Il sindaco propone a Sgarbi di dirigere il nuovo Auditorium. L’opposizione: “Non lo vogliamo”

Sotto elezioni, anche l’inaugurazione di un auditorium comunale può diventare oggetto di contesa politica. Specie se c’è di mezzo Vittorio Sgarbi: ospite d’onore dell’apertura del teatro e magari anche suo futuro direttore artistico, come vorrebbe il sindaco (di Forza Italia). Ma non tutti sono d’accordo.

”Va pensiero” non è solo una celebre aria Pucciniana, né unicamente il grido dell’inno leghista: è anche il nome del nuovo auditorium d’Assago. Tre palchi a geometrie variabili, 610 posti interni e fino a mille in esterna: la struttura polifunzionale, destinata a ospitare spettacoli, concerti e iniziative di ogni genere, verrà inaugurata oggi e ha intenzione di rendere il Comune milanese un punto nevralgico per la vita culturale del territorio. Il sindaco forzista, Graziano Musella, però, non si è limitato ad invitare alla cerimonia gli architetti Manuela e Paolo Guffanti, ideatori del progetto, e il noto critico d’arte Vittorio Sgarbi. Ha anche proposto a quest’ultimo di assumerne la direzione artistica. Un’idea che ha subito scatenato le proteste di Roberta Vieri, candidata alle prossime comunali per una lista civica opposta a quella del sindaco uscente (che appoggia invece Lara Carano). “Chiariamoci, noi non abbiamo niente contro la persona di Sgarbi. Siamo però rimasti delusi dalla decisione di prediligere una persona esterna, per quanto preparata, al collettivo di Associazioni del territorio, che potrebbero occuparsi della gestione del programma artistico della struttura con la regia dell’Amministrazione Comunale. Un’occasione persa per creare progetti di aggregazione”. E proprio il coinvolgimento degli abitanti del paese sembra essere centrale per la lista civica con cui Vieri si è candidata. La sua lista propone “tavoli e programmi culturali” per dialogare e incentivare “la partecipazione della comunità”. Per Musella, invece, “la direzione di Sgarbi sarebbe per noi un motivo di vanto e rappresenterebbe, nel contempo, un fattore rilevante di crescita”. Il pensiero, insomma, va: ma in direzioni opposte.

Insulti e botte a omosessuali: per le aggressioni di dicembre indagati undici minorenni

Hanno insultato un ragazzo con frasi omofobe, lo hanno inseguito, immobilizzato e picchiato. Tutto perché era omosessuale. Non basta. Tre giorni dopo hanno colpito con una bottiglia un attivista dell’Arcigay. Per questo undici minorenni sono indagati dalla polizia di Ragusa per lesioni aggravate dall’omofobia.

Le aggressioni risalgono a qualche mese fa, due episodi nel giro di pochi giorni, il 14 e il 17 dicembre scorso, che in entrambi i casi sono avvenute in una via centralissima del Comune ragusano di Vittoria. La prima volta il “branco” aveva preso di mira un 21 enne, insultandolo e minacciandolo: nonostante il giovane avesse chiesto di essere lasciato in pace, era stato accerchiato e malmenato in strada in pieno giorno. Soltanto l’intervento di un negoziante nei paraggi era riuscito a porre fine al pestaggio, mettendo in fuga gli aggressori e dando rifugio al ragazzo che aveva deciso di raccontare tutto alla polizia. Proprio a seguito di quell’episodio, tre giorni dopo una delegazione dell’Arcigay guidata da Igor Marco Garofalo, presidente del comitato territoriale di Ragusa, si era recata in municipio per alcune iniziative di sensibilizzazione contro l’omofobia. All’uscita, però, i ragazzi erano stati fermati dallo stesso gruppo di violenti, che era anche riuscita a colpire con una bottiglia piena uno dei giovani.

