Ordigno alla Lavazza, la Procura indaga per tentata estorsione

La procura di Torino ha aperto un fascicolo sul caso della busta con polvere sospetta recapitata lo scorso 5 aprile nella sede cittadina della Lavazza. L’ipotesi di reato è la tentata estorsione.

Buste analoghe sono state ricevute anche dalla Ferrero di Alba (Cuneo) e dalla Vergnano di Santena (Torino). Il messaggio che le accompagna, in un inglese definito “buono ma non da madrelingua, contiene l’intimazione a versare del denaro per evitare l’avvelenamento dei prodotti. Degli accertamenti si occupa la Digos.

Al momento, secondo quanto si apprende, i magistrati torinesi non collegano l’episodio ai pacchi esplosivi indirizzati alla sindaca Chiara Appendino e a un consigliere di circoscrizione della Lega, Alessandro Sciretti. Ai due esponenti politici (al leghista nel medesimo giorno) erano state recapitate buste incendiarie con lo stesso mittente: “Scuola Diaz”. secondo gli investigatori l’origine di queste minacce sarebbe di matrice anarchica. La sindaca è infatti in aperto contrasto con il mondo antagonista torinese dopo lo sgombero dell’Asilo occupato del gennaio scorso.

Tav, la Francia tenta il bluff per evitare di ripartire i costi

Ora che l’Italia vuole rivedere i costi del tunnel internazionale della Torino-Lione, la Francia si muove. Al momento, però, si parla soltanto di “studi” sui progetti e i costi della linea nazionale, anche perché in un rapporto del 2018 il governo transalpino ha già detto se ne sarebbe riparlato dal 2038. Lunedì il ministro francese dei Trasporti Elisabeth Borne ha firmato una lettera con cui chiede a Sncf Reseau, la società che si occupa della realizzazione delle linee ferroviarie, di avviare un programma di studi “per precisare gli investimenti necessari per la realizzazione delle vie d’accesso” al tunnel internazionale della Torino-Lione, cioè la galleria alla base del Moncenisio da 9,6 miliardi per il quale la Francia non ha ancora stanziato un euro, a differenza dell’Italia e dell’Unione europea.

La decisione del ministro francese arriva dopo i dubbi sollevati dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte sulla ripartizione dei costi della galleria, che sono a scapito dell’Italia e che il governo vorrebbe riequilibrare. Nonostante la maggior parte dei 57,5 chilometri di lunghezza del tunnel siano sul territorio francese (per l’esattezza 45), tolto il contributo europeo del 40%, sarà l’Italia a pagarne il costo maggiore, circa 3,5 miliardi di euro. Per questa ragione, il 22 marzo scorso nel corso di un incontro bilaterale a Bruxelles, Conte ha spiegato al presidente francese Emmanuel Macron di voler rivedere i costi del progetto. L’unico impegno concreto sarà un incontro a breve tra Borne e il collega Danilo Toninelli.

Quella suddivisione dei costi era stata stabilita nel 2004 (e confermata negli accordi seguenti) per andare incontro a Parigi, che avrebbe dovuto spendere circa otto miliardi di euro per realizzare la linea nazionale da Lione fino a Saint-Jean-de-Maurienne, sede della stazione internazionale. Così l’Italia aveva deciso di “accollarsi” una fetta maggiore del tunnel: dato per buono il 40% finanziato da Bruxelles, anziché dividersi a metà il costo della galleria, l’Italia ha deciso di pagare un 10% in più e quindi, alla fine, a Roma spetta il 35% del tunnel e a Parigi il 25%. Tuttavia, come spiegato più volte dal Fatto Quotidiano, Parigi non ha stanziato neanche un euro.

Inoltre dall’altra parte delle Alpi, sulla linea nazionale, quella che ha comportato la divisione dei costi del tunnel a loro favore, non c’era intenzione di fare nulla. A più riprese, prima con la Corte dei conti nel 2012, poi con la Commissione “Mobilité 21” nel 2013 e infine col Rapporto Duron nel 2018, gli esperti francesi avevano messo in discussione i costi e i benefici dell’opera.

