento arrivati con un dottorato di ricerca, solo tra il 2011 e il 2015 il centro ha ricevuto circa 100 milioni di euro di finanziamenti e, insieme alla rete di altri centri europei, costa a Huawei circa 15 milioni l’anno. Sempre in Lombardia, l’azienda ha strette collaborazioni con il Politecnico di Milano. Né Huawei né l’università vogliono dire quanto valgano investimenti e convenzioni. Di sicuro, però, i progetti sono tanti. Le partnership di ricerca sono con il dipartimento di Elettronica, Informazione e Bioingegneria e sono tutte legate a tematiche di ricerca avanzata in quattro settori: applicazioni sul controllo e il comfort di veicoli elettrici, con sviluppo di modelli di simulazione e algoritmi di regolazione dei sistemi di bordo; tecnologie per collegamenti radio punto-punto (ponti radio), sia di tipo ottico in spazio libero che ad altissime frequenze, tecnologie per dispositivi ottici di commutazione di rete basati sull’ottica integrata e sistemi di antenne adattative per le quali sono sviluppati modelli e algoritmi di controllo, nonché ottimizzazione delle risorse di rete e di trasmissione e ricezione dei segnali. A febbraio 2018 è stato invece lanciato un corso triennale per 80 studenti sponsorizzato da Huawei e organizzato dal consorzio Elis di Roma (un consorzio per la formazione professionale superiore) e il Politecnico di Milano sull’ingegneristica digitale. L’ateneo ospita poi decine e decine di seminari che hanno come principali speaker scienziati di Huawei e l’azienda è partner anche nella sperimentazione della rete 5G a Milano e di quella su Bari-Matera, quest’ultima con investimenti di 60 milioni di euro totali (non solo Huawei) e il coinvolgimento soprattutto delle piccole imprese locali.

Il legame con operatori e gli enti locali

I legami dell’azienda nell’ambito di ricerca e sviluppo sono strettissimi anche con gli operatori telefonici che, nell’ultima gara per aggiudicarsi le frequenze del 5G, hanno investito 6,5 miliardi di euro, più di quanto il ministero dello Sviluppo economico potesse sperare: Huawei conta tre Innovation center solo con Tim, di cui uno a Catania con un investimento previsto di 3 milioni di euro in tre anni e un ecosistema di trenta startup da avviare. Due sono invece con Vodafone mentre un altro è con la Regione Sardegna, voluto dalla giunta Pigliaru, su cui sono già stati messi dai cinesi circa 17 milioni di euro solo sul cervellone elettronico per lo sviluppo delle smart city. E di certo ne arriveranno altri. A metà marzo, durante l’inaugurazione di uno dei centri a Milano, Huawei ha annunciato che ha già programmato di investire 50 milioni nei 23 Open Labs europei.

Zte, 500 milioni di partnership e idee

Cinquecento milioni in cinque anni è invece l’investimento annunciato in Italia da Zte, che qui ha stabilito il quartier generale europeo. Una cifra che riguarda sia lo sviluppo dell’hardware ma anche uffici e risorse umane. “L’Italia per noi è il fulcro degli investimenti europei – spiega Alessio De Sio, responsabile per Zte delle relazioni istituzionali in Italia – questo ci ha portato in un anno ad avere circa 600 dipendenti e a generare, con l’indotto, lavoro per 2 mila persone”. Le partnership con il mondo universitario sono di diverso tipo: due sono in campo tecnologico e una di formazione e cultura. La prima è con l’Università de L’Aquila con cui Zte ha in piedi attività congiunte sulla sperimentazione sul 5G insieme a Wind3 e Open Fiber. Il centro di innovazione abruzzese è all’interno del tecnopolo, mille metri quadrati e decine di ingegneri e ricercatori italiani che lavorano accanto a quelli cinesi. “Sono nuclei snelli – spiega De Sio – lavorano su diverse applicazioni del 5g, dai droni al monitoraggio dell’agricoltura. Ne è stata sviluppata una che permette, grazie a sensori e antenne, di rilevare un evento sismico in tempo reale”. Zte ha poi una collaborazione stretta con l’università di Tor Vergata, a Roma. “Abbiamo in uso i locali dell’università a Villamondragone, vicino Frascati – ci spiegano – li abbiamo ristrutturati, fatto l’adeguamento e ci teniamo corsi di alta ingegneri e stiamo valutando anche nuove iniziative”. La terza è con l’università di Torino: qui sono state stanziate borse di studio per gli studenti che possono andare a formarsi per un periodo a Shenzhen, nella sede di Zte. A quanto ammonta tutto questo? “Di solito non divulghiamo le cifre, ma in ricerca e sviluppo Zte investe circa il 13 per cento del fatturato e si fa lo stesso in Italia. Siamo sempre aperti alle nuove possibilità che arrivano dal mondo accademico”. E annunciano, nei prossimi mesi, l’apertura in Italia di un laboratorio di Cybersecurity: “Il segnale, per noi, che vogliamo stare in questo Paese. Per noi rimane strategico sul piano dell’impresa, della ricerca e della cooperazione con istituzioni, sia governative che accademiche”.