Un importante aiuto per l’identificazione dei responsabile è giunto dalla visione dei filmati di impianti di videosorveglianza, analizzati dalla Squadra Mobile e il Commissariato di Vittoria: gli indagati sono quasi tutti minorenni. Alcuni di loro, anche su pressione dei genitori, hanno ammesso in lacrime le loro responsabilità davanti al magistrato. Grazie all’aiuto degli investigatori, le vittime hanno riconosciuto i loro aggressori. Agli undici è stato notificato un avviso di conclusione indagini per lesioni aggravate dall’omofobia. Altri due maggiorenni sono indagati per lo stesso reato.

10 anni dopo il terremoto, solo fiaccole e cantieri aperti: “Qui non c’è più nulla”

Trecentonove fiaccole, quante le vittime del terremoto seguito a quel boato delle 3,32 del 6 aprile del 2009. Fiaccole per ricordare chi non c’è più ma anche per tenere accesa la speranza di una ricostruzione che tarda ad arrivare. Le istituzioni commemorano la ricorrenza, in piazza sfila anche il premier Giuseppe Conte: “Dobbiamo assicurare sostegno ai progetti, certezza e continuità nelle risorse, trasparenza nella gestione”. Per il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, “la ricostruzione è una grande sfida nazionale, va portata a pieno regime . I cantieri devono diventare simbolo e incentivo alla speranza”. La realtà degli abitanti, però, è diversa.

Mentre la città si stringe nel ricordo i cantieri sono ancora quasi tutti lì, a distanza di dieci anni. La ricostruzione privata è abbastanza avanti. Quella pubblica invece è sempre al palo. Non una sola scuola è stata ricostruita nonostante i 43 milioni di euro stanziati, le scuole sono ancora in periferia, ospiti dei Musp (Moduli ad Uso scolastico Provvisori). Lo storico palazzo della Camera di Commercio sotto ai portici è ancora puntellato. “Nella mia strada che porta a Piazza Duomo – spiega Anna – non c’è quasi più nessuno, nel mio palazzo eravamo otto famiglie, ne sono tornate solo quattro, il palazzo di fronte è vuoto. Siamo circondati da cantieri. Ha riaperto solo un panificio che oggi vende anche il latte e le uova. Su oltre mille attività commerciali ne sono rinate appena 100”.

Anna Colasacco è una delle anime del “popolo delle carriole”, storica protesta che nel 2010 sfondò la zona rossa e il cordone della polizia, per riappropriarsi del centro storico. “Pensare a quel grande movimento di protesta, unità, lotta e resistenza che fu il ‘Popolo delle carriole’ può lenire il dolore di questi giorni”. Salvatasi miracolosamente dal terremoto, lei trasformò per mesi la sua auto in una casa, passando le giornate a documentare quel che succedeva in città con i suoi reportage su Facebook. “Avevamo due mascotte – racconta – nonna Licia e il piccolo Tommaso che, allora, aveva solo otto anni”. Oggi Tommaso Cotellessa di anni ne ha 18, frequenta il secondo anno del Liceo Classico ed è a capo del comitato degli studenti. “L’associazionismo, i vari comitati della città che si riuniscono puntualmente. Gli aquilani sono terremotati nell’animo ma non rassegnati e vogliono rinascere, ricostruire anche il tessuto sociale sfaldato. Noi giovani facciamo politica che vuol dire occuparsi di una comunità. I politici sono tanti ma non fanno politica”.

I residenti sfilano in silenzio, si stringono nel ricordo. Quando la fiaccolata arriva a Via XX Settembre è un colpo al cuore: lì, dove ora c’è solo un buco, sorgeva la Casa dello Studente che seppellì otto ragazzi. Sono passati dieci anni, tanti famigliari attendono ancora giustizia.

