Democrazia diretta sì, ma non digitale

Dopo due anni di istruttoria, il Garante della Privacy ha bocciato la “piattaforma Rousseau”, accertando che quel sistema operativo non solo è obsoleto, ma è del tutto inadeguato a garantire la segretezza e la sicurezza – con pericoli di manipolazione – delle votazioni promosse dal Movimento 5 Stelle per realizzare in Italia la democrazia diretta. Come è noto, tale movimento profila l’idea di “rifondare” il sistema costituzionale attraverso il ricorso alla democrazia digitale che, per mezzo della Rete, consentirebbe di spostare molteplici decisioni direttamente in capo ai cittadini.

In tal modo, il web riuscirà a scalzare l’intermediazione partitica instaurando un rapporto diretto e costante tra cittadini e rappresentanti in Parlamento, i quali sarebbero dei semplici portavoce dei cittadini partecipi in prima persona, mediante la Rete, delle decisioni politiche. Come già sostenuto fin dal 1984 da Norberto Bobbio (“Il futuro della democrazia”) e dal 2011 da Giovanni Sartori (“La democrazia che cosa è”), l’idea che la piazza dell’antichità possa essere oggi sostituita dall’agorà telematica dove tutti, davanti a uno schermo, possano decidere del governo della Nazione, è “puerile”, insostenibile. La Rete internet, come oggi è strutturata, è controllata da pochi e forti soggetti privati che avrebbero modo di condizionare pesantemente la vita politica. Oltre a ciò, bisogna considerare che la comunicazione attraverso il web, ridotta al meccanismo dei “pro” e “contro”, dei “sì” e dei “no”, contraddice l’essenza stessa della partecipazione democratica, fondata invece sulla discussione, la negoziazione, il riconoscimento delle complessità e la necessità di armonizzare interessi diversi. La recente iniziativa dei senatori del M5S di votare – sulla richiesta del Tribunale dei ministri di autorizzazione a procedere nei confronti del ministro degli Interni Matteo Salvini indagato per la vicenda “Diciotti” – nel senso deciso da 31 mila iscritti alla Rete ha rappresentato un grave vulnus alla democrazia rappresentativa su cui si fonda la Costituzione italiana: l’art. 67 recita che “ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”. La democrazia digitale si pone in evidente contrasto con il modo in cui la Carta intende il rapporto tra rappresentanza e partecipazione. La democrazia partecipativa consiste, infatti, nell’introduzione di elementi di partecipazione popolare – referendum, leggi di iniziativa popolare – in un sistema rappresentativo per perfezionarlo e controllarlo meglio dalla prospettiva del cittadino o, quantomeno, avvicinarlo al popolo. In altri termini, forme di democrazia diretta, in quanto espressione della sovranità popolare, vanno inserite, in una prospettiva di vera “riforma”, nel disegno complessivo della democrazia rappresentativa, per integrarla e correggerne carenze e difetti.

Ed è in tale quadro costituzionale che si colloca la recente proposta di legge costituzionale – fortemente voluta dal M5S e, in particolare, dal ministro per i Rapporti con il Parlamento e la democrazia diretta, Riccardo Fraccaro e approvata dalla Camera in prima lettura il 21 febbraio – di riforma dell’art. 71 della Carta introducendo il referendum propositivo finalizzato a potenziare e rendere più effettivi nel nostro ordinamento gli istituti della democrazia diretta e partecipativa; concepiti però non come sostitutivi e alternativi, ma integrativi e rafforzativi della democrazia rappresentativa. Un significativo passo avanti per raggiungere l’irrinunciabile obiettivo di inserire nuove e più ampie forme di democrazia diretta, in quanto espressione della sovranità popolare, nel disegno di una democrazia rappresentativa che ampli la base e il livello di condivisione delle scelte politiche.

“Transumanisti”: un click li seppellirà

Sabato scorso ho partecipato al Sum, la manifestazione che ogni anno l’Associazione Gianroberto Casaleggio dedica al fondatore, insieme a Grillo, del Movimento 5 Stelle. L’intera manifestazione ruotava intorno all’“innovazione”, soprattutto tecnologica, da cui ci si attende un futuro meraviglioso, sempre che si sia capaci di orientarla e di governarla. Tutti coloro che sono intervenuti in questo senso si ispirano, chi consciamente, chi senza esserne consapevole, a una corrente di pensiero relativamente recente, il Transumanesimo, le cui fondamenta sono state poste nel 1957 da Julien Huxley che esalta “le possibilità aperte dalle nuove frontiere della scienza e della tecnica che porterebbero l’uomo a superare i propri limiti biologici”. L’idea non è nuova, a un’integrazione dell’uomo con la macchina avevano già pensato i futuristi, Marinetti e, sul piano artistico, la linea Boccioni-De Pero-Balla. Ma col Transumanesimo si va ben al di là. Grazie alle straordinarie scoperte e realizzazioni scientifico-tecnologiche degli ultimi decenni (rigenerazione cellulare, impianti cibernetici sottopelle, mutazioni genetiche controllate, ibridi macchina-animale e uomo-macchina, sospensione crionica, mind uploading, nanotecnologie, superintelligenze artificiali, robosapiens) si pensa a una fusione completa fra l’uomo e la macchina, a un uomo che va oltre l’uomo, che non è più un uomo come oggi lo conosciamo, ma un impasto fra tecnologia e ciò che ancora resterà della sua parte biologico-antropologica, naturale, destinata comunque, in questa visione, a cedere nel tempo sempre più spazio alla prima fino a scomparire. I ‘transumanisti’, forse per salvarsi un po’ la coscienza, non si considerano però degli anti-umanisti, in contrasto, per intenderci, con l’umanesimo rinascimentale, ma piuttosto dei suoi continuatori, un’evoluzione necessaria dell’uomo che altrimenti sarebbe destinato a scomparire (“Mutare o perire”). Questo ‘oltreuomo’ transumanista non va confuso col “Superuomo” di Nietzsche che postula una fase superiore dell’umanità (“l’uomo è una freccia scagliata fra la scimmia e il superuomo”), e che quindi non ha nulla a che fare con un’individuale ‘bestia bionda’ come lo interpretarono, a loro uso e consumo, i nazisti, ‘superumanità’ cui si arriva attraverso una sofferta ricerca interiore (Nietzsche, ritenuto il padre del nichilismo, in realtà non sfugge, nemmen lui, al suo secolo, l’Ottocento, e resta perciò un ottimista). Nel Transumanesimo, al contrario, non è l’uomo a governare la propria evoluzione, ma è la macchina a determinarla.

Io sono sull’altra sponda. Sto con Eraclito che riteneva che l’umanità fosse destinata a degenerare, dal punto di vista etico, progressivamente e costantemente. Se guardiamo la Storia dall’alto degli anni Duemila mi sembra difficile dargli torto. Sto con Lao-Tse che sottolinea che quando si passa dall’indifferenziato al differenziato (e qui la tecnica c’entra solo fino a un certo punto o non c’entra affatto) cioè, per intenderci, dal clan e la comunità a una forma di società apparentemente più progredita, nascono le classi sociali con i conflitti interni che si portano dietro insieme alle conseguenti frustrazioni, alle invidie, agli odii. Sto con il Leopardi che, in piena euforia illuminista, irrideva alle “sorti meravigliose e progressive”.

Ma non voglio appoggiarmi a questi grandissimi. Troppo facile. Troppo comodo. Sarebbe come tirare un rigore a porta vuota. Noto solo che è vero che, come dice il filosofo Giulio Giorello, della tecnica, presi come singoli, possiamo fare “un uso euristico e intelligente”, ma a livello di massa, da quando, dopo la Rivoluzione industriale, è diventata appunto un fenomeno di massa, la tecnica ha sempre avuto effetti devastanti. Prendiamo la più recente, e per ora ultima, delle rivoluzioni tecnologiche: quella di Internet, informatica, digitale. Noi, attraverso Internet, siamo connessi con quasi tutto il mondo (e fra poco proprio con tutto se andrà in porto la sciagurata iniziativa dell’imprenditore Matteo Pertosa che vuole portare questo strumento dell’Inferno a coloro che, per il momento, ne sono indenni), ma sconnessi con chi ci vive vicino o addirittura accanto e, alla fine, sconnessi con noi stessi. Abbiamo sostituito il reale col virtuale, il concreto con l’astratto. Manca lo spazio per il pensiero, la riflessione, la contemplazione e per quello che Beppe Grillo ha chiamato “tempo liberato” che qualitativamente è diverso dal ‘tempo libero’ dedicato al consumo compulsivo.

Tuttavia sono convinto che i ‘transumanisti’, consci e inconsci, l’avranno vinta, almeno fino a quando, com’è fatale, non cadremo tutti vittima delle loro spettacolari ‘innovazioni’. Sostituiti dai topi che sono animali adattabili quanto noi, ma un po’ più intelligenti. Perché l’uomo, come mi disse Edoardo Amaldi, uno degli inventori dell’Atomica, “quando può fare una cosa, prima o poi la fa”.

Rogoredo, si muore ancora nel boschetto della droga a Milano

Si continua a morire a Rogoredo. Tristemente famoso con il nome di “boschetto della droga”, l’area milanese si è fatta teatro di un’altra morte (si presume per overdose): i fatti risalgono alla giornata di domenica, quando Massimo Cosimo Sarica, cinquantenne lombardo, è stato portato al Policlinico San Donato dai sanitari del 118, morendo poco dopo l’ingresso nella struttura. A lanciare l’allarme erano stati altri frequentatori del posto, dove erano intervenuti anche i carabinieri della pattuglia mobile di zona della Compagnia Monforte. Un dramma che riaccende i fari sul bosco di Rogoredo: già verso la fine del mese scorso, infatti, il ministro dell’Interno Matteo Salvini aveva promesso che sarebbe stata riaperta “la stazione della polizia ferroviaria, a garanzia della serenità e della tranquillità di tutti”. E l’organico della questura, a pieno regime, avrebbe dovuto avere “500 agenti in più.” Riccardo De Corato, assessore alla Sicurezza di Regione Lombardia, ha commentato dopo la vicenda di domenica che “mesi e mesi di discussioni, proposte, allarmi lanciati sul bosco di Rogoredo e il suo ormai triste primato di enclave dello spaccio e degli stupefacenti non sono serviti a molto”.

“Nella ex Ilva 3.750 tonnellate d’amianto”: denuncia Fiom-Cgil

“Ci sono ancora 3.750 tonnellate di amianto nella ex Ilva, ora ArcelorMittal: circa il 95%, ha matrice friabile”. Lo scrivono i due segretari provinciali di Fiom-Cgil ai Ministri Di Maio, Costa e Grillo. La notizia è arrivata ieri, nel giorno in cui scadeva l’ultimatum del sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, alla Asl per la consegna dei dati sanitari, ancora riservati, e all’Arpa per i dati sull’inquinamento. Sindaco che si era detto pronto a decretare il fermo degli impianti qualora l’Arpa avesse confermato che i dati sull’inquinamento, pur rientrando nei limiti di legge, non garantiscano, la salute pubblica. I due segretari sindacali, Francesco Brigati e Giuseppe Romano, denunciano anche di aver sollecitato invano ArcelorMittal di comunicare ”la mappatura, il piano di bonifica, il cronoprogramma, le caratteristiche degli eventuali prodotti contenenti amianto”. Il 2023, termine fissato dal dpcm (decreto del presidente dei ministri) del 29 settembre del 2017, per lo smaltimento e le bonifiche dell’amianto presente all’interno dell’ex Ilva, è “eccessivo”, continuano Fiom e Cgil che auspicano che la nuova “commissione amianto” istituita dal Ministro Costa e presieduta dall’ex procuratore capo di Torino, Raffaele Guariniello “intervenga, al più presto”. L’amianto ha già causato la morte, per mesotelioma pleurico, di diversi operai dell’Italsider, poi Ilva. Operai che, come si legge nella motivazione della sentenza del maggio 2014 che ha portato alla condanna per omicidio colposo e disastro ambientale di 27 dirigenti fra cui il vicepresidente, Fabio Riva, “si sarebbero potuti salvare se fossero stati sottoposti a controlli tempestivi”. Ma purtroppo – si legge nella sentenza – “la politica aziendale è sempre stata impostata al raggiungimento del massimo profitto anche a costo della salute degli operai”. L’Ilva è stata venduta ad ArcelorMittal ma l’amianto è ancora tutto lì a minacciare la salute degli operai.

I genitori non saldano la retta. Per la bimba straniera a mensa solo cracker e tonno

Prendiamo un giorno qualsiasi della settimana nella mensa della scuola elementare “Zanella” di Minerbe, Comune della ricca campagna veronese. Il pranzo prevede (lunedì) pasta alla crema di zucca, filetto di platessa gratinato, coste all’olio e finocchio alla “julienne”, oppure (martedì) un passato di verdura con pasta, arrosto di tacchino al forno, patata al forno e cappuccio “julienne”. E così fino al venerdì, per tutti gli alunni. Eccetto uno. Una bambina straniera, i cui genitori non hanno pagato il buono mensa. Per lei solo una scatoletta di tonno e un pacchetto di cracker. Non lasciata a digiuno per un gesto di pietà che, a quanto pare, non sarebbe neppure il primo, perché in altre occasioni gli insegnanti hanno dato il proprio cibo agli allievi cui era stato negato, per morosità. Il fatto rimbalza dalle pagine del giornale L’Arena. E suscita scandalo, anche se adesso tutti si lavano la coscienza, adducendo ragioni di burocrazia, buona amministrazione e perfino giustizia sociale rovesciata. La famiglia non paga da tempo. L’amministrazione aiuta con sovvenzioni (su base Isee) 36 bambini, di cui sei stranieri, con l’integrazione del 40-50% del buono pasto, ma non in questo caso. Il sindaco leghista Andrea Girardi spiega: “Il Comune ha sempre aiutato tutti. Quella famiglia è stata più volte sollecitata a presentare una domanda per avere una riduzione o l’esenzione. Non è arrivata nessuna risposta, abbiamo dovuto prendere provvedimenti”. Discriminazione? “No, i bambini non sono stati lasciati senza pasto, ma siamo arrivati a decine di persone che non pagavano e dovevamo far qualcosa. Non è la prima volta che succede. Ora il caso è stato montato”. A renderlo pubblico è stata la segreteria del Pd. La storia, però, potrebbe avere un lieto fine: il calciatore dell’Inter, Antonio Candreva, si è offerto di pagare la retta.

Famiglia montenegrina cacciata dalla casa popolare: altra rivolta anti-rom guidata da CasaPound

“Vadano altrove”. Una famiglia destinataria di una casa popolare alla periferia di Roma non potrà (per ora) entrare nell’alloggio regolarmente assegnatole dal Comune, a causa della protesta di alcuni residenti del complesso Erp. A fomentarli è proprio un movimento che occupa abusivamente un edificio del Demanio in pieno centro: Casapound. “Chiudiamo i campi rom e sgomberiamo Casapound e tutti gli abusivi”, ha intimato ieri il vicepremier Luigi Di Maio.

Eppure, domenica pomeriggio la famiglia di origini montenegrine, composta da padre, madre e 6 figli nati in Italia, si era recata nel quartiere Casal Bruciato proprio per il programma di chiusura dei campi avviato nel 2016 da Virginia Raggi. La coppia, proveniente dal campo di La Barbuta, aveva fatto domanda per l’accesso alla graduatoria, le cui sotto-categorie variano per numero dei componenti del nucleo. E invece la famiglia è stata aggredita da un gruppo di residenti nell’edificio, che ha poi avvertito i militanti di Casapound. Per le minacce i legittimi assegnatari hanno sporto denuncia. Poi i “fascisti del terzo millennio” hanno inscenato l’occupazione dell’alloggio da parte di una ragazza con neonato al seguito, sistemati poi in una tenda. I fatti di Casal Bruciato arrivano dopo la settimana “difficile” di Torre Maura. Così come avvenuto con il centro di via Codirossoni, anche stavolta il Comune è stato costretto a fare dietrofront. Benzina sul fuoco anche da Fdi e Lega. Per il consigliere regionale Fabrizio Ghera “la sindaca Raggi preferisce occuparsi dei nomadi anziché delle famiglie romane”, mentre Laura Corrotti parla di “razzismo verso i romani”. Parole che hanno scatenato la reazione dell’Unione Inquilini: il segretario Ragucci vuole denunciarli per “istigazione all’odio razziale”. Estremisti di destra in azione anche a Palermo, dove la tartaruga frecciata nei prossimi giorni scenderà in piazza per protestare contro la scelta del Comune di trasferire alcune famiglie in immobili sequestrati alla mafia.

In città arrivano i primi vigili “sceriffi”. Gli agenti-obiettori: “Non vogliamo armi”

A Trieste arrivano “sceriffi” e obiettori Ormai in città li chiamano così. Sono i primi cento vigili urbani – su un totale di 220 – che presto riceveranno le pistole. La delibera della Giunta comunale è pronta: a tutti saranno destinate le Glock 17 e 19, l’arma più diffusa tra le forze di polizia nel mondo. È il primo passo, come si legge nel testo riportato da Il Piccolo: “Compatibilmente con le disponibilità finanziarie, seguirà una seconda fase di armamento di tutto il personale del corpo”. I vigili avranno le pistole, ma potranno anche portarle a casa. Saranno previsti appositi depositi per le armi. Gli agenti, si sottolinea nella delibera, dovranno sottoporsi a specifici test anche psicologici. Le pistole sono previste per alcuni servizi: “Vigilanza, protezione degli immobili di proprietà dell’ente locale e dell’armeria del corpo, servizi notturni e di pronto intervento”.

Costo complessivo della prima tranche dell’operazione circa 70mila euro”. Perché armare i vigili? Per “l’intensificarsi a livello mondiale degli episodi di attentati terroristici ai danni della popolazione civile”, scrive il documento, ma “anche a livello locale, per l’allarme sociale destato dall’aumento di episodi di criminalità”.

Una rivoluzione per la polizia locale, non solo triestina: i vigili in molte città italiane – soprattutto piccole e medie – sono ancora disarmati, un po’ come i bobby inglesi. E così a Trieste qualcuno dei vigili ha già annunciato obiezione di coscienza: “Quando sono entrato nei vigili volevo fare un lavoro a contatto con le persone. E ora dovrei avvicinarmi a loro con la pistola nella fondina. Se lo avessi voluto avrei fatto il poliziotto”, racconta un agente. Per gli obiettori la delibera della Giunta prevede un’opzione: potranno essere trasferiti presso altre amministrazioni, mentre altri vigili saranno presto assunti. Ma la novità suscita dibattito: “La polizia locale, proprio perché locale, non ha una regolamentazione rigida e uguale per ogni parte d’Italia”, spiega Federico Buzzanca del direttivo nazionale Cgil Funzione Pubblica. Aggiunge: “Uguali sono i gradi, ma diverse le scelte proprio riguardo alle armi. A Roma agli agenti è lasciata una doppia opzione. A Milano, Napoli, Genova e spesso nelle grandi città è prevista la dotazione di armi”. Ma introdurle non è così automatico: “Certo, la polizia locale ha molti compiti nuovi, alcuni richiedono mezzi adeguati di difesa. Ma serve una formazione seria”, ricorda Buzzanca, “E bisogna considerare l’impatto che ha nella vita di una persona l’idea di avere un’arma e di portarla a casa”.

Walter Milocchi, comandante della Polizia Locale della città, non commenta la decisione. Preferisce indicare le emergenze cittadine: “Ci sono il piccolo spaccio, i furti nelle abitazioni. E il timore di infiltrazioni mafiose nelle attività portuali”. Una città sicura? “Sì, nelle statistiche siamo in ottima posizione”. Ma intanto l’opposizione parla di scelta politica di stampo leghista, in linea con la maggioranza di centrodestra che governa città e Regione.

Forse servirebbe una nuova disciplina, più uniforme. Per una forza che in tutta Italia conta 58mila uomini. Se tutti fossero armati sarebbero più della metà di polizia e carabinieri, quanti la Guardia di Finanza.