Sinistra: i 3 nomi di Articolo 1 per Zingaretti

“Si vede la luce in fondo al tunnel”. Roberto Speranza apre l’assemblea congressuale di Articolo 1 a Bologna alla ricerca del “modo migliore per tenere insieme la famiglia socialista”. E infatti dopo l’inno nazionale e quello europeo parte l’Internazionale socialista con tutti i 500 delegati in piedi a cantare, qualcuno azzarda anche un pugno chiuso. La sala congressi è quasi piena, molte teste bianche ed eminenze grigie: Vincenzo Visco, ex ministro delle Finanze; Guglielmo Epifani, già segretario della Cgil; Pier Luigi Bersani e Vasco Errani, attualmente parlamentari per LeU. Il clima è sereno, qualche camicia rossa, ci si saluta chiamandosi “compagno” e molti hanno portato anche i figli, Speranza compreso.

Sondate le alternative dopo il tracollo dello scorso marzo – una lista in solitaria “non è alla nostra portata” – l’ala di sinistra cerca di ricompattarsi guardando alle prossime elezioni europee. “Rivendico con orgoglio la scelta di dare vita ad Articolo 1, nessuno vuole tornare indietro ma bisogna fermare l’avanzata dell’estrema destra. Le distanze con la segreteria di Zingaretti si sono accorciate, ridotte ma non azzerate” ha spiegato Speranza ai suoi aggiungendo però una postilla importante: “Non possiamo frammentare il campo, va rispettata la domanda di unità che c’è tra i nostri elettori, ci sono già quattro liste, rischiamo sinceramente di farci compatire”. E così l’ipotesi di una lista unitaria con il Pd sembra più accettabile. A dare l’avallo anche Massimo D’Alema, accolto al suo arrivo da applausi e richieste di selfie: “Sì, sono favorevole”.

Il punto sono le persone. E forse non è un caso che nel suo discorso Speranza abbia voluto ringraziare proprio Massimo Paolucci e Antonio Panzeri, “suoi” europarlamentari ex Pd , attualmente in pole position per entrare nel listone di Zingaretti. A questi andrebbe aggiunta, secondo le aspettative di molti dei delegati presenti a Bologna, anche Maria Cecilia Guerra, economista, sottosegretario del ministero del Lavoro nel governo Monti e viceministro in quello di Enrico Letta. Nomi in linea con quanto dichiarato da D’Alema sul palco: “Dobbiamo fare uno sforzo, individuare delle personalità significative, dei candidati riconoscibili. Bisogna rendere visibile questa apertura a sinistra, lo vorrei dire a Zingaretti, credo che sia elettoralmente utile. Pedro Sanchez in Spagna ha cercato Podemos, il primo ministro del Portogallo governa con i comunisti, altroché noi di Articolo 1! Persino in America si può dire socialisti, lo si potrà fare anche in Italia senza che si indispettisca Calenda…”.

Già, Calenda, a lui e al suo logo “Siamo europei” sono dedicati gli unici mugugni della giornata. La scelta di inserirlo – insieme con quello dei Socialisti e Democratici – nel simbolo della lista di Zingaretti non è stata apprezzata da nessuno.

Nella crisi pop di governo ecco la “fidanzata tecnica”

Sono sinceramente rapita dalla campagna sentimental-elettorale di Luigi Di Maio e Matteo Salvini. Non faccio che guardare le loro foto mentre limonano per prati o al cinema a vedere Dumbo per lasciarmi inebriare da questo svenevole remake di Tre metri sopra il cielo; dal titolo Dieci punti sotto la Lega. Del resto, erano mesi che Di Maio si interrogava sul perché del crollo nei sondaggi per i 5 Stelle. Ma come, ho abolito la povertà, e poi ho lavorato per le pensioni, il bonus auto, basta contributi pubblici all’editoria, ho mandato una ruspa nel giardino di mio padre e ho perfino convinto Di Battista a stare buono per un po’ convincendolo del suo imprescindibile contributo al tavolo delle trattative, per cui ora fa il falegname e quel tavolo lo sta costruendo. Dice che se gli viene bene fa pure le sedie. Insomma, cosa mi manca per convincere gli italiani di aver dato il voto all’uomo giusto?

