La crisi tra Macron e il Papa sul monsignore italiano

C’è un nuovo scontro tra Italia e Francia, o meglio: tra Francia e Vaticano. Al centro della crisi diplomatica si trova l’italiano Luigi Ventura, 64 anni, ambasciatore del Vaticano a Parigi. La giustizia francese ha chiesto ufficialmente di togliere l’immunità diplomatica al nunzio italiano dopo la presentazione di almeno quattro denunce contro di lui per molestie sessuali. Tra queste, quella rivelata da Le Mondedi Mathieu de la Souchère, un dipendente pubblico. Le prime accuse riguardano fatti che si sono consumati nel municipio di Parigi, la quarta denuncia, secondo Rtl, rimanda alla cerimonia degli auguri alle comunità italiane nell’hotel Meurice, a Parigi.

Secondo il giornale cattolico La Croix, il primo a parlare del caso, il ministero degli Esteri francese ha trasmesso la domanda formale alla Santa sede di togliere l’immunità diplomatica a Ventura. Un testimone dell’aggressione sessuale nel municipio di Parigi, ascoltato anche dalla polizia, parla di “attenzioni sessuali di una intensità sorprendente”. In realtà le inclinazioni omosessuali di Luigi Ventura e i suoi approcci insistenti erano ben noti a Parigi. Una quinta vittima, che ancora non ha denunciato, mi ha raccontato di una riunione di lavoro con il nunzio: Ventura iniziò ad accarezzargli la gamba per lunghi minuti. Il ragazzo, membro di un’associazione cattolica importante, è rimasto scioccato.

Nato nel 1944 a Borgosatollo, Brescia, Luigi Ventura è uno dei diplomatici più esperti della Santa Sede. Ha fatto parte di entrambe le più importanti scuole vaticane di diplomazia, quella di Agostino Casaroli e poi quella di Angelo Sodano. Ordinato prete nel 1969, Ventura è stato l’assistente personale di Casaroli quando questi era Segretario di Stato di Giovanni Paolo II. Già allora, riferiscono testimoni, aveva dimostrato attrazione per i ragazzi giovani.

La svolta della sua carriera arriva con Angelo Sodano, secondo Segretario di Stato di Giovanni Paolo II, che lo fa nominare nunzio in Cile nel marzo del 1999. Proprio in Cile Sodano era stato lui stesso nunzio dal 1977 al 1988. In Sudamerica Ventura frequenta gli ambienti più conservatori dell’estrema destra, è un sostenitore convinto dei Legionari di Cristo di Marcial Maciel, nonostante gli scandali sessuali che colpiscono quella congregazione. Secondo varie fonti, poi, Ventura contribuisce a coprire gli abusi sessuali del prete Fernando Karadima, anche se erano stati segnalati fin dal 1984. I crimini di Karadima vengono protetti prima dal regime di Pinochet, poi dall’episcopato cileno, da Sodano e dalla maggior parte dei nunzi suoi successori, incluso Ventura. La versione ufficiale è che la Santa Sede fu informata di Karadima solo nel 2010.

Nel 2001 Ventura viene nominato nunzio in Canada dove conferma le sue preferenze sessuali. Nel 2008 viene denunciato per molestie e poco dopo il Vaticano lo trasferisce con discrezione a Parigi. Nel 2015 Ventura è in prima linea nella campagna lanciata contro Laurent Stéfanini che il presidente della Repubblica François Hollande voleva nominare ambasciatore della Francia presso la Santa sede. Diplomatico stimato, orientato a destra e omosessuale, Stéfanini viene attaccato per la sua vita privata. Ventura mobilita il suo network romano, in particolare il cardinale Robert Sarah (che ha anche ospitato a Parigi) e Raymond Burke per affondare la candidatura di Stéfanini.

La vicenda degenera al punto che il cardinale Pietro Parolin, numero due del Vaticano, deve andare a incontrare Hollande a Parigi. Il presidente chiede esplicitamente se il problema è “l’omosessualità di Stéfanini”. Secondo quanto ha riferito Hollande a uno dei suoi consiglieri, Parolini, molto turbato e imbarazzato, avrebbe negato. In modo machiavellico, Hollande propone allora di convocare, per discuterne, il nunzio vaticano a Parigi la cui omosessualità era ben nota. Cosa che ovviamente non succede.