Cairo, uno e trino, idolo del corriere

“L’intervento di Cairo”, “applausi a Cairo”, viva Cairo. Non c’è che dire, il Corriere della Sera è davvero il giornale di Urbano Cairo: non solo nel senso che questi ne è l’editore, ma pure il principale argomento di interesse giornalistico. Uno e trino nella sua veste di imprenditore, proprietario e presidente, Cairo compare nell’edizione di ieri in quattro diversi articoli, sempre ovviamente per essere celebrato. A pagina 3 è ospite d’onore “Family Business”, la seconda edizione del festival organizzato venerdì dal Corriere al Teatro Grande di Brescia. A pagina 27 diventa l’uomo che ha “fortemente voluto il progetto “Rcs Academy”, pronto a partire con nuovi master di successo. A pagina 44 appare sorridente a mezzo busto, premiato come terzo miglior imprenditore del “capitalismo familiare” in Italia. Infine a pagina 52 veste i panni del presidente del Torino, lanciato con i suoi granata verso l’Europa. Tra una lode, un’ovazione, un riconoscimento e una dichiarazione importante, gli articoli ricordano casualmente: “Presidente e amministratore delegato di Rcs MediaGroup, Urbano Cairo è editore del Corriere”. Saggia precisazione: non l’avevamo mica capito.

Un comitato per ricordare Bianca la rossa: difese i deboli

“Fu davvero l’avvocato di tutte le buone cause. Difese i deboli, i perseguitati, gli innocenti ai quali una giustizia ingiusta pretendeva di far pagare la colpa di essere contro le ingiustizie di ogni genere”. Così lo storico Angelo d’Orsi ricordava nel 2014 l’avvocatessa Bianca Guidetti Serra, che era morta, in quel giugno, all’età di 95 anni. Con la scomparsa di Bianca la Rossa, come s’intitola la sua autobiografia (scritta con Santina Mobiglia), se ne andava l’ultima grande protagonista di oltre mezzo secolo di battaglie della sinistra. Battaglie, queste, che per Bianca erano passate attraverso la Resistenza, che la vide anche al fianco di Primo Levi, e le lotte per i diritti dei lavoratori, dalle schedature illegali della Fiat alle “fabbriche della morte” come l’Ipca e l’Eternit; fino alle iniziative per il diritto di famiglia, durante il Sessantotto in difesa dei giovani, e per la tutela dei minori, sui temi della giustizia come le donne carcerate e l’abolizione dell’ergastolo.

Nei giorni scorsi si è insediato il comitato nazionale (presieduto da Chiara Acciarini) per celebrare il centenario della nascita di Bianca, avvenuta il 19 agosto del 1919 a Torino. Spiega Fabrizio Salmoni, il figlio di Bianca, che si è voluto mettere in luce, in un ricco programma di manifestazioni, “quella sua indipendenza politica e culturale.” E si è scelto di sottolineare giustamente “l’appartenenza della figura di Bianca al più ampio spettro della sinistra, dagli anarchici a Lotta Continua, all’area della non violenza, ai sindacati, al breve esperimento di Democrazia proletaria, al Pci (che pure aveva lasciato dopo i fatti di Ungheria del 1956) e, sempre più malvolentieri, alle sue prime trasformazioni.” Disse Bianca quando compì 90 anni: “Sono contenta di essere stata sempre da quella parte. Sono contenta di aver fatto scelte che corrispondevano al mio sentimento nei confronti di chi ha bisogno d’aiuto”.

“Facebook non ucciderà il giornalismo”

“Avremo sempre bisogno del giornalismo, è indispensabile alla società”. Arianna Ciccone è la fondatrice del Festival del Giornalismo di Perugia: oggi si è conclusa la tredicesima edizione.

Arianna Ciccone, il giornalismo interessa ancora nonostante le difficoltà del settore?

Questa edizione è stata la migliore di tutti questi tredici anni, per quantità e qualità dei contenuti, ospiti internazionali, ma anche un pubblico curioso e partecipe. È arrivata gente da tutto il mondo. Abbiamo ospitato più di seicento professionisti del settore in qualità di speaker, per oltre trecento eventi. Tutte le sale erano esaurite.