Un bel giorno Luigi Di Maio l’ha capito: mancava la fidanzata. Quell’aria da scolaretto diligente, educato, perbene, contrapposta alla rozza genuinità di Salvini necessitava di una botta di virilità. Perché per il reddito di cittadinanza servono le coperture, per la costruzione di un leader servono le copertine. Quelle di Chi, possibilmente.

Parte quindi il contest che un tempo fu “Trova in fretta un fidanzato a Noemi Letizia” e lo si aggiorna in “Trova una fidanzata caruccia per Luigi Di Maio”. Rocco Casalino seleziona dieci papabili, le chiude nella casa di Giulia Sarti spiate dalle telecamere 24 ore su 24 e alla fine, dopo un confessionale particolarmente convincente in cui lei dichiara “Mi piace Luigi perché è un uomo gentile, quando va da Floris e parte l’applauso pure quando Floris si raddrizza gli occhiali non ha mai picchiato nessuno delle prime file”, la sceglie. Lei è Virginia Saba. “Virginia”, come l’amica sindaca di Roma, quindi col subliminale siamo a posto. Virginia, che significa vergine. Virginia, iscritta alla Pontificia Facoltà Teologica di Cagliari. A un grado di separazione dalla santità in pratica. Semplicemente perfetta.

La prima uscita pubblica la decide lei, è per assistere a un’opera sul “mito di Orfeo” e lì pare che ci sia la prima discussione con la fidanzata perché lui le dice “Ma quale mito, Mario Orfeo è un amico di Renzi…”, lei allora gli spiega che si tratta di un altro Orfeo, lui risponde: “Basta che non me lo ritrovo in Rai come quell’altro” e il giorno dopo sorridono ai fotografi.

A quel punto entra in scena Matteo Salvini. Non va mica bene che l’altro sia improvvisamente più pop di lui. Cioè, uno costruisce una carriera politica sulle felpe, gli slogan, i selfie con la pasta al ragù, le maniglie dell’amore, i meme, le ruspe, la bandiera dell’Italia, le divise, i karaoke da Costanzo e poi arriva lo scolaretto con la fidanzata nuova che gli ruba le copertine di Chi. Ed è così che anche lui, con un rapido casting, si trova la fidanzata. I requisiti necessari sono due: giovane e bona. La scelta ricade su Francesca Verdini, che io dico, a ‘sta povera ragazza non bastava essere la figlia di Verdini, no, pure la fidanzata di Salvini.

Di Maio ha fatto il suo debutto con Virginia all’opera, lui risponde con il debutto con Francesca alla prima di Dumbo. Della serie: Luigì, ti devo insegnare tutto. Il popolo va nei multisala coi popcorn, non in teatro col binocolo. Di Maio capisce e rilancia. L’opera e Orfeo erano troppo radical chic, quindi la seconda uscita è su un prato come le coppiette dei college americani. E sul prato lui e Virginia limonano duro, con la linguetta in bella vista, da gatto che si pulisce la coda, con la gonnellina morbida color pastello, con le margherite e mancano solo la tovaglia a quadretti e un coro di usignoli perché il raccapriccio di chi guarda sia totale.

