Banche, Salvini strapazza Giorgetti: “Così perdiamo”

“Ora basta. Sui rimborsi ai truffati dalle banche non si può più perdere tempo. Stiamo regalando un altro argomento ai 5 Stelle. Così mi fai perdere le elezioni…”. Con queste parole Matteo Salvini si è rivolto a Giancarlo Giorgetti tra lunedì e martedì della settimana appena trascorsa, come riferiscono più fonti leghiste. Prima del viaggio del vicepremier a Parigi, dove per due giorni è stato impegnato a tessere rapporti proprio in vista delle Europee. Ma sono le questioni italiane a stare più a cuore al ministro dell’Interno. In primis, appunto, il ritardo sul via libera ai decreti per sbloccare il rimborso ai truffati, su cui il ministro dell’Economia Giovanni Tria fa melina da settimane. Spalleggiato, nella Lega, proprio dal sottosegretario alla presidenza del consiglio. Tema su cui il leader leghista è tornato pure ieri: “I rimborsi ai truffati dalle banche sarebbero dovuti partire ieri (venerdì, ndr). È già passato troppo tempo. Abbiamo messo quasi due mesi fa un miliardo e mezzo a bilancio. Bene che i tecnici approfondiscano e studino, ma poi c’è un limite…”.

Il problema è che tra i “rallentatori” c’è anche Giorgetti, su questo terreno in perfetta sintonia con via XX Settembre. Da qui la “lavata di capo” di Salvini al suo numero due di qualche giorno fa. Scambi così, del resto, tra i due avvengono assai di sovente. Salvini si fida ciecamente di Giorgetti e viceversa, i due si conoscono e si stimano da una vita e non hanno problemi a dirsi le cose in faccia, litigare se occorre, senza poi tenersi il muso. “Distonia costruttiva”, la chiamano nel Carroccio. E così, passate 24 ore dallo scontro, i due hanno ripreso a sentirsi. Giovedì sera, per esempio, c’era consiglio dei ministri e il vicepremier ha parlato a lungo al telefono col sottosegretario per farsi raccontare. Ed è stato lo stesso Giorgetti ad aver messo in guardia Salvini su un possibile siluramento di Tria per mano pentastellata allo scopo di lasciare il dicastero alla Lega. “Attenzione, questa è una polpetta avvelenata. Se ci prendiamo l’Economia rischiamo un tracollo”, il ragionamento su cui entrambi hanno concordato. Meglio tenersi Tria.

Detto questo, il ministro dell’Interno è preoccupato perché i continui tentennamenti del governo su molti temi, dallo sblocca-cantieri alle banche, rischiano di portare a una paralisi che prima delle Europee bene non fa. Così, se da una parte gli fa gioco che Giorgetti sia il suo interlocutore principale con le cancellerie europee, Bruxelles e la Casa Bianca, dall’altra qualche frenata di troppo del suo numero due lo innervosisce. Non è un mistero che Giorgetti da tempo dia questa strana maggioranza per morta. E le fibrillazioni delle ultime settimane, con una guerra totale tra Lega e M5S su tutto (ieri Salvini ha addirittura accusato Di Maio di lavorare poco), confermano tutto ciò che il sottosegretario alla presidenza del Consiglio va dicendo da settimane: così non si può andare avanti. Secondo Giorgetti, è il nord che non si tiene più. È da lui, del resto, che vanno a lamentarsi di continuo i capataz leghisti delle regioni settentrionali. Recessione economica e mancata attuazione dell’autonomia regionale sono due bombe a orologeria pronte a esplodere. Per questo ieri nel Carroccio si compulsava con attenzione l’ultimo sondaggio di Nando Pagnoncelli sul Corriere. I numeri della Lega, data al 35,7%, tengono bene ma non crescono, mentre l’M5S ha recuperato 2 punti nelle ultime settimane, dal 21,2 al 23,3%. Segno che la politica barricadera inaugurata da Di Maio nei confronti dell’alleato inizia a dare i suoi frutti.

Salvini, però, a differenza del suo vice, nel progetto gialloverde crede ancora. O comunque è convinto che il tempo dell’addio non sia ancora giunto. Prima di prendere qualsiasi decisione, il vicepremier vuole attendere l’esito delle Europee.

Torta alla bava

Ieri Eugenio Scalfari ha compiuto 95 anni e noi ci associamo agli auguri più affettuosi. Quel traguardo, specialmente per un giornalista, si può augurarlo soltanto se è associato alla lucidità, alla salute e alla fortuna. E Scalfari le ha collezionate tutt’e tre. Come ricorda Carlo Verdelli, suo terzo successore a Repubblica dopo Ezio Mauro e Mario Calabresi, l’Eugenio “è nato nel 1924, mentre muore Lenin, San Pietroburgo diventa Leningrado, il Partito Fascista stravince le elezioni col trucco e uccide il socialista Matteotti”. Ha visto quasi un secolo, tre anni in più di quelli che riuscì a vedere il suo eterno rivale Indro Montanelli, nato nel 1909 e scomparso nel 2001. Ha fondato un quotidiano (per tacere dei settimanali) che ha cambiato il giornalismo italiano insieme agli altri due nati negli anni 70 (il manifesto e il Giornale). Ed è ancora lì a dire la sua. Non sempre siamo stati d’accordo con lui. Anzi, quasi mai. Ma è capitato: negli ultimi anni del berlusconismo, per esempio, almeno finchè inopinatamente Scalfari non riabilitò il Caimano, dicendo addirittura di preferirlo a Di Maio. Nei primi anni del renzismo. E poi subito dopo le elezioni del 4 marzo, quando il Fatto si batteva per un centrosinistra finalmente rinnovato che dialogasse con i 5Stelle, risparmiandoci lo spettacolo di Salvini al governo: Scalfari si ritrovò solo nel suo giornale e nell’intellighenzia progressista ad auspicare quell’incontro e quell’intesa, che invece non ci furono anche per colpa del suo mondo, non solo per la bile di Renzi. In quei giorni ci sentivamo ogni tanto al telefono, per stupirci reciprocamente della nostra sorprendente e momentanea convergenza di vedute. E pensavo a quant’è bello arrivare a quell’età con quella lucidità, quella salute, quella fortuna.

