Busta esplosiva al leghista Sciretti alla Lavazza, Ferrero e Vergnano

È il secondo plico esplosivo nell’arco di cinque giorni, anche questo fittiziamente inviato dall’indirizzo “Scuola A. Diaz – Genova”. Dopo la sindaca di Torino, Chiara Appendino, il destinatario della minaccia è Alessandro Sciretti, 29 anni, capogruppo della Lega nella Circoscrizione 6 della Città. Il plico esplosivo è arrivato ieri alla circoscrizione nel cui territorio rientra l’Asilo, il “covo” di anarchici sgomberato il 7 febbraio scorso. Un’impiegata l’ha presa, l’ha trovata strana e ha dato l’allarme. Non sembra casuale il riferimento alla scuola di Genova in cui la polizia picchiò molti partecipanti al G8 del 2001. Sciretti è colui che, dopo le violente proteste di sabato 9 febbraio, scrisse su Facebook: “Ci vorrebbe un po’ di scuola Diaz”. Il giovane leghista venne contestato e fece marcia indietro, ma le proteste contro di lui non si fermarono. Alcuni anarchici protestarono sotto casa sua e su un muro del quartiere comparve una scritta: “Sciretti: per noi Diaz? Per te P.le Loreto”. Su quest’ultimo plico si sono messi al lavoro gli agenti della Digos, che stanno indagando anche su quello destinato agli uffici di Appendino. Sul primo episodio la procura ha avviato un’inchiesta ipotizzando due reati: minaccia e fabbricazione di materiale esplodente. La polizia, inoltre, ieri è intervenuta anche per un’altra busta sospetta arrivata dal Belgio alla sede della Lavazza, che si trova a pochi passi dall’Asilo. All’interno c’era della polvere verde e un biglietto in inglese con una richiesta di soldi per non inquinare il caffè. In serata buste analoghe anche alla Vergnano di Santena e alla Ferrero di Alba. Gli investigatori escludono che i mittenti siano gli stessi anarchici, presunti autori dei plichi esplosivi, perché altre missive simili sono giunte nei giorni scorsi ad altri grandi produttori di caffè e ad aziende cosmetiche. Forse si tratta di gruppi europei di ecologisti radicali.

Intimidazioni e aggressioni alla politica. Sempre più numerose le minacce al Nord

574 minaccesolo nel 2018, manifestatesi prevalentemente sotto forma di incendi, aggressioni, danneggiamenti ai beni personali (auto, case, territori di proprietà) e provocazioni verbali: i numeri delle intimidazioni mafiose alla Pubblica amministrazione sono quelli di un’emergenza, ma nessuno ne parla. O quasi. Nel Rapporto 2018 “Amministratori sotto tiro”, presentato ieri a Roma e redatto da Avviso Pubblico, associazione che nasce con l’obiettivo di creare una rete tra enti locali e Regioni per la formazione civile contro le mafie, si legge che l’anno era stato inaugurato dall’incendio di una palazzina comunale che avrebbe dovuto ospitare 37 richiedenti asilo a Spietoli, comune marchigiano, il 1º gennaio. L’ultimo atto di violenza nei confronti delle istituzioni si è registrato il 31 dicembre a Napoli, con la quinta minaccia dell’anno al consigliere regionale Francesco Borrelli (del partito dei Verdi). Un fenomeno trasversale che coinvolge tutte le regioni della penisola, a eccezione solamente della Val d’Aosta: gli atti intimidatori sono maggiormente concentrati al Sud, con la Campania che fa da capolista, ma stanno prendendo piede e rafforzandosi anche nel Settentrione, che nell’ultimo anno ha registrato il dato di intimidazioni più alto della sua storia (34%), la maggior parte delle quali in Toscana. Al terzo posto della classifica nazionale troviamo la Puglia, sebbene la regione abbia registrato un leggero calo percentuale nell’ultimo anno e può vantare esempi virtuosi, come quello di Pierpaolo D’Arienzo, il sindaco di Monte Sant’Angelo: sin dal primo giorno del suo mandato, il primo cittadino è stato vessato dalla criminalità organizzata, ma non si arrende. Nemmeno dopo che la Sacra Corona Unita ha bruciato la sua auto, la stessa macchina in cui tempo addietro aveva partorito sua moglie, il luogo della nascita di sua figlia. Nemmeno dopo che ha ricevuto lettere di minaccia, con allegato un teschio. 38 anni e il coraggio di resistere: “non lasciateci soli”, è il grido del sindaco. E proprio con questa intenzione nasce l’idea del rapporto annuale da parte di Avviso Pubblico: “il senso di solitudine, se combinato ad una parvenza di impunità, produce come risultato un disincentivo per le persone oneste a candidarsi e partecipare attivamente alla vita politica”. A leggere il rapporto ci troviamo di fronte una realtà che ha poco spazio sui media e nelle agende dei politici: dal 2011, anno del primo rapporto, gli atti intimidatori, di minaccia e violenza sono cresciuti del 170%. Sono in netto aumento le aggressioni veicolate dai social network, specialmente quelle rivolte alle donne. L’identikit dell’amministratore sotto tiro è quello di un sindaco di un Comune medio-grande (oltre 50mila abitanti), ma ad essere colpiti sono anche i dipendente della Pubblica Amministrazione: questo denota l’intenzione di bersagliare l’apparato amministrativo nella sua totalità. “Nel dialetto siciliano, la parola ‘cosca’ indica la fitta corona di foglie del carciofo” – spiega al termine dell’incontro il Generale Giuseppe Governale, direttore della Dia – “Non viene utilizzata dai clan casualmente: vogliono comunicare che loro sono uniti, compatti, una cosa sola. E, nel combatterli, dobbiamo essere una cosa sola pure noi”.