Salvini non ci sta. Ha costruito una carriera da maschio alfa facendo credere di essere quello che con Elisa Isoardi la pacchia non finiva mai e non dimentichiamo l’after sex in accappatoio, ora non è che arriva Di Maio e passa per la tigre del materasso al posto suo. Basta con ‘sti baci e la linguetta in pubblico che tanto non ci crede nessuno. E poi che è quel prato, che è quel pomiciare bucolico, che è quell’immagine da fidanzatini che hanno promesso castità al prete della parrocchia. Lui deve trasmettere un’altra idea. Quella dell’amante implacabile. Di quello che è una ruspa pure con le donne. E allora Francesca va a dormire da Matteo e la mattina dopo, con i fotografi sotto casa, lei esce con i vestiti di lui addosso. Esce con la tuta della polizia. Che a quel punto uno pensa: chissà che fine ha fatto il tubino nero della sera prima. Magari Matteo lo voleva per sé come feticcio, magari Matteo gliel’ha strappato, magari Matteo se l’è ingoiato durante un gioco erotico.

Insomma, capisci che ancora una volta, nella guerra a chi sia più pop, vince lui. Ma soprattutto, che esistono governi tecnici, d’emergenza, e pure fidanzate tecniche. Entrambi durano finché servono.

Il Riesame: “Marcello De Vito resti in carcere”

“Chiarirò tutto,sono sereno”. Così parlò Marcello De Vito, l’ex presidente dell’Assemblea capitolina, che però – in attesa di chiarire – resta dietro le sbarre. A deciderlo il tribunale del Riesame di Roma, che ieri ha respinto la richiesta di scarcerazione presentata dai difensori di De Vito, confermando anche l’arresto del suo presunto braccio destro, l’avvocato Camillo Mezzacapo. I due sono in carcere dal 20 marzo scorso con l’accusa di corruzione: dalle indagini preliminari, secondo la giudice Maria Paola Tomaselli, emerge la volontà di sfruttare “il ruolo pubblico di De Vito per fini privatistici e l’ottenimento di lauti guadagni”. Nell’ordinanza depositata dalla Gip si legge anche che l’ex presidente dell’Assemblea capitolina ha assecondato “interessi di natura privatistica”: il riferimento è ai presunti rapporti “finanziari” col costruttore Luca Parnasi interessato ad avere buoni rapporti con il partito che governa Roma. Il tribunale del Riesame ha confermato anche i domiciliari per l’imprenditore Bardelli e l’architetto Pititto, implicati nella vicenda. Le motivazioni verranno depositate entro un mese e mezzo.

Il M5S attacca il garante Soro: “È del Pd”

Come a volte capita, Luigi Di Maio e Davide Casaleggio sul Garante della Privacy riescono ad avere del tutto torto pur avendo in parte ragione. Il contesto è la multa da 50mila euro inflitta dall’Autorità alla piattaforma Rousseau per il sistema di voto usato negli ultimi anni (escluse le “Europarlamentarie” di qualche giorno fa) per non aver tutelato “l’integrità, l’autenticità e la segretezza delle espressioni di voto, caratteristiche fondamentali di una piattaforma di e-voting”.

L’Autorità aveva fatto i suoi accertamenti in novembre, ma ha annunciato la sua decisione proprio nel giorno in cui gli iscritti a Rousseau sceglievano i candidati per Strasburgo. “Dalla tempistica mi sembra chiaro ci sia stato un attacco politico”, ha detto ieri Davide Casaleggio, presidente dell’associazione Rousseau, la cui infrastruttura digitale è il sistema operativo obbligatorio del M5S: “A capo dell’Authority non può starci un ex capogruppo del Pd, ma neanche un politico in generale, ci deve essere un professionista che mantenga la propria autonomia”. Stessa linea del capo politico Luigi Di Maio: “Quando ci multano per la seconda volta per un software che non usiamo più qualche sospetto viene… Ci sono delle nomine in scadenza, tra le quali anche il Garante della Privacy, e noi ci adopereremo per individuare una figura al di sopra di qualsiasi sospetto”.

Di Maio e Casaleggio in questo hanno ragione: il Garante è oggi Antonello Soro, ex parlamentare del Pd, di professione dermatologo. Non solo: il provvedimento contro Rousseau è stato curato da Giovanna Bianchi Clerici, laureata in lingue ed ex parlamentare della Lega. Gli altri due membri del collegio sono la costituzionalista Licia Califano, in quota centrosinistra, e l’ex giudice Augusta Iannini, per oltre un decennio ai vertici del ministero della Giustizia nonché moglie di Bruno Vespa, in quota centrodestra.

