Sì Tav, il corteo flop tra passerelle Pd e furbate politiche

È stata una manifestazione importante, ma sono dispiaciuto che la piazza non fosse piena come a novembre. Sarebbe stato meglio mantenere lo spirito della prima volta, la società civile: la Tav è un’opera troppo importante”. Il commento di Mino Giachino, ex sottosegretario berlusconiano ai Trasporti e ora anima dei comitato piemontesi del Sì Tav, suggella il mezzo flop della manifestazione torinese di ieri mattina. I promotori, dallo stesso Giachino alle signore subalpine, le famose “madamine”, speravano di riportare in piazza, come era accaduto il 10 novembre scorso, dalle 20 alle 30 mila persone. Al corteo che ha attraversato un pezzo della vecchia Torino, da piazza Vittorio a piazza Castello, invece erano poco più di 10-15 mila. Come al solito, quasi tutti di età non più tenerissima, in prevalenza di ceto medio-alto borghese, sebbene ci fossero – confusi ai rappresentanti dei costruttori e delle piccole aziende, dei commercianti e degli studi professionali – alcuni spezzoni del sindacato: dagli edili della Fillea Cgil alla Cisl, dalla Uil al Fismic.

Perché la piazza non si è popolata come cinque mesi fa? Per Giachino, ex democristiano di lungo corso e uomo per tutte le stagioni, la colpa è da cercare nella politicizzazione dell’evento e nella campagna elettorale per le europee e le regionali. La politica, insomma, ha messo il Tav da parte, a testimonianza di quanto le importi davvero. E, in questo momento di blocco dei bandi Telt e del solo via libera agli avvisi pubblici in attesa di ridiscutere il progetto con Parigi, hanno prevalso le logiche dei politicanti, gli equilibri interni ai partiti del centrodestra. Forza Italia ha disertato e così la Lega, alle prese con le sue contraddizioni: meglio non alzare la tensione con gli alleati di governo 5 Stelle, veri nemici del Tav. A tenere a casa il centrodestra, e il suo candidato alla guida della Regione Piemonte, Alberto Cirio, è stata inoltre la caratterizzazione troppo in chiave Pd della piazza torinese di ieri. Difatti, nella mattinata incerta tra sole e pioggia, la cosiddetta onda della Torino-Lione ha assunto il colore del Partito democratico. Unica forza politica partecipante con gli europeisti di Emma Bonino, con tanto di bandiere e di militanti, il Pd ha marchiato il corteo con la presenza del governatore del Piemonte, Sergio Chiamparino, candidato alla stessa carica alle prossime elezioni, che era accompagnato dall’ex ministra Maria Elena Boschi. La destra è rimasta a casa, rimandando l’impegno per il Tav alla visita prossima ventura di Silvio Berlusconi, che, a detta di Chiamparino, arriverà in Valle di Susa “da buon ultimo”.

La piazzanon era piena. Eppure le “madamine”, a dimostrazione forse che alcune di loro sono orientate al sostegno a Chiamparino, hanno affermato che “la manifestazione è stata un successo”. Aggiungendo: “Siamo contente perché Torino e il Piemonte sono compatte nel dire Sì Tav subito”. Forse non contenti, ma mandati comunque a dire due parole sul palco, erano i quattro che si sono esibiti nella loro onesta ingenuità convinti che il Tav sia la panacea per tutti i mali. Come lo studente Guglielmo e la studentessa Marta, 23 anni, per la quale Torino “deve essere connessa al mondo con infrastrutture che devono stare al passo con il futuro, per non essere tagliati fuori dall’Europa”. E come Vincenzo Russo, ex operaio al cantiere della Maddalena, a Chiomonte. “Per realizzare l’opera nei tempi previsti – ha detto – abbiamo sopportato grandi sacrifici, risparmiando soldi rispetto al preventivo. Abbiamo dato l’anima in quel posto. Il 31 maggio 2018 siamo stati tutti licenziati: io oggi sono ancora a casa. A me, che ho quattro figli, hanno insegnato che l’unico ammortizzatore sociale è il lavoro”. Sul palco infine c’era Clara, una piccola imprenditrice: vorrebbe fare crescere la propria azienda. La sua speranza potrebbe chiamarsi in molti modi, però per lei si traduce in Tav, la parola della grande illusione.