I componenti della commissione davano all’opera una priorità bassa per via delle incertezza sulla realizzazione della galleria internazionale: “La commissione non può assicurare che i rischi di saturazione e i conflitti d’uso che giustificano la realizzazione del progetto intervengano prima degli anni dal 2035 al 2040”. Sulla base di questa scala di priorità, quel progetto da 7,9 miliardi era “incompatibile” con la realizzazione di altre opere e con la disponibilità finanziaria. Lo scorso anno il rapporto Duron suggeriva di rinviare oltre il 2038 la realizzazione dell’accesso al tunnel: “Sembra poco probabile che prima di dieci anni ci sia materia per proseguire gli studi su questi lavori che, al meglio, dovranno essere intrapresi dopo il 2038”.

Ora Parigi si è improvvisamente mossa. Borne ha stabilito che uno studio sui costi e sul programma deve essere affrontato subito. “Il lancio di questo programma di studi è una tappa importante nella concretizzazione degli impegni presi dal governo per la realizzazione dell’accesso al tunnel transfrontaliero della Torino-Lione”, ha annunciato lunedì. Il lavoro di Sncf Réseau sarà affiancato da un comité de pilotage che dovrà cercare soluzioni “per ottimizzare i costi per garantire la sostenibilità finanziaria del programma”. Allo stesso tempo il ministro Borne vuole un osservatorio che valuti la saturazione delle tratte francesi e del tunnel del Moncenisio “per conoscere meglio il traffico e la capacità disponibile delle infrastrutture attuali”. I primi risultati sono previsti per l’estate prossima.

Aosta, assoluzione per l’ex procuratore Pasquale Longarini

L’ex procuratore di Aosta Pasquale Longarini – ora giudice civile a Imperia – è stato assolto dalle accuse di induzione indebita, rivelazione di segreto d’ufficio e favoreggiamento nell’ambito di una indagine per la quale il 30 gennaio 2017 era finito agli arresti domiciliari. Lo ha deciso il giudice dell’udienza preliminare di Milano, Guido Salvini, al termine del processo con rito abbreviato a carico anche di altre due persone, entrambe assolte. Respinta la richiesta a 3 anni di carcere avanzata dal pm Giovanni Polizzi. Longarini è stato assolto con formula piena perché il fatto non sussiste. Assolti anche gli altri due imputati, Gerardo Cuomo, titolare del Caseificio valdostano, e Sergio Barathier, titolare dell’hotel Royal di Courmayeur.

“Siamo molto felici perché, dopo anni di agonia, è stato riabilitato il nome di Pasquale Longarini”. È il commento dell’avvocato Anna Vittoria Chiusano, uno dei difensori dell’ex procuratore di Aosta assolto oggi a Milano con la formula perché il fatto non sussiste, assieme ai suoi due coimputati.

Rustichelli verso l’Antitrust. Il Csm ignora la Severino

Ben quattro mesi di trattative correntizie per decidere, in Terza commissione del Csm, a maggioranza, che la legge Severino non vale. O meglio, non vale per Roberto Rustichelli, il presidente dell’Antitrust nominato dai presidenti del Senato Elisabetta Casellati e della Camera, Roberto Fico in dicembre. Per i togati e laici di centrodestra il giudice del Tribunale dell’Impresa di Napoli non deve lasciare la magistratura, ma può andare fuori ruolo nonostante abbia superato, come documentato dal Fatto, il tetto dei 10 anni previsto per i fuori ruolo non solo dalla Severino ma anche da una circolare interna al Consiglio, del 2014. Ieri, in Terza commissione si sono espressi per il fuori ruolo il presidente Michele Ciambellini, di Unicost (la corrente centrista), i consiglieri Paola Braggion e Corradi Cartoni, di Magistratura Indipendente (la corrente di destra che ha, però, il leader “morale” deputato del Pd, Cosimo Ferri) e il laico di FI, Michele Cerabona. Non si è voluto sbilanciare, Alberto Maria Benedetti, laico del M5S, che si è astenuto. D’altronde, l’ufficio studi del Consiglio, da lui diretto, interpellato dalla Commissione, non aveva dato alcuna certezza sull’applicazione tassativa della Severino. Un assist per chi da sempre, come MI e una larga parte di Unicost, insieme ai laici di FI e della Lega, volevano concedere il fuori ruolo per non scontentare soprattutto la presidente Casellati, berlusconiana come il suo capo di Gabinetto Nitto Palma e fino alla sua elezione membro del Csm. Era a Palazzo dei Marescialli pure il suo consigliere giuridico Claudio Galoppi, come togato di MI. L’imbarazzo dei laici M5S, materializzatosi con l’astensione di Benedetti, si spiega, invece, con il sì di Fico a Rustichelli.