Dunque, bene indicare nomi che abbiano competenza in materia quando, a breve, il Parlamento dovrà eleggere il prossimo Consiglio dell’Autorità, sempre che non siano vere le indiscrezioni circolate ieri che vedono tra i papabili Marco Bellezza, avvocato esperto in digitale (lo è stato anche di Facebook) e consulente proprio di Luigi Di Maio a Palazzo Chigi. Come che sia, la polemica sacrosanta sulle nomine di ex politici senza competenze in quella Authority non può rimuovere un dato di fatto: la piattaforma Rousseau ha dimostrato a più riprese di avere pesanti problemi nel garantire la privacy dei suoi utenti, la regolarità delle operazioni che vi si svolgono e persino la normale funzionalità.

Ora Rousseau sostiene di aver chiuso tutte le falle, ma l’infrastruttura ha difetti tanto ideologici (è closed source, nel senso che il “codice sorgente” sviluppato da Casaleggio Associati non è consultabile da nessuno) quanto nelle fondamenta software (i cosiddetti Cms) ormai obsolete e che pongono enormi problemi anche a livello di semplice manutenzione. In materie delicate come la vita dei partiti e, in definitiva, il funzionamento della democrazia non basta la “buona fede”.

Ivrea, Di Maio rifà il “rosso”. Ma tra i 5Stelle vuoti e nervi

Governare stanca e il potere logora, ma soprattutto cambia. E su una sedia dentro le Officine H a Ivrea, ex costruzione avveniristica nella città dell’ex Olivetti, il sindaco di Livorno Filippo Nogarin parla con il tono di chi era già a 5Stelle, molto prima che i 5Stelle prendessero il potere: “Prima ci davamo tutti del tu, ora tanti mi dicono con un certo tono che loro ‘sono del Movimento’ o ‘sono dello staff’. Ma per farcela alle europee di maggio il M5S deve tornare quello che era, se stesso. E ascoltare tutti, i meet up, i territori”. E la ricetta di Nogarin, candidato alle Europee, vale come un soprassalto di memoria. In fondo utile anche per spiegare una certa stanchezza che avvolge Sum#03, l’evento dell’associazione Gianroberto Casaleggio giunto alla sua terza edizione per celebrare il co-fondatore del M5S, che a Ivrea e alla Olivetti aveva iniziato. Un convegno tutto incentrato sull’idea di futuro a medio e lungo termine, mentre Luigi Di Maio pensa solamente a quello da qui alle urne del 26 maggio.

Quindi da Ivrea insiste sulla vena di sinistra del Movimento dei primordi, per non cedere metri a Matteo Salvini: “Quando dico che è preoccupante che la Lega sia alleata con forze che lasciano il Parlamento europeo quando si commemora la Shoah, dico una cosa giusta”. Ergo, sostiene il vicepremier, “con il Carroccio abbiamo problemi quando si parla di temi ideologici che non riguardano i fatti e che a volte sono di ultra destra”.

Ed è la risposta al Salvini che poco prima da Genova era stato feroce: “Questa gente che cerca fascisti, comunisti, nazisti, marziani e venusiani…i ministri sono pagati per lavorare”. Compreso lui, che al Viminale non passa però così spesso. E infatti Di Maio ne approfitta: “Da che pulpito…”. Però anche il capo del M5S che discetta di “temi ideologici” suona come un convertito, in tutta fretta. E Roberta Lombardi, tutt’altro che dimaiana, può pungere: “Finalmente da Luigi arriva un linguaggio che è il nostro”. Attorno a lei un clima un po’ così, da pranzo di lavoro. Perché non c’è folla, al convegno. L’anno scorso, pochi giorni dopo il quasi 33 per cento dei 5Stelle nelle Politiche, quasi non si camminava nelle sale dell’appuntamento organizzato da Casaleggio junior, Davide. In un sabato dal tempo incerto invece la platea è disseminata di vuoti. Pochi gli eletti, ancora meno gli imprenditori. Arrivano un paio di ministri, Giulia Grillo e Alberto Bonisoli, il capogruppo in Senato Stefano Patuanelli, e un po’ di sottosegretari di rito dimaiano, Vito Crimi, Stefano Buffagni e Laura Castelli, più Lombardi, legatissima ai Casaleggio.

Dominano gli eletti di Milano e Torino e scarseggiano quelli del Sud, e non solo per questioni logistiche. Tanti sono sempre in silente protesta per il giogo delle restituzioni, per quei 300 euro da destinare ogni mese alla piattaforma web Rousseau, e in generale contestano Casaleggio junior, “perché non si capisce mai che ruolo abbia”. Ma c’è anche un senso di distacco diffuso, nel M5S dove tanti si sentono professionisti della politica. E dire che le grisaglie da fuori, i famosi imprenditori, questa volta sono molti meno. Perché se c’è da farsi vedere per chiedere ormai si batte la via della Roma dei palazzi. “E poi a Ivrea si parla di cose molto alte, ma le imprese vogliono solo norme semplici e soldi” sussurra un big del Nord, Insomma, troppa teoria in questo convegno. Ma cos’è poi questo Sum? “Uno stimolo” giura la Castelli in tailleur da viceministra, seduta per ore con eletti locali e questuanti a parlare d’altro. E altrove si chiacchiera anche della rabbia degli europarlamentari uscenti, che non vogliono cinque capilista esterni su cinque. “Sono furibondi” raccontano. Ma Di Maio ha deciso e non cambierà idea. Arriveranno gli esterni, come aveva anticipato a dicembre agli eletti europei a Bruxelles. “Saranno tutte donne, professioniste” spiegano. Una mossa per mostrare che il M5S è competente e inclusivo, “per creare una percezione positiva” teorizzano dallo staff dove adorano le parole da marketing. E ciaone alla militanza e ai voti presi alle Parlamentarie dagli europarlamentari.

Uno di questi, Fabio Massimo Castaldo, corre a farsi un selfie con Zdenek Zeman, l’allenatore che predica un calcio e un pensiero d’attacco, tra gli ospiti. E forse il primo M5S era come lui, Zeman, un utopista che in fondo non voleva vincere ma cambiare, gli altri. Ma il Movimento ora preferisce i palazzi, altro che utopia. Però per restarci c’è da fronteggiare il Salvini che riaccusa il Movimento “capace solo di dire no”. E il sottosegretario veneto Mattia Fantinati allarga le braccia: “Non capisco le polemiche della Lega, io piuttosto mi metterei al lavoro”. Ma la guerra è guerra e un altro veneto, il capogruppo in Regione Jacopo Berti, la conosce bene: “Da noi siamo contrapposti su tante questioni, a partire dall’ambiente”. Un vecchio totem, del M5S che è cambiato. Ma che per non perdere si aggrappa al suo passato.

La “destra” si prende i vertici dell’Anm dopo quasi vent’anni

L’Anm ha scelto Pasquale Grasso come nuovo presidente per il prossimo anno. Esponente di Magistratura Indipendente, la corrente che dà voce alle toghe moderate, Pasquale Grasso è giudice civile a Genova e subentra al pm di Roma Francesco Minisci. Nel suo mandato sarà affiancato dal pm Giuliano Caputo in qualità di segretario e da Luca Poniz, voce dei magistrati di sinistra (Area), come suo vice. “Magistratura Indipendente – ha annunciato Grasso – da quasi 20 anni non aveva la responsabilità di guida dell’Anm. Ma non dimentico il dovere di essere il presidente di tutti”. Il riferimento è al gruppo Autonomia e Indipendenza, la componente di Davigo nata da una scissione di MI, rimasto fuori dal vertice. Il neo-presidente ha poi aggiunto che ci sarà “difesa senza arretramento delle prerogative della magistratura”, ma “senza contrapposizioni inutili”. Una risposta indiretta alle critiche arrivate al sindacato delle toghe negli scorsi mesi dalle correnti di sinistra e, in particolare da Area, che ha accusato i vertici dell’Anm di eccessiva timidezza nei confronti della politica. Grasso ha infine ribadito al ministro Bonafede l’offerta di “collaborazione”.

L’Ue: “Il governo attivi la clausola da 2 mld della legge di Bilancio”

Era scontato ed è arrivato. Ci si riferisce al richiamo di uno dei “falchi” del rigore della quasi ex Commissione Ue, il vicepresidente lettone Valdis Dombrovskis: la crescita italiana, ha detto ieri, sarà molto più blanda del previsto, attorno allo 0,2% del Pil secondo le previsioni di primavera, e “quando abbiamo discusso il bilancio con le autorità italiane c’erano le cosiddette clausole di salvaguardia per due miliardi, che congelavano alcune spese, che nelle circostanze attuali dovrebbero essere attivate. Ma in ogni caso questo lavoro sul Def è in corso e lascerei al ministro i dati”. Dombrovskis si riferisce a due miliardi “congelati” fino a luglio nella legge di bilancio (1,18 miliardi del Tesoro, 300 milioni delle Infrastrutture, circa 160 milioni ciascuno dello Sviluppo economico e della Difesa, eccetera) in caso la traiettoria del deficit lo portasse più in là del 2% previsto a fine anno. Ovviamente, visto che la crescita sarà assai inferiore, è proprio questo il caso. Che alla fine andrà così, a precisa domanda, lo ammette anche il viceministro dell’Economia Massimo Garavaglia (Lega): “Così è scritto nella legge”, la risposta secca ai giornalisti al Workshop Ambrosetti di Cernobbio.

I rimborsi alla Lista Maroni: la strana doppia associazione

Milano

Una lista politica, due associazioni doppione e rimborsi elettorali per circa un milione di euro. La vicenda riguarda la lista civica “Maroni presidente” che nel 2013 partecipa alla tornata regionale in Lombardia, incassando oltre mezzo milione di voti, che portano rimborsi dallo Stato per circa 900mila euro. Buona parte di quei rimborsi finisce sui conti dell’associazione “Maroni presidente”, che se pur sconosciuta ai consiglieri eletti, ufficialmente è deputata a favorire lo sviluppo della lista civica. Peccato che ora compaia una seconda associazione con scopi simili ma mai censita prima. Si tratta di “Prima il nord!”. La vicenda riguarda la Lega nord. Attualmente la storia è un fascicolo giudiziario che vede indagato per appropriazione indebita l’assessore regionale Stefano Bruno Galli, con delega alla Cultura e all’Autonomia nella giunta di Attilio Fontana. Sul punto pende una richiesta di archiviazione della Procura di Milano. Tutto nasce da un esposto dell’ex capogruppo della lista Marco Tizzoni. A febbraio 2018 il documento finisce sul tavolo della Procura e della Corte dei Conti. Lo scorso 20 marzo davanti al gip Anna Magelli, la difesa di Galli ha contestato la posizione di “parte offesa” di Tizzoni puntando sull’archiviazione. Il giudice al contrario ha confermato la posizione dell’autore e ha aggiornato l’udienza al 21 maggio. Allo stato, dunque, l’assessore Galli resta indagato.

Nel frattempo succede qualcosa di inaspettato. La difesa di Galli, cinque giorni prima dell’udienza del 20 marzo, deposita una memoria allegando l’atto costitutivo di un’associazione. Che però non è l’associazione “Maroni presidente”, che ufficialmente ha accompagnato la vita politica della lista civica e ha incassato i rimborsi dello Stato essendo, si legge nel suo Statuto, proprietaria del simbolo. Si tratta, invece, dell’associazione “Prima il nord!”. Una novità assoluta. Anche perché non citata nell’esposto. Le due associazioni però sono quasi sovrapponibili. Entrambe sono costituite da persone legate alla Lega nord e molto vicine al vicepremier Matteo Salvini. In entrambe il presidente è Stefano Bruno Galli. “Prima il nord!” viene costituita il 14 dicembre 2012, mentre la “Maroni presidente” nasce il 4 gennaio 2013. Tutte e due sono di diritto privato. La “Maroni presidente” ha un sito internet con bilanci pubblicati fino al 2017, dato obbligatorio visto che ha partecipato alla vita politica della lista civica. Anche se, spiegherà Tizzoni nel suo esposto, “nello Statuto dell’associazione sono segnalati gli scopi e nessuno (…) risulta essere mai stato perseguito dai suoi membri e variato nel corso degli anni (…). Vi è il sospetto che tale associazione sia stata tenuta nascosta a noi consiglieri (…) dovendo servire quale soggetto occulto di intermediazione finanziaria in favore della Lega o di terzi”. “Prima il nord!” invece risulta non tracciabile sul web. Oltre a ciò i suoi bilanci non sono pubblici.

Eppure anche nel suo Statuto c’è scritto che l’associazione, tra i vari scopi, ha quello di “promuovere il movimento civico Maroni presidente”. Non solo: anche “Prima il nord!” è proprietaria del simbolo. Sarà però solo la “Maroni presidente” a incassare i rimborsi dello Stato. Primo dubbio: di chi è il simbolo? E perché due associazioni sostanzialmente identiche? Di più: entrambe quando nascono hanno sede in via Boschetti 6 a Milano, indirizzo noto alla Lega perché qui ha sede la Fin Group, ovvero la finanziaria del Carroccio, amministrata da Andrea Manzoni, uno dei fondatori dell’associazione “Più voci” finita nell’inchiesta romana sull’imprenditore Luca Parnasi. Solo nel 2015 la “Maroni presidente” si sposterà in via Passerini a Monza. Tutte e due hanno nei loro consigli direttivi persone vicine a Salvini. A partire da Stefano Candiani, parlamentare e sottosegretario al Viminale, presente in entrambe le associazioni. Come anche Aurora Lussana, ex direttrice del quotidiano La Padania, nonché moglie di Nicola Molteni, altro sottosegretario al ministero dell’Interno. Nella “Maroni presidente” compare, ma poi uscirà, anche Roberto Calderoli. Presente invece Andrea Cassani, leghista e attuale sindaco di Gallarate, in provincia di Varese. L’associazione “Maroni presidente” pur pubblicando i bilanci mostra alcune opacità. A partire dal prestito di 450mila euro ricevuto dalla Lega nel 2013 per finanziare la campagna elettorale della lista civica. Prestito ripagato in buona parte già nel 2014 con 400mila euro.

Un dare e avere annotato nei bilanci dell’associazione e reputato regolare dalla Procura, dove però non viene ricostruito il tragitto del denaro: da quale conto corrente della Lega, ad esempio, sono usciti i soldi del prestito e poi su quale sono tornati? Dubbi, ma allo stato non reati. Come alcune fatture denunciate come “irregolari” da Marco Tizzoni, e non ritenute tali dai pm. Fatture riferibili alla Boniardi grafiche, storica stamperia della Lega, gestita da Fabio Boniardi, ex assessore nel comune di Bollate e oggi volato a Roma in Parlamento.

Bardella, il “petit Le Pen”: “Matteo ministro ideale, niente più sanità per i clandestini”

Lui è uno che, in gergo, buca lo schermo. Irrefrenabile parlantina e modi pacati, Jordan Bardella è il giovane capolista di Génération nation, il movimento giovanile del francese Rassemblement national, scelto da Marine Le Pen per le prossime Europee come volto nuovo e giovane da contrapporre a Emmanuel Macron. Ventitre anni, origini piemontesi, è cresciuto nella periferia difficile di Seine-Saint-Denis e ha fatto dell’opposizione “all’immigrazione di massa e all’islamizzazione” della Francia la sua bandiera ideologica. Il delfino di Marine Le Pen tesse le sue relazioni internazionali con un Paese in particolare: l’Italia. Suo referente principe è l’“omologo” Andrea Crippa, giovane deputato e segretario della Lega giovani. Abbiamo incontrato Bardella qualche giorno fa a Roma: il suo intervento ha chiuso “La rinascita della gioventù europea”. “L’Europa sono Marine Le Pen e Matteo Salvini”, ha detto Bardella tra gli applausi: “Salvini è il ministro dell’Interno che ogni Paese vorrebbe. Potrei citare il caso di Pamela o di Desirèe, violentate e uccise… Un grande grazie al capitano”.

Jordan Bardella, alle elezioni europee molti che si dichiarano apertamente fascisti in Italia, e anche in Francia, voteranno per la Lega e per il suo Rassemblement national.

Dove sarebbero questi fascisti? In Francia chi si dichiara iscritto ad associazioni di estrema destra è una percentuale bassissima della popolazione. Non credo sia questo il problema. Quello che conta è che l’appuntamento di maggio sarà, per noi, un referendum sulla presidenza di Emmanuel Macron. Ormai è uno scontro tra visioni: la loro Europa delle banche e della tecnocrazia verso la nostra Europa dei popoli e del buon senso che metterà fine all’immigrazione incontrollata.

Cosa pensa della proposta di Macron di creare una frontiera europea?

Ma cosa significa? Abbiamo già un sistema di protezione dei nostri confini comunitari, Frontex: va potenziato, ma resta il fatto che le politiche dell’immigrazione sono di competenza dei singoli Stati nazionali. Si devono ricreare delle frontiere nazionali, dei confini come quelli che non abbiamo più perché esiste la zona Schengen. Io intendo creare delle porte chiuse a chiave: saranno i singoli Stati a decidere se aprirle o no, e nel caso a chi.

Vuole ristabilire i confini pre-Schengen?

Sì, esattamente.

Il suo partito qualche anno fa spingeva per l’uscita dall’euro. Oggi non ne parlate più. Perché?

Alle elezioni presidenziali del 2017 i francesi hanno dato un segnale chiaro: non vogliono uscire dall’euro. E noi, che siamo dalla parte del popolo, rispettiamo questa volontà. Molte cose poi sono cambiate rispetto al passato. Movimenti sovranisti come la Lega di Salvini o il Partito della Libertà austriaco del nostro alleato Heinz-ChristianStrache dimostrano che non serve uscire dall’euro, ma, al contrario, possiamo trasformare l’Unione Europea: dall’interno, con un’alleanza di nazioni e popoli, nel nome della cooperazione tra Stati.

A proposito di cooperazione, seguirete il presidente ungherese Viktor Orbán nel non accettare le quote di ripartizione europea per gli immigrati?

Sì. Noi ci opponiamo alle quote, la Francia non ha più mezzi per accogliere. Il nostro Paese non è un albergo. E per eliminare il problema alla radice dobbiamo fare in modo che i migranti non abbiano più interesse a venire qui. La nostra proposta è quella di togliere la possibilità agli immigrati irregolari di accedere al sistema sanitario nazionale. Quei soldi li metteremo sulle pensioni dei francesi: hanno più bisogno di loro…

Le autorità francesi respingono regolarmente in Italia i migranti irregolari che passano il confine: secondo la logica sovranista, la Francia è dunque nemica dell’Italia?

È Macron ad aver deciso che i suoi partner europei sono nemici. C’è un’unica soluzione, ripeto: evitare che gli immigrati arrivino in Europa. Esattamente quello che sta facendo Matteo Salvini, bloccando i barconi e chiudendo i porti.