Radicalizzato in cella “Italia di merda, sono pronto al martirio”

Bellal Badr, un rapinatore seriale di 23 anni raggiunto da un provvedimento di sorveglianza speciale che si attiverà al termine della sua condanna, prevista per settembre 2019, perché ritenuto “a rischio di radicalizzazione”. Nel 2017 è stato protagonista di tre episodi violenti. Il primo a settembre, quando si è attardato nel cortile al momento del rientro dell’ora d’aria e quando la guardia gli si è avvicinato lo ha colpito con un pugno e ferito al volto con una lametta. Il giorno dopo, mentre le guardie soccorrevano un altro detenuto che si era infortunato, lui ha preteso l’installazione di un televisore in cella e al rifiuto li ha aggrediti dando fuoco ad alcuni stracci e urlando: “Italiani di merda, questa è la considerazione che avete di noi. Vi ammazzo tutti, sono nato martire e morirò martire. Allah Akbar”. Nel 2018, infine, assieme a tre compagni di cella ha ferito 11 agenti utilizzando bombolette e accendini. Il giovane, hanno spiegato in questura, ha padre egiziano e madre tunisina ma è nato a Milano e ha cittadinanza italiana. Il provvedimento del Tribunale di sorveglianza fa riferimento alla sua attività di rapinatore ma la polizia lo ritiene soggetto “dalla potenziale radicalizzazione” a causa della frase urlata nel 2017.

“Mafiosi e trafficanti di droga al lavoro negli appalti pubblici”

Il bar affaccia sul Naviglio. E più che per il caffè, il locale è noto perché a gestirlo ci sono alcuni giovani parenti della cosca Sergi di Platì. Siamo a Corsico, roccaforte della ‘ndrangheta a sud di Milano. Il Comune oggi corre verso il commissariamento, dopo le dimissioni – due giorni fa – del sindaco Filippo Errante, eletto nel 2015 con una coalizione Lega-Fratelli d’Italia. La crisi ora è prima di tutto politica, ma a Corsico, comune limitrofo a quello di Buccinasco, è la permeabilità della Pubblica amministrazione alla presenza dei clan il problema. Proprio su questo, da tre mesi, negli uffici del Comune è al lavoro una Commissione ministeriale.

Relazioni pericolose maturate sul territorio e non emerse da indagini giudiziarie: nessuna richiesta di arresto, nessun indagato. Una sagra di prodotti calabresi organizzata da commercianti vicini alla ’ndrangheta, una lista elettorale con il nipote del boss, lavori pubblici appaltati ad aziende con dipendenti pregiudicati per associazione mafiosa, traffico di droga e armi, frodi in pubbliche forniture, gioco d’azzardo e altri reati spia. E ancora: imprenditori incensurati in contatto con i nuovi manager delle cosche della Locride e aziende in lizza già finite nel vortice romano di Mafia Capitale. Senza dimenticare il settore immobiliare, terreno di conquista di politici e figli dei boss.