3 domande a Enza Saldutti

“Sono arrivata al Vinitaly, ci sono riuscita dopo vent’anni in cui non ho fatto altro che guardare le mie terre, cinque ettari a Montemarano in Irpinia, osservare il lavoro in vigna e impegnarmi in prima persona con papà Vincenzo e mamma Rosa”.

Enza Saldutti, 40 anni, quando ha iniziato a lavorare tra vigna e cantina?

Avevo vent’anni. Dopo il diploma iniziai anche gli studi in giurisprudenza, ma presto ho capito che non potevo abbandonare la mia terra, le mie viti, le mie bottiglie. La mia famiglia è, con me, alla quarta generazione di contadini, ma alla bottiglia ci sono arrivata per prima. Un paio di anni fa ho appiccicato le prime etichette di Taurasi.

Come è nata la passione?

Forse ci è sempre stata, ho cominciato a seguire mio padre, che già osservavo da piccola, sempre di più fino a ritrovarmi a lavorare veramente. Poi io ammetto di non avere una grande cultura, se mi chiede quanti vini si producono in Italia non glielo so dire, ma dei miei cinque ettari so davvero tutto, conosco ogni chicco.

E adesso ha un’azienda, la Cantina di Enza. Quali sono i vostri vini?

Taurasi, appunto, Aglianico Irpinia, Rosato Aglianico, Coda di volpe bianca e Coda di volpe rossa che ormai è quasi introvabile. Mio padre ha 70 anni, abbiamo vigneti più anziani.

Quanti siete in azienda?

Io, mamma e papà: nei momenti di lavoro più intenso, come vendemmia e sfogliatura, ci aiutano amici che magari prima non sapevano neppure cosa fosse una vigna. Si sono fatti una cultura.

Il primo Vinitaly, un traguardo?

Ho avuto il primo contratto di distribuzione in Campania, già ne avevo uno su Roma. So che non avrò utili, ma ho voluto investire. È una soddisfazione.

Quanto le costa Verona?

Per 80 centimetri di banco 1800 euro, più 500 euro per essere associata a Vi.Te. (Vignaioli del territorio). Ma ne vale la pena.

Sulle tracce degli assassini di Bacco

Un brindisi dopo l’altro scandisce il tempo del Vinitaly a Verona da oggi a mercoledì. Nelle stesse ore c’è chi continua a indagare partendo dai bicchieri sulle nostre tavole per arrivare fino al grappolo d’uva. Al fine di evitare che nobili bottiglie di rossi, bianchi e bollicine italiane, di pregiato abbiano solo i nomi sulle etichette. Tra fine 2018 e inizio 2019, infatti, i carabinieri per la tutela dell’agroalimentare comandati dal colonnello Luigi Cortellessa hanno sequestrato oltre 390 mila litri di vini per un valore di 522 mila e 412 euro. Indagini in corso non solo di natura amministrativa, con errori o mancanze sulle etichette, ma anche penali con quattro aziende denunciate per frode. Si tratta di “cantine” medio-piccole: due in provincia di Roma, una a Perugia e una Firenze. Il tentativo era quello di spacciare per Prosecco un ordinario vino frizzante bianco, addirittura spillato (eresia per il Prosecco), e nel caso toscano anche di far passare “impostori” per Traminer, Grignolino e Bolgheri. Tentativi per far salire i prezzi da 1,80 euro al litro fino a 3 euro e mezzo. Una goccia nel mare del lavoro di questo reparto specializzato dell’Arma che consente alla regina delle eccellenze italiane di rimanere tale smascherando gli imbroglioni.

Il refuso sull’etichetta e la soffiata della copisteria

Come scrivono nel libro C’è del marcio nel piatto (Piemme, 17,50 euro) Gian Carlo Caselli e Stefano Masini – rispettivamente presidente dell’Osservatorio agromafie e responsabile Ambiente di Coldiretti – “le papille gustative possono essere efficacissimi agenti sotto copertura” in riferimento al maxi sequestro, 30 mila bottiglie, ordinato dalla procura di Siena nel 2014 per falsi Brunello, Morellino e Chianti; altre volte è un piccolissimo dettaglio che svela l’inghippo.

È il febbraio 2017. A una copisteria di Pistoia vengono commissionate 4500 etichette di Tignanello Igt Antinori, annate 2009, 2010 e 2011, da parte di un certo “signor Rossi”. Qualcosa “puzza” al titolare dalla copisteria che si rivolge ai Nas dei carabinieri. Ne nasce un’indagine. Le etichette, nel frattempo riprodotte ulteriormente anche in Cina, rivelano una certa abilità nella contraffazione, eppure c’è qualcosa che non suona. Un errore, una parola sbagliata. “Aldidudine” invece di “Altitudine”.