L’Italia e il golden power “problematico”

Dopo gli anni delle aperture del governo Renzi e poi di Gentiloni all’innovazione cinese e alle promesse dell’industria 5G, ora il governo ha annunciato di voler estendere il golden power a queste reti nonostante entrambe le aziende sostengano non sia mai stata rivelata una prova oggettiva di spionaggio o poca sicurezza sulle loro reti. L’idea del governo è esercitarlo anche nel caso di forniture di materiali e servizi (quindi non solo nei casi di acquisizioni di partecipazioni azionarie) per tutelare una infrastruttura considerata strategica e quindi l’interesse nazionale. Il governo però aggiunge che il golden power potrebbe essere applicata solo nel caso in cui gli attori siano extra Ue. Sarebbe quindi salva la svedese Ericsson, che ha già avviato sperimentazioni in Italia e che dice di essere in grado di realizzare tutta la rete senza problemi e a costi competitivi. Eppure potrebbe non essere tutto così semplice: le reti sono sistemi complessi e le loro componenti non arrivano mai tutte da un unico fornitore. Quindi anche una rete realizzata da un’azienda italiana o europea potrebbe avere al suo interno componenti extra Ue, ad esempio americane. Bisognerà essere capaci di tenere sotto controllo tutto.

Il sospetto su Alitalia e Autostrade

L’unico effetto positivo della tragedia del 14 agosto 2018 a Genova è che, con il ponte Morandi, è caduto anche lo scudo politico di cui ha sempre goduto la lobby delle autostrade, fin dalla privatizzazione degli anni Novanta. Per la prima volta la famiglia Benetton è apparsa per quello che è: non più i geniali creativi dei maglioni, ma i rentier che prosperano a spese degli automobilisti italiani grazie a una discutibile vendita di asset pubblici e una ancora più discutibile regolazione di favore. Per la prima volta, Autostrade per l’Italia (Aspi) ha pubblicato online i documenti relativi alla concessione e soltanto perché il ministero dei Trasporti stava per metterli sul suo sito.

Il governo Conte ha annunciato subito guerra, minacciando la revoca della concessione autostradale ad Aspi, la società che i Benetton controllano tramite Atlantia. Difficile passare dalla minaccia all’azione, anche perché le regole del settore sono scritte su misura dei concessionari, grazie ad anni e anni di lobby. Molti mesi dopo è tutto ribaltato. Autostrade e Atlantia sembrano assai poco preoccupate: hanno buone possibilità di veder accolto il ricorso sui costi della ricostruzione di Genova (oltre 400 milioni, stabiliti dal commissario-sindaco Bucci senza negoziati) i cui lavori sono stati affidati ad altri; a luglio può far partire gli aumenti che ha congelato, ma solo su base volontaria; e poi c’è Alitalia. Il governo Conte ha bisogno di trovare qualcuno che aiuti le Ferrovie. Ha chiesto ad Atlantia, assai più probabile è che intervenga la sua controllata Aeroporti di Roma.

Siamo tutti rassegnati al fatto che quel bidone di Alitalia finisca ancora una volta a carico di noi contribuenti, anche se per vie traverse. Ma sarebbe davvero imperdonabile se per salvare Alitalia prima delle elezioni europee, il governo dovesse abbandonare ogni tentativo di togliere alla lobby dei concessionari un po’ di quello scandaloso potere che hanno accumulato in questi vent’anni.

Altro che Pechino Msc alla conquista dei porti italiani

In un mese di sbornia sulla Via della Seta nessuno s’è accorto che i veri ‘cinesi’ li abbiamo già in casa, o meglio in banchina, da anni. Una potenza economica che da un Paese extracomunitario ad alta schermatura bilancistico-finanziaria lavora con successo sul decisore pubblico per conquistare l’economia marittima italiana, dalle concessioni al lavoro, ai servizi.

Il gruppo Msc però non ha sede a Pechino ma a Ginevra, non è emanazione del Pcc ma è il secondo operatore al mondo nel trasporto marittimo di container, con un giro d’affari di decine di miliardi di euro. Ed è l’unico di tali dimensioni a conduzione familiare. Una famiglia che conta, come dimostra l’indagine aperta in Francia dal Parquet National Financier su Alexis Kohler, braccio destro di Emmanuel Macron con ruoli nella navalmeccanica statale ma anche in Msc: è cugino della moglie del patron Gianluigi Aponte, il comandante di Sorrento che negli anni Settanta, dal nulla, creò l’impero il cui brand più popolare, ma non il più importante, è Msc Crociere.