Tra i principali sponsor del festival c’è Facebook, cosa che vi è costata qualche polemica.

Qualcuno ha sostenuto che la scelta potesse stridere con la battaglia dei giornalisti in difesa del diritto d’autore. Ma secondo me non c’è alcun conflitto di interessi: molti nei media, me inclusa, sono critici sulla riforma del copyright appena approvata dal Parlamento europeo. Negli ultimi tempi i diritti dei cittadini, dalla libertà di espressione alla condivisione della conoscenza, sono rimasti schiacciati tra gli interessi delle grandi piattaforme e quelli delle grandi testate.

Ma i social contribuiscono alla crisi dei giornali o offrono loro nuove opportunità?

Dire che i social stanno uccidendo il giornalismo è una sciocchezza. Offrono una grande occasione non solo per arricchire i contenuti e trovare storie, ma anche per andare incontro a quelli che dovrebbero essere i punti di riferimento dei giornalisti: i cittadini. Creano un ponte per raggiungere i lettori.

Cosa pensa di Apple News, l’App che, per 9,99 euro al mese, offre quotidiani e riviste? Aiuterà le testate esistenti o farà concorrenza alle loro offerte di abbonamento?

Sinceramente non saprei, tutti i tentativi per testare delle possibilità alternative di business sono da percorrere. Gli editori non hanno molte alternative, la situazione attuale li costringe a sperimentare.

Non è un momento roseo per la stampa. Che futuro ha il giornalismo italiano?

Difficile da dire. Vedo pochi investimenti e troppa chiusura verso il digitale, che sta diventando l’unica strada percorribile. Avremo sempre bisogno del giornalismo, è indispensabile alla società. Potranno cambiare le modalità di diffondere contenuti, ma non di certo l’esigenza delle persone di informarsi.

In Italia c’è un approccio molto diverso rispetto all’estero: manca la visione lungimirante dei giornali americani, per esempio, e il ricambio generazionale è quasi inesistente. Molti giovani vorrebbero accedere al mestiere ma hanno la strada sbarrata, e le testate che provano a entrare sul mercato vengono stritolate da quelle esistenti. Se editori e giornalisti cercano soltanto di replicare un passato che non tornerà mai, allora il giornalismo italiano non ha futuro. Se invece si accettano sfide e cambiamenti, qualche possibilità di salvarsi c’è.

Attivisti gay in Vaticano. Ma Francesco non c’è

Il Papa non c’era. Ma l’incontro in Vaticano c’è stato: cinquanta attivisti, giudici e politici impegnati a livello mondiale nella difesa dei diritti della collettività Lgbt sono stati ricevuti venerdì dal Segretario di Stato Pietro Parolin. Ora bisognerà capire se il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto: da una parte ci sono le polemiche per la mancata presenza di Francesco. Dall’altro la soddisfazione per l’incontro, comunque impensabile fino a pochi anni fa.

L’occasione era la presentazione di uno studio sulla criminalizzazione dei gay nei Caraibi. Uno studio curato tra gli altri dall’Instituto Interamericano de Derechos Humanos (Iidh). La notizia di un’udienza privata con il Pontefice era stata resa nota giorni fa, proprio in concomitanza con il Congresso di Verona. E molti avevano preso l’annuncio come una chiara presa di posizione del Pontefice. Forse proprio questo ha suscitato il disagio del Vaticano, insieme con il modo con cui si è diffusa la notizia dell’udienza: ad annunciarla era stato un tweet del giornalista Frédéric Martel, autore del libro inchiesta Sodoma sul Vaticano e l’omosessualità. Martel ha anche pubblicato una lettera di Raul Zaffaroni (professore dell’università di Buenos Aires, nonché amico di Bergoglio) e Leonardo Raznovich (Iidh) che hanno guidato la delegazione per la difesa dei diritti Lgbt. Nella lettera si diceva che la presentazione della ricerca “sarà seguita da uno storico discorso di Sua Santità riguardo al tema in questione”. L’omosessualità, appunto. Subito però è arrivata la smentita del Vaticano: niente discorso, il Papa non potrà esserci.