La storia ha un prologo. Amministrative 2010. Nella lista “Vivere Corsico” corre Marco Molluso, pregiudicato per droga e nipote di due boss della ‘ndrangheta: i fratelli Giosofatto e Francesco Molluso. Il primo, coinvolto nell’inchiesta Infinito del 2010; il secondo, nella maxi-operazione Nord-sud del 1993. Il giovane Molluso sarà il terzo dei non eletti. Presidente e candidato della lista è Filippo Errante: il futuro sindaco. Nel 2016, la sua poltrona si fa bollente con il caso del patrocinio al Festival dello Stocco di Mammola, in Calabria, organizzato da personaggi imparentati con la cosca Perre, a sua volta federata con la potente consorteria dei Barbaro-Papalia di Platì. La delibera del patrocinio viene firmata e poi revocata. Nel 2017 la giunta viene azzerata, anche se Errante resta in sella fino alle dimissioni di due giorni fa. A Corsico, l’incrocio di attività economiche e mafiose tocca l’intero arco dei servizi pubblici del Comune: dai rifiuti all’illuminazione, dalle mense scolastiche alla manutenzione delle strade. Il tutto a partire dal 2015. Il servizio di igiene urbana, per esempio: qui Amsa, la municipalizzata del Comune di Milano, ha un contratto per circa 20 milioni di euro dal 2015 al 2021. Per oltre un anno viene fatto un subcontratto a una società che si occupa del trasporto di rifiuti ingombranti: l’azienda, con sede in Campania, è iscritta alla White list. Peccato che, fra le maestranze, circa 20 abbiano precedenti per associazione mafiosa: molti originari di Gela, in Sicilia. Anche altre due società che hanno lavorato per Amsa, pur avendo regolare iscrizione in White list, mostrano criticità: in un caso sono emersi contatti di affari tra i titolari e le giovani leve della cosca Barbaro-Papalia; nell’altro, l’impresa, con sede ad Assago (Mi), ha avuto dipendenti pregiudicati per mafia, fra cui un siciliano condannato a 15 anni di carcere per 416-bis e per occultamento di cadavere. Capitolo illuminazione: un appalto da 10milioni di euro per 20 anni. Nel 2016 vince la Gemmo spa, società pulitissima con sede nel Vicentino. Per la Gemmo ha lavorato la Im3 srl, riconducibile ai parenti di Nicola Lucà, coinvolto nell’inchiesta Infinito e ritenuto dalla Procura appartenente alla locale di ‘ndrangheta di Cormano. La storia si ripete nel settore pulizie degli uffici comunali. Qui il censimento è rapido: i lavori vengono affidati alla Miorelli service. La società, nel tempo, ha avuto 130 dipendenti su circa 4mila con precedenti per droga, armi, usura, gioco d’azzardo e pure qui non mancano quelli per associazione mafiosa. Tra questi, anche una donna-boss condannata in primo grado perché collegata al clan Capriati di Bari. Stesse opacità negli appalti delle mense scolastiche e affini: per la società che si aggiudica il contratto hanno lavorato Pasquale Perre e Domenico Zinghini, entrambi collegati alla ‘ndrangheta di Platì trapiantata sul Naviglio. Quasi 20 milioni di euro, fino al 2027, costa al Comune il servizio di ristorazione, pulizie, portierato e bidelleria. La gara ancora deve essere affidata. L’offerta più vantaggiosa è stata fatta dall’Ati composta da due società, la Vivenda Spa e La cascina global service, destinatarie di interdittive antimafia (poi revocate) perché coinvolte nell’inchiesta Mafia Capitale.

Poi c’è il settore immobiliare che qui a Corsico rappresenta la vera passione dei politici e degli eredi della ‘ndrangheta. Parenti dei boss e politici però non compaiono nelle stesse società. Marco Molluso nel 2015 apre un’agenzia immobiliare. Case, terreni e anche bar. Ecco poi Vincenzo Cirulli, presidente del consiglio comunale e già nella lista politica di Molluso. Cirulli ha avuto e ha interessi in diverse agenzie immobiliari, spesso in società con altri politici. Nella Chiesetta immobiliare è in società con Luigi Rapetti, consigliere comunale della vicina Buccinasco in quota Fratelli d’Italia. Rapetti, già nella lista “Vivere Corsico”, a sua volta è socio nella Res Real estate srl con Antonio Saccinto, ex assessore di Corsico.

