Mentre il mondo fatica a combattere l’infibulazione di milioni di ragazze africane, sempre più donne occidentali chiedono di sottoporsi alla labioplastica, per correggere le asimmetrie o gli eccessi delle piccole labbra. Cinquemila euro il costo per ridurle, anche se gli esperti mettono in guardia dai rischi, tipo ustioni, cicatrici, infiammazioni. Ma perché mai, allora, farsi la plastica alle parti intime? E soprattutto perché siamo sono sempre più ossessionate dai nostri organi sessuali? Aspettando che anche le donne si uniscano alla moda del selfie genitali – per ora su internet girano solo molti peni – al momento la vulva si vede esposta solo nelle pubblicità (anche se semi-nascosta) oppure al massimo nei film porno. In entrambi i casi, rigorosamente depilata, visto che oggi chi non si depila passa anticaglia ottocentesca o femminista démodée. Ma è chiaro che dopo la depilazione si passa, gioco forza, a osservare le grandi e piccole labbra, che appariranno di conseguenza tremendamente imperfette. E allora via con i cosmetici per la vagina – altro trend in aumento – via con le creme, i filler, ma anche piercing e glitter, insomma tutto quello che si usa anche per il viso e il resto del corpo. Alcune esperte e sensual coach sostengono che tutto ciò esprima cura e amore di sé. Per molte sessuologhe e psicologhe, invece, rispecchierebbe la tendenza femminile ad adattarsi al desiderio di lui. E forse la seconda è vera: perché questo immaginario di genitali simmetrici, profumati, glitterati sembra appunto un frigido spot, qualcosa di ben lontano da quella passione che rompe gli schemi e rovescia le cineserie. E non si tratta di fare l’elogio del selvatico né di esaltare a tutti costi il corpo che invecchia. Forse semplicemente di ricordare che più tempo si passa chini a osservare i propri genitali, più se ne sottrae a guardare, con maggior trasporto e sentimento, il mondo.
Meglio rifare le labbra del nord, almeno si vedono allo specchio
E va bene: oggi quando un’amica dice che vuole ritoccarsi le labbra, bisogna chiederle se quelle a nord o a sud. Perché non riesco a scandalizzarmi? Perché, santo cielo, basta guardare la storia della cura del corpo per rendersi conto che il moltiplicarsi dei correttivi, cosmetici e chirurgici, segue di pari passo la maggiore esposizione delle parti anatomiche. Se ci facciamo la ceretta alle gambe, se da bambine dobbiamo fare cure ortopediche anche fastidiose, è perché Coco Chanel e Mary Quant hanno accorciato le gonne. La linea-bikini non esisteva prima dell’invenzione dei bikini, e nemmeno lo smalto ai piedi prima del ritorno dei sandali. Fino ai primi dell’Ottocento le donne si strozzavano nel busto per avere il vitino alla Rossella O’Hara, deformandosi le costole fino a infilzarsele nel fegato. Tutte le parti del corpo scoperte vengono irreggimentate, controllate, strappate a una natura spesso sgradevole, irregolare, pelosa. Ora che, grazie alla pornografia, pure sulla vulva batte il sole (o la luce dei riflettori), tocca a lei. Anche perché noi donne, sempre pronte a farci del male, anziché guardare i porno a scopo afrodisiaco o didattico, li usiamo come ennesimo spunto per sensi di inadeguatezza estetica, stavolta inguinale. E così ci va di mezzo l’ultima oasi naturale della nostra anatomia, con tutte le sue imperfezioni, peli, asimmetrie, segni dell’età, che ora deve diventare “seduttiva”, cioè, secondo Baudrillard, simulacro che svia dalla verità animale. Il vero problema è che si rischia di buttare tempo e soldi, perché fra un vero film porno e la sua emulazione fallita con una donna in carne e ossa, il maschio di oggi tende sempre più a preferire l’originale, cioè il film. Pensateci, prima di spendere almeno migliaia di euro e un delicato postoperatorio per un lifting vulvare. Meglio rifare le labbra settentrionali, almeno dànno soddisfazione, tutti i giorni, davanti allo specchio.
“Basta cori razzisti”. La Juve s’è svegliata
C i mancava Bonucci. Il capitano della Juventus che dopo l’esultanza polemica del suo giovane compagno di squadra Kean, nel finale di Cagliari-Juventus 0-2, in risposta ai buuu razzisti dei tifosi cagliaritani, se n’è andato bel bello in tv a dire: “La colpa è al 50 e 50. Kean ha sbagliato, la curva ha sbagliato. Kean sa che quando fa gol deve pensare a esultare con la squadra e basta”. E però: mentre il 19enne Kean, a dispetto della rampogna, tiene il punto pubblicando su Instagram la foto della sua esultanza accompagnata dalla didascalia the best way to respond to racism, è forse il caso di ricordare qual era – e qual è – l’andazzo, nel pianeta del pallone italico, a proposito di Juventus, piaga del razzismo e connivenza del Palazzo.
Nel 2009 (Kean frequenta la quarta elementare), il 25 novembre il giudice sportivo infligge alla Juventus una multa di 20 mila euro per insulti razzisti verso Balotelli, 19enne attaccante di colore dell’Inter, lanciati durante Juventus-Udinese (sic); e l’8 dicembre ne infligge una di 25 mila, sempre per cori razzisti contro Balotelli durante Inter-Juventus. Nel 2012 (Kean è in seconda media), il giudice sportivo multa la Juve di 10 mila euro per cori razzisti verso Emanuelson e Robinho (Milan-Juventus) e il 22 marzo raddoppia la sanzione per insulti razzisti verso gli stessi giocatori dopo Juve-Milan di Coppa Italia.
Nel 2013 (Kean è ormai in terza media), il giudice passa l’intera stagione a multare la Juve per i cori razzisti dei suoi tifosi (scatenati persino ad agosto, quando mettono nel mirino Boateng del Milan nel Trofeo Tim: 30 mila euro) al punto che Antonio Conte è costretto a lanciare un vero e proprio appello al popolo Juve: “Smettetela – dice -, qui rischiamo di giocare a porte chiuse o addirittura la squalifica del campo”.
Invece arriva solo la chiusura della curva dopo i cori anti-napoletani in Juventus-Napoli e il club, d’accordo con la Figc, decide di far entrare 12.500 bambini (e qualche centinaio di accompagnatori) per assistere gioiosamente a Juve-Udinese. Risultato: 5 mila euro di multa alla Juve per i cori volgari rivolti dai bambini al portiere friulano Brkic (ogni suo rinvio viene accompagnato dall’urlo “Meeerda!”). Per la cronaca: in un comunicato ufficiale, la Juve esprime “sconcerto per l’ammenda comminata dal giudice sportivo”.
Nel 2014 (Kean è in prima superiore) arriva la novità dei cori antisemiti che dopo il match con la Fiorentina costano alla Juve 30 mila euro. Negli anni seguenti il crescendo delle sanzioni è impressionante: una volta su due comminate per cori razzisti anti Napoli o anti napoletani. Nel 2017 ci sono i cori “Zingaro!” contro Mihajlovic, allenatore del Torino, che arbitri e ispettori fingono di non sentire. Nel 2018 venticinque ragazzini della Juventus Under 15 vengono squalificati per una giornata per aver postato un video, dopo la semifinale-scudetto vinta contro il Napoli, in cui cantavano: “Abbiamo un sogno nel cuore, Napoli usa il sapone”; il tutto mentre fioccano multe e chiusure della curva per i soliti cori razzisti, come quelli verso Koulibaly del Napoli (la Juve ricorre e si vede raddoppiare la sanzione). Poi, di colpo, arrivano i buuu di Cagliari a Moise Kean. Che veste la maglia della Juve. Allegri va in tv e dice che basta, con i razzisti è giunta l’ora di finirla. Già.
In Sicilia, i fascioclericali della Meloni stanno con il diavolo della massoneria
Una standing ovation di vari minuti, che ha accompagnato una passerella infinita sul pavimento a scacchi del tempio, tra due ali di massoni con stendardi e grembiulini. È stato un tripudio l’arrivo a Rimini di Eleonora Lo Curto e Antonio Catalfamo, deputati regionali della Sicilia. Ad accoglierli il Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia, Stefano Bisi, da poco riconfermato al vertice.
Il Goi è la maggiore obbedienza massonica italiana e ha tenuto a Rimini la tradizionale Gran Loggia annuale, un vero e proprio congresso dei “fratelli”, che quest’anno ha ospitato pure Gianrico Carofiglio e Giovanni Maria Flick. Tutto nel segno della libertà. Anche per questo sono stati invitati Lo Curto e Catalfamo: agli occhi dei massoni hanno il merito di essersi battuti come leoni contro la legge Fava che impone la dichiarazione di appartenenza alla massoneria per i componenti dell’Ars.
“Una legge liberticida” per il Goi. A Rimini sia Lo Curto sia Catalfamo hanno spiegato perché si tratta di una “legge cattiva nella sostanza ma anche inutile e stupida”. Si è arrivati a citare persino la banalità del male. Ma qual è la provenienza politica dei due paladini filomassoni (ma non massoni, anche se Lo Curto ha detto di avere un marito “fratello” in sonno)?
Lo Curto è una centrista cattolica dell’Udc e fin qui nulla di sorprendente: tanti vecchi e nuovi dc sono stati e sono massoni, senza dimenticare l’ultimo scandalo siciliano che ha portato alla luce l’intreccio tra massoneria, politica e mafia (ma il Goi non c’entra nulla). A colpire invece è l’appartenenza di Catalfamo: Fratelli d’Italia, il partito di Giorgia Meloni. Ossia quella destra radicale che con il governo Monti del 2011 ha riscoperto il complotto massonico dei poteri forti, dall’Europa a scendere.
Ecco cosa diceva la stessa Meloni: “Sogniamo un’Italia in cui la massoneria, che ormai è ovunque, conceda almeno la par condicio a chi non è massone, perché non ne possiamo più di essere discriminati per il fatto che non siamo massoni anche noi!”. Non solo. Ma Meloni è stata una guest star al congresso delle famiglie di Verona la scorsa settimana. Laddove teoria gender e aborto sono considerati strumenti del diavolo laicista e massonico.
Il metadone? Solo se sei iscritto al Serd
Perché quando le cose funzionano non si fa di tutto per difenderle? È il caso di Villa Maraini, l’agenzia nazionale per le tossicodipendenze della Croce Rossa. Una struttura a Roma dedicata a chi ha problemi di dipendenza, aperta h24 365 giorni l’anno. Esempio forse unico nel Paese. Ma l’Asl Roma 3 nei giorni scorsi ha inviato una mail ai medici chiedendo di non somministrare il metadone a chi non si sia prima registrato nei Serd, i servizi per le dipendenze del Ssn, “per tracciare il farmaco”. I Serd però non sono aperti nei weekend (o solo per qualche ora) e durante la settimana seguono orari d’ufficio. Contrariamente alla normativa nazionale che impone l’apertura dei centri antidroga nell’arco completo delle 24 ore (legge 309/90, art. 118). I volontari di Villa Maraini, che venerdì hanno protestato davanti alla sede della asl, ci spiegano che “ogni utente viene registrato sul sistema elettronico fornito dall’azienda che distribuisce il farmaco che però non sempre parla con quello della regione”. Se è solo un problema tecnico, c’era bisogno di questo attacco gratuito? Cosa c’è dietro? L’11 è previsto un tavolo in Regione.
“Rendita di oltre il 3%”, le polizze civetta che ingannano i vecchi clienti
Le offerte civetta dei supermercati non danneggiano altri loro clienti. Quelle delle assicurazioni italiane invece sì. Purtroppo però la materia è complessa, il che facilita gli inganni. Da alcuni anni si legge infatti di “polizze che rendono più del 3%” e che “battono il mercato”. Con i tassi sul reddito fisso a basso rischio intorno allo zero, sarebbe magnifico. In realtà sono frottole confezionate dagli uffici vendita delle compagnie, premurosamente amplificate dalla stampa amica.
Per cominciare i rendimenti sul 3% non sono quelli delle polizze, bensì delle gestioni separate – una specie di fondi interni – cui esse sono agganciate. Da essi bisogna togliere qualcosa come l’1-1,5% fra una cosa e l’altra, per arrivare al risultato per il cliente, comunque lordo. Ma soprattutto tali gestioni non “rendono il 3%”, ma tutt’al più “hanno reso nel 2018” quella o altra percentuale. I rendimenti per il passato, tecnicamente detti ex post, vanno confrontati con rendimenti per lo stesso periodo.
Così quelli sbandierati dagli assicuratori fanno una magra figura rispetto, per esempio, al 12% corrisposto da alcuni buoni fruttiferi postali. Ma pure rispetto al 5%, sempre per l’anno scorso, dei Btp 1-3-2022, se si ragiona sul prezzo storico di sottoscrizione. Perché tale è il criterio applicato per determinare i rendimenti delle gestioni separate assicurative. Quindi è falsissimo che tali polizze abbiano battuto il mercato. È vero il contrario: chi ha fatto da sé con titoli di Stato o buoni postali ha ottenuto regolarmente di più, spesso però lo sa.
Sui meccanismi che abbiamo visto si innesta poi una furbata delle compagnie, che è opportuno smontare; e che dovrebbe essere vietata. A chi ha liquidità da investire viene proposto di sottoscrivere polizze incardinate su gestioni già esistenti. Ma queste hanno in pancia titoli redditizi valorizzati meno delle quotazioni attuali e così i nuovi clienti possono partecipare per il futuro a rendimenti alti, a danno però dei vecchi clienti. Che sarebbero imbufaliti, se i compari dell’educazione finanziaria non gli nascondessero con cura la cosa.
Però non è chiaro se davvero questa convenga ai nuovi clienti. Le offerte sono spesso contingentate e magari abbinate ad altre polizze rischiosissime, agganciate ad azioni. Ma soprattutto col denaro fresco che arriva non si riescono mica a comprare alla pari altri titoli al 5%, come quelli citati prima. Per cui i nuovi ingressi annacquano i portafogli delle gestioni separate, abbattendo vieppiù i rendimenti futuri.
Nessun taglio delle accise. Prezzi della benzina alle stelle
I prezzi dei carburanti a marzo hanno segnato un aumento del 2,7% su base annua, tornando a salire dopo il calo di febbraio (-0,5%). Secondo l’Istat, che ha rilevato le stime, il dato tendenziale dello scorso mese è il più alto da novembre del 2018 (+8,4%). Nel dettaglio, il diesel è salito del 2,6% su febbraio e del 5,3% sul 2018 (da +1,7%), mentre la benzina è aumentata del 2,4% rispetto al mese precedente con un’inversione di tendenza su base annua: da -3,0% a +0,3%. Ma le brutte notizie per gli automobilisti non finiscono qui: anche ad aprile ci sono tutte le condizioni per un ulteriore aumento dei listini. “I prezzi dei carburanti dovrebbero registrare un aumento nei prossimi giorni”, denuncia Bruno Bearzi, il presidente di Figisc (la Confindustria dei gestori degli impianti). “A meno di drastiche variazioni in più o in meno delle quotazioni internazionali o del tasso di cambio euro/dollaro – prosegue – ci sono plausibili presupposti per una aspettativa di prezzi tendenzialmente ancora in aumento durante questa settimana con scostamenti almeno di 0,5 centesimi/litro in più”.
Secondo l’elaborazione di Quotidiano Energia sui prezzi comunicati dai gestori all’Osservaprezzi carburanti del minisero dello Sviluppo economico, il prezzo medio praticato in modalità self-service della benzina è pari a 1,585 euro/litro, con i diversi marchi che vanno da 1,579 a 1,602 euro/litro, mentre per quanto riguarda il diesel il prezzo medio praticato è di 1,493 euro/litro, con le compagnie che oscillano da 1,494 a 1,508 euro/litro. L’unico modo per risparmiare qualcosa è rivolgersi ai gestori no-logo, le cosiddette pompe bianche, che offrono la benzina al prezzo medio di 1,472 euro/litro e il diesel a 1,561 euro/litro. Prezzi ancora maggiori, invece, in modalità servito con la verde che tocca una media di 1,716 euro/litro, con gli impianti che partono da un minimo di 1,670 a un massimo di 1,796 euro/litro (no-logo a 1,608), mentre per il diesel la media è a 1,628 euro/litro, con i punti vendita delle compagnie tra 1,607 a 1,713 euro/litro (no-logo a 1,519). Il meccanismo che si è realizzato è chiaro: inizia una compagnia a ritoccare il listino e tutte le altre si adeguano.
Il prezzo dei carburanti, come spiegano la Figisc, sta aumentando perché è il prezzo a livello internazionale a salire a causa della corsa del petrolio che ha raggiunto i massimi dell’anno, sfiorando i 70 dollari al barile. Ma anche se questo rialzo si interrompesse, in Italia difficilmente un automobilista se ne accorgerebbe subito, visto che quando sale il costo del petrolio, quello della benzina schizza. Mentre quando scende il prezzo del petrolio, quello della benzina si adegua troppo lentamente. Anche se a incidere davvero parecchio in Italia sul costo finale sono le accise, un’imposta fissa da 0,7284 euro al litro sulla benzina e da 0,6174 sul gasolio. Introdotte nel corso dei decenni per finanziare guerre ormai archiviate nei libri di storia, disastri o ricostruzioni post calamità naturali – se ne contano 20 dal 1935 al 2014 – le accise sono state riunificate dal decreto Dini del 1995, mentre la legge di Stabilità del 2013 le ha reso strutturali insieme al Fondo dello spettacolo, la crisi libica, le alluvioni di Liguria e Toscana, il decreto Salva Italia, il terremoto Emilia e l’emergenza Abruzzo.
Così, millesimi su millesimi, le accise sulla benzina nel 2017 hanno garantito introiti per le casse dello Stato per 26,7 miliardi. Per rendere l’idea le accise valgono 14 volte e mezzo il canone Rai e, ad oggi, rappresentano circa il 60% di quanto paghiamo al distributore ogni volta che facciamo rifornimento, compresa l’Iva al 22%. Una forte incidenza che, anche se gli italiani non conoscono, alla fine è stata sempre subita senza particolari rimostranze, perché da sempre è così. I carburanti sono stati oggetto di rincari da parte di tutti i governi – così come si fa cassa facilmente con i giochi o con i tabacchi – rendendo complicato ai politici intervenire con tagli, che comporterebbero riduzioni di gettito difficilmente compensabili.
Anche nel contratto di governo gialloverde era stato previsto di “eliminare le componenti anacronistiche delle accise sulla benzina”, così come le aveva chiamate Matteo Salvini lo scorso settembre ipotizzando prima uno sconto di 20 centesimi e poi auspicando un’imminente diminuzione di 11,3 centesimi al litro, che si sarebbe tradotta in oltre 4 miliardi in meno di introiti per l’erario, Iva esclusa. Ma la sforbiciata non si è mai realizzata. E la Lega ora si è data tempo fino al 2020 per abbassare i prezzi alla pompa e mettere fine all’automatismo che prevede gli scatti ogni anno. Intanto la legge di Stabilità ha previsto addirittura un possibile aumento delle accise a partire dal 2020 in caso di mancata sterilizzazione delle clausole di salvaguardia che valgono 24 miliardi di euro: serviranno 400 milioni di euro per evitare l’aumento.
Formula E, Roma è pronta per la settima tappa
Un laboratorio sportivo della mobilità sostenibile che cambierà il volto delle città: è questo il senso della Formula E, pronta a fare tappa a Roma per il secondo anno consecutivo. A ospitare l’evento sarà di nuovo l’Eur, il quartiere della zona sud della Capitale: il circuito cittadino di 2,84 km è il secondo più lungo della stagione: si parte da via Cristoforo Colombo, passando dall’obelisco dedicato a Marconi per poi spuntare alle spalle del Palazzo della Civiltà Italiana. Nissan, DS, Audi, Jaguar, Mahindra e Bmw sono solo alcuni dei team che si sfideranno nella tappa romana dell’ePrix. Tra i 22 protagonisti ci sarà Felipe Massa, ex pilota di Formula 1 e della Ferrari, che ora difende i colori della scuderia Venturi Grand Prix. Sul circuito correranno le “Gen2”, seconda generazione delle monoposto a zero emissioni: le vecchie batterie da 28 kWh, che obbligavano i piloti al pit stop di metà gara per fare un cambio vettura, sono state sostituite con accumulatori da 54 kWh, che permettono pure una velocità massima di 280 km/h. L’appuntamento con la gara, che verrà trasmessa in streaming in 90 Paesi, è fissato per sabato 13 aprile. La manifestazione, però, aprirà i battenti già da venerdì 12 con la E-parade, che vedrà sfilare sul tracciato cittadino chiunque sia dotato di una vettura a zero emissioni. Il passaggio dell’ePrix a Roma regalerà alla capitale un sistema di telecamere installate lungo tutta la lunghezza del circuito, che entreranno a far parte di un sistema di videosorveglianza il quale, successivamente, si estenderà ad altre zone della città, come San Lorenzo, Colosseo e Piazza Vittorio.
Aria pulita, eliminare le vecchie automobili
A un mese dalla sua introduzione, l’ecobonus non ha sortito alcun effetto. Forse andrà meglio in futuro, visto che finalmente la Corte dei Conti ha registrato il decreto attuativo, permettendo ai concessionari di inserire sulla piattaforma l’ordine e la prenotazione degli incentivi. Per quanto riguarda l’ecomalus, a marzo la l’extra-tassa sui mezzi più inquinanti non s’è fatta sentire: gran parte delle immatricolazioni veniva da ordini precedenti. Comunque di vetture incentivate, quelle da 0 a 70 grammi di CO2 per km, ne sono state vendute solo mille, ovvero il 20% in meno rispetto a marzo 2018. Curioso, no?
Quello che invece suscita preoccupazione è, oltre al calo del mercato dell’auto (-6,5% nel primo trimestre), anche l’aumento costante dell’anidride carbonica nell’aria. Siamo passati dai 112,2 g/km di marzo 2018 ai 119,2 del mese passato. La demonizzazione del diesel ha fatto la sua parte, confermando ancora una volta che i motori a gasolio di nuova generazione sono più efficaci nel contenere le emissioni di CO2 (nei motori a benzina sono maggiori del 10-40% a seconda del segmento). Il problema, semmai, sono quelli vecchi: in Italia circa un terzo delle auto in circolazione ha 13 anni di età: sono dunque antecedenti alla normativa Euro 4 ed è logico che inquinino di più. La ricetta per tutelare i polmoni non è tassare le nuove immatricolazioni, bensì incentivare l’eliminazione del parco circolante obsoleto. Prima o poi qualcuno dovrà accorgersene.
Ford, futuro a batteria. Le nuove Kuga ed Explorer
Go Electric: è il nome, inequivocabile, dell’inedita strategia di elettrificazione della gamma Ford. Sono 16 i nuovi modelli green prossimamente in arrivo, inclusi i veicoli commerciali e un suv 100% elettrico ispirato all’iconica Mustang: al debutto nel 2020, promette un’autonomia omologata di circa 600 km. “Ogni nuovo modello avrà almeno una versione elettrificata per adattarsi al meglio alle esigenze e ai portafogli della nostra clientela”, spiega Stuart Rowley, Presidente di Ford Europa.
Si comincia dalla nuova Kuga, sport utility da 4,6 metri di lunghezza offerto in versione plug-in hybrid (ricaricabile pure con corrente domestica): abbina un motore a benzina da 2,5 litri a un’unità elettrica per una potenza complessiva di 225 Cv. Può viaggiare per 50 km a zero emissioni e vanta un consumo medio omologato di 1,2 litri/100 km. La Kuga Hybrid, invece, si ricarica solo tramite il propulsore termico e nelle fasi di decelerazione: arriverà sul mercato nel 2020, anche a quattro ruote motrici (consumo omologato di 5,6 litri/100 km).
Poi c’è la Kuga col 2 litri diesel mild-hybrid da 150 Cv, che recupera e accumula energia durante le decelerazioni. Il suo starter/generator supporta il turbodiesel nella fase di spunto e fa funzionare gli accessori elettrici dell’auto, contribuendo a limitare il consumo medio a 5 litri/100 km. La Kuga avrà altresì motori tradizionali, con potenze comprese fra 120 e 190 Cv. All’interno spicca l’infotainment con touch screen da 8” e la strumentazione digitale da 12,3”. Fra i sistemi di sicurezza fan parte dell’elenco il mantenimento automatico della corsia di marcia, frenata autonoma di emergenza, cruise control adattivo e riconoscimento dei limiti di velocità.
Debutta poi a fine anno la mastodontica Explorer, suv a 7 posti da oltre 5 metri di lunghezza: è spinta da un motore V6 turbo ibrido plug-in da 450 Cv di potenza ed è capace di viaggiare per circa 40 km in modalità totalmente elettrica. Più abbordabili le versioni EcoBoost Hybrid di Fiesta e Focus, pronte per il 2020. Uniscono il motore tre cilindri turbo da un litro al mild-hybrid: l’alternatore funge da motorino d’avviamento ed è collegato a una batteria agli ioni di litio integrata nel sistema elettrico a 48V del veicolo.
I benefici sono una maggiore verve in accelerazione, un recupero più efficiente dell’energia frenante e minori consumi omologati: 4,9 l/100 km per la Fiesta e 4,7 l/100 km per la Focus. Inoltre, il prossimo anno arriverà a listino la nuova Puma, crossover di taglia urbana – ma dotata di un bagagliaio con volumetria di 456 litri – che affiancherà la più piccola EcoSport. Sotto al cofano avrà pure il suddetto EcoBoost Hybrid da 155 Cv.