Il ricorso alla guerra diretta conseguenza dell’inefficienza Onu

La mossa del generale Haftar in Libia non sorprende. Era nell’ordine “innaturale” delle cose stabilitosi in Libia a partire dalla scomparsa ignominiosa del colonnello Gheddafi. L’eliminazione del rais voluta da francesi e inglesi per assumere la leadership dello sfruttamento petrolifero, ai danni dell’Eni, non ha prodotto nulla di buono. Il progetto di ripartizione della Libia nelle sue parti maggiori con l’egemonia della Cirenaica, inventata politicamente da francesi, inglesi e americani, non poteva essere neppure immaginato senza una mossa militare che desse una spallata o a Bengasi o a Tripoli. Che la spallata la stia tentando Haftar, non significa necessariamente che l’iniziativa sia la sua.

Sette mesi fa ho scritto su queste stesse pagine: “L’intera regione di Bengasi è sotto controllo di una fazione libica che ha scelto come sponsor non disinteressato l’Egitto del generale Al Sisi con l’idea di ripristinare in Libia un regime autoritario. In Libia, gli egiziani hanno già pronto il generale Haftar che se ne frega della democrazia sbandierata dalle Nazioni Unite, che mina ogni tentativo di stabilizzazione del paese e che ha promesso fedeltà all’Egitto e acquiescenza nei riguardi degli interessi europei e americani”.

Un mese dopo queste riflessioni, Haftar incaricò la VII brigata di attaccare Tripoli e minacciare lo stesso palazzo presidenziale. Il premier Serraj fu costretto a chiedere un frettoloso cessate il fuoco. Queste intemperanze di Haftar sono il segno evidente che lui stesso e soprattutto chi lo sostiene non vogliono affatto comporre le divisioni fra le parti. E se mai lo volessero sarebbe comunque nella logica d’assumere il potere a Bengasi e Tripoli come premessa per l’imposizione anche violenta del nuovo regime su tutte le fazioni e tribù restanti.

Non è detto che la spallata riesca e non è neppure detto che lo stesso Serraj non la stia aspettando o per unirsi al vincitore o per liberarsi finalmente del fardello libico che gli sta rovinando la pensione di ex funzionario ministeriale di Gheddafi.

Lo stesso Haftar avrebbe bisogno di una bella pensione come ex ufficiale di Gheddafi, ex-capo della forza Haftar in Ciad armata dagli Usa e come ministro della difesa di Bengasi pagato da francesi, inglesi e americani. Lui, invece, non si rassegna e mira più in alto, grazie anche al supporto politico e di armamenti del nostro governo ribadito anche come ringraziamento per la sua partecipazione al vertice di Palermo. Non sorprende neppure la rassicurazione che viene mandata dall’Eni: tutto è sotto controllo. Evidentemente l’Eni ha gli strumenti (soldi e influenze) per non temere né la vittoria né la sconfitta di entrambi i contendenti. Tuttavia la pretesa di avere “tutto sotto controllo” detta in Libia è una contraddizione in termini. La situazione attuale è diretta conseguenza dell’inefficienza e della ineffabilità delle Nazioni Unite. Che Haftar vinca o perda, che si sia accordato o no con Serraj per spartirsi il potere, è sempre il segno del fallimento internazionale. Forse gli incontri fra Serraj e Haftar del 2017 e del 2018 a Parigi hanno avuto un risultato diverso da quello pubblicamente comunicato di accordo sulle successive elezioni, peraltro osteggiate dalle stesse Nazioni Unite.

Mentre Haftar veniva sdoganato proprio da Francia e Italia, nel luglio del 2018 sotto il governo di Al-Serraj, l’Eni e la National Oil Corporation libica costituivano alla pari la società Mellitah Oil & Gas che ha subito iniziato i lavori del bacino offshore di Bahr Essalam (Fase 2). Mentre Haftar si armava a spese nostre, il governo di Serraj poteva contare sulla Guardia Presidenziale libica (addestrata dai nostri carabinieri), sulla Polizia Islamista radicale RADA, sulla Guardia degli impianti petroliferi (PFG), sulla Brigata 301, sulla Brigata Abu Salim e la Brigata islamista Nawassi, entrambe finanziate dall’Unione Europea e sullaMarina militare libica sostenuta dall’Italia.

Per questo è ridicolo il messaggio che viene dal G7 dal quale Italia e Francia chiedono ad Haftar di “fermarsi”: non sono state le stesse nazioni ad armare Haftar? Non è stata la stessa Italia che a Vienna ha accettato l’imposizione di Haftar e Serraj di non mandare contingenti militari “per rispettare la sovranità libica” e promesso di fornire armi e soldi?