Due anni dopo, poco più di un mese fa, la procura di Parma fa arrestare tre persone, per “contraffazione di marchi e segni distintivi della casa vinicola fiorentina Marchesi Antinori Spa – vittima dell’imbroglio – e della produzione di almeno undicimila bottiglie di vino Igt Toscana a marchio Tignanello, contenenti vino rosso di provenienza diversa e di qualità inferiore”. Le bottiglie erano destinate anche al mercato italiano, ma soprattutto a Germania e Belgio.

Già, perché il vino è il primo prodotto italiano esportato nel mondo, per 5,7 miliardi di euro nel 2018. Primi importatori gli Usa, mercato ancora inesplorato in realtà perché concentrato soltanto in cinque Stati: New York, New Jersey, Florida, Texas e California. Seguono la Germania e il Regno Unito.

Pechino non è un guaio, Usa e Brexit invece…

Primo mito da sfatare sull’estero: la Cina. Il mercato nella Repubblica popolare è in forte espansione, come conferma il presidente della Confederazione italiana agricoltori (Cia) Dino Scanavino: “Stiamo stringendo un accordo con la provincia cinese dello Guinzhou, 40 milioni di abitanti, famosa per la produzione del liquore più famoso di Cina, il Kweichow Moutai”. Ma non è dal Lontano Oriente che giungono notizie di vini contraffatti. “Banalmente perché alla sempre più ricca classe media cinese interessa davvero il vino pregiato e di qualità – spiega chi indaga – mentre il povero cinese non si può permettere neppure il vino impostore”. Indagini, invece, sempre dei carabinieri per la tutela dell’agroalimentare sono in corso riguardo paesi dell’Est europeo. “Mentre rispetto agli Stati Uniti – sbotta un investigatore – c’è un senso di impotenza: proprio il primo Paese importatore di vini italiani è quello dove la tutela è impossibile e dove si trovano sugli scaffali bottiglie che sull’etichetta riportano il tricolore e magari dietro in piccolo c’è scritto: prodotto in Wisconsin. Quando ci siamo rivolti alla Food and Drug Administration ci hanno risposto che la bandiera italiana in etichetta è legittima perché fa vendere di più, diciamo che il concetto di libero mercato è un po’ estremo”.

Anche le prospettive della Brexit suscitano timori, sia per l’uscita del Regno Unito dai “parametri” europei sia per la possibilità di nuovi dazi sulle importazioni dall’estero. “In Inghilterra, attualmente il nostro terzo mercato d’esportazione dopo Usa e Germania – riflette Scanavino della Cia –, hanno già i vini dei paesi del Commonwealth, quindi Sudafrica, Australia e Nuova Zelanda nello specifico. È ovvio che le bottiglie provenienti da quel circuito saranno favorite da nuove barriere e ostacoli per noi, pericolo che andrebbe scongiurato il prima possibile perché potrebbe rappresentare una mezza catastrofe”. Va registrato, infine, che tra legislazione avanzata, reparti specializzati dei carabinieri e Icqrf (Ispettorato centrale della tutela della qualità e repressione frodi dei prodotti agro-alimentari) del ministero delle Politiche agricole, il vino è uno dei prodotti più sicuri e controllati in Italia, ciò detto singoli casi di cronaca e le problematiche sui mercati esteri non consentono di abbassare la guardia.

Il Papa: “Non sono delinquenti, la mafia è roba nostra… ”

“Non avere paura dei migranti: i migranti siamo noi, Gesù è stato migrante”. E a chi obietta che l’immigrazione porta delinquenti, risponde: “Ce ne sono tanti anche tra noi: la mafia non è stata inventata dai nigeriani, la mafia è un ‘valore’ nazionale, è nostra, italiana.” Mentre il governo italiano “chiude i porti” alla nave della ong Mediterranea e il tema immigrazione continua a far discutere (anche all’interno della maggioranza), Papa Francesco, in un incontro con docenti e studenti dell’istituto San Carlo di Milano, si schiera senza mezzi termini dalla parte dell’accoglienza. “Oggi c’è la tentazione di fare una cultura dei muri, alzare muri nei cuori e sulla terra. Ma chi costruisce muri finirà schiavo dentro i muri che ha costruito”, il monito di Bergoglio . Invece serve “cuore aperto per accogliere: chi ha il cuore razzista si converta. Gli immigrati – ha concluso il Pontefice nel suo intervento – vanno ricevuti, accompagnati e integrati. I migranti ci portano ricchezza perché l’Europa è stata fatta dai migranti”.

“Corridoi umanitari, il M5S sta con noi”

Cinquantaquattro persone, sette famiglie, quattordici bambini. Tutti arrivati in aereo dal Libano a Fiumicino la settimana scorsa, scampati alla guerra siriana. Li chiamano “corridoi umanitari”: voluti dal governo Renzi, confermati da Paolo Gentiloni, a lungo indicati da Matteo Salvini come l’altra faccia dell’accoglienza, il modello da promuovere mentre si chiudono porti e mari alle Ong.

Adesso sostenuti a pieno anche dal Movimento 5 Stelle, come testimonia la presenza all’aeroporto della viceministra degli Esteri Emanuela Del Re. Con la benedizione di Beppe Grillo, che proprio ai flussi migratori e all’emergenza demografica europea ha dedicato uno dei suoi ultimi post sul blog: “La lotta all’immigrazione è, possiamo dirlo, senza senso”. Ma se pensare di eliminare i flussi è una follia, governarli è una necessità: “In questo i corridoi sono uno strumento ideale – spiega Paolo Naso, coordinatore del programma Mediterranean Hope della Federazione delle chiese evangeliche in Italia, che gestisce gli arrivi – perché all’elemento umanitario affianca sicurezza, legalità e sostenibilità”. A gestire i corridoi è una filiera controllata e coordinata da Esteri e Viminale, ma gestita poi da Ong, associazioni e confessioni con grande esperienza sui territori. Ad occuparsi degli ultimi arrivi dal Libano sono state la Comunità di Sant’Egidio, la Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia e la Tavola Valdese, le stesse che nel 2016, come ricorda Naso, hanno chiesto e ottenuto di avviare il progetto: “I nostri operatori visitano i campi profughi in Libano, individuano i casi più critici e propongono alcuni nomi all’ambasciata”. A verifiche ultimate, le persone scelte ottengono un visto umanitario e vengono messe su un aereo per l’Italia, dove poi faranno domanda di asilo: “I tempi sono rapidi, essendo i migranti già registrati e conosciuti dai nostri uffici”. Il tutto a costo zero per lo Stato, perché il viaggio e l’accoglienza dei profughi è a carico delle stesse comunità che hanno promosso il progetto. Ad occuparsi dei 54 arrivati la scorsa settimana, per esempio, saranno associazioni e parrocchie di Genova, Padova, Bologna, Scicli (Ragusa), Napoli e Trento. Condizioni che Naso ritiene “le migliori possibili”, perché coinvolgono “piccole realtà territoriali ideali per inserire i migranti in percorsi di studio e di lavoro”.

Elogiare i corridoi umanitari, però, non basta. I numeri parlano chiaro: negli ultimi tre anni, grazie anche al coinvolgimento di Belgio, Francia e Andorra in programmi simili, sono arrivate in Europa 2.500 persone attraverso questo modello. Non poche, come tiene a sottolineare Naso, dovendo le comunità divincolarsi tra mille beghe legali e burocratiche. Ma di certo non abbastanza: nello stesso periodo, considerando soltanto gli sbarchi sulle coste italiane, gli arrivi sono stati più di 230 mila, quasi cento volte le persone giunte col condotto legale. Anche per questo Naso e le comunità coinvolte chiedono che il corridoio umanitario diventi un riferimento sistemico a livello europeo: “Applichiamoli nell’Unione, almeno su base volontaria. Noi vorremmo un grande corridoio umanitario europeo gestito dall’Europa: l’Onu ci dice che in Libano ci sono 50 mila persone in stato di grave vulnerabilità? Con questo sistema le potremmo accogliere tutte. Parliamo di una cifra irrisoria se solo dieci Stati membri aderissero”.

“Alan Kurdi” abbandonata: Sos inascoltati e no dell’Italia

La Alan Kurdi, che mentre scriviamo viaggia verso Malta in cerca di un porto sicuro, ha rispettato le norme – come rivelato ieri da Avvenire – e finora ha chiesto aiuto invano. Ma è stata mollata a se stessa, come Il Fatto è in grado di documentare con nuovi elementi. Partiamo dalla dichiarazione di Danilo Toninelli, ministro delle Infrastrutture, dicastero che sovrintende le Capitanerie di Porto e quindi più che attendibile.

Il tweet del ministero: “Ha fatto tutto da sola”

“Ecco ancora una nave tedesca di ong tedesca, la Alan Kurdi di SeaEye – twitta Toninelli il 4 aprile – che chiede sbarco a Lampedusa dopo intervento in acque Sar Libia senza alcun coordinamento Italia. Hanno fatto tutto in autonomia: ora solo la Germania può farsi carico delle scelte della sua imbarcazione”. Una dichiarazione in perfetta sintonia con quanto sostiene la Sea – Eye. Il Fatto ha chiesto alla Ong chi abbia coordinato il soccorso. Ecco la risposta: “Nessuno”. Che la Alan Kurdi abbia fatto da sola è quindi un dato acquisito. C’è però un dettaglio che Il Fatto è in grado di rivelare. Se la Alan Kurdi ha “fatto tutto in autonomia”, per usare le parole del ministro, il motivo è che nessuno tra Libia, Malta, Tunisia e Italia, ha preso in considerazione le loro richieste. Quando ha appena soccorso 64 naufraghi, la nave viene abbandonata a se stessa. Scientemente. E tra abbandono e autonomia c’è una differenza sostanziale.

“Tripoli, qui cinque feriti chiediamo porto sicuro”

Alle 15 circa del 3 aprile la Alan Kurdi scrive alla Guardia costiera libica e, per conoscenza, a quella italiana e tedesca: “Abbiamo terminato le operazioni di soccorso. A bordo ci sono 50 uomini, 12 donne e 2 bambini. Stiamo medicando 5 feriti. Per cortesia indicateci un porto sicuro”. Abbiamo chiesto a Sea-Eye se abbiano mai ricevuto risposta: “Nessuna. E abbiamo anche chiamato ripetutamente”. Se Sea Eye dice il vero la domanda è: a cosa serve la zona Sar libica quando si chiede un porto sicuro e non lo fornisce? C’è una sola risposta: a niente. È però utile, questa balbettante zona Sar, a sostenere che le norme obbligano a rivolgersi a loro. Altrimenti, come dice Salvini, “porti chiusi”. Il 3 aprile la Alan Kurdi ha rispettato le norme. Ha chiesto aiuto ai libici. Che non hanno risposto. Si dirà: va bene, ma perché venire in Italia? E la Tunisia?

“Tunisi, aiutateci voi. I libici non lo fanno”

Intorno alle 16 la Alan Kurdi contatta anche la Tunisia. Precisa che ha “provato a contattare la guardia costiera libica più volte” ma senza successo. “Per favore”, scrive nella mail, “indicateci un porto sicuro”. Risultato: “Anche in questo caso – spiega Sea-Eye – nessuna risposta”. E quindi tenta un’altra meta.

“Roma, fateci sbarcare: il meteo peggiora”

Nel pomeriggio del 4 aprile chiede aiuto al Comando generale delle capitanerie di Porto di Roma: “Il tempo peggiora, le altre guardie costiere non ci rispondono, ci dirigiamo verso Lampeusa, vi chiediamo gentilmente un porto sicuro”. Con gentilezza Salvini twitta: “Porti chiusi”. Ha appena impartito una direttiva a tutti gli Stati Maggiori: l’ingresso della Alan Kurdi rappresenta una minaccia per l’ordine pubblico e il suo passaggio in acque italiane sarà considerato “non inoffensivo”. La Farnesina ribadisce il concetto a Berlino, chiedendo alla Germania, poiché la nave batte bandiera tedesca, di farsi carico dello sbarco. Alla Alan Kurdi viene impedito l’ingresso. E così l’autonomia, che in realtà è abbandono a se stessa, per la Alan Kurdi, l’equipaggio e i 64 naufraghi, si trasforma in isolamento. È questa la nuova legge del mare. Con Salvini che sbeffeggia due mamme, con altrettanti bambini di 11 mesi e 6 anni, quando si rifiutano di sbarcare in Italia per non separarsi dai mariti: “Buon viaggio verso Berlino”.

Nessuna giurisdizione, governo intoccabile

La Ong Mediterranea ha presentato alla procura di Agrigento un esposto per “accertare se il divieto di ingresso nelle acque italiane, a fronte di una situazione di pericolo di vita e indifferibili esigenze di soccorso, sia un atto illegittimo”. Ma il divieto di ingresso è avvenuto in acque internazionali: non c’è giurisdizione. Piuttosto, se il governo può smentire queste ricostruzioni, mostri i documenti: lo faccia. Non è necessario il codice penale, né farsi scudo delle acque internazionali, per accertare quel che è giusto o sbagliato. Bisogna ammetterlo: è difficile immaginare lo stesso destino per naufraghi con passaporti più blasonati.

Bonisoli: “Nella P.A., il silenzio non equivale ad assenso”

Chi taceacconsente? Non sempre. La norma sul silenzio-assenso, che prevedeva che «il silenzio dell’amministrazione competente equivale a provvedimento di accoglimento della domanda», è stata stralciata. A dichiarare la cancellazione del provvedimento contenuto nella bozza del decreto crescita, il ministro dei Beni Culturali Bonisoli, a margine di un evento a Napoli, che aggiunge: “L’avevo vista in pre-consiglio e ci eravamo opposti. Rimane l’importanza di assicurare che i cittadini abbiano risposte in tempi brevi e prevedibili. Lavoriamo per assumere le persone che mancano alle soprintendenze, motivo per cui non si riescono a lavorare le pratiche”. L’istituto era nato con l’obiettivo di favorire il settore privato: rappresentava uno strumento efficace di snellimento dell’’attività amministrativa, con l’intenzione di fornire un rimedio al comportamento inerte della pubblica amministrazione. L’obiezione sollevata, che ha impedito che la norma entrasse in vigore, consisteva nella pressione ingiustificata a cui sarebbe stato sottoposto l’organo amministrativo, che invece necessita di tempistiche adeguate per valutare ed eventualmente bocciare le richieste rivolte alle soprintendenze.

“Assunzioni e task force mobili per garantire certezza della pena”

Ministro Bonafede, la cronaca offre da settimane casi di polemica per cui la magistratura finisce sotto attacco. L’ultimo è Torino.

In questi anni, i vari legislatori hanno scaricato sulla magistratura la loro mancanza di assunzione di responsabilità. Prima di far diventare tutto polemica, bisogna studiare i fatti e lavorare perché certe situazioni non si ripetano. Un conto sono le sentenze e gli sconti di pena sui femminicidi: per cui abbiamo inserito nel Codice rosso un articolo che prevede che le attenuanti non debbano essere più prevalenti sulle aggravanti, e stabilendo, nella legge sul rito abbreviato, nessuno sconto di pena per i reati gravi per cui è previsto l’ergastolo. Il caso di Torino, però, pone altre questioni. Ho attivato l’Ispettorato del ministero per capire se è negligenza di un singolo o un problema di sistema.

Quante sono le sentenze definitive non eseguite?

Non è ancora un dato disponibile, avvierò un monitoraggio Corte per Corte. Negli anni abbiamo visto svuotacarceri, indulti, tutti provvedimenti che indebolivano la certezza della pena. Le condanne non possono essere scritte con l’inchiostro che si cancella… Bisogna innanzitutto riaffermare questo principio, che, per me, va di pari passo con la funzione rieducativa della pena. E poi c’è una questione relativa alla tenuta economica del sistema.

Come interverrà?

Sono in arrivo le attese assunzioni di 903 assistenti giudiziari ‘con scorrimento delle graduatorie’, e di 1.850 funzionari per cui bisogna fare i concorsi. Ho inoltre avviato un piano di investimento di risorse che prevede l’iniezione di 3mila unità come personale amministrativo; 360 magistrati già vincitori di concorso, assunzioni già deliberate dal passato governo, finora bloccate; 1.300 agenti di polizia penitenziaria già nel 2019; più un aumento di pianta organica di 600 nuovi magistrati. E poi, da giugno, il piano di digitalizzazione del processo penale, importantissimo.

Il Procuratore Francesco Greco parla, se guardiamo alle scoperture dell’organico, di una ‘questione settentrionale’: solo a Milano il 37%.

Come detto, stiamo lavorando alla nuova pianta organica. La novità è che non sarà statica: il numero dei magistrati assegnati a ogni Procura potrà modificarsi, a seconda delle necessità, ed esisterà una task force “mobile”, dedicata a coprire le scoperture. Non tutto si fa per legge, a volte basta una buona organizzazione.

Lei più volte ha detto che, dopo lo scontro politica-magistratura degli anni del Berlusconismo, la sua mission è parlare di giustizia senza nessuna ideologia, con l’obiettivo di renderla affidabile per il cittadino.

Con le leggi di giustizia fin qui approvate ci stiamo provando: è la migliore risposta al pantano politico che ha caratterizzato i vent’anni precedenti.

Questi risultati vengono spesso oscurati dal dibattito sul “pantano politico” attuale. Penso alla discussione sulla mancata autorizzazione a procedere nei confronti del ministro Salvini sul caso Diciotti…

I cittadini valutano il lavoro che si fa, non le polemiche. Sulla prescrizione, per esempio, sono stato attaccato a 360 gradi: da forze che si sono trovate incredibilmente insieme come Forza italia e Partito democratico, e da parte di quella magistratura che da anni si batteva per un limite alla prescrizione. Eppure sono andato avanti.

Il dibattito sul blocco della prescrizione ha risentito anche della paura, manifestata in primis dai penalisti, di un “cupo e cinico populismo giustizialista”. C’è differenza sull’idea di giustizia tra voi e la Lega?

Fino ad ora ci siamo trovati molto compatti. Giustizialismo e garantismo sono categorie che non amo, ma i penalisti sono stati coerenti. Le forze politiche, invece, quando avviene un femminicidio, o un ragazzo è ucciso per strada, gridano “giustizia!”: poi scrivo una legge sulla certezza della pena e dicono che sono giustizialista. È il massimo dell’ipocrisia.

È alle prese con la riforma del processo penale, ma sembra non esserci l’accordo tra M5s e Lega.

L’accordo effettivamente ancora non c’è, ma ci sono stati diversi incontri in cui abbiamo lavorato bene. A breve un nuovo vertice anche col premier Conte.

Il ministro Giulia Bongiorno avrebbe detto: ‘Non siamo d’accordo su niente’.

Sono voci di corridoio. Quando poi ci incontriamo, la quadra si è sempre trovata.

Anche sulla riforma del processo civile le trattative sono ferme.

L’accordo politico è chiaro. Dobbiamo solo fissarne i punti in un ultimo incontro.

La proposta di legge sulla separazione delle carriere tra pm e magistrati ordinari è alla Camera. Altra grana per il governo?

Rispondo semplicemente che non è nel contratto.

“Abbiamo problemi ideologici”, ha detto ieri Luigi Di Maio.

Il Movimento 5 Stelle è post-ideologico. Siamo forze politiche totalmente differenti, ma ci guida un contratto di governo post-ideologico.

Se la famiglia di Stefano Leo dovesse chiedere un risarcimento per la mancata esecuzione della pena?

Lo Stato deve scusarsi con questa famiglia. E le scuse si concretizzano lavorando affinchè non ci siano più casi del genere. Non parlo solo di amministrazione della giustizia, anche della sicurezza che va garantita nelle strade.

È un riferimento al ministro Salvini?

Le ho detto… non raccolgo provocazioni.

Europa 7, l’editore Di Stefano si appella alla corte europea

La battaglia che da 18 anni va avanti tra Europa 7 (ora Europa way) e lo Stato italiano sul mancato accesso al mercato radiotelevisivo finisce davanti alla Commissione Ue. Martedì prossimo, 9 aprile, l’editore Francesco Di Stefano (nella foto) incontrerà il dg della Concorrenza Johannes Laitenberger per discutere di questa saga e annunciare il possibile ricorso alla Corte di Giustizia europea dopo 14 anni di procedure d’infrazione da parte dell’Italia per l’impossibilità di creare una tv nazionale fuori dell’oligopolio Rai-Mediaset, in un guazzabuglio normativo nel quale i governi e le Authority hanno assecondato più che altro gli interessi del colossi dominanti. Tutto è iniziato nell’ottobre 2001, quando Europa7 ha presentato il primo reclamo: pur essendo titolare di una concessione, Rete 4 per un decennio ha occupato le frequenze che spettavano a Di Stefano. Ma anche nel passaggio dall’analogico al digitale, completato nel 2012, Europa 7 ha subito una discriminazione a tutto vantaggio di Mediaset e Rai. A stabilirlo è stato lo scorso ottobre il Consiglio di Stato, ma l’editore dovrà attendere, per ottenere giustizia, il 2022, quando ci sarà il riordino delle frequenze del digitale terrestre.

Per Ipsos, i grillini risalgono al 23,3%

Sorpresa: per la prima volta dall’estate scorsa il M5S inverte il costante trend negativo nei sondaggi. A rilevarlo è Ipsos di Nando Pagnoncelli ieri sul Corriere della Sera: dal 21,2 per cento di fine febbraio i grillini risalgono al 23,3, rimettendo quattro punti tra loro e il Pd di Nicola Zingaretti che spera nel sorpasso alle Europee del 26 maggio. Evidentemente la competizione aggressiva con l’alleato verde di governo fa bene al capo politico nonché vicepremier Luigi Di Maio. Anche perché la la Lega è stabile e perde pure qualche decimale. In ogni caso, altro dato non secondario e in crescita, la maggioranza populista è vicinissima al 60 per cento: segno che di un’alternativa a questo esecutivo non c’è ancora traccia, nonostante la quotidiana litigiosità tra i due contraenti del governo del cambiamento.

 

Non credo molto ai sondaggi: vince la Lega, M5S andrà benino

Non credo molto ai numeri dei sondaggi, troppo condizionati dagli eventi mediatici del momento. Credo invece alle tendenze consolidate, e che quindi la Lega vincerà con distacco le prossime Europee. Mentre il M5S, anche se lontano dal 32,7% delle Politiche, tornerà a crescere e avrà prevedibilmente un buon risultato: forse anche il 25%. In ogni caso l’alleanza gialloverde continua, malgrado tutto, a raccogliere i consensi di una vasta maggioranza di cittadini. Pronti però a punire i due contraenti se gettassero alle ortiche la coalizione. Salvini e Di Maio possono soltanto guadagnare (o perdere) voti l’uno a vantaggio (o a svantaggio) dell’altro, e viceversa. Il sistema politico sperimenta con successo un meccanismo senza precedenti nella storia repubblicana. Con i primi due partiti che fanno corsa a se stante, pur litigando su tutto. E con il resto dello schieramento politico che si agita, ininfluente. Tutto ciò nella costrizione di un’alleanza innaturale ma inevitabile. Come nel famoso verso di Ovidio: nec sine te nec tecum vivere possum. Tutto il resto è noia.
Antonio Padellaro

 

La crisi di identità non si risolve con decimali in più o foto su Chi

Che nel M5S si festeggi la risalita di due punti nei sondaggi rispetto a un mese fa è comprensibile, ma anche desolante. E non solo perché la nuda evidenza dei numeri proietta il movimento dai cieli del 32,7% di un anno fa al 23,3% (virtuale) di oggi; ma perché questa conta dei decimali (in concorrenza col Pd che incombe) denuncia il danno prodotto dal “contratto di governo” e la trasformazione delle idealità iniziali in una politica di piccolo cabotaggio. Il sondaggio di Ipsos fotografa la boccata d’ossigeno nello sforzo (ora) titanico dei 5Stelle di distinguersi dalla Lega, a cui si sono lasciate praterie politiche e comunicative. Ma davvero l’occasione storica che si è presentata al M5S nel 2018 con un consenso formidabile, si risolve ora in un grattacapo di “comunicazione”? È ovvio che il risultato alle Europee dipenderà dalla riuscita o meno della misura del reddito di cittadinanza, ma cosa intende fare Di Maio intanto e dopo? Come sempre, il che fare presuppone il chi si è. Questa crisi d’identità va risolta presto e con serietà: non basterà concorrere con Salvini a chi ha più follower o a chi pubblica più foto su Chi.
Daniela Ranieri

 

Si è consolidato un bipolarismo senza possibilità di alternanza

I sondaggi hanno un margine di errore almeno del 3 per cento: confronti su variazioni di zero virgola da una settimana all’altra in indagini fatte su campioni diversi e da sondaggisti diversi hanno lo stesso valore degli oroscopi. Ma c’è una tendenza che si è consolidata, non intaccata dai margini di errore delle singole rilevazioni: il consenso per l’area di governo continua ad allargarsi. La somma dei voti teorici per Lega e M5S sfiora oggi il 60 per cento, sei mesi fa era intorno al 58, un anno fa poco sotto il 54. Certo, la Lega ormai è l’azionista di maggioranza, i Cinque Stelle sono stati degradati a junior partner, poco importa un punto in più o in meno. Ci sono i gialloverdi e poi il “resto”, privo di possibilità di aggregarsi. La somma delle intenzioni di voto per Pd e M5S è passata dal 51,4 del 4 marzo 2018 al 42,3 di oggi. Siamo nell’inedita condizione di un bipolarismo senza alternanza, perché il polo di opposizione non è compatto e perché alleanze alternative a quella attuale sono poco invitanti per i Cinque Stelle. Avere un governo senza alternative non è mai una buona notizia.
Stefano Feltri