L’unico a votare contro è stato Ciccio Zaccaro, consigliere togato di Area (sinistra) convinto che si dovesse applicare la Severino: “In nessuna delle deroghe indicate espressamente dalla legge Severino rientrano le autorità di garanzia. Mi sembra strano che alla prima occasione si abbandoni quella legge, una soluzione equilibrata per evitare carriere parallele”. La pensano così anche gli altri consiglieri di Area, Giuseppe Cascini, Alessandra Dal Moro e Mario Suriano.

Al plenum di mercoledì prossimo voteranno contro il fuori ruolo a Rustichelli e si schiereranno per il rispetto delle norme citate anche i due consiglieri di AeI Piercamillo Davigo e Sebastiano Ardita, ma i numeri a favore di Rustichelli sono schiaccianti.

Va detto che se la maggioranza dei consiglieri avesse riconosciuto quello che fuori dal Csm è il pensiero prevalente, ovvero che si dovrebbe applicare il tetto della Severino e non la legge precedente che escludeva le Authority, Rustichelli avrebbe potuto comunque fare il presidente dell’Antitrust come deciso da Casellati e Fico: data la sua età, 58 anni e la durata dell’incarico, di sette anni, si sarebbe potuto dimettere dalla magistratura per poi andare in pensione.

Municipio XI, cade il terzo “minisindaco” a Cinque Stelle

Con la sfiducia al presidente Mario Torelli, votata ieri dal Consiglio del Municipio XI di Roma, zona Portuense, è caduto il terzo minisindaco a 5 Stelle in tre anni: tutti a causa di dissidi interni agli esponenti locali del Movimento. L’aula consiliare ha approvato con 13 voti favorevoli su 25 la mozione proposta dalle opposizioni, con il Movimento rimasto da un mese senza maggioranza in aula. In tre anni infatti 4 consiglieri hanno cambiato gruppo. Tra i motivi che hanno portato alla crisi contrasti sulla gestione dei rifiuti, con la zona già provata per anni dalla vicinanza con la mega discarica di Malagrotta, e sul progetto dello stadio dell’As Roma a Tor di Valle. Prima di Torelli avevano terminato in anticipo il mandato il presidente del Municipio VIII e poi quello del Municipio III, in entrambi le elezioni dello scorso anno sono state vinte dal centrosinistra. Ora Virginia Raggi nominerà lo stesso Torelli come suo delegato alla zona del Portuense, per garantire continuità amministrativa, di fatto è probabile che si tornerà al voto per il Municipio XI solo alle Comunali del 2021.

Case popolari, caccia alla talpa di CasaPound

Caccia alla talpa in Campidoglio: un dipendente dell’Ufficio assegnazioni del Comune di Roma che spiffera i movimenti sulle case popolari. Qualcuno che può accedere alle banche dati e avvertire in anticipo CasaPound e Forza Nuova, così da permettergli di organizzare proteste e blitz quando gli alloggi vengono assegnati a famiglie non di origine italiana. Un dubbio che da tempo aleggia fra i sindacati – soprattutto Unione Inquilini e Asia Cub – e di cui ora sembra essersi convinta anche la Digos di Roma, che indaga e restringe il campo dei possibili “sospettati”. L’identikit sarebbe quella di un dipendente del Dipartimento Politiche Abitative. Il cerchio si restringerebbe a non più di una decina di persone.

