Biobab, l’asilo nido nel carcere di Bollate. C’è pure il ristorante

M etti una sera a cena in carcere. A Bollate, proprio di fronte al celebre albero della vita di Expo. Al ristorante “In Galera”, aperto quattro anni fa da un’entusiasta signora di nome Silvia Polleri, che dà lavoro e mestiere a detenuti di buona volontà. E metti di ascoltare un progetto ispirato “al valore dell’inclusione e della bella educazione”, fatto di buon senso, umanità e cultura. Un asilo nido sul confine esterno del grande complesso carcerario, aperto ai figli dei dipendenti dell’istituto, alla popolazione della zona e ai figli delle donne recluse. Perché i bambini “non devono differenziarsi per le origini familiari”. Perché i bambini sono uguali. Allineate a un lungo tavolo parallelo a una parete sta una decina di donne, per lo più giovani, dirimpetto a un’altra fila di donne. Sono loro a spiegare quel che stanno facendo e il suo significato.

Orgogliose ma anche molto emozionate, vogliose di raccontare la storia di “Biobab”, così si chiama l’asilo. Fanno un cenno intenerito all’età “in cui si gioca con l’acqua e la terra non per creare il fango ma delle gustose polpette da offrire al proprio peluche”. Offrono punti di vista inediti. Come una “funzionaria giuridico-pedagogica” che a Bollate lavora. Si chiama Simona, porta in questo asilo due gemelle. La voce le si incrina quando ricorda il giorno in cui le consegnò alle maestre sconosciute dopo averle tenute accanto a sé un anno intero, prima di tornare al lavoro. Spiega che per lei quel servizio che può sembrare pura comodità è invece sollievo vitale. Quando entra al lavoro, infatti, deve deporre il cellulare in un armadietto. Durante il giorno nessuno la può raggiungere direttamente, è tagliata fuori da eventuali urgenze delle bimbe. E altrettanto tagliato fuori è il marito, anche lui in servizio a Bollate, agente della polizia penitenziaria. “Averle qui significa non vivere nell’ansia, sapere di potere essere comunque raggiunta”.

Pensi che davvero bisogna camminare per due lune nei mocassini altrui per capire, delle persone, problemi e preoccupazioni. Stesso pensiero hai quando la parola tocca a una delle donne allineate alla parete. Ha un nome dei paesi dell’est europeo. È una detenuta. E all’asilo non ha un suo figlio. Ci lavora come ausiliaria. Con sincerità una mamma racconta di avere voluto sapere per quali reati fosse stata condannata, aveva l’incubo dei reati sessuali. Nulla di questo, Z. è un’ottima aiutante delle educatrici, e forse ha le qualità per essere educatrice lei stessa. Dice di averne sei, di figli. E che quando bambini di un anno la chiamano per nome, le sembra di stare altrove, sente dissolversi il peso dei nove anni trascorsi in carcere.

Questa realtà coraggiosa e sincera, che include alcune giovani signore “del territorio” (si dice così, ormai), fa capo a una cooperativa femminile, Stripes, unica in Italia “e forse in Europa”, sottolinea Dafne Guida, donna di piglio e gentile che la guida. Le mamme della zona assicurano di avere scoperto una accoglienza “pazzesca”, che genera incontri e amicizie. Che c’è da restare sbalorditi per la qualità dell’ambiente educativo, più bello di scuole che nulla hanno a che fare con la prigionia, ma che sembrano tanto più chiuse e grigie. Qui c’è l’open space, i bimbi giocano con oggetti naturali (“giocattoli effimeri”, ironizza un’educatrice), sono a contatto con la natura, hanno il loro giardino-orto. Spiega Dafne che la loro idea è di garantire ai bimbi soprattutto due diritti: il diritto alla bellezza e il diritto a “stare fuori”, espressione che in questo contesto si carica di significati subliminali. “Vedete un gruppo di bambini che gioca, che prepara il fieno da portare ai cavalli, che infila le dita dentro la terra per scoprire se sono cresciute le carote. Giochi che per i bambini che vivono dentro hanno il valore straordinario dell’incontrare il fuori: un fuori fatto di erba da toccare, di cortecce da accarezzare, di foglie da osservare, di corse da fare, di amici da incontrare. Un luogo in cui il fuori si mescola al dentro per rendere la vita dei bambini che vivono tra le mura del carcere più sostenibile, più ariosa, più bella”.“Biobab”, “In Galera”, entrambe creazioni di donne in un carcere diretto da una donna, Cosima Buccoliero, in cui, come viene detto, sono 230 i detenuti che ogni sera rientrano dal lavoro esterno. Così pensi che forse non è necessario portare terroristi e mafiosi a parlare nelle scuole per rendere il carcere più umano, per restituire speranze e fiducia a chi ha sbagliato. O no?

L’Aquila, la città che non c’è: pietre separate dal popolo

“Tutto sommato è stata data una casa a tutti (…), però a noi manca la città, manca tanto la città”. Le parole, pacate e lucidissime, della consigliera comunale Carla Cimoroni dicono quel che c’è da dire su L’Aquila, a dieci anni dal terremoto. Non sono giorni facili, questi, per li aquilani. Gli anniversari, e questo su tutti, sono pugnalate, separate da intervalli di silenzio e disinteresse nazionali lunghi un anno. E poi intorno al 6 aprile ecco l’assedio di giornalisti e tv, magari in cerca di “storie forti”, come si è sentita chiedere Antonietta Centofanti, guida morale (di spessore umano e lucidità politica straordinari) dell’associazione dei familiari delle vittime, che non cessa di lottare per la verità e la giustizia. In questi giorni sanguinano copiosamente ferite mai chiuse, e si riaccendono i sensi di colpa di quei decisori aquilani che – messi dalle spalle al muro dal cinismo irresponsabile di Berlusconi, Letta, Bertolaso – alla fine dissero sì alle New Town di cemento, che oggi sono a loro volta sfollate per un quinto a causa dei balconi che crollano, e del deperimento di quelle povere strutture mangia suolo.

Fu una decisione difficile, sfociata in un errore terribile: perché condannò la città storica, e separò le pietre monumentali dal popolo che dava senso e futuro a quelle pietre. E perché estese fino 4350 ettari la superficie (già prima enorme: 3000 ettari) insediativa dove vivono i 69.439 aquilani. La mappa, elaborata per l’Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli da Andrea Giura Longo e Monica Cerulli (e presentata in questi giorni all’Aquila) dimostra che siamo così arrivati a 16 abitanti per ettaro: una densità “incompatibile con una decente condizione urbana” (commenta l’urbanista Vezio De Lucia), basti pensare che l’Aquila è ora la città italiana con più automobili pro capite, con conseguenze devastanti sulla qualità della vita. Paradosso nel paradosso, questa nuova dispersione ha oscurato quella storica: in quasi tutte le frazioni antiche dell’Aquila le case rimangono ancora a terra, e dove si ricostruisce il patrimonio pubblico lo si fa molto peggio che in centro: Italia Nostra denuncia il rischio di perdere i connotati storici di un luogo cruciale come Santo Stefano di Sessanio a causa di restauri inadeguati.

E, d’altra parte, non avendo ricostruito il centro storico per settori, avendo lasciato drammaticamente indietro la ricostruzione della città pubblica e non avendovi riportato le funzioni pubbliche e i servizi (sono aperti a tutt’oggi 60 negozi sui 1000 di dieci anni fa) si capisce che cosa vuol dire che, se ora ci sono le case (molte in vendita), “manca la città”. Non è che l’Aquila di prima fosse un paradiso: ma il punto è questo, il terremoto ha funzionato da acceleratore e amplificatore delle dinamiche che colpiscono tutte le città storiche italiane: spopolamento, gentrificazione (riduzione a quartieri monoclasse sociale, cioè nella città dei ricchi), trasformazione in quinte monumentali per turisti, messa a reddito con centri commerciali e improbabili parcheggi sotterranei fatti per pura speculazione.

Più in generale, andare all’Aquila vuol dire capire l’Italia. Il dato secondo me più sconvolgente del bilancio di questi dieci anni è che tra tutto quello che si è ricostruito non ci sia nemmeno una – dico una sola – scuola pubblica. Si studia ancora nelle strutture di emergenza, e bambini di dieci anni non sanno cosa sia entrare in una scuola che sia una ‘casa’ di tutti: se qualche storico del futuro si chiederà quale posto occupava la funzione della scuola nel progetto politico, e nella stessa coscienza di sé, degli italiani dei primi decenni del XXI secolo, ebbene troverà la sua sconfortante risposta all’Aquila.

Ma gli aquilani hanno una tenacia e una capacità di costruire il futuro che, proprio per il valore universale dei loro problemi, può essere di ispirazione per tutto il resto d’Italia. Le parole citate in apertura si trovano montate in un grande manifesto esposto insieme a moltissimo altro materiale documentario al presidio “Fatti di memoria”, che 24 associazioni hanno voluto tenere aperto in centro in occasione del decennale. È un modo efficace per dire che i cittadini dell’Aquila vorrebbero un centro permanente in cui costruire il futuro attraverso la memoria del passato: “Lo vorremmo così: un ‘museo della città’, un archivio-laboratorio dedicato alle 309 vittime, vitale per la comunità e attrattivo per chi è di passaggio. La vorremmo così la città della memoria e della conoscenza, prestigiosa nel mondo, inclusiva e accessibile per tutte e tutti. Perché la memoria è un ingranaggio collettivo: solo se la memoria dei sopravvissuti si fa cultura per le generazioni a venire, una comunità ha la possibilità di rinnovarsi”. Nel 2013 si era progettato un centro come questo, si sarebbe dovuto chiamare Ter.R.A, ma tutto si fermò.

Oggi quell’idea rinasce in Territori Aperti, un “Centro di documentazione, formazione e ricerca per la ricostruzione e la ripresa dei territori colpiti da calamità naturali” che sarà realizzato dall’Università dell’Aquila grazie ad un finanziamento di Cgil, Cisl e Uil. Un’ottima notizia: ma non basterà che sia fatto per i cittadini. Dovrà nascere con i cittadini, perché c’è davvero bisogno di partecipare e costruire un luogo dove storia, memoria collettiva e capacità di riscatto riescano a far rinascere una comunità.

Se sarà così, L’Aquila avrà dato a tutta l’Italia l’ennesima, memorabile lezione di futuro.

Il “bibliotecarro” errante: “Ape e libri per resistere”

“Maestro in pensione. Da 18 anni ha fatto della sua vita una missione in nome della cultura: portare libri ai bambini delle scuole elementari dei paesi più piccoli e isolati della Basilicata, dove spesso non ci sono biblioteche o librerie. Lo fa con un mezzo speciale…”. Leggo ad Antonio La Cava le motivazioni dell’Onorificenza a Commendatore dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana, conferitagli al Quirinale dal Presidente Sergio Mattarella. E mi regolo di conseguenza chiamandolo, giustamente, commendatore. Commendator Antonio La Cava… Ma lui mi stoppa subito: “Maestro, la prego, preferisco maestro elementare. Perché quella è la mia passione, una sorta di febbre che ha segnato e segna tutta la mia vita”.

Settantaquattro anni (portati benissimo), sposato, due figli, il “Maestro” poteva essere un tranquillo pensionato in quella parte del Sud che si chiama Basilicata. La mattina un giro in piazza a Ferrandina, il suo paese, un caffè con gli amici, due chiacchiere sul tempo, la politica, i giovani e i mali dell’universo mondo, il pranzo, qualche oretta di sonno, soprattutto d’estate, quando la controra infiamma le case, tv e cena. Fine. Invece … “Dopo 42 anni di insegnamento, nove anni fa vado in pensione, ma decido di non fermarmi. Mi guardo in giro e mi sale l’angoscia. Vedo crescere sempre più l’indifferenza verso i libri e la lettura. Un male che colpisce soprattutto i più giovani. Non ci sto, passo giorni a ripetermi che si deve fare qualcosa. Chiedo un parere ai ragazzi. La risposta mi lascia a bocca aperta. Maestro se qualcosa si deve fare devi essere tu a farla”. E fu così (correva l’anno 1998) che Antonio La Cava, maestro elementare in pensione, decise di mettere mano al portafogli. Aveva adocchiato una sgangherata “Ape 50” che il comune di Altamura usava per la raccolta della monnezza, costo 800mila lire. “Un catorcio, ma Vincenzo, un bravissimo artigiano del mio paese, la rimise in sesto e la trasformò come desideravo: una biblioteca ambulante carica di libri. Volevo realizzare una piccola utopia, portare i libri paese per paese, chiamare a raccolta la gente, soprattutto i bambini e invogliarli alla lettura. La vecchia “Ape” – prosegue – era l’ideale, perché quello è un mezzo gioioso, porta la frutta nei paesi, con i suoi colori e l’allegria dei venditori. Dalle nostre parti il libro c’era solo nelle case dei ricchi, delle élite, i poveri non leggevano. La mia sgangherata biblioteca ambulante, invece, li portava casa per casa, fanciullo per fanciullo”.

Da allora il maestro ha percorso 200mila chilometri (50mila negli ultimi tre anni), e cambiato vari mezzi prima di arrivare al “Bibliomotocarro”, un motocarro che ha il tetto con le tegole proprio come le casette dei paesi lucani, sei scaffali pieni di libri per ragazzi, uno dedicato agli adulti che amano leggere, e uno per le persone che hanno abbandonato la scuola, ma basta armeggiare un po’ e dal motocarro spunta uno schermo. E tanti progetti (“Fino ai margini, oltre il confine”, “Amico libro”). “Ho sempre sognato di fare il maestro di strada. Le pareti di una scuola, mi dicevo, sono troppo anguste, e allora se dovevo parlare dei fiumi italiani, portavo i miei ragazzi in riva al fiume. Un modo di fare che mi ha creato non pochi problemi. Ma funzionava, e ora ho un sogno: portare il “Bibliomotocarro” nelle periferie di qualche grande città del Sud, Napoli, Palermo, e prima o poi ce la farò”. Sogni, progetti, idee, la testa del maestro non conosce soste. “Con i miei collaboratori abbiamo inventato il libro bianco. Un’idea semplice. Si sceglie un tema e si consegnano dei fogli bianchi. Inizia a scrivere il bambino di un paese, continua quello del villaggio accanto e così via, fino al completamento di un racconto corale scritto rigorosamente a mano. Un successo, perché i bambini hanno un’enorme voglia di raccontare e raccontarsi. È il nostro laboratorio di scrittura gratuito e itinerante”.

Quando la biblioteca su ruote del maestro arriva nei paesi della Basilicata viene annunciata da una banda musicale, “perché il libro è allegria”. Un elogio all’antico? “Certo, ma io non sono un antimodernista. Uso il computer, la tv, e le telecamere. Portiamo in giro uno schermo per proiettare i film che realizzano i ragazzi. Scegliamo un libro, scriviamo una sceneggiatura e ne tiriamo fuori un cortometraggio”. Il maestro La Cava ha però una grande amarezza, lo spopolamento della Basilicata. “Vado in giro e vedo paesi che si svuotano, giovani che vanno via. Mi viene in mente Lucania, una bella poesia del nostro Rocco Scotellaro”. Il maestro recita a memoria gli ultimi versi: “… Il vento mi fascia di sottilissimi nastri d’argento e là, nell’ombra delle nubi sperduto, giace in frantumi un paesetto lucano”. “Ecco – aggiunge – vorrei che i libri servissero anche a questo: a resistere per restare”.

I corridoi della Cgil: il “museo” d’arte che non ci si aspetta

Ogni mattina, all’ingresso della sede nazionale della Cgil, i dipendenti si imbattono in un quadro di Renato Guttuso grande quanto la parete. “È uno dei bozzetti più belli della Battaglia di Ponte dell’Ammiraglio, in Cgil conserviamo la memoria e incoraggiamo gli artisti del futuro”: Patrizia Lazoi è la curatrice del patrimonio artistico del sindacato, dall’inizio degli anni ‘90. Mentre la cultura di sinistra va in frantumi, lei ricuce i pezzi del mosaico, unendo le tessere di un puzzle dimenticato. La collezione, per lo più, include dipinti e sculture: l’importante è che le opere esprimano i valori progressisti e dei lavoratori. Il patrimonio del sindacato conta centinaia di opere: alcune sono nelle sedi locali e delle Camere del Lavoro, molte negli uffici romani di Corso d’Italia.

La casa della Cgil è un museo vivente: tele, manifesti, stampe, bozzetti, statue e rilievi ornano il palazzo come la punteggiatura di un discorso. Un dedalo di quattro piani; lungo i corridoi è facile imbattersi in un bozzetto di un artista di fama nazionale e internazionale. Impossibile stabilirne il prezzo: alla Confederazione interessa il valore culturale, non quello economico. Due cataloghi Ediesse, del 2005, raccolgono 650 opere sparse su tutto il territorio nazionale.

La collezione vanta autori di prestigio come Ennio Calabria (nel 1964 partecipò alla Biennale di Venezia), Alberto Sughi, Giuseppe Zigaina e Piero Guccione. Ci sono artisti stranieri, come lo spagnolo Joaquín Vaquero Turcios.

Nel 1972, molte opere uscirono clandestinamente dalla Spagna ancora franchista per partecipare alla mostra Amnistia que trata de Spagna, organizzata da Cgil, Cisl e Uil per sostenere gli antifascisti iberici. Molte di questi quadri sono stati acquistati dalla Cgil, allora guidata dal segretario Luciano Lama.

Genesi della collezione: donazioni e commissioni

Pensare che all’indomani della guerra la Cgil aveva perso quasi tutto, depredata dai fascisti. Le camicie nere avevano l’abitudine di assaltare, bruciare e distruggere i luoghi di ritrovo dei lavoratori, negli anni ‘20, portando via persino le bandiere rosse a mo’ di scalpo. Alcune però sono sopravvissute e ora sono patrimonio dell’Archivio Centrale dello Stato. La palazzina di Corso d’Italia, durante il Ventennio, fu la sede della Confederazione fascista dei Lavoratori dell’Agricoltura. Dopo la Liberazione, la Repubblica provò a fare giustizia delle ruberie fasciste istituendo l’ufficio Stralcio, per dirimere i contenziosi sul patrimonio sindacale andato disperso (solo nel 1981 lo Stato assegnerà l’edificio alla Cgil). Ma nel dopoguerra il vento soffia forte a sinistra e non si contano le donazioni di pittori e scultori. Tantissimi, del resto, erano iscritti al Sindacato Artisti della Cgil. Una volta, a sinistra, gli intellettuali non si apostrofavano come “professoroni”.

Così, negli anni 90, la collezione è ricca ma disorganizzata. La Cgil decide di la catalogarla e ordinarla, arricchendola spesso con nuove donazioni. Quasi vent’anni fa, alcune opere arrivarono dall’ex casa del Partito Comunista, in via delle Botteghe Oscure. Quando il Pci abbandonò la storica sede, quadri e sculture del partito furono vendute. Nella raccolta della Cgil entrarono diverse opere, inclusa una scultura di Augusto Perez. Nel 1996, in occasione del XII congresso, a donare le loro opere furono pittori di rango come Ugo Attardi, Alberto Gianquinto, Toti Scialoja. Intanto, il sindacato commissiona nuove opere ad artisti emergenti. Se sono donne, ancora meglio. Nel 2016, in occasione di Mantova Capitale, la Cgil Lombardia ha organizzato la mostra dal titolo Artiste al lavoro. Il lavoro delle donne. Capolavori dalle raccolte d’arte della Cgil. Maddalena Mauri è tra le pittrici più prolifiche e innovative: diverse sue grandi tele si trovano in Corso d’Italia.

La sede è una mostra: l’arte è in corridoio

Al piano seminterrato, nel salone più grande del palazzo, si staglia l’opera di Jonathan Guaitamacchi sull’ex quartiere industriale della Bovisa, a Milano: tele in bianco e nero sul declino della civiltà industriale. L’artista le ha donate al sindacato durante la segreteria di Susanna Camusso. Così le opere sono tornate alla vita, come il quartiere meneghino: dove c’erano fabbriche e operai, a lungo aveva dominato il deserto per via della fuga delle industrie. Ora alla Bovisa non ci sono tute blu, ma gli ingegneri del Politecnico.

Poco più in là, lungo il corridoio al primo piano, la curatrice ha un sussulto: “Qui c’era l’ufficio di Giuseppe Di Vittorio”. Il leader da Cerignola, in Puglia, bracciante figlio di contadini, durante il fascismo andò in Spagna e si mise alla testa delle brigate internazionali contro Francisco Franco. Fu segretario della Cgil dal ‘45 al ‘57, tra i più amati dai lavoratori. Pensava che l’emancipazione dei lavoratori passasse per la loro crescita culturale. Perciò nel 1952, in occasione del suo sessantesimo compleanno, il sindacato comprò alla Biennale di Venezia alcune opere, tra cui le Mondine di Giuseppe Migneco. Si dice che Di Vittorio raccontasse spesso il suo stupore quando entrò, per la prima volta, in un museo. Pensava fosse noioso, invece lo trovò straordinario.

Negli anni ‘70 però la stanza del segretario trasloca al quarto piano: motivi di sicurezza. Destra e sinistra sparano, la finestra su strada è un invito a colpire. Luciano Lama, il segretario, fu cacciato dalla Sapienza per aver detto: “Un’impresa in crisi ha il diritto di licenziare”. Un tempo suonava come una bestemmia, pronunciata da un sindacalista. Oggi, la frase, forse la condividerebbe persino Maurizio Landini, nella sua stanza al quarto piano.

Scendendo lungo la scala a chiocciola si arriva al piano -1, tappezzato di manifesti a stampa. Ce n’è uno di Bruno Cassinari: è la stampa per la festa del primo maggio 1945, i nazisti erano fuggiti dall’Italia una settimana prima. Cassinari, per intenderci, nel 1949 esporrà con Pablo Picasso, in Spagna, e al Moma di New York. Ma se al sindacato serviva un manifesto da appendere in strada, l’artista si metteva all’opera. A Patrizia sale la nostalgia: “Ora i manifesti non li fanno quasi più gli artisti…”. La propaganda, si sa, su internet costa meno: basta un meme con photoshop per raggiungere migliaia di utenti social. Negli anni ‘60, i manifesti politici erano disegnati da artisti del calibro di Ennio Calabria; il pittore ne ha firmati tantissimi anche per la Cgil. Con disdoro dei grafici, che giudicavano le immagini incomprensibili per gli elettori. I partiti li assecondarono dimenticando gli artisti. Ennio Calabria ricorda bene quella stagione: “Dicevamo al partito che seguendo questa china avrebbero finito per fare manifesti come quelli della Coca Cola”. Gli spot arrivarono negli anni ‘80, ma ai meme nemmeno Ennio Calabria aveva pensato.

Leggi timide e senza toccare le entrate: il governo non s’è disintossicato dall’azzardo

Pier Paolo Baretta, ex sottosegretario all’Economia e alle Finanze – prima nel governo Letta poi con Matteo Renzi e Paolo Gentiloni – aveva una sua idea del gioco d’azzardo: “Una partita persa”, era solito ripetere ai colleghi in Parlamento. Altri tempi, certo. Ma, almeno per ora, quella contro il gioco resta una guerriglia su un campo minato da un conflitto di interessi. Perché nessuno, nemmeno questo governo che ha fatto della lotta all’azzardo uno dei suoi cavalli di battaglia, è riuscito fino a questo momento a sciogliere definitivamente il più insidioso tra i paradossi: lo Stato che con un mano vieta e che con l’altra fa cassa. L’anno scorso con il Preu, il prelievo unico erariale, vale a dire la tassazione sul gioco, lo Stato ha incassato 10,5 miliardi, su una raccolta totale che è in tumultuosa crescita: ha raggiunto il record di quasi 107 miliardi (nel 2015 era a quota 88). A questa generosa fetta di torta erariale non c’è governo, almeno per ora, che possa o voglia rinunciare. Il decreto Dignità, voluto dal vice premier Luigi Di Maio, ha sì imposto il divieto di qualsiasi forma di pubblicità del gioco (divieto che scatterà a partire dal 14 luglio prossimo), ma ha anche inserito una norma che impegna i gialloverdi a varare una riforma complessiva del settore a gettito fiscale invariato, gettito che ora serve anche a sostenere il reddito di cittadinanza e le pensioni quota 100. Significa che il riassetto generale previsto non dovrà comunque diminuire l’ammontare di ciò che entra nelle casse dello Stato. E che le esigenze del ministero dell’Economia (che deve spremere il settore) rischiano ancora una volta di entrare in rotta di collisione con quelle del ministero della Salute (che deve invece contenere i danni).

“È evidente che anche l’erario deve disintossicarsi dall’azzardo”, dice Giovanni Endrizzi, senatore 5 stelle e membro della Commissione parlamentare antimafia. “Ereditiamo questo conflitto di interessi dai precedenti governi. Ma un aumento delle tasse sul gioco dovrebbe avere un effetto deterrente, e questo è solo il primo passo. Poi in futuro bisognerà mettere in campo altri provvedimenti che consentano di rinunciare a tutto o a parte del gettito”. Grandi manovre sono già iniziate. Con la legge di Bilancio, il governo ha aumentato un prelievo che era già stato rivisto con il decreto Dignità, portandolo al 20,6% per le Awp (le slot) e al 7,5% per le Vlt (le videolottery). Poi con il decretone su reddito di cittadinanza e quota 100 si è deciso per un’altra impennata. Contemporaneamente, però, ha diminuito il payout, che corrisponde a quanto viene ridistribuito attraverso le vincite: per le slot lo ha fissato al 68% (era al 70); per le videolottery lo ha ridotto all’84%. Operazione che apre due diversi possibili scenari. C’è quello auspicato dai 5 Stelle, secondo i quali la diminuzione delle vincite dovrebbe disincentivare il gioco. Poi c’è quello paventato, invece, da chi teme una impennata dell’illegalità: la riduzione del payout non farebbe altro che spostare i giocatori verso il sommerso, quell’area d’ombra gestita dalla criminalità organizzata che, esentasse e senza costi regolari di gestione, assicura probabilità di vincita decisamente più alte. Tesi, quest’ultima, sostenuta prima di tutto (ma non solo) dalle imprese del gioco legale (oltre 9mila e tra queste colossi come Lottomatica e Sisal).

Ora si apre la partita delle concessioni, che sono 529 tra giochi a base sportiva, gioco online, bingo, lotto e lotterie. “Entro il 2022 andranno quasi tutte a rinnovo – dice Endrizzi -. Adesso abbiamo un sottosegretario all’Economia con delega al gioco, Alessio Villarosa. Ma serve un sistema di raccolta di informazioni scientifiche, validate, con dati che affluiscono da vari ministeri, da quello dell’Economia a quello della Salute per arrivare al ministero della Giustizia. Questa deve essere l’occasione per fare una scelta politica decisiva”.

Gioco, oggi i “drogati” sono 70 mila ragazzini

Non è una bisca clandestina ma una sala di scommesse sportive che espone l’insegna di una società regolarmente autorizzata dall’Agenzia delle dogane e dei monopoli, vale a dire un concessionario di Stato. Siamo nel centro di Roma, il cartello che vieta l’ingresso ai minorenni è una pura formalità. “Nessuno mi ha mai chiesto la tessera sanitaria o la carta di identità. Per giocare basta solo avere un po’ di denaro in tasca e anche se non sei già maggiorenne la porta è sempre aperta. Ricordo di aver fatto all’inizio una vincita importante: 500 euro con una puntata da 5. Mi sono galvanizzato. Ma quello è stato il primo passo verso un girone infernale. Dopo ho fatto di tutto. Per continuare a giocare ho chiesto soldi agli strozzini, sono stato minacciato e picchiato. Una volta anche il gestore della sala mi ha fatto un prestito: 7mila euro. Tanto i controlli non ci sono mai. E poi nel mondo del gioco impari presto a muoverti nel modo giusto”. Chi parla è Andrea (il nome è di fantasia, per proteggere l’anonimato). Andrea è un giocatore patologico. Ha 21 anni. Il primo incontro con l’azzardo lo ha fatto quando ne aveva 15, insieme agli amici, quasi tutti coetanei. Videolottery, scommesse sportive, slot machine, poker e bische clandestine – sovente mascherate da associazioni culturali – lo hanno afferrato fino a stritolarlo nell’arco di pochi anni.

Tanti minori finiscono in cura nei Serd

Da cinque mesi Andrea si è affidato ai terapeuti del Siipac, il centro di Bolzano per la cura delle dipendenze e dei comportamenti compulsivi guidato dal medico Cesare Guerreschi. Guerreschi conferma: “L’età dei giocatori patologici si è notevolmente abbassata. Quando ho iniziato, 35 anni fa, il paziente più giovane aveva 45 anni. Adesso vengono da noi molti ragazzini. Le molle che spingono verso il gioco e che possono far scattare la dipendenza sono tante. C’è chi comincia per noia, per divertirsi, perché non lavora e non studia, non ha nulla da fare. C’è chi ha già problemi psicologici. Il processo di sviluppo della patologia dura anni e tanti arrivano a delinquere pur di trovare i soldi per giocare”.

Andrea ha scoperto subito come sia semplice varcare ogni confine. Quello del divieto imposto ai minorenni. E quello che segna lo spartiacque tra legalità e illegalità. “Dentro alle sale da gioco – dice – trovi di tutto. I frequentatori della domenica e quelli che praticamente ci vivono. Poi tanti ragazzini: 16, 17 anni. Soprattutto per il gioco online, che sta andando forte, vieni dirottato facilmente sui siti non autorizzati: i casinò sono tra i più popolari. Spesso è lo stesso gestore a proporteli, perché tutto è esentasse. Così il giocatore ha più probabilità di vincere mentre lui si assicura maggiori ricavi”.

A misurare il fenomeno dei giovani drogati dall’azzardo ci ha provato l’Istituto superiore della Sanità. L’anno scorso ha stimato che siano quasi 70mila i minorenni che hanno sviluppato dipendenza, su un totale di giocatori problematici che si aggira intorno a 1,5 milioni di persone, delle quali 12.500 in terapia nei Serd, i servizi contro le dipendenze della sanità pubblica. Sono soprattutto i giovani a spostarsi sempre di più verso il gioco in rete, maggiormente difficile da controllare e capace di assicurare vincite più alte. C’è quello legale, autorizzato dallo Stato, che secondo i dati dell’Osservatorio sul gioco online del politecnico di Milano, vale già il 7,2% del mercato complessivo: tra i giocatori di età compresa tra 18 e i 24 anni dal 2014 ad oggi è passato dal 15 al 20% del totale della raccolta. Poi c’è quello sommerso, rappresentato da siti non autorizzati che fanno capo a piattaforme gestite in altri Paesi – in prima fila Malta, Curacao e Gibilterra – e che spesso sono controllate dalla criminalità organizzata.

Un boom, come dimostrano i numeri dell’Adm, l’Agenzia delle dogane e dei monopoli. Dal 2007 al 15 marzo scorso sono stati chiusi in Italia oltre 8.100 siti non autorizzati, una media di 675 all’anno per dodici anni. Solo l’anno scorso ne sono stati inibiti più di mille. Ma la domanda non si è fermata.

Milioni di utenti: navigare nell’illegalità

I tentativi di accesso ai siti illegali sono stati milioni: oltre 270 nel 2018, quasi 35 nei soli primi due mesi di quest’anno. “Perché il giocatore che sceglie un sito non autorizzato è perfettamente consapevole di essere entrato nella sfera dell’illegalità: lo fa volutamente per ottenere dei vantaggi”, spiega Samuele Fraternali, direttore dell’Osservatorio del Politecnico di Milano. Così si gioca con lo smartphone, con il tablet, con il pc. Come faceva anche Andrea. “È facilissimo eludere ogni divieto, basta farsi prestare un documento di identità da un amico maggiorenne”, dice. “Quanto alle bische clandestine – prosegue – funziona il passaparola. Ti rilasciano una tessera ed è fatta. Giochi a poker di notte, le puntate sono alte e prosegui anche se entri in contatto con la malavita”. Poi ci sono i totem, computer modificati inseriti nelle strutture delle slot machine legali e collegati a siti esteri illegali: una evoluzione tecnologica dei vecchi videopoker. Complessivamente un mercato nero che secondo stime della Guardia di Finanza vale almeno 20 miliardi di euro e che per gli operatori del settore arriverebbe addirittura a 50.

“Sono arrivato a puntare 10 mila euro al mese”

Di fronte all’impennata del gioco online nulla possono fare le ordinanze dei 159 Comuni che fino ad ora hanno applicato il distanziometro, vale a dire l’obbligo di aprire sale giochi a una distanza minima dai cosiddetti luoghi sensibili, come scuole e ospedali. “All’inizio vendevo erba – ricorda Andrea – e guadagnavo fino a 8mila euro al mese. Poi ho trovato un lavoro: uno stipendio di mille euro che però non bastava. Solo verso i vent’anni ho maturato la consapevolezza di essere ammalato. Ero arrivato a puntare fino a 10mila euro al mese. E per farlo rubavo anche in casa”. Andrea ogni tanto vinceva. E allora rigiocava e perdeva tutto. Sempre così, per cinque anni. “Il gioco – dice – , era diventato il mio pensiero fisso”.

L’effetto della Brexit: l’Europa bussa alla porta di casa nostra

La Brexit è la dimensione locale della condizione post-liberale dell’Europa contemporanea. Ha reso palese il crollo di fiducia verso la classe dirigente, l’affermarsi di nuovi valori e il caos che deriva dalla rottura col passato senza avere alternative chiare. Stiamo vivendo in tempi contro-rivoluzionari. La Brexit può sembrare un caso specifico, ma anche Polonia, Olanda, Austria, Danimarca, Francia e Italia stanno avendo le loro esperienze turbolente e il virus illiberale sta contagiando anche la Germania. Una cattiva gestione della Brexit peggiorerà la situazione.

Ci sono tre lezioni dalla Brexit. Primo: la Brexit è un tipico caso di ribellione contro politici di centrodestra e centrosinistra al potere negli ultimi trent’anni. Gli elettori non sopportano più partiti oligarchici e decisioni prese da istituzioni non elettive. Si sono stancati di una politica estera e migratoria poco efficaci, di scuole e ospedali cadenti, di strade piene di buche. In ogni elezione la vecchia guardia viene bastonata e i nuovi arrivati premiati. Tra questi non ci sono soltanto gli xenofobi, ma anche i Verdi e nuove entità inclassificabili come lo Spring Party in Polonia o il Forum della Democrazia in Olanda.

Seconda lezione: la Brexit dimostra come la contro-rivoluzione illiberale non riguarda soltanto il cambio delle facce, ma anche di mentalità. La posta in gioco è stabilire qual è la “buona società” che vogliamo. I pilastri normativi dell’ordine liberale sono sotto attacco: il pluralismo politico e la tolleranza, i diritti delle minoranze e la società multiculturale, le frontiere aperte e la sovranità condivisa. L’Unione europea non è sotto attacco soltanto per la sua rigidità e i suoi deficit democratici. I critici vedono la Ue come il veicolo per la diffusione di valori “alieni” che corrodono le tradizioni nazionali e religiose, distruggendo legami essenziali per una vera solidarietà economica. I

Terza lezione: la Brexit dimostra che se viene meno il “consenso” all’ordine liberale, poi arriva il caos, almeno nel breve e medio termine. Non ci sono soluzioni pragmatiche che possano risolvere conflitti identitari e ideologici. Il liberalismo ha garantito finora un “manuale” per stabilire cosa è giusto e sbagliato nella società, non soltanto per gestire le elezioni. L’onda illiberale mette in discussione queste verità, suggerendo interpretazioni alternativa di cosa è normale e radicale. La Brexit non riguarda soltanto le regole commerciali, ma la definizione stessa di cosa significa essere britannici ed europei.

Mercoledì i leader europei dovranno prendere una decisione dalle ripercussioni epocali. Il 10 aprile i membri del Consiglio europeo dovranno evitare l’errore fatto dai loro colleghi inglesi. Primo: non devono dare per scontato il sostegno dell’opinione pubblica. In Gran Bretagna sono stati i remainers a chiedere il referendum sulla Brexit, perché pensavano di vincerlo. Ma non è andata così. E oggi i leavers stanno facendo lo stesso sbaglio, pensando di avere gli elettori dalla loro anche quando l’uscita dall’Ue comincerà ad avere effetti sulle tasche e sulle vite delle persone.

I membri del Consiglio europeo devono anche essere consapevoli della fragilità delle nostre democrazie. In Gran Bretagna il referendum sulla Brexit non ha sanato le fratture politiche e lo sforzo del Parlamento di tradurre la “volontà popolare” è stato un disastro. Le decisioni prese dal Consiglio europeo hanno una dubbia legittimità democratica e molti dei suoi membri faticheranno a far digerire i costi della Brexit ai propri elettori.

Se la Brexit è il segnale di un profondo conflitto ideologico, firmare un accordo di separazione nei prossimi giorni non chiuderà lo scontro su quale debba essere il tipo di società desiderato. I leader europei che prenderanno una decisione il 10 aprile devono aver chiaro che siamo soltanto all’inizio di un doloroso processo che ridefinirà l’Europa in termini istituzionali, culturali e politici.

Il problema con la visione liberale dell’Europa non riguarda tanto i valori in quanto tali: l’idea dei confini aperti, la tolleranza culturale e la libertà individuale. Il problema è il modo in cui questi valori sono stati declinati negli ultimi anni: i benefici sono andati solanto ad alcuni, lasciando indietro tutti gli altri. Interventi militari illegali e una gestione disumana dei migranti hanno poi reso la rivendicazione di valori liberali una barzelletta. I politici responsabili di queste scelte non possono certo proclamarsi guardiani della democrazia, della civiltà o della giustizia.

Gli esponenti dell’ordine illiberale non sono responsabili della pressione migratoria o dei problemi di funzionamento dell’Ue. Ma le risposte che offrono ai problemi ereditati dai liberali non sembrano adeguate: perseguitare le Ong che salvano persone in mare non risolverà il problema dei migranti, denunciare il gender e le persone LGBTQ+ non rafforzerà le famiglie, uscire dall’Ue non ci renderà più ricchi, più sicuri e dotati di maggiore sovranità.

L’unico modo per sopravvivere a questi sconvolgimenti è ascoltare e dialogare con gli altri. E questo vale per tutti noi, cittadini normali. I funzionari europei e i politici nazionali non risolveranno i problemi per noi. L’Europa sta bussando alla porta delle nostre case. É il momento di alzarsi dalla poltrona. Forse è proprio questo l’insegnamento più importante della Brexit.

Bolsonaro fa scappare dal Brasile i medici cubani

A quest’ora del mattino, il quartiere di Nova Esperança, a Oiapoque, non è ancora schiacciato sotto la cappa opprimente del caldo pomeridiano. Nella città di frontiera tra la Guyana e l’Amapá, lo stato più settentrionale del Brasile, adulti e bambini vanno e vengono per le strade con le borse della spesa. Altri stanno finendo di bere il café de manhã, un espresso macchiato molto dolce accompagnato da un panino caldo al prosciutto e formaggio.

Juan Antonio Lora è seduto su un divano all’ingresso della farmacia dove lavora. La sua giornata comincia senza stress, al ritmo delle gocce che dal climatizzatore cadono una dopo l’altra in un secchio. Juan Antonio, sulla cinquantina, laureato in urologia, si è dovuto riconvertirequalche mese fa e per forza di cose.

Come molti suoi connazionali, Juan Antonio, nato a Santiago di Cuba, è arrivato in Brasile nel 2015 nell’ambito del programma Mais médicos (“Più medici”) votato dall’ex presidente Dilma Rousseff. Un programma che prevedeva la copertura sanitaria gratuita “di base” “delle famiglie” e l’arrivo di nuovi medici, soprattutto stranieri e dai Caraibi, per integrare i centri sanitari più carenti. Ma durante la campagna elettorale, l’allora candidato Jair Bolsonaro ha denunciato a più riprese l’ingerenza del regime cubano nella gestione del dispositivo. Così facendo però, quello che il primo gennaio 2019 sarebbe diventato il presidente dello Stato federale, ha gettato olio sul fuoco: alla fine dello scorso anno L’Avana, stando alla stampa internazionale, ha infatti richiamato più di 8.000 medici. A Oiapoque, un comune di 26.000 abitanti,i medici cubani a esercitare la professione erano una decina prima della crisi diplomatica. Oggi ne restano soltanto due. Non possono né prescrivere farmaci né compiere auscultazioni, ma hanno rifiutato di partire per motivi familiari.

Condizioni sanitarie molto degradate

Anche se Jair Bolsonaro ha promesso più volte ai medici cubani che sarebbero stati assegnati altrove, la promessa non è mai stata seguita da fatti. “Ci aspettavamo la nomina a fine dicembre, ma il governo federale ha assegnato i posti a medici brasiliani appena laureati in Brasile o all’estero. A dicembre avrebbero dovuto pubblicare la lista delle validazioni delle nostre domande. È stata rinviata a febbraio. Avremmo dovuto cominciare il 26 febbraio, ma non si smuove nulla”, spiega Juan Antonio. Anche se il regime cubano si prendeva il 75% del suo stipendio mensile, Juan Antonio è amareggiato per quel contratto mai rinnovato. Dopo aver lavorato tre anni, si è deciso alla fine a lasciare Kumarumã, un villaggio indoamericano di nemmeno 2.000 abitanti che si trova nella foresta fluviale a circa un giorno di viaggio dalla città commerciale e porto peschereccio di Oiapoque.

Ormai non ci sono più medici a dirigere il team dell’ambulatorio di Kumarumã, sono solo infermieri. La stessa situazione si verifica in altre località vicine: “È un problema perché le condizioni sanitarie si sono molto degradate in queste zone. I bambini sono numerosi. Molti sono i casi di influenza, diarree, morsi di serpenti e punture di scorpioni. Bisogna occuparsi delle donne incinte. Anche se la medicina locale attribuisce un ruolo primordiale alle levatrici, io ero comunque presente in caso di urgenza”, continua l’ex medico.

Quando sono malati, gli abitanti di Kumarumã non hanno altra scelta che raggiungere il centro di Oiapoque “ma – continua – non sempre hanno carburante nella loro piroga”.

Juan Antonio parla anche di “discriminazione” nella presa in carico dei nativi quando una malattia li obbliga a consultare uno specialista di Macapá, capitale dell’Amapá, a mezza giornata di autobus durante la stagione secca, ma a più di 24 ore durante le piogge torrenziali che smembrano la strada dipartimentale in laterite. “La situazione sanitaria è sempre stata complicata qui, ma da qualche mese è ancora peggio! Per avere un appuntamento ginecologico bisogna aspettare due o tre mesi”, afferma Simone, che vende tapioca e farina di manioca al mercato di Oiapoque.

La regione soffre di una elevata precarietà e di servizi pubblici molto al di sotto dei reali bisogni. Secondo l’Istituto brasiliano di geografia e statistica (Ibge), la mortalità infantile media è di 13 per 1.000 (tre volte più alta che in Francia). La presenza di medici, anche solo per controlli di routine o di “base”, è essenziale in un angolo di foresta amazzonica disertato dagli specialisti e lasciato in mano a cliniche proibitive.

A dieci minuti dal centro (in piroga)

“Ci sono stati posti vacanti, ma oggi il problema è risolto. Sui sei posti disponibili, uno solo è ancora vuoto”, relativizza la coordinatrice dei centri sanitari di Oiapoque, Fernanda Soares. “L’obiettivo” dell’ufficio di igiene di Oiapoque è di assumere a termine nel comune “undici medici”, cioè il doppio del personale attuale. A Vila Vitória si spera ancora nei rinforzi che dovrebbero arrivare da quando la dottoressa cubana è andata via. “La popolazione aspetta con molta impazienza”, racconta Patricia, l’infermiera dell’ambulatorio. Vila Vitória è un quartiere di 1.500 abitanti, nato appena da alcuni anni. Si trova a una decina di minuti in piroga a motore dal centro e di fronte al bel villaggio guyanese di Saint-Georges-de-l’Oyapock.

Questo quartiere isolato, immerso in una bellissima natura, non possiede strutture di qualità. Ha difficoltà anche ad attirare i giovani medici. La situazione ricorda del resto quella a cui sono confrontati migliaia di guyanesi delle borgate fluviali delle zone interne.

“Abbiamo bisogno di un responsabile per l’ambulatorio. Le persone non possono andare continuamente in ospedale per farsi curare. Ci sono donne incinte, pazienti con problemi di ipertensione, diabetici, che hanno bisogno di essere seguiti regolarmente. Il mese scorso, una dottoressa di Oiapioque è venuta due volte, ma si è occupata solo dei casi più gravi”, ricorda Patricia.

“Bolsonaro voleva dimostrare che non ha bisogno di Cuba. In realtà alcuni medici brasiliani non hanno mai onorato le nomine oppure hanno preso il posto, ma lo hanno lasciato subito dopo perché l’ambulatorio era troppo lontano da casa o perché mancavano strumenti o internet. A oggi restano 2.000 posti vacanti e più di 2.000 cubani che non hanno lasciato il Brasile…”, fa notare Juan Antonio, assicurando che lui, così come i suoi connazionali, manterebbe l’impegno preso. “Siamo stati formati per lavorare anche in condizioni difficili e in zone di grande povertà”.

I cittadini: “I dottori brasiliani pensano soltanto ai soldi”

Nelle strade sembra che tutti la pensino allo stesso modo. Molti abitanti di Oiapoque lodano le qualità dei medici cubani. Sono più critici invece nei confronti dei brasiliani: “Loro pensano solo ai soldi, i soldi e basta”, commenta una donna di una settantina d’anni che fa spesa al mercato. Nello stato povero di Amapá, più esteso della Guyana, – e dove un elettore su tre ha votato Bolsonaro al primo turno delle presidenziali del 2018 – 73 medici latino-americani, secondo il giornale O Globo, sarebbero stati nominati in base al programma Mais médicos per una bacino di popolazione di 700.000 abitanti. Contattato da Mediapart, il segretariato di igiene di Oiapoque non ha voluto fornire il numero di posti che restano vacanti a livello comunale.

Il 7 febbraio scorso, il ministro della Salute, Luiz Henrique Mandetta, aveva promesso a O Globo che sarebbe stata prestata particolare attenzione al “Brasile profondo”, cioè ad alcuni stati del nord, “il Roraima, l’Acre e l’Amapá”. A Brasil novo, uno dei quartieri di periferia di Macapá, la città dove passa la linea immaginaria dell’equatore, circa 13.000 abitanti si ritrovano “senza medico generico da due, tre mesi. Anche le visite a domicilio sono state soppresse”, fa notare un’operatrice sanitaria contattata da Mediapart.

 

Libia, Haftar prepara la battaglia di Tripoli. Serraj furioso, ma Misurata per ora si astiene

“Haftar mi ha pugnalato alle spalle”. Così, durissimo, Fayez al Serraj si è espresso contro il suo nemico che minaccia di prendere Tripoli. Serraj ha annunciato la controffensiva “Volcano wrath” (l’Ira del Vulcano) per contrastare l’“Operazione Dignità”. Gli ha risposto il portavoce di Haftar, Ahmed Al Mismari, con un vecchio ritornello: “Nella capitale si annidano oltre 2000 terroristi. Dobbiamo sradicarli”. Stavolta aggiungendo: “Si finanziano prelevando denaro dalla banca centrale, dove vengono versate le royalties dei proventi petroliferi”. Impossibile verificare l’accusa che, se vera, sarebbe gravissima.

Ieri le forze di Khalifa Haftar hanno rafforzato le loro posizioni come se si stessero preparando all’offensiva finale. Sono attestate a Gharian, a sud di Tripoli, e a Sorman, a ovest. Ed è stata la prima giornata di vera guerra, con scontri sporadici sulla linea del fronte un po’ dappertutto. Nel villaggio di Al-Azizia, a sud della capitale, è scoppiata una battaglia durata diverse ora tra gli uomini di Haftar e gli irregolari di “Forza Rada”, una delle quattro milizie “freelance” poste a difesa di Tripoli, comandata dai fratelli Kikli, uno dei quali sarebbe stato ucciso. L’aeronautica di Haftar ha colpito i sobborghi della capitale.

Si contano almeno 25 morti, tra cui un medico della Mezzaluna Rossa, e decine di feriti. Le Nazioni Unite hanno invocato una tregua di un paio d’ore proprio per evacuarli, ma il cessate il fuoco non ha tenuto ovunque.

Controversa la posizione dell’importante milizia che controlla Misurata, formata da un gruppo di ex militari dell’esercito ben addestrati e ben equipaggiati. Non sta partecipando attivamente al conflitto. Il suo intervento, da una parte o dall’altra, potrebbe far pendere il piatto della bilancia: “Misurata – spiega al telefono un analista libico che preferisce non rivelare il suo nome – è tendenzialmente schierata contro Haftar, ma ora temporeggia. A parole assicura che interverrà a fianco di Serraj (e alcuni piccoli gruppi sono già scesi in campo) ma resta in attesa. E’ come se stesse decidendo che fare, a meno che non abbia già scelto di astenersi. I combattenti libici sono usi a cambiar casacca a seconda della convenienza”. Misurata si trova sulla costa tra Bengasi, dove c’è il quartier generale di Haftar, e Tripoli. Le forze del generale si trovato a pochi chilometri a est della capitale, quindi l’hanno “saltata”

Il piccolo gruppo di soldati americani dell’Africom (l’operazione Usa in Africa) che avevano il loro baraccamento nella base militare a Janzour, un sobborgo di Tripoli, vista la situazione di forte insicurezza, sono stati evacuati su una portaerei che incrocia davanti alla costa. Il loro compito era comandare droni per attacchi mirati a cellule islamiste nel Fezzan.

Lontano dal suo quartier generale a Bengasi, Haftar non può perdere molto tempo, perché non può contare su rifornimenti certi e continui. L’Onu spera ancora che si possa riaprire la partita diplomatica. La data per l’apertura della Conferenza di Riconciliazione Nazionale è alle porte (il 14 aprile) e ieri Ghassan Salamé, inviato speciale del Segretario Generale ha ammonito: “Deponete le armi e sedetevi al tavolo di negoziati”.