“Finora è stato riscontrato che ogni atto e operazione da me fatti e ordinati sono stati svolti rispettando il Codice di procedura penale e il regolamento generale dell’Arma dei carabinieri. Sarà il Tribunale a valutare se ho commesso qualche sbaglio, ma finora non è emerso nulla che lo provi. Anzi”. A chi lo conosce, il maresciallo capo Roberto Mandolini (imputato per calunnia) ieri ha ribadito la sua convinzione d’innocenza nel caso Cucchi. Tirato in ballo nuovamente dal super testimone Francesco Tedesco, Mandolini – che all’epoca, da maresciallo, comandava pro tempore la stazione Appia, non è mai stato sospeso e, anzi, anni dopo è stato promosso maresciallo capo – ha sostenuto “di aver fatto solamente il mio dovere”. Tedesco avrebbe testimoniato contro i colleghi soltanto per “beneficiare di un accordo con il pm”. E a proposito dell’intenzione del comandante generale dell’Arma, Giovanni Nistri, di disporre ulteriori provvedimenti e chiedere l’eventuale costituzione di parte civile nel processo per depistaggio, Mandolini si è detto d’accordo: “È giusto. Chi ha sbagliato pagherà. Ma sono sicuro che i giudici non si faranno influenzare e saranno sereni nel valutare il mio operato scevro da ogni ricostruzione non veritiera. La prescrizione? Non ce ne sarà bisogno”. Se l’Arma ha – finalmente – cambiato verso, il maresciallo Mandolini è sempre più isolato.
La lettera di Nistri
Il comandante generale Ecco parti della lettera inviata l’11 marzo a Ilaria Cucchi da Giovanni Nistri, pubblicata ieri da Repubblica: “Sabato a Firenze (…) pensavo a Voi e alla Vostra sofferenza. (…) Mi creda (…), abbiamo la vostra stessa impazienza che su ogni aspetto della morte di Suo fratello si faccia piena luce e che ci siano le condizioni per adottare i conseguenti provvedimenti verso chi sia mancato ai propri doveri e al giuramento di fedeltà. (…) Il rispetto assoluto della Legge ci costringe ad attendere la definizione della vicenda penale. (…) In questo caso abbiamo purtroppo fatti nei quali discordano perizie, dichiarazioni, documenti: discordanze che saranno però risolte in giudizio. Le responsabilità dei colpevoli porteranno al dovuto rigore delle sanzioni, anche di quelle disciplinari. I tre accusati di omicidio preterintenzionale sono già stati sospesi. Non sono stati rimossi, è vero. Ma è vero che, se ciò fosse avvenuto, si sarebbe forse sbagliato. (…) Gli ulteriori provvedimenti (…) non potranno non tenere conto (…) del grado di colpevolezza di ciascuno. Ciò vale per il processo in corso alla Corte d’assise. E (…) per la nuova inchiesta (…) nella quale saranno giudicati coloro che oggi si sono avvalsi della facoltà di non rispondere. (…)”.
“Mio figlio ucciso allo Zen nell’omertà: voglio il movente”
Si stringono la mano per tutto il tempo per trasmettersi la forza necessaria mentre scandiscono lentamente le parole: “Non fu una rissa, Aldo è stato ucciso da gente che non conosceva e che gli ha fatto gustare la morte, attimo per attimo, punendolo per qualcosa che non aveva commesso e di cui non sospettava neanche l’esistenza”. Aldo è il figlio primogenito del generale Rosario Naro e di Anna Maria Ferrara, cardiologo specializzando di 24 anni, vittima di una violenza cieca e bestiale nella notte tra il 13 e 14 febbraio 2015, quando numerose persone lo colpirono nella discoteca “Goa” nel quartiere Zen di Palermo, uccidendolo. Due parole del gup Ferdinando Sestito, “omicidio volontario”, riaprono l’inchiesta che dovrà rispondere a una domanda: chi e perché ha voluto la morte di un giovane medico siciliano, mite e generoso, figlio di un generale dei carabinieri in pensione che ha ricoperto per 40 anni delicati ruoli operativi fino a qualche mese fa quando comandava l’aliquota di polizia giudiziaria della Procura di Caltanissetta?
La Procura di Palermo adesso è chiamata dal gup a valutare le posizioni di tre buttafuori per omicidio volontario. Che accadde quella notte?
Abbiamo pochi filmati, ma sono illuminanti: si vede chiaramente che Aldo è stato brutalmente picchiato in tre fasi. Prima è stato prelevato dal divanetto, e un primo pestaggio avviene dentro il privé, poi la situazione si calma, ma si riaccende poco dop o: le immagini non sono chiare, ma c’è un ammissione di responsabilità di un buttafuori, che avrebbe dovuto difenderlo e invece ha partecipato senza saper giustificare il motivo per cui anche lui colpisce a calci Aldo e lo trascina verso il giardino. Lì lo butta per terra, e mio figlio è sottoposto al terzo pestaggio, sono diverse persone che lo colpiscono, fino al colpo di grazia di questo minorenne che le telecamere non riprendono.
Qualcuno lo ha difeso?
No, gli amici arrivano alla fine, dopo che per ordine del proprietario della discoteca, tre persone lo trascinano fuori, dove uno strano servizio d’ordine impedisce a chiunque di accedere. Sono tutti fatti che a due genitori, finché vivono, non danno pace. Ammesso che ci sia stata una rissa, ed è provato che Aldo non ha partecipato, è stata prodromica all’omicidio: il dato certo è che l’unica vittima è Aldo, non ci sono altri feriti. Prima del calcio mortale è successo qualcosa che va approfondito.
Lei che idea si è fatto?
Agli atti ci sono elementi di cui non possiamo parlare che inducono a pensare a un omicidio premeditato. C’è qualcosa sotto, che non riguarda lui, che noi abbiamo il dovere di scoprire.
La sua è una carriera operativa di contrasto a Cosa Nostra. Ha collegato questo brutale omicidio alla sua attività professionale?
A pensarlo c’è da impazzire: la storia insegna che la criminalità, mafiosa o comune, se la prende con il diretto interessato. A me avrebbero inflitto una pena ben maggiore della morte, ma il fatto che dentro una discoteca si sia colpito il figlio di un appartenente alle forze dell’ordine potrebbe essere uno scenario da sviluppare. Pentiti attendibili stanno consentendo attività investigative contro cosche mafiose di Palermo e un quotidiano ha messo in relazione alcune dichiarazioni con la morte di Aldo. La cosa inspiegabile è che tra gli uffici della Procura che indagano non ci sono scambi di informazioni.
È una critica alle indagini? La svolta del gup che riapre l’inchiesta è giunta dopo quattro anni. Ci si poteva arrivare prima?
Guardi, è vero che c’è stato anche l’intervento dei reparti speciali, ma l’attività investigativa finora è stata blanda, superficiale e approssimativa, e questo l’abbiamo detto nelle sedi ufficiali. Il processo si è basato unicamente sull’autoaccusa di questo minorenne, adesso chiediamo che vengano risentiti i testimoni e che ripartano le indagini.
Alla luce delle nuove emergenze investigative chiederà di essere interrogato?
Doveva e dovrebbe essere il primo atto, ma noi non siamo mai stati sentiti dalla Procura di Palermo. E quando siamo andati non siamo stati ricevuti.
L’Arma parte civile? Forse al processo ter. E Conte: “Il ministero della Difesa ci sarà”
L’Arma dei carabinieri sarà parte civile contro i suoi ufficiali accusati di aver imbrogliato le carte su Stefano Cucchi? Vedremo. Al Comando generale spiegano che la decisione sarà presa solo dopo l’eventuale rinvio a giudizio del generale Alessandro Casarsa e dei colonnelli. Impegni chiari, nero su bianco, l’Arma non ne prende. Ha solo lasciato che su Repubblica e altrove, per tutta la giornata di ieri, uscissero titoli sull’Arma parte civile. Nel giorno in cui al processo per il pestaggio, come si legge sopra, parlava l’uomo chiave anche per l’immagine dei carabinieri. Chi ci ha messo la faccia è il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte: “Il ministero della Difesa è favorevole a costituirsi parte civile nel processo per la morte di Stefano Cucchi”, ha detto. Però, il processo per la morte di Stefano Cucchi è già in corso e i termini sono scaduti. Sarà stato un lapsus.
Alti ufficiali tra cui Casarsa, fino a pochi mesi fa comandante dei Corazzieri del Quirinale, sono invece indagati non per la morte di Cucchi ma per falso ideologico, per aver indotto i subalterni – scrive l’accusa – a modificare le relazioni di servizio su Cucchi. Secondo il pm Giovanni Musarò, hanno preferito che fosse indicato un “malessere generale verosimilmente attribuito al suo stato di tossicodipendenza”, anziché mettere in luce “dolori al capo, giramenti di testa e tremori” che avrebbero potuto far pensare al pestaggio del 31enne romano, poi deceduto nell’ottobre 2009 dopo un arresto per droga. Insomma non erano solo “mele marce” in una stazione di periferia: la catena di comando avrebbe operato per coprire anziché scoprire l’accaduto. Perfino nel 2015, durante l’inchiesta bis. Ricorda i fatti della scuola Diaz al G8 di Genova del 2001, con le bottiglie molotov portate dalla polizia per arrestare i 93 innocenti massacrati nell’irruzione. A breve il pm potrebbe chiedere il rinvio a giudizio degli ufficiali, perché il giudice decida ci vorranno mesi. E siccome sono già passati quasi dieci anni l’eventuale processo ter rischierebbe la prescrizione in primo grado.
Della costituzione di parte civile non ha parlato il comandante generale, Giovanni Nistri, nella sua lettera a Ilaria Cucchi, la sorella di Stefano, datata 11 marzo e resa nota ieri da Repubblica. Ne ha parlato il generale Roberto Riccardi, capo delle Relazioni esterne dell’Arma, quando ha consegnato la lettera alla donna. Repubblica parla di un intervento processuale dell’Arma, contro i suoi, “qualora nella richiesta di rinvio a giudizio evidenti le circostanze che la vedono parte lesa”. Ilaria Cucchi conferma: “Bisognerà attendere la richiesta di rinvio a giudizio”. Il generale Riccardi non conferma e non smentisce. Dal Comando però ipotizzano di intervenire solo dopo il rinvio a giudizio. Nistri in ogni caso ha escluso misure disciplinari prima del processo, come invece è avvenuto a Firenze per i due carabinieri accusati dello stupro di due studentesse statunitensi e radiati dall’Arma perché in ogni caso avevano usato indebitamente l’auto di servizio per portare a casa le ragazze. Qui invece il Comando non sembra vedere che, se anche non fossero dimostrati reati, sarebbero state comunque commesse significative negligenze. Non fece una gran figura neppure l’allora comandante provinciale, generale Vittorio Tomasone, mai indagato.
Un passo avanti dell’Arma indubbiamente c’è stato e un ruolo l’ha giocato la ministra M5s della Difesa Elisabetta Trenta, come peraltro conferma la presa di posizione di Conte. E il vicepremier M5s Luigi Di Maio ha apprezzato “la lettera, umana e autorevole” del generale Nistri. A tarda sera ha battuto un colpo anche il ministro dell’Interno, il leader leghista Matteo Salvini. Toni diversi e niente scuse ai Cucchi: “Chi sbaglia paga, anche se indossa una divisa, ma non accetto che l’errore di pochi comporti accuse o sospetti su tutti coloro che ci difendono: sempre dalla parte delle Forze dell’Ordine”.
Cucchi, il superteste in aula: “Calci in faccia steso a terra”
Chissà se il muro di gomma sfondato dal vicebrigadiere Francesco Tedesco sulla morte di Stefano Cucchi abbia avuto un peso sull’annunciata intenzione del comandante generale Giovanni Nistri di costituirsi parte civile contro ufficiali dell’Arma indagati per depistaggio. Intanto, ieri, alla fine della deposizione di Tedesco al processo per la morte del ragazzo, avvenuta a Roma dopo l’arresto nel 2009, la sorella Ilaria Cucchi commenta: “Dopo dieci anni di menzogne, in questa aula è entrata la verità raccontata dalla viva voce di chi era presente quel giorno. Sentivo Tedesco descrivere come è stato ucciso mio fratello e il mio sguardo cercava quello dei miei genitori che ascoltavano raccontare come è stato ucciso il loro figlio. È stato devastante, ma quanto accaduto a Stefano non si potrà mai più negare”.
Ed eccolo il racconto agghiacciante di quella notte del 15 ottobre 2009 che Tedesco, imputato di omicidio preterintenzionale e falso, fa alla Corte d’assise, dopo aver parlato con il pm Giovanni Musarò sei mesi fa: “Con i pupilli del maresciallo Mandolini (imputato di calunnia e falso, ndr) Raffaele D’Alessandro e Alessio Di Bernardo (imputati di omicidio preterintenzionale, ndr) andiamo alla caserma Casilina per il fotosegnalamento. Io sto seduto, D’Alessandro è al computer e Di Bernardo deve effettuare il fotosegnalamento. Stefano non vuole essere fotosegnalato e prova a dare a Di Bernardo uno schiaffo figurativo, più che altro è un gesto ridicolo. Hanno un battibecco, io chiamo il maresciallo Mandolini, che ci ordina di rientrare, ma Di Bernardo che è davanti al ragazzo, si gira e gli dà uno schiaffo violento. Grido: ‘Ma che cazzo fai?’ e mentre mi alzo, D’Alessandro dà a Stefano un calcio nell’ano con la punta della scarpa, con violenza. Io spingo Di Bernardo, nel frattempo Cucchi cade a terra e sento il rumore della testa che aveva battuto e D’Alessandro gli dà un calcio in volto. Grido ancora: ‘Ma che cazzo fate?’. Aiuto Stefano a rialzarsi, gli chiedo come sta e mi risponde: ‘Sono un pugile, non preoccuparti’, ma si vedeva che era stordito. In macchina resta in silenzio accanto a me. Io sconvolto, i miei colleghi, tranquilli, mi dicono: ‘Non preoccuparti, parliamo noi con Mandolini’”.
Tedesco spiega che aveva provato a dire la verità con una nota di servizio, poi sparita: “Ero terrorizzato, sono andato nel panico quando mi sono reso conto che era stata fatta sparire la mia annotazione. Davanti a me, per farmi sentire irrilevante, il maresciallo Mandolini parlava con superiori di note di servizio da rifare, per me fu una violenza. Una sera venni chiamato al telefono da Di Bernardo e D’Alessandro che mi dissero: ‘Fatti i cazzi tuoi, mi raccomando’”.
E quando Tedesco chiese a Mandolini, nel 2009, come si sarebbe dovuto comportare davanti al pm, il maresciallo gli avrebbe risposto: “Tu devi seguire la linea dell’Arma se vuoi continuare a fare il carabiniere”. Poi, però, accadono dei fatti che lo portano alla decisione di collaborare: la coraggiosa testimonianza del carabiniere Casamassima (che ha fatto riaprire le indagini) e il capo di imputazione per omicidio preterintenzionale: “La sua lettura mi colpì perché descriveva quello a cui avevo assistito e non sono riuscito più a tenermi dentro questo peso. Adesso che sono stato sospeso dall’Arma mi sento meglio, senza più intimidazioni e pressioni”.
All’inizio della sua testimonianza, durante la quale soprattutto l’avvocato Naso, difensore di Mandolini, ha provato a farlo contraddire, Tedesco si è rivolto alle parti civili: “Chiedo scusa alla famiglia Cucchi e agli agenti della polizia penitenziaria, imputati al primo processo”.
Antoci al Pd: “Non mi candido: ci sono problemi di sicurezza”
La sua non candidaturaalle Politiche fu un caso perché i renziani non la vollero, la sua non candidatura alle Europee 2019 rischia di esserlo in un altro senso. Nonostante negli ultimi tempi Zingaretti avesse corteggiato l’ex presidente del Parco dei Nebrodi offrendogli il posto di capolista al Sud o nelle Isole, Giuseppe Antoci ieri ha annunciato che non correrà: “Il mio spostamento all’estero provocherebbe una forte diminuzione delle mie tutele considerato che, come sembra, il regime che mi viene applicato in Italia non verrebbe integralmente replicato all’estero”. Impegnato sul fronte antimafia, era già scampato a un attentato della criminalità organizzata nel maggio 2016: un commando aprì il fuoco contro la sua macchina. Antoci rassicura che continuerà a lavorare “senza sosta e senza indugio” per combattere il fenomeno mafioso, ma senza muoversi dall’Italia, dove ha intenzione di improntare “una forte azione di riattivazione di tutti quei circuiti territoriali e associativi che possano rendere la lotta alle mafie non una vicenda riservata ad alcuni, ma un progetto sociale e culturale condiviso e aperto”.
Il n.1 sarà Sabelli Bussetti manda la contabile “leghista” in cda
Un super manager per la presidenza. Uno stimato primario per il Ministero della Salute. E per l’Istruzione… una commercialista di Varese, Simona Cassarà. Per la serie “trova l’intruso” ecco le nomine di Sport e Salute, la nuova società creata dal governo che toglierà soldi e potere al Coni (gestendo circa 370 milioni l’anno di finanziamenti). Ieri il sottosegretario Giorgetti ha ufficializzato la scelta di Rocco Sabelli: l’ex amministratore di Alitalia sarà il n.1 della partecipata. La ministra Giulia Grillo, per la Salute, aveva già indicato Francesco Landi, primario di riabilitazione geriatrica al Gemelli, esperto di salute del muscolo voluto dal M5S. L’ultimo tassello del Cda a tre è del Ministero dell’Istruzione: si pensava a una professoressa appassionata di sport; si era fatto il nome di un’ex atleta, Giuliana Cassani, scartata anche perché a rischio incompatibilità (già eletta nel consiglio regionale Fidal, atletica). Alla fine sarà sempre una donna (lo impongono le quote rosa), che però non ha molto a che vedere con la scuola e neppure con lo sport: la prescelta è Simona Cassarà, commercialista di Solbiate Olona, che nemmeno aveva fatto domanda alla manifestazione d’interesse indetta dal governo. In compenso la 50enne ottempera un altro requisito, evidentemente più importante: è leghista. Riferimento del Carroccio nel suo Comune, in corsa per le liste per le Europee, siede già nel collegio sindacale di Prealpi Servizi srl, società pubblica che riunisce le tre principali ex municipalizzate della provincia di Varese, poltrona da 40mila euro l’anno. Gli alleati 5 Stelle già erano rimasti delusi dalle gestione del bando da parte di Giorgetti (gli oltre 200 curriculum, mai resi noti da Palazzo Chigi, sono stati pubblicati solo dal Fatto), forse non apprezzeranno la scelta di una “esterna”. Ma la casella spetta a Bussetti. Con lei la terna è completa: dopo l’approvazione parlamentare inizierà la nuova era di Sport e Salute.
Stm, dopo la Bugno M5S vuole Morselli
L’avventura di Claudia Bugno in STMicroelectronics, come è noto, finirà prima di cominciare. Meno noto è che i 5Stelle hanno già il sostituto in mente e stanno tentando di convincere Giovanni Tria a scegliere Lucia Morselli, manager che ha stretto legami con quel pezzo di estabilishment che guarda al Movimento per la faccende di sottopotere.
Bugno ha rinunciato alla nomina. L’assemblea, fissata per il 23 maggio, è in attesa che il governo indichi un nuovo nome. La notizia della designazione nel board del colosso franco-italiano dei microchip della fedelissima consigliera, al centro delle polemiche per il suo ruolo al Tesoro, aveva fatto infuriare i 5Stelle e pure la Lega. Andrà invece nel cda dell’Agenzia spaziale italiana.
Modenese, classe 1956, manager accreditata di modi ruvidi, Morselli ha oggi i giusti quarti di grillismo. È responsabile del Dipartimento economia della Link University, l’ateneo fondato dall’ex ministro Vincenzo Scotti che ha fornito ai 5Stelle un pezzo di classe dirigente.
L’amicizia con Scotti le ha aperto le porte del Movimento. Secondo Lettera 43 l’avrebbe addirittura indicata alla presidenza di Tim (dove siete in cda indicata dal Fondo Elliott) al posto di Fulvio Conti, in bilico da tempo.
Il suo curriculum è sterminato, una dozzina di incarichi e oltre 40 cessati. Ha iniziato alla corte di Franco Tatò, storico manager dei colossi statali che ha conosciuto in Olivetti a inizio anni 80 e con cui nel 2003 ha fondato la società di consulenza omonima. Il primo ruolo da ad è arrivato nel 1995 in Telepiù, poi confluita in Sky. Nella galassia che fu di Rupert Murdoch è stata responsabile europeo di News Corporation e Stream. Nel 2005 è stata per un mese ad della Magiste Sa, la società lussemburghese che fa capo al “furbetto del quartierino” Stefano Ricucci.
Nel 2014 è stata nominata ad delle Acciaierie Ast di Terni dalla ThyssenKrupp (lasciata nel marzo 2016 per andare nel cda di Terna), dove ha mostrato la sua abilità manageriale più nota, quella di tagliatrice di teste, appresa da Kaiser Franz. Abilità che l’ha portata allo scontro feroce con i sindacati.
Divenne famoso il suo blitz notturno davanti ai cancelli della fabbrica ferma per un lungo sciopero. La Cdp l’ha poi scelta per guidare Acciaitalia, la cordata con cui la Cassa, insieme ai franco-indiani di Jindal e alla Delphin di Leonardo Del Vecchio, patron di Luxottica, tentò di rilevare l’Ilva, perdendo contro Arcelor Mittal. Rumor finanziari riferirono del suo ruolo di consigliori di Luigi Di Maio quando, nell’estate 2018, mise in discussione la cessione del siderurgico.
Caio Giulio Cesare Mussolini, dagli sceicchi al sovranismo
Il cognome è pesante: Mussolini. I tre nomi non aiutano a sdrammatizzare: Caio Giulio Cesare. Una carta d’identità che tiene insieme tutta la retorica un po’ accattona della Roma imperiale, dal conquistatore fino al Duce. Caio Giulio Cesare Mussolini (che di Benito è pronipote) si candida con Fratelli d’Italia alle elezioni europee. Giorgia Meloni – in nome della retorica accattona di cui sopra – ha dato l’annuncio con un video di fronte al Palazzo della Civiltà italiana. Ovvero il “Colosseo quadrato” dell’Eur, uno degli edifici simbolo del ventennio, che riporta sulle facciate il celebre discorso di Mussolini (senior): “Un popolo di poeti, di artisti, di eroi, di santi”.
L’operazione è abbastanza plateale. Nella sfida a Matteo Salvini per contendersi l’elettorato post fascista, Meloni si gioca il jolly: i più nostalgici potranno scrivere sulla scheda elettorale la parola magica. “Mussolini”. E lui, Caio Giulio Cesare, se tutto andrà bene se ne andrà a Strasburgo.
Tutt’altro clima rispetto ad Abu Dhabi. Mussolini vive negli Emirati Arabi da 12 anni, è stato per quasi 10 il responsabile del Medio Oriente di Finmeccanica, ufficio aperto con lui in epoca Guaguaglini.
Chi ci ha lavorato non riesce a non parlarne bene. Due lauree, tre lingue (inglese, francese e spagnolo), comportamento impeccabile: lo descrivono come un uomo preciso, scrupolo, affidabile. Fisico asciutto e formazione militare: Caio Giulio Cesare è stato ufficiale della Marina, per 8 anni ha lavorato sui sommergibili. Nato in Argentina, cresciuto in Venezuela, dopo la carriera militare è stato manager di Oto Melara, controllata di Fineccanica. Poi il grande salto in Medioriente, dove ha gestito commesse pesanti. Come quella dei caccia Eurofighter venduti al Kuwait, un affare da 4 miliardi. La firma è arrivata nel 2015 ma il lavoro preparatorio era iniziato già nel 2008. E Mussolini era una figura importante, uomo di molteplici relazioni nelle ambasciate e nelle corti del potere locale. Insomma, per citare chi l’ha conosciuto, “una risorsa molto preziosa per Finmeccanica”. Almeno fino all’arrivo come amministratore delegato di Mauro Moretti nel 2014. Mussolini viene cacciato da un giorno all’altro. Secondo i maligni “proprio per colpa del suo cognome”.
Insomma, malgrado le riconosciute capacità professionali, la carriera e la vita di Caio girano in un modo o nell’altro attorno al suono della parola “Mussoloni”. Il pronipote del Duce – figlio di Guido e nipote del secondo genito Vittorio – non manca di lamentarsene nelle interviste. “Spesso quando chiamo un ristorante per prenotare un tavolo mi attaccano il telefono in faccia. O mi chiedono se sono un parente. Rispondo: ‘Parente di chi? Ho un papà, una mamma, uno zio…’” Per chiamarsi così ci vuole il fisico. “Penso che se fossi stato alto 1 metro e 90 non avrei sentito un peso del genere sulle mie spalle. Purtroppo sono solo 1 e 80”. Da tempo è in pessimi rapporti con Facebook. Ieri, tornato alla ribalta dopo la candidatura, ha annunciato la battaglia disperata contro il social di Mark Zuckerberg: “Il mio profilo personale è stato bloccato solo perché il mio cognome è Mussolini. Qui l’unico discriminato sono io. Facebook si comporta come un centro sociale. Sto valutando se iniziare un’azione legale”. Ma è una vecchia polemica. In un’intervista alla Verità di febbraio già raccontava il suo cruccio: “Secondo Facebook non avrei diritto al mio nome. Ho fatto anche delle controprove. ‘Caio Mao’ lo accetta. ‘Caio Stalin’ lo accetta. Persino ‘Caio Polpot’. Capirà che anche la storia merita la par condicio”. Peggio che a lui è andata alla cugina Edda Negri Mussolini: “A Facebook non vanno bene né i Negri né i Mussolini, si figuri insieme”.
Caio è fascista non rinnegato, ma atipico: “Un post fascista che si richiama a quei valori in modo non ideologico”, dice lui. Dopo Alessandra e Rachele Mussolini, potrebbe essere il terzo della sua stirpe a occupare una carica politica: un seggio al Parlamento europeo, gentilmente offerto da Giorgia Meloni (che nei confronti del suo cognome non ha alcuna forma pregiudizio). Scappato da quel marchio, alla fine riuscirà forse a ottenerne qualche profitto: Mussolini dà, Mussolini toglie.
Reddito, 800 mila domande. Il 32% in Campania e Sicilia
Ora che si è aperta la seconda finestra per fare domanda per il reddito di cittadinanza, il ministero del Lavoro ha fatto un bilancio di come sono andate finora – quindi un mese – le richieste. Secondo i dati, al 7 aprile erano 806.878 le domande caricate dall’Inps, con una leggera prevalenza da parte delle donne: 433.270 (54%) contro 373.608 uomini (46%). Più di sei richiedenti su dieci sono di mezza età: tra 45 e 67 anni per il 61% (494.213 domande) seguiti dal range 25 – 40 anni, con 182.100 domande (poco meno del 23%). Il resto delle domande è distribuito tra gli ultra67enni (105.699 domande, pari a poco più del 13%) e poco più del 3% tra i minori di 25 anni. Ai primi posti delle regioni, la Campania e la Sicilia: raccolgono insieme il 32% delle domande (137.20 domande la Campania e 128.809 domande la Sicilia); al terzo posto il Lazio con 73.861 domande, quindi la Puglia con 71.535. La Lombardia, che inizialmente era quella in vetta, è ora quinta con 71.310 richieste. Se si guarda alle grandi città, Napoli svetta con 78.803 domande, è seguita da Roma che raccoglie 50.840 domande e all’ultimo posto si colloca Bolzano con 356 domande.