Caccia alla talpa in Campidoglio: un dipendente dell’Ufficio assegnazioni del Comune di Roma che spiffera i movimenti sulle case popolari. Qualcuno che può accedere alle banche dati e avvertire in anticipo CasaPound e Forza Nuova, così da permettergli di organizzare proteste e blitz quando gli alloggi vengono assegnati a famiglie non di origine italiana. Un dubbio che da tempo aleggia fra i sindacati – soprattutto Unione Inquilini e Asia Cub – e di cui ora sembra essersi convinta anche la Digos di Roma, che indaga e restringe il campo dei possibili “sospettati”. L’identikit sarebbe quella di un dipendente del Dipartimento Politiche Abitative. Il cerchio si restringerebbe a non più di una decina di persone.
La convinzione definitiva è arrivata dopo i fatti di Casal Bruciato, il quartiere dove domenica sono iniziate le proteste dei residenti di un complesso Erp, fomentati da Casapound e Fratelli d’Italia. La contestazione non ha permesso a una famiglia montenegrina di 8 persone, proveniente dal campo rom di La Barbuta, di prendere possesso dell’alloggio legittimamente assegnatogli.
Di certo, i precedenti non mancano. Fra quelli più eclatanti, quello nel dicembre 2016 a San Basilio, quando alcuni residenti impedirono a una coppia di origini marocchine con tre bambini di prendere possesso del loro alloggio; nel gennaio 2017, invece, una trentina di militanti di Forza Nuova bloccarono l’assegnazione a una famiglia nordafricana per far rientrare gli abusivi, una ragazza italiana 17enne incinta e il suo compagno; nel settembre 2017 a Montecucco sempre Forza Nuova provò a impedire l’assegnazione della casa a una famiglia italo-etiope (in quell’occasione venne arrestato il leader romano neo-fascista Giuliano Castellino). In tutti questi casi – come a Casal Bruciato – il clamore mediatico e la tensione sociale spinse il Comune di Roma a derogare al regolamento per proporre alle famiglie a stretto giro altri alloggi fra quelli disponibili.
Intanto, dopo le parole di mercoledì sera del vicepremier Luigi Di Maio, a Roma si è riaperta la discussione sulla sede nazionale – quella sì, occupata abusivamente – di CasaPound, un palazzo di proprietà del Demanio occupato dal 27 dicembre 2003 a pochi passi dalla stazione Termini.
Il capo politico M5S chiedeva di “sgomberare CasaPound così come chiunque occupi in modo illegittimo un’abitazione o uno stabile già assegnato a chi ne ha realmente bisogno”. Ma nonostante gli auspici di Di Maio, la tartaruga frecciata per il momento sembra essere in una botte di ferro.
L’edificio di via Napoleone III è inserito nella lista degli 88 palazzi occupati da liberare, stilata dalla Prefettura di Roma in base a un ranking ottenuto dalla somma dei criteri dettati dal ministero dell’Interno, che sono le criticità strutturali e – da qualche mese – la presenza di decreti di sequestro preventivo o di rilascio intimato dall’autorità giudiziaria.
Nessuno di questi, però, interessa al momento CasaPound. Il palazzo che la ospita e in cui abitano alcune famiglie vicine al movimento di estrema destra si troverebbe molto indietro nella “classifica” della prefettura. Pare non prima della posizione 50. Considerando che a Roma gli sgomberi procedono al ritmo di un’operazione ogni tre mesi (quattro o cinque all’anno) e che altre occupazioni potrebbero aggiungersi alla lista, si calcola che il turno del palazzo di via Napoleone III non arriverà prima del 2030. Salvo, ovviamente, che non subentri un’accelerazione “politica”.
Di certo più rapidi i tempi di Facebook. Il social network californiano, dopo aver oscurato il profilo del neo-candidato alle Europee di FdI, Caio Mussolini, ha “colpito” anche le pagine del fondatore di CasaPound, Gianluca Iannone, e di vari dirigenti. Insomma, per Zuckerberg, i “fascisti del Terzo millennio” sono già “anticostituzionali”.