“Era avvenuto poche settimane fa anche in occasione dell’incontro che doveva avere con otto vittime di abusi da parte di sacerdoti”, racconta Francesco Zanardi, presidente della Rete l’Abuso. Aggiunge: “Ero arrivato a Roma con grande speranza e anche con emozione. Poi invece di Francesco ci siamo trovati davanti il cardinale Charles Scicluna”. Ma anche in quel caso un incontro c’era stato.

Disagio, quindi, ma anche segni di cambiamento: “Il cardinale Parolin – hanno raccontato i delegati presenti all’udienza – è stato molto chiaro: la violenza è inaccettabile e ha insistito sul rispetto della dignità umana. Con l’incontro di oggi si è avviato un processo, un dialogo con il Vaticano”.

Un primo passo, ma il cammino è molto lungo, visto che la criminalizzazione delle persone dello stesso sesso – come riferisce il sito Gaynews – è vigente in 68 Paesi, senza contare Egitto e Iraq dove di fatto esiste anche se non è dichiarata espressamente. Al Vaticano gli attivisti e i politici impegnati nella tutela dei diritti Lgbt chiedono un impegno ulteriore: “Serve una chiara dichiarazione della Chiesa Cattolica che denunci la criminalizzazione dell’omosessualità”. Insomma, dice qualche delegato, “a volte ancora ci si chiede da che parte stia la Chiesa”. È accaduto in Belize, dove la Chiesa locale aveva impugnato la decisione della Corte Suprema di dichiarare incostituzionale la criminalizzazione degli omosessuali. “Un appello ritirato grazie all’intervento di papa Francesco”, hanno ricordato i delegati Lgbt. Le polemiche non sono mancate. Ma anche le voci di soddisfazione come Helen Kennedy, direttrice dell’associazione canadese Égale: l’incontro con Parolin è comunque “un momento storico”.

Consip, la mega-spartizione sopravvive a pm e scandali

Consip era una sigla misteriosa, sconosciuta ai più. Poi è arrivata l’inchiesta del pm Henry Woodcock che, a fine 2016, ha portato alla luce le manovre corruttive dell’imprenditore Alfredo Romeo, il coinvolgimento di Tiziano Renzi (per il quale i pm hanno chiesto l’archiviazione), padre dell’allora presidente del Consiglio, e le fughe di notizie attribuite al ministro Luca Lotti e al comandante generale dei carabinieri Tullio Del Sette. Consip spa, la centrale acquisti della pubblica amministrazione, controllata dal ministero dell’Economia, era allora alle prese con quello che è stato definito il più grande appalto d’Europa: nome Fm4 (Facility management 4), base d’asta 2,7 miliardi, oggetto la gestione di servizi, pulizia e manutenzione degli uffici pubblici in tutta Italia. La gara inizia nel 2014. Le buste vengono aperte nel 2016. Poi parte l’indagine e tutto si blocca. La storia dell’inchiesta penale è stata raccontata dal Fatto Quotidiano. Ma che fine ha fatto, intanto, “il più grande appalto d’Europa”?

Oggi, tre anni dopo, la classifica dei vincitori è ancora “provvisoria” e l’appalto non è stato assegnato. Con due risultati, paradossali: a fare pulizie e manutenzioni negli uffici pubblici sono le aziende che avevano vinto la gara precedente, la Fm3 del 2010, che però sono le stesse indagate da Woodcock; continuano a lavorare, per di più, a prezzi più alti, perché le basi d’asta nel 2014 erano state abbassate del 30 per cento rispetto al 2010.