L’Italia è, più della Francia, terra di conquista. Fra Genova e Trieste sono nove i terminal container controllati o partecipati (e controllati di fatto come cliente). Altrettanti quelli crocieristici. È il maggior concessionario portuale italiano. Poi ci sono traghetti (Grandi Navi Veloci, Caremar), aliscafi (Snav, Nlg), riparazioni navali (Nmn) e presto anche trasporto terrestre (Medlog). Per quest’ultima operazione Msc ha fatto razzia dei manager di Contship, l’ex socio a Gioia Tauro, dove il gruppo Msc grazie all’appoggio del governo ha ottenuto che Contship gli cedesse la propria parte del terminal container. Il tutto a fronte della promessa di investire 140 milioni sul rilancio della struttura. Ad oggi, però, gli unici impegni li ha assunti lo Stato: finanziando il nuovo raccordo ferroviario, accollandosi gli esuberi e accogliendo la richiesta dell’armatore di realizzare un bacino per riparazioni che farà concorrenza allo stabilimento Fincantieri di Palermo.

Caso emblematico, quello calabrese, di un modus operandi: logoramento dei partner, occupazione di terminal non profittevoli per sottrarli alla concorrenza e promessa di investimenti. Da due anni Msc a Genova promette di entrare nel capitale dello storico gruppo armatoriale Messina, esposto per 450 milioni con Carige: non se n’è ancora fatto nulla, ma intanto il credito non è stato inserito fra quelli in sofferenza della Banca, commissariata dalla Bce, mentre Aponte ha esercitato una forte influenza sulla gestione della società. Anche La Spezia è un porto importante per Msc: a breve l’ex presidente dell’Autorità Portuale ed ex sottosegretario Pd, Lorenzo Forcieri andrà a processo anche per aver passato a Ginevra la bozza di un bando di gara.

Ma è genova ilp porto dove il gruppo a messo le radici. Fra le controllate genovesi c’è il Consorzio Bettolo, concessionaria di un terminal container in via di realizzazione (a spese pubbliche). I lavori, però, sono in ritardo di 15 anni: le navi per cui fu pensato non esistono quasi più e quelle di oggi difficilmente potranno attraccarci, salvo che la diga foranea che protegge il porto storico non venga spostata. Un intervento colossale, questo, da 1 miliardo, mai sottoposto ad analisi costi-benefici ma entrato nella programmazione dell’Autorità Portuale quando il presidente era l’ex assessore regionale Pd, consigliere del ministro Graziano Delrio, Luigi Merlo, poi assunto a inizio 2017 da Msc. L’Autorità anticorruzione certificò la violazione della norma che impedisce agli amministratori pubblici di lavorare per i privati soggetti alla loro giurisdizione (scatta il divieto triennale di contrarre con l’amministrazione pubblica). Quasi nessuno ne ha tenuto conto, anche prima che il Tar sentenziasse che a occuparsi della cosa non deve essere Anac (senza specificare a chi competa). La pronuncia di Anac spinse il commissario delle Universiadi di Napoli, Luisa Latella, a bloccare un contratto per noleggiare navi Msc. Poco dopo fu defenestrata dal governo.

Il rapporto con la politica è sempre ottimo, sia in Liguria – con il governatore Toti frequente ospite a Ginevra, dove si è recato anche per tranquillizzare il tycoon sulle intese italocinesi – promettendogli un secondo terminal crociere nel capoluogo – che col nuovo governo (come visto a Gioia Tauro). La riforma della marineria ventilata dal viceministro alle Infrastrutture, Edoardo Rixi (Lega) va esattamente nella direzione auspicata da Ginevra, con l’estensione dei benefici previdenziali sui marittimi comunitari (che allo Stato costa 300 milioni l’anno) – oggi riservati solo a chi ha bandiera e sede fiscale italiane – anche agli armatori che, come Msc, usano bandiere di comodo e pagano le tasse in Svizzera. È solo una delle campagne di Assarmatori, associazione fondata da poco in contrapposizione alla confindustriale Confitarma e aderente a Confcommercio (schieratasi non a caso contro la Via della Seta), di cui Msc è l’indiscusso dominus. La lobby è in prima linea su altri fronti decisivi per scardinare gli assetti della portualità italiana. Battaglie legittime, ma assai più impattanti degli accordi con i cinesi. Lontane, però, dai riflettori dei media, inzeppati di pubblicità di Msc e ubriacati dall’invasione dei Tartari di Xi Jinping.

