L’anti-Nardella che unisce la sinistra arriva dall’Africa

Lei, Antonella Bundu (nome fiorentino, cognome africano), un miracolo l’ha già fatto: unificare pezzi e frammenti di quella sinistra che non si riconosce nel Pd di Matteo Renzi, e neppure in quello di Nicola Zingaretti, ma che vuole esserci. Tutti insieme appassionatamente, Sinistra italiana, Rifondazione Comunista, Potere al popolo, Diem 25, Mdp, Possibile, Firenze città aperta, un cartello ricco per tentare la scalata a Palazzo Vecchio. Contro la corazzata del renzianissimo Dario Nardella, contro la Lega di Salvini che vorrebbe sventolare le sue bandiere nella città di Giorgio La Pira, contro i Cinquestelle, chiusi nel loro splendido e perdente isolamento. “Il cartello è ampio, ma la battaglia è durissima”, dice lei sorridendo. “Intanto ci siamo, e ci sono io. Come mi definisco? Donna, di colore e di sinistra”. Tre potenziali insulti nell’Italia di oggi.

Lei replica: “Certo, perché dopo Verona e le cose da età della pietra, altro che Medioevo, che abbiamo sentito, definirsi donna libera e indipendente è un rischio, di colore non ne parliamo, e di sinistra, poi, è quasi un marchio d’infamia. Ma l’elettore va rispettato. Ti presenti e devi dire con nettezza chi sei, come la pensi e come intendi dare il tuo contributo al governo di una comunità. La sinistra che si nasconde, che ha paura dei propri valori, delle idee, e che sceglie di scimmiottare la destra, è destinata a perdere sempre”.

Ed ecco chi è Antonella Bundu. 49 anni, una figlia, di formazione interprete (“nella vita però ho sempre fatto altro”), nata a Firenze ma vissuta per molto anni tra Africa e Regno Unito prima di approdare nella città del giglio. “Mio padre africano della Sierra Leone, mia madre fiorentina autentica. I miei si sono conosciuti grazie alle grandi intuizioni di Giorgio La Pira, il sindaco della pace e dell’apertura ai popoli”.

Francis Bundu è un giovane studente della Sierra Leone, arriva a Firenze e conosce Daniela. Colpo di fulmine, fidanzamento, matrimonio e la prima figlia. “A tre anni i miei si trasferiscono a Freetown, Sierra Leone. In quel pezzo d’Africa studio e cresco fino ai 17 anni, quando decido di trasferirmi a Liverpool, in uno dei quartieri più poveri. Ho lavorato in una biblioteca e partecipato ad una esperienza che mi ha fatto molto maturare, un workshop sulla black history. Facevamo interviste agli immigrati africani di primissima generazione, raccoglievamo le loro storie che parlavano di emarginazione e razzismo. Erano gli anni Ottanta e ancora soffiava il vento della rivolta di Brixton a Londra, il bloody sathurday che ebbe anche dei riflessi a Liverpool, nel quartiere operaio di Toxteth”.

Capelli ricci acconciati alla maniera “afro”, Antonella ha una marcata somiglianza con la leader afroamericana degli anni Settanta del secolo passato, Angela Davis. Sorride. “Non scherziamo, la Davis è per me un punto di riferimento sicuramente, ma non devo attraversare l’Oceano per trovare le radici del mio agire. Sono fiorentina, ho assorbito la lezione del sindaco La Pira, respirato l’aria dell’Isolotto e della sua comunità”.

La Pira, il sindaco della pace, il sindaco santo. “Se c’è uno che soffre io ho un dovere preciso: intervenire in tutti i modi con tutti gli accorgimenti che l’amore suggerisce e che la legge fornisce, perché quella sofferenza sia o diminuita o lenita”, disse in uno dei primi consigli comunali. Come è cambiata Firenze dai tempi del “Sindaco santo”? “Tantissimo – è la risposta di Antonella – la città vive tutte le contraddizioni generate dalla crisi e dalla mancanza di lavoro. Cresce il disagio sociale nelle periferie e dal centro vengono espulsi sempre più fiorentini. La parte storica della città subisce una gentrificazione selvaggia a favore di appartamenti di lusso, b&b e alberghi. La città della tolleranza e dell’accoglienza viene attaccata ogni giorno da chi soffia sull’insicurezza sociale – afferma la candidata – sulla paura del futuro, sulla marginalizzazione delle fasce deboli della popolazione. Salvini ha aperto la sua campagna elettorale all’Isolotto urlando il suo prima i fiorentini. È stata una provocazione e la gente lo ha capito disertando il comizio. Nardella teme di perdere voti a favore dell’ondata leghista e fa il piccolo e moderato Salvini, noi puntiamo ad una città inclusiva, prendendo la lezione di La Pira e spostandola avanti. La sofferenza va diminuita e lenita, ma l’obiettivo è la sua eliminazione”.

I sondaggi danno Nardella tra il 52 e il 56%, il candidato del centrodestra a trazione leghista, Ubaldo Bocci al 30, il M5S non ha ancora un nome, il cartello che sostiene la Bundu al 4%. “Sono sondaggi – dice scettica Antonella – e siamo all’inizio della campagna. Noi lavoriamo, con la gente che dice no alle speculazioni sul centro della città, no all’ampliamento dell’aeroporto cittadino, sì ad un ciclo dei rifiuti che preveda l’aumento della raccolta differenziata all’80%, con un recupero intelligente e il porta a porta. Obiettivi, come si vede, che escludono la costruzione di un inceneritore. Il cammino è lungo, ma sto avendo riscontri positivi dalle persone”. Attacchi, insulti, volgarità? “Le solite cose puzzolenti sessiste e razziste: ‘Torna col barcone, negra di m.’, io rispondo con un sorriso e sono serena. Accanto ho tanti compagni, la mia famiglia, mia madre e i miei fratelli”. Uno è Leonard Bundu, pugile, campione europeo pesi welter nel 2011, sfidante ai mondiali Wba. Lo chiamano “il fiorentino d’Africa” ed è un orgoglio del pugilato italiano.

“Non mi sottovalutate: sono pronto per il nuovo partito”

“Io dico: non sottovalutatemi”

Giovanni Toti sembrava un politico venuto male, più che uno statista un pesce d’aprile. “Un arredo nella grande casa di Forza Italia?”

La Liguria prima di Toti era un intermezzo, un vuoto tecnico tra la Toscana e la Costa azzurra. Ci si ricordava dei liguri solo per Sanremo. Invece ora la Liguria è sempre in tv.

Sono bravo, eh?

Anche fortunello. Le catastrofi, le inondazioni non le hanno portato guai.

La mareggiata di Portofino, il ponte Morandi.

E sbuca sempre lei!

Con la mareggiata di Portofino abbiamo dato il meglio.

Sembrava un salumiere

Per via del mio piacere di stare in tavola?

Non si capisce come Silvio Berlusconi abbia potuto fidarsi di uno come lei, ghiotto di ogni leccornia, pingue. Lui vuole maschi alfa: slanciati, pieni di vita, di energia, anche di quel pizzico di trasgressione.

Mai ipocrita, mai acceso nei toni, sempre educato, conviviale, disponibile alla concertazione.

L’unico transfuga che non ha avuto bisogno di cambiare partito. Incredibile Toti.

Ragiono su quel che vedo: i miei amici di Forza Italia si stanno spartendo l’ultima fettina di torta. Si era al 25, poi al 20, al 15, al 10, prevedo come prossima tappa il 7%.

Iettatore.

Analizzo la realtà, guardo, ascolto la gente. E mi dico: io non mi farò annientare. Se vogliono toccare l’abisso, prego. si accomodino.

Il partito di Toti.

C’è un grande bisogno di una forza moderata, equilibrata, né di là né di qua.

Il partito gnè gnè: gnè di sinistra, gnè di destra, gnè razzista, gnè europeista, gnè sovranista.

Il partito del “ma anche”. Ricorda Veltroni?

L’Orso Yoghi s’è messo in testa strane cose.

Un nomignolo benevolo. È simpatico l’orso e poi ruba il paniere con le merendine.

Lei è transformer: leghista sotto mentite spoglie.

Ma quando mai! Di centro. Al centro del centro. Né razzista ma neanche arrendevole con gli immigrati. Vicino agli operai ma anche agli imprenditori. Per la sicurezza, ma anche per le libertà civili.

Un Forlani riuscito male.

Ma ha visto che ho fatto in Liguria?

Mara Carfagna le ha promesso bastonate. Non si sputa nel piatto dove si è mangiato.

Non attendo di sprofondare nell’abisso. Domando: gli italiani vorrebbero farsi governare da quelli là? Non aspettano altro che far tornare quelli là? Ma chi è che le pensa queste panzane?

Sentiamo la sua idea.

Far ritornare al voto la gente che adesso sta con Salvini (che pure stimo molto) per disperazione. Gli dobbiamo confezionare una nuova opzione di centro, moderata, classicheggiante. Un bel vestito, insomma.

Già scordato Berlusconi.

Io voglio bene a Berlusconi e non mi permetterei mai.

Voleva bene anche a Matteo Renzi.

Gli ho invidiato l’energia, la capacità di affermare una novità.

Lei è grigio, usa un linguaggio novecentesco. Lei fa annoiare.

Io sono educato e anche se mi dice queste cose cattive non mi offendo. Sono invece certo che gli italiani apprezzino l’equilibrio, la capacità di mettere insieme il Paese, di tagliare le ali estreme.

Mettiamo che la caccino da Forza Italia.

Se vogliono, possono.

Basta un alito di vento che cambia e le sue fortune cascano come arance al tempo della raccolta.

Non ho paura del futuro.

Giornalista non lo potrà fare più. Mediaset non la riprenderà, Confalonieri nulla potrà davanti all’evidenza dell’irredentismo.

Crede che abbia paura di guardare al domani? Che abbia pensieri di questo tipo? Dimentica che sono stato il candidato più votato alle Europee (dopo Berlusconi). Dimentica che qui a Genova ho messo su una squadra di bravissimi. Dimentica che anche io sto dimostrando di essere bravino.

Facciamo le corna ma se accadesse l’irreparabile? Ha visto Angelino Alfano?

Potrei scrivere un libro. Mi metterei a raccontare le cronache marziane della vita politica, che spasso. Oramai un libro lo scrive chiunque, perché io no?

Con i libri non si mangia.

Potrei fare l’imprenditore.

Faccia pace con Berlusconi e la finisca di fare la spia a Salvini. Vada da Mara, lei raccoglierà il testimone dal Grande Capo, l’abbracci e amen. Un posto in lista si troverà.

Ma scherza? Guardi che abbiamo tanti amici sul territorio, ci stiamo preparando, capiamo che è il momento di una nuova offerta politica. Sappiamo che la gente aspetta qualcosa di moderato.

Davvero pensa al partito gnè gnè?

Il partito del “ma anche”. Che sappia includere.

Faccia un esempio del “ma anche”.

Con la famiglia tradizionale ma anche con quelle omosessuali. Esempio perfetto. Le due marinaie che si sono unite civilmente con tanto di baionette sguainate sono una immagine fortissima, esemplare. Quell’immagine ha tolto di mezzo gli insulti e i rutti fioriti intorno al congresso della famiglia di Verona.

E come si chiamerebbe questo partito del “ma anche”?

Dovremo trovargli un nome. Per adesso abbiamo l’associazione: Change.

Change?

Per adesso, poi cambiamo. Tanta gente, tanta classe dirigente, tanti amici la vedono come noi.

Lei porta pane a Salvini.

Sono molto più ambizioso.

Berlusconi doveva capirlo che Toti era una vipera.

Io sono buono, rispettoso, educato. Non mi permetterei mai.

Intanto lei è fuori da Forza Italia

Non ho voglia di finire negli abissi. Ho un avvenire io.

Da lady Squitieri a Cecchi Gori: “Lo rivogliamo”

Il primo è un produttore da Oscar. L’altro era un regista e un intellettuale irregolare. Ma non è solo il comune amore per il cinema ad aver fatto incrociare le loro storie: ci ha messo lo zampino pure una certa passione per la politica che li ha portati in Parlamento pressoché negli stessi anni. E la battaglia per riavere il vitalizio dal Senato, sottratto ad entrambi nel 2015 a causa delle condanne riportate in passato, tanto da Vittorio Cecchi Gori quanto da Pasquale Squitieri (ex Alleanza Nazionale). Che nel frattempo è morto, ma sua moglie Ottavia Fusco – sposata dopo il lungo legame con la divina Claudia Cardinale – chiede di riavere l’assegno da quasi 2.400 euro che davvero le farebbero comodo.

Tutto dipenderà dalla decisione del Consiglio di Garanzia di Palazzo Madama, l’organo chiamato a decidere sul ricorso. Che è stato respinto in primo grado. Ma Squitieri non si era arreso alla revoca dell’assegno scattata nel 2015 per gli ex parlamentari che come lui avevano riportato pene superiori a due anni per delitti per i quali è prevista la reclusione non inferiore al massimo di sei. Lo aveva messo nei guai, ironia della sorte, un altro assegno, quando faceva il bancario nel 1965. “Sono stato vittima di un errore giudiziario”, si era difeso ricordando di essere stato graziato dal presidente della Repubblica Sandro Pertini. Ma niente da fare.

Il vitalizio fa penare pure Cecchi Gori che non se la passa bene, ma è vivo e vegeto: è tornato allo stadio a Firenze acclamato come un re. E medita di progetti futuri specie se dovesse vincere la causa da 400 milioni contro la curatela fallimentare della Fiorentina. Reduce da una lunga malattia e sopravvissuto alle ultime grane giudiziarie non nasconde però di volere pure rimettere le mani sull’assegno maturato per i 7 anni in cui ha seduto sugli scranni del Senato da parlamentare del Partito popolare all’inizio degli anni Novanta. Che rivuole nonostante la condanna divenuta definitiva a suo carico nel 2012 proprio per la bancarotta della Viola che gli è valsa una condanna a 3 anni e 4 mesi. “Ma 3 sono coperti dall’indulto” ha scritto tentando finora inutilmente di riottenere il bonifico contestato. Lo stop al versamento a suo favore, deciso dall’ex presidente Pietro Grasso, Cecchi Gori l’ha vissuta per la verità come una carognata: non solo perché si è trattato di una misura retroattiva rispetto all’assegno già maturato in Senato.

Ma pure perché la ritiene una pena accessoria rispetto alla sua lunga e penata via crucis giudiziaria che nei fatti equipara la sua posizione a quella di altri ex eletti condannati a pene ben più gravi, dall’associazione a delinquere o a delitti contro la pubblica amministrazione: condotte queste sì, almeno a suo dire, a minare il decoro e il prestigio dell’attività parlamentare. Insomma nei suoi confronti sarebbe scattato il cartellino rosso in maniera ingiustificata. La vita è bella. Ma non sempre, dopo tutto

La carica dei ricorsi regionali contro il taglio ai vitalizi d’oro

Si fa presto a dire tagli. Dopo l’accordo tra governo e Regioni, il ricalcolo retroattivo su base contributiva di tutti i vitalizi degli ex consiglieri regionali va ora messa nero su bianco. E non è affatto escluso che la sforbiciata per gli assegni degli ex eletti o della reversibilità di cui godono i loro vedovi, non conduca allo stesso esito che hanno avuto i tagli per gli ex parlamentari operativi da gennaio: ricorsi a tutto spiano per riavere il maltolto. Ma se a Roma la battaglia è iniziata da tempo, la resistenza a colpi di carte bollate degli amministratori locali non si farà attendere. “I ricorsi sono doverosi, è una questione di principio”, dice Maurizio Paniz (ex parlamentare di Forza Italia), l’avvocato che ha curato un migliaio di ricorsi per gli ex parlamentari. E che ha collezionato già 500 mandati di ex consiglieri regionali che nel recente passato si sono visti solo ritoccare il vitalizio. Figurarsi ora che pure per loro si imporrà il ricalcolo.

“Può anche darsi che lo Stato e le Regioni raggiungano un accordo: bisognerà vedere che tipo di impatto avrà questa misura, prosaicamente, sui singoli portafogli. Ma che si tratti di poche centinaia di euro che di migliaia, un principio vale sempre e per tutti: i diritti acquisiti non possono essere violati. Non si può calpestare il legittimo affidamento, se non a pena di produrre sfaceli, come sanno bene le vittime della legge Fornero”, dice al il Fatto l’avvocato e già parlamentare, Paniz. Che non ritiene azzardato l’accostamento con il caso degli esodati. “Si tratta sempre di provvedimenti che intervengono in maniera retroattiva e che in quanto tali sono censurabili” spiega a proposito del ricalcolo degli assegni già applicato dalle amministrazioni di Camera e Senato per gli ex parlamentari. E che oggi si vuole imporre anche agli amministratori regionali non più in carica per centrare un risparmio di spesa che il ministro Riccardo Fraccaro ha quantificato in 150 milioni di euro in 5 anni.

Se tutto dovesse filare liscio, ovviamente. E i prossimi mesi su questo fronte saranno decisivi un po’ per tutti. Entro l’anno sono attese le decisioni per i quasi mille ricorsi di ex parlamentari di tutti i colori politici che hanno già dovuto ingoiare il rospo del ricalcolo. “Nel frattempo – ricorda l’avvocato – la Camera ha accolto 11 richieste di sospensiva e il Senato sta cominciando a fare lo stesso, per i casi limite: si tratta in alcuni casi di vedove per le quali l’assegno era l’unica fonte di reddito. O per chi con quei soldi paga i soggiorni nelle case di riposo: passare dalla sera alla mattina da 2.500 euro al mese a 1.100 produce conseguenze, anche se capisco bene la condizione dei pensionati che vivono con la minima”. Ma la partita vera non è certo quella di tornare a garantire le badanti a chi ne ha bisogno: tutti gli ex inquilini di Montecitorio e Palazzo Madama non ne vogliono sapere di continuare a stringere la cinghia. E di sicuro non si fermeranno neppure se gli organi di autodichia del Parlamento dovessero rispondere picche.

Non che gli ex consiglieri siano meno agguerriti, anzi. Cosa succederà ora che le Regioni entro maggio dovranno attuare il vincolo imposto dall’ultima legge di Bilancio, ossia il ricalcolo dei vitalizi con il metodo contributivo, pena il blocco dei trasferimenti erariali?

Un assaggio di quello che potrebbe accadere già si è visto: in 500 si sono rivolti a Paniz tra Veneto, Friuli, Emilia-Romagna, Piemonte, Basilicata per contestare in tribunale i ripetuti contributi di solidarietà che negli anni hanno limato gli assegni vitalizi in base a singole disposizioni regionali. E poi si guarda con estrema fiducia alla Corte Costituzionale che il 19 marzo ha affrontato i ricorsi presentati contro la legge del Trentino Alto Adige del 2014 che ha imposto non solo un tetto al cumulo dei trattamenti percepiti dagli ex consiglieri che avessero all’attivo anche vitalizi per altre cariche, ma anche la riduzione dell’assegno con tanto di obbligo a restituire quanto indebitamente percepito nel frattempo. Grande è la speranza di ottenere giustizia. Più grande ancora quella di riavere tutto.

Salvini all’attacco di Tria: “Metta la flat tax nel Def”

Ogni giorno ha la sua pena per Giovanni Tria. Oggi si dovrà trovare una soluzione ai truffati delle banche. Ma si è aperto già un nuovo fronte sulla “flat tax”. Ieri Matteo Salvini ha di fatto intimato al Giovanni Tria di inserire l’ultima versione del vecchio pallino leghista nel Documento di economia e finanza, che il governo discuterà domani in Consiglio dei ministri: “La riduzione fiscale dovrà essere sicuramente messa”, spiega dal Vinitaly di Verona il vicepremier. Che se la prende anche con gli alleati: “È nel contratto, e si deve fare. Così come è stato fatto il reddito di cittadinanza, che non è nel nostro Dna. Chiedo rispetto”.

L’uscita rompe la tregua apparente sul documento che fa da base alla programmazione economica del governo. Venerdì Tria aveva illustrato all’Eurogruppo la sua strategia. Un Def sostanzialmente vuoto, che fotografa la situazione di crescita debole e rimanda all’autunno le scelte difficili. Il Pil 2019 verrà rivisto da +1 a +0,1%, il deficit salirà di conseguenza dal 2%negoziato con Bruxelles al 2,4 che il governo aveva indicato come obiettivo nella prima versione della manovra. Il decreto Crescita e quello Sblocca cantieri potranno aggiungere qualche decimale, ma non sufficiente a evitare il congelamento dei 2 miliardi messi a garanzia degli impegni con l’Ue. Alcuni tagli riguardano voci sensibili, come i 70 milioni all’Università e i 60 tolti ai fondi per la ricerca e il diritto allo studio.

A pesare di più è però lo scenario sul 2020. Dove a bilancio ci sono aumenti Iva automatici per 23 miliardi. Considerando le spese indifferibili e la correzione da negoziare con Bruxelles, la manovra di fatto partirà da 30 miliardi. Il governo non ha intenzione di far salire anche solo in parte l’Iva, come pure si era studiato al Tesoro.

È per questo che venerdì Tria ha spiegato che “la Flat tax non sarà nel Def ma se ne occuperà la manovra di ottobre”. Di certo non sarà la versione contenuta nel contratto di governo, che non è una flat tax ma una doppia aliquota (15% per i redditi fino a 80 mila euro lordi annui, 20% per la parte aggiuntiva) che costa 60 miliardi. L’ultima versione del Carroccio è invece un’aliquota al 15% per i redditi familiari fino a 50 mila euro. Nella bozza del programma nazionale di riforme, allegato al Def, compare invece una soluzione intermedia: aliquota al 15% per redditi fino a 30 mila euro.

Secondo i calcoli della Lega, la propria proposta vale 12-15 miliardi. Da parte loro, i 5Stelle – che ieri con una nota hanno attaccato Salvini (“certe misure sono ambiziose e costano”) elencando i tradimenti dell’alleato, dalla legge sulle armi alla castrazione chimica – propongono una soluzione a tre aliquote, che però ha costi analoghi. Il ministro, come detto, vuole riparlarne in autunno, per evitare di dover inglobare nelle tabelle uno sforzo fiscale che spingerebbe il governo in rotta con Bruxelles. Scenario che al Tesoro si vuole evitare, anche perché ha poco senso avviare un nuovo scontro con una Commissione in scadenza, viste le elezioni europee di maggio. Forse per i sondaggi, che segnalano il primo rallentamento nell’avanzata leghista, o per la rabbia di non essere riuscito a intestarsi la battaglia sui truffai, fatto sta che ieri Salvini ha sconfessato la linea del ministro dell’Economia.

Toccherà, come al solito, a Giuseppe Conte mediare. Il premier, però, appoggia il ministro dell’Economia: “Dobbiamo completare questo pilastro nella prossima manovra”, ha detto in serata. Linea di fatto condivisa da Luigi Di Maio, che ha ribadito: “Si fa se non aiuta i ricchi”. Oggi intanto Conte incontrerà le associazioni dei truffati delle banche, a cui illustrerà la proposta di Tria per gestire gli 1,5 miliardi destinati ai rimborsi: un ristoro automatico per chi ha un reddito fino a 35 mila euro lordi o 100 mila euro di patrimonio mobiliare; per gli altri si andrà al vaglio di una commissione tecnica. Nel primo scaglione, stima via XX Settembre, rientra il 90% della platea potenziale, che è di circa 300 mila persone. Un accordo sembra possibile.

Ma mi faccia il piacere

I Serenissimi. “Tria deve stare sereno” (Giuseppe Conte, presidente del Consiglio, 5.4). E chiedere a Enrico Letta come si fa.

Nuovi martiri. “Caro Mattarella, liberi Formigoni. Ponga fine a questo strazio” (Vittorio Feltri, Libero, 6.4). “Assurdo tenere in cella Formigoni. Dovrebbe essere senatore a vita” (Luigi Amicone, Libero, 7.4). E solo perchè ha rubato appena 6 milioni di euro. Se arrivava a 10, presidente della Repubblica.

Giornalismo investigativo. “Roma, la sindaca Raggi parcheggia l’auto di servizio in divieto di sosta. L’auto elettrica del Campidoglio lasciata davanti al segnale per due ore. Niente multa. L’ironia sui social: ‘Ma non criticava pesantemente Marino per lo stesso motivo?’” (Corriere.it, seconda notizia del giorno in homepage, 7.4). A parte il fatto che la Raggi non parcheggia perché non può guidare, avendo la tutela obbligatoria della Polizia municipale per ordine del Viminale dal 2016, il cartello indica la fine del divieto di sosta: dunque l’auto del Comune che trasporta la sindaca poteva parcheggiare. Però, dài, sui giornaloni conta il pensiero.

Levategli il vino. “Invito Di Maio a non venire a Verona nemmeno tra pochi giorni, quando ha in programma la visita a Vinitaly. Può andare da un’altra parte a fare passerella elettorale, visto che è la stessa città che ha insultato. Se esistesse il Daspo urbano per le offese, Di Maio lo rischierebbe” (Federico Sboarina, sindaco di centrodestra di Verona, 2.4 mattina). “Invito tutti, compreso Di Maio, per scoprire che Verona è la città più bella del mondo” (Sboarina, 2.4 pomeriggio). Ha già iniziato a bere.

Colpa di Virginia/1. “Lo Stato tappa il miliardario buco della Raggi” (Libero, 5.4). “Il governo si accolla i maxi-debiti di Roma e salva la Raggi” (La Stampa, 5.4). “Debito, arriva il ‘soccorso amico’. Esulta Raggi” (Repubblica, 5.4). Trattasi dei 12,8 miliardi di debiti accumulati dalle giunte di sinistra e destra fino al 2008, quando furono commissariati da B. e Alemanno 8 anni prima che la Raggi diventasse sindaca. Ma, anche qui, conta il pensiero.

Colpa di Virginia/2. “Roma, nel disastro grillino, nuove manette per le coop. Il business dell’accoglienza non è finito. Arresti per la onlus che intascava soldi e faceva fuggire i minori” (il Giornale, 4.4). Siccome la onlus ruba, è colpa della Raggi.

Carfagna in castagna. “Marco Travaglio ha indicato in un editoriale Silvio Berlusconi come colpevole dell’omicidio della signora Fadil” (Mara Carfagna, deputata FI, Otto e mezzo, La7, 4.4). “Il cui prodest, una volta tanto, allontana i sospetti da B., che tutto poteva augurarsi fuorché il ritorno dei bungabunga sui giornaloni, che li avevano rimossi per riabilitarlo come leader moderato e argine al populismo. Non solo: da viva Imane poteva essere contestata al processo Ruby-ter da Ghedini&C.; da morta, i suoi verbali dinanzi ai pm valgono come prova inconfutabile” “Sicuramente Silvio Berlusconi non ha ordinato il probabile avvelenamento di Imane Fadil… I testimoni B. di solito li compra, non li ammazza” (Marco Travaglio, Il Fatto quotidiano, 17 e 19.3). Secondo voi, così, a naso, chi è il bugiardo?

In fondo a sinistra. “La sinistra si divide sulla patrimoniale. Il no di Zingaretti alla proposta lanciata da Landini: ‘Non è una mia proposta’” (Repubblica, 4.4). Sennò poi scambiano il Pd per un partito di sinistra.

Amorosi Sensi. “Basterebbe il voluminoso apparato bibliografico, le note e le fonti dell’Esecuzione per ringraziare @jacopo_iacoboni del suo cuore di tenebra” (Filippo Sensi, deputato Pd, Twitter, 3.4). C’è chi legge i libri e chi guarda le figure. Sensi lecca le note.

Best killer. “Stop all’ultimo libro noir di Battisti: l’editor francese congela l’uscita” (Repubblica, 1.4). Teme che sia un libro d’evasione.

Il titolo della settimana/1. “Stefano Boeri: ‘Pure i poveri avranno il Bosco Verticale. Il grattacielo ecologico da ricchi può essere replicato per le case popolari in tutte le città’” (Libero, 4.4). È la risposta del Pd al reddito di cittadinanza: il bosco di cittadinanza.

Il titolo della settimana/2. “Il livello record del debito, come ai tempi di guerra” (Federico Fubini, Corriere della sera, 6.4). L’Apocalisse, ormai, è questione di ore. Penitenziagite!

Il titolo della settimana/3. “L’appello al governo per Radio Radicale: ‘Non tolga i fondi, è una voce da salvare’” (Corriere della sera, 5.4). Per sapere: ma questa voce non potrebbe parlare gratis, o almeno non a nostre spese?

Felici e remissivi: le aziende creano così i nuovi schiavi

Supporre che i lavoratori felici siano migliori e più produttivi è un mantra universalmente riconosciuto nei circoli aziendali e di affari. Nessuno si è sorpreso quando, all’ultimo Forum economico mondiale a Davos, il CEO di Alibaba Jack Ma ha suggerito che le persone ideali da assumere non sono necessariamente quelle più qualificate bensì quelle più “positive”, “sempre ottimiste” e “che non si lamentano”. Dal Forum è emerso chiaramente che la felicità sul posto di lavoro è ormai un obiettivo primario per le aziende e che la teoria per cui i dipendenti felici sarebbero la chiave del successo è considerata quasi come una verità auto-evidente. Ma è proprio così?

L’assunto secondo cui i dipendenti felici sono più produttivi e, in generale, migliori, è tutto da dimostrare: la storica ossessione per l’individuazione di una correlazione diretta tra felicità e rendimento non ha ancora portato a risultati certi e, anzi, il rapporto tra queste variabili è piuttosto debole. Certo, l’enfasi su positività e ottimismo si sposa bene con la tendenza delle aziende a neutralizzare il malcontento e a proibire l’espressione della negatività, ma sostenere che la positività sia sempre proficua e vantaggiosa è quantomeno fuorviante.

Secondo alcune ricerche, un’atmosfera positiva può incentivare gli individui a intraprendere attività impegnative, ma anche indurli a essere meno perseveranti di fronte alle difficoltà, a fare scelte meno accurate e a correre rischi inutili. In certe situazioni, poi, gli atteggiamenti positivi possono incrementare il disinteresse emotivo e disincentivare la cura e la solidarietà verso gli altri. È stato anche dimostrato che, pur favorendo l’empatia soggettiva, la positività è spesso associata a un calo dell’empatia oggettiva nella prassi e a un aumento degli errori di giudizio o degli stereotipi nella spiegazione dei comportamenti propri e altrui. L’ottimismo certamente accresce la motivazione personale, pregustando i futuri risultati, ma aumenta anche il rischio di depressione quando tali aspettative non sono soddisfatte o si devono fronteggiare eventi avversi e inaspettati. I lavoratori felici, benché più propensi a farsi coinvolgere nella cultura aziendale, sarebbero inoltre più suscettibili di sviluppare una fragilità emotiva arrivando a dipendere psicologicamente dal riconoscimento e dalle rassicurazioni da parte di superiori e colleghi, sentendosi abbandonati e delusi qualora non ricevano le risposte emotive attese.

Nonostante quindi non sia provato che la felicità sul luogo di lavoro è associata ai benefici che esperti e aziende dichiarano, in tutto il mondo le società investono capitali crescenti in servizi di consulenza, seminari motivazionali, corsi di consapevolezza e una vasta gamma di professionisti dello sviluppo personale ed esperti di felicità. Perché?

Anzitutto, si ritiene che i dipendenti più felici siano non solo più produttivi ma anche meno costosi. Visto che la felicità è stata associata a una migliore salute fisica e mentale (ma non è un dato certo), le aziende sono disposte a tutto pur di ridurre le spese legate all’offerta di servizi sanitari e accesso alle cure mediche, così come quelle legate ai congedi per malattia e all’assenteismo: Gallup stima che ogni anno i dipendenti malati costino alle imprese americane 153 miliardi di dollari. Poiché, inoltre, una maggiore felicità è solitamente connessa a livelli più alti di dedizione nel lavoro, le società cercano di tagliare i costi del turnover del personale, inclusi quelli di compensazione e reclutamento – che secondo Gallup, negli Usa si aggirano tra i 438 mila e i 4 milioni di dollari all’anno per una ditta con 100 impiegati.

Un secondo motivo, più basilare, che spiega perché le compagnie sono interessate alla felicità sul luogo di lavoro è che quest’ultima si è rivelata un’utile strategia per il controllo dei lavoratori e la loro sottomissione alla cultura aziendale. È stata molto utile, ad esempio, per scaricare le responsabilità verso il basso, rendendo i dipendenti maggiormente imputabili per i propri successi e fallimenti come per quelli dell’azienda. Si è dimostrata anche comoda per poter esigere più impegno e rendimento, spesso in cambio di ricompense minori; per minimizzare l’importanza delle condizioni oggettive di lavoro, inclusi i salari, in rapporto alla soddisfazione; per incentivare i dipendenti a identificarsi con i valori dell’organizzazione e a conformarsi volontariamente alle regole aziendali. Cosa ancor più importante, la felicità sul luogo di lavoro ha contribuito a rendere l’autosfruttamento più tollerabile e persino accettabile: dai lavoratori, oggi, ci si aspetta non solo che si adattino con flessibilità alle richieste ed esigenze delle aziende, in continua evoluzione; che gestiscano da soli situazioni difficili e carichi crescenti di lavoro; e che assumano un ruolo più attivo, creativo e autocritico nell’adempimento dei loro compiti. Ci si aspetta persino che amino ciò che fanno e lo considerino non una necessità, bensì una fonte di piacere e realizzazione personale.

La promozione della felicità in ufficio, insomma, sembra aver giovato soprattutto alle aziende, il che non significa che queste non si prendano cura dei propri dipendenti, ma dimostra come sia un’ingenuità ritenere che i meccanismi di controllo siano spariti dalla sfera organizzativa: sono stati semplicemente interiorizzati. Attenzione quindi: se di primo acchito l’idea di rendere i lavoratori più felici può sembrare uno scenario vincente per tutti, società e dipendenti, in realtà forse non sono questi ultimi i veri beneficiari della promozione della felicità.

 

“Sex symbol? Nella mia vita mi sono volutamente imbruttito”

Accorsi, Mezzogiorno, Stella, Favino, Santamaria, Impacciatore, Pasotti, Orioli, Cocci. Vanno letti tutti d’un fiato, come uno scioglilingua, come una formazione di calcio, magari la Grande Inter, quella di Sarti, Burgnich, Facchetti, Tagnin… “Allenatore” Gabriele Muccino.

Sono passati 18 anni da L’ultimo bacio, uno dei pochi film degli ultimi decenni nel firmamento delle pellicole generazionali, dove c’è un prima e un dopo, sia per chi lo ha visto (“Ancora oggi mi fermano per dirmi: ‘A causa sua mi sono lasciato’”, parola di Muccino) sia per chi era su quel set, con un nucleo di giovani attori che visti oggi, tutti insieme, appaiono un dream team.

Dal 2001 sono nati i “mucciniani”, come disse il poeta Zeichen.

Da subito il pubblico si divise in due fazioni mentali: chi si riconosceva in qualcuno dei personaggi e chi cercava di rifiutare quel ritratto; e tutto ciò divenne un detonatore.

Ha mandato in crisi le coppie.

In particolare nei primi sei mesi se ne discuteva molto, in tantissimi si lasciarono, e molti dei miei amici iniziarono a litigare.

Così tanti?

Sì, a volte quasi mi imbarazzavo nell’ascoltare certe storie. E non mi domandi a chi mi riferisco, non farò mai alcun nome, sono episodi della sfera privata e vanno rispettati.

Momento antropologico.

Esatto, e quel film va inquadrato storicamente: è l’ultimo successo prima del’11 settembre 2001, e il dato non è irrilevante.

Perché?

Il mio successivo, Ricordati di me, girato dopo quella tragedia, ha uno sguardo diverso rispetto al futuro, una prospettiva temporale molto ridotta.

Mentre “L’ultimo bacio”?

Il futuro era illimitato, il mondo era pacificato, le crisi finanziarie lontane; è stata l’ultima fase nella quale proiettavamo dentro noi stessi la sfera del Novecento.

Poi nulla è stato come prima.

Il mondo si è inscurito, ed è iniziato quel rewind di cui oggi vediamo in maniera plastica gli effetti (ci pensa). Sì, L’ultimo bacio ha segnato la fine di un’epoca.

Quindi ancora la fermano?

Persone che non conosco, e sentono il bisogno di condividere cosa è accaduto dopo la fine del film.

Illuminante.

Finito il film in molti scoprirono una visione così diametralmente opposta, da finire in discussioni dolorose.

Il personaggio di Martina Stella, la 18enne che manda in crisi l’uomo sposato, è oramai nella cultura popolare.

Perché è un punto nodale della vita che prima o poi tocca tutti, o quasi tutti; è come il vento e la tempesta e noi siamo lì, suscettibili alle intemperie.

Impossibile ripararsi.

L’istinto a procreare è più forte della monogamia.

E per lei?

Non ne sono escluso.

Allora aveva 32 anni.

E vivevo il destino del film mentre diventavo per la prima volta padre, per questo riflettevo su quanto stava accadendo..

E ha scritto “L’ultimo bacio”.

Con dei grandissimi “però”: non credevo che la mia condizione, la mia riflessione, le mie sensazioni fossero un nervo scoperto per la società; attraverso una visione personale, non autobiografica, ho inquadrato un sentir comune.

Sostiene Favino: “Con ‘L’ultimo bacio’ ero in fondo al gruppo; grazie a ‘Baciami ancora’ ho capito il mio salto di qualità”.

Ha ragione, è vero, è andata esattamente come racconta; ma quel set è servito a un importante gruppo di attori per definire la propria carriera, ed è stata per tutti un’esperienza non facile.

Addirittura.

Sono stati travolti da uno tsunami emotivo indimenticabile, hanno rischiato di venir schiacciati dal ruolo.

Anche lei?

Certo, e in assoluto mi sono salvato grazie all’esperienza di Hollywood, altrimenti c’era il pericolo di venir cooptato dalla ripetitività.

Minaccia così forte?

Per questo ho immediatamente iniziato a lavorare su Ricordati di me, film arrivato anni prima del Bunga Bunga di Berlusconi.

Prima parlava degli Stati Uniti…

Will Smith e La ricerca della felicità sono la chiave: mi hanno sdoganato.

Sempre Favino: “Gabriele è un talento enorme che andrebbe tutelato”.

Picchio può dire parecchio di me e non voglio lamentarmi, non voglio apparire vittimista e piagnone…

Qui c’è un altro “però”…

So di valere più di quello che i critici dicono.

È attaccato?

Mi rompono continuamente i coglioni, e non so il perché.

Quest’anno ha preso il David per il “botteghino”.

Aver ottenuto candidature minori con A casa tutti bene, fa un po’ sorridere, quando sono uno dei pochi registi italiani conosciuto nel mondo, e credo di essere bravo.

Non basta…

Infatti vengo oscurato, non esisto, e non solo io, penso a chi lavora con me: le scene di Ischia, con il mare in tempesta, sono state realizzate in studio, con effetti speciali pazzeschi; oltre al talento strabordante dimostrato dagli attori: neanche in questo caso li hanno presi in considerazione.

In generale, di cosa ha paura?

Di ripetermi o fermarmi.

Pasotti su di lei: “Gabriele è ambizioso, intelligente e determinato”.

Anche lui mi conosce bene, era tra gli attori del mio primo film (Ecco fatto); una pellicola costruita con quattro lire, quasi autarchica.

Altro che budget a Stelle e Strisce.

Dagli statunitensi ho imparato molto, e non solo sul set, mi riferisco a come si produce, si distribuisce. Al marketing. Tutti meccanismi fondamentali per l’industria, e che erroneamente si sottovalutano.

Gli attori con lei.

Se penso a quelli con cui ho lavorato, quasi mi impressiono.

Parterre de rois.

Uma Thurman, Russel Crowe, Jessica Biel, Catherine Zeta Jones, Amanda Seyfried… Quasi sempre, e sottolineo quasi, si crea un grosso afflato, e non posso comunicare solo con la parola, ho bisogno di avvolgerli.

Will Smith racconta che è molto fisico.

Li devo abbracciare, coccolare, rassicurare. In quelle settimane di girato, a seconda dei casi, divento una sorta di padre, amico o fratello; questo è il mio modo di affrontare la loro predisposizione alla recitazione.

Negli Stati Uniti non sono abituati.

Alcuni mi prendono per matto.

Appunto.

Che devo fare? È la mia affettività, e non sono sempre sorrisi, baci e carezze: mi incazzo pure! Ricordo benissimo le prime scene girate con Will, non un granché, bravo tecnicamente, ma poco se stesso. Abbiamo lavorato a lungo.

Quindi coccola l’atavica fragilità dell’attore.

Sono perennemente esposti al giudizio, per questo sono insicuri, a volte problematici, e con velature inaspettate; con gli attori bisogna essere in grado di capire anche la sfumatura del sottinteso per poi estrarre quell’unicum che è dentro di loro.

È un leader?

Credo proprio di sì.

Come sceglie gli attori?

Provini e ancora provini, a volte incrociati, voglio capire le alchimie; per A casa tutti bene è stato un massacro, e parlo di due, tre, quattro selezioni.

Torniamo a “L’ultimo bacio”: chi l’ha stupita di quella generazione?

Detesto fare nomi.

Uno.

Sabrina Impacciatore: è una grande, potentissima, ma sottovalutata.

Favino e la sua rivincita?

Sì, è proprio vero. Lui ha un rigore molto forte, è disciplinato a livelli maniacali, e questo atteggiamento arriva dal timore di non essere abbastanza incisivo, al contrario possiede un talento eccezionale.

Quanto conta la disciplina?

È una delle chiavi più importanti. Gli attori statunitensi, e parliamo dei big, sono ferrei. Russell Crowe o Tom Cruise pensano solamente al lavoro, studiano e studiano, coinvolgono dei coach, si prestano a esercizi bestiali. Questo è professionismo.

Tempo fa ha definito Pasolini un “regista dilettante”. E giù attacchi.

Mi sono un po’ pentito.

Nel contenuto o nella forma?

Ho sbagliato nell’esprimere su Facebook un pensiero del genere, ho sottovalutato il potenziale; i social sono perfetti per venir equivocati, e parti sempre perdente.

Con “L’ultimo bacio” ha vinto 5 David.

Ed era un’annata pazzesca, una sorta di Rinascimento del cinema italiano con I cento passi e Moretti tra i competitor.

Aristocrazia.

Uno si sentiva parte di una rivoluzione, si litigava sui film, nascevano schieramenti tra chi tifava Muccino e chi Moretti…

Poi cosa è successo?

Sono andato negli Stati Uniti, quando sono tornato (dopo 12 anni) era tutto raso al suolo: non ho più trovato il cinema che parlava al pubblico, ma una serie di storie uguali, con sempre lo stesso cast.

E problemi di botteghino.

I registi importanti ci sono, qualcosa nel breve accadrà, anche per l’arrivo di queste nuove piattaforme che solleciteranno differenti contenuti.

Nel frattempo ha 51 anni.

E mi domando cosa riuscirò a realizzare di meglio.

Ha visto cose che noi umani…

È così, ho vissuto realmente molte vite, che oggi fanno parte della mia conoscenza empirica.

È pronto ad abbracciare ancora.

Non posso farne a meno.

Un altro dream team.

So già chi coinvolgere. Vedrete.

Alla faccia della critica.

Forse non è chiaro, quando ho girato L’ultimo bacio avevo appena 32 anni, e poi qualcosa è successo…

Twitter: @A_Ferrucci

Il genio della lampada che promette di realizzare i sogni di Mosca e del Cairo

Il generale Khalifa Haftar è uomo di parola, che mantiene le promesse. Ed è uomo che di promesse ne fa molte: mantenendole, si garantisce molti amici. Così, la sua avanzata verso Tripoli avviene senza suscitare l’ostilità, anzi godendo del sostegno, dell’Egitto e della Russia, con il favore velato della Francia e senza creare troppo allarme negli Stati Uniti. Ci resta male l’Italia, che, a Palermo, in novembre, s’era forse illusa d’avere innescato la tregua fra Haftar e il suo rivale Fayez al-Serraj: il ministro degli Esteri Enzo Moavero incoraggia una soluzione pacifica, “se Haftar non recepisce, vedremo”. Al presidente egiziano al-Sisi, generale come lui, Haftar assicura una intercapedine tra l’Egitto e i focolai integralisti di Derna e della Sirte e anche un filtro da infiltrazioni a sud: quello che a est, al confine con il Sinai, fanno senza sbandierarlo gli israeliani. Al presidente russo Vladimir Putin, si dice che Haftar, che è stato recentemente ospite a bordo di una delle navi russe che incrociano nel Mediterraneo e in missione a Mosca, abbia fatto balenare l’ipotesi di potere disporre di un porto lungo la costa libica, oltre a quello di Tartus in Siria. Inoltre, fonti d’intelligence israeliane citate dal sito israeliano, Debkafile, ipotizzarono, il giorno della visita di Haftar a Mosca, l’apertura in Cirenaica di una base militare russa, con unità navali ed aeree ad appena 700 km dalle coste europee: una ‘gemella’ della base di Hmeymim nella provincia di Latakia in Siria. Putin avrebbe inoltre offerto ad Haftar aerei da guerra, elicotteri d’attacco, veicoli blindati, missili e supporto aereo: tutto, per combattere contro il sedicente Stato islamico, non per investire Tripoli e il debole potere del premier al-Sarraj.

Ufficialmente, la Russia vuole una soluzione pacifica della crisi libica: lo dice il vice ministro degli Esteri russo Mikhail Bogdanov, parlando al telefono proprio con Haftar, che lo chiama per “condividere informazioni” su quella che per lui è una lotta contro i terroristi in Libia. Secondo Mohamed Anwar El Sadat, nipote dell’ex presidente egiziano e presidente del partito d’opposizione ‘Riforma e Sviluppo’, l’Egitto non può che sostenere Haftar: “È l’unico che può garantirci la sicurezza dei confini e che nel futuro della Libia non ci sia spazio per i Fratelli Musulmani”. Il capo dell’Esercito nazionale libico non avrebbe mai lanciato l’offensiva contro Tripoli “senza la luce verde di Egitto, Emirati e forse Francia e Russia”. Non è un caso, del resto, che ieri il ministro degli Esteri russo Serghei Lavrov fosse al Cairo, dove ha incontrato il presidente al-Sisi e il suo omologo Sameh Shoukry: al centro dei colloqui, è ufficiale, “la crisi libica”.

Un’ipotesi ottimista è che Haftar stia solo cercando di guadagnare posizioni e influenza in vista “della conferenza nazionale” in programma a metà mese a Ghadames, ma il cui svolgimento appare, ora, estremamente incerto. Un’ipotesi realista è che Haftar stia cercando di sbarazzarsi, politicamente, se non fisicamente, di al-Serraj, che è legittimato dall’Onu, ma che non ha mai davvero esercitato il potere in Libia. Dal Cairo, Lavrov lancia messaggi equidistanti, ma poco credibili: la Russia è “in contatto con tutte le forze politiche libiche” e rivolge “a tutte loro lo stesso messaggio … Non abbiamo mai inteso favorire l’una o l’altra. Ci appelliamo a una soluzione politica interna, senza alcuna ingerenza straniera”. Ma, a domanda puntuale, Lavrov risponde che la Russia è contraria a raid aerei contro l’Esercito nazionale libico del generale Haftar. “Ci preoccupa – dice Lavrov – che le unità armate in alcune parti della Libia progettino d’impiegare aerei da guerra contro l’Esercito nazionale libico. Coloro che possono influenzare queste unità devono evitare tale escalation e tutti dovrebbero invitare i libici a fermare ogni offensiva militare e a sedersi al tavolo dei negoziati”.