La convinzione definitiva è arrivata dopo i fatti di Casal Bruciato, il quartiere dove domenica sono iniziate le proteste dei residenti di un complesso Erp, fomentati da Casapound e Fratelli d’Italia. La contestazione non ha permesso a una famiglia montenegrina di 8 persone, proveniente dal campo rom di La Barbuta, di prendere possesso dell’alloggio legittimamente assegnatogli.

Di certo, i precedenti non mancano. Fra quelli più eclatanti, quello nel dicembre 2016 a San Basilio, quando alcuni residenti impedirono a una coppia di origini marocchine con tre bambini di prendere possesso del loro alloggio; nel gennaio 2017, invece, una trentina di militanti di Forza Nuova bloccarono l’assegnazione a una famiglia nordafricana per far rientrare gli abusivi, una ragazza italiana 17enne incinta e il suo compagno; nel settembre 2017 a Montecucco sempre Forza Nuova provò a impedire l’assegnazione della casa a una famiglia italo-etiope (in quell’occasione venne arrestato il leader romano neo-fascista Giuliano Castellino). In tutti questi casi – come a Casal Bruciato – il clamore mediatico e la tensione sociale spinse il Comune di Roma a derogare al regolamento per proporre alle famiglie a stretto giro altri alloggi fra quelli disponibili.

Intanto, dopo le parole di mercoledì sera del vicepremier Luigi Di Maio, a Roma si è riaperta la discussione sulla sede nazionale – quella sì, occupata abusivamente – di CasaPound, un palazzo di proprietà del Demanio occupato dal 27 dicembre 2003 a pochi passi dalla stazione Termini.

Il capo politico M5S chiedeva di “sgomberare CasaPound così come chiunque occupi in modo illegittimo un’abitazione o uno stabile già assegnato a chi ne ha realmente bisogno”. Ma nonostante gli auspici di Di Maio, la tartaruga frecciata per il momento sembra essere in una botte di ferro.

L’edificio di via Napoleone III è inserito nella lista degli 88 palazzi occupati da liberare, stilata dalla Prefettura di Roma in base a un ranking ottenuto dalla somma dei criteri dettati dal ministero dell’Interno, che sono le criticità strutturali e – da qualche mese – la presenza di decreti di sequestro preventivo o di rilascio intimato dall’autorità giudiziaria.

Nessuno di questi, però, interessa al momento CasaPound. Il palazzo che la ospita e in cui abitano alcune famiglie vicine al movimento di estrema destra si troverebbe molto indietro nella “classifica” della prefettura. Pare non prima della posizione 50. Considerando che a Roma gli sgomberi procedono al ritmo di un’operazione ogni tre mesi (quattro o cinque all’anno) e che altre occupazioni potrebbero aggiungersi alla lista, si calcola che il turno del palazzo di via Napoleone III non arriverà prima del 2030. Salvo, ovviamente, che non subentri un’accelerazione “politica”.

Di certo più rapidi i tempi di Facebook. Il social network californiano, dopo aver oscurato il profilo del neo-candidato alle Europee di FdI, Caio Mussolini, ha “colpito” anche le pagine del fondatore di CasaPound, Gianluca Iannone, e di vari dirigenti. Insomma, per Zuckerberg, i “fascisti del Terzo millennio” sono già “anticostituzionali”.

Marino assolto parla dagli Usa: “La ferita non si rimargina”

Il fatto non sussiste. La Cassazione mette una pietra sulla vicenda-scontrini, che contribuì in maniera determinate nella caduta di Ignazio Marino dal Campidoglio il 30 ottobre 2015: assolto come già in primo grado, annullata la sentenza d’appello con la condanna a due anni.