Una sorte simile è toccata ad altre gare Consip: gli appalti Sanità del 2015, base d’asta 1,455 miliardi, buste aperte nel 2016 ma poi non aggiudicati; la gara Musei del 2016, base d’asta 640 milioni; la gara Caserme del 2016, base d’asta 582 milioni. È in proroga anche la Fm2/2 del 2008, del valore di 520 milioni. Romeo è stato arrestato, ma la sua azienda e le imprese alleate sono di fatto premiate: continuano a incassare soldi pubblici.

A ricostruire questa vicenda ci aiutano i documenti dell’Antitrust, che ha condotto un’indagine parallela a quella penale e che è ancora in corso. Il bando della Fm4 viene pubblicato il 18 marzo 2014. Nell’aprile 2016 vengono aperte le buste delle offerte. Ma già a febbraio succede un evento inaspettato: una delle aziende partecipanti ritira l’offerta. È la Cns, che riunisce le piccole cooperative che fanno riferimento alla Lega coop. Perché si ritirano? Perché i vertici di Cns erano stati azzerati e i nuovi annusano accordi inconfessabili stretti dai predecessori di cui non vogliono farsi complici. Aperte le buste, viene stilata una classifica provvisoria. A vincere sono la Romeo Gestioni (che si aggiudica lavori per 609 milioni) e i suoi alleati: la Manutencoop, grande cooperativa di servizi (lavori per 532 milioni), la Manital, impresa piemontese (675 milioni) e la Cofely, colosso francese (495 milioni). Fuori gioco Dussmann, impresa di Capriate (Bergamo) controllata dai tedeschi, e la sua alleata Siram, del gruppo francese Veolia. Alla fine Dussman e Siram conquistano 4 lotti, ma solo perché Manital viene esclusa dalla gara per motivi amministrativi.

A fine 2016 parte l’inchiesta, scoppia lo scandalo, Romeo viene arrestato e l’Antitrust avvia l’indagine. Le conclusioni dell’Authority, che il Fatto ha letto, raccontano di un accordo scientifico per spartirsi i lotti che coinvolge tutti i partecipanti, tranne Dussmann e Siram. L’Antitrust rileva una lunga serie di irregolarità, spia dei patti corruttivi sotterranei. Le associazioni temporanee d’impresa sono “sovrabbondanti”, rileva: anche le aziende che hanno i requisiti per partecipare alle gare da sole (Cns, per esempio, o Cofely) si alleano con altre con cui hanno programmato in segreto la spartizione dei 18 lotti. Le aziende dell’accordo segreto partecipano “a scacchiera” ai diversi lotti, in modo da non sovrapporsi e farsi concorrenza. Così fanno Romeo, Manutencoop, Cns, Manital: ciascuno partecipa a uno solo dei quattro lotti a cui puntano. Romeo, che poteva puntare a un numero maggiore di lotti, rinuncia per non infrangere il patto. Lo dimostra anche una intercettazione acquisita dall’inchiesta penale: “Alla fine io avevo quattro negozi”, dice il referente di Romeo in Puglia, riferendosi ai quattro lotti vinti nella gara precedente, Fm3, “mo’ ne ho tre perché ho rinunciato al negozio che tenevamo a Bari”. E poi: “Non sono interessato a dare fastidio agli altri, Manutencoop… Cns… eccetera. Perché questo è un mercato… dobbiamo camminare, dobbiamo andare avanti… Come vedete, io non vado a strafare perché non vado a partecipare a tutti i lotti”.