Lo stesso Saccinto qualche mese fa ha partecipato al funerale di un noto personaggio legato al milieu ‘ndranghetista della zona. Sempre Rapetti a dicembre ha iniziato i lavori per aprire una agenzia immobiliare nei locali che nel tempo hanno ospitato esercizi commerciali (un parrucchiere e due bar) riconducibili alla cosca Papalia. I muri sono di un siciliano incensurato, il quale ha dato in locazione immobili a personaggi legati al clan Barbaro-Papalia. Succede per un capannone di Buccinasco dato a Giuseppe Monteleone titolare della Gm Gomme. Qui nel 2012 ha lavorato Rocco Barbaro detto u Sparitu, ritenuto il referente al nord della ‘ndrangheta e oggi in carcere con una condanna per mafia.

L’assedio è evidente. Iniziato non ieri, ma già dal 2011, quando l’indagine Platino certificò contatti tra l’allora ex sindaco Pd Lino Graffeo e personaggi vicini alla cosca Papalia. Graffeo non fu mai indagato. E così la storia è andata avanti. Fino ai giorni nostri.

Sergio Zanotti libero dopo tre anni in Siria. Oggi in Procura

Tre anni: è quanto è durato il sequestro di Sergio Zanotti, 57 anni, imprenditore di Brescia rapito in Siria nell’aprile del 2016 e liberato ieri. Una storia misteriosa a partire dal sequestro, annunciato con un video diffuso in Rete dal sito russo Newsfront il 15 novembre 2016, in cui l’uomo appare inginocchiato, con alle spalle un uomo incappucciato che imbraccia un mitra, mentre dice di essere prigioniero da sette mesi in Siria e chiede al governo di intervenire per la liberazione. A maggio del 2017 appare un nuovo video, con Zanotti sempre in ginocchio con alle spalle due uomini armati vestiti di nero. “Oggi è il primo maggio. Mi chiamo Zanotti Sergio. Questo è il secondo richiamo che mi lasciano fare”, le sue parole. L’uomo è originario del Bresciano, ma residente nel Bergamasco. Due matrimoni falliti alle spalle, un periodo agli arresti domiciliari e una condanna per evasione fiscale nel suo passato; e tre figlie con le quali sembra avesse rotto da tempo. Era partito per la Turchia, confine con la Siria, nell’aprile 2016 per imprecisate ragioni di lavoro. Tra le ipotesi, anche quella che il viaggio fosse finalizzato a reperire soldi per un debito accumulato. Atterrato ieri sera a Ciampino sarà sentito oggi in procura a Roma.

Caso Mediolanum, i pm: “Archiviare Silvio Berlusconi”

La Procura di Roma ha chiesto di archiviare il procedimento nei confronti di Silvio Berlusconi e delle altre persone coinvolte nell’inchiesta sulla sentenza Mediolanum. Secondo i pm non ci sono prove che il leader di Forza Italia, indagato per corruzione in atti giudiziari, abbia pagato un giudice del Consiglio di Stato per ottenere un verdetto favorevole.

La vicenda inizia dopo la condanna definitiva per frode fiscale dell’ex premier, quando la Banca d’Italia impone a Berlusconi di cedere il 20 per cento di Banca Mediolanum. Berlusconi ricorre al Tar, ma perde. Però, successivamente, grazie al ricorso presentato davanti ai giudici del Consiglio di Stato, ottiene prima una sospensiva, nel dicembre 2015, poi una sentenza favorevole, il 3 marzo 2016.

Era questo il verdetto finito nel mirino dei magistrati romani che nei mesi scorsi avevano iscritto nel registro degli indagati Silvio Berlusconi, ma anche Roberto Giovagnoli, giudice estensore della sentenza del 3 marzo 2016, l’ex funzionario della Presidenza del Consiglio Renato Mazzocchi, e l’avvocato romano Francesco Marascio.

L’indagine è partita da una perquisizione disposta, nell’ambito di una differente inchiesta, il 4 luglio 2016 quando la Guardia di Finanza bussa anche alla porta di Mazzocchi. Qui gli investigatori trovano una busta con dentro 230 mila euro in contanti e alcuni appunti che riguardano la sentenza Mediolanum.