“Avete presente i diplomatici del Vaticano a Parigi, Madrid, Londra o Lisbona? Respingere Stéfanini per la sua omosessualità è la cosa più ridicola di questo pontificato, se venissero respinti tutti i nunzi gay, chissà cosa diventerebbe la diplomazia vaticana nel mondo…”, mi ha detto un ambasciatore francese, a sua volta passato per la Santa sede, durante le ricerche per il mio libro.

Anche l’ex ministro degli Esteri Bernard Kouchner, in un’intervista, mi ha confermato: “Il Vaticano non mi sembra nella posizione giusta per respingere diplomatici omosessuali. Ho avuto lo stesso problema quando avremmo voluto nominare un altro ambasciatore alla Santa Sede, che però aveva un’unione civile con il suo compagno. E abbiamo ricevuto il medesimo rifiuto. Allora mi sono rivolto al mio omologo, monsignor Jean-Louis Tauran, e gli ho chiesto di ritirare il suo nunzio apostolico a Parigi, cosa che ha fatto”.

Dopo il veto di papa Francesco su Stéfanini, il posto di ambasciatore francese in Vaticano è rimasto vacante per mesi. Oggi che le propensioni omosessuali di Luigi Ventura sono in prima pagina sui media francesi, l’affaire Stéfanini viene riletto come la quintessenza dell’ipocrisia vaticana e della menzogna di Stato e il cattolicesimo è oggetto di critiche sempre più aspre in Francia. Nonostante Francesco conservi ancora un notevole consenso nel Paese di Voltaire e Napoleone, oggi viene duramente criticato.

A settembre 2018, il Papa si è rifiutato di togliere l’immunità diplomatica al cardinal Ladaria, prefetto per la Congregazione della dottrina della fede, nell’affare delle “coperture” degli abusi da parte del cardinale Philippe Barbarin. Ancor più di recente, il Papa ha rifiutato le dimissioni di Barbarin, arcivescovo di Lione, attirandosi le critiche unanimi della stampa e la costernazione dei cattolici francesi. Secondo un sondaggio della rivista Témoignage Chrétien, a fine marzo 2019, più del 65 per cento dei francesi disapprova la decisione del Papa (e anche il 48 per cento dei cattolici. Ma c’è un altro dato ancora più preoccupante per la Chiesa: l’85 per cento dei francesi vuole cancellare il celibato dei preti (anche il 78 per cento dei cattolici praticanti è d’accordo). E il 78 per cento dei francesi è a favore del sacerdozio femminile, una percentuale che scende solo di poco – 68 per cento – tra i cattolici praticanti.

Il presidente Emmanuel Macron sta rinviando la nomina di un nuovo ambasciatore in Vaticano da più di dieci mesi. Il posto è tuttora vacante. La ministra degli Affari europei Nathalie Loiseau ha detto a marzo: “Attendiamo che la Santa sede si prenda le sue responsabilità”, cioè tolga l’immunità diplomatica a monsignor Ventura. Un attacco senza precedenti al Vaticano.

I faccia a faccia di zia Raffaella. Un tuca tuca è per sempre

Non ci sono più le mezze stagioni, ormai lo sappiamo, ma anche la mezza età parrebbe in via di sparizione, a giudicare dai look sbarazzini di presentatrici che continuano a bardarsi come se avessero venti o trenta primavere in meno. Eppure la mezza età ha i suoi pregi, e pure il suo fascino, come ci aveva dimostrato Marcello Marchesi. Che bella età, la mezza età: basta saperla portare, saper essere signori e signore di mezza età. Questo veniva da pensare davanti al ritorno di Raffaella Carrà, nostra signora del video, nelle vesti di intervistatrice, faccia a faccia con Fiorello. C’è un tempo per ballare, un tempo per cantare e uno per sedere in poltrona; ma perfino il tuca-tuca si può fare in poltrona. C’è un tempo per essere fidanzate degli italiani e un tempo per essere zie. A raccontare comincia tu (Rai3, giovedì, 21.30) è qualcosa di più di una conversazione; è una docu-intervista che intreccia parole e immagini attraverso l’empatia di Raffaella, che parla come balla. Fatale che il primo ospite fosse Fiorello, il nipote ideale, l’ultimo erede della gloriosa tradizione del fu varietà. Un’ora e mezzo di botta e risposta con lei a fingere di stupirsi e a divertirsi sul serio, lui a raccontare il suo apprendistato: il primo applauso non si scorda mai, venditore ambulante di lattuga, cameriere (“dove si impara a sorridere”), barista, animatore e vabbè, il resto lo conosciamo. Due sul divano, e un’unica morale: l’unico vero talent è la vita. Diffidare dalle imitazioni.