C’è anche una prova scritta della spartizione. È il “bigliettino rosa” che i nuovi manager di Cns, dopo aver deciso di chiudere con i vecchi sistemi di spartizione, consegnano ai pm: riporta su un lato i nomi di tre manager (di Manutencoop, Cofely e Manital) che il 12 giugno 2017 partecipano a un incontro riservato con Cns per accordarsi sulle gare Fm4; e sul retro le tre aziende che non hanno partecipato (Romeo, Dussmann, Siram). Che il sistema fosse una ragnatela di accordi sotterranei è dimostrato anche dai subappalti “a scopo compensativo”: l’azienda che non partecipa a una gara viene compensata con un bel subappalto. Così Cns aveva raggiunto un accordo con l’azienda Gestione Integrata per farle fare il 15% dei lavori di tutti i lotti aggiudicati. Il gruppo Sti decide perfino le quote (il 10%) da affidare a un’azienda dentro una cordata concorrente. Le imprese, violando la riservatezza delle gare, si comunicano gli appalti a cui vogliono partecipare e si scambiano fogli excel che riportano attività e importi da spartire.

C’è anche una lettera anonima trovata dall’Autorità antitrust. Ha per titolo: “Terzo messaggio al Cns del Gruppo di Amici che non vi lascerà soli”. È indirizzata a Cns e spiattella i nomi di chi “organizzava quel gran popò di cartelli” (sic), cioè chi preparava i giochetti per spartirsi gli appalti.

Particolare la storia di un lotto dei lavori Fm4, il lotto 10, lavori per 143 milioni. Era tradizionalmente un feudo di Romeo, che infatti si era già accordato con gli altri (Cns e Manutencoop) per mantenerlo. Ma gli altri lo tradiscono e nel 2014 stringono un patto parallelo con i francesi di Cofely. Tre anni dopo, il 12 giugno 2017, i manager di Cns scrivono il “bigliettino rosa”, in cui rivelano gli accordi segreti. Quando Romeo si accorge di essere stato “tradito” dagli alleati va su tutte le furie e nell’aprile 2016 fa un esposto per tentare di far saltare il banco.

È una guerra sotterranea. Per un lotto, Manutencoop presenta un progetto fatto apposta per perdere. Un consulente non capisce il gioco e suggerisce correzioni (“Ci sono vari passaggi/salti logici non dimostrati nel capitolo… mancano molti dati”). Un capo di Manutencoop commenta, ironico, via email: “Vediamo cosa riescono a tirarne fuori, speriamo che capiscano la necessità di essere un po’ più smart. Vivalamamma!!!”. Insomma: siate più furbi, non avete capito che abbiamo giocato per perdere? Ora tutta la vicenda è sotto il giudizio dell’Antitrust, che il 20 aprile deciderà le multe. Intanto però i lavori del “più grande appalto d’Europa”, invece di essere affidati ai virtuosi che non hanno imbrogliato, continuano a essere fatti da Romeo e dai suoi alleati.

Europee, Parlamento Ue tenta una stretta sui gruppi. Ira M5S

Norme più restrittive o più chiare, a seconda dei gruppi politici. È polemica al Parlamento europeo sull’interpretazione delle nuove regole per la formazione dei gruppi in vista delle Europee, dopo il testo adottato dalla commissione Affari costituzionali. La questione riguarda le affinità politiche fra i partiti che intendono unirsi e che ricevono finanziamenti pubblici. In base al testo “la costituzione di un gruppo politico deve essere dichiarata al presidente” e “deve includere “la denominazione, una dichiarazione politica in cui viene indicato l’obiettivo, il nome dei suoi membri e la composizione del suo ufficio di presidenza”. Ma M5S contesta quanto deciso in commissione lo scorso 2 aprile spiegando che “per l’ennesima volta i gruppi dell’establishment cercano di limitare la democrazia nel Parlamento Ue”. Già lo scorso gennaio la proposta di compromesso sostenuta da Socialisti, Popolari e Liberali che prevedeva una stretta sui gruppi per evitare che vi potessero aderire forze disomogenee per poi diventare gruppi finti è stata bocciata. “Adesso ci riprovano con l’ennesimo sotterfugio”, commenta l’europarlamentare M5S Fabio Massimo Castaldo che annuncia battaglia.

