La “strega” non è cattiva. Trump caccia la Nielsen “morbida” con i migranti

Nei giorni più caldi della crisi dei migranti denunciata da Donald Trump, nel giugno scorso, quando un’America angosciata scoprì che alla frontiera i bambini venivano separati dai genitori e detenuti a migliaia in gabbie in campi loro riservati, c’era chi la chiamava “la strega dagli occhi di ghiaccio”: Kirstjen Nielsen, la responsabile per la Sicurezza nazionale, simbolo della tolleranza zero, osava contrapporsi a Melania Trump, “la fata in parka”, contraria allo smembramento delle famiglie all’ingresso nell’Unione. Melania, con l’ausilio di Ivanka, la ‘prima figlia’, cercava di indurre il marito ad atteggiamenti più umanitari: senza successo, perché la pratica della separazione continua e ora s’è pure aggiunta la ‘gabbia dei migranti’ sotto il ponte sul Rio Grande che divide Ciudad Juarez in Messico da El Paso in Texas. Adesso, Trump s’è reso conto che la Nielsen è troppo ‘morbida’ con i migranti e la scarica. Il presidente secondo la Cnn si appresta a silurare anche Randolph Tex Alles, numero uno del Secret Service. Che Kirstjen fosse in uscita si diceva fin dalle elezioni di mid-term, nel novembre scorso. La rottura, però, è stata brusca, com’è nello stile del presidente, ma anche del ministro.

L’annuncio – e non poteva essere diversamente – è venuto da un tweet di Trump, che ha anche anticipato la diffusione della lettera di dimissioni del segretario alla sicurezza nazionale. Contestualmente, il presidente ha insediato, ad interim, alla sicurezza nazionale Kevin Mc Aleenan, finora commissario per la protezione delle dogane e dei confini.

Per parte della stampa americana, l’ispiratore dell’operazione è Stephen Miller, l’ideologo e il regista della campagna anti-immigrati su cui Trump sembra di nuovo intenzionato a centrare la campagna per la sua rielezione, l’anno prossimo, nonostante l’esito del voto di mid-term, nel novembre scorso, tutto giocato sulla minaccia dei migranti, non sia stato proprio incoraggiante; i repubblicani persero la maggioranza alla Camera. Proprio la speaker della Camera, la leader democratica Nancy Pelosi, commenta in modo tagliente l’ennesimo avvicendamento nell’Amministrazione Trump: “È allarmante che un ministro che mette in gabbia dei bambini si sia dimesso perché non é abbastanza duro per i gusti della Casa Bianca”. Nielsen, 47 anni, era entrata nella squadra di Trump per sostituire il generale John Kelly, che, nell’estate del 2017, venne chiamato d’urgenza alla Casa Bianca, a fare il capo dello staff, perché era in corso un grande repulisti; ne fecero le spese Reince Priebus e l’allora portavoce Sean Spicer. Adesso, se ne va pure Nielsen, che, insieme al ministro della Pubblica istruzione Betsy DeVos, pareva incarnare lo spirito trumpiano al femminile. “Il segretario Nielsen lascerà la sua posizione e vorrei ringraziarla per il suo servizio”, fa sapere il presidente, dopo un incontro alla Casa Bianca che alcune fonti definiscono “burrascoso”. Quanto alla promozione di McAleenan, 47 anni, “Ho fiducia che Kevin farà un grande lavoro”: all’inizio, si dice sempre così. Il neo-nominato s’allinea: “Alla froniera con il Messico, c’è chiaramente un’emergenza sia umanitaria che di sicurezza”. La mossa arriva due giorni dopo che il presidente, frustrato per l’aumento dei migranti al confine con il Messico, nonostante tutto il suo strepitare, ha ritirato la designazione di Ronald D. Vitiello alla guida dell’agenzia per l’immigrazione spiegando che vuole una direzione “più dura”. Anche dietro il ritiro della nomina di Vitiello c’è Miller, 33 anni, che, in questi giorni, è iper-attivo (forse sente aria di promozione). Il magazine Politico scrive che, nelle ultime settimane, il giovane consigliere ha fatto numerose telefonate a funzionari di diversi dipartimenti chiedendo loro “di fare di più” per arrestare il flusso dei migranti. Le chiamate sono state percepite da alcuni destinatari come “vere e proprie intimidazioni”: “Hanno fallito con i tribunali”, che hanno a più riprese bocciato sia il muslim ban che la separazione delle famiglie; e “hanno fallito con il Congresso”, che nega i fondi per innalzare il muro al confine con il Messico e ora contesta l’emergenza nazionale decretata dal presidente; “e ora sono furiosi”.

Nielsen paga l’inefficacia delle scelte dell’Amministrazione, che ha pure tagliato gli aiuti ai Paesi dell’America centrale da cui arrivano i migranti – Guatemala e Honduras soprattutto – senza incidere sui flussi: é il capro espiatorio di scelte altrui, che lei aveva però condiviso. Trump le rimproverava di non avere trovato modi più creativi per garantire la sicurezza della frontiera ed era stato pure infastidito dai suoi viaggi all’estero mentre al confine perdurava quella che lui considera un’emergenza. C’è pure chi afferma che Nielsen non avesse mai imparato a gestire i rapporti con il presidente, eppure se l’era pure vista brutta, per essere leale. Nel giugno 2018, era stata verbalmente aggredita da una piccola folla inferocita mentre cenava in un ristorante messicano: le contestavano le separazioni dei bambini dai genitori. Lei restò impassibile: una ‘strega di ghiaccio’, appunto. Di cui, ora, Trump s’è disfatto.

Macron chiama il premier e condanna l’assalto da Bengasi

E alla fine si è mosso anche Macron. Ieri il presidente francese ha telefonato al premier libico Fayez al Sarraj, che domenica aveva convocato l’ambasciatrice del governo di Parigi, cui Serraj ha contestato il legame tra l’operazione dell’Lna, l‘esercito di Haftar, e la Francia. Così Macron ha chiamato il leader libico per evitare lo scontro diplomatico. Secondo quanto ha riferito su Facebook il Consiglio presidenziale di Tripoli. nel colloquio il presidente transalpino “ha condannato totalmente l’attacco alla capitale e la minaccia alla vita dei civili, giudicando necessario porre fine all’aggressione“. Mentre Sarraj ha ribadito che “il generale Haftar ha un’unica opzione: fermare subito le operazioni militari, ritirarsi e tornare da dove è venuto”. E in giornata una fonte diplomatica francese ha assicurato al quotidiano Le Figaro che Parigi “non ha alcuna agenda nascosta sulla Libia”,per poi ribadire il sostegno al governo legittimo al Serraj, “per arrivare alla fine del processo politico negoziato ad Abu Dhabi” alla fine di febbraio.

Mogherini: l’ufficiale torni subito al tavolo sotto le Nazioni Unite

“Il generale Khalifa Haftar fermi tutte le attività militari e torni al tavolo dei negoziati, sotto l’egida dell’Onu”. Questo l’appello dell’Alto Rappresentante dell’Ue per gli Affari Esteri, Federica Mogherini dopo il Consiglio europeo, aggiungendo che “è essenziale che il processo di stabilizzazione del Paese rimanga nelle mani dell’Onu e dei libici, e di nessun altro. È anche loro interesse, ha dichiarato Mogherini – perché sono i primi a soffrire per un’escalation militare. L’Alto Rappresentante ha chiarito anche di non essersi dovuta inventare “niente di speciale per avere unità attorno al tavolo, perché gli Stati sono stati estremamente uniti su questo. C’è stata una divisione, o prospettive diverse, tra alcuni Stati membri in passato, ma credo che tutti gli Stati capiscano la necessità di avere una voce unica europeo, in un momento in cui gli attori regionali sembrano sostenere gli sforzi dell’Onu in modo meno convinto, per usare un eufemismo”. Mogherini ha concluso il suo intervento sostenendo che “la responsabilità che ci tocca è di essere uniti nel sostegno all’Onu è estrema ed è nell’interesse di tutti gli europei evitare che questa escalation si trasformi in una guerra civile”.

Khalifa, l’ex cocco di Gheddafi che fuggì in America e crede solo nell’esercito

La strada per arrivare al vertice del potere libico, il feldmaresciallo Khalifa Haftar l’ha imboccata quando era poco più che ventenne, mezzo secolo fa. Per conquistarla ha dovuto imparare prima il russo, poi l’inglese e passare anni in esilio in terra statunitense, domiciliato in Virginia, accanto al quartier generale della Cia, a Langley.

Nato nel 1943 ad Ajdabiya, città della Cirenaica distante 150 chilometri dal suo attuale quartier generale a Bengasi, Haftar, membro della tribu al-Farjani, subito dopo essersi diplomato nel 1966, si trasferì nell’ex Unione Sovietica per ricevere addestramento militare, ottenendo un attestato di ufficiale straniero all’accademia militare M.V. Frunze . Da Mosca si spostò in Egitto, oggi tra i suoi più strenui sostenitori per fare ritorno in Libia nel 1969 e prendere parte al colpo di stato contro re Idris guidato dal suo collega ufficiale Muammar Gheddafi. Come Gheddafi, Haftar riteneva che l’esercito sarebbe stato la salvezza della Libia. Ma il paese precipitò nella dittatura e poi nella guerra quando Gheddafi invase il vicino Ciad.

La cosiddetta “Guerra della Toyota” di Gheddafi si concluse in un disastro. Nel settembre 1987 il Ciad, aiutato dall’intelligence francese e statunitense, lanciò un potente attacco notturno alla base aerea meridionale libica, uccidendo 1.700 soldati e prendendo 300 prigionieri, tra cui il loro comandante, cioè Haftar. Da quel momento le strade del maresciallo e quella di Gheddafi iniziarono a separarsi, in modo tutt’altro che amichevole.

Gheddafi rinnegò il suo comandante fatto prigioniero con parole dure e oltraggiose e Haftar accettò di venire liberato dagli agenti della Cia in cambio della diserzione e della sua partecipazione attiva alla brigata in esilio dell’Esercito nazionale libico. “Heftar era un soldato molto esperto”, ha svelato Ashour Shamis, negli anni Ottanta membro dell’opposizione anti-Gheddafi. Allora Gheddafi era considerato dall’amministrazione Reagan il nemico numero uno, uno dei maggiori sostenitori del terrorismo internazionale.

Con la fine della guerra fredda, la Libia ha perse la sua importanza strategica e la Cia tagliò i fondi per la brigata di Haftar che, pertanto, lasciò l’opposizione per tentare di ricucire con Gheddafi, pur senza tornare in patria.

Heftar tornò a Bengasi solo poco dopo l’inizio della rivolta libica iniziata nel 2011. Ma le sue aspettative vennero deluse perché non riuscì a diventare il comandante delle forze di sicurezza, ma fu retrocesso a numero due dietro l’ex capo dei servizi segreti, Abdel Fatah Younis. Il consiglio di transizione nazionale lo riteneva troppo compromesso per il suo antico, seppur rotto da decenni, sodalizio con Gheddafi. La sua sete di vendetta e di potere ha controbilanciato l’umiliazione e di conseguenza, anziché fermarsi e lasciare il paese, ha ricominciato a tessere l’ennesima tela di rapporti raccogliendo forte sostegno in buona parte della Cirenaica quando mosse i suoi miliziani contro i tagliagole dello Stato Islamico a Bengazi e quindi a Derna.

L’operazione “Dignità” lo ha aiutato a emergere definitivamente dallo stato di paria. Nel 2014 il Libya National Army uccise dopo mesi di combattimento Mohammed Azahawi, il leader del movimento terroristico Ansar al-Sharia, legato ad Al Qaeda, che aveva preso d’assalto il consolato Usa a Bengasi uccidendo l’ambasciatore Chris Stevens.

“Nessuno viene ingannato quando Haftar afferma di guidare l’esercito nazionale”, ha dichiarato Jason Pack di Libya-analysis.com. Dopo aver conquistato il sud del paese però è difficile continuare a negare che, se non proprio un esercito, la sua sia almeno la milizia più popolosa e forte, dotata di artiglieria pesante e aerei che possono lanciare razzi. “Ma la vittoria è tutt’altro che certa anche se l’offensiva di Heftar sta rispondendo a un’esigenza profondamente sentita” dice l’esperto libico George Joffe. Haftar combatterà fino all’ultimo. Leggendo la sua storia è evidente che ciò che lo muove è l’arrivo al vertice della Libia. A qualunque costo.

La bomba profughi spaventa il governo e divide Lega e M5S

I gialloverdi non ne hanno voluto parlare per giorni. Luigi Di Maio e Matteo Salvini se le sono date sulle alleanze in Europa e sulla flat tax, pur di ignorare la probabile guerra alle porte di casa. Perché sanno che sarebbe un enorme guaio, e che le differenze tra Lega e M5S su come gestirlo sono profonde, a partire da quello che rappresenta la grande paura dei partiti di governo: l’assalto di profughi in fuga per le coste italiane, che arriverebbe a poche settimane dalle Europee. Ma ora la polveriera della Libia sta esplodendo, e il silenzio non regge più. Non nel giorno in cui l’ambasciatore italiano Giuseppe Buccino incontra il premier libico Fayez al-Sarraj, e da Tripoli assicurano: “Buccino ha espresso il rifiuto da parte dell’Italia dell’aggressione, sottolineando la necessità di un ritorno dell’esercito da dove è venuto”. Ergo, il generale Haftar deve fermarsi. E in serata è il presidente del Consiglio Giuseppe Conte a chiamare il premier libico. “Una lunga telefonata” dicono da Palazzo Chigi, in cui Conte sostiene che “l’unica opzione per stabilizzare il Paese è quella politica”. Un colloquio necessario anche per non rimanere indietro rispetto al presidente francese Macron che aveva chiamato al-Sarraj poche ore prima, per assicurare che Parigi condanna l’attacco di Haftar.

Quindi è una contromossa quella di Conte, a cui Carroccio e 5Stelle hanno finora delegato tutta la questione, gestita ovviamente assieme al ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi. Ma anche il ministro dell’Interno Salvini trova la voglia di parlarne a Quarta Repubblica, per azzannare Macron: “Noi stiamo facendo i pompieri, ma qualche Paese europeo con un presidente che piace al Pd ha qualche problema sulla coscienza per quanto accade”. E aggiunge altro: “Ragioniamo con tutte le parti in conflitto per arrivare a un tavolo”. E nel M5S si irritano: “Non spetta a lui farlo”. Dovrebbe essere sempre Conte a guidare, il premier, che deve fare i conti con il passo di lato degli Stati Uniti. “L’atteggiamento di Washington ci mette in difficoltà” ammettono dall’esecutivo. E assieme ai timori ci sono i retropensieri: dal fatto che Trump voglia favorire indirettamente Haftar, al sospetto che gli Usa vogliano punire l’Italia per la firma del memorandum con la Cina. “Ma questa mi pare una sciocchezza” dice il presidente della commissione Esteri del Senato, il 5Stelle Vito Petrocelli. Convinto che gli Stati Uniti si stiano “semplicemente disinteressando di certi scenari”. Magari non troppo, visto che dal governo raccontano come Washington abbia dato una mano al ministro Moavero giorni fa, convincendo Parigi a “frenare” sul sostegno ad Haftar.

Ovvero a firmare il documento congiunto con cui Italia e Francia hanno chiesto al generale di interrompere l’avanzata. E Petrocelli osserva: “L’impressione è che effettivamente il governo di Parigi stia facendo qualche passo indietro, e che non voglia apparire come il primo sostenitore di Haftar”. Ma ora, che si fa? “La posizione del M5S, e la mia, è che se la situazione degenera dobbiamo farci promotori di un corridoio umanitario, una proposta che va sostenuta dalla Ue. Non vedo altro modo di uscirne”. La Lega accetterebbe? “Io dico che stiamo lavorando da tempo con l’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati e l’Organizzazione internazionale per i migranti sui profughi in Libia, anche per differenziarci dal Carroccio”.

Così eccola la Lega, con l’europarlamentare Marco Zanni, il responsabile Esteri: “Un corridoio umanitario? Il governo vedrà che fare, ma nel caso dovrà essere di certo un tema europeo, ossia tutti i Paesi dovranno accogliere chi scappa dalla guerra”. Ma Zanni è duro soprattutto con la Francia, “che in Libia da anni rappresenta solo un problema, e che in questo momento ha un ruolo molto ambiguo”. E gli Usa? “Si stanno disimpegnando e quello di Trump mi sembra un approccio coerente con la sua visione delle truppe all’estero”. Insomma l’iper-populista fa il populista da manuale, non vuole intervenire nei conflitti altrui. “O almeno così deve ostentare”, sussurra una fonte di governo. Disincantata.

Misurata salverà Sarraj se avrà la testa di Haftar

Mentre le parti in guerra litigavano sui social pretendendo ognuno di controllare l’aeroporto internazionale di Tripoli, a 34 chilometri dalla Capitale, uno scalo senza alcun valore strategico perché semidistrutto e quindi inattivo dal 2014, un jet dell’aeronautica di Khalifa Haftar ha bombardato lo scalo di Maitiga, a cinque chilometri dal centro della Capitale, colpendo la pista e rendendola inutilizzabile. Ora Tripoli è completamente isolata, circondata com’è dalle truppe del generale ribelle e l’unica via di uscita resta il mare. Si è consumata così un’altra giornata di guerra nell’ex colonia italiana dove continuano gli scontri tra milizie rivali.

Le Nazioni Unite parlano di nuovi morti e feriti e, soprattutto, dell’inizio di una fuga dalla città. La gente abbandona le proprie case e scappa senza una meta, alla ricerca di un posto sicuro per sfuggire ai bombardamenti e alle battaglie che possono scoppiare da un momento all’altro. Una fila di sfollati, calcolati in almeno 3.000 persone, viene segnalata in direzione della Libia. Si corre via a piedi, in bicicletta, in motorino e i più fortunati in auto, cercando di portare con sè le proprie cose.

Resta ancora misteriosa la posizione della potente milizia di Misurata, mezzo milione di abitanti, a poco più di 200 chilometri a sud-est di Tripoli. Ufficialmente alleata del governo di Fayez Al Sarraj, il primo ministro riconosciuto dall’Onu e dell’Italia, non è ancora intervenuta nel conflitto. Secondo un diplomatico sentito a Tripoli, i leader della città hanno posto a condizione del loro intervento il totale annientamento di Haftar e delle sue truppe e la promessa di non fargli alcuna concessione sul piano politico. Misurata, quindi, secondo questa interpretazione, non vuole alcuna soluzione negoziata del conflitto. Serraj sembra quindi preso da una morsa a tre ganasce: da un lato l’Onu gli chiede di negoziare, Haftar che incalza sul piano militare e Misurata che vuole la guerra. Le Nazioni Unite appaiono azzoppate. Al Consiglio di Sicurezza della settimana scorsa l’avanzata di Haftar non è stata condannata come chiedeva qualcuno: Francia e Russia sono rimaste praticamente mute. Il Segretario di Stato americano Mike Pompeo ha inviato una lettera al generale chiedendogli di fermarsi, ma sembra quasi che si sia trattato di un atto dovuto, una formalità. La lettera, tra l’altro, era riservata ed è stata resa pubblica da Serraj, che l’aveva ricevuta per conoscenza.

L’Onu così pare che abbia perso qualsiasi ruolo. Davanti al linguaggio delle armi la cantilena di Ghassan Salamé, l’inviato speciale del Palazzo di Vetro in Libia – “Vediamoci come previsto alla Conferenza di Riconciliazione di Ghadames il 14 aprile” – assomiglia più al refrain di un disco rotto più che a un’esortazione. Haftar, comunque, a detta di tutti gli osservatori, non ha nessuna possibilità di occupare Tripoli. Ora preoccupa di più la chiamata alle armi da parte dei gruppi islamisti più oltranzisti, che hanno lanciato appelli a tutti i combattenti del modo musulmano, a difesa del governo di Sarraj. Così la diplomazia si trova davanti a uno sbalorditivo paradosso: il governo di Tripoli sostenuto da Onu Stati Uniti, Italia Gran Bretagna, Turchia, Qatar, al Qaeda e Isis e il generale ribelle Khalifa Haftar appoggiato da Egitto, Russia, Francia, Emirati Arabi, Arabia Saudita. Un’immensa palude dove affluiscono armi e soldi e dove districarsi è complicato e difficile e dove le ideologie, retaggio di un vecchio sentimentalismo, lasciano il posto a più concreti e corposi interessi materiali: i pozzi di petrolio.

Il Feltri di Crozza e il Feltri di Feltri

La forza di Maurizio Crozza sta nel suo rapporto con l’attualità. Non si vive di soli tormentoni, il posto tra i suoi modelli bisogna conquistarselo. Ogni puntata di Fratelli di Crozza (Nove, venerdì, 21.25) si basa sul best of della settimana; quindi il ministro Tria parte in pole position tallonato dalla coppia Di Maio-Salvini, (“Dalle coperture alle copertine”, “Verdini, un genero di prima necessità”); ma siccome per entrare nella Hit Parade c’è il numero chiuso come a Medicina, alle loro spalle infuria la bagarre. Chi sarà all’altezza di farsi imitare? Eppure un’eccezione c’è. C’è qualcuno che non solo accetta la sfida, ma lancia egli stesso il guanto a Crozza. Quel qualcuno è Vittorio Feltri. I personaggi di giornata passano, lui resta, e spesso il Feltri di Feltri risulta più irresistibile del Feltri di Crozza, impossibile stabilire quale dei due è il più esilarante. La settimana scorsa il direttore di Libero ha messo a segno un triplete di prestigio, apostrofando in diretta la terapeuta Stefania Andreoli (“Ma andate tutti a fare in..”), twittando su Lilli Gruber (“Non puoi parlare di aborto, sei in menopausa”) e candidandosi a sindaco di Bergamo (“Pesce di aprile!”). È evidente che imitare uno così è come sfidare Cracco ai fornelli, Chiara Ferragni a chi fa più selfie, Mauro Corona a chi beve più valpolicella. Un testa a testa più appassionante di quelli tra Hamilton e Vettel, con Feltri a tavoletta fino all’ultima curva. Forza Maurizio, prova a prenderlo.

Mail Box

 

Simone come Socrate: ha dato fastidio ai demagoghi

Negli stessi giorni in cui succedevano i fatti di Torre Maura, capitava che in classe leggessi con gli studenti l’Apologia di Socrate; e che gli spiegassi che, a differenza di Anassagora e Protagora, i quali pur portando ad Atene la filosofia naturalista e la sofistica non subirono per questo alcun processo, invece Socrate, che né insegnava a indagare la natura né a rendere più forte il discorso più debole, fu processato proprio sotto il segno di queste accuse. Capitava che ne approfondissimo la ragione. Anassagora da Clazomene e Protagora da Abdera potevano ben essere screditati agli occhi degli Ateniesi come forestieri mentre, in Socrate, la filosofia e il logos erano sulle labbra proprio di un ateniese. E così, per Simoncino di Torre Maura, bisogna pensare, come per Socrate! Chiunque avesse detto le sue stesse cose non avrebbe potuto dare alle stesse parole la stessa anima. Proprio il suo slang di ragazzo della periferia est di Roma ha bucato l’immaginario di chi ha visto e ha ascoltato la sua discussione con quelli di Casa Pound. Il suo “nun me sta bene che no!” ha sottratto il legame che qualcuno vorrebbe unico fra il popolo e i populisti. Di fronte a Simoncino nessuno poteva dire che fosse un radical chic. Simoncino è di Torre Maura. Lo rivendicava lui con forza di fronte all’energumeno forzanuovista: “Torre Maura è er quartiere mio!”. Ecco perché Simoncino ha bucato gli schermi delle televisioni e soprattutto del web! Ha dato fastidio ai demagoghi di oggi come Socrate lo diede a quelli di ieri. Simoncino ha dato fastidio perché stavolta la logica è arrivata come un cazzotto nella pancia a chi proprio sulla pancia e con la pancia specula! Ed è arrivata nel linguaggio del popolo. Anche Socrate, proprio sull’incipit dell’Apologia platonica rivendicava il fatto che, al processo lo avrebbero sentito parlare con le stesse parole, così un po’ alla buona, con cui lo avevano sentito parlare sempre per le vie dei quartieri di Atene.

Un po’ alla buona, e non con frasi ornate e imbellettate come gli oratori, a meno che abile oratore non si dovesse dire di chi dice la verità. Socrate del demo (ovvero del quartiere) di Alopece, demo nella quadrante est dell’Atene del V secolo a. C. Così come Simoncino del demo di Torre Maura, demo del quadrante est della Roma contemporanea.

Socrate e Simoncino: due del demo ma non dei demagoghi! due del demo e, insieme, del logos!

Giuseppe Cappello

 

Se il M5S vuole vincere, deve essere se stesso

Si dibatte molto in questo periodo sulla strategia più adatta per il Movimento Cinque Stelle nella campagna elettorale per le europee del 26 maggio. Personalmente penso che il M5S debba essere semplicemente se stesso, ricordandosi della “trasversalità” del suo elettorato ed evitando di inseguire tematiche che riguardano ben poco la sua “ragione sociale”. La cosa più saggia, secondo me, sarebbe concentrarsi sui capisaldi – legalità, ambiente, giustizia sociale – spiegando agli elettori quello che hanno fatto e quello che possono e intendono ancora fare, in Italia e naturalmente in Europa.

Antonio Maldera

 

La lotta al bullismo comincia in famiglia, non a scuola

Sono referente per il contrasto al bullismo e cyberbullismo in un istituto romano e coordinatore dei referenti degli istituti comprensivi e superiori dell’Ambito 9. A questo aggiungo che sono un frequentatore del web e quindi posso affermare che le scuole sono ampiamente responsabili al contrasto del bullismo che spesso diventa online. Nel nostro caso abbiamo elaborato l’apposito regolamento per i comprensivi che è stato adottato e quindi condiviso da quindici istituti. Organizziamo incontri con la Polizia postale, psicologi, Asl… Personalmente organizzo incontri con gli studenti. Prossimamente incontrerò i genitori delle quinte di scuola elementare. Frequentemente dobbiamo affrontare e risolvere situazioni di bullismo e cyberbullismo, coinvolgendo diversi soggetti. Tutti questi impegni, garantisco, coinvolgono molti istituti. Ovviamente esistono le eccezioni, ma che confermano, però una responsabilità diffusa. Purtroppo notiamo l’indifferenza e la scarsa partecipazione dei genitori all’iniziative, salvo svegliarsi quando il problema non è più del vicino, ma riguarda il proprio figlio. Allora ci chiedono: “La scuola cosa ha fatto?”. Noi rispondiamo “dove eravate, quando…”

Gianfranco Scialpi

 

È il mercato dei mass media, cara Radio Radicale!

Radio Radicale faccia come il F.Q. che, pur svolgendo un servizio pubblico di eccellente qualità, non chiede un centesimo al governo per finanziare il giornale che è sostenuto solo da lettori e abbonati. I radicali da sempre sono stati sostenitori del neoliberismo, e, ora, coerentemente devono obbedire alla sua logica: è il mercato, bellezza!

Maurizio Burattini

 

I Nostri Errori

Nel numero del 7 Aprile, a pag. 19, nell’articolo dal titolo “Il sindaco propone a Sgarbi di dirigere il nuovo Auditorium”, abbiamo scritto erroneamente che “Va pensiero” è un’aria Pucciniana. Quando, invece, l’autore dell’opera che contiene il celebre coro – il Nabucco – è, ovviamente, Giuseppe Verdi.

FQ

Schiavi di slot machine. Parla una madre: “Ho fatto arrestare mio figlio, e ora?”

 

La mia è un’odissea che sto vivendo dal giorno in cui ho contribuito a far arrestare mio figlio. Sono una signora di 83 anni, abito ad Alassio, mio figlio Giuseppe – con cui convivo – è da anni un giocatore patologico di slot-machine. Faccio presente che è disoccupato e viviamo con la mia pensione di 600 euro mensili: per far fronte alle sue continue richieste di soldi per giocare, e per chiedere aiuto, ho deciso di rivolgermi agli assistenti sociali del Comune. Vengo accompagnata da un assistente sociale alla caserma dei carabinieri, a cui racconto la mia storia. E mio figlio, incensurato fino ad allora, viene arrestato. E ora sono disperata… perché non riesco a capacitarmi di come mio figlio si trovi in carcere a causa mia: a me non aveva mai fatto del male, solo parole, e perché aveva il vizio del gioco… Io non ho più nessuno della mia famiglia, se non lui. E, soprattutto, non trovo giusto che Giuseppe venga trattato come un pericoloso criminale. Ho scritto anche al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ma sono ancora senza risposta.

Rina Serafina

 

Cara Rina, la sua storia è una testimonianza (una delle tante, purtroppo, come abbiamo avuto modo di raccontare nella nostra “storia di copertina” pubblicata ieri) di quanto sia drammatico per le famiglie – e non solo per il soggetto interessato e “deviante” – avere in casa un giocatore patologico. Ormai, nella maggior parte dei casi, si inizia a giocare prestissimo (a 14-16 anni). Spesso, proprio come per suo figlio Giuseppe, con le slot-machine, chiamate in America “banditi con un braccio solo”. E, con un copione che si ripete per tutti uguale (soldi rubati in casa, tradimenti, violenza), si arriva a uno stato di totale perdita di coscienza e di speranza. Lo psicologo e psicoterapeuta Cesare Guerreschi – il fondatore e presidente di Siipac-Società italiana di intervento sulle patologie compulsive, a cui si deve il primo centro di recupero per giocatori d’azzardo patologici presente in Italia – spiega: “Dalle dipendenze non si guarisce. Si può, invece, tentare di ridurre le sofferenze psichiche, favorendo nei pazienti una più profonda consapevolezza che li aiuti a comprendere perché il piacere diventi idea fissa; l’evasione, costrizione; il divertimento, febbre, ossessione e angoscia”.

In Australia, all’entrata della più grande casa da gioco c’è un cartello: “A voi che entrate, sappiate che perderete sempre”. A voi – aggiungo – che, vostro malgrado, vi trovate ad accompagnare persone care in questa disavventura, dovrebbe andare un aiuto delle istituzioni. E magari, prima di chiamare i carabinieri, qualcuno potrebbe telefonare al dottor Guerreschi.

Maddalena Oliva

Sempre figo Sgarbi, un faro da guardare (ma all’incontrario)

Nel giro di pochi giorni, questa rubrica si è beccata una querela e una minaccia di querela. Son soddisfazioni. Le due azioni legali, una reale e l’altra rientrata, sono arrivate nel primo caso da un’intellettuale del Movimento 5 Stelle e nel secondo da un esponente dell’opposizione. Ciò, se da un lato denota l’imparzialità di rubrica e giornale, dall’altro non è un bel segnale: per la libertà di satira, ma pure per le mie tasche. Nonché quelle del giornale. Dunque, questa settimana, nessuna critica. Solo elogi. Intendo infatti firmare un ditirambo di smisurato aspetto e non posso che cominciare con uno specchiato esempio di nobiltà e virtù: Vittorio Sgarbi. Egli, giorni fa, è tornato a illuminarci la via a Otto e mezzo. Mentre parlava, coi consueti toni aggraziati, si vedeva Marianna Aprile che sorrideva compiaciuta. Lo faceva mentre Sgarbi, dall’alto della sua storia ed estetica, trattava Di Maio come una sorta di eunuco omosessuale che si vergogna d’esser gay e per questo si fa fotografare con qualche biondona. Solo che, secondo l’autoproclamatosi novello Casanova, Di Maio neanche sa baciare: infatti, quando prova a limonare, ottiene risultati orribili. Di fronte a tali osservazioni squisitamente politologiche, quella stessa Marianna Aprile che al primo accenno di sessismo immaginario grillino invade la Polonia parlando di “ruolo ancillare della donna”, pareva divertirsi da morire. È la democrazia al tempo delle pasdaran borgheso-pidine: si crucciano se qualcuno non ha il poster in camera della Boldrini, ma se a essere bastonato è un 5Stelle chi se ne frega. Sgarbi ha poi sostenuto che, con quelle foto, Di Maio esibisce un’idea secondo cui la vita supera la politica, quando invece – non appena si assumono cariche pubbliche – deve esserci contegno. E chi, meglio di Sgarbi, sa coniugare decoro e ruoli pubblici?

Egli ce ne dà prova da decenni, per esempio quando ci regalò contagiose grandinate di peti e diarrea alle Iene: osservandolo chino sulla tazza del cesso, in effetti, la prima cosa che veniva in mente era proprio il Decoro. Un mix tra Parri e Nenni, ecco. Come pure quando si fece fotografare nudo e ingobbito, con quel fisicuccio aitante da umarell trafitto dalla stipsi, mentre si copriva le pudenda con il libello “Botteghe Oscure”. Verrebbe da pensare che Sgarbi ce l’abbia ancora con Di Maio perché, un anno fa, nello scontro diretto nel collegio di Acerra perse pietosamente 20,3% a 63,4%. Non sia mai: significherebbe far torto alla sua titanica intelligenza, nonché alla sua granitica coerenza. Giuridicamente intonso, al di là di qualche effimera condanna civile e penale (ingiuria, diffamazione, truffa ai danni dello Stato), Sgarbi resta un modello. Anche per quel suo esser sordo a qualsivoglia trasformismo: mai un cambio di casacca, sempre schiena dritta. Purtroppo il suo intervento a Otto e mezzo non è piaciuto a tutti. Molti lo hanno attaccato. Per esempio l’odiosa pagina Facebook “Italia senza Renzusconi”. Lì, proprio sotto la foto che potremmo chiamare “Botteghe Oscure e nudità”, sono apparsi commenti esecrabili. Tra i tanti questo, a firma Cettina Negretti: “Madonna mia, un pollo bianco e floscio, disossato. Nemmeno dopo cent’anni di astinenza dal sesso!”. Quanta cattiveria: ce ne dissociamo, convintamente e risolutamente. Il suo narcisismo a caso, che da decenni gli fa creder d’esser figo e proibito, ne avrà sofferto. Inducendolo forse a credere d’esser ormai postumo in vita. Al contrario: Sgarbi rimane un eroe. Un faro. E un esempio: da prendere sempre al contrario, anche solo per esser certi di star nel giusto.