In uno di questi in sostanza è scritto: “Ho parlato con B. il quale mi ha detto che il relatore del 4 dicembre è lo stesso del 24 gennaio”. Per gli investigatori “B.” non è Berlusconi, ma sospettano che il “relatore” citato sia Roberto Giovagnoli. A raccontare la destinazione finale del denaro trovato a casa di Mazzocchi è stato poi Piero Amara, ex legale dell’Eni, che nell’ambito dell’inchiesta sulle sentenze pilotate al Consiglio di Stato ha patteggiato una pena a 3 anni di reclusione.

L’ avvocato ha raccontato di aver saputo dall’ex giudice amministrativo Nicola Russo, attualmente ai domiciliari, che i soldi ritrovati da Mazzocchi erano destinati al giudice Giovagnoli. Amara inoltre aveva detto di aver saputo che Denis Verdini, ex parlamentare di Ala, sarebbe stato contattato per riferire a Berlusconi che in realtà il denaro non era arrivato a destinazione. Una versione che Verdini quando è stato interrogato ha smentito, mentre Russo si è avvalso della facoltà di non rispondere.

Dalle indagini successive poi non sono emerse prove che confermassero le parole di Amara. Inoltre non vi è prova di flussi di denaro provenienti da Berlusconi o da persone a lui vicine. Da qui la richiesta di archiviazione nei confronti di tutti gli indagati. Adesso sarà il gip a decidere se condividere o meno l’impostazione dei pm.

Intanto, sempre dalle parole di Amara, è stato aperto un nuovo fascicolo di indagine a Perugia. I magistrati hanno ricevuto gli atti dai colleghi romani.

L’inchiesta mira ad accertare quanto raccontato ad Amara da Francesco Loreto Sarcina, ex Aisi. L’uomo avrebbe chiesto all’avvocato denaro con cui corrompere i pm di Roma che nel frattempo stavano indagando su di lui.

Il 17 giugno scorso Amara, interrogato, racconta di aver consegnato 30 mila euro a Sarcina “in un convento di suore in Via Druso. Ci riceveva una suora anziana, ci faceva accomodare e parlavamo con lui”. In cambio del denaro l’avvocato aveva ricevuto una chiavetta, gettata poi nel Tevere, contenente l’informativa finale redatta sul suo conto dai finanzieri.

L’ex Aise aveva chiesto anche centinaia di migliaia di euro. “A chi avrebbero dovuto essere consegnate tali somme?” chiedono i pm. Amara risponde: “Erano stupidaggini. Sulla circostanza vera della consegna della chiavetta cominciò a rappresentare una serie di circostanze non credibili”. I magistrati romani insistono: “A chi avrebbero dovuto essere consegnate tali somme di denaro?”. E Amara: “A uno dei componenti del pool di pubblici ministeri, ma lo ribadisco erano sciocchezze cui non andammo dietro”. Terminato quel verbale gli atti sono stati trasmessi a Perugia. Il fascicolo è stato aperto, ma nessun riscontro è stato trovato.

Inchiesta De Vito, i fratelli Toti interdetti per sei mesi

Interdizione dall’esercitare l’attività imprenditoriale per sei mesi. Così ha deciso il gip di Roma per i fratelli Pierluigi e Claudio Toti – ai vertici della Silvano Toti Holding spa – travolti dall’inchiesta della Procura di Roma sul presunto “sistema” corruttivo dell’ex presidente dell’Assemblea capitolina Marcello De Vito e del suo amico, l’avvocato Camillo Mezzacapo. Allo stato i fratelli Pierluigi e Claudio Toti, rispettivamente presidente e vice presidente del Cda della Silvano Toti Holding spa, rispondono di traffico di influenze illecite. Stando ai pm avrebbero “pagato” De Vito e Mezzacapo per ottenere un via libera al progetto di riqualificazione degli ex Mercati Generali di Roma. In particolare, si legge nel capo di imputazione, “Mezzacapo e De Vito, sfruttando le relazioni di quest’ultimo (…) si facevano indebitamente promettere e quindi dare da Pierluigi Toti e Claudio Toti (…) la somma di denaro di euro 110 mila (…) sotto forma di corrispettivo di incarico professionale conferito dalla società Silvano Toti allo studio legale di Mezzacapo e da quest’ultimo trasferito, per 48mila 800 euro” sul conto della Mdl Srl, la società ritenuta dai pm “cassaforte” di De Vito e Mezzacapo.

