Sull’affido è tutto rimandato. Il ddl Pillon non muore mai

La riforma dell’affido dei minori approderà in aula al Senato fra 3 o 4 mesi come minimo. E, sempre che ciò avvenga, per allora avrà perso i connotati del ddl Pillon che tanto ha diviso la Lega (che lo ha presentato) e i 5Stelle: “Si va verso una completa riscrittura del testo all’esito delle 125 audizioni già svolte e delle altre proposte presentate sulla stessa materia. Un testo unificato su cui si esprimerà la Commissione e che andrà poi in aula” assicura il pentastellato Mattia Crucioli, membro della commissione Giustizia di Palazzo Madama dove anche oggi proseguirà la discussione generale. Per la quale si attendono tempi lunghi, forse lunghissimi: la parola d’ordine è far parlare tutti quelli che lo vorranno, anche più dei dieci minuti ciascuno consentiti dal regolamento, come ha stabilito l’ufficio di presidenza per evitare che venisse evocato il bavaglio.

Del resto già ieri alcuni interventi, tra cui quello di Giacomo Caliendo di Forza italia hanno sforato la mezz’ora. Il gruppo del Pd ha iscritto a parlare tutti i suoi 52 senatori per convincere la maggioranza gialloverde a ritirare del tutto il ddl del Carroccio. Così come concordato con il neo segretario dem, Nicola Zingaretti che cerca di mettere in mora Lega e Cinque Stelle su un tema che ha a che fare con i diritti delle persone e delle famiglie. E di trasformare in battaglia politica la petizione lanciata sulla piattaforma change.org che ha già ricevuto 170 mila sottoscrizioni: “Siamo con le donne, gli uomini e le associazioni che in queste ore si stanno mobilitando perché sia cancellata per sempre la follia del disegno di legge Pillon. Noi non arretreremo di un millimetro finché quel testo, figlio di una cultura machista e retrograda, non verrà ritirato”, ha scritto su Facebook mentre fuori da Montecitorio si animava il presidio organizzato da D.i.Re-Donne in Rete contro la violenza, Casa internazionale delle Donne, Non Una Di Meno, Arci, Rebel Network, Udi-Unione donne in Italia, Cismai-Coordinamento italiano servizi maltrattamento infanzia e Cgil che chiede la cancellazione del testo leghista.

Flash mob a parte, la discussione parlamentare si è aperta con alcuni battibecchi. Relativi per la verità a questioni logistiche dovute al sovraffollamento di senatori in commissione Giustizia, dove i dem si sono presentati in massa. “Cambiamo aula, siamo in troppi. C’è cattivo odore” ha detto l’ex ministro dem Valeria Fedeli. Nervosismo a parte, l’annunciata maratona del Pd, tutto sommato non dispiace ai pentastellati. Che sono convinti che alla fine il Carroccio stesso rinuncerà a chiedere l’introduzione dell’affidamento paritario a favore di entrambi i genitori per minori fino a 3 anni. Ma i 5Stelle non intendono mollare neppure per quel che riguarda la fascia di età che va dai 3 ai 12 anni: dovrà essere comunque prevista una clausola di salvaguardia in modo che non sia possibile alcun automatismo sui tempi paritari dell’affido, in caso di mancato accordo tra genitori. Insomma un margine di discrezionalità ai magistrati che dovranno misurarsi con le contese familiari che hanno come epicentro l’affido dei figli dovrà essere sempre riconosciuta. Si punta a un testo equilibrato anche trovare il modo di dare esecuzione alle sentenze, pure europee, che hanno stabilito il diritto dei genitori separati (nella stragrande maggioranza dei casi padri) a poter trascorrere il tempo con i figli che viene loro negato anche se stabilito da un giudice.