Ma ieri, leggendo i paginoni di auguri che gli ha dedicato Repubblica, ho pensato che ogni direttore, a una certa età, dovrebbe lasciar dette alcune cose ai colleghi, per evitare epiloghi spiacevoli. Tipo che, al compimento degli 80 o 90 o 95 anni, basta una bella torta alla panna con qualche candelina, ma per carità: niente fiori e, soprattutto, niente retorica. Purtroppo Scalfari se n’è scordato, e così ieri, accanto al bel corsivo sull’amicizia che gli ha dedicato Bernardo Valli, si è ritrovato una cascata di bave. Tipo l’elogio della sua barba a firma di un Francesco Merlo particolarmente ispirato, anzi posseduto dalla sua stessa lingua: “La barba era già il suo morbido carisma (radical chic?): folta e dunque accademica; imponente, nel senso di risorgimentale, perciò laica e autorevole; spirituale, come la barba di babbo Natale, del direttore buono”.

Ma anche “come quella (verde) del pescatore di Pinocchio”, senza dimenticare “Mosè”, insomma “il vello del Quarto Potere, il simbolo di una società ideale, il fitto filamento che trattiene il pensiero fluviale e danzante, il manto di una poderosa cosmogonia… un’icona italiana”, tipo “gli occhialetti di Gramsci e il naso aquilino di Dante”. Ma va’ a ciapa’ i ratt, direbbero a una sola voce Mosè, Pinocchio, Gramsci e Dante. Corrado Augias si avventura sul rapporto fra Scalfari e Dio, ma tutti sanno che la sua vera fede è d’Io. Infatti Massimo Giannini lo paragona a “San Paolo che non ha perso la fede”. Per Antonio Gnoli, è un incrocio fra Diderot, Montaigne, Nietzche e Leopardi. Paolo Mauri aggiunge altri “compagni di strada: Voltaire e Proust”. Perbacco. Natalia Aspesi ricorda le colleghe “molestatrici” in quei “tempi di YouToo” per “la devozione” al “per sempre Direttore”. Ezio Mauro lo descrive col giornale in mano mentre “cerca il Dna di Repubblica”: più che una ricerca, una caccia al tesoro. Simonetta Fiori saluta in Lui “il patriarca” che “regala ai lettori un’idea di mondo”, il novello Noè (ma non era Mosè?) che “dalla sua arca non è mai sceso. E ogni volta che le vele cedono, è in prima fila a tessere la randa”. Cazzi la randa, Fantozzi!

Ma il nostro preferito, senza offesa per gli altri, è Massimo Recalcati, che approdò a Repubblica quando Scalfari aveva già mollato da un pezzo. Ma lui è fatto così: s’imbuca, come alla Leopolda. L’incipit è di rara asciuttezza: “La figura di Eros è una presenza costante nelle sue parole. È forse un talismano?”. Ah saperlo. “Di qui il carisma particolare che circonda la sua persona” e “viene dalla forza propulsiva di Eros”. Hai detto niente. Qualcuno potrebbe sospettare che “sorga dalla compiutezza ideale di una vita” (chi di voi non l’ha pensato?). Errore blu: sorge “da una sovrabbondanza di energia e di forza”. C’entrerà di nuovo Eros? Indovinato! “Dalla passione di Eros”. Voi vi domanderete: “E da dove verrebbe questa passione?”. Ahi ahi, curiosoni! Ma Recalcazzola, in missione per conto di Eros, è lì pronto a soddisfarvi: la passione scalfariana non viene, come voi potreste pensare, “dal suo inguaribile narcisismo”, no! Egli infatti è umile e modesto. E nemmeno “da quella angoscia abbandonica che ha segnato la sua vita da bambino tremante di fronte alla possibilità di perdere uno dei genitori”: l’angoscia abbandonica, al massimo, può produrre una dipartita genitorica, che so, un funerale nonnico o un feretro proziico. Ma dietro questa passione, zucconi che non siete altro, c’è di più. E non lo dice mica solo Recalcazzola, no: “Anche Platone ci ricorda che Eros è figlio di Penia (povertà) e Poros (ricchezza), di una mancanza e di una sovrabbondanza”. E – come diceva Dante parlando con Pinocchio citando Mosè (o Noè, non s’è mai capito) – mo’ me lo segno. Ergo, tornando a Recascalfari, “la sua spinta ad allargare l’orizzonte del mondo viene dalla mancanza di cui si nutre”. E ho detto tutto. Anzi no. Caro Eugenio, auguri doppi per le due imprese compiute in un sol giorno: vivere 95 anni e sopravvivere all’annegamento in tutta quella bava.

Scorsese contro Tarantino e Al Pacino sfida Al Pacino

Sono appesi a due film i destini dei due festival cinematografici più importanti al mondo, Cannes e Venezia. Anzi, a giudicare dagli ultimi anni, Venezia e Cannes. Entrambi americani, entrambi diretti da un grande regista, entrambi interpretati da Al Pacino: The Irishman di Martin Scorsese, in predicato per la 76ª Mostra (28 agosto-7 settembre), e Once Upon a Time in Hollywood di Quentin Tarantino, atteso sulla Croisette per la 72ª edizione (14-25 maggio). Se un titolo non fa un festival, be’, questo paio fa eccezione, e per svariate ragioni.

Il nono film (escludendo Four Rooms e considerando Kill Bill un dittico) dovrebbe essere, ipse dixit, il penultimo di Quentin: dal 26 luglio negli States, dal 19 settembre in Italia, è assai probabile l’anteprima mondiale a Cannes il 21 maggio, esattamente 25 anni dopo Pulp Fiction, Palma d’Oro nel 1994. Alla sceneggiatura di questo Pulp Fiction’esque movie Tarantino ha lavorato per un lustro, e “nella contea di Los Angeles ho vissuto gran parte della mia vita, compreso il 1969. Sono entusiasta di poter raccontare una L.A. e una Hollywood che non esistono più. E non potrei essere più felice di avere DiCaprio e Pitt”. Leo l’ha diretto in Django Unchained, Brad in Bastardi senza gloria, ma l’accoppiata è inedita: salvo che nel corto promozionale The Audition diretto da Scorsese nel 2016, DiCaprio e Pitt non hanno mai lavorato insieme, e vederli nella stessa inquadratura non varrà l’estasi dinnanzi a DeNiro e Pacino in Heat ma è “tanta roba”. Congeniale, peraltro, alla poetica di Tarantino, che al rapporto persona-personaggio e alla recitazione ha dedicato scene su scene: Leo incarnerà l’attore di western televisivi Rick Dalton, Brad il suo stuntman e amico di lunga data Cliff Booth.

“Nel momento di massimo splendore della hippy Hollywood”, i due non se la passano troppo bene, “ma Rick ha una vicina di casa molto famosa, Sharon Tate (Margot Robbie)”: attrice, moglie di Roman Polanski, venne massacrata dalla setta di Charles Manson il 9 agosto del 1969. Non sappiamo quanto massivamente C’era una volta… a Hollywood verterà sui delitti della Manson Family, dovessimo scommettere un dollaro, punteremmo a un Charles Manson (Damon Herriman) trattato alla stregua dell’Hitler di Bastardi e, azzardiamo, a una Sharon Tate incolume, salvata proprio da Rick e Cliff: se il Cinema non cambia la Storia, del resto, a che serve?

Primo film di Tarantino senza l’apporto di Harvey Weinstein, è costato di sola produzione circa 100 milioni di dollari: ne serviranno 300 al botteghino per andare in pari, traguardo agevolmente alla portata anche senza il fattore LeoBrad.

Viceversa, per realizzare The Irishman, tratto dal libro di Charles Brandt L’irlandese (Fazi), a Martin Scorsese sono serviti tra i 125 e i 150 milioni: glieli ha garantiti Netflix, subentrata nel progetto dopo che Paramount, scottata dal flop di Silence (46 milioni di budget e 27 di botteghino), ha abbandonato. Ancor più di Once Upon a Time, è il film dell’anno, dunque, di un festival, ovvero della Mostra: aprirà, passerà fuori concorso o competerà per il Leone, chissà, ma testata la bontà del trampolino veneziano con Roma (tre Oscar, sebbene non quello di Best Picture) Netflix difficilmente lo farà mancare. Incerto, al contrario, il destino in sala in autunno: una release limitata, propedeutica allo sfruttamento online e all’ammissibilità ai premi, come per Roma, o una distribuzione con tutti i crismi, e dunque trasparente sugli incassi?

Vita, opere e convincimenti di Scorsese non lascerebbero dubbi, ma mai dire mai, perché Netflix ha dalla sua i conti: se già per Silence dovette recarsi a Cannes col cappello in mano per trovare finanziatori, Martin queste memorie del killer non le avrebbe potute licenziare altrimenti. Cast superbo: DeNiro, al nono film con il regista, interpreta Frank Sheeran, Teamster e sicario, che ormai malato terminale si attribuì l’uccisione del sindacalista Hoffa, sparito senza lasciare tracce nel 1975; Pacino, prima volta chez Scorsese, incarna proprio il leader dei sindacati Teamsters; Joe Pesci, che manca sul grande schermo dal 2010, e Harvey Keitel, il primo feticcio di Martin, completano il poker d’assi. Li vedremo per gli ultra-settantenni che sono, ma anche ventenni, quarantenni e sessantenni, complici i mirabolanti effetti visivi della Industrial Light and Magic Island di George Lucas: anche la Storia del Cinema deve ricorrere al make-up.

Principe difende la musica “forte” (la classica) nel debole Occidente

Quirino Principe mi toglie il non invidiabile privilegio di essere il decano fra gli storici italiani della musica. Mi auguro continui a lungo a togliermelo. È scrittore di cultura sterminata: non solo nella musica, ma nella germanistica e nella classicità greca e latina. Fu, tra l’altro, lui, molti decenni fa, a scoprire e introdurre in Italia Tolkien, riaprendo, soprattutto ai giovani, quella dimensione verso il fantastico e la fiaba, che poi si chiama il Mito, senza di che la nostra vita sarebbe schiacciata nelle contingenti preoccupazioni e nell’esercizio di una politica bassa.

Adesso la Jaca Book, non più portavoce editoriale di Comunione e Liberazione, pubblica il suo ultimo libro, firmato il 14 dicembre scorso: Il fantasma dell’Opera. Sognando una filosofia. Già le dobbiamo un ringraziamento per il pubblicare (e con un’attenzione editoriale rara: ho controllato le citazioni greche, latine, tedesche, castigliane – Borges non può mancare!) un libro così contrario alle idee correnti. Dirò di più: un libro costruito in modo così extravagante, con apparente divagare alla Sterne, che mi piace indicarne qualche linea guida alla vasta schiera dei cultori dell’autore. “Though this be madness, /Yet there is method in ‘t”, dice Polonio di Amleto nel secondo atto di Shakespeare: “Sebbene questa sia follia, pur in essa c’è una logica”. Se ne accorgerà a sue spese: si trattava, come qui si tratta, di metodo ferreo nascosto nel divagare.

Il primo capitolo è il più arduo filosoficamente, quasi l’autore volesse allontanare dapprincipio i lettori non all’altezza. Parte dalla sentenza delfica, notissima nella traduzione Conosci te stesso, pur se d’interpretazione molto complessa. La più semplice, e a me la più vicina, è in un sepolcro romano con mosaico oggi conservato alle Terme di Diocleziano: vi si vede uno scheletro e l’agghiacciante motto. Principe affronta invece un discorso filosofico sull’identità autentica dell’anima dell’Occidente, e parte, com’è ovvio, da Eraclito. Egli ritiene, come non molti, che a quest’anima l’identità giudeo-cristiana si sia sovrapposta senza realmente mutarla. Ricercatala, ne individua un aspetto precipuo: il Teatro d’Opera, che, come tutti sanno, nasce nel Cinquecento dall’aspirazione umanistica a ridar vita, attraverso dapprima la Favola Pastorale, alla Tragedia Greca: ch’era musicata e non in prosa.

Poi si lancia in una ricognizione di Faust, dell’anima faustiana – ch’ è sempre quella – e della sostanziale sua identità, più che alterità, con il Demonio. Il Finale in cielo del Faust II, l’estremo capolavoro di Goethe, viene interpretato in una chiave panteista e non cristiana: lettura originale ma, alla fine, conosciuto Goethe, per nulla improbabile. Infine, la peroratio: un’appassionata difesa di quella che Principe chiama la musica forte (non “classica”) contro la debole, un’apologia che mette capo alla difesa dell’Opera come segno dell’identità culturale dell’Occidente. Difesa contro i suoi nemici: l’ignoranza di pubblico, interpreti, soprintendenti, malvolere, oltre che ignoranza, delle cosiddette autorità culturali.

Ha ancora possibilità di essere esercitata, questa difesa? Guardate al destino di Giuliano detto l’Apostata, un filosofo e sommo combattente in trono. Pochi anni dopo la sua morte, Teodosio cominciò a mandare al rogo gli ostinati credenti in Apollo e Giano; mentre i cristiani si mandavano al rogo fra loro stessi, e lo fecero per ben più di mille anni.

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La mia Sicilia: addio cliché di “sante e buttane”

Sono tante le protagoniste dei romanzi che si sono scavate una nicchia nella mia mente per abitarvi senza possibilità di sfratto. Alcune di queste sono le donne raccontate dagli scrittori siciliani di cui leggevo quand’ero adolescente, e che proprio in quel periodo sono diventate parte di me: le capivo, non mi era difficile collocarle nell’ambiente in cui si muovevano – stessa mia terra, sole, mare, odori, lingua –, né mi era difficile riconoscerle come tipi: le vecchie avvolte negli scialli, le ragazze sottomesse ai padri, le mogli soggette ai mariti, le scostumate che facevano una mala fine, le zitelle acide, le povere che diventavano ricche, le femmine allupate, le pettegole sfascia famiglie. Tipi messi in scena da Verga, Sciascia, Pirandello, Vittorini, De Roberto, Patti, D’Arrigo… Scrittori amatissimi che rappresentavano nelle loro pagine la tipologia femminile che mi vedevo vivere intorno e che – ancora troppo piccola – non capivo nelle sue peculiarità.

Una tipologia, appunto. Che cominciò a sgretolarsi nel momento in cui, lasciata l’adolescenza, mi ritrovai nel corpo, nei pensieri e nelle emozioni di una donna. E, soprattutto, quando mi avventurai dentro le pagine di donne che raccontavano le donne. Fu allora che avvertii sempre più forte l’impressione che le eroine create da quegli scrittori indossassero non vesti tagliate e cucite loro addosso da sarti di pregio, ma abiti standard, presi a stock nei grandi magazzini e adattati, di volta in volta, al personaggio.

Non solo, leggendo e rileggendo, mi parve che fossero standard anche gli stampi in cui veniva colata la sostanza che componeva quelle donne. Due stampi: la santa (moglie, madre, sorella, figlia) e la buttana (la moglie, la madre, la figlia, la sorella degli altri). Naturalmente, poi, ogni scrittore, forte della propria sensibilità e della propria penna, riusciva a creare le giuste alchimie perché il personaggio fosse credibile. E ci riusciva, certo, tanto che quelle Angelica, Bianca, gnà Pina, Nedda, Marta, Cata, Maruzza e via discorrendo, si sono incise nella mia memoria. Un taglia e cuci che si perdeva le sottigliezze psicologiche, le emozioni che non fossero slanci uterini, le reazioni che non fossero botte d’isteria, i dolori che non fossero patetici, le dolenti che non fossero prefiche, le madri che non fossero disposte a darsi in pasto alle belve pur di salvare i figli.

Ma torniamo agli stampi: sante o buttane, dunque, le femmine siciliane? In queste poche righe tratte da La Lupa di Verga, se ne potrebbe trovare un esempio: “Le donne – le sante – si facevano la croce quando la vedevano passare, sola come una cagnaccia, con quell’andare randagio e sospettoso della lupa affamata; ella – la buttana – si spolpava i loro figliuoli e i loro mariti in un batter d’occhio con le sue labbra rosse, e se li tirava dietro alla gonnella solamente a guardarli con quegli occhi da satanasso”.

Le buttane sono lupe fameliche, le sante sono mogli e madri con la corona del rosario in mano. Ma pure le sante possono – nel gioco a vestire o svestire gli abiti di scena – cambiarsi in lupe. Consideriamo Luisa, la vedova Roscio di cui ci racconta Sciascia in A ciascuno il suo. È nipote d’arciprete, è bella – “il volto in cui le labbra disegnavano broncio ed offerta, la massa dei capelli, il profumo che appena velava un afrore di letto” –, è una santa femmina che tuttavia, come ci avverte l’autore, incarna il male “nel suo farsi oscuramente e splendidamente sesso”: sarà lei, infatti, la lupa che sbranerà quel professor Laurana così caparbiamente intento a risolvere l’assassinio del dottore da rimetterci la pelle.

Dunque il sesso come male, che giustifica la dicotomia: santa (buona), buttana (cattiva). Non è un caso, dunque, che a una processione di femmine immolate sull’altare della famiglia, della convenienza e dell’onore, si affianchi il corteo di lussuriose che portano alla rovina varie stirpi d’uomini: Nino concupito da sua zia Cettina (Un bellissimo novembre di Ercole Patti), i marinai della Regia Marina sedotti dalle femminote che commerciano in sale e piacere a bordo dei ferribò (Horcynus Orca di Stefano D’Arrigo), solo per citarne un paio.

E adesso? Rotti gli stampi? Scuciti i vestiti standard? Recuperata la libertà di essere donne a tutto tondo che si esprimono nella voluttà e nella trascendenza, nell’intimità come in piazza o davanti ai fornelli, o con le dita sulla tastiera di un computer? Sì. Le donne che abitano i romanzi – scritti dagli uomini (uno per tutti: Camilleri) o dalle donne siciliani – sono polimorfe, camaleontiche, più simili a quella complessità di carattere che nessuno stereotipo può ormai semplificare, e più vicine a quella verità che le rende vive e non marionette con la faccia pittata che un cambio d’abito trasforma in sé o nel contrario di sé.

Il delfino della Merkel mette il pullman davanti Bruxelles per fermare i sovranisti

Monaco di Baviera è più vicina a Milano che a Berlino. È una frase che il tedesco Manfred Weber ama ripetere quando incontra gli italiani e che indica uno degli aspetti chiave per cui è stato scelto come candidato alla presidenza della Commissione europea: la sua capacità di tenere insieme parti diverse. E così facendo anche in qualche modo di sopire i contrasti. Contrasti che non possono mancare all’interno della famiglia popolare europea – la più grande e più rappresentata nell’Unione – al di sotto della formale compattezza e unità d’intenti.

Giovedì e ieri, nel corso della tappa italiana del suo tour elettorale europeo, il leader della Csu ha incontrato una delegazione Coldiretti e visitato un’azienda agricola alle porte di Roma. Ma soprattutto, ha commemorato il padre della Democrazia cristiana Alcide de Gasperi in un evento presso la sede romana del Parlamento europeo.

Non c’era Silvio Berlusconi, referente di Weber in Italia, ma il suo plenipotenziario in Europa, il presidente dell’Eurocamera Antonio Tajani. Ed è proprio con Forza Italia – costola non certo secondaria nella galassia popolare – che si manifestano differenze di vedute tali forse di impensierire Weber. Nelle ultime settimane, Berlusconi ha più volte dichiarato di voler “cambiare l’Europa con i sovranisti”, immaginando uno scenario in cui il Ppe lascia l’alleanza con i socialisti, per guardare a nuove alleanze.

Un auspicio, quello del leader forzista, che vede però il delfino di Merkel decisamente contrario. Quando si richiama alla nobile tradizione del popolarismo europeo, Weber lo fa anche con lo scopo di contrastare l’avanzata dei populisti anti-Ue. Al massimo, il modello Berlusconi potrebbe andare bene a Roma, magari per un futuro governo, Salvini permettendo. Ma certamente non in Europa, dove il Ppe resterà, secondo tutti i sondaggi, la famiglia politica più consistente e potrà dunque dire la parola decisiva sulla nomina del prossimo presidente della Commissione.

Insomma, la linea rossa di Weber è tracciata: il Ppe non può allearsi né con la Lega di Salvini, amica di Le Pen, né con il Pis dell’ultraconservatore polacco Jaroslaw Kaczynsky, perno del gruppo Ecr a Bruxelles e oggetto del desiderio di quanti vedrebbero bene un abbraccio a destra nel destino del Ppe. Monaco sarà anche più vicina a Milano che a Berlino. Ma sulle alleanze il democristiano Weber sembra resistere, almeno per ora, alla tentazione del centrodestra formato Bruxelles.

L’infinita Brexit che intrappola Londra in Europa

Doveva essere il trionfale recupero della sovranità britannica, un precedente per tutte le spinte sovraniste europee. E invece la Brexit è diventata una trappola da cui il Regno Unito non sa come uscire, schiacciato fra faide di partito e un parlamento che sa solo cosa non vuole. Inevitabile l’ultima mossa di una Theresa May all’angolo, costretta dai veti incrociati a due rese: trattare con l’opposizione di Jeremy Corbyn e chiedere all’Europa una nuova estensione, dopo quella già concessa che fissa, in caso di mancata ratifica in extremis dell’accordo di divorzio, l’uscita dall’Ue al 12 aprile. Sei lunghissimi giorni da oggi.

Stavolta la richiesta al Presidente del Consiglio europeo Donald Tusk è di una proroga al 30 giugno, vigilia dell’insediamento del nuovo Parlamento europeo. Richiesta già negata il mese scorso, ma stavolta ammorbidita da una postilla: l’estensione sarebbe flessibile, cioè la Brexit potrebbe avvenire prima nel caso i parlamentari britannici riuscissero a trovare finalmente una intesa. Flextension, è il neologismo per questa nuova creatura procedurale.

Tusk si è mostrato favorevole ad una estensione più lunga, di un anno, ma la decisione torna nelle mani degli stati membri, che si riuniscono per un vertice straordinario mercoledì. E che fonti di Bruxelles ci confermano essere esasperate da un rimpallo che, oltre a compromettere definitivamente ogni residua credibilità della politica britannica, rischia di complicare enormemente gli assetti futuri dell’Unione.

Perché una estensione oltre il 12 aprile implica, la May lo ha sottolineato nella sua lettera, la partecipazione alle elezioni europee di un Regno Unito ostaggio di euroscettici con la bava alla bocca. Un assaggio di quello che potrebbe significare lo ha dato ieri uno dei loro leader, Jacob Rees-Moog: “Se una lunga estensione ci lascerà bloccati nell’Ue dovremmo dargli filo da torcere il più possibile. Potremmo oppure il veto a qualsiasi aumento del budget, ostacolare la creazione di un esercito europeo e bloccare i piani integrazionisti di Macron”.

Le prime reazioni europee: per l’Eliseo la richiesta di rinvio è “prematura” e “sarebbe un maldestro tentativo di sondare il terreno”. Da tempo Macron è alla testa dell’ala dura, che non vuole una Unione paralizzata delle irresolutezze britanniche. Secondo uno scoop del Guardian, che ha visto una nota diplomatica riservata, la Francia avrebbe ottenuto il supporto di Spagna e Belgio nel porre il veto ad una lunga estensione che non sia giustificata da un piano alternativo: sarebbero disponibili solo a una proroga molto breve, di un paio di settimane: “Per prepararci alla reazione dei mercati (all’impatto di un no deal).

Più conciliante la Germania, con il portavoce di Angela Merkel che ha definito “importante” che la May “non abbia solo chiesto un prolungamento” dell’articolo 50 “ma abbia anche riconosciuto che un tale prolungamento implica che il Regno Unito si prepara a partecipare alle elezioni europee”. Elezioni che, lo ha ribadito il ministro degli Esteri britannico Jeremy Hunt, la May preferirebbe evitare, tanto da “non lasciare niente di intentato per trovare un accordo politico interno per lasciare la Ue”. E cioè il dialogo con il Labour su una nuova piattaforma condivisa che ottenga il supporto di Westminster. Brutte notizie su questo fronte. Dopo l’ultima tornata di incontri, ieri, un portavoce del Labour ha dichiarato: “Siamo delusi dal fatto che il governo non ha offerto nessun reale cambiamento o compromesso”.

Il piano B del piano B rischia di morire sul nascere. Che il Regno Unito esca dall’Unione o ci resti ancora per un tempo da definire, con quale Europa avrà a che fare? A prendere le decisioni sulla Brexit è il Consiglio europeo, cioè i capi di stato e di governo degli stati membri. Qui gli equilibri dovrebbero restare sostanzialmente gli stessi, con una eccezione molto significativa: la fine dell’era Merkel, con la cancelliera tedesca che ha annunciato che non si ricandiderà. Ma parliamo del 2021, e fino ad allora è probabile che la Merkel continui a esercitare il suo ruolo di mediatrice. Quanto alla composizione del nuovo parlamento, si sta definendo come una lotta fra forze pro e anti-Europa: da una parte i partiti tradizionali, dai popolari ai socialisti ai liberali, dall’altra nuove destre e sovranisti, fra cui la Lega italiana, che dovrebbero guadagnare ampi consensi. Ma non è affatto scontato che Strasburgo viri a destra: secondo le ultime proiezioni, la spinta anti-populista produrrebbe un parlamento europeo complessivamente più eurofilo di quello attuale.

“Il paradosso europeo: in Yemen aiuti e armi”

Dopo il Senato anche la Camera Usa ha votato la fine del sostegno militare all’Arabia Saudita e agli Emirati Arabi nell’ambito della guerra nello Yemen. Dall’inizio del conflitto, nel 2015, Washington provvede non solo al rifornimento in volo dei jet militari sauditi ed emiratini, ma fornisce anche la collaborazione con l’intelligence.

“Gli sforzi delle Nazioni Unite non sono ancora riusciti a far ritirare i soldati delle due parti nella città portuale di Hodeidah, luogo di arrivo della maggior parte degli aiuti internazionali, creando preoccupazione sulla tenuta della tregua iniziata nel dicembre scorso. Solo una tregua stabile potrà garantire la completa ripresa dell’invio di cibo e aiuti umanitario per i 24 milioni di civili in grave sofferenza su una popolazione di 30 milioni di persone”, denuncia Kostas Moschochoritis, Segretario Generale dell’organizzazione umanitaria italiana Intersos, appena rientrato dallo Yemen. Alla fine del mese scorso si è tenuta a Ginevra la Conferenza dei donatori conclusasi con la decisione di destinare 4,2 miliardi di dollari per implementare lo Yemen Humanitarian Response Plan (Yhrp) dell’Onu. I paesi donatori ne hanno promessi 2.62.

Se questo denaro verrà davvero stanziato la situazione migliorerà a breve?

È presto per dirlo. La questione degli aiuti è un capitolo ingarbugliato come tutto nello Yemen, basti dire che le donazioni più ingenti provengono proprio dai Paesi che sono parte in causa nel conflitto, come l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi. E non si tratta dell’unico paradosso.

Quale altro paradosso l’ha colpita?

Ho controllato cosa vendono i supermercati, per esempio a Sa’ana. Gli scaffali offrono ogni bene, acquistabili però solo dai più ricchi perché i prezzi sono alle stelle. Del resto nei conflitti si generano speculazioni di ogni tipo. Intanto però ci sono quasi due milioni di bambini sotto i cinque anni gravemente malnutriti.

La gente è più fiduciosa sulla fine del conflitto dopo la tregua a Hodeidah?

No. Se possibile, gli yemeniti sono ancora più disperati, piegati dalle privazioni e dalla paura delle bombe. Nessuno crede che la guerra finirà presto. Ci sono molte zone sotto bombardamento e l’accesso agli aiuti nelle zone remote è rimasto complicato.

Cosa chiedete nell’immediato per fare al meglio il vostro lavoro umanitario?

Vogliamo che i Paesi presenti alla Conferenza si impegnino a proteggere civili e infrastrutture, come scuole e ospedali, e a rispettare il diritto umanitario internazionale.

La settimana scorsa un ospedale sostenuto da Save the Children è stato colpito e sono morti 4 bambini. Voi di Intersos siete presenti nello Yemen dal 2008, cosa vuol dire la distruzione degli ospedali?

È una tragedia. Lo constatano i nostri operatori, perché anche Intersos sostiene gli ospedali. Questo conflitto dimostra che nel terzo millennio non vengono più rispettate le regole minime del diritto internazionale.

L’emergenza colera è finita?

Fino a quando 18 milioni di persone su 30 non potranno bere acqua potabile, il colera continuerà a mietere vittime. Quando l’organismo è molto debole, qualsiasi malattia diventa potenzialmente letale.

Cosa può favorire la fine del conflitto?

Solo un accordo politico, ma fino a quando i principali membri del Consiglio di Sicurezza dell’Onu saranno in qualche modo coinvolti nel conflitto, quasi certamente useranno il proprio potere di veto incrociato.

L’Italia e la Francia forniscono armi ai paesi del Golfo, la Germania invece ne ha bloccato la vendita. L’Ue cosa sta facendo per aiutare gli yemeniti?

A novembre una risoluzione del Parlamento europeo ha bloccato la vendita di armi ai sauditi. Ma non è stata recepita proprio dai membri che più contribuiscono agli aiuti. Risulta chiaro il paradosso tra l’impegno umanitario, su cui l’Ue è in prima linea, e le contraddizioni politiche irrisolte dei suoi Stati membri.

Haftar vuole “sradicare i terroristi”. E al Serraj

Frenetica attività diplomatica in Libia per evitare la guerra totale tre le fazioni. Il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres, che si trovava a Tripoli, ieri pomeriggio è volato a Rajma, una cinquantina est di Bengasi, al quartier di Khalifa Haftar, il generale che giovedì aveva ordinato alle sue truppe di marciare sulla capitale. Il compito era convincere l’ufficiale a deporre le armi e sedersi al tavolo delle trattative con l’antagonista Fayez al-Serraj e con tutti coloro che sono stati invitati alla conferenza di riconciliazione nazionale, inizialmente prevista per la prossima settimana. L’operazione non sembra riuscita, e Guterres è andato via “molto preoccupato”. Ieri sera i ministri degli Esteri del G7 hanno intimato l’alt ad Haftar. E anche Berlusconi è tornato a parlare di Libia: “Intervenga la Ue, elezioni e non azioni armate”.

Ieri Haftar ha posizionato i suoi a poche decine di chilometri dalla capitale, che è praticamente circondata. Scontri sono stati segnalati vicino all’aeroporto internazionale di Tripoli (inattivo da anni), che ieri le forze di Haftar hanno detto di aver conquistato. Le milizie fedeli al governo di al-Serraj (riconosciuto da Onu, Europa e Occidente in genere) hanno serrato le fila e costituito una coalizione, chiamata “Ouadi Dum 2” per fermare il generale. Ouadi Dum è il nome della base militare che Gheddafi aveva costruito in Ciad, quando tentò l’invasione dell’ex colonia francese alla fine degli anni 80, affidando il comando all’allora colonnello Haftar. La base fu conquistata (esattamente 32 fa, il 7 aprile 1987) dai ciadiani e Haftar fu catturato. Fu un ecatombe: centinaia di soldati in fuga uccisi (e i cadaveri abbandonati nel deserto); mezzi militari per un valore di oltre un miliardo e mezzo di dollari distrutti.

“Tutti gli attori presenti sul palcoscenico libico – spiega un diplomatico raggiunto al telefono dal Fatto Quotidiano a Tripoli – sanno che in caso di battaglia la capitale potrebbe esser distrutta e la guerra continuare all’infinito. Quindi nessuno vuole lo scontro risolutivo. Haftar con la sua marcia su Tripoli ha tentato una prova di forza per evitare che i Fratelli Musulmani possano avere un ruolo nel futuro della Libia”.

Sullo scenario è comparsa anche la Turchia, che sponsorizza le frange islamiche del frastagliato mondo dell’ex colonia italiana. L’ex gran mufti di Tripoli ora in esilio a Istanbul, Sheikh Sadiq Al-Gharyani, sospettato di legami con i gruppi terroristi fedeli ad Al Qaeda, è intervenuto dichiarandosi favorevole alla conferenza di riconciliazione Onu. Pochi giorni fa sosteneva che quel vertice avrebbe asservito la Libia ai voleri degli “infedeli dell’Occidente”.

La guerra dal campo di battaglia ieri si è consumata sul piano della propaganda e dei social network. I seguaci di Haftar hanno postato un video dove si vede un lunghissimo convoglio militare formato da “tecniche” (Pick up su cui è montata una mitragliatrice pesante o un cannoncino, come quelle usate dai ciadiani per sconfiggere Haftar a Ouadi Dum) che sembrano nuove di zecca, in cammino verso Tripoli. Il filmato sostiene che le forze fedeli al generale hanno conquistato e si sono attestate al posto di blocco a 27 chilometri dalla capitale. La risposta è arrivata pochi minuti dopo. I sostenitori del governo hanno messo in rete un video in cui si vede Serraj che saluta i soldati a guardia di quel check point, pronti a difenderlo contro l’eventuale attacco.

Il Risiko arabo: tutti contro tutti

Il Medio Oriente è un angolo di mondo dove la matassa delle alleanze è inestricabile, così come l’ordito delle inimicizie: c’è sempre un alleato in un conflitto che ti è nemico, più o meno palese, nel conflitto accanto. E siccome qui i conflitti non mancano, amici e nemici s’intrecciano e sovente si confondono. Questo in parte spiega gli insuccessi delle ingerenze dell’Occidente e, in passato, anche sovietiche, mentre la Cina, che affida la sua penetrazione al linguaggio universale del denaro e dell’interesse economico e commerciale e meno si preoccupa d’esercitare influenza ed egemonia, appare più a suo agio in questo contesto. Proviamo a discernere amici e nemici nei conflitti aperti tra Nord Africa e Medio Oriente.

In Libia c’è un premier riconosciuto dalla comunità internazionale, Fayez al-Serraj, il cui potere è circoscritto a Tripoli e dintorni ed è condizionato dagli umori dei ‘signori della guerra’ della costa.

Nell’est, in Cirenaica, c’è un contropotere il cui uomo forte è il generale Khalifa Belqasim Haftar, un passato da agente della Cia, oggi uomo di fiducia dell’Egitto e anche della Russia. Nel Fezzan, a sud, ma pure in tratti di costa, alla Sirte, vi sono infiltrazioni guerrigliere o terroristiche, da Niger e Ciad, e rimasugli di sedicente Stato islamico o altre sigle terroristiche integraliste, come al Qaeda. Italia e Francia, i Paesi europei più interessati alla Libia, puntano l’una su al Serraj, l’altra su Haftar (ma non esclusivamente: entrambe puntano qualche gettone anche sull’altro); l’America di Trump, a parole, mette la vicenda nelle mani dell’Italia, ma di fatto se ne disinteressa o, addirittura, strizza l’occhio ad Haftar, che ha i tratti dell’uomo forte (e questo a Trump piace). In questo panorama di inserisce l’Egitto che in un primo momento si era schierato più con la Francia, appoggiando anche militarmente Haftar, e negli ultimi tempi si è avvicinato alla posizione italiana.

Il conflitto fra israeliani e palestinesi era una volta il piatto forte storico della Regione ma oggi appare meno “appetitoso”: avanzi che non fanno più gola a nessuno. L’Arabia saudita e l’Egitto non digrignano neppure più i denti con Israele, che dà una mano a controllare nel Sinai la deriva terroristica dell’integralismo islamico egiziano represso, e frena gli sciiti in Siria: favori fatti al generale al Sisi e alla monarchia saudita. Nella Striscia di Gaza, i palestinesi possono ancora contare su aiuti dall’Iran, che, a nord, al confine tra Israele e Libano, foraggia pure l’azione di disturbo degli Hezbollah, e dal Qatar, che agisce spesso in contro tendenza con le altre monarchie saudite e ne subisce l’embargo.

In Siria avviene l’esaltazione del ‘tutti contro tutti’; o quasi. Fino a qualche mese fa erano tTutti contro l’Isis: il presidente Assad ed i suoi alleati, l’Occidente e la Russia, la Turchia e i curdi. Ma la Russia difende il regime dall’opposizione, che equipara a terroristi. Gli Stati Uniti e i loro alleati stanno con l’opposizione, o meglio stavano, perché la partita è persa, contro il regime. L’Iran sciita combatte l’Isis sunnita, ma, soprattutto, sostiene il regime, alawita e, quindi, sciita. Le monarchie saudite antepongono all’azione anti-Isis la preoccupazione di limitare l’influenza dell’Iran. La Turchia agisce in funzione anti-curda anche se i curdi sono gli unici a combattere sul terreno le milizie integraliste, salvo poi trovarsi sotto attacco da parte del governo di Ankara. Nello Yemen è una carneficina ma in apparenza è tutto più semplice: c’è, al nord, l’insurrezione degli huthi, sciiti che, appoggiati dall’Iran, cacciano da Sana’a, la capitale, il legittimo presidente Hadi, sunnita. E l’Arabia saudita coagula una coalizione sunnita dall’Egitto al Pakistan per sconfiggere i ribelli. Ma il fronte sunnita non è unito: divisi gli yemeniti, tra i sostenitori di Hadi ed i nostalgici del suo predecessore Saleh, nel frattempo deceduto; e divisa la coalizione, con sauditi ed emiratini ai ferri corti, considerando entrambi lo Yemen il cortile di casa. Qui, la Russia e l’Occidente stanno a guardare, ma Mosca vende armi all’Iran. che ne foraggia gli huthi; e americani ed europei ne vendono a sauditi & C., che le usano in proprio.