La notizia arriva ieri a Philadelphia poco dopo l’ora di pranzo, ironia della sorte, e l’ex sindaco di Roma sta per entrare a un convegno medico di corsa mangiando una mela: “Hanno vinto la verità e la giustizia. La sentenza della Cassazione non rimedia ai gravi fatti del 2015, alla cacciata di un sindaco eletto e di un’intera giunta impegnati senza far compromessi per portare la legalità e il cambiamento nella Capitale d’Italia. Una ferita per la democrazia che non si rimargina. Ripeto a testa alta che non ho mai utilizzato denaro pubblico per finalità private. È vero il contrario. E oggi è chiaro anche a coloro che mi hanno infangato provocando dolore e imbarazzo a me e alla mia famiglia”. In Italia è l’avvocato Enzo Musco che attacca: “Gli accusatori politici e materiali di questo processo rappresentanti dell’attuale amministrazione comunale erano gravemente in malafede”. Musco si riferisce in particolare al 5stelle Marcello De Vito, oggi in carcere per corruzione, che accusava: “Vogliamo controllare anche tutti i movimenti delle carte di credito”. A Marino l’accusa ha contestato 56 cene per 20 mila euro, cifra peraltro donata a Roma dal Marziano il 9 ottobre 2015 con un assegno consegnato alla ragioneria di Palazzo Senatorio. Matteo Orfini, in quei giorni plenipotenziario del Pd locale per Matteo Renzi, organizzò la sfilata dei consiglieri comunali dal notaio per far decadere il sindaco. Dopo tre anni e mezzo non si pente: “Prendemmo quella decisione per la sua incapacità amministrativa. Non per le vicende giudiziarie, siamo garantisti. Rifarei tutto allo stesso modo”. Eppure il Pd di Renzi non iniziò proprio con quelle firme la sua caduta? “Non faccio interviste”, chiude Orfini. Dal Pd di oggi, invece, arriva il tributo del segretario Nicola Zingaretti dal sapore anti-renziano: “Il tempo è galantuomo. Marino fu corretto. Sono contento”.

L’altro Calenda: il giornalista Rai quand’è in ferie aiuta Bardi?

Dopo i rumors, sono circolati i video. In uno si vede il giornalista del Tg3 Campania, Massimo Calenda, precedere il neo governatore di centrodestra della Basilicata Vito Bardi a una iniziativa elettorale. L’altro risale alla notte del voto, il 24 marzo, e si vede Bardi, muto, guardare Calenda che dirige ad alta voce il traffico delle telecamere che chiedono un’intervista al vincitore. “No, no, no, uno per volta”. Questo accadeva nei giorni in cui Calenda era ufficialmente in ferie – non ha lavorato dal 28 febbraio al 25 marzo – e la redazione napoletana del Tg3 si dimenava nelle croniche carenze di organico, tamponate da poco con innesti provenienti da Campobasso e Potenza. I video sono successivi ai rumors, dicevamo. Quali? Calenda avrebbe fatto il portavoce occulto di Bardi e le ferie gli sarebbero servite per andare in Basilicata ad aiutarlo in campagna elettorale. Circostanze che Calenda, interpellato da Il Fatto, smentisce senza se e senza ma: “Non è vero niente, sono stato a casa mia, ho preso le ferie per ragioni personali legate a recenti vicende familiari. Sono amico e parente di Bardi, una sera sono stato a un convegno con lui e la sera del voto abbiamo aspettato i risultati insieme. Io davanti alle telecamere? Ho solo detto ai colleghi di stare tranquilli”. I filmati però non sono passati inosservati e i link sono arrivati al caporedattore Antonello Perillo che – secondo quanto risulta al Fatto, nonostante l’ulteriore smentita sul punto di Calenda – ha comunicato al giornalista che per ragioni di opportunità per ora non lavorerà sulla cronaca politica. Ulteriori decisioni, ci riferisce una voce in alto di via Marconi, spettano al vicedirettore del Tg3 con delega al Sud, Carlo De Blasio. Lo abbiamo cercato, via sms ci ha ringraziato per la correttezza, ma è in Olanda per un meeting di tutte le tv regionali europee che lo assorbirà 10 ore al giorno per una settimana. Riproveremo quando sarà tornato.