Non toccate. Il premier ignoto

“Don’t touch please!”. L’intemerata della hostess del Salone del mobile di Milano non è scagliata verso un ignoto turista che si è avvicinato troppo a una lampada in esposizione, ma al presidente del Consiglio della Repubblica italiana. Alla scena – racconta Repubblica – segue un attimo di imbarazzo, poi Giuseppe Conte viene riconosciuto e la gaffe si chiude con una risata collettiva. Ma insomma, per “l’avvocato del popolo” dev’essere stato una specie di déjà-vu e non dei più piacevoli. Quando è stato chiamato da Luigi Di Maio e Matteo Salvini a guidare l’ibrido governo gialloverde, praticamente nessuno sapeva chi diamine fosse. Una condizione che ha vissuto, nelle prime fasi del suo mandato, con un certo imbarazzo. Ricorderete il giorno del voto di fiducia in Senato: lo spaesato Conte cercava freneticamente i fogli con la sua scaletta, maldestramente mescolati. E poi si rivolgeva al suo vicepremier con aria interrogativa: “Luigi, questo posso dirlo?”, “No, questo no”. Da quel giorno, va detto, il premier ha fatto parecchia strada. Adesso è difficile trovare qualcuno che ancora non sappia riconoscere il suo profilo. Eppure capita. Come in Febbre a 90, il film tratto dal libro di Nick Hornby sul calcio: “Non supereremo mai questa fase”.

Il “tesoretto” finito anche alla lista Maroni

Versamenti da un conto corrente Unicredit all’associazione Maroni Presidente. È la prima volta che emergono in una delle inchieste sui conti della Lega. I pm genovesi Paola Calleri e Francesco Pinto, che conducono l’inchiesta sui 49 milioni “scomparsi”, ne hanno trovato traccia. Si tratterebbe di diverse tranche da alcune decine di migliaia di euro che dai conti riferibili al Carroccio sarebbero finite al soggetto che sosteneva la campagna elettorale 2013 di Roberto Maroni. Non c’è al momento nessuna ipotesi di reato, né Maroni è toccato dall’inchiesta. Ma è uno spunto interessante per ricostruire i rivoli da cui è uscito denaro, fino a lasciare le casse del partito quasi vuote. L’inchiesta genovese copre un arco di tempo che va dal 2013 al 2015, a cavallo tra le segreterie di Maroni e Matteo Salvini.

I pm si erano imbattuti in diversi conti correnti dove sarebbero stati depositati 19,8 milioni. Parliamo della filiale vicentina di Unicredit e della sede milanese di Banca Aletti. Ma il viaggio dei soldi leghisti non finì qui: nel 2013 i denari sarebbero andati su due nuovi conti aperti presso la filiale milanese della Sparkasse. A consigliare l’istituto altoatesino sarebbe stato anche Domenico Aiello, avvocato di fiducia di Maroni e allora presidente dell’Organismo di Vigilanza della banca. Neppure a Bolzano, pare, i denari della Lega restarono molto: il conto aperto nel gennaio 2013 cessò la sua operatività già a luglio. Meno di sette mesi. Aiello lo spiegò così: “Con Maroni segretario, il partito ha aperto un conto in Sparkasse che poi Salvini ha chiuso trasferendo il residuo in Banca Intesa nel 2014”.

I pm genovesi stanno verificando come siano stati impiegati quei trasferimenti dal conto Unicredit alla Maroni Presidente. Non sarebbe il primo sostegno della Lega all’associazione, che già nel 2013 aveva ricevuto in prestito dal partito 450mila euro, restituendone almeno 400mila nel 2014.

Ma la Procura ligure sta compiendo accertamenti anche su un’altra associazione leghista, la “Prima il Nord!” (Il Fatto ne ha parlato domenica). Quasi un doppione della prima. Nata negli stessi giorni, con gli stessi scopi. E, però, semi-sconosciuta. Un soggetto ombra il cui nome ricorre però in una vecchia intercettazione del 23 luglio 2013 dell’indagine Breakfast della Dia. Insieme con Sparkasse. A parlare ssono due professionisti vicini a Roberto Maroni (tutti non indagati): il commercialista Carmine Pallino e l’avvocato Domenico Aiello. “Pallino – annotano gli investigatori – ricorda che il nome ‘Prima il Nord’ è registrato dalla Lega Lombarda… aggiunge che sta preparando un elenco di cose che” Aiello “deve sapere sulla consistenza patrimoniale, perché sono in parte titoli detenuti presso Sparkasse”.