E non sono le stesse nazioni che su sollecitazione statunitense hanno finora blandito il regime egiziano del generale al Sisi che da sempre sostiene la guerra e le milizie armate di Haftar? C’è da giurare che Haftar e lo stesso Serraj si stiano facendo delle grasse risate.

Operazione “Dignità”: Haftar avanza su Tripoli

Una telefonata a Tripoli chiarisce l’andamento altalenante delle giornate: ieri in mattinata la vita era regolare, negozi, scuole e uffici aperti, gente in strada ma timori che da un momento all’altro la calma possa “saltare”.

“Le vie di Tripoli si preparano ad accogliere l’esercito libico” afferma il portavoce dell’esercito libico Ahmed El Mismari all’emittente pubblica Nile news, affermando che “unità speciali saranno incaricate di garantire la sicurezza delle imprese straniere e locali, delle sedi diplomatiche e delle istituzioni economiche straniere” presenti nella capitale. Le truppe del generale Khalifa Haftar sono a pochi chilometri dal centro della città, pronte a sferrare l’attacco finale. Durante il loro percorso, in quella che chiamano “Operazione dignità”, gli uomini di Haftar e del suo Esercito Nazionale Libico trovano scarsa resistenza. Sporadici scontri contro le milizie leali a governo di Al Serraj (che ha dichiarato lo stato d’emergenza) sono avvenuti nel distretto di Ain Zara, una ventina di chilometri a sud est della capitale. Caduto sotto il controllo di Haftar l’aeroporto internazionale di Tripoli, peraltro chiuso dal 2014. La propaganda del generale martella la popolazione, anche attraverso le emittenti radio e televisive, con dichiarazioni durissime contro gli integralisti islamici che sarebbero l’obbiettivo dell’avanzata.

Solo le truppe di Misurata, ora in parte posizionate a sud della capitale, danno un certo filo da torcere all’esercito comandato da Haftar, il cui portavoce ha ammesso che sono 14 i morti dell’Esercito nazionale libico dall’inizio dell’attacco. L’aviazione di Misurata ha bombardato anche il lungo convoglio di pick-up armati di mitragliatrici e di cannoncini che si sta dirigendo verso Tripoli: ad al-Hira, a nord di Gharian un paio di mezzi sono andati distrutti, ma i raid sono stati bloccati quando Haftar la lanciato l’ordine di no-fly zone, vietando così il sorvolo di aerei militari nei cieli attorno alla capitale. Ma i soldati di Misurata, militari di carriera ben addestrati e preparati, non sono intervenuti con tutta la loro forza. Se dovessero farlo probabilmente impedirebbero ad Haftar di proseguire verso la capitale. Gli ultimi rapporti assicurano che il posto di blocco a 27 chilometri da Tripoli, passato di mano più volte nelle ultime ore, è ora controllato dagli uomini del generale. Difficile confermare le notizie, quanto è vero da quanto è propaganda. Non è molto chiaro fino a che punto Haftar vuole forzare la mano e se realmente intende entrare nella capitale. Anche se il suo esercito è potente, ben equipaggiato e gode del sostegno di Francia, Russia ed Emirati Arabi, non sembra che possa avere la forza di sostenere l’occupazione manu militari della città, a meno che non abbia già stretto sottobanco accordi con qualcuno dei gruppi che ora sostengono Fayez Al-Serraj, ma che sono pronti a cambiare casacca.

In palio ci sono le concessioni petrolifere. Un tesoro che fa gola a tanti. Se è vero che le royalties vengono versate nelle casse della Banca Nazionale Libica, la quale le distribuisce al governo di Tripoli di Fayez Al Serraj, riconosciuto dall’ONU, e al parlamento di Tobruk, fedele ad Haftar, è anche vero che le miriadi di milizie, fazioni, sotto-fazioni e gruppi di combattenti freelance, incaricati ufficialmente di proteggere pozzi e impianti, vengono pagati direttamente dalle compagnie petrolifere. Compiti lucrosi che se passassero di mano potrebbero far felici altri committenti. L’Eni comunque ieri ha evacuato il proprio personale in Libia.

Un’escalation della guerra fa paura un po’ a tutte le parti in causa. Si teme che il caos possa riaprire le porte al terrorismo islamista legato ad Al Qaeda e all’Isis, gruppi provvisti ancora di molte protezioni nella capitale. L’insicurezza rischia di favorire il raggruppamento di cellule sbandate. Ad ogni buon conto Tunisia e Algeria per evitare infiltrazioni di terroristi hanno chiuso le frontiere e hanno ordinato alle loro forze dell’ordine di rafforzare i controlli. Nel deserto i confini sono assai porosi.