Esclusivo: come Putin sta per fare di Salvini il nuovo Juncker

Sono giorni che una notizia di giovedì scorso ci toglie il sonno. Per capire il livello della nostra ansia bisogna andare con ordine. Essendo accaniti lettori dei meglio giornali e settimanali, nonché ossessivi seguaci dei più democratici talk show, sappiamo che Vladimir Putin comanda quasi tutto l’Occidente: a forza di tweet e post su Facebook prima ha fatto eleggere Donald Trump e causato la Brexit; poi con gli stessi sistemi in Italia ha creato il governo 5 Stelle-Lega (e ha pure attaccato Mattarella con 400 troll, forse cosacchi); dopo s’è spostato in Francia sobillando i Gilet gialli e mille altre cose brutte. Torniamo a giovedì. Al 70ennale della Nato, il vicepresidente Usa Mike Pence ha attaccato così Angela Merkel: “Non possiamo assicurare la difesa dell’Occidente se i nostri alleati diventano dipendenti dalla Russia. Se la Germania insiste nel costruire il gasdotto Nord Stream 2, potrebbe trasformare letteralmente la Germania in un ostaggio della Russia”. Pensate la raffinatezza di Putin: prima convince Berlino a fare affari con lui (e a tal fine ingaggia pure l’ex Cancelliere Schröder), poi fa eleggere un presidente Usa che, su suo comando, critica i rapporti di Merkel con Mosca in modo da metterla in cattiva luce agli occhi degli elettori e far vincere i populisti alle Europee. Risultato: Salvini al posto di Juncker e Bannon papa. Solo i cinesi col loro 5G spione e la “trappola del debito” sono più pericolosi: sempre che pure Xi Jinping non sia un pupazzo di Putin o che l’attesa del golpe di Putin non sia essa stessa già Putin o che… (lo portano via)

Breve apologo su cracker, tonno e nuovi schiavi

In questi giorni tv e stampa si affannano nel non difficile intento di far fare figuracce a un tale, un leghista che ha la ventura di essere il sindaco di Minerbe, piccolo centro alle porte di Verona. La pietra dello scandalo riguarda una bimba delle elementari – di origine straniera, ovviamente – i cui genitori erano in ritardo con i pagamenti della mensa. La piccola è stata messa a tonno e cracker, variante leghista del vecchio pane e acqua: la maestra ha rinunciato al suo pasto per darlo alla bimba, e il calciatore dell’Inter Antonio Candreva si è offerto di pagare per i genitori della piccola (e di tutti gli altri che sono indietro con i pagamenti). Il sindaco poi è stato interpellato a reti unificate e ha così potuto illuminarci sul fatto che è “una questione di principio” (forse il principio della fine) e di rispetto per le famiglie che pagano (producono e pretendono, evidentemente). Essendo per noi incommentabile il comportamento di un uomo di 42 anni che se la prende con una bambina delle elementari e ha il coraggio di rivendicare la scelta di aiutarla a casa sua con una scatoletta di tonno e cracker come atto politico, resta il danno che episodi (squallidi e disumani) di questo genere fanno all’intera comunità. Al sindaco e al suo partito per la suddetta figuraccia; alla gente comune dotata di buon senso e muscolo cardiaco funzionante che certamente ha idee migliori su dove mettere le supposte questioni di principio del sindaco; al dibattito pubblico sempre più inquinato da episodi miseri ma per fortuna marginali, che catalizzano l’attenzione e distraggono per settimane intere dalle macro questioni.

Può darsi che il clima si sia davvero imbarbarito e quindi ci sia la necessità di condannare pubblicamente e con fermezza vicende come quella di Minerbe o di Lodi (ma può anche darsi che uno dei moventi di questi illuminati sindaci sia il desiderio di cinque minuti di celebrità e che così si faccia il loro gioco meschino). Rimane però un mistero come ci si infiammi per storie come queste che hanno lo svantaggio per i protagonisti di essere vere e il non trascurabile vantaggio per chi si indigna (per quanto giustamente) di poter commentare senza troppi sforzi questo mondo che, signora mia, com’è diventato cattivo. È lo spirito critico da social network. Poi capita che nelle campagne tra Verona e Mantova o tra Verona e Vicenza o da qualunque parte, dal Foggiano al Napoletano, al mattino molto presto ci si imbatta in gruppi di lavoratori che aspettano il caporale. Un gentile signore che sfrutta i lavoratori (ma non è un destino dei soli braccianti) per pochi euro al giorno, e magari si fa pagare pure il disturbo per un passaggio verso il “luogo di lavoro”. Però tutto questo non riesce a far breccia nei teneri cuori che si turbano (ribadiamo: giustamente) per la scatoletta di tonno. Il destino di chi arriva non riesce a imporsi come il vero tema dell’immigrazione che sembra essere un fatto di qualche interesse solo finché le persone sono sulla banchina di un porto italiano. Poi la maggior parte di quelli che si darebbero fuoco per far attraccare una nave si dimenticano completamente della sorte di persone che hanno tutto il diritto di essere trattate con dignità e rispetto. Ma davanti ai nuovi schiavi si gira lo sguardo, forse perché da qualche parte nell’inconscio collettivo (ammesso che esista) si sa che il loro lavoro da schiavi serve a produrre merce a basso costo che alimenta la vita del consumatore (oggi figura assai più autorevole e rispettata del cittadino). Augurandoci che la piccola a cui è toccata la viltà della scatoletta di tonno possa dimenticarsi dell’accaduto, restiamo in attesa di una ribellione collettiva contro gli schiavi a 4 euro al giorno.