“Pronto 1 miliardo in più dall’Ue”: non proprio

C’è un dato circolato negli ultimi mesi a sostegno del Tav: l’aumento della quota di cofinanziamento da parte dell’Unione europea. Se ne era scritto sui giornali a settembre, ripreso a metà febbraio, sostenuto ovunque dal governatore del Piemonte, Sergio Chiamparino.

Francesco Balocco, assessore ai Trasporti della Regione, lo ha annunciato il 27 marzo dopo un incontro a Mantova con Iveta Radicova, coordinatrice europea del Corridoio Mediterraneo di cui la linea Torino-Lione fa parte. “L’Ue finanzierà al 50% la Torino-Lione dal 40% attuale” era il succo del discorso di Balocco, titolo di apertura di molti siti. Una conferma “di quanto anticipato nei mesi scorsi” aveva aggiunto. “Un motivo in più per farla”, aveva commentato Matteo Salvini. Eppure non solo non c’è nessuna grossa novità, ma neanche nessuna certezza dell’aumento del finanziamento. “Per quanto riguarda l’incontro con Iveta Radicova – hanno spiegato al Fatto dagli uffici della Radicova – ha riguardato esclusivamente il Sistema idroviario italiano, nel contesto delle opportunità offerte dal sistema fluviale del fiume Po. L’incontro non è stato dedicato alla questione Lione-Torino”. Semi-smentita a parte, la possibilità di finanziare il progetto della Torino-Lione fino al 50% con fondi comunitari è prevista in quella che è ancora solo una proposta del bilancio Ue 2021-2027 e su cui c’è stato un accordo preliminare di Parlamento Ue e Consiglio il 7 marzo. Nessuna sicurezza, dunque, tanto meno scatti automatici. E se pure ci fossero, non riguardano soltanto il Tav.

La Commissione ha proposto un bilancio totale di 30,6 miliardi di euro per il Cef, il meccanismo per collegare l’Europa, e previsto di aumentare il tasso massimo di cofinanziamento per tutti i progetti transfrontalieri. “Questa non è una proposta specifica per la Lione-Torino, che comunque vi rientrerebbe – spiega il portavoce della commissaria Ue ai Trasporti, Violeta Bulc – e dipende dall’esito dei negoziati sul Quadro finanziario pluriennale tra il Parlamento Ue e il Consiglio”.

Certo, a inizio marzo la proposta è stata sostenuta dai co-legislatori ma “resta il fatto che questo 50% è un tasso massimo che non sarà applicato in tutti i casi e dipenderà dal bilancio disponibile”. Nessun automatismo, nonostante sia “importante che un tale progetto si assicuri tutti i mezzi finanziari disponibili”. Inoltre, la Commissione sottolinea che “la possibilità di avere accesso al tasso massimo di cofinanziamento è anche soggetta “al rispetto degli impegni assunti in precedenti convenzioni di sovvenzione”.

La convenzione a cui si riferisce è il Grant Agreement firmato da Francia e Italia nel 2015 e che prevede un finanziamento europeo di 813 milioni di euro, gli stessi per i quali si è attivato il balletto della pubblicazione dei bandi nelle scorse settimane, poi bloccati e culminato con il solo via libera degli avvisi pubblici, nell’attesa che Francia e Italia rinegozino i termini e che, nelle intenzioni del premier Conte, “ridiscutano integralmente il progetto”. La scadenza è fra sei mesi, quando si capirà se i bandi partiranno oppure no. Al netto del contributo Ue, la Francia con l’accordo di oggi sostiene solo il 25% degli oneri complessivi mentre l’Italia ne copre il 35% (due terzi del tunnel è in Francia). E se pure alla fine l’Ue aumentasse il finanziamento, si tratterebbe di un miliardo da dividere tra Francia e Italia che di fatto non modifica l’esito negativo per 7 miliardi dell’analisi costi-benefici del governo che nei suoi calcoli tiene conto degli oneri di entrambi i Paesi.