Washington ha inviato un messaggio ad Haftar chiedendo di bloccare l’avanzata. La nota, tenuta segreta, è stata diffusa dal governo di Serraj, mentre a New York il Consiglio di Sicurezza ha convocato una riunione di emergenza, Ghassan Salamé, l’inviato speciale dell’Onu a Tripoli, ha sommessamente ribadito che “non può esserci una soluzione militare alla crisi” e che la conferenza di riconciliazione nazionale prevista dal 14 al 16 aprile potrebbe tenersi ugualmente. Sembra però più un auspicio più che un appuntamento.

Dombrovskis e certe pratiche solipsistiche di cui i parroci

Come anche i più distratti hanno capito, in Europa c’è aria di recessione o stagnazione per la terza volta in un decennio. L’Italia, come anche i più distratti tra i più distratti avranno capito, è il Paese che al momento paga di più questo rallentamento: i dati Istat sugli ultimi due trimestri ci dicono che il punto debole è la domanda interna, quella estera (per ora) ha rallentato ma tiene. Alcuni, dietro questi fatti generali, intuiscono le vite reali che vanno in fumo, altri pensano ai numerini del Def che alludono ai numerini dei parametri europei: la vita, d’altronde, è bella perché è avariata. Alla seconda categoria appartiene, oltre a gran parte della stampa italiana, Valdis Dombrovskis, vicepresidente lettone della Commissione Ue, di recente angustiato dagli scarsi successi elettorali in patria: “Quando abbiamo discusso il bilancio con le autorità italiane c’erano clausole di salvaguardia per 2 miliardi che congelavano alcune spese: nelle circostanze attuali dovrebbero essere attivate”. Insomma, siccome il Pil non cresce, il nostro ci invita in sostanza a sottrarre altra domanda interna (e il governo lo farà): cosette come i fondi per la competitività (481 milioni), la mobilità locale (300 milioni), la cooperazione allo sviluppo (40 milioni), la ricerca (30 milioni), il diritto allo studio (40 milioni), etc. Il tutto in ossequio a una ricetta – taglia oggi che cresci domani – che non funziona, specie in tempo di crisi. Il problema è che, come altre forme di solipsismo di cui parlavano un tempo i parroci, anche giocare troppo coi numerini rende ciechi.

Radio Radicale, non capire che cos’è un servizio pubblico

Il sottosegretario M5S Vito Crimi, che ha la delega per l’editoria, ieri ha spiegato su Facebook la decisione di far chiudere Radio Radicale, dissimulandola con la stessa logica stupefacente usata da Shakespeare nel Mercante di Venezia. Crimi ha un’idea precisa, condivisa dal vicepremier Luigi Di Maio che però, impegnato com’è a farsi “rubare” le foto delle prove su strada della nuova fidanzata, sul caso gravissimo di Radio Radicale – che gli compete direttamente – non ha mai speso una parola. Dice Crimi: “Vogliamo rimuovere il velo di ipocrisia sotto il quale si nasconde l’anomalia di una radio privata che si sostiene esclusivamente grazie ai soldi pubblici”. A questa logica da “fine della pacchia” si oppone un altro parlamentare M5S, il vicepresidente della commissione di vigilanza Rai Primo Di Nicola, molto più titolato di Crimi a parlare di privilegi della casta, visto che per tutta la vita, dalle colonne dell’Espresso, è stato uno dei più spietati ed efficaci fustigatori di furbi e furbetti a spese del contribuente: “Si tratta di un patrimonio che a mio avviso non possiamo assolutamente disperdere”.

Da una ventina d’anni Radio Radicale è effettivamente mantenuta dallo Stato. Ha ricevuto fino all’anno scorso 12 milioni all’anno con i quali ha pagato 75 dipendenti impegnati, come previsto dalla convenzione con il ministero dello Sviluppo economico, a trasmettere in diretta i lavori parlamentari, i congressi di partito e le principali manifestazioni politiche. In più Radio Radicale manda in giro giornalisti e tecnici a registrare convegni, udienze di processi, riunioni del Csm e della Corte costituzionale e mille altre cose che vengono custodite in un archivio liberamente consultabile online. Già 25 anni fa la Soprintendenza agli archivi del Lazio ha definito l’archivio di Radio Radicale di “notevole interesse storico”. Il suo contenuto è così riassumibile: 540 mila registrazioni, oltre 224 mila oratori, 102 mila interviste, 24 mila udienze dei più importanti processi, oltre tremila tra congressi di partiti, associazioni o sindacati, più di 32.000 tra dibattiti e presentazioni di libri, 7 mila comizi e manifestazioni, 22 mila conferenze stampa e più di 16 mila. Più quasi tutti i lavori d’aula di Camera e Senato dalla fine del 1976.

Definire tutto questo “radio privata” non ha molto senso, come non ha senso l’invito del premier Giuseppe Conte a “cercarsi sul mercato” le risorse per andare avanti. Radio Radicale non ha altre entrate che i 12 milioni ricevuti dallo Stato, il servizio pubblico è l’unico che fa e lo Stato ne è l’unico possibile cliente. Come le cliniche private convenzionate. Dire a Radio Radicale di andare sul mercato è come decidere che da domani la sanità pubblica non compra più gli ecografi e che i privati che li producono devono venderli direttamente ai cittadini, che magari possono organizzarsi per istituire l’ecografo condominiale o di quartiere.

Quando la logica zoppica, e soprattutto quando ci si rifiuta di dare spiegazioni delle proprie scelte (Di Maio ha lasciato cadere una richiesta di incontro dei giornalisti di Radio Radicale), comincia a sentirsi un vago odore di prepotenza. La logica di Crimi lascia senza parole: “Il giorno in cui il governo deciderà di non rinnovare questa convenzione, semplicemente Radio Radicale non dovrà più fornire quel servizio. Pertanto non dovrà più sostenere i costi per quel servizio, e non dovendolo più fornire non sarà più remunerata”. Come Shylock che ad Antonio voleva togliere solo una libbra di carne, non la vita. Il governo Conte non ha deciso di togliere un servizio a Radio Radicale, ha deciso di chiuderla. Senza nemmeno spiegarci perché gli piace tanto un Paese che distrugge la sua memoria.

 

La compassione di Gesù per i peccatori è la stessa del Padre misericordioso

In quel tempo, Gesù si avviò verso il monte degli Ulivi. Ma al mattino si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui. Ed egli sedette e si mise a insegnare loro. Allora gli scribi e i farisei gli condussero una donna sorpresa in adulterio, la posero in mezzo e gli dissero: “Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?”. Dicevano questo per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo. Ma Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra. Tuttavia, poiché insistevano nell’interrogarlo, si alzò e disse loro: “Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei”. E, chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani. Lo lasciarono solo, e la donna era là in mezzo. Allora Gesù si alzò e le disse: “Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?”. Ed ella rispose: “Nessuno, Signore”. E Gesù disse: “Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più”. (Giovanni 8,1-11)

La premura accogliente e generosa, l’inaudito perdono del Padre misericordioso verso i due figli della parabola di domenica scorsa, trovano oggi, nelle parole e nei gesti di Gesù, il compimento più luminoso e pieno di vita inaspettata per una donna adultera destinata alla lapidazione. Colta in flagrante, la condanna è inappellabile e già i suoi giudici rigorosi hanno in mano i sassi in procinto di passare all’esecuzione. Ancora provocatoriamente vogliono il parere del rabbì Gesù. Ma sorprendentemente, dai più anziani, in silenzio, abbandonano il posto del cerchio che avevano creato attorno alla sfortunata donna. Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei. Scema lo zelo dei giudici implacabili! Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più. Parole sconvolgenti, piene di futuro sono rivolte da Gesù alla bollata peccatrice, alla quale non richiede d’accusarsi, pentirsi, espiare! L’efficacia della Parola non è dovuta alla forza della legge scritta su pietra che l’avrebbe massacrata, ma al potere stesso che il Figlio di Dio ha con il suo dono di grazia che tocca le profondità del cuore, comprende la debolezza del peccatore, sprigiona il coraggio della conversione, prospetta libertà autentica contro i sassi della lapidazione. I denigratori avrebbero voluto da Gesù un giudizio su questo caso disperato, perché previsto, moralmente riprovevole e pubblico.

Ma la compassione esercitata da Gesù rivela e rimanda al cuore di quel Padre che è misericordia e perdono. Sguardi, parole, gesti, pietre, silenzi, Gesù, l’adultera, gli scribi, i farisei, la stessa santa Legge, i discepoli, noi stessi siamo davvero sotto il peso del giudizio del Dio di cui parla Isaia: Non ricordate più le cose passate…. Ecco, io faccio una cosa nuova (Is 43,18-19). La gratuità dell’amore di Gesù crocifisso e risorto muove la coscienza a liberarsi dal peccato. In questo esodo interiore, messo in moto dalla gratuità del dono, sono sollecitati a entrare tutti: l’adultera e chi abusò di lei, popolo, scribi e farisei, ogni uomo e donna che accolgano l’invito a sperimentare una vita di perdono e d’amore, unica a trascendere la mortifera lapidazione delle pietre (cfr. Lv 20,10; Dt 22,21).

Data la nostra mentalità intransigente con gli altri e tollerante con noi, Gesù vuol farci rientrare nel segreto della coscienza e aiutarci a fare verità: Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei.

Non è scusata la donna, né lodato il peccato, né sono accusati i custodi della Legge! Gesù vuole che il giudizio di Dio sia di Dio. Egli si arroga il diritto di rivelarne il compimento, l’ampiezza e la verità: Dio Padre è salvezza, perché non vuole la morte ma la vita del peccatore. Sant’Agostino commenta: Sono di fronte la misera e la Misericordia.

 

La marcia su Roma fermata da Simone

La gente ha paura. La gente ha paura degli autobus. Si incendiano. Oppure non arrivano. La gente ha paura delle scale mobili della metropolitana. I gradini sono pericolosi per le gambe.

La gente ha paura delle banche: chi ha detto che i soldi lì siano al sicuro? La gente ha paura degli alberi. Durante le tempeste cadono. La gente ha paura delle case. Cadono i cornicioni. La gente ha paura delle scuole. La caduta dei controsoffitti è frequente, i gradini delle vecchie scale senza manutenzione si spezzano. Nella grande quantità di case che dipendono da un ente, la gente ha paura dell’ascensore. Si ferma e resta fermo per sempre. La gente ha paura degli ospedali. Malati gravi seduti o per terra aspettano per ore. La gente ha paura di discussioni continue su stipendi e pensioni, mentre girano le parole “sforbiciare”, “spendere meno” (meno di cosa?) e “non c’è copertura”. La gente ha paura dell’isolamento: persino negli uffici statali devi andarci in rete e non hai una faccia davanti con cui sfogarti o confidarti o chiedere aiuto. La gente ha paura dei vaccini, anche se gli esperti del mondo rassicurano. La gente giura che esiste una sola famiglia e ha paura di chi vive in un altro modo, si vuole bene in un altro modo: dicono che mette in pericolo la loro famiglia, anche se, in quella famiglia unica e giusta, l’uomo di casa è manesco.

La gente ha paura di andare in fabbrica e di non trovarla, al mattino, macchinari e dirigenti delocalizzati in una notte. La gente ha paura dei ladri e delle rapine in casa. Lo dimostra l’emergenza creata dal permesso, e anzi dalla esortazione, a sparare in casa. Ti dicono che l’importante è avere un’arma. La gente ha paura degli estranei, dei mai visti, degli “stranieri”. Devono essere pericolosi se il governo chiude i porti di un Paese come l’Italia e lascia in mare, anche in caso di tempesta, anche se ci sono donne e bambini, le persone che vogliono sbarcare. La gente ha paura dei rom perché ha visto che anche le autorità hanno paura dei rom, tanto che un “campo nomadi” si abbatte e si sposta di notte (la metà sono bambini): si fa con le ruspe, e a volte vengono i soldati a dare una mano a carabinieri e polizia. Poi sapete quel che succede se i rom arrivano altrove, dovunque…

Ma prima di parlare di quel che succede, è necessario ricordare una leggenda metropolitana che è diventata parola d’ordine e fede assoluta di chi, a causa del cumulo di paure (elenco parziale) appena indicate, sente il bisogno di vendicarsi. La leggenda, diventata fede fortissima, è questa: i miei soldi, i miei aiuti, le mie soluzioni, la mia possibilità di uscire dalla paura (dalla banca truffaldina al rapinatore, dall’invasione degli stranieri ai trasporti, alle scuole, alla case abbandonate all’incuria di cui io patisco), tutto ciò è stato tolto a me e dato a questi altri che non sono neanche italiani. Qualunque padre di famiglia e qualunque madre urlante dovrebbero sapere (c’è stato tempo per imparare) che nessuno ti ha tolto niente perché nessuno ti ha dato niente. E che quando anche tutti i rom e tutti gli “stranieri” che ingombrano la tua vita (come è accaduto nella brutta fiaba del sindaco di Riace, cacciato perché aiutava) fossero miracolosamente o violentemente spariti, non un euro arriverebbe nelle case di chi insulta e respinge i presunti ladri di risorse italiane. Noi (Italia) abbiamo un debito immenso che riduce ogni speranza per il futuro. Ma se anche potesse realizzarsi la follia pericolosa e squilibrante della cacciata di tutti gli “stranieri” (compresi i rom, che sono pochissimi e quasi tutti italiani) non si creerebbe alcun fondo a beneficio di coloro che in questi giorni spaventosi hanno negato e distrutto il pane a una comunità di persone ritenute ladre del loro benessere.

Guardando le immagini in televisione e in rete, era evidente che la gente di Torre Maura gridava (ciascuno in solitaria) una sua estrema disperazione personale per il modo in cui la vita (dunque tanti governi e tante amministrazioni locali) l’aveva abbandonata. E infatti la comparsa da fiaba del bambino saggio, Simone, che vede le cose come sono e lo dice, in modo che è impossibile confutarlo, ha comunque cambiato quella terribile sequenza. Giustamente Simone, persuaso e tranquillo, ha parlato ai fascisti. Non è un giudizio politico. Ha sentito da dove viene il fiato di morte che stava esaltando ed esasperando la piazza. E ha detto che lui abita lì e non gli sta bene che i più forti tormentino i più poveri e i più deboli. Molti delle generazioni più anziane dicono spesso che per capire il fascismo bisognava esserci. Non è vero.

Simone, a 15 anni, ha capito tutto. Le sue poche parole hanno descritto il fascismo, e spiegato l’intontimento di quella folla istigata, meglio di tanti libri.

Mail box

 

Più che una patrimoniale è necessaria la lotta all’evasione

Sono contrario alla imposizione di una “patrimoniale”. Ritengo invece che la Finanza debba stanare i corrotti e i corruttori, e anche gli evasori fiscali, che nel nostro Paese abbondano. Le stime indicano tra i 30 ed i 60 miliardi all’anno di evasione: una cifra da capogiro, con la quale si risolverebbero tanti problemi del nostro Paese. Una Patrimoniale sarebbe una beffa per chi ha sempre pagato le tasse.

Sergio Cannaviello Obradovïch

 

Europee, il Movimento 5 Stelle deve ritrovare se stesso

Si dibatte molto in questo periodo sulla strategia più adatta per il Movimento Cinque Stelle nella campagna elettorale per le Europee. Personalmente penso che il M5S debba essere semplicemente se stesso, ricordandosi della “trasversalità” del suo elettorato ed evitando di inseguire temi che riguardano ben poco la sua “ragione sociale”. La cosa più saggia, secondo me, sarebbe concentrarsi sui capisaldi, come legalità, ambiente e giustizia sociale.

Antonio

 

Che fine ha fatto la sinistra? Tutti spariti o finiti a destra

L’ideologia marxista oggi ha fatto la fine dei marziani. Bertinotti è sparito, Diliberto pure, di Ferrando nessuna voce, di Renzi abbiamo visto la resa assoluta alle banche, Vendola ha lasciato la politica, Zingaretti arriva a chiedere “Più Europa”, personaggi nuovi non emergono, mentre il buon Ferrero è privo di visibilità. Nel centrosinistra da troppo tempo non c’è più traccia di sinistra, tanto che si potrebbe chiamarlo “l’altra destra”. E sarà buffo in Europa vedere Berlusconi nello stesso partito di Zingaretti e Salvini con la Le Pen e dunque contro B.

Viviana Vivarelli

 

Il negazionista Salvini è in buona compagnia, ahinoi

Se Salvini è in combutta con i negazionisti, direi che è in buona compagnia in quanto l’Italia fa ottimi affari con Paesi arabi che non riconoscono Israele. Ai tempi di Renzi coprimmo pure le statue per non mostrare le loro nudità al presidente iraniano. Sempre a proposito di negazionisti, che dire di quelli che considerano le foibe come fake news? Se qualcuno crede ancora che i Gulag fossero colonie elioterapiche e non campi di concentramento, basta ricordare Montanelli: a chi gli chiedeva perché tenesse un’icona di Stalin sulla sua scrivania lui rispondeva: “Perché è il comunista che ha ucciso più comunisti di tutti”.

Enzo Bernasconi

 

DIRITTO DI REPLICA

L’articolo del 4 aprile, sul trasferimento del dottor Dauno Trebastoni al Tar di Roma, e le indagini su di lui, contiene inesattezze. Premetto che la pratica è stata trattata dal Cpga in seduta non pubblica, e chi ha informato la giornalista ha quindi commesso il reato di rivelazione di segreti di ufficio. Proprio il fatto che il Cpga abbia avviato un procedimento di trasferimento d’ufficio dimostra che, accogliendo la domanda del dottor Trebastoni presentata ben “prima”, il Cpga ha soddisfatto soltanto un interesse pubblico. E la domanda faceva venir meno lo stesso oggetto del procedimento; a meno che non si voglia sostenere che egli dovesse per forza essere trasferito d’ufficio. Ove non diversamente disposto, ai magistrati amministrativi “si applicano le norme previste per i magistrati ordinari”, ai quali “il procedimento di trasferimento di ufficio… non può essere iniziato o proseguito qualora, a seguito di trasferimento a domanda ad altra sede o ad altro ufficio, siano venute meno le ragioni di incompatibilità”. Quanto al fatto che il dottor Trebastoni sia stato assegnato a una delle sedi da lui indicate, il Tar di Roma è quello con più carenze di organico in Italia. Perciò, “anche” da questo punto di vista, il Cpga ha solo soddisfatto il pubblico interesse. Sulle indagini, l’articolo lascia credere che nascano da dichiarazioni degli avvocati Amara e Calafiore. In realtà, esse nascono solo da “illazioni” della procura di Catania in merito a “presunti” rapporti tra il dottor Trebastoni e avvocati locali che, per altre vicende, sono indagati insieme ad Amara. Ma quest’ultimo ha dichiarato di “non avere fatti da riferire in merito a condotte penalmente rilevanti poste in essere dal dottor Trebastoni”.

Avvocato Sinuhe Curcuraci

 

Gentile avvocato Curcuraci, spiace che il mio articolo non sia stato compreso.

Non ho mai scritto che il dottor Trebastoni dovesse essere “per forza” trasferito d’ufficio, ho solo rappresentato la spaccatura in seno al Cpga e lo sconcerto di diversi avvocati amministrativisti. Quanto al fatto che ai magistrati amministrativi si applichino le norme valide per i magistrati ordinari, qualora non ci siano riferimenti espliciti, i giuristi sono divisi. Non a caso i consiglieri del Cpga hanno espresso pareri contrapposti. Esiste, poi, non le sfuggirà, il profilo, importante, dell’opportunità.

Infine, non ho mai scritto che gli avvocati Amara e Calafiore abbiano accusato il giudice Trebastoni, indagato a Catania, ma ho fatto riferimento alle loro dichiarazioni per una diversa indagine della procura di Roma che – come si evince chiaramente dall’articolo – non riguarda il suo assistito.

A.Masc.

Il percorso di autocoscienza che serve alla comunità Rom

“Non siamo tutti cattivi, non siamo animali, ci sentiamo sequestrati”. Un uomo di etnia rom insultato dai residenti a Torre Maura

 

A Dijana Pavlovic, che aveva gli occhi pieni di lacrime, ho chiesto: che cosa fate, che cosa fanno le comunità rom e sinti per spiegare, per dimostrare, per raccontarsi. Per dire no, non siamo tutti ladri e criminali con le Ferrari parcheggiate davanti alle roulotte, tutti abituati a vivere tra i rifiuti, tutti a poltrire a carico dei contribuenti e delle donne e dei bambini costretti a mendicare, a borseggiare? Alla brutalità che vi ingiuria, che vi disprezza, che non vi può vedere, che vi vorrebbe morti perché non replicate elencando gli artisti, gli intellettuali, gli atleti, i medici, gli avvocati, i professionisti, i giovani attivi negli studi che danno dignità e orgoglio all’etnia rom e a quella sinti? Perché, eternamente sulla difensiva, non citate quasi mai i “50mila rom integrati che sono cittadini italiani, vivono in case e lavorano onestamente” (Santino Spinelli, rom, musicista, compositore, poeta, docente alle università di Trieste, di Chieti e di Teramo, oltre che al Politecnico di Torino)? A Dijana (attrice affermata, laurea all’Università di Belgrado, volto televisivo, da anni impegnata a promuovere la cultura della sua gente) anni fa Furio Colombo offrì uno spazio settimanale sull’Unità di cui ero condirettore. Me lo ha ricordato lei ancora scossa per le immagini di violenza belluina di Torre Maura appena trasmesse da “Piazza Pulita”. Proteste che, a parte l’uso fascista che ne fanno i picchiatori di CasaPound e Forza Nuova, vanno anch’esse comprese nel contesto di assoluto degrado e abbandono nel quale, stipati in un megaquartiere ghetto (come tanti, a Roma, intitolati a qualche torre) vivono (o sopravvivono) duecentomila esseri umani. Perché noi osservatori, giustamente colpiti dalla reazione di padri e madri di famiglia che si scagliano contro altri padri, altre madri e altri figli chiamandoli “zingari”, dovremmo domandarci, prima di tutto, se coloro che scappano sui furgoni celesti della polizia non siano il detonatore di una esasperazione diventata insopportabile.

Certo che lo sono, e non lo si potrà mai comprendere appieno se si abita, come chi scrive, in zone protette del centro storico o comunque lontane da campi e centri d’accoglienza. Perché il non aver saputo governare la questione nomade, e averla anzi lasciata marcire ha prodotto in Italia (non così in Germania o in Francia) un doppio cortocircuito sociale e politico. Da una parte il vittimismo (“non siamo animali”) di una comunità che non vuole fare i conti con il disagio che i propri membri (non tutti, però molti sì) infliggono al resto della collettività con il loro stile di vita. Perché se chi abita vicino alle roulotte mette le inferriate alle finestre o se quando una zingarella sale sul bus l’istinto è di proteggere il portafoglio questo, per dirla con il sociologo Luca Ricolfi, non è pregiudizio ma, purtroppo, esperienza. In tutto ciò la (non) risposta politica al problema rom o è quella della destra che li caccia e li schifa o è quella della sinistra che li commisera e s’indigna, tenendoli a debita distanza. Per rialzare la testa queste comunità dovrebbero prima avviare un forte e sincero percorso di autocoscienza, affidandosi ai più giovani e alla domanda: cos’è che non va in noi (prima di chiedere cos’è che non va negli altri). La Giornata Mondiale dei rom e dei sinti dell’8 e del 9 aprile sembra l’occasione propizia.

Un’altra studentessa americana denuncia: “Stuprata in un pub”

Un nuovocaso di violenza sessuale avrebbe coinvolto una giovane donna straniera in visita a Firenze. La denuncia arriva ai medici del pronto soccorso dell’ospedale di Careggi proprio da parte della protagonista della vicenda, una ventenne statunitense. La notte di venerdì, in un disco-pub nel centro del capoluogo toscano, un uomo l’avrebbe infatti avvicinata, convinta ad entrare in un luogo appartato ed infine violentata. La ragazza è in seguito arrivata al pronto soccorso in stato confusionale, ed i sanitari hanno provveduto ad avviare il Codice rosa che scatta nei casi di presunti abusi. Che da presunti diventeranno confermati se le indagini, che sono già state avviate dagli investigatori della squadra mobile, comproveranno la versione dell’americana, la quale non ha ancora presentato formale denuncia. La sua storia ricorda spiacevolmente quella di sue due conterranee, che proprio a Firenze denunciarono le violenze sessuali commesse da una coppia di carabinieri. Uno dei due accusati è stato condannato col rito abbreviato, mentre per l’altro il processo inizierà a maggio davanti al tribunale fiorentino.

Il corteo rosso sfila a Torre Maura mentre l’amico degli Spada arringa i “neri”: “Noi sempre qui”

Si è riempita di bandiere rosse ieri Torre Maura, quartiere alla periferia di Roma balzato agli onori delle cronache per la protesta contro il trasferimento di 70 rom già spostati altrove dal comune. Il pane per la struttura d’accoglienza pestato da alcuni, poi il quindicenne Simone che pronuncia l’ormai celebre frase “non mi sta bene che no” in faccia all’attivista di Casapound accusando i “camerati” di aizzare le guerre tra poveri, di prendersela sempre e solo con le minoranze. Questi gli antefatti. Ieri il corteo, bandiere di organizzazioni studentesche, della Cgil, di Potere al popolo. Non del Pd, però presente con qualche parlamentare e politici locali, né del Movimento 5 stelle, anch’esso presente con consiglieri dell’Assemblea capitolina e con il minisindaco del municipio Roberto Romanella. Poco distanti un manipolo di “fascisti del terzo millennio”, raccolti attorno a uno striscione e Luca Marsella, già candidato minisindaco di Ostia, celebre per le foto e l’amicizia rivendicata con Roberto Spada (in carcere con una condanna a sei anni per la testata con “aggravante del metodo mafioso” al giornalista di Rai2 Daniele Piervincenzi). Gli Spada, clan del lido, sono una famiglia sinti, arrivarono a Roma negli anni Cinquanta dall’Abruzzo. Un cartello del corteo “rosso” recava la scritta: “Gli Spada sì e questi rom no, perché?”.

Simone, il nuovo nemico, simbolo di chi vive in periferia senza odiare, nelle parole di Marsella: “Noi gli abbiamo permesso di parlare, se uno di noi va a una manifestazione dei centri sociali non credo che avrà la stessa fortuna”. Dal manipolo si alza la voce di un camerata: “Ce vado io ce vado!”. E poi via, con la solita retorica sulla sinistra che ha abbandonato operai le periferie. Dall’altra parte si canta Bella ciao, si sorride al grido “noi siamo antifascisti”. Simone non c’è, protetto dalla sua famiglia. Marta Bonafoni, consigliera regionale della lista civica Zingaretti, commenta: “Torre Maura non c’era. Noi eravamo abbastanza da dirci tanti, ma ci conoscevamo quasi tutti. Dovevamo farlo, non può bastare. Bisogna starci da domani per ricostruire”.