Prima gli italiani o prima i danesi? Ai summit si teme la rissa nei bagni

Quesito per solutori più che abili, di quelli che ci passi la notte e non ne vieni a capo, ma ti sei tanto divertito. Indichi il candidato come sarà la soave convivenza tra la formazione nazionalista dei Veri Finlandesi (prima i finlandesi) e la lega di Salvini Matteo (prima gli italiani). Cioè, per dire, al buffet che succederà? Prima i finlandesi o prima gli italiani? Già mi vedo la rissa. Aiutino: i Veri Finlandesi, l’altro giorno a Milano rappresentati dal signor Olli Kotro, sono per prendere a colpi di salmone congelato sui denti chi osi fare più deficit, mentre Matteo nostro (?) va promettendo tasse piatte, soldi di qua e di là, aiuti alle imprese, tutto in deficit. Ce n’è abbastanza per un duetto divertente, tipo Stanlio e Olli, ma a sganassoni.

I finlandesi (tutti, veri e falsi) sono più o meno cinque milioni e mezzo, i Veri Finlandesi hanno preso alle (loro) elezioni il 17 per cento, proprio come Salvini in Italia, uno che girava con le magliette “Padania is not Italy” e che quindi pensa anche lui che ci siano veri italiani e italiani falsi, e pare l’unica cosa su cui vanno d’accordo. L’idea che i Veri Finlandesi si comportino da veri signori e consentano ai Veri Italiani di spendere e spandere facendo veri debiti è piuttosto peregrina: se ognuno è rigorosamente sovranista a casa sua, i primi a stargli sui coglioni saranno i sovranisti di altri posti, che sovranino a casa loro, e giù le mani dai dané.

La grande alleanza delle destre europee, comunque, procede spedita fingendo di non vedere gli ostacoli. Uno di questi, non un dettaglio, la Russia di Putin, che piace tanto a Salvini (foto solitaria sulla piazza Rossa, ma senza cibo né fidanzata di turno) e Le Pen, ma che a svedesi, finlandesi e polacchi sta simpatica come una vespa che ti entra nel casco mentre guidi la moto. Su una cosa sono tutti d’accordo: non vogliono gli immigrati, di nessun tipo e colore, dalla Danimarca alla Polonia, dall’Austria all’Ungheria, e ognuno di loro ha deliziosi rapporti con crani rasati e nostalgici del Reich, gente che pensa “quando c’era lui” (intendono il Führer), negazionisti dell’Olocausto, possibilisti delle dittature e ammiratori di Mussolini (che come si sa fino al ’38 “fece anche cose buone”, tipo ammazzare Matteotti e i Fratelli Rosselli, arrestare Gramsci, chiudere giornali, aprire galere, eccetera eccetera). Metteteci anche gli spagnoli di Vox, che “quando c’era lui” lo dicono del generalissimo Franco. Una bella compagnia, insomma, alla quale manca ancora il pezzo più pregiato, l’ungherese Orban, che fa “anche cose buone” a Budapest, ma si ostina a stare nel Ppe e sembra non sentire le sirene dei sovranisti che lo vorrebbero come centravanti.

A fare il leader di tutto questo sarebbe proprio il nostro Salvini (cioè: se c’è una gara di fascisti, prima l’italiano), che qualcuno vagheggia addirittura alla guida dell’Unione Europea in caso di vittoria schiacciante delle forze sovraniste. Uno che ha una visione così attenta, sicura e lungimirante, da dichiarare (29 marzo) che la Libia è un porto sicuro e poi (8 aprile) di essere molto preoccupato di quel che succede in Libia, dove di sicuro non c’è niente, nemmeno se sei libico e (peggio mi sento) nemmeno se sei l’Eni.

Tutta questa allegra compagnia minaccia di vedersi a Milano il 18 maggio (ci sarà anche madame Le Pen, si dice) per recitare il suo rosario: danesi che dicono prima i danesi, polacchi che dicono prima i polacchi, finlandesi che dicono prima i finlandesi (veri), austriaci che dicono prima gli austriaci e così via, con tonitruante chiusura del nostro mangiatore di Nutella e salsicce che intimerà: prima gli italiani. Insomma, tutti prima e gli altri dopo. Si prevede grande spiegamento di forza pubblica, forse per impedire le risse alla toilette (prima io, no, prima io, no, prima io, ma lo sa quanta birra ho bevuto?).

Napoli in svendita (ed è solo l’Inizio)

Qualche avvisaglia del saccheggio in arrivo l’aveva data con un’intervista al Sole 24 Ore di qualche giorno fa il prefetto Riccardo Carpino, direttore dell’Agenzia del Demanio, annunciando nuove dismissioni (le chiamano valorizzazioni) di migliaia di immobili pubblici. Qualche settimana prima, il Sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, aveva spostato ad altro incarico il dirigente comunale ai Beni comuni, Fabio Pascapè, architetto delle delibere sui beni comuni urbani della Città di Napoli e responsabile Regionale del Comitato Rodotà (www.benipubbliciecomuni.it).

Il 31 marzo una delibera unanime della giunta, presenti tutti gli assessori, varava un piano di dismissione di 479 cespiti immobiliari fra cui due beni, il lido di Pola (progressivo 262) e il Carcere Filangieri (progressivo 241) utilizzati da anni dai cittadini con attività di altissima reddittività sociale. Per questo tali beni furono dichiarati “beni comuni” e “usi civici urbani” nella celebre delibera 446 del 2016. In apparente contraddizione il 2 aprile scorso veniva inaugurato il nuovo “osservatorio per i beni comuni” della città di Napoli e posto al suo vertice un giovane giurista dell’Asilo Filangieri (da non confondersi col carcere dove l’esperienza di uso civico si chiama Scugnizzo liberato). A seguito delle notizie di stampa circa la dismissione dei due immobili, il Comune di Napoli con una nota del 7 aprile nondimeno rivendica il proprio ruolo di capitale dei beni comuni, accusando i propri uffici di errore materiale per l’inserimento di Lido e Scugnizzo nella delibera di dismissione. Ovviamente ciò non toglie che altri 477 beni pubblici verranno probabilmente venduti (meglio svenduti) pagando le solite sostanziose fees ai facilitatori privati di queste operazioni (nel 2006 la Corte dei Conti le ha stimate al 46% del valore!). Né soprattutto ciò toglie che le delibere comunali, che dichiarano certi immobili beni comuni o usi civici urbani, non abbiano alcuna vera forza giuridica quando muta la maggioranza o il primo cittadino cambia idea. Oggi nessuno infatti può impugnare tali privatizzazioni (anche se di beni demaniali), cosa che diventerebbe invece possibile per tutti se il disegno di legge Rodotà, su cui si raccolgono le firme, diventasse legge.

Ciò che si è clamorosamente verificato a Napoli è un problema istituzionale che va ben oltre la sincerità di questo o quell’amministratore locale. Simili dismissioni, completamente discrezionali per gli enti pubblici titolari dei beni pubblici (circa il 70% degli immobili pubblici sono comunali) avverranno sempre più intensamente, perché il pubblico oggi è alla mercé dei poteri privati organizzati e nessuna legge limita le sdemanializzazioni a loro vantaggio (molto spesso la forza coi deboli prova a nascondere la debolezza verso i forti). Per esempio, l’ estesissima area ex ferroviara di Saronno, messa in vendita per 22 milioni, potrebbe essere aggiudicata per poco più di tre a speculatori e palazzinari.

Da anni i giuristi denunciano l’obsolescenza del Codice Civile nelle parti relative al Demanio e al Patrimonio pubblico; con la Commissione Rodotà avevamo trovato nei beni comuni (oltre il pubblico e il privato) la sola possibile architrave di resistenza al saccheggio. Con il Referendum del 2011 il popolo aveva accolto la nostra impostazione dicendo basta alle privatizzazioni neoliberali dei beni comuni (allora era stata l’acqua in prima linea). Napoli aveva faticosamente portato avanti, in un quadro legislativo nazionale avverso, una coraggiosa sperimentazione locale (compresa la ripubblicizzazione dell’acquedotto). Lo stesso Statuto comunale nel 2011 fu all’unanimità modificato, inserendo tra i valori fondativi la nozione dei beni comuni elaborata dalla Commissione Rodotà.

La questione non può restare locale. È necessaria con estrema urgenza una legge nazionale che modifichi il Codice, protegga la dimensione sociale ed ecologica del nostro diritto dei beni riservandone le utilità alle generazioni future. Solo così si possono blindare i beni pubblici nei confronti di svendite truffaldine, legalizzate dalla debolezza del demanio.

Quanto sta succedendo nella Capitale dei beni comuni, obbliga tutti ad abbandonare finalmente distinguo, particolarismi e nostalgie (del demanio) per mettere in campo intorno alla legge di iniziativa popolare Rodotà un fronte unico capace di conquistare milioni di firme per fermare il saccheggio dei nostri beni e garantirli per le generazioni che verranno.

Mail box

 

L’evasione fiscale è un fenomeno inestirpabile?

L’articolo del direttore Marco Travaglio sull’evasione fiscale è impeccabile ma purtroppo nessun governo passato, presente e, probabilmente, neppure futuro ha mai fatto e mai farà nulla di concreto e serio per combattere l’evasione fiscale. Tralasciando il fatto che a volte a evadere sono proprio i governanti (come nel caso di B.), evidentemente nessuno vuole perdere i voti degli italiani evasori che spesso sono uomini di potere o grandi imprenditori. Ovviamente poi evadono anche categorie minori come commercianti o piccoli imprenditori; praticamente gran parte di chi non ha ritenute alla fonte trova il modo di evadere se non proprio tutto, almeno in parte, le tasse dovute. È risaputo infatti che gran parte del gettito Irpef è dato da dipendenti e pensionati, le uniche categorie di lavoratori che non possono evadere e che si ritrovano a versare mezzo stipendio o pensione allo Stato. Questa è una grande ingiustizia e una vergogna che andrebbe affrontata con leggi severe (senza “sgravi” o “soglie di non evasione” per nessuno), controlli serrati e prigione per gli evasori più incalliti. Inutile illudere gli elettori con promesse di abbattimento delle soglie Irpef, nessuno lo farà mai perché queste andrebbero a incidere positivamente anche su dipendenti e pensionati che invece i governi vogliono spremere fino all’osso perché hanno la sicurezza dell’incasso.

Monica Stanghellini

 

La linea Foggia-Campobasso: una mancata opportunità

Porto alla vostra conoscenza una mancata (e perdurante) opportunità che, a mio avviso, è certamente deplorevole, mortificante per la sua assenza sui tavoli amministrativi e politici. Mi riferisco alla mancata realizzazione della linea ferrata Foggia-Campobasso. Non mancano che 60, al massimo 70 chilometri, perché tutto il percorso venga realizzato. Avremmo una nuova linea da tutto il Sud (lato Adriatico e Ionio) per Roma, essendo la Campobasso-Roma già in attività da tempo. Non mi dilungo, spero che l’opera venga presa nella dovuta considerazione. Cordiali saluti e buon lavoro!

Corrado Fasano

 

Caro Sala, conosci il dramma ma hai estirpato 16 ulivi

Caro Beppe Sala, ci siamo incontrati in Salento più di una volta. Ne ricordo qui una, a Castro su una terrazza: eri in vacanza, un break nella temperie degli strascichi dell’Expo e del mandato di sindaco. Non so se in quei giorni hai fatto un giro in campagna, se anche tu hai percepito che quella terra sta diventando un cimitero di morti. Sì, le campagne del Salento sono diventate “terra desolata”: un male oscuro chiamato xylella fastidiosa si dice provochi il disseccamento degli ulivi. Avrai letto i giornali in questi giorni: il ministro dell’Agricoltura Centinaio ha decretato lo sterminio di quegli ulivi, la trasformazione definitiva di quel “mare d’argento” in un deserto. Avrai saputo che agricoltori e produttori d’olio sono in ginocchio, in attesa di riscuotere l’elemosina che il governo ha promesso loro se collaboreranno, senza proteste, allo sradicamento di quegli ulivi che per generazioni hanno curato. Il ministro leghista, infatti, è severo: il suo decreto commina pene onerose a chi s’opporrà al massacro. Allora, con che animo, da sindaco, hai concesso licenza e patrocinio ad un arredo spacciato per opera d’arte come quello che si vede oggi sotto la Madunin? “16 grandi ulivi centenari piantati in enormi vasi bianchi sui quali i passanti possono riposarsi” – leggo in un comunicato. 16 ulivi estirpati e offerti, tra un ape e un party, al godimento degli ospiti della Design Week, la kermesse più glam dell’anno. Figata! Lo sponsor è La Rinascente, l’artista al soldo Sabine Marcelis. Esperienza inattesa, irritante, sconcertante per chi invece vede questi monumenti botanici crepare. Che cattivo gusto, Beppe! Per capire meglio il senso di questa mia, ti invito a venire il 27 aprile a Sternatia nel cuore del Salento, dove si svolgerà la seconda tappa di X-files, una manifestazione che cerca di spiegare cosa si può fare per salvare gli ulivi. Vieni Beppe, capirai perché quei 16 ulivi suscitano l’indignazione di molti. Ti offriremo friselle, pomodorini e mozzarella, conditi con quell’olio che certo ancora ricordi.

Andrea Carlino

iEH2 Università di Ginevra e co-responsabile di X-files

 

La Flat Tax non è solo iniqua: è contro la nostra Costituzione

Salvini vuole la tassa piatta uguale per tutti. A parte che sarebbe incostituzionale, perché l’articolo 53 della Costituzione ordina che le tasse siano progressive, per cui chi ha di più è giusto che paghi di più (“Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”), ma sarebbe anche respinta dall’Ue perché profondamente iniqua e tale da favorire soprattutto i più ricchi, con gravi tagli per lo Stato. Semmai la legge sulla flat tax passasse, la Consulta coi suoi tempi eterni la dichiarerebbe incostituzionale, creando un tale caos di ricorsi da bloccare del tutto lo Stato. Pertanto, almeno ci vorrebbe prima una riforma costituzionale.