I soldi spariti della Lega: i timori del manager

Una registrazione ambientale. Frasi rubate in un ristorante di Bolzano. Ma non si parla di canederli tirolesi o di Sacher. No, si parla dei 49 milioni scomparsi della Lega. E quei passaggi per i pm genovesi hanno un grande valore.

È il 13 settembre 2018. Il Fatto riporta la notizia che i magistrati a caccia del tesoro della Lega sono in Lussemburgo. Siamo, appunto, in un ristorante di Bolzano, al tavolo Sergio Lovecchio (un passato in Sparkasse, oggi direttore di PensPlan, l’istituto di previdenza complementare della Regione Trentino-Alto Adige). Di fronte a lui c’è Dario Bogni che ha lavorato anche lui nell’istituto bolzanino. Bogni – svizzero di nascita, ma varesotto d’adozione – è uno specialista nella gestione dei portafogli dei clienti. I due non immaginano di essere registrati. In realtà i microfoni nascosti non li hanno messi gli investigatori liguri, ma i loro colleghi bolzanini.

L’obiettivo non era Bogni, ma Lovecchio, indagato dalla procura altoatesina in un’inchiesta partita nel 2015 e conclusasi due mesi fa su alcuni dirigenti Sparkasse (dall’aumento di capitale del 2012 all’assegnazione di prestiti). Ma il discorso inevitabilmente cade sulla notizia del giorno: l’inchiesta che mesi prima aveva portato le Fiamme Gialle liguri nella sede Sparkasse a caccia dei 49 milioni. Ed ecco il passaggio chiave: Bogni parla dei soldi che da Sparkasse sono andati in Lussemburgo, si dimostra preoccupato della spedizione dei pm nel Granducato. Soprattutto ha paura che il proprio nome sia collegato all’operazione. Un passaggio ininfluente per l’inchiesta bolzanina, ma giudicato dagli inquirenti altoatesini interessante per l’inchiesta dei colleghi genovesi, cui immediatamente trasmettono le carte. Non solo: Bogni parla anche di altri dirigenti Sparkasse – la gestione precedente al 2015 – che potrebbero essere a conoscenza del destino dei conti correnti del Carroccio.

Già, Bogni. Il manager non è indagato (l’inchiesta genovese è a carico di ignoti). Ma il suo nome era già stato fatto da ambienti Sparkasse ai magistrati genovesi come uno dei possibili gestori dei denari passati da Bolzano al Lussemburgo per essere investiti e tornare in Alto Adige. Ma è vero che Bogni gestì l’operazione e che è vicino al Carroccio? Il cronista ieri lo ha contattato, ma Bogni si è limitato a rispondere: “Non ho nulla da dire in proposito”. “Niente di irregolare comunque”, giurano i vertici Sparkasse, “quei denari erano nostri e non della Lega”. Ma gli inquirenti – per ora è una semplice ipotesi investigativa senza riscontri – vogliono capire se non possa esserci stato un tavolo parallelo. Magari all’insaputa dei vertici della banca. Proprio per trovare conferme (o smentite) a questa ipotesi mesi fa i pm acquisirono la documentazione presso la sede Sparkasse. Tutto nasceva dalla segnalazione di un’operazione sospetta del marzo 2018: dieci milioni partiti da Bolzano nel 2016 e destinati a una fiduciaria del Lussemburgo. Nel gennaio 2018 tre milioni ritornano in Italia alla Sparkasse. Una banca dove la Lega ha avuto due conti correnti.