Tre domande a Claudia Zanella

Claudia Zanella, come è venuta in contatto con Tania Sanchez Diaz, la testimone della difesa del suo ex marito Fausto Brizzi?

Mi ha contattato su Facebook Alessandro Rosica, che io non conoscevo, e mi ha detto che aveva informazioni importanti su Fausto perchè la sua migliore amica, Tania Sanchez, era stata contattata da qualcuno per parlare male di mio marito, per dire che era stata abusata, circostanze false perchè Tania non conosceva mio marito. Ho detto che se era la verità dovevano venire a testimoniare. La Sanchez mi ha spiegato che non aveva soldi e così le ho pagato il biglietto da Madrid a Roma. Lei una mattina è venuta a Roma, ci siamo incontrate al bar con l’avvocato, lei ha fatto la testimonianza e poi è ripartita la sera. Quindi lo scopo non era farsi una vacanza qui. Non ha avuto un euro da noi.

Che interesse avrebbe una sconosciuta a firmare gratis un verbale con una storia falsa che favoriva suo marito?

Quando Le Iene hanno detto che la sua testimonianza era falsa, io sono caduta dalle nuvole. Anche dopo la trasmissione, lei mi ha detto che quanto aveva dichiarato a noi era vero. L’ho sentita una decina di giorni fa.

Perchè le ha regalato una borsa Gucci?

Quando è venuta a testimoniare mi ha detto che aveva perso una giornata di lavoro, mi sembrava una cosa carina da fare. È un piccolo portafoglio, mi sembrava il minimo.

Tania dice che lei avrebbe spedito il regalo in forma anonima, perché?

L’ho fatta spedire dall’assistente di mio marito, l’ho fatta comprare da lei. Ma poi le ho mandato un messaggio, quindi sapeva che ero stata io.

Perchè avrebbe dovuto inventare da sola la versione fornita all’avvocato di suo marito? Le hanno chiesto soldi?

Se fosse stato per i soldi, me li avrebbero chiesti immediatamente. Invece i soldi me li ha chiesti Rosica, ma un anno dopo la testimonianza. Mi ha detto che aveva problemi economici e mi ha chiesto 2 mila, 2500 euro.

Li ha avuti?

Assolutamente no, ho tutti i Whattapp. Gli ho detto che non potevo dare i soldi a un testimone. Rosica lo ho sentito ieri e mi ha detto che voleva denunciare Tania perchè è lei che si è inventata tutto. È una situazione assurda. Non so darmi una spiegazione.

Falsa testimonianza, indagata la donna che ha difeso Brizzi

Tania Sanchez Diaz, la giovane spagnola che aveva reso dichiarazioni contro Le Iene e in favore di Fausto Brizzi è accusata dalla procura di Roma per false dichiarazioni al difensore. Non è l’unica novità sul caso Brizzi. Intanto domani Le Iene trasmetteranno un’intervista alla ragazza spagnola che sostanzialmente confessa di avere detto il falso e di avere ricevuto dall’allora moglie di Fausto Brizzi (ora separata) Claudia Zanella il pagamento del biglietto aereo per venire a Roma e rendere le sue dichiarazioni e poi una borsa di Gucci in regalo, al ritorno in Spagna.

L’iscrizione nel registro degli indagati giunge dopo la denuncia di Alessandra Bassi, una delle attrici che aveva accusato il regista di molestie sessuali. L’accusa di alcune ragazze nei confronti di Fausto Brizzi, veicolata sui media da Le Iene, è stata archiviata dal gip Alessandro Arcuri il 23 gennaio scorso. Comunque nell’archiviazione del giudice e nella richiesta dei pm non si fa riferimento alla testimonianza della Sanchez Diaz, raccolta dai legali del regista e trasmessa però solo al giudice e non ai magistrati.

Quindi l’indagine sulla teste spagnola è molto interessante però non impatta sull’archiviazione di Brizzi. I legali del regista ci tengono a sottolineare che, a prescindere da quel verbale, il pm e il gip hanno ritenuto comunque innocente Brizzi perché i presunti atti sessuali con le aspiranti attrici non sono stati posti in essere con violenza, minaccia o abuso di autorità. Le dichiarazioni della spagnola infatti non erano state usate ai fini della decisione sul caso.

Adesso Tania Sanchez ritratta in tv quel che aveva detto ai legali di Brizzi e racconta di aver conosciuto Claudia Zanella a Roma grazie al suo amico Alