“La Lega non si opponga a questa nomina fondamentale”: ieri in Consiglio dei ministri non si è deciso sul nuovo commissario per la sanità in Campania al posto del presidente della Regione Vincenzo De Luca, nonostante il tam tam di dichiarazioni dei Cinquestelle sulla necessità di mettere fine al doppio incarico del governatore-commissario, in base alle nuove norme che prevedono l’incompatibilità dei due ruoli. E nel pomeriggio la ministra della Salute, Giulia Grillo, ha ribadito la necessità che gli alleati di Governo non marcino contro. Dietro, le indiscrezioni sul Cdm e sul fatto che il sottosegretario al Mef del Carroccio, Massimo Garavaglia, che ha la delega ai Piani di riordino della sanità stesse bloccando tutto. La Lega vorrebbe che la Campania uscisse dal commissariamento, visto che alcuni dati dei monitoraggi sono positivi. ma la Regione è ancora molto carente sui Lea. Quello di Vincenzo De Luca, tuttavia, è un nome pesante non tanto per il partito di appartenenza quanto in quei contesti, come la conferenza Stato-Regioni, in cui si discutono temi cari alla Lega, dall’autonomia differenziata al Patto per la salute.
Dai rimborsi ai truffati alle coperture sull’Iva, l’eterno rinvio (fino all’autunno)
Il deficit del 2019 sarà al 2,4 per cento, le clausole di salvaguardia da 23 miliardi sull’Iva saranno evitate ma non sa come, il decreto per rimborsa i risparmiatori è slittato, quello sulla crescita non è entrato in Consiglio dei ministri, lo “sblocca cantieri” non è arrivato in gazzetta ufficiale, il Fondo monetario internazionale ha tagliato le stime sulla crescita dell’Italia. Avete l’impressione di aver già letto tutto questo? Per quanto sembri incredibile, quelle citate sopra sono tutte notizie di ieri.
La presentazione del Documento di economia e finanza ad aprile – in Italia e in tutti gli altri Paesi dell’Unione europea – dovrebbe servire a mettere ordine nelle decisioni sul bilancio. In primavera si fissano gli obiettivi, a giugno i singoli Paesi votano le “raccomandazioni” del Consiglio europeo sulla base delle quali poi impostano la legge di Bilancio in autunno e, tra ottobre e dicembre, negoziano i dettagli con la Commissione europea. Tutto chiaro, se non fosse che l’Italia continua a inventare modi creativi per far saltare lo schema, soprattutto quando ci sono elezioni in vista. Come ampiamente previsto, il Def presentato ieri dal ministro del Tesoro Giovanni Tria e dal governo non contiene nulla che aiuti a capire che succederà in autunno. Tria scrive che l’Italia non ha intenzione di fare l’aggiustamento dello 0,6 per cento del saldo strutturale. Ma non dice cosa vuole fare. Si vagheggia di una flat tax per famiglie (i commercialisti hanno le mani nei capelli: come si fa ad applicare una imposta che, a seconda delle soglie, è individuale o familiare?). Ma non c’è una parola su dove si troveranno i 23 miliardi per evitare l’aumento dell’Iva.
La lezione più importante che arriva da questo estenuante eterno ritorno degli stessi temi, degli stessi numeri, delle stesse scaramucce, è che le forzature non riescono quasi mai. Quella del 2,4 per cento era la soglia di deficit che il governo voleva, poi l’aveva ridotta a 2,04, ma la recessione ha fatto saltare i conti, ora Tria la presenta quasi come un successo, proprio lui che aveva promesso a tutti un severo 1,6 per cento. La realtà si è imposta sui desideri della politica.
La Lega di Matteo Salvini propone una flat tax che sa di non poter ottenere, vuole togliere ogni regola e controllo per far partire i lavori nei Comuni del Nord che hanno soldi e progetti. Ma poi proprio il decreto Sblocca cantieri che vuole cancellare burocrazia si arena nella burocrazia. I Cinque Stelle ignorano i tecnici del Tesoro e provano a risarcire tutti i risparmiatori che hanno perso soldi nei crac bancari, che siano stati truffati o meno, ma poi, alla fine, devono accettare compromessi sia con la Commissione Ue che con il ministero di Tria. E, dopo mille annunci, Luigi Di Maio e il premier Giuseppe Conte devono affrontare lo smacco dell’ennesimo rinvio di un provvedimento in cui sbagliare una virgola può fare danni colossali.
La campagna elettorale del 2018 non è mai finita, le europee di maggio sono il secondo turno di quelle elezioni. Ma subito dopo i problemi rinviati presenteranno il conto. Tutti insieme. E avere quasi il 60 per cento cumulato di consensi nei sondaggi priva i partiti di maggioranza di ogni opzione alternativa: toccherà proprio a loro e a nessun altro affrontarli. Speriamo anche risolverli.
Il Def è vuoto, crescita al palo. La Flat tax resta un miraggio
L’immagine della débâcle prende forma in serata. Il Consiglio dei ministri che licenzia il Documento di economia e finanza che taglia bruscamente le stime di crescita, ammette che le misure messe in campo finora avranno un impatto assai scarso sul Pil e rinvia sostanzialmente in autunno tutte le scelte difficili. E si chiude senza una conferenza stampa. Difficile spiegare i numeri di un documento – che fa da base per la manovra d’autunno – di fatto vuoto, salvo un elenco di buone intenzioni. Come quella di varare in manovra un taglio fiscale, la famosa flat tax che la Lega pretendeva di inserire subito nelle tabelle. Due ore di vertice politico col premier Giuseppe Conte, Luigi Di Maio e Matteo Salvini si chiudono col sostanziale via libera alla linea prudente negoziata con l’Ue dal ministro dell’Economia Giovanni Tria. Ai due dioscuri non resta che far filtrare la rabbia verso il titolare del Tesoro, ma la realtà è che non c’era alternativa.
Crescita. Il documento tiene conto del brusco rallentamento della crescita. Quest’anno il Pil si fermerà allo 0,2%, dall’1% previsto solo a dicembre scorso, e lontanissimo dall’1,5% ipotizzato prima dello scontro con Bruxelles. Si fermerà poi allo 0,7% per tutto il triennio 2020-222. La minor crescita gonfia disavanzo e debito. Il deficit salirà al 2,4%, invece del 2 negoziato con l’Ue, per poi calare al 2,1 nel 2020 e quindi all’1,8% nel 2021 e all’1,5% nel 2022. Il debito nel 2019 sarà al 132,8% del Pil, in rialzo dal 132,2% del 2018 a causa della “bassa crescita nominale”, cioè comprensiva dell’inflazione e dei “rendimenti reali relativamente elevati” dei titoli di Stato emessi: in sostanza, l’effetto dell’aumento dello spread. E questo pur inglobando quasi 17 miliardi di privatizzazioni, a cui se ne aggiunge un ulteriore miliardo e dispari.
Tagli. Il governo evita la manovra correttiva, ma visti i numeri resteranno congelati i 2 miliardi di spese della Pubblica amministrazione messi a garanzia dei conti: 1,18 miliardi sono a carico di missioni del Tesoro, di cui 481 milioni destinati a incentivi alle imprese. Altri 159 milioni vengono tagliati al ministero dello Sviluppo; 300 al ministero delle Infrastrutture, 150 milioni in meno per le Forze armate e 100 milioni di tagli al ministero dell’Istruzione: 70 a valere sul capitolo destinato a quella universitaria e post-universitaria, 30 a ricerca e innovazione. Altri 40 milioni saranno tagliati alla cooperazione allo sviluppo.
Ipoteca Iva. Il governo annuncia di voler disinnescare gli aumenti automatici dell’Iva a garanzia dei conti, ma rimanda tutto alla manovra. A bilancio, nel 2019, valgono 23 miliardi. Sommando le spese indifferibili e la correzione chiesta da Bruxelles, la legge di Bilancio parte da quasi 30 miliardi.
L’impatto scarso. Le due riforme più rilevanti del governo avranno un impatto scarso sulla crescita, anche perché i tempi di attuazione sono scaglionati nell’anno. Il reddito di cittadinanza impatterà per 0,2 punti di Pil (0,4 nel 2020), mentre Quota 100 non avrà alcun effetto nel 2019, salendo allo 0,2% nel 2020-2021. Maggiore l’effetto sui consumi: +0,5% e +1,2% nel 2019-2020 per il Reddito; +0,1 per Quota 1001 nel 2019. Ancora più magro il bottino del decreto Crescita e dello Sblocca Cantieri: faranno salire la crescita del Pil solo dello 0,1%, visto che siamo già quasi a metà anno e peraltro i testi non ancora definitivi. Sono stati approvati “salvo intese”, quindi li stanno ancora ultimando. Una prassi in uso da anni, anche se è un modo di legiferare illegittimo secondo iregolamenti di Palazzo Chigi.
Flat tax. La riforma fiscale voluta da Salvini non entra nelle tabelle del Def: avrebbe scatenato uno scontro immediato con Bruxelles. Il leader leghista ora propone un’aliquota al 15% per i redditi familiari fino a 50 mila euro. Costa 12-15 miliardi, impossibili da trovare. Di fatto passa la linea Tria: tutto rinviato in autunno. In una prima bozza del Piano nazionale di riforme (Pnr), allegato al Def, si rimandava alla manovra per un taglio fiscale che porti a due sole aliquote, del 15 e del 20%, cioè la formulazione del Contratto di governo (costo: 60 miliardi, da trovare riducendo gli sconti fiscali). Come si intuisce, non è una flat tax. Le proteste di Salvini spingono così il Cdm a eliminare il riferimento alle due aliquote per un più generico “attuazione progressiva della Flat tax”.
Nuovo condono. Sempre nel Pnr compare anche un nuovo condono: il governo dice di avere intenzione di estendere anche ai “debiti delle aziende” la rottamazione delle cartelle esattoriali, peraltro già estese anche alle multe e alle imposte locali non pagate dal decreto Crescita.
L’ultima zingarata
Fra sabato e domenica una banda di ladri si è introdotta nella villa dell’ex senatore Denis Verdini in località Galluzzo, sulle colline di Firenze, arrampicandosi sul tetto, calandosi fino a una finestra, forzandone la serratura e mettendo a soqquadro la casa. La villa era vuota, diversamente dal week-end precedente, quando aveva ospitato il neo-genero Matteo Salvini in compagnia della sua nuova fidanzata ventiseienne, Francesca Verdini. A scoprire il furto è stata, lunedì mattina, la seconda moglie dell’uomo politico, Simonetta Fossombroni contessa di Arezzo, al suo ritorno in villa dopo il fine settimana. Sul posto sono subito intervenute le volanti della Polizia e gli uomini della Scientifica. Al momento restano da accertare il valore del bottino e l’identità dei malviventi. Il Fatto però è in grado di anticipare alcune delle piste investigative attualmente al vaglio degli inquirenti.
1) Avendo a suo tempo seguito una puntata di Report in cui Verdini si vantava di aver intascato 800 mila euro in nero, senza dichiararli al fisco, perché “è una cosa normalissima, si fa così nella vita”, gli intrusi hanno voluto smentire il celebre adagio: “Non si ruba a casa dei ladri”.
2) Avendo appreso della presenza del ministro dell’Interno e della sua nuova compagna nella villa del Galluzzo nel week-end precedente, i malviventi speravano di incontrarli anche in questo fine-settimana, possibilmente vestiti con i giacconi e le tute della Polizia di Stato, che pare si scambino vicendevolmente durante la notte. E hanno voluto provare l’ebbrezza di derubare, se non i poliziotti veri, almeno quelli finti.
3) Avendo seguito, con comprensibile apprensione, il dibattito parlamentare sulla riforma della legittima difesa, fortemente voluta dal vicepremier Salvini e dal suo partito, i ladri fiorentini hanno voluto essere i primi a inaugurarla, saggiando la prontezza di riflessi del ministro dell’Interno nel difendere a mano armata la figlia e la roba del padrone di casa. Grande è stata la loro delusione quando hanno trovato la villa deserta. L’hanno atteso fino a domenica sera, nella speranza che rientrasse a casa del suocero dopo le bevute al Vinitaly di Verona, possibilmente travestito da agente con pistola d’ordinanza. Ma, accesa la tv e vistolo in diretta da Giletti, hanno perso ogni speranza.
4) L’irruzione in casa Verdini non è opera di ladri professionisti, ma di una combriccola di buontemponi tipo Amici miei, molto giustizialisti e poco avvezzi al principio garantista della presunzione di non colpevolezza fino a condanna definitiva.
Hanno scorso il curriculum penale del padrone di casa: 6 anni 10 mesi di carcere in appello per truffa e bancarotta nel crac del Credito cooperativo fiorentino; 1 anno e 3 mesi in primo grado per finanziamento illecito nello scandalo della loggia P3; 2 anni in primo grado per corruzione sugli appalti per la Scuola dei marescialli di Firenze, prescritti in appello; 5 anni e mezzo in primo grado per la bancarotta fraudolenta del Giornale della Toscana; 2 anni chiesti dal pm per truffa e finanziamento illecito nel processo sulla compravendita di un palazzo romano in via della Stamperia. E si son detti: se – Dio non voglia – una sola di quelle condanne diventasse definitiva (è imminente la Cassazione sui 6 anni e 10 mesi in appello per il Ccf), Verdini finirebbe in galera senza neppure scomodare la nuova legge Spazzacorrotti (diversamente da Formigoni, gli mancano tre anni per compierne 70). Poi si sono domandati: ma quante vite dovremmo vivere noi per rubare tutti quei milioni? E si sono risposti: mission impossible. Così sono passati all’azione con una zingarata delle loro, per sperimentare sul campo un’interpretazione estensiva della nuova legittima difesa: se la legge Salvini ora consente di sparare ai ladri “sempre” e basta un “grave turbamento” per giustificare qualsiasi reazione, che succede quando il derubato è – o almeno appare – più ladro di chi lo sta derubando? Quando, cioè, il “grave turbamento” del rapinatore per il curriculum delinquenziale della vittima supera di gran lunga quello della vittima per il pedigree penale del rapinatore? Equità vorrebbe che si comparassero le rispettive refurtive di una vita per stabilire chi sia il meno peggio, cioè chi dei due possa sparare all’altro, indipendentemente da chi gioca in casa e chi in trasferta. Si potrebbe adottare la soluzione calcistica del Var, con la moviola in campo anziché in casa: i due ladri restano fermi immobili con le rispettive pistole puntate l’una contro l’altra e chiamano un arbitro terzo per una stima sommaria delle due carriere criminali, al termine della quale si decide chi ne ha combinate di meno e può crivellare di colpi chi ne ha combinate di più. Dopodiché il meno ladro dei due spara all’altro. E, se tutto va bene, il genero della vittima lo candida alle elezioni europee.
5) L’ultima ipotesi, avanzata dalle solite malelingue e al momento degradata dagli inquirenti al rango di calunnia, è che l’autore del furto in casa Verdini sia lo stesso Verdini, dotato di una insospettabile e acrobatica agilità. Tre i possibili moventi dell’auto-furto. A) L’ex senatore tenta in ogni modo di spaventare i piccioncini Matteo&Francesca per scrollarseli di dosso, visto che da quando si sono messi insieme tendono a imbucarsi nelle sue varie case, per giunta abbigliati con quelle orribili tute della Ps. B) Terrorizzato dall’imminente giudizio in Cassazione, che potrebbe portarlo dentro per 82 mesi, il politico imputato tenta di impietosire e spiazzare la Corte, presentandosi eccezionalmente nei panni della vittima di un furto anziché dell’autore. C) Ogni tanto Verdini si deruba da solo per tenersi in allenamento.
Il bel debutto di Greco nella ballata d’autore
È la conferma che l’alchimia capace di far nascere grandi canzoni è fatta di pochi ma essenziali elementi. Metti una voce calda che accarezza gentile le parole, i ritmi del ballo che guardano al Sudamerica e alla tradizione popolare di una città che “ci appartiene senza smancerie ma con la giusta dose di commozione”. E il risultato è un ottimo disco, come quello omonimo del cantautore romano Marco Greco, prodotto dal maestro Fausto Mesolella, scomparso poco prima di portare a termine il lavoro. Composto da 12 ballate folk che presto sedimentano aderendo con grazia e levità nel vissuto di chi l’ascolta, il merito di Marco Greco sta nell’esser riuscito a mediare fra istinto artistico e un lavoro accurato sui testi e le armonie. Non tutti, certo, hanno la fortuna di duettare al debutto con artisti affermati come Federico Zampaglione che compare in Sconosciuti. Ma davanti a sé, Greco, ha il tempo per affinare caratteristiche vocali e inclinazioni poetiche, bagaglio prezioso quando sei sulla via della cosiddetta canzone d’autore.
“Grinta, pazienza, rispetto e i campi con mio nonno”
Enrico Nigiotti è un talent nel talent; è l’espressione, o la risposta, a chi nella vita utilizza una scusa per giustificare un fallimento e magari – indirettamente – ripercorrere la strada tracciata decenni addietro da Alberto Sordi (“A me m’ha bloccato la malattia!”, urlava piagnucolando in Un americano a Roma”). Lui no. A vent’anni, da bravo ventenne, per emergere imboccava la direzione di Amici di Maria De Filippi, esperienza finita in un abbandono per amore: lasciò la trasmissione per non lottare contro la fidanzata d’allora. Dieci anni di altro (“soprattutto magazziniere e contadino con il nonno”), per poi riprovare con X-Factor e imporre la sua forza narrativa. Oggi è disco d’oro con Nonno Hollywood e il tour nei teatri registra un musicale “sold out”.
Chi l’avrebbe detto?
In alcuni momenti neanche io.
Invece ora è un professionista.
E ho capito quanto è necessario diventare seri e metodici, quanto è importante la testa, restare calmi e rispettare…
Chi?
In primis chi non è riuscito nel salto di qualità, chi resta dentro i confini della gavetta perenne e vorrebbe stare al tuo posto; poi il pubblico e chi lavora intorno a te. Davvero, ci vuole rispetto.
Oltre al rispetto?
La fame è fondamentale, e quella vera è arrivata dopo Amici, quando per dieci anni la musica era solo in sottofondo, non assoluta protagonista.
“Fame” reale o metaforica?
No, metaforica.
Nel 2015 era a Sanremo Giovani.
E grazie a quella partecipazione ho conosciuto Paolo Virzì.
Anche lui livornese.
Dopo la mia esibizione, arriva un suo sms: ‘Sei in debito di un euro, ti ho votato’.
E poi?
Mi invita sul set de La pazza gioia, e inserisce due miei pezzi nella colonna sonora.
Non male.
Soprattutto mi permette di vivere il dietro le quinte di un film così bello e importante e scoprire cosa vuol dire recitare un ruolo.
Lo riveli.
Guardare Valeria Bruni Tedeschi e Micaela Ramazzotti era una scuola di vita: finita la scena non tornavano loro, ma restavano nel personaggio, e non parliamo di ruoli semplici, ma complessi quanto dolorosi (due donne affette da disturbi mentali).
Nel film la Ramazzotti fa di cognome Nigiotti.
Un caso legato a un aspetto pratico: a Livorno Nigiotti è molto diffuso, anche perché una lontana parente ha partorito 23 figli.
Livorno è una fucina di talenti. Come mai?
Con Piero Ciampi sopra di noi: lui non è stato solo un cantautore ma un grandissimo poeta.
Sì, ma come mai?
Forse perché storicamente siamo figli di puttane e pirati: la città nasce come porto franco, un miscuglio di razze dedite all’amore e con dentro un profondo senso di libertà. Ah, comunque mentre stavo sul set di Virzì, partivo per aprire i concerti di Gianna Nannini.
Non male.
Stare davanti a 15 mila persone in attesa di Gianna, e io “vestito” appena con chitarra e voce, è stata un’altra lezione di vita.
Ci vuole coraggio.
E ghigna a culo (espressione livornese, da tradurre con “faccia tosta”). Però solo così s’impara a suonare realmente, non davanti al tuo pubblico, ma a persone da convincere e conquistare.
Un po’ come al talent.
A vent’anni non ero pronto, il carattere non mi sorreggeva.
Anche a 30, in alcuni casi, sembrava lì lì per mandare a quel paese i giudici.
Quando loro parlavano pensavo solo ad arrivare alla puntata in cui avrei potuto presentare il mio brano, L’amore è.
È vero che stava per andare a vivere alle Canarie?
Sì, con la mia ragazza e due cani: ero stufo, volevo cambiare.
E invece…
Ho scritto L’amore è e ho deciso di iscrivermi a X-Factor: ricordo la fila alle sei del mattino per le selezioni. A quella canzone devo veramente molto.
Magari un giorno si stancherà di cantarla.
Mica sono matto! Mi ha rimesso al mondo, sarebbe come tradire la propria mamma.
Addirittura.
Per due anni e mezzo ho lavorato in campagna con mio nonno, otto ore al giorno: bellissimo stare con lui, ma era durissima.
Farà mai il giudice di un talent?
Credo di no, non sono bravissimo a giudicare.
E cambiare città?
Io? In questo momento sono per strada con il cane, in ciabatte e pantaloncini, e capita sempre, anche a gennaio. A Livorno puoi, non ti prendono per matto, a Milano forse sì. E a questo non rinuncio.
Twitter: @A_Ferrucci
La libreria di Fantozzi
Pubblichiamo stralci dell’intervista rilasciata da Paolo Villaggio ad Arturo Chiodi il 12 ottobre 1975 per la Radiotelevisione svizzera: finora inedita, l’intervista è stata pubblicata ora da De Piante Editore – in 300 copie numerate più 10 d’artista – con il titolo “Kafka? Qui siamo all’apice della piramide nevrotica”.
Ho avuto una mania giovanile che è Hemingway. Quando lo rileggo torno ogni volta a quel tipo di emozione provata quando lo lessi a sedici anni, cioè un’emozione molto viscerale, epidermica, fatta di commozioni rabbiose. L’intento di Hemingway era un po’ quello in effetti. Era un segno dei tempi, un grande della letteratura, però lui era anche un grandissimo giornalista che aveva mitizzato la virilità e determinati modi di vivere. Ogni tanto rileggo Morte nel pomeriggio, che è un trattato di tauromachia che gli spagnoli contestano e di cui non vogliono sentir parlare.
Poi in quel periodo mi è piaciuto molto il mondo di Zelda e di Fitzgerald. Poi ho scoperto improvvisamente, a trent’anni, un grandissimo sudamericano: Borges, un matematico che fa costruzioni quasi perfette. I racconti La biblioteca di Babele e La lotteria di Babilonia sono straordinari, così come Funes, o della memoria. Però Borges è un autore poco fertile che ha dedicato un’intera vita allo studio della cultura europea.
Poi con Marquez e Cent’anni di solitudine, che naturalmente ho letto con grande entusiasmo, gli editori italiani hanno scoperto tutti gli altri autori sudamericani. Ma una grande scoperta è stata per me un quasi sconosciuto pianista uruguaiano che si chiama Felisberto Hernández. Mentre suonava nei pianobar di Montevideo ha scritto in sessant’anni sette raccolte di racconti, che sono sette gioielli, il meglio della letteratura sudamericana. C’è un po’ di tutto: il surrealismo di Marquez e il rigore matematico di Borges.
Un altro grande è Bulgakov: la sua opera Il maestro e Margherita è la più poderosa, incredibile e straordinaria satira dello stalinismo. Credo che nulla di più sferzante sia stato mai scritto contro i regimi totalitari. Basta ricordare la rappresentazione in teatro di Woland con i suoi aiutanti: un pezzo memorabile.
Dimenticavo un altro mio grande amore giovanile, forse il più grande: Kafka. Qui siamo all’apice della piramide nevrotica. Le nevrosi kafkiane sono di ogni tempo. Mentre l’umorismo invecchia, Kafka e i grandissimi – i classici – non invecchiano mai.
Io per anni sono stato in libreria, poi da quando ho incominciato a fare questo lavoro non ho più letto. Per quattro anni non ho più letto niente. Ho fatto una fatica terribile… Non lo so. Si è trattato di un momento di assoluta impossibilità ad avvicinarmi a un libro senza un senso di grande paura, soprattutto per i volumi grossi e noiosi. Non ho letto per esempio Proust, non ne ho ancora avuto il coraggio. E non ho ancora letto i grandi italiani, tranne Gadda e Moravia, che passeranno questo secolo.
Nella mia biblioteca, avevo un mattone grosso, bello, preciso, che avevo quasi deciso di non leggere prima di morire: L’uomo senza qualità di Musil, tre volumi, inquietanti ed enormi. A quarant’anni ho incominciato improvvisamente a leggerlo e sono entrato in una nuova stagione della mia vita. Questo matematico per trentadue anni, tutte le sere, ha scritto un enorme saggio autobiografico sulle mille variegature dell’animo umano. Vi consiglio di leggere Musil, ma leggetelo con attenzione perché c’è tutto. Se volete avere la chiave per risolvere i vostri problemi, per capire che cos’era l’Europa pre-Rivoluzione russa, pre-Prima guerra mondiale, che cos’è il nazismo e l’anti-ebraismo in Germania, per capire l’uomo del nostro secolo, in Musil la trovate, la trovate in questo signore di Klagenfurt che faceva il matematico.
Quando sai che Fantozzi è stato scritto in tre settimane e che in genere un libro oggi viene forgiato, cucinato e poi messo alle stampe in due o tre mesi o in un anno, e vieni poi a sapere che Borges ha scritto le sue opere in una vita, che Felisberto Hernández ci ha messo sessant’anni, che Marquez ha vissuto dodici anni in una pensione di Parigi scrivendo Cent’anni di solitudine e che il grande Robert Musil ci ha messo trentadue anni per scrivere il suo capolavoro, allora ti rendi conto che forse loro meritano un’attenzione particolare.
Ruanda, il genocidio e il ruolo di Parigi
Parigi apre gli archivi sul genocidio in Ruanda. A 25 anni dal massacro di circa 800 mila tutsi, tra aprile e giugno 1994, Emmanuel Macron ha promesso chiarezza sul ruolo della Francia e ha annunciato la creazione di una commissione di storici ed esperti.
Per la prima volta, non solo gli archivi del ministero degli Esteri ma anche quelli della Difesa e della Dgse, i servizi segreti francesi, sui cui vige il segreto di Stato, potranno essere consultati: “Questo anniversario deve segnare una rottura nel modo in cui la Francia affronta e insegna il genocidio dei tutsi, per prendere meglio in conto il dolore delle vittime e le aspirazioni dei sopravvissuti”, ha scritto Macron in una lettera pubblicata da Le Monde. Ma il rapporto degli studiosi non sarà reso noto prima di due anni ed è già da tanto tempo che il governo ruandese si aspetta un gesto forte da Parigi. L’ex presidente Nicolas Sarkozy aveva riconosciuto degli “errori politici” della Francia in Ruanda.
Il suo successore, François Hollande, aveva già preso in considerazione la possibilità di aprire gli archivi, ma niente era stato fatto. Domenica scorsa, 7 aprile, un corteo di ruandesi è partito dai giardini del Luxembourg a Parigi per ricordare il terribile anniversario e per chiedere “la verità”.
“È tempo di fare il passo decisivo per la giustizia” si legge su una petizione pubblicata online che ha raccolto più di 300 firme di intellettuali e accademici. Macron ha proposto che il 7 aprile diventi la giornata internazionale della memoria del genocidio in Ruanda. Ma ha poi deluso i ruandesi rifiutando l’invito del presidente Paul Kagame a raggiungere Kigali per le commemorazioni, avanzando problemi di agenda, e inviando al suo posto un giovane deputato della République en Marche, Hervé Berville, lui stesso sopravvissuto al genocidio. Si è aggiunta poi anche una polemica legata alla scelta degli esperti della commissione e in particolare a quella del suo presidente, lo storico Vincent Duclert.
La figura di Duclert, professore associato a Sciences Po e specialista del genocidio armeno, ma anche ispettore dell’Educatore nazionale, e quindi funzionario, non convince. È messa in dubbio la sua “indipendenza” dal potere politico. I 300 intellettuali fanno notare anche che nessun esperto del Ruanda è stato selezionato per entrare nella commissione. Due noti specialisti, Stéphane Audoin-Rouzeau e Hélène Dumas, sarebbero stati volontariamente esclusi. Una scelta dell’Eliseo su cui, secondo Audoin-Rouzeau, pesano “pressioni di miliari e diplomatici francesi”.
Accuse respinte dall’ammiraglio Jacques Lanxade, che fu capo di Stato maggiore al tempo del genocidio: “L’esercito francese – sostiene – non ha sangue sulle mani”.
Madrid, il governo socialista di Sánchez inguaiato dal “watergate spagnolo”
“Ho sempre pensato di conoscere la politica, invece ho imparato una nuova lezione: più si avvicinano le elezioni, più sarà possibile vedere un arcobaleno a notte fonda”. Si è dimesso con questo messaggio disilluso giovedì su whatsapp Albert Pozas, numero due della comunicazione del governo spagnolo Pedro Sanchez. Su di lui pende da ieri un’inchiesta del Tribunale di Madrid che indaga sulla diffusione dei dati rubati dal cellulare di una collaboratrice del leader di Podemos, Pablo Iglesias.
A tirarlo in ballo come possessore della chiavetta dei dati rubati, quello che al momento dei fatti – tra il 2015 e il 2016 – era il direttore della rivista Interviù José Manuel Villarejo. Si tratta dell’ex commissario di polizia in pensione e ora in prigione per aver messo in piedi una “polizia patriottica” che all’ombra (pare) del ministero degli Interni del governo popolare di Mariano Rajoy ordì una trama di spionaggio e dossieraggio contro i partiti rivali, la neonata formazione di Podemos, i socialisti e gli indipendentisti catalani, occultando al contempo le malefatte del Pp.
Villarejo confezionò il dossier in cui si sosteneva – con tanto di falsa nota informativa della polizia – che a finanziare la neoformazione fossero il narcotraffico, le Farc e Hezbollah, oltre a indicarne come reale fondatore il presidente del Venezuela Chavez. L’accusa del Tribunale a Pozas – sentito ieri come testimone e subito diventato imputato – rischia di macchiare il governo Sanchez, scaldando ulteriormente lo scontro elettorale spagnolo, già parecchio acceso dalla questione catalana nonché dall’apparizione dell’ultradestra di Vox sulla scena politica.
Questo, nel giorno in cui si viene a sapere anche che a Iglesias sono state hackerate pure le telecamere di casa. Le immagini del circuito chiuso di sicurezza installate dalla Guardia civile, infatti, venivano mandate in diretta su un sito web aperto a tutti. Di chi sia la mano dietro al tentativo di ricatto – visto che al leader di Podemos sono stati inviati screenshot anonimi delle riprese – non si sa. Ma alle elezioni del 28 aprile mancano venti giorni e l’arcobaleno a notte fonda può ancora comparire.
Benny Gantz fa traballare il regno di Bibi Netanyahu
Potrebbe essere l’ultima mano di poker per Benjamin Netanyahu il voto di oggi. L’uomo che da più di dieci anni domina la politica israeliana è in difficoltà, ma lotta come un leone. Appesantito dalle 4 gravi accuse che gravano sul suo capo, a luglio potrebbe essere incriminato per frode corruzione fondi neri, ha messo insieme per sostenere il Likud – il suo partito – una grande alleanza di Destra che spazia dai sovranisti e suprematisti ebraici di Otzma Yehudit, ai nazionalisti sostenitori della marijuana libera, agli annessionisti di Hayamin Hehadash (Nuova Destra) come Naftaly Bennett, ai partiti religiosi ortodossi.
Un fronte ampio e poco omogeneo e qualche partitello della sua alleanza potrebbe non superare lo sbarramento del 3,25%. Il partito del premier uscente è sotto i 30 seggi (su 120 della Knesset) e per spuntare un quinto mandato da primo ministro – che supera il record del fondatore dello Stato di Israele David Ben Gurion che ne ebbe 4 e non consecutivi – Netanyahu avrebbe fatto accordi anche col diavolo. Perché per la prima volta dopo anni c’è un candidato in grado di sfidarlo alla pari ed è Benny Gantz, l’ex capo di stato maggiore che ha fondato Kahol Lavan (Bianco e Azzurro), un partito che sei mesi fa non esisteva e che oggi è dato alla pari con Likud.
Benny Gantz non è solo un ex militare. Anche senza uniforme, a 59 anni, con la sua altezza imponente, è ancora il generale con il massimo delle stellette. I sondaggi – quelli dei media che quelli interni effettuati dal suo team – hanno stabilito che grazie all’alleanza con il partito centrista Yesh Atid guidato da Yair Lapid ha una rara opportunità: è alla pari con Netanyahu negli importantissimi sondaggi di “idoneità come primo ministro”. A fianco di Gantz altri ex generali di gran peso e rispetto, Gabi Askenazi e Moshe Yaalon.
Si preparano invece ad essere dimezzati – da 18 a 10 – i laburisti che siedono in parlamento, stabili invece con 5 seggi i liberali del Meretz. L’elettorato arabo – che rappresenta il 16% dei 6 milioni di votanti oggi – sempre diviso tra boicottaggio e voto si trova a scegliere tra due liste diverse in queste elezioni, a cui i sondaggi assegnano 17-18 deputati. I numeri tra la coalizione di governo di Netanyahu e i partiti di opposizione anti-Bibi sembrano molto simili ai sondaggi precedenti le elezioni del 2015.
Due partiti di opposizione si sono uniti per sfidare il Likud e godere di un piccolo vantaggio nei sondaggi. Tuttavia, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha ancora maggiori possibilità di formare una coalizione dato che il suo blocco di destra e religioso avrebbe una piccola maggioranza nella maggior parte dei sondaggi, ma il voto deve essere “utile” senza il quorum sarebbe disperso. Resta poi sempre piuttosto alto il numero degli indecisi. Il costante cambiamento nelle configurazioni di molti partiti, oltre a divisioni e fusioni e l’emergere di nuove formazioni in ogni ciclo elettorale, rende quasi impossibile per i sondaggisti stabilire i precedenti modelli di voto degli elettori per migliorare le loro valutazioni. “Questa è l’elezione più difficile da prevedere in 23 anni di professione”, spiega Camil Fuchs, sondaggista del quotidiano Haaretz. Stasera alle 21 italiane si chiudono le operazioni di voto, una decina di minuti dopo i primi exit poll. Ma per il risultato certificato si dovrà attendere domani pomeriggio.