La mossa del generale Haftar in Libia non sorprende. Era nell’ordine “innaturale” delle cose stabilitosi in Libia a partire dalla scomparsa ignominiosa del colonnello Gheddafi. L’eliminazione del rais voluta da francesi e inglesi per assumere la leadership dello sfruttamento petrolifero, ai danni dell’Eni, non ha prodotto nulla di buono. Il progetto di ripartizione della Libia nelle sue parti maggiori con l’egemonia della Cirenaica, inventata politicamente da francesi, inglesi e americani, non poteva essere neppure immaginato senza una mossa militare che desse una spallata o a Bengasi o a Tripoli. Che la spallata la stia tentando Haftar, non significa necessariamente che l’iniziativa sia la sua.
Sette mesi fa ho scritto su queste stesse pagine: “L’intera regione di Bengasi è sotto controllo di una fazione libica che ha scelto come sponsor non disinteressato l’Egitto del generale Al Sisi con l’idea di ripristinare in Libia un regime autoritario. In Libia, gli egiziani hanno già pronto il generale Haftar che se ne frega della democrazia sbandierata dalle Nazioni Unite, che mina ogni tentativo di stabilizzazione del paese e che ha promesso fedeltà all’Egitto e acquiescenza nei riguardi degli interessi europei e americani”.
Un mese dopo queste riflessioni, Haftar incaricò la VII brigata di attaccare Tripoli e minacciare lo stesso palazzo presidenziale. Il premier Serraj fu costretto a chiedere un frettoloso cessate il fuoco. Queste intemperanze di Haftar sono il segno evidente che lui stesso e soprattutto chi lo sostiene non vogliono affatto comporre le divisioni fra le parti. E se mai lo volessero sarebbe comunque nella logica d’assumere il potere a Bengasi e Tripoli come premessa per l’imposizione anche violenta del nuovo regime su tutte le fazioni e tribù restanti.
Non è detto che la spallata riesca e non è neppure detto che lo stesso Serraj non la stia aspettando o per unirsi al vincitore o per liberarsi finalmente del fardello libico che gli sta rovinando la pensione di ex funzionario ministeriale di Gheddafi.
Lo stesso Haftar avrebbe bisogno di una bella pensione come ex ufficiale di Gheddafi, ex-capo della forza Haftar in Ciad armata dagli Usa e come ministro della difesa di Bengasi pagato da francesi, inglesi e americani. Lui, invece, non si rassegna e mira più in alto, grazie anche al supporto politico e di armamenti del nostro governo ribadito anche come ringraziamento per la sua partecipazione al vertice di Palermo. Non sorprende neppure la rassicurazione che viene mandata dall’Eni: tutto è sotto controllo. Evidentemente l’Eni ha gli strumenti (soldi e influenze) per non temere né la vittoria né la sconfitta di entrambi i contendenti. Tuttavia la pretesa di avere “tutto sotto controllo” detta in Libia è una contraddizione in termini. La situazione attuale è diretta conseguenza dell’inefficienza e della ineffabilità delle Nazioni Unite. Che Haftar vinca o perda, che si sia accordato o no con Serraj per spartirsi il potere, è sempre il segno del fallimento internazionale. Forse gli incontri fra Serraj e Haftar del 2017 e del 2018 a Parigi hanno avuto un risultato diverso da quello pubblicamente comunicato di accordo sulle successive elezioni, peraltro osteggiate dalle stesse Nazioni Unite.
Mentre Haftar veniva sdoganato proprio da Francia e Italia, nel luglio del 2018 sotto il governo di Al-Serraj, l’Eni e la National Oil Corporation libica costituivano alla pari la società Mellitah Oil & Gas che ha subito iniziato i lavori del bacino offshore di Bahr Essalam (Fase 2). Mentre Haftar si armava a spese nostre, il governo di Serraj poteva contare sulla Guardia Presidenziale libica (addestrata dai nostri carabinieri), sulla Polizia Islamista radicale RADA, sulla Guardia degli impianti petroliferi (PFG), sulla Brigata 301, sulla Brigata Abu Salim e la Brigata islamista Nawassi, entrambe finanziate dall’Unione Europea e sullaMarina militare libica sostenuta dall’Italia.
Per questo è ridicolo il messaggio che viene dal G7 dal quale Italia e Francia chiedono ad Haftar di “fermarsi”: non sono state le stesse nazioni ad armare Haftar? Non è stata la stessa Italia che a Vienna ha accettato l’imposizione di Haftar e Serraj di non mandare contingenti militari “per rispettare la sovranità libica” e promesso di fornire armi e soldi?
E non sono le stesse nazioni che su sollecitazione statunitense hanno finora blandito il regime egiziano del generale al Sisi che da sempre sostiene la guerra e le milizie armate di Haftar? C’è da giurare che Haftar e lo stesso Serraj si stiano facendo delle grasse risate.