E la Spazzaevasori?

Ci risiamo. Si riparla del Def e si risentono le solite supercazzole sul taglio delle tasse (impossibile), il recupero dell’evasione (le solite briciole), la spending review (buonanotte), la vendita degli immobili dello Stato (ciao core), altri condoni travestiti da “rottamazione delle cartelle”, stavolta per le tasse comunali (quattro spicci). Sarebbe ora di piantarla e parlare una volta per tutte di cose serie. Magari dopo l’ennesima campagna elettorale che inquina tutto il dibattito a colpi di propaganda: la Flat tax (Salvini), la riduzione delle aliquote per il ceto medio (Di Maio), il no alla patrimoniale (Salvini, Di Maio e Zingaretti). Quando si sarà votato per le Europee, chi vuol fare politica seriamente e smetterla di prendere in giro i cittadini dovrà dire la verità: e cioè che la Flat tax, intesa come aliquota unica per tutti è incostituzionale, perché contraddice il principio di progressività fissato dalla Costituzione; una patrimoniale sulle grandi ricchezze è doverosa, a cominciare dal ripristino della tassa comunale sugli immobili oltre un certo valore (previa riforma del catasto); la riduzione delle aliquote, se equa, è non solo auspicabile, ma sacrosanta, visto il carico fiscale insopportabile che grava su chi le tasse le paga anche al posto di chi non le paga. Ma dev’essere “coperta” finanziariamente: per evitare di scavare altre voragini nel bilancio dello Stato, che produrrebbero la chiusura di scuole, asili, caserme, ospedali e altri servizi pubblici, prima bisogna metter mano drasticamente ai reati fiscali. Due mesi fa, il ministro della Giustizia Bonafede dichiarò al Fatto che intendeva riformarli, come da Contratto, iniziando a smantellare le soglie di impunità inventate dal centrosinistra negli anni 90 e alzate dal governo Renzi. Di Maio appoggiò il Guardasigilli, mentre da Lega, FI e associazioni avvocatesche si levarono i soliti gridolini di dolore. Poi non se ne seppe più nulla.

Come sempre, si parla di questa materia come se riguardasse magistrati, avvocati e imputati: “garantisti” di qua, “giustizialisti” di là, polemiche sui presunti “scontri fra giustizia e politica”. Invece la questione riguarda le tasche di tutti noi cittadini e anche qualcosa di più nobile: il principio di eguaglianza fissato dall’articolo 3 della Costituzione. Che da tempo immemorabile viene sistematicamente violato per legge: oltre 10 milioni di evasori beneficiano dei diritti civili e dei servizi pubblici pagati da 30 milioni di contribuenti fedeli, in gran parte lavoratori dipendenti e pensionati. Chi non paga le tasse o ne paga meno del dovuto vota come chi le paga fino all’ultimo cent.

E utilizza scuole, asili, ospedali, caserme, strade, aeroporti, ferrovie, autobus e tutti gli strumenti e le agevolazioni del Welfare anche se non vi ha contribuito. Come se fosse un cittadino modello, anziché un ladro parassita che andrebbe escluso da ogni diritto e servizio. Si confonde nella massa, perché nessuno lo smaschera. Se il sedicente “governo del cambiamento”, con tutti i suoi errori, contraddizioni e omissioni, ha ancora un senso, è proprio per farla finita con questo scandalo. Altrimenti, meglio che defunga. Come si volta pagina? Tracciando una linea retta e netta tra chi fa il suo dovere e ne paga le conseguenze, e chi fa i suoi porci comodi e non paga mai pegno. Oggi, grazie alle insormontabili soglie di non punibilità made in Renzi, chi volesse finire in galera per reati fiscali non ci riuscirebbe nemmeno se si impegnasse. Non commette reato né di evasione né di frode, dunque sfugge al controllo della magistratura, chi non versa ritenute fino a 150 mila euro (prima era 50 mila); chi evade l’Iva fino a 250 mila euro (prima era 50 mila); chi presenta una dichiarazione dei redditi infedele fino a 150 mila euro (prima era 50 mila) o una dichiarazione fraudolenta occultando redditi fino a 1,5 milioni (prima era 1 milione); chi omette del tutto di dichiarare redditi fino a 50 mila euro (prima era 30 mila). Uno schifo addirittura peggiore del sistema introdotto dall’ultimo governo B., in cui Tremonti – complice la crisi mondiale – aveva un po’ abbassato alcune soglie di impunità targate centrosinistra. Una vergogna che da tre anni costringe le Procure che avevano avviato migliaia di indagini e sequestri di beni in base alle vecchie soglie ad archiviare e a restituire il maltolto ai ladri non più punibili.
Queste soglie, di per sé criminogene, diventano un’istigazione a delinquere per chiunque compari i vantaggi (abnormi) e i rischi (irrisori) dei reati fiscali. Infatti intere categorie di lavoratori autonomi risultano guadagnare meno dei loro dipendenti. E l’Italia detiene il record europeo dell’evasione: dai 120 ai 150 miliardi all’anno. Un enorme serbatoio di nero che però, per un vero “governo del cambiamento” potrebbe diventare un’opportunità: basterebbe garantire pene certe anche per gli evasori, come si è fatto con la Spazzacorrotti per i reati contro la Pa, per recuperare subito, a costo zero, una parte del maltolto. Puntando sull’unico fattore deterrente che funzioni sui colletti bianchi: la paura della galera. Se l’evasione scendesse anche solo del 20%, il governo si ritroverebbe in cassa un tesoretto di 24-30 miliardi l’anno da redistribuire ai contribuenti fedeli. E, allora sì, potrebbe ridurre le tasse a cittadini e imprese. Quindi Tria, o chi per esso, può pure provare a recuperare qualche miliardino con spending review, condoni, alienazioni del patrimonio e altri pannicelli caldi già storicamente falliti. Ma il vero Def e la vera manovra finanziaria deve farli Bonafede, con una legge Spazzaevasori. Se i 5Stelle vogliono differenziarsi dalla Lega e sfidare il Pd a fare qualcosa, se non di sinistra, almeno di giusto, la strada è quella. Tutto il resto è noia. E chiacchiera.

Facce di casta

 

Promossi

FORZE ARMATE DI CIVILTÀ. Tra chi vorrebbe abrogare la 194 e le nuove consorterie di terrapiattisti, il mondo va avanti, sulla terraferma e, a quanto pare anche sull’acqua, visto che due marinaie della Marina Militare hanno deciso di unirsi civilmente, e di farlo indossando l’uniforme con la quale tutti i giorni sorvegliano i nostri mari. La ministra della Difesa ha scelto di cogliere questa occasione per unirsi al coro di voci pentastellate che in questi giorni hanno deciso di riaffermare una fetta significativa della loro identità ripartendo dai diritti civili: “Volevo rivolgere i miei più sinceri auguri a Lorella e Rosy, i nostri due marinai che il 31 marzo hanno celebrato la loro unione. Lorella e Rosy sono l’esempio di una importante evoluzione culturale, nelle Forze Armate e nel nostro Paese. Auguri ragazze!”. E la chiusa scelta dalla Trenta per il post è tutt’altro che superflua a giudicare da quei commenti social che hanno parlato di “uso indecoroso della divisa”: quello delle due donne infatti vuole essere un gesto dal forte valore simbolico di cui la scelta di non svestire l’uniforme costituisce proprio il perno: non solo due donne possono difendere il Paese, ma possono farlo anche essendo omosessuali e non sentendo il bisogno di nasconderlo, perché la tradizione è qualcosa che esiste proprio in funzione della sua capacità di rinnovarsi e di saper inglobare quello che di nuovo la Storia le offre. E questo vale anche per la tradizione delle Forze Armate. Perché, checchè ne pensi un generale appena uscito di servizio, espressosi così “Lo potevano fare in modo più sobrio, dimostrando un po’ di pazienza per quelli che come me sono cresciuti in Forze Armate che celebrano altri valori”, ciò che Lorella e Rosy volevano, non era sfidare quei valori ma solo affiancargliene degli altri.

voto 8

 

IMPROVVISAMENTE SIMONE. E poi così all’improvviso, quando meno te lo aspetti, entra in scena un personaggio nuovo e il copione in un attimo decolla. Così nell’ennesimo pomeriggio arrabbiato e triste di Torre Maura è comparso Simone. “State a fa’ leva sulla rabbia della gente per racimolare voti. ‘Sta cosa di anda’ sempre contro le minoranze a me nun me sta bene”: un quindicenne compare nella manifestazione di Casa Pound e con la sfrontatezza adamantina di chi è sicuro di avere la ragione dalla sua affronta decine di militanti e dirigenti che hanno almeno il triplo dei suoi anni. “Quello che è successo è solo uno strumento per far sentire alle istituzioni che Torre Maura è in una situazione di degrado. Per me il problema è se mi svaligiano casa, non se lo fa un rom. Questa cosa di andare sempre contro le minoranze a me non mi sta bene. Nessuno deve essere lasciato indietro, né italiani, né rom”. Grazie Simone: tutto questo dalle tue labbra, ha un valore che da altre bocche non avrebbe potuto avere.

voto 10

 

CIAO BELLI. Il commento definitivo sul “Bella Ciao” che viene fatto cantare nelle scuole arriva da un ormai professionista dei tweet, Gianfranco Rotondi: “Leggo querule proteste perché ai bambini viene insegnata ‘Bella Ciao’.Ricordo agli indignati che quel canto non è inno della sinistra ma della Resistenza che appartiene a destra centro e sinistra”.

voto 7

La settimana incom

 

Bocciati

La versione di Barbara. Dopo Asia Argento, chi poteva essere il protagonista della trasmissione serale di Barbara D’Urso? Dai, fate volare la fantasia … Morgan. Seconda domanda: avrà parlato del caso Weinstein? Non ci crederete, ma l’ha fatto. Attenzione: “Non voglio raccontare queste cose perché sono private, delicate, non voglio far soffrire le persone e non faccio carne da macello. Asia soffriva, me lo diceva e io comprendevo”. Però: “Non la chiudevo in casa. Sapevo che andava da Weinstein ed era un problema per me, per lei e per tutti. Quest’uomo non era certo uno stinco di santo, ma lei non tornava con i lividi. Basta trasformare queste vicende in qualcosa di più grave”. L’eleganza.

Beato Ultimo. Il secondo classificato di Sanremo si concede alle interviste. Al Messaggero, rispondendo alla domanda sulla delusione più cocente, dice: “Essere stato etichettato come presuntuoso, uno che si dà delle arie, mentre io chi mi conosce lo sa non mi sento manco all’altezza. Mai. Sono una persona incerta”. L’intervistatrice non se la sente di infierire. E chiede: “È il destino dei timidi, essere fraintesi?”. Ma ovvio. “È vero, perché poi hai la sfortuna che quell’ impressione rimane per sempre”. Ma del resto, che volete: molti grandi cantautori hanno avuto la stessa fama: “Aho, allora meglio così”. Aho.

 

Promossi

Una parola è troppa. Lino Banfi finalmente è in possesso della lettera di nomina ad ambasciatore dell’Unesco. E a “Circo Massimo” su Radio Capital s’improvvisa commentatore politico. Definitivo su Salvini: “Preferisce i comici del Nord? Mi sembra una cosa strana, in un momento in cui deve ringraziare Dio perché si è conquistato l’affetto del Sud”. Sempre sulla questione Nord-Sud racconta i suoi trascorsi giovanili: “All’epoca c’era chi non affittava ai meridionali. Sono nato ad Andria, con la scolorina cancellai la N e divenne Adria, cercavo una stanza per dormire parlando veneto. Li ho sempre fottuti”. Ostregheta.

Happy Birthday. Il 7 aprile del 1949 esordiva in Italia Topolino nel formato giornalino. Voluto da Mondadori, mensile prima e settimanale poi (dal numero 236 del 5 giugno 1960) è diventato un compagno di vita di grandi e piccini. Perdendo, negli anni, un po’ di sano anticonformismo. Ma restando il più formidabile rifugio del buonumore. Settant’anni di spensieratezza.L’ombelico del mondo. La regina è tornata: sei puntate in prima serata su Rai3, da giovedì scorso. “A raccontare comincia tu” segna il ritorno della più grande protagonista della tv italiana. A 76 anni Raffaella Carrà si cimenta in sei interviste, cominciando con Beppe Fiorello. “Ballare? Cantare? Ho un’età, cazzarola, tutti si aspettano che io lo faccia, ma non so se ho più tanta voglia”.

“È difficile allacciare le scarpe!” I minori più imbranati d’Europa

La scena potrebbe essere girata in qualsiasi spogliatoio per bambini italiani: un paio di scarpe numero quaranta giace buttato sotto la panca. Il proprietario sarà alto quasi un metro e cinquanta e avrà oltre dieci anni. Ma c’è un piccolo dettaglio inquietante: la scarpa ha ancora gli strap, quelle strisce di velcro che sostituiscono i lacci. Nel nostro paese è una specie di epidemia: queste scarpe le vedi addosso a bambini di due come di sette, a neonati e ragazzini delle medie. Tutti hanno in comune una cosa: non sanno ancora allacciarsi le scarpe da soli. Lo riferiscono, semi-disperati, gli allenatori del calcetto, ma anche le maestre di scuola elementare, che spesso, magari in gita, si ritrovano ad allacciare 25 paia di scarpe. Il fatto è che i bambini italiani di oggi maneggiano tablet e telefoni meglio di noi, ma quando si tratta di capire come fare un nodo o un fiocco restano semi-paralizzati. Ed è comprensibile, visto che fino a quando vanno alle superiori hanno genitori pronti a inginocchiarsi non solo per allacciargli le scarpe, ma anche infilargliele, così come infilargli mutande e calzini fino alla pubertà. Non che nel resto del mondo la situazione sia entusiasmante – uno studio internazionale ha mostrato che le capacità che danno ai bambini un senso di indipendenza, allacciarsi le scarpe come andare in bici, arrivino sempre più tardi. Ma i ragazzini delle nostre latitudini fanno peggio, come testimonia una ricerca condotta da una studiosa, Francesca Corradi dell’università Roma Tre, che ha potuto toccare con mano come, mentre i bambini francesi comincino ad allacciarsi le scarpe, ma anche infilarsi i pantaloni o tenere il cucchiaio da soli, già a tre anni, la stessa cosa in Italia sarebbe impensabile (Bambini e insegnanti a scuola. Modelli educativi, relazioni intergenerazionali e interculturali in Italia e in Francia, Nuova Cultura).

Ovviamente l’industria si è adeguata alla nostra (in) cultura, e ha cominciato a produrre nel nostro paese, a differenza di altri, scarpe con gli strap di ogni foggia ma soprattutto di ogni taglia, anche oltre la 40. Che sarebbero per gli anziani, ma da noi le usano i ragazzini. “Diventa un circolo vizioso: se i genitori lasciassero che i bambini imparassero ad allacciarsi le scarpe, evitando un iperattivismo inutile e dannoso, in commercio avremmo scarpe coi lacci e sandaletti con la fibbietta, come un tempo”, nota il pedagogista Benedetto Vertecchi. Tutto questo eccesso di ansiosa protezione è del tutto controproducente, perché genera bambini incapaci e per nulla autonomi. Meglio cambiare urgentemente rotta. Gli allenatori e gli insegnanti stanno correndo ai ripari. Molti dei primi hanno deciso che se non ti sai allacciare lo scarpino resti in panchina, mentre alcuni maestri sono arrivati a scrivere sul diario di classe: “Imparare ad allacciarsi le scarpe”. È ora che anche i genitori si sveglino e che ripartano proprio da lì, da quel dannato nodo e da quel fiocco. Ma se non sanno neanche allacciarsi le scarpe a dieci anni, come potranno mai diventare esperti di robotica o avvocatesse di grido?

La vita come una recensione: Guglielmi ricorda tutto o quasi

Sono abituato a un tipico evento che mi accade quando ricevo un libro di autore italiano che mi importa e che guarda indietro, agli ultimi decenni. Per prima cosa do un’occhiata all’indice dei nomi. “Colombo”, c’è sempre. Molte volte è Cristoforo. Nel caso che sto per esporvi, sarebbe un pò pretenzioso dire che sono deluso. Ma confesso che (leggendo con attenzione tesa e crescente Sfido a riconoscermi, racconti sparsi e tre saggi su Gadda, di Angelo Guglielmi, Nave di Teseo editore) non riesco a non domandarmi: come ha fatto l’autore del libro, autore di tanti saggi critici e recensioni e, in Sfido a riconoscermi, di una serie di trovate autobiografiche che vanno dai tempi del bambino troppo magro ai tempi dell’autore di peso, frequentatore abituale e attentissimo di un mondo in cambiamento continuo, come ha fatto a non vedermi? Non la persona speciale o per qualche ragione memorabile, ma il presente in scena, il compagno di classe, uno all’assemblea di condominio del Gruppo 63. Lo so: la domanda è del tutto impropria e anche un po’ ridicola. Ma non è il lamento di un letterato che non si ritrova tra le recensioni giuste.

Questo libro è una biografia, coperta da un fitto fogliame di saggi, attraverso l’intelligente espediente di alternare il ricordo, anche occasionale di persone e storie, viste o intraviste, al testo critico scritto o “montato” (come in un film) per queste pagine. Il mondo di Guglielmi è grande proprio perché non è chiuso nella biblioteca o legato a una classifica che, in Guglielmi, lo sai, è sempre nitida e tagliente. Leggendo stavo per dire, pur messo in guardia dall’indice dei nomi, “Qui, in quella nostra vita (pensavo all’ameba giovane di una cultura nuova e inaudita che stava invadendo i nuovi supplementi letterari dei giornali e il nostro pretenzioso giornale Quindici) ci siamo tutti”. Pensavo al Gruppo 63, che anche quando ha cominciato a ripetersi, non si divideva mai; pensavo a quando Guglielmi, con un talento di immaginazione e di rigore manageriale inaspettato, ha inventato e diretto Rai 3 e io gli mandavo i miei documentari dall’America. E a quando io dirigevo l’Unità delle 100 mila copie, e della spada di fuoco di Tabucchi, e abbiamo parlato spesso delle due inaspettate avventure. Sto pensando alla biografia di materiale del tempo, visti oggi, in una continua misurazione reciproca (allora, adesso e il contrario) di eventi, persone che non puoi dimenticare, e le compresenze, la folla, i passanti, come un espediente geniale per ripensare la vita. Se volete: vita e opere. Ma la scrittura letteraria e critica del libro di Guglielmi, con felicità del lettore, è come un albo con testo (la narrazione personale) e immagini (libri e autori, poeti e scrittori) che l’autore usa come poderosi fermacarte sulle pagine personali di vita perché non si disperdano nel vuoto, come tutte le biografie, salvo quella di Churchill o di Chatwith. Proprio il montaggio continuo delle avventure di un bimbo troppo magro e degli eventi di una cultura che stava attraversando, con mille contraddizioni, una sua grande stagione, porterà l’attenzione del lettore sul linguaggio, che è spiritoso e coinvolgente, freddo e simpatico, spietato e vagamente allegro. Troppe cose sono avvenute tra Gadda, Calvino, Sanguineti, Arbasino, Moravia, Pasolini, Manganelli, Malerba, e questa è la cronaca. Ma tra testi e immagini (immagini splendide nei frammenti di scrittura dell’autore) di cui bisognerà essere grati a questo libro c’è (è come se ci fosse) la celebre foto con la celebre didascalia: “W.H. Auden, Benjamin Britten e uno sconosciuto.”

Buono, giusto, pulito lo Slow journalism salverà la stampa

La scena che segue potrebbe rappresentare, se non il presente, il futuro del giornalismo. “Il tassista vede il suo passeggero scrivere su un portatile: ‘Che lavoro fa, lei?’. ‘Il giornalista’. ‘Ah, interessante…io leggevo sempre prima’. ‘Prima quando?’. ‘Prima, non so dirle, adesso è diverso’. ‘E cosa c’è di diverso?’. ‘Che quando leggo mi sembra di perdere tempo’”.

Perdere tempo significa che quello che il giornalismo offre non vale molto, quasi niente. E non è un caso se nell’epoca dell’antipolitica, sovranista o populista come la si voglia chiamare, a finire nel calderone della “casta”, insieme ai politici, ci sono anche i giornalisti.

Alberto Puliafito e Daniele Nalbone fanno ruotare il loro libro Slow Journalism (Fandango Libri, 252 pg, 17,50 euro) attorno alla domanda “chi ha ucciso il giornalismo?”. Ma si tratta di un espediente per condurre un’indagine sulla professione, sul ruolo dei giganti del mestiere e del “gigantismo” che li ha nutriti e finire poi con un manifesto “politico” ispirato a Slow Food ma anche a Slow News di Peter Laufer, con una visione, al fondo, ottimistica del futuro di questo mestiere.

Il libro è voluminoso, ma non è un saggio tradizionale. È una raccolta di osservazioni, angoli di visuale diversi, da leggere anche a salti, ma sempre con un filo logico. È il pregio e, allo stesso tempo, il limite del libro, a seconda del punto di vista da cui si guarda. Ma non è importante. Quel che è degno di nota è chel’operazione, giornalistica, letterara e “politica” nel senso autentico, consente di fermarci a riflettere su una funzione, l’informazione, che è stata cruciale nell’epoca moderna, che viene additata come superata e inutile e che invece resta essenziale. Mai come al tempo dei social si legge così tanto e si ha così fame di notizie.

Certamente, Internet è stata utilizzata dagli editori nel modo che sappiamo, ha creato il fenomeno del clickbating, nell’illusione che tanti contatti portassero a incassare di più con la pubblicità. Con numeri molto grandi, in parte è possibile. Poi, però, sono arrivati Facebook e Google e la pubblicità se la prendono loro, “perché hanno i dati” e le informazioni sui clienti. Ma loro si nutrono di notizie, quindi di giornali, quindi di giornalismo.

In questa contraddizione che, en passant, conferma la legge della concentrazione del capitale – nella forma dei giganti della comunicazione social – e in cui i giornalisti possono essere pagati anche “2,50 euro per 1000 battute”, c’è una spirale distruttiva ma anche spiragli positivi. Gli autori ricorrono al termine “slow journalism” che diventa un manifesto in cui: il tempo è l’unica ricchezza; raccontare la realtà è un privilegio e un lavoro; non si scrive gratis e lo si fa per i lettori, non per i direttori né per i colleghi; di ciò di cui non si sa è meglio non scrivere” e così via. C’è un elenco interessante di esperimenti internazionali: The Correspondent, Delayed Gratification, Zetland, l’italiana Valigia Blu, Uppa, cioè Un Pediatra Per Amico. Un libro per i lettori, ma che serve anche ai giornalisti.

Carmelo Bene e Demetrio Stratos: il “corpo della voce” in mostra a Roma

La voce prende corpo. E si fa carne. Come il coro delle sirene di Ulisse, infatti – per dirla con Franco Battiato – la voce ci incatena. Il corpo della voce. Carmelo Bene, Cathy Berberian, Demetrio Stratos è il titolo della mostra che da domani fino al 30 giugno – al Palazzo delle Esposizioni, a Roma – svela l’ingranaggio di senso e significato tra il segno e la phoné attraverso i tre grandi artisti e le loro opere. La voce è ben più che il comunicare. La voce prende la pelle. S’insinua e ristagna tra i neuroni di chi profferisce come di chi ascolta ed è – alla remota distanza dell’apparizione dell’umanità nel creato – la potenzialità in assoluto più magmatica: nasce al mondo come escrescenza del sé.

Se il pollice opponibile, il dito prensile, ebbe ad attardarsi nella linea evolutiva per segnare poi uno scatto rispetto alla primitività degli ominidi, la voce – invece – attende ancora di palesarsi nell’ulteriore esito antropologico. Sono solo gli artisti – e gli alunni, tutti folgorati, che seguirono a suo tempo Martin Heidegger nei suoi seminari “orali” – ad avere tentato una sperimentazione nel solco del pensiero aurorale dell’Ellade.

Non è un caso che i curatori della mostra – tra i materiali di questa memoria di voce, 120 opere in tutto – abbiano scelto il salentino Carmelo Bene, l’armena Berberian e il greco Stratos che fu il cantante degli “Area”, il gruppo italiano degli anni ‘70 del secolo scorso il cui repertorio resta nella storia della cultura musicale internazionale.

L’essere s’incammina nel linguaggio per tramite di parola – il pastore si aggira nel compimento dell’esserci tuttavia mai terminato nel qui e ora – e nell’ascolto s’invera la risonanza storica, l’amplificazione desiderante ed erotica di un Narciso senza voce e senza immagine. La voce può dove la didascalia arranca. Il parossismo estetico del “dettato” è svelato nella magnificazione dell’invulnerabilità della parola fatta phoné.

Quel che è detto è detto, ed è presenza assoluta. Quel che è fatto – al contrario – svapora nella nuvola del concreto misfatto.

Verba non volant, comunque, e la macchina attoriale – e Carmelo Bene fu l’evento impossibile contro ogni burocratese occidentale – eccede sempre senza scena, senza dramma e senza il voler essere, il voler rappresentare e il voler dire della parola prima delle parole.

È l’increato nel creato, la parola. Guglielmo Marconi che per primo riesce a portarla lontano la voce – grazie alla protesi di fonazione delle onde di radiotrasmissione – indovina la curvatura del globo per mero errore e la radio, di cui si preconizzava la morte, riesce a sopravvivere alla televisione in virtù di un automatismo d’attenzione che il flusso d’immagini non riesce a conquistare.

La parola, quindi – quel flatus vocis cui si destina la dottrina medievale – già nell’emissione, a dispetto della polemica sul nominalismo avviata da Roscellino di Compiégne non è solo un soffio come tanti ma la causa determinante sul sentiero degli effetti. Al pari di un urto, di un calcio nel sedere o di una scala che porta al cielo la propria sfida alle stelle.

La lingua non è un osso ma rompe le ossa. E la voce è musica senza neppure il fastidio del suono quando un ormai definitivamente sordo Ludwig van Beethoven può comporre sugli spartiti quelle partiture che finalmente può udire nel puro ascolto interiore e perciò farlo “corporeo”.

Come il silenzio. Che schiaccia.

Ancora fischietto Pinocchio

Ci sono musiche che ci sono entrate nel cuore e ci portano indietro nel tempo. I miei genitori fischiettano spesso le note di “Domenica è sempre domenica”, io invece fischietto le note del “Pinocchio” di Luigi Comencini, interpretato magistralmente da Nino Manfredi e con le musiche del maestro Fiorenzo Carpi. Senza quel flauto e quel clavicembalo forse lo sceneggiato non avrebbe avuto tanto successo. Una musica in equilibrio tra raffinatezza, leggerezza e sincera ispirazione popolare. Io giocando la fischietto spesso, soprattutto sottolineando le mie bugie! In tutti noi è rimasta impressa da qualche parte una traccia delle sue sigle, delle sue colonne sonore, delle sue canzoni. Il maestro Carpi l’ho conosciuto una sera a casa di sua figlia Martina, sorrideva delicatamente, era mite e discreto, non sembrava famoso e neanche che tanta musica gli fosse passata attraverso e che l’avesse regalata a molti di noi. Ho scoperto nel tempo che, quel signore dal portamento mite, aveva scritto innumerevoli canzoni per Dario Fo e tantissime musiche per gli spettacoli di Strehler. In una lettera che Il maestro scrisse a Carpi c’è un passaggio dolcissimo: “… caro Fiò, io so che pochi hanno capito quanto importante la tua musica e la musica in se stessa sia per il teatro non solo italiano. E pochi sanno ciò che il teatro ti deve. È uno di quegli oscuri rimpianti e sentimenti di ingiustizia che porto, perennemente, nel cuore”. Ora Fiò come lo chiamava Strehler non c’è più, al suo funerale non sono andata, ma racconta Gigi Proietti che mentre lo portavano via, tra i fiori e i cuscini, e gli omaggi di tutto il mondo teatrale che lo amava, campeggiava quello di un corriere di scenografie, e la scritta era: Trasporti teatrali. Gigi è sicuro, e io con lui che Carpi avrebbe riso moltissimo!

 

Se le femministe di Augusto fossero a Verona?

L’Historia Augusta nel capitolo della vita di Eliogabalo, l’imperatore giovinetto, stravagante sacerdote del Bolide-Sole, racconta un fatto curioso. Spinto della madre, la bellissima siriana Soemia, il quattordicenne augusto istituì un ‘senatino’ di donne. Il senatino muliebre, con sede sul Quirinale, era presieduto dalla potente Soemia e deliberava, in modo vincolante, su tutto ciò che riguardasse le donne di rango senatorio, le più emancipate: “Ora sotto l’influenza di Symiamira (Soemia) furono emanati decreti assurdi riguardanti le regole che le matrone dovevano rispettare, cioè quale genere di vestiti ognuna poteva indossare in pubblico, chi doveva dare la precedenza e a chi, chi doveva avanzare per baciare un altro, chi avrebbe potuto condurre un carro o cavalcare un cavallo, un animale da soma o un asino, chi avrebbe potuto guidare una carrozza trainata da muli o una trainata da buoi, chi avrebbe potuto essere trasportata su una lettiga, e se la lettiga potesse essere fatta di cuoio, o di osso, o ricoperta di avorio o d’argento, e infine, chi avrebbe potuto indossare oro o gioielli sulle sue scarpe” (Historia Augusta, Eliogabalo 4.3). Naturalmente, il giudizio non è lusinghiero perché quell’anomala neoistituzione indispettiva un’opinione pubblica patriarcale largamente maggioritaria; ma ciò rafforza l’opinione di chi vi ha visto un’interessante stagione di autentico femminismo ante litteram, persino disinvolto e ardito. È gustoso, tuttavia, immaginare cosa quel senatino delle donne dell’età dei Severi avrebbe avuto oggi il coraggio di deliberare sulla ‘parentesi medievale’ del Convegno mondiale della Famiglia tenutosi a Verona e quanto fastidio avrebbe sollevato.

Il tempo del nichilismo “Mio figlio? Uno come tanti apatico, asociale. Mica Greta”

Ciao Selvaggia, non sai quanto sia contenta di vivere in un presente in cui i migliori esempi da seguire vengono da ragazzi che non hanno ancora compiuto la maggiore età. Il ragazzo di Torre Maura è solo l’ultimo di una fila che parte da Malala e passa da Greta Thunberg e i suoi scioperi per il clima. Quando guardo mio figlio, però, non posso evitare di fare un confronto, anche se ovviamente è mio figlio e per me resterà sempre il migliore del mondo. Lui ha quindici anni, come Greta, come Simone di Torre Maura, eppure non potrebbe essere così distante da entrambi. Dalla prima per il senso di poter far qualcosa per migliorare anche solo un pochino il mondo, dal secondo per la forza di non omologarsi al pensiero comune e di esprimere le sue convinzioni a testa alta, senza paura. Mio figlio è un ragazzo come tanti, ma ultimamente questa definizione non ha più il senso di un tempo, quando la usavamo per definire una persona genuinamente comune. I tanti, oggi, sono ragazzi annoiati, senza interesse per lo studio, o per la socialità, facile preda di chi ha bisogno di teste che sembrano pensare poco e male. Fuori dalla sua scuola c’è un parchetto, il punto di ritrovo per i compagni di classe dopo le lezioni. Sento che è un luogo che sta avendo un’influenza negativa sulla sua educazione perché, quando ci capita di parlare, gli sento in bocca delle parole, dei concetti, che non potrebbe avere assimilato da nessun’altra parte. Non a scuola, dove non mi risulta che insegnino il ‘Credere, obbedire, combattere’, non a casa dove, o almeno così credevo, è cresciuto in una famiglia normale ma di sani principi. Ma in ogni caso lo sento avvolto da uno spirito nichilista, qualunquista, incapace di esprimere un’idea o di prendere un’iniziativa che non sia omologata a quella del branco. Io lo so che ha tutte le attenuanti del caso, che è piccolo, che è un’età difficile, so che ogni generazione è oscura a suo modo per chi la osserva con qualche anno in più sulle spalle ma comunque, quando vedo o leggo di questi quindicenni che affermano in modo così forte una posizione, uno spirito altruistico, un’umanità così matura io mi chiedo: ho sbagliato io? Abbiamo sbagliato tutti, tranne qualche rara coppia di genitori illuminati? Di chi sono figli, i figli migliori? Io, solo per smuovere un po’ il mio, darei qualsiasi cosa.
Silvia

Cara Silvia, non tutte le grandi passioni, le grandi vocazioni, i grandi ideali arrivano a quindici anni. Dai a tuo figlio il tempo di essere se stesso, per organizzare sit-in o blastare i fascisti ha tutta la vita davanti. Guarda Jim Carrey, ha fatto il pirla tutta la vita e ha zittito la Mussolini a 57 anni suonati.

 

Stupro Circumvesuviana: “Se la ragazza mentisse?”

Cara Selvaggia, sto seguendo la brutta storia dello stupro non stupro (?) nella circumvesuviana. Tre ragazzi accusati di aver violentato una ragazza, poi la scarcerazione. Secondo i giudici la ragazza si sarebbe inventata la violenza, ha problemi psichici, soffre di anoressia, è una bugiarda cronica. E i tre mostri sono stati giudicati colpevoli dai giornali, si sono montati editoriali e salotti tv, la ragazza è andata col suo avvocato a raccontare tutto in tv. Non so come finirà questa storia, ma ho subito violenza anni fa e posso dirti una cosa: se la ragazza ha problemi psicologici mi spiace tanto per lei e non infierisco. Non so se i ragazzi si sono approfittati di lei, talvolta i disturbi della personalità sono ben mascherati. O magari si erano accorti di tutto, ma sono solo ipotesi. Con le ipotesi, anni fa, in tribunale tentarono di farmi passare per una ragazza facile, ma questa è un’altra storia (lui fu condannato). Credere a questa ragazza, senza aspettare di saperne di più, non è stato un bene. Forse è assurdo che a dirlo sia proprio io, ma gonfiare la notizia per poi dire che quella ragazza (forse) mentiva, è una danno enorme proprio per noi vittime sincere. Non ha idea, certa stampa, di quanto la letteratura sulle donne che accusano falsamente gli uomini, venga poi utilizzata in aula e fuori dall’aula per cavalcare tesi misogine. Una donna che mente danneggia tutte le donne che denunciano con onestà. L’avvocato che mi accusò di essere bugiarda mise a confronto alcune frasi mie con quelle di una tizia che si era inventata uno stupro. Trovava delle analogie. Quei passaggi li aveva trovati sui giornali, enfatizzati da un cronista avventato. Per fortuna le prove contro il suo assistito erano schiaccianti, ma tant’è. Morale della favola: nei casi di stupro sbagliare il colpevole fa malissimo a tutte le vittime. In questo caso, perfino a quella che forse si è inventata la faccenda, perché stava male e nessuno l’ha protetta da se stessa.
Laura B.

Per certi versi questa orribile vicenda mi ha ricordato quella di Sara Tommasi anni fa. Una ragazza che non sta bene, persone intorno a lei che non se ne accorgono o fanno finta di non accorgersene, una sessualità i cui confini del consenso diventano confusi, denunce, servizi in tv, stampa e alla fine un grande senso di tristezza per una brutta storia in cui forse ognuno ha dato il peggio di sè. Vedremo come finirà.

 

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