Diritti civili, una “zona franca” per M5S e Pd

 

“L’età dei diritti non è mai un tempo pacificato, un luogo dove vivere al riparo da insidie, un serbatoio dal quale attingere senza fatica”

(da Il diritto di avere diritti di Stefano Rodotà – Laterza, 2012 – pag. 103)

 

Con l’approvazione all’unanimità della norma che ha introdotto nel codice penale il reato di porno-vendetta, punendo la diffusione di immagini o video “sessualmente espliciti” senza il consenso della persona ritratta (reclusione da uno a sei anni e multa da 5mila a 15mila euro), il Parlamento più diviso della storia d’Italia ha dato un’apprezzabile prova di compattezza e responsabilità su una delicata questione di cittadinanza che riguarda in primo luogo le donne e poi il popolo di Internet. Ma la tutela di un diritto fondamentale come la privacy, e di tutti gli altri diritti civili, non è soltanto un problema di comunicazione. Rappresenta anche uno spazio politico su cui si può aprire un confronto costruttivo fra maggioranza e opposizione, e in particolare fra il Movimento 5 Stelle e il Partito democratico, come ha dimostrato la successiva votazione sull’ordine del giorno per la castrazione chimica proposta da Fratelli d’Italia contro i reati sessuali, sostenuta dalla Lega e respinta da M5S, Pd e Forza Italia.

Non a caso, alla vigilia della spaccatura avvenuta su questo provvedimento nella maggioranza giallo-verde, il sottosegretario pentastellato agli Affari regionali, Stefano Buffagni, s’era sentito in dovere di annunciare: “Sui diritti siamo diversi da Salvini, ora cambiamo il ddl Pillon”. E poi egli stesso ha aggiunto: “Sull’eutanasia va aperta una discussione perché non possiamo sottovalutare un dolore che per noi è inimmaginabile”. Ma è pur vero che gli elettori “dem” non dimenticano che i Cinquestelle hanno votato contro lo ius soli e a favore della legittima difesa.

Per fare un piccolo test personale, da cittadino e da giornalista, nei giorni scorsi avevo postato su Twitter un breve messaggio auspicando appunto l’apertura di “un confronto fra una parte della maggioranza (M5S) e una parte dell’opposizione (Pd) sul terreno nevralgico dei diritti civili”. Apriti cielo! Ho ricevuto una pioggia di dissensi, proteste, critiche e anche qualche insulto, per lo più da parte di coloro che non accettano neppure l’ipotesi di confrontarsi con i Cinquestelle ed evidentemente non hanno smaltito il risentimento per gli attacchi e le contumelie che hanno subito prima, durante e dopo l’ultima campagna elettorale.

Al di là delle opposte ragioni, ciò non toglie che un dialogo fra quelli che sono i due maggiori partiti nell’attuale Parlamento sarebbe utile e opportuno, per tutelare – come nel caso del revenge porn o dell’eutanasia – interessi generali che superano le rispettive appartenenze. Al momento, sondaggi a parte, il Movimento 5 Stelle rappresenta tuttora un terzo del Paese. E nonostante le sue ambiguità, non c’è dubbio che sul piano dei diritti civili sia diverso dalla Lega di Salvini. Questa potrebbe anche essere, dunque, una “zona franca” per costruire un’alternativa alla destra xenofoba e razzista, senza implicare necessariamente accordi di governo o “contratti” di potere.

Quando si parla di diritti civili, come spiega Rodotà nel libro citato all’inizio, si parla di una “rete di diritti” che riguarda i beni comuni e comprende un’ampia gamma di interessi legittimi, tra cui in primo luogo la tutela dell’ambiente e il pluralismo dell’informazione. Sono questioni vitali della società contemporanea. E la politica, se vuole rispettare la sovranità popolare, deve subordinare a questi interessi anche i propri calcoli e le proprie convenienze.

La regressione culturale a Torre Maura

Esiste una soglia, una linea di confine oltre la quale all’uomo può accadere di regredire al livello bestiale. Non si tratta di una soglia metaforica quanto piuttosto di un perimetro urbano, oltre il quale, coloro che sono costretti a dimorarvi si sentono autorizzati a dismettere le proprie inclinazioni umane in favore di una lotta primitiva per la sopravvivenza.

A Roma, la borgata di Torre Maura sembra collocarsi al di là di quel confine, ed è a questa semplice considerazione geografica che è imputabile buona parte della guerriglia urbana a cui abbiamo assistito in questi giorni. La folla di quei residenti che è insorta di fronte all’arrivo di 77 rom in un centro d’accoglienza – presidiando l’ingresso della struttura con mazze da baseball, minacciando i nuovi venuti con frasi come “Scimmie, vi bruciamo vivi”, dando alle fiamme auto e cassonetti – ha agito scegliendo di ritrasformarsi in branco e di rescindere il contratto sociale.

Il contratto sociale, ricordate? Quell’obsoleto istituto in base al quale tutti gli individui rinunciano ad alcuni diritti naturali, stringendo tra loro un patto con cui scelgono di trasferirli a qualcuno di terzo (lo Stato nella fattispecie e, di conseguenza, la politica) affinché costui garantisca la pace nella società e la possibilità di una convivenza civile.

Ecco, a Torre Maura, così come in tante altre periferie del Paese, il contratto sociale è stato disatteso, perché l’esperienza che il quartiere ha introiettato in tutti questi anni – anni, non mesi, non giorni, questi sono processi che richiedono tempo – è che quel soggetto terzo chiamato a fare da garante al patto non c’è o se c’è è talmente impalpabile e inaffidabile che è come se non ci fosse; e allora tanto vale riappropriarsi di quei diritti inutilmente ceduti a chi non ha saputo custodirli, per tornare al “Bellum omnium contra omnes”, quella guerra di tutti contro tutti con cui Thomas Hobbes tratteggia lo stato di natura.

In questo processo d’involuzione culturale, le istituzioni politiche, le loro promesse, da qualunque parte vengano, lasciano il tempo che trovano: il pulpito ha perduto del tutto la sua autorevolezza. E non è certo l’arrivo di qualche decina di rom, magari sì maldestramente gestito dal Campidoglio per mancanza di preavviso e sovraccarico della zona ma nulla più, ad aver ex abrupto risvegliato questi istinti primordiali di difesa del territorio.

Ciò che ha mosso i comportamenti rabbiosi di coloro che hanno aggredito il gruppo dei nuovi arrivati in via dei Codirossoni non è altro che la lotta per la sopravvivenza della specie. In quest’ottica l’epiteto “scimmie”, più e più volte utilizzato per apostrofare i rom, si spinge oltre la cornice interpretativa del razzismo, con cui in molti hanno catalogato il comportamento dei residenti, ma diventa un modo grezzo di nominare l’alterità di una specie diversa, che in quanto tale va combattuta e allontanata.

Di fronte a una mutazione culturale di tale portata, i piccoli gesti della politica diventano completamente insignificanti: finché un interlocutore non tornerà a essere sufficientemente credibile da riuscire a stipulare nuovamente un patto sociale che permetta alla gente di affidarsi a lui e che faccia smettere i singoli individui di sentirsi tanto in diritto quanto in dovere di ergersi in difesa d’istanze darwiniane bizzarramente rivisitate, qualsiasi progetto d’integrazione o di evoluzione culturale non può che restare una chimera.

Il venezuela nella morsa di Trump

È inutile illudersi che lo scontro tra Stati Uniti e Venezuela arrivi a una veloce resa dei conti. È vero che le opzioni che Trump aveva a disposizione fino a qualche mese fa si sono ridotte. L’operazione Guaidó è stata preceduta da una vasta campagna mediatica tesa a convincere tutti – a cominciare dagli stessi venezuelani – che i guai del Venezuela non derivano dalle feroci sanzioni americane e dal crollo del prezzo del petrolio ma sono esclusiva opera del governo Maduro. Questa campagna è culminata nell’autoproclamazione di Guaidó a presidente ed è fallita.

Solo 50 paesi su 192, in pratica gli Usa e i loro alleati, hanno accolto l’invito di Trump a incoronare Guaidó e quasi nessuno Stato ha disconosciuto l’esecutivo in carica. Non si è verificata, inoltre, alcuna insurrezione popolare a sostegno di Guaidó – un politico che nel momento del suo tentativo di golpe bianco era sconosciuto all’81 per cento dei venezuelani – e le forze armate sono rimaste fedeli a Maduro. Ancora una volta, quindi, sembrerebbe confermata la regola enunciata prima da Lenin e poi dalla baronessa Chorley nel suo capolavoro del 1943 su Gli eserciti e l’arte della rivoluzione: “Nessuna rivoluzione o insurrezione potrà mai imporsi contro un governo in grado di esercitare la sua forza”.

Ma la storia può anche non ripetersi, e la partita tra Usa e Venezuela è tutt’altro che chiusa. Per ottenere il cambio di regime in quel Paese, Trump ha in mano tre carte principali: a) le sanzioni cosiddette secondarie, non ancora inflitte; b) l’azione violenta coperta; c) l’intervento militare diretto. Iniziamo da quest’ultimo, che è l’opzione più forte e, al momento, meno probabile. Lo strumento militare è divenuto quasi impraticabile perché le ultime quattro guerre combattute dagli Stati Uniti hanno creato una catastrofe finanziaria e sono state fiaschi politici (Iraq, Afghanistan e Libia) nonché militari (Siria). Ma siccome l’élite Usa ha ampiamente dimostrato, in politica estera, di saper ripetere gli stessi errori, non è scontato che si astenga dal replicarli con il Venezuela. Allo stato attuale delle cose, sembra prevalere l’opinione pressoché unanime degli strateghi del Pentagono che prevedono nel caso di invasione un esito “tra Vietnam e Iraq”, cioè una facile vittoria immediata seguita da un lungo calvario di umilianti e impopolari sconfitte. Fino alla solita, ignominiosa ritirata. Anche la guerra non dichiarata, coperta, fatta di bande mercenarie, sabotaggi, atti terroristici e assassini politici a tappeto stile Cile anni 70 e Nicaragua anni 80 è un’opzione di arduo successo. L’esercito e l’intelligence venezuelani hanno dimostrato di saper lavorare bene, e un armata mercenaria in marcia verso Caracas dal confine colombiano avrebbe vita dura, anche per via dell’ostilità della popolazione rurale beneficiata dal chavismo.

Rimane l’arma potente delle sanzioni secondarie. Esse sono in grado di portare a termine l’assedio medievale in corso contro l’economia e il popolo del Venezuela, costringendo Maduro a piegarsi di fronte alla fame e alla sete dei suoi concittadini. Questo tipo di sanzioni sono una specialità tutta americana, perché non si limitano a punire i rapporti tra imprese statunitensi e venezuelane, ma sono extraterritoriali, colpendo qualunque soggetto terzo che entri in qualunque tipo di rapporto economico con il Venezuela oppure usi il dollaro per le transazioni con il Paese. Le sanzioni secondarie sono perciò in grado di impedire le vendite di petrolio, bloccare il rifinanziamento del debito estero e interrompere le importazioni di ogni genere di prodotti in un Paese che è sotto questo profilo estremamente vulnerabile.

Il più grave difetto dello chavismo, infatti, è stato quello di non diversificare l’economia puntando all’autosufficienza alimentare e alla crescita di un settore produttivo non petrolifero. La capacità di resistenza del Venezuela a un blocco economico totale è perciò inferiore a quella dell’Iran, soggetto da decenni alle sanzioni secondarie americane, ma provvisto di una robusta non oil economy e di un polmone finanziario a Dubai.

La sorte del Venezuela di Maduro è quindi molto legata, in primo luogo, alle decisioni dei suoi amici esteri maggiori, Russia e Cina, che possono permettersi di ignorare le sanzioni degli Stati Uniti, acquistare il suo petrolio facendo a meno del dollaro e rifornire l’economia venezuelana di quanto essa abbia bisogno. A questi due Paesi si potrebbero aggiungere potenze simpatizzanti del Venezuela come l’Iran e la Turchia, nazioni dotate di apparati manifatturieri pronti a esportare in Venezuela e antagonizzate di recente da Trump. Ma il fattore tempo è qui decisivo, e non gioca a favore di Maduro. Se il suo governo non riesce ad accompagnare la svolta economica verso il mondo non-americano con un piano nazionale di sicurezza alimentare da attuare nell’arco di un anno, è la barbarie delle sanzioni che rischia di avere l’ultima parola.

Mail Box

 

Elezioni, appello per una lista unitaria della Sinistra

Carissimi Beatrice Brignone, Nicola Fratoianni, Elena Grandi, Maurizio Badiali e Maurizio Acerbo, arrivano le elezioni europee e di nuovo non siamo pronti. Negli ultimi mesi tutti i leader di Sinistra hanno fatto appelli per un progetto che rispondesse a chi pensa che in Italia serva una Sinistra vera. Si sono immaginati scenari unitari sempre sfumati mentre non è sfumata la speranza di poter costruire qualcosa che rappresentasse tutte e tutti. Ora scopriamo che ci saranno due liste a Sinistra del Pd uguali in interessi, programma, collocazione e poche speranze di superare il 4%. Di nuovo le nostre aspettative non avranno voce e i nostri partiti lo rendono pubblico mentre:

– a Roma qualcuno, sobillato dai fascisti, calpesta cibo pur di non farlo mangiare ad altre persone e l’unico argine al continuo sdoganamento di razzismo e fascismo potremmo essere Noi, insieme;

– in Sardegna si ritrova il cadavere di un capodoglio con oltre 20 chili di plastica in pancia;

– altre donne vengono uccise da chi diceva di amarle e la Destra chiede più libertà nella vendita di quelle armi che le hanno uccise;

– avremmo voluto festeggiare un accordo forte sui nostri temi: una Sinistra Giovane, Femminista, Ecologista e per i Diritti Sociali e Civili di tutte e tutti.

Non è finita, noi continuiamo ad avere fiducia nei nostri dirigenti e speranza che le nostre voci siano ascoltate; soprattutto dopo la bellissima giornata di Verona che ha dimostrato come nella base l’unità esista già. È una corsa contro il tempo ma convergiamo sui valori: allora la possibilità di un’unica Lista c’è e vogliamo che il lavoro continui fino all’ultimo momento possibile.

Michele Foggetta (Sinistra Italiana Sesto San Giovanni) e Laura Incantalupo (Possibile Sesto San Giovanni)

 

Il consenso elettorale non può condizionare tutto

Temo che per le attuali democrazie occidentali malate, e per prima l’Italia, che fra corruzione, indecisioni, scelte rimandate, promesse deluse stanno dando il peggio di sé, non ci sia che una soluzione: trovare una formula elettorale che separi il voto dal consenso e lo leghi solo ai programmi, che renda indipendenti le scelte di governo dalla paura di non essere rieletti. Ragionando in astratto, si dovrebbero prevedere legislature di 8 o 10 anni non ripetibili, quindi nessuna paura di mancata rielezione per scelte impopolari ma necessarie, ma con un possibile e doveroso correttivo anti dittatura: quando le opposizioni riuscissero a ottenere in 6 mesi un 5% di firme per un referendum, questo referendum sul governo potrebbe o confermare gli attuali governanti fino alla fine del mandato univoco o mandare tutti a nuove elezioni. In questo modo le scelte di governo non sarebbero più così tremebonde e altalenanti, sotto la spada di Damocle del consenso da conquistare e mantenere a ogni provvedimento, ma suffragate solo dai programmi e da un sostegno non coercibile, non ricattabile e meno ballerino. Non assisteremmo a infiniti e compromessi al ribasso e retromarce, con le lobby che si insinuano ovunque. Ma si arriverà mai a una simile legislazione? Temo che al potere e alla corruzione non farebbe comodo.

Enrico Costantini

 

Crisi in Libia: che farà la tanto decantata Unione europea?

Gentile direttore, il generale Haftar, che ha il controllo di Tobruk e della Cirenaica, sostenuto da Francia e Russia è pronto ad attaccare Tripoli, il cui governo, riconosciuto dall’Onu, è appoggiato dall’Italia. Suscita sconcerto e preoccupazione, non tanto il coinvolgimento della Russia che non fa parte della Ue, quanto piuttosto quello della Francia, che in Africa fa il bello e il cattivo tempo alla faccia degli altri partner europei. Ovviamente, i “competenti” ci danno a intendere che esiste una Ue in cui i rapporti tra gli Stati sono paritari e idilliaci… Ogni riferimento a Macron, detto il “furbon”, è puramente casuale. Quanto avviene è la dimostrazione che la tanto decantata Europa è sia una espressione geografica sia uno specchietto per le allodole.

Maurizio Burattini

 

A causa di un refuso numerico, nell’articolo sui deputati dell’Europarlamento è stato attribuito a Barbara Spinelli 99,8 di presenza. Il dato corretto è 98,89 come riportato da VoteWatch. Spinelli risulta in realtà settima, mentre i primi 4 sono in ordine i deputati pd Caputo e Briano (indicati con la percentuale corretta nell’articolo) e poi Danti e De Monte. L’errore numerico non cambia il dato sostanziale, che vede la Spinelli ai primi posti nel registro delle presenze e i democratici, in ogni caso, nella parte più alta della classifica.

Nella grafica che accompagnava poi l’articolo, Piernicola Pedicini viene indicato erroneamente come eurodeputato Pd e non M5S (come correttamente indicato nell’articolo). Ce ne scusiamo con gli interessati e con i lettori.

FQ

Plastica. È sbagliato demonizzarla, ma bisogna denunciarne i troppi abusi

 

Gentile Dottor Ciconte, leggo sul Fatto il Suo interessante articolo sull’utilizzo della plastica, in particolare sulle confezioni in plastica, buste e vaschette di insalata, e mi permetto di farLe avere qualche mia considerazione in merito.

Oggi si parla molto di plastica, quasi esclusivamente con riferimento al suo impatto negativo sull’ambiente; impatto che indubbiamente esiste (penso alla plastica negli oceani) laddove questo materiale durevole nel tempo non viene avviato al corretto percorso di smaltimento. Tale percorso, tuttavia – questa la mia prima considerazione – non dipende affatto dal materiale in sé, ma dall’uso che ne facciamo come cittadini, come istituzioni e come Enti preposti appunto allo smaltimento delle plastiche. Ogni volta che si sottolinea la gravità del problema occorrerebbe perciò richiamare tutti alle proprie responsabilità, che consentirebbero il recupero della plastica e il suo riutilizzo, in linea con il modello ecologico di economia circolare, evitandone la dispersione nell’ambiente. Vorrei anche ricordare che la plastica è la soluzione a più bassa emissione di Co2 nel ciclo di vita per innumerevoli applicazioni, comprese quelle alimentari. Trasportare la plastica, materiale leggero per antonomasia, ha un minore impatto sull’ambiente, per non parlare del suo contributo insostituibile alla riduzione degli sprechi alimentari. Anche le serre – alcune con la copertura in plastica – cui Lei fa riferimento hanno un ruolo importante dal punto di vista ambientale: anticipando i tempi delle colture, infatti, aumentano la produttività dei terreni, tutelando ad esempio le aeree boschive.

Infine, con riferimento ai lavaggi su larga scala a livello industriale, essi generalmente consumano meno acqua per kg di prodotto rispetto alla somma dei lavaggi che ognuno di noi fa nel nostro lavello di casa. L’argomento dunque è molto complesso e, specie di recente, trascuriamo di considerare la plastica e il suo inestimabile contributo alla qualità della nostra vita: dimenticando che ciascuno di noi può impegnarsi per usare meglio la plastica, senza doversene privare.

Massimo Covezzi, Presidente Federchimica PlasticsEurope Italia

 

Gentile dottor Covezzi, giusto affrontare il tema senza demonizzare questo materiale, il cui uso ha comportato anche dei vantaggi. Dobbiamo però porci seriamente il problema dell’abuso che se ne fa, perché di questo si tratta: vendere un’arancia, magari già sbucciata, in un contenitore di plastica è piuttosto singolare, dal momento che la miglior confezione l’ha già creata la natura, ed è la sua buccia. Allo stesso modo non si tratta di demonizzare le serre, quanto di capire l’abuso che se ne fa: settemila ettari di serra in un territorio complesso come la Piana del Sele, sono indubbiamente insostenibili.

Fabio Ciconte

Rissa tra detenuti a Salerno, ferita anche la direttrice

Forti tensioni e diversi feriti, di cui uno ricoverato in codice rosso, ieri, nel carcere di Salerno, a causa di una violenta rissa che ha visto contrapposta una ventina di detenuti – secondo quanto si apprende – appartenenti a gruppi contrapposti di salernitani e napoletani. Lo ha reso noto il sindacato Uspp. Le violenze, che sarebbero scoppiate per ribadire la leadership nell’istituto di pena, si sono verificate nella prima sezione, dove sono reclusi detenuti per reati comuni: tra coloro che hanno riportato delle contusioni figura anche la direttrice, Rita Romano. La rissa è stata sedata dopo qualche ora, dal personale in servizio nell’istituto di pena, anche grazie all’apporto di rinforzi del nucleo operativo. Sempre secondo quanto si apprende, i detenuti di una delle fazioni sono riusciti ad arrivare in contatto con i rivali dopo essere entrati in possesso delle chiavi dell’area detentiva dove si trovavano gli antagonisti. “Chiediamo all’amministrazione penitenziaria la rimozione del comandante di Reparto”. Così, il segretario nazionale dell’Uspp, Giuseppe Del Sorbo, commenta la rissa tra detenuti scoppiata ieri nel carcere di Salerno.

Eravamo quattro amici al bar (giovani e annoiati) che volevano tirare molotov agli immigrati

Eravamo quattro amici al bar, a lanciare molotov ai migranti. Pare sia andata così: metti un venerdì sera da tirare fino a tardi, la noia, le sparate razziste che senti alla tv e sui social. Come prendersi una birra o andare in discoteca. Invece un gruppo di ragazzi genovesi hanno rischiato di dare fuoco a un centro di accoglienza con 24 richiedenti asilo. Adesso i quattro sono accusati dai pm di Genova di incendio doloso aggravato dall’odio razziale e fabbricazione e porto di arma da guerra (la molotov). Ragazzi tra i diciotto e i vent’anni; senza, pare, appartenenza politica. Tutti in quell’età limbo tra la fine della scuola e la ricerca del lavoro. Alle spalle famiglie “normali”, gente che vive nell’entroterra genovese. A Davagna. Vite come tante, ha scritto Il Secolo XIX: “Avevamo trascorso la serata insieme – ha raccontato uno di loro alla Digos – abbiamo bevuto parecchio e abbiamo deciso di chiuderla così, per divertirci. Io tra l’altro mi ero mezzo addormentato in macchina…”. Tre esecutori e un testimone, almeno stando alle parole del ragazzo. Chissà se è vero, nel gruppo è cominciato lo scaricabarile. Così sono andati davanti a Casa Apollaro, a Davagna. Una struttura gestita dalla Ceis, organizzazione apprezzata per l’assistenza a tossicodipendenti, poveri, immigrati. I quattro amici hanno lanciato la molotov contro l’edificio. Nel cuore della notte si è sviluppato un incendio che ha provocato il panico tra gli ospiti. Per fortuna le fiamme sono state spente subito, è bruciata una bandiera. Poteva andare peggio. Per questo la Digos ha indagato senza sosta partendo dalle telecamere di sorveglianza che hanno ripreso la Panda di uno dei ragazzi. Decisivo sarà l’esame di pc e telefonini per capire se ci siano legami con gruppi razzisti. Poi ci saranno gli interrogatori. Quattro ragazzi normali, pare, almeno fino al 22 febbraio. Adesso la loro vita è cambiata: rischiano anni di galera.

Torre Maura, via tutti i rom: oggi due cortei contrapposti. I pm indagano per odio razziale

Non ci sono più rom nell’ex clinica fisioterapica di Torre Maura a Roma est. L’ultimo pulmino se n’è andato ieri come promesso dalla sindaca Virginia Raggi in settimana. Le famiglie sono state distribuite su tutto il territorio di Roma a gruppi di 6-7 persone. Tutti hanno accettato le destinazioni assegnate, tranne due famiglie, che mercoledì hanno deciso di farsi lasciare su via Casilina per “sistemarsi autonomamente”. La protesta però continua. Ieri sera Forza Nuova ha esibito il solito rito di fumogeni, cori e saluti romani. Ma le maggiori preoccupazioni sono attese per oggi. Alle 10, in via Codirossoni, arriveranno militanti di Casapound da tutta Roma per la manifestazione cittadina. Alla stessa ora e a pochi metri di distanza, in Piazzale delle Paradisee, la marcia organizzata dall’Anpi alla quale hanno aderito Cgil, Arci e Libera, cui in serata si è aggiunto anche il M5S Roma, per una sorta di asse “giallorosso” in netta contraddizione con il “gialloverde” di governo. Le doppie manifestazioni preoccupano la Prefettura. Ieri al Comitato per l’Ordine e la Sicurezza il questore di Roma, Carmine Esposito, ha spiegato che “è meglio garantire il diritto a manifestare e tenere gli eventi sotto controllo che rischiare la guerriglia urbana”.

Come detto, gli ospiti del centro sono stati distribuiti su Roma per piccoli gruppi. Eppure, alcuni rumor che indicavano il quartiere di Casalotti come destinazione dei rom hanno scatenato Casapound. Ieri pomeriggio, la tartaruga frecciata ha tenuto un sit-in nella periferia ovest contro l’arrivo delle famiglie, stessa cosa farà domani la Lega.

Nel frattempo, la Procura di Roma sta continuando a indagare per danneggiamenti con l’aggravante dell’odio razziale (articolo 604 ter). Gli inquirenti stanno passando al vaglio le telecamere per identificare i partecipanti alla protesta. Per ora non ci sono indagati. Fra le persone attenzionate risultano esserci membri di Casapound, Forza Nuova e Azione Frontale.