Omofobia: domani si decide a Perugia sul senatore leghista

Il senatore leghista, Simone Pillon, torna a far parlare di sé. Mentre ieri in commissione Giustizia era al vaglio il disegno di legge che porta il suo nome, sull’affido condiviso dei figli di genitori separati, Repubblica ha reso nota l’indagine giudiziaria per cui è imputato. L’accusa è di diffamazione. Domani il Tribunale di Perugia deciderà se l’associazione Lgbt Omphalos, affiliata di Arcigay, ha diritto al risarcimento per essere stata tacciata di distribuire materiale pornografico nelle scuole. Stando al capo di imputazione, Pillon li avrebbe anche definiti istigatori all’omosessualità: “Quelli di Arcigay vanno nei licei e spiegano ai vostri figli che per fare l’amore bisogna essere o due maschi o due femmine e non si può fare diversamente e… venite a provare da noi, nel nostro welcome group”. Al centro delle polemiche è finito anche l’opuscolo informativo “Lo sapevi che?”. Secondo il senatore sottenderebbe un invito all’omosessualità. Gli episodi contestati da Omphalos sono stati riuniti in un unico fascicolo. Nel frattempo il giudice ha richiesto la rimozione da Internet dei video in cui Pillon accusa l’associazione.

“Aspetto fisico irrilevante”: la Suprema Corte sulla sentenza choc di Ancona

L’aspetto fisico è “irrilevante” ed è un “elemento non decisivo”. Sono i due concetti chiave delle motivazioni della Cassazione che il mese scorso ha annullato con rinvio una sentenza sconcertante di novembre 2017: tre giudici donne della Corte d’appello di Ancona hanno assolto due ragazzi dall’accusa di aver stuprato una giovane a Senigallia, nel 2015, perché aveva un aspetto “mascolino” e quindi la sua denuncia non era credibile.

Dice, invece, la Suprema Corte che non è certo l’aspetto fisico a determinare la credibilità di una persona ma le giudici d’appello, sempre secondo l’ avviso della Cassazione, si sono basate su una “incondizionata accettazione” della tesi difensiva mentre non è stato fatto alcun “serio raffronto critico” con la sentenza di condanna emessa in primo grado. La Corte d’appello ha, quindi, preso per buone le dichiarazioni degli imputati, senza alcun “supporto probatorio” sul consenso al rapporto sessuale. Invece, la brutalità degli imputati è testimoniata dal fatto che la ragazza si è dovuta sottoporre a un intervento chirurgico e a una trasfusione.

I due imputati erano stati condannati dal tribunale a cinque e tre anni di carcere. In appello l’assoluzione ha scatenato una caterva di critiche. Secondo le giudici, all’imputato principale “la ragazza neppure piaceva, tanto da averne registrato il numero di cellulare sul proprio telefonino con il nominativo ‘Vikingo’, con allusione a una personalità tutt’altro che femminile, quanto piuttosto mascolina”. Dopo questo passaggio, un altro dettaglio, indicato dalle giudici tra parentesi, che si commenta da solo: “Come la fotografia presente nel fascicolo processuale appare confermare”. Il pg di Ancona, Sergio Sottani, che ha presentato ricorso in Cassazione, come la parte civile rappresentata dall’avvocato Cinzia Molinaro, aveva detto: “Bisogna evitare che nei processi l’uso delle parole possa costituire una forma ulteriore di violenza nei confronti della vittime. Ritenere che la mancata attrazione sessuale del presunto stupratore nei confronti della vittima possa rappresentare un elemento a sostegno della mancanza di responsabilità, credo debba essere evitato perché si rischia di appesantire lo stress cui la vittima è già sottoposta”,

Il processo d’appello bis si celebrerà a Perugia.