Viviana Vivarelli

Cucchi: un “caso” che non sarebbe stato lo stesso senza la sorella Ilaria

 

La Giustizia, si dice, prima o poi trionfa. Così sembra anche per il caso di Stefano Cucchi. Ci sono voluti dieci lunghi anni, ma i colpevoli dovrebbero (in Italia il condizionale è d’obbligo) pagare il fio dei loro misfatti. Ma sarebbe stato così anche se il povero Stefano non avesse avuto una sorella come Ilaria? Quante ne ha dovute sopportare quella piccola, grande donna? Contro di lei e la sua richiesta di verità e giustizia si sono scagliati ministri, giornalisti, moralisti, alti rappresentanti delle forze dell’ordine. Ha dovuto, già devastata dalla orrenda morte del fratello, subire ogni tipo di infamia, dove ha trovato tanta forza per andare avanti?

Mauro Chiostri

 

Gentile Mauro, le svelo un aneddoto: quando, nel 2009, qualche giorno prima della diffusione delle tremende immagini del corpo martoriato di Stefano, sentii al telefono per la prima volta Ilaria Cucchi, la vicenda che ascoltai mi sembrò così inverosimile da chiudere la conversazione e correre nell’ufficio del nostro caporedattore dell’epoca, Vitantonio Lopez: “Ho raccolto una storia assurda – gli dissi –: non riesco a capire se sarà un ‘caso’ o se questa ragazza è così sconvolta dalla morte del fratello da aver perso il buonsenso”. Consideri che all’epoca non erano emersi i particolari agghiaccianti che conosciamo oggi, c’era solo una famiglia che chiedeva di far luce su una morte incomprensibile: un ragazzo in buone condizioni di salute, arrestato per droga e restituito cadavere una settimana dopo senza che nessuno dei suoi familiari, nel frattempo, avesse potuto vederlo. Quel giorno io stessa, che dopo anni di cronaca ero “abituata” – se mai ci si può abituare – alla morte, ebbi dei tentennamenti. La svolta arrivò quando la collega Caterina Perniconi riportò dalla conferenza stampa le foto di Stefano. Fu la famiglia a deciderlo. Fu Ilaria a convincere i suoi genitori che il passo, dolorosissimo, avrebbe significato l’attenzione di tutti e l’inizio di una battaglia che nessuno avrebbe immaginato così lunga. Per cui lei ha ragione, il “caso Cucchi” non sarebbe stato tale senza quella piccola grande donna, che ha sopportato su di sé ingiurie e infamità, ha dovuto difendere la memoria di suo fratello e far da scudo a un’altra meravigliosa donna, sua madre Rita, e a suo padre Giovanni. Le hanno detto di tutto, è andata avanti in nome della verità, senza mai chiedere vendetta, ma giustizia. Francamente non so dove abbia preso la forza per farlo, ma so che un giorno mi ha confessato di aver scoperto, grazie a questa battaglia, chi è lei veramente. Una combattente.

Silvia D’Onghia

La parte civile (e fantasma)

La costituzione di parte civile ‘fantasma’ dei Carabinieri nel processo per i depistaggi degli ufficiali nel caso Cucchi dovrebbe essere studiato nelle scuole di giornalismo. Nella sezione ‘ufficio stampa’, non ‘cronaca’. Ieri Repubblica è tornata sul tema con un commento nel quale si loda il comandante Giovanni Nistri perché ha avuto il coraggio di prendere ‘l’impegno di costituirsi parte civile’ e si bacchetta il premier Conte per le sue parole “tardive” e “opportunistiche”. La promessa di Conte però è stata fatta davanti alle telecamere. Mentre non c’è nessun impegno nella lettera di Nistri a Ilaria Cucchi né nelle dichiarazioni ufficiale dell’Arma. Secondo Repubblica l’impegno è stato riferito a voce (dopo averne parlato con Nistri) dal Generale Roberto Riccardi, a Ilaria Cucchi. Riccardi è un geniale capo dell’Ufficio Stampa (riuscito nel miracolo di ‘attutire’ con la storia della parte civile il colpo del carabiniere Tedesco che racconta in tv i calci in faccia a Stefano Cucchi e l’omertà nell’Arma) ma un suo ‘de relato’ vago e al condizionale non impegna l’Arma. Anche se Repubblica ha titolato “Nistri: siamo pronti a costituirci parte civile”. Nistri non lo ha mai scritto né detto in pubblico. L’unica promessa ufficiale quindi è quella di Conte. Il premier avrà letto i titoli di Repubblica e si sarà convinto di essere arrivato ultimo. Invece il cerino in mano lo ha lui.