La flat tax per ora resta solo una promessa

La flat tax per ora è soltanto un annuncio. Ma condiviso dall’intero governo: “Non è solo Matteo Salvini che spinge per la flat tax ma tutto il governo, perché è nel Contratto di governo”. Oggi il Consiglio dei ministri approverà il Documento di economia e finanza che fissa il quadro dei numeri per la legge di Bilancio in autunno. Ma, sulla base delle indiscrezioni di ieri, sulla flat tax ci sarà ben poco di concreto. Al massimo un impegno politico formale, ma nessun numero.

Secondo fonti del Tesoro, non ci saranno costi espliciti da coprire. Perché in questo Def pre-elettorale il governo ha l’esigenza di rimanere sul vago su tutti i punti politicamente più sensibili: a cominciare da come disinnescherà gli aumenti automatici dell’Iva (23 miliardi da gennaio) o dove troverà le risorse già indicate a bilancio per le privatizzazioni (18 miliardi) di cui non c’è traccia.

“Stiamo studiando una flat tax fino ai 50 mila euro di reddito familiare”, ha detto ieri Salvini. Difficile stimare il costo complessivo. Oggi chi guadagna meno di 8.000 euro all’anno non paga tasse, sopra quella soglia le aliquote Irpef sono cinque, dal 23 al 43 per cento, ma riguardano il reddito del singolo contribuente. La promessa di Salvini – una aliquota agevolata, più che una vera flat tax universale – usa come parametro quello familiare, così da evitare che un beneficio indirizzato a redditi bassi finisca per essere fruito anche da una famiglia in cui uno dei due coniugi ha invece introiti ben più elevati. Costi e benefici dipendono anche da come vengono riviste le detrazioni fiscali che contribuiscono in modo considerevole a determinare l’effettivo carico fiscale sui redditi da lavoro. I dipendenti con redditi fino a 8.000 euro, per esempio, beneficiano di una detrazione da 1.880 euro proprio in quanto dipendenti. Poi c’è il bonus da 80 euro mensili introdotto dal governo Renzi che si applica fino a 26.600 euro di reddito individuale. La sua abolizione permetterebbe di recuperare 10 miliardi all’anno.

Dalla Lega, però, al momento filtrano soltanto idee piuttosto vaghe sulle coperture. Armando Siri, sottosegretario leghista ai Trasporti e primo sostenitore della flat tax, suggerisce di trovare coperture attingendo al patrimonio dello Stato: “Possiamo mettere in campo per la prima volta una straordinaria valorizzazione del nostro patrimonio immobiliare che vale 400 miliardi di euro, anziché continuare a lasciar marcire gli edifici perché non abbiamo i soldi per fare la manutenzione”. Peccato che già l’ultima legge di Bilancio prevedeva di recuperare proprio dagli immobili i 18 miliardi di privatizzazioni. Dopo oltre quattro mesi dall’approvazione, niente pare essersi mosso.

Le promesse per ora, quindi, possono soltanto essere molto vaghe. L’alternativa sarebbe prendere impegni per miliardi di euro senza coperture che innescherebbero all’istante una crisi di fiducia sui mercati e la fuga dal nostro debito pubblico.

Sky, il tg diventa lobby per aziende in cerca di politici

SkyTg24 si rinnova: non è più un telegiornale che fa informazione con la patina del prodotto giornalistico british, ma diventa anche un luogo riservato per i lobbisti che cercano di reclutare politici, dialogare con i parlamentari più riottosi, conquistare fiducia, consenso, sostegno.

Il primo cliente di Sky è Atlantia dei Benetton, il gruppo che ha in concessione statale le autostrade, le stazioni di ristoro, gli aeroporti di Roma e che si trascina l’onta del crollo del ponte Morandi di Genova. Il governo ha promesso punizioni esemplari contro le negligenze di Autostrade per la tragedia di agosto, ma l’indignazione nazionalpopolare è scemata col tempo e adesso Palazzo Chigi ha sondato proprio la famiglia Benetton per salvare l’ex compagnia di bandiera Alitalia e torna in auge la questione della revoca delle concessioni autostradali. Il momento è perfetto, quasi catartico. E la multinazionale che fu di Murdoch e ora è degli americani di Comcast, può lanciare la lobby per conto terzi con Atlantia.

Il metodo è semplice. SkyTg24 ci mette il marchio, il comodo studio romano di piazza Montecitorio, il direttore Giuseppe De Bellis e invita i parlamentari, per l’occasione quelli che siedono in commissione Trasporti (Camera) e Lavori pubblici (Senato), cioè quelli che influiscono sul destino di Atlantia, a un incontro a porte chiuse con l’amministratore delegato Giovanni Castellucci. Al solito il tema è largo e vago: aeroporti e sviluppo dell’Italia. Cornetti, cappuccini, un po’ di frutta e un po’ di salato, un’ora e mezza di impegno, al mattino verso le 8 e 30 con il Parlamento e le Commissioni a riposo: trenta minuti per la colazione e le presentazioni informali, il resto per discutere sul nulla, ma prezioso per stringere rapporti.

Atlantia ha prenotato quattro appuntamenti, uno è ufficiale, gli altri tre sono in fase di trattativa. Il contesto è quello di un approfondimento televisivo di SkyTg24, i politici lo conoscono bene, non subiranno traumi, con la differenza che le telecamere sono spente e gli spettatori da casa non sono ammessi. Per ragioni di sicurezza, neanche il catering e il personale non addetto potrebbe entrare in uno studio di registrazione, ma le esigenze aziendali sono supreme e perciò insindacabili. Non ci sono precedenti per stimare il prezzo del servizio cucito su misura per Atlantia. Dal gruppo Benetton fanno sapere che per l’evento Sky non ha chiesto pagamenti. E la tv conferma. Va precisato, però, che Atlantia con le sue aziende fa pubblicità in televisione e negli anni scorsi ha investito alcune centinaia di migliaia di euro sui canali della piattaforma satellitare e produce una trasmissione che va in onda su Sky Arte, Sei in un Paese meraviglioso.

Il settore “convegnistica” di Sky è al debutto, segue la logica di una testata giornalistica inserita sotto il controllo della direzione Comunicazione e Affari istituzionali. Quella che si usa per la lobby, appunto. Tant’è che la sede del telegiornale di Roma viene già sfruttata per ospitare i parlamentari appassionati di calcio con la proiezione delle partite di Champions League e una sana cena a buffet, mentre a Milano le delegazioni di politici – dai giovani under 30 all’intergruppo Innovazione – vanno a visitare i prodigi tecnologici del polo di Rogoredo.

Ieri il Fatto ha contattato Atlantia e Sky Italia. Appena ha captato il nostro interesse per la notizia, nel pomeriggio, Sky ha diffuso un comunicato atipico – senza date e senza motivi – per illustrare l’iniziativa, un tentativo maldestro e poco originale per prevenire eventuali polemiche: “Raccontare il mondo che cambia. Come i grandi temi del futuro impatteranno sulle nostre vite? Cosa vuol dire fare innovazione? Quali sono le sfide con cui devono misurarsi i decisori pubblici? Sono queste le domande a cui SkyTg24…”. Troppe domande per una risposta banale: si chiama lobby. Nient’altro.

In soccorso del caro Nanni

Su Rai3, Report ha dedicato una puntata a Ubi e al potere di Giovanni Bazoli, con una ricostruzione inedita della vicenda che parte dalla liquidazione del Banco Ambrosiano, la banca di Roberto Calvi e della P2, e culmina con la costruzione di Intesa Sanpaolo, presieduta da Bazoli fino al 2016. Bazoli, la cui reputazione si fonda sull’essere stato il grande nemico di Calvi e Michele Sindona, non ha gradito che venissero sollevati dubbi sugli strascichi di quella storia, tra società offshore e conti misteriosi. Per la prima volta il banchiere querela un giornalista, Giorgio Mottola di Report. Ma non per la prima volta usa il Corriere della Sera per difendersi: un’intera paginata, domenica, come ai bei tempi, quando Intesa era l’editore di fatto del quotidiano di Via Solferino. Le parole di Bazoli sono un bignami del capitalismo di relazione (e del ruolo che in esso hanno i giornali): l’86enne banchiere non entra nel merito, ma schiera a sua difesa il compianto Carlo Azeglio Ciampi, attribuisce a Mario Draghi la benedizione per la nascita di Ubi (come dire: chi se la prende con me, se la prende anche con l’uomo che ha salvato l’euro), chiama l’intero Paese a elaborare “anticorpi intellettuali e morali per reagire a questi e altri veleni”. Ma quando un potente deve esibire il suo potere, è il segno che il suo declino – non solo per ragioni di anagrafe – è ormai irreversibile.

La “distrazione di sistema”. Così è nato il “terremoto”

Il 24 maggio scorso, da presidente del Consiglio incaricato, Giuseppe Conte decise di incontrare in serata una delegazione dei “truffati” delle banche. L’incontro avvenne al termine delle consultazioni, alla vigilia di quello col governatore di Bankitalia Ignazio Visco. Basterebbe questo per spiegare la rilevanza che ha assunto una vicenda che ha terremotato il settore bancario, travolgendo il governo Renzi.

Chi sono. Con il termine “truffati” delle banche, ci si riferisce ai circa 300 mila ex azionisti e piccoli investitori delle quattro banche mandate in “risoluzione” dal governo Renzi il 22 novembre 2015 – Etruria, Marche, CariFe e CariChieti – e delle due Popolari venete – Popolare di Vicenza e Veneto Banca – finite in liquidazione nel giugno del 2017. Con Etruria&C. sono stati azzerati circa 110 mila azionisti e 12 mila obbligazionisti subordinati. Questi ultimi in ossequio alle norme Ue sugli aiuti di Stato alle banche. Per le venete parliamo di 210 mila azionisti e alcune migliaia di bondisti. Se si circoscrivono i dati solo alle famiglie, il conto si ferma poco sotto i 300 mila risparmiatori. In fumo sono andati quasi 15 miliardi di euro. Limitandosi ai soli piccoli clienti individuali, la cifra si riduce di molto.

Perché il rimborso. Il blitz del governo Renzi, avvenuto per decreto (sostanzialmente scritto da Bankitalia), ha terremotato il settore. Si contano almeno due suicidi accertati: quello del pensionato Luigi D’Angelo, che aveva acquistato obbligazioni subordinate di Etruria sul mercato secondario, e quello di Antonio Bedin, pensionato e azionista della Banca popolare di Vicenza. In questi mesi molti “truffati” hanno ottenuto dai giudici sentenze che obbligano le nuove banche, nate dalle ceneri di quelle in dissesto, a risarcirli. Un bel guaio per gli istituti a cui sono state regalate, da Intesa (per le due venete) a Ubi (che si è presa Etruria, Marche e CariChieti). Sentenze favorevoli, seppure non vincolanti, sono arrivate a raffica anche dall’Arbitro finanziario della Consob. Nei tribunali sono emerse anche le colpe “in vigilando” di Consob e Banca d’Italia. Davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche, le authority si sono rinfacciate le colpe. Ne è emerso il sospetto che si sia trattato di una “distrazione di sistema”: i vigilanti hanno chiuso un occhio per permettere alle banche di salvarsi, salvo poi denunciare e multare tutti a babbo morto. Tutte e sei le banche hanno venduto azioni sostanzialmente illiquide e obbligazioni rischiose alle famiglie, quasi sempre già clienti degli istituti, in violazione degli obblighi informativi. In Veneto si è fatto di più: quasi un miliardo di capitale di Pop Vicenza è stato finanziato con soldi prestati dalla stessa banca ai clienti. C’è poi l’aspetto che riguarda le norme europee che impongono di accollare le perdite in primis agli investitori in caso di salvataggio pubblico. Nelle scorse settimane, la Corte di Giustizia europea ha dato torto a Bruxelles sul caso Banca Tercas: i soldi del Fondo interbancario di tutela dei depositi usato per salvare l’istituto non erano da considerare aiuti di Stato. Quel no fu determinante nel bloccare l’uso dei Fitd già deciso per le quattro banche. In quel modo, certamente si sarebbe evitato di azzerare in una notte i soldi in mano a migliaia di obbligazionisti.

Quanto fatto. Travolto dalle polemiche, il governo Renzi ha previsto un rimborso a carico dei soli obbligazionisti, con un doppio binario, a carico del Fondo interbancario di tutela dei depositi (cioè del settore bancario): indennizzo automatico pari all’80% per chi aveva reddito inferiore ai 35 mila euro lordi o patrimonio mobiliare fino a 100 mila euro. Chi voleva vedersi rimborsato tutto è dovuto invece passare dall’arbitrato affidato all’Autorità anticorruzione. Per quest’ultimi, però, i decreti attuativi sono arrivati oltre un anno dopo, di fatto lasciando poca scelta ai risparmiatori, visto che un’opzione escludeva l’altra. Su Etruria&C. sono stati azzerati circa 400 milioni di bond in mano a 12 mila piccoli clienti. Per loro il Fitd ha terminato il lavoro: sono state liquidate 15.443 richieste di indennizzo (considerando anche i titoli cointestati), su 16 mila arrivate, per un controvalore di 180 milioni. Per le venete, il Fitd ha ricevuto 8.522 richieste: ne ha rigettate 1.113 e liquidate 3.788 per un controvalore di 18 milioni. Agli arbitrati Anac si sono rivolti in 1.735, di cui per ora circa mille si sono conclusi con una decisione favorevole (controvalore 33 milioni di euro). Dal meccanismo sono rimasti fuori migliaia di persone che avevano acquistato i titoli sul mercato secondario, quindi non direttamente dalle banche di cui erano già clienti (il valore stimato è di 50 milioni). E tutti gli azionisti. Categorie che oggi rientrano nella nuova proposta di indennizzo del governo Conte. Quello Gentiloni aveva stanziato per gli azionisti 100 milioni, ma in un anno si è scordato i decreti attuativi.

Il governo sigla la pace sui truffati

Alla fine la spunta Giovanni Tria. Il caso dei “truffati” delle banche, che sta agitando il governo da settimane, si chiuderà applicando la proposta avanzata dal ministro dell’Economia e concordata con Bruxelles. Oggi il Consiglio dei ministri dovrebbe approvare le modifiche e chiudere virtualmente una vicenda aperta tre anni fa, quando il governo Renzi mandò in risoluzione Etruria, Marche, Carichieti e Carife.

Le modifiche sono state illustrate ieri a Palazzo Chigi, dove il premier Giuseppe Conte – insieme a Tria, ai sottosegretari Alessio Villarosa (M5S) e Massimo Bitonci (Lega) e al ministro dei Rapporti col Parlamento Riccardo Fraccaro – ha incontrato le associazioni che in questi mesi si sono fatte portavoce dei 300 mila ex azionisti e piccoli investitori di Etruria&C. e delle Popolari venete. Dopo un’accesa discussione, la proposta di Tria è passata col voto favorevole di 17 associazioni su 19. Contro si sono espresse due sigle del Veneto assai ascoltate da Lega e M5S: quella guidata da Andrea Arman, già candidato dei 5Stelle alle Politiche e “Noi che credevamo nella Popolare di Vicenza”, presieduta da Luigi Ugone, gli stessi che organizzarono l’incontro con i truffati con Luigi Di Maio e Matteo Salvini a Vicenza il 9 febbraio scorso. L’alternativa era rimandare tutto di settimane.

Le modifiche riguardano la norma contenuta in manovra, con cui il governo ha stanziato 1,5 miliardi per rimborsare i “truffati”: 30% del danno subito per gli azionisti e 95% per gli obbligazionisti (fino a un massimo di 100 mila euro). Si sono rese necessarie perché nel passaggio alla Camera si è eliminato l’obbligo, per chi accede al fondo, di dimostrare di aver subito una vendita fraudolenta dei titoli, introducendo così un rimborso generalizzato. Modifica a cui il Tesoro era contrario e considerata da Bruxelles aiuto di Stato.

La soluzione contrattata dal Tesoro ha convinto buona parte delle sigle. Alcune, per la verità, rappresentanti di pochissimi associati. Viene istituito un doppio binario: rimborso automatico per chi ha l’Irpef non superiore ai 35 mila euro o un patrimonio mobiliare sotto i 100 mila euro; gli altri verranno valutati da una commissione tecnica istituita al Tesoro che non passerà in rassegna caso per caso ma agirà con una “tipizzazione” delle violazioni massive nella vendita dei titoli. Insomma, un arbitrato assai semplificato per convincere Bruxelles. Secondo i tecnici del ministero nel primo binario rientra quasi il 90% della platea potenziale, stimata in 300 mila persone. Percentuale forse assai generosa, ma la norma in manovra prevedeva un passaggio per tutti dalla Commissione.

“Non ha vinto la linea Tria, ma quella dei truffati”, ha esultato Conte, che ha convocato le associazioni per uscire dallo stallo in cui si era cacciato il governo. Per settimane Luigi di Maio e Matteo Salvini hanno intimato a Tria di firmare i decreti attuativi, bloccati dal veto di Bruxelles e dal rischio di dover rispondere di danno erariale.

Padroni e sindacati uniti nella lotta

La lotta di classenon si porta più, si sa. E già che quella non si porta più torna dopo oltre un decennio – nello spirito del Lingotto, a dimostrare che gli studi di microbiologia non ci sono estranei – la mitica “alleanza dei produttori”. Nel 2007 a tenerla insieme bastava Walter Veltroni, oggi addirittura ci è voluta l’Unione europea tutta intera. Ci si riferisce all’appello unitario Confindustria, Cgil, Cisl e Uil – ci informano le agenzie – “per un’Europa delle riforme, dell’inclusione e del lavoro”: padroni e sindacati italiani, in buona sostanza, esortano con una certa dose di ottimismo “i cittadini di tutta Europa” ad andare a votare a maggio “per sostenere la propria idea di futuro e difendere la democrazia, i valori europei, la crescita economica sostenibile e la giustizia sociale” (tutte cose ben note soprattutto ai cittadini greci, portoghesi, spagnoli, irlandesi e italiani). Insomma, ognuno vada a votare per quel che crede, ma contro “quelli che intendono mettere in discussione il progetto europeo per tornare all’isolamento degli Stati nazionali richiamando in vita gli inquietanti fantasmi del Novecento”. No ai totalitarismi, per carità, specie quelli fantasma e dunque viva l’alleanza post politica dei produttori la quale – citando Woody Allen – invera il mondo in cui “lupo e agnello dormiranno insieme, anche se l’agnello dormirà ben poco”.

Fico è l’anti-Capitano: “Il M5S non fa alleanze coi partiti sovranisti”

Il presidentedella Camera Roberto Fico, come i suoi predecessori, non rinuncia a fare politica come può. Ieri, ad esempio, il capo della minoranza interna grillina ha voluto separare quanto possibile il destino del M5S e della Lega nel dopo Europee: “Il Movimento non farà alleanze con le forze sovraniste in Europa, è stato già detto e chiarito. Il Movimento è altro rispetto alla Lega, in Europa come in Italia”, ha detto ieri alla conferenza dei presidenti dei Parlamenti dell’Unione europea. Se non altro, l’alleato Salvini potrà essere contento del discorso ufficiale del “signor Fico” (come lo chiama gentilmente il leader leghista): “Sono sostanzialmente inattuati i principi di solidarietà e di equa ripartizione delle responsabilità previsti dall’articolo 80 del Trattato sul funzionamento dell’Unione”, ha detto Fico ai colleghi, invocando “condivisione delle responsabilità relative ai migranti giunti sul territorio europeo soprattutto via mare” e chiedendo che venga stabilito il principio “che chi approda in uno Stato membro qualsiasi, va preso in carico dall’Europa nel suo complesso”. In sostanza, Fico chiede “il superamento, non la semplice revisione, del regolamento di Dublino sui rifugiati”.

I commissari sovranisti come i “carri di Mussolini”

Il ministro leghista Lorenzo Fontana ha toccato ieri il punto della partita europea: “Penso che avremo un gruppo da 120 a 140 parlamentari, con 3-4-5 governi rappresentati nel Consiglio europeo e con un certo numero di commissari europei, da tre a cinque. Una forza che non può essere trascurata”.

Le parole di Fontana, che per Matteo Salvini segue da tempo il dossier europeo, toccano il punto nevralgico: quanti governi seguiranno le posizioni della Lega e avranno un rappresentante “sovranista” nella prossima Commissione europea?

L’auspicio dei cinque commissari, avanzato da Fontana, potrebbe somigliare ai famosi carri armati di Mussolini, pochi e inefficienti, ma spostati in continuazione per far credere a Hitler di avere un esercito potente.

Così Salvini, quando annuncia i commissari sovranisti, non fa che rivendere quelli già esistenti ma che non sono schierati con i sovranisti e che sono rimasti nel Partito popolare europeo, come l’ungherese Fidesz di Viktor Orbán, e il PiS polacco che invece ha scelto di stare nel gruppo dei Conservatori in cui si trova Fratelli d’Italia. Ma osservando gli invitati di ieri a Milano – su Marine Le Pen e la Francia torneremo tra poco – le chance di contare all’interno della governance europea sono molto scarse.

I tedeschi dell’Afd, infatti, sono dati dagli ultimi sondaggi (fonte Poll of polls) al 12% ben distanti dal 30% di cui è accreditata la Cdu di Angela Merkel, bastione dell’Unione europea attuale, e molto dietro alla vera sorpresa dei sondaggi rappresentata dai Verdi al 19%. L’Afd è fuori dal governo tedesco e non sembra abbia chance di entrarci o di condizionarne il Commissario europeo.

Quanto a Danimarca e Finlandia, rappresentate ieri dal Partito del popolo e dai Veri finlandesi, la prima rinnoverà il Parlamento in concomitanza con le elezioni europee ma gli ultimi sondaggi danno in calo sia il Partito del popolo presente ieri a Milano, sia la possibile alleanza di centrodestra mentre sembra vincente, al momento, il blocco di sinistra.

Anche la Finlandia si avvicina alle elezioni con l’ipotesi di un nuovo governo affidato ai socialdemocratici. L’ultimo sondaggio assegna al partito di Antti Rinne, finora all’opposizione, il 20 per cento, 4 punti in più dei conservatori del Partito della coalizione nazionale di Petteri Orpo. La formazione di estrema destra dei Veri finlandesi dovrebbe guadagnare il 15 per cento dei voti, più del Partito di centro del premier uscente Juha Sipila, ma meno di quanto raccolto nel 2015.

Il vero alleato, in prospettiva, sarebbe Marine Le Pen con il suo peso nell’altro pilastro, insieme alla Germania, dell’Unione europea. Ma al di là del fatto che gli ultimi sondaggi danno il suo partito, oggi Rassemblement national, al 21% contro il 23,5 de La Republique En Marche di Emmanuel Macron, il sistema politico francese è strutturato in un modo che esclude la possibilità che Le Pen possa andare al governo, a meno di sommovimenti oggi inesistenti.

Chi sono dunque questi commissari europei espressione di governi sovranisti vicini o alleati della Lega?

Alla fine rimane il solito gruppo di Visegrad che si regge sulla solida coppia Ungheria-Polonia ma che è stato recentemente menomato dalla Slovacchia dopo la straordinaria vittoria della europeista e battagliera Zuzana Caputova. Nella Repubblica ceca i sondaggi sembrano sorridere al bizzarro governo capitanato dal ricchissimo, e liberale, Andrej Babiš, sostenuto da socialdemocratici e sinistra. Mentre all’opposizione, invece dei nazionalisti dell’Spd i sondaggi premiano il Partito Pirata.

Questo il quadro che si delinea. Senza contare che la Commissione decide comunque a maggioranza (articolo 8 del regolamento) e che la maggioranza qualificata con minoranza di blocco rappresentata da quattro Paesi, vale per le votazioni nel Consiglio. Per ora l’obiettivo dell’Europa sovranista è confinato al Parlamento europeo. Sempre che, dopo le elezioni, gli attuali alleati di Salvini accettino davvero di formare il gruppo con lui.

Gufi, panettieri e sfigati: le “botte” tra Luigi e Matteo

Igialloverdi hanno il deserto intorno e quindi fanno anche da opposizione a se stessi. Ecco un’antologia scelta degli scambi, talvolta insulti, tra Lega e M5S.

23 marzo, lite sul memorandum della nuova Via della Seta

Salvini: “Non mi si dica che la Cina è un paese con il libero mercato”.

Di Maio replica: “Lui ha il diritto di parlare, io il dovere di fare”.

27 marzo, Confindustria taglia le stime di crescita del Pil italiano

Salvini: “Verranno smentite clamorosamente dai fatti. È pieno di gufi. Ci hanno sempre ‘cannato’ in passato”.

Di Maio: “Non c’è bisogno di nessuno scontro o di apostrofare la Confindustria come gufi. L’epoca dei gufi è quella di Renzi”.

30 marzo, scontro sul Congresso mondiale della famiglie

Luigi Di Maio: “A Verona ci sono dei fanatici. È una destra degli sfigati”.

Salvini, dal palco di Verona: “A qualche collega distratto di governo che pensa che qui si guardi indietro dico che qui si prepara il futuro e se questo significa essere sfigato, allora sono orgoglioso di essere sfigato”.

30 marzo, scontro anche tra Salvini e Conte

Salvini: “Sul tema delle adozioni da Conte mi sarei aspettato di più”.

Replica di Palazzo Chigi: “La delega in materia di adozioni è in capo al ministro della Lega, Lorenzo Fontana. Rimane confermato che bisogna rimboccarsi le maniche e lavorare nei ministeri tutti i giorni e studiare le cose prima di parlare altrimenti si fa solo confusione”.

1 aprile, Repubblica apre con “Salvini, qui comando io”

All’interno, un virgolettato di Salvini: “Mi sono stancato di essere attaccato e soprattutto mi sono stancato che il governo non faccia. Per andare avanti serve un cambio di passo”.

Di Maio replica: “Sarebbe gravissimo, spero smentisca”.

4 aprile, Di Maio contro Tria per Claudia Bugno all’Asi

Di Maio: “Quando si parla di partecipate di Stato, noi abbiamo il dovere di incidere su queste scelte e decidere se è opportuno che vadano in alcuni ruoli oppure no”.

5 aprile, Conte “rassicura” Tria sulla sorte del ministro

Conte: “Il ministro Tria deve stare sereno”.

5 aprile, la Lega si allea con i tedeschi dell’Afd

Di Maio: “Mi preoccupa questa deriva di ultradestra a livello europeo con forze politiche che faranno parte del gruppo con cui si alleerà la Lega, che addirittura, in alcuni casi, negano l’Olocausto”.

La replica di Salvini: “Rispondo col lavoro, con i fatti. Questa gente che cerca fascisti, comunisti, nazisti, marziani, venusiani… i ministri sono pagati per lavorare . Se invece di polemizzare si lavorasse di più, si sbloccassero cantieri fermi, l’Italia sarebbe un Paese migliore”.

Ancora Di Maio: “Sento i leghisti un po’ nervosi. Scherzando mi verrebbe da dire ‘da che pulpito viene la predica’…”.

5 aprile, Salvini attacca Tria sulle banche

Salvini: “Anche io faccio il ministro e mi prendo le mie responsabilità, firmo decine di atti ogni giorno e mi assumo anche io dei rischi. Se te la senti di farlo, fai il ministro e il dirigente. Se non te la senti puoi sempre fare il panettiere”.

5 aprile, Roberto Fico al Festival di Perugia

Fico: “Visto che il ministro dell’Interno ha il potere di decidere sulle scorte e Saviano è sotto scorta, io non l’avrei mai denunciato. È un errore bello e buono”.

La replica di Salvini: “Non so come reagirebbe il signor Fico se gli dessero del malavitoso, io avrò tanti difetti, ma non permetto a nessuno di darmi del malavitoso”.

7 aprile, la Lega torna alla carica con la flat tax

Salvini al Vinitaly: “Non ho mai visto nessuno decrescere ed essere felice. La flat tax è una nostra priorità ed è nel contratto di governo. Abbiamo votato il reddito di cittadinanza, che non è nel dna della Lega, ora pretendiamo rispetto”.

La replica del M5S: “Noi siamo sempre stati leali al contratto, chi lo è stato meno è la Lega. Chi ha iniziato a spingere sulla castrazione chimica è stata la Lega, chi parla di leva obbligatoria è la Lega, chi presenta una legge per la libera circolazione delle armi è la Lega. E potremmo andare avanti per molto”.

Europee: Salvini abbraccia i negazionisti della Shoah

“Non ci sono cattive compagnie al tavolo. Le cattive compagnie sono quelle che governano l’Europa”. Così ha detto ieri Matteo Salvini all’Hotel Gallia a Milano per il lancio della campagna elettorale, circondato da esponenti minori di formazioni altrettanto minori europee e xenofobe, quando non negazioniste, nella loro ragione sociale. Con lui Jörg Meuthen, portavoce dell’Afd, i cui deputati, durante la commemorazione dell’Olocausto nell’assemblea della Baviera a gennaio, lasciarono l’aula in segno di protesta. E poi Anders Vistisen dei Dansk Folkeparti, il cui leader Jussi Halla-aho, è noto per aver augurato alle donne ambientaliste e di sinistra di “essere stuprate” sul suo blog e per aver descritto l’Islam come “una religione di pedofili”. E Olli Kotro dei Perussuomalaiset, che è stato artefice di norme per i migranti, che negano pure il ricongiungimento familiare. “L’obiettivo è diventare il primo gruppo europeo, il più numeroso, vincere e cambiare l’Europa”, ha detto Salvini. Peccato che per adesso il progetto si è arenato: l’Europa delle Nazioni e delle Libertà riesce ad allargarsi solo a partiti minori come i danesi e i finlandesi.

 

Jörg Meuthen AFD Germania
Nato a Essen, in Baviera, il 29 giugno 1961, dal luglio 2015 è il portavoce federale di Alternative für Deutschland, nonché europarlamentare del gruppo Efdd (lo stesso dei Cinque Stelle). È professore di Economia politica e finanza presso l’Accademia di Kehl. È stato il capofila dell’AFD alle elezioni statali del Baden-Württemberg nel 2016 e dal marzo 2016 è un componente del Parlamento. Coinvolto in un caso di fondi illeciti: l’agenzia pubblicitaria svizzera, Goal AG, avrebbe pagato parte della cartellonistica e del materiale propagandistico della sua campagna per le elezioni. Il partito non sentì la necessità di registrare i favori, in aperta violazione della normativa. “Uscire dall’Ue non è lo scopo dell’Afd ma è l’ultima opzione”, ha dichiarato. È candidato al Parlamento europeo.

 

Anders Vistisen Dansk Folkeparti
Nato a Viborg, in Danimarca, nel 1987, è vicepresidente della Commissione per gli Affari esteri del Parlamento europeo e componente della direzione del gruppo dell’Ecr. Arrivato a Strasburgo nel 2014, a 26 anni era il più giovane deputato del Parlamento europeo. In politica dall’età di 15 anni, è stato presidente dei giovani del partito. Fu proprio lui a motivare la scelta del partito di entrare nell’Ecr, lasciando l’Enf, nel 2014: “Non vogliamo lasciare l’Europa, per questo pensiamo che i Conservatori e Riformisti siano una collocazione migliore”. Il primo marzo 2018 a Strasburgo è stato uno dei tre deputati danesi che hanno votato contro una mozione per incoraggiare i Parlamenti nazionali a vietare le terapie di conversione dei gay.

 

Olli Kotro Perussuomalaiset
Esponente del Perussuomalaiset (che siede nel gruppo dell’Ecr) dal 2013 e candidato al Parlamento di Strasburgo. “La Finlandia, la nostra lingua finlandese e l’interesse della Finlandia sono in prima linea”, è il suo mantra. E dunque, “non sostengo l’appartenenza alla Finlandia nell’Unione europea o nella zona euro. A causa della nostra posizione geopolitica, non è nel nostro interesse essere membri dell’Ue o difendere una maggioranza dell’Unione europea governata da Bruxelles e gestita da burocrati non eletti e lobbisti incerti”. Ieri a Milano ha chiarito: “L’Islam politico rappresenta un pericolo costante per l’Europa. Noi vogliamo proteggere e sostenere la cultura europea e non vogliamo sacrificarla in favore di una cultura estranea”.