I magistrati genovesi adesso sono intenzionati a sentire Bogni. Ma chi è Dario Bogni? Così lo descrive un suo collega alla Sparkasse: “Un manager in gamba. Ha cominciato la carriera a Vienna, poi è stato a lungo con noi. Oggi è tornato a vivere a Varese e lavora in una fiduciaria di Lugano”. Un uomo di area leghista? “Dario non ha mai fatto mistero della sua vicinanza alla Lega. Ne parlava spesso, soprattutto di Umberto Bossi”. Niente di rilievo penale, fino a prova contraria. Ma il nome di Bogni, uomo molto schivo, è emerso un’altra volta nelle cronache altoatesine (non vi fu inchiesta giudiziaria). Anche lì si parlava di Lussemburgo. Era il caso di PensPlan, istituto di previdenza regionale che gestisce la previdenza di 110 mila trentini e altoatesini, ma che si occupava anche dei vitalizi dei consiglieri provinciali. Come scrisse Riccardo Dello Sbarba, consigliere provinciale (Verdi) in un’interrogazione, “PensPlan è nata da una legge regionale, con un finanziamento di 200 milioni della Regione”. I Verdi chiedevano come mai Pensplan e le controllate avessero “investito 202,5 milioni di denaro pubblico per acquistare quote di due Sicav (Società di Investimento a Capitale Variabile) con sede in Lussemburgo”. Tra i numeri uno della Pensplan Invest l’interrogazione citava Bogni.

Pd tensioni sui posti agli “ex”, Zingaretti candida il suo vice

Domani Nicola Zingaretti chiederà alla direzione del Pd di approvare le liste per le Europee. Ma una serie di nodi sono ancora da sciogliere. Prima di tutto il rapporto con Mdp, i fuoriusciti bersaniani. Dal primo momento, il segretario ha chiesto agli scissionisti di presentargli una serie di nomi non di ceto politico. Ma la pratica è ancora in fieri. Sdoganata la ricandidatura di Massimo Paolucci al Sud. Mentre, dopo aver trovato l’opposizione di Zingaretti, ieri ha annunciato ufficialmente il suo ritiro Antonio Panzeri. Un nome che gira e che potrebbe essere “potabile” pure per le minoranze renziane è quello di Elly Schlein (ex dem passata in Possibile) nel Nord-Est, qualora lei accettasse la proposta dei dem. Meno facile approvare nomi come quello di Maria Cecilia Guerra, capogruppo di opposizione al Senato con i governi dem. In tema di sinistra, tra le possibili candidature arriva anche quella di Massimiliano Smeriglio, il vice di Zingaretti in Regione Lazio, già esponente di Sel e da anni braccio destro del governatore.

Da Ascoli a Campobasso, rissa nel centrodestra

Il tempo per sistemare tutto in vista delle amministrative di maggio, stringe. Ma il termometro delle tensioni interne al centrodestra è tornato improvvisamente a scaldarsi. E sul banco degli imputati finisce Forza Italia, come pare, sempre più incapace di controllare i suoi ras locali. “È un partito in pieno disfacimento. E ognuno nelle città pensa di poter fare come vuole anche a costo di disattendere quanto concordato tra Berlusconi, Salvini e Meloni” suggerisce chi racconta, in forma rigorosamente anonima, delle tensioni che si sono registrate in una riunione dedicata alle elezioni locali, due sere fa. Quando si è concretizzato lo spettro del disimpegno di alcuni maggiorenti locali forzisti rispetto ai candidati indicati da Lega e Fdi. Succede per esempio a Ascoli Piceno. Dove un pezzo di Forza Italia non molla la presa: vuole che il candidato sia Piero Celani già sindaco prima dell’attuale primo cittadino Guido Castelli, sempre di Forza Italia. L’accordo nazionale è stato chiuso invece su Marco Fioravanti di Fratelli d’Italia. Ma i ras forzisti non hanno neppure digerito che in Molise il candidato a Campobasso sia spettato alla Lega. E così sta succedendo altrove. In Abruzzo il Carroccio ha dovuto rinunciare ad avere un suo candidato a Pescara, dove correrà Carlo Masci di Forza Italia, ma in cambio ha spuntato i comuni di Giulianova e Montesilvano. Dove però i forzisti ora fanno storie.

Chi ha partecipato al tavolo dell’altra sera si dice certo che l’emergenza alla fine rientrerà dappertutto. Il rischio che le beghe locali facciano saltare tutto è troppo grande: c’è chi azzarda addirittura che il dissenso forzista potrebbe scatenare un effetto domino. In cui tornerebbe in discussione persino la candidatura di Alberto Cirio per la Regione Piemonte: una minaccia esorbitante ma che aleggia come una clava. “Salvini non si è mai rimangiato la parola su nessun candidato” giurano i fedelissimi del Capitano che però ricordano pure la candidatura in Friuli Venezia Giulia di Massimiliano Fedriga della Lega, imposta al fotofinish su quella del forzista Renzo Tondo.

Il trucco di Matteo: candidato ovunque ma resterà a Roma

Matteo Salvini si candida ovunque. È una delle poche certezze della Lega per le Europee del 26 maggio: sarà lui il capolista in tutte e cinque le circoscrizioni elettorali. Una scelta che sa di beffa sotto molteplici punti di vista. Primo: il “capitano” a Strasburgo già c’è stato e non ha dato brillante prova di sé. Nel 2014 – si ricorderà – fu platealmente definito “fannullone” dal socialista belga Marc Tarabella. Rispose sciorinando alcuni dati molto parziali sulla sua produttività. In realtà secondo il sito votewatch.eu – il più affidabile sulle statistiche del Parlamento europeo – nell’ultima legislatura Salvini si classifica solo 543esimo su 751 deputati per presenze, mentre in quella passata, tra il 2009 e i 2014, era addirittura al 625esimo posto. Insomma: viene premiato con la posizione da (multi)capolista uno degli onorevoli meno presenti degli ultimi 10 anni.

La vera beffa però è la seconda: dopo aver incassato valanghe di voti, Salvini a Strasburgo non metterà nemmeno un piede. Al momento già somma le cariche di segretario di partito, ministro dell’Interno, vicepresidente del Consiglio e senatore della Repubblica. Oltre al ruolo di leader politico in campagna elettorale permanente, che l’assorbe più degli altri: tra Abruzzo, Sardegna, Basilicata ed Europee nei primi mesi del 2019 Salvini ha già macinato quasi 80 comizi in giro per l’Italia. Riassumendo: si candida in tutti e cinque i collegi (Italia nord-occidentale, nord-orientale, centrale, meridionale e insulare) sapendo che non potrà essere eletto in nessuno di essi.

Quello che pare a tutti gli effetti un imbroglio è in realtà una pratica lecita e già ampiamente abusata in passato. La “colpa” è della legge elettorale. Quella per il Parlamento europeo prevede candidature multiple, fino a tre preferenze per ogni lista (con alternanza di genere: non si possono scegliere solo uomini o solo donne) e non consente il voto disgiunto. Quindi chi scrive Salvini “brucia” la preferenza per il ministro, ma non il voto per la Lega. Un trucchetto che gli garantirà un prevedibile record di preferenze. Da far pesare a partire dalla mattina di lunedì 27 maggio sugli equilibri della politica nazionale.

Sembra davvero il Berlusconi degli anni d’oro: come Forza Italia anche questa Lega è ormai un partito personale. Fu proprio l’ex Cavaliere a presentarsi da capolista in tutte e 5 le circoscrizioni nel 2009, malgrado in quel momento fosse presidente del Consiglio. Dieci anni dopo anche il vecchio Silvio ci riprova. Sarà capolista in 4 collegi su 5 (esclusa l’Italia centrale, dove c’è Antonio Tajani, sarà ovunque uno spietato derby con Salvini). Con la differenza che il seggio europeo Berlusconi se lo terrà stretto. O almeno così racconta chi gli è vicino: “Il difficile sarà farlo venire pure a Roma ogni tanto”.

M5S, aria di rivolta sulle capilista rosa: “A loro zero fondi”

Il mistero su quei cinque nomi dovrebbe scioglierlo sabato. Il giorno in cui Luigi Di Maio riunirà a Roma tutti i candidati dei Cinque Stelle alle Europee, con obbligo di giacca e cravatta per i signori e di tailleur per le signore, come si usa ai matrimoni e alle convention di qualche altro partito che dà sull’azzurro. Ma la scelta del capo politico di puntare su cinque capilista donne, tutte esterne al M5S, sta provocando rivolta. Con diversi eletti che già minacciano di colpire dove fa più male, sui soldi. E un paio di veterani spiegano: “Di certo ci chiederanno un contributo per la campagna elettorale, e allora la vedranno lì. Tanto varrà destinare i soldi a un singolo candidato di nostra fiducia, visto che Luigi punterà sui nomi che si è scelto…”.

Ma le perplessità sui nomi calati dall’alto sono trasversali, dentro il gruppo parlamentare. Anche perché, è il ragionamento diffuso, “se scegli cinque capilista donne penalizzi innanzitutto le altre donne”. Cioè le europarlamentari uscenti, ricandidate dopo aver superato le parlamentarie sul web. E si parte dalla lombarda Eleonora Evi, prima nella circoscrizione Nord-Ovest, a Laura Ferrara, prima al Sud, per arrivare all’attuale capodelegazione in Europa Laura Agea, quarta al Centro, quindi oggettivamente in bilico. Perché è vero, essere capilista non è garanzia di elezione, in una votazione dove sono previste le preferenze. Però aiuta, moltissimo. Così la mossa di Di Maio rappresenta un problema anche per Ignazio Corrao, primissimo nella circoscrizione Isole, dimaiano di ferro.

Molto irritato, raccontano, anche se su Facebook ha punto senza traboccare: “A me essere o non essere capolista non interessa, non cambia nulla. L’ordine reale, quello di chi viene eletto, viene definito dai cittadini con il proprio voto di preferenza, che è la massima espressione di democrazia”. Però è chiaro che con una capolista esterna e un avversario come Dino Giarrusso, secondo sul web e molto sostenuto dai vertici nazionali, per Corrao sarà più difficile. Anche perché, spiegano, “in quella circoscrizione potrebbero passare solo due candidati”.

E a occhio non sarà contento neppure il romano Fabio Massimo Castaldo, il più votato con oltre 4 mila preferenze. Ma ora? “Le cinque capilista dovranno ricevere il via libera degli iscritti sul web” ricorda un big, lo stesso che descrive “una base in grande subbuglio sia nel Lazio che in Sicilia”. Come a dire che il passaggio sulla piattaforma Rousseau non sarà una formalità. E a confermarlo è una fonte del M5S siciliano: “Quella di Luigi sulle capilista è una scelta solitaria, nessun generale o soldato del Movimento la apprezza”. Nel frattempo su Twitter la giornalista Luisella Costamagna precisa: “Non mi candido alle Europee, continuo a fare il mio mestiere”. E in serata smentisce anche Licia Colò.

Trump minaccia l’Ue: nuovi dazi anche su prosecco e pecorino

Se la pax commerciale tra Washington e Pechino sembra oramai a portata di mano, la guerra dei dazi rischia ora di scoppiare tra Stati Uniti ed Unione europea. E ad andarci di mezzo c’è inevitabilmente anche l’Italia, visto che nella lista dei prodotti che Donald Trump è pronto a colpire ci sono anche vini e formaggi come il prosecco e il pecorino. L’elenco già inviato a Bruxelles comprende ben 11 miliardi di dollari di beni ‘made in Europe’ e la mossa – come ha spiegato il rappresentante al commercio Usa Robert Lighthizer – altro non è che una risposta agli aiuti della Ue ad Airbus, la rivale di Boeing. Fondi che sono stati destinati al finanziamento di diversi modelli di aereo e che la Wto ha dichiarato illegali nel maggio scorso. Gli Stati Uniti hanno chiesto quindi di poter imporre delle sanzioni per il danno subito e la decisione dell’organizzazione mondiale per il commercio è attesa per l’estate. Una battaglia quella tra i due giganti dei cieli che dura oramai da tantissimi anni. Fonti Ue definiscono “esagerato” il volume dei dazi che Washington vuole imporre sui prodotti europei e auspicano che si possa affrontare la questione con il dialogo. Ma – si avverte – senza precondizioni, o ci saranno reazioni.

Reddito “solo” per 800 mila? No, l’han chiesto in 2 milioni

Da giorni circolano analisi sul fatto che il reddito di cittadinanza non avrà poi un grande impatto elettorale sui voti ai Cinque Stelle perché si è rivelato “un flop” (Il Messaggero di ieri). Ma queste analisi si fondano su un equivoco: secondo i dati dell’Inps e del ministero del Lavoro, finora sono state presentate 806.878 domande. Ma poiché ogni domanda riguarda un nucleo familiare, il numero di potenziali beneficiari è molto più alto.

Secondo le stime della relazione tecnica alla legge istitutiva, il numero medio di componenti delle famiglie titolate ad avere il reddito di cittadinanza è 2,75. Basta una semplice moltiplicazione per capire che quindi gli italiani che, alla vigilia delle Europee, si troveranno ad avere in tasca qualche centinaio di euro in più grazie al Movimento 5 Stelle saranno almeno 2,2 milioni. Certo, alcuni sono minori, una piccola minoranza stranieri senza diritto di voto, qualche domanda sarà certamente respinta. Ma è un numero politicamente significativo, anche se, per ora, non si riscontra un grande impatto nei sondaggi, ma i soldi devono ancora essere erogati.

Al netto dell’effetto nelle urne, quei 2,2 milioni di potenziali beneficiari sono tanti o sono pochi? La misura, insomma, sta funzionando o no?

Per valutare il successo degli interventi anti-povertà il primo parametro è quello del tasso di take up, la percentuale di quelli che ottengono la misura rispetto ai beneficiari potenziali. Nel caso di reddito di cittadinanza, la platea di riferimento non è quella dei 5milioni di poveri assoluti (2,2 milioni di famiglie), quelli che il vicepremier Luigi Di Maio voleva “abolire”. Se torniamo alla relazione tecnica della legge, si nota che la stima dei nuclei familiari titolati al reddito è di 1,3 milioni. Quindi, dopo un solo mese di domande, nell’ipotesi che vengano tutte accolte arriveremmo a un tasso di take up del 61 per cento. Un livello non molto diverso da quello raggiunto dal Rei, il reddito di inclusione varato dal governo Gentiloni che a fine 2018 riguardava 462.000 nuclei (beneficiari di almeno una mensilità) su 700.000 potenziali.

Come nel caso del Rei, anche per il reddito di cittadinanza si inizia a delineare un “tiraggio” (cioè la quantità di richieste effettive) al Sud superiore alle stime. Nessuna sorpresa, comunque, che il reddito sia rilevante soprattutto nel Mezzogiorno. Secondo i calcoli dell’Ufficio parlamentare di Bilancio, la percentuale degli aventi diritto in Campania, per esempio, è dell’12,4 per cento, mentre in Lombardia soltanto del 3,2. E questo si nota anche nei numeri assoluti delle domande presentate finora, con 71.000 domande in Lombardia e 137.000 in Campania. Il Documento di economia e finanza presentato ieri dal governo Conte stima che l’effetto del reddito di cittadinanza spingerà il Pil dello 0,2 per cento nel 2019 e dello 0,4 nel 2020 e 2021.

I Cinque Stelle sul reddito di cittadinanza si giocano molto alle elezioni europee del 26 maggio. Eppure ora tengono un basso profilo: l’equivoco sugli 800.000 invece che 2,2 milioni potenziali beneficiari è alimentato proprio dalla comunicazione ufficiale, soprattutto del ministero del Lavoro di Luigi Di Maio. Come si spiega tanta prudenza? Due ipotesi: il timore che molte di quelle domande non vadano a buon fine o la paura che qualcosa vada storto nella fase di erogazione del sussidio e quindi il numero di beneficiari potenziali si trasformi in quello degli elettori delusi. I tempi sono stretti, i soldi dovrebbero essere pagati a inizio maggio su carte che, nel frattempo, i beneficiari dovrebbero aver ritirato dagli uffici postali.

Tutta la parte di politiche attive connesse al reddito – dalla riforma dei centri per l’impiego alla piattaforma digitale ai navigator – è ancora in alto mare. Ma le elezioni – come dimostra il boom del Pd nel 2014 dopo gli 80 euro – si vincono con i soldi, non con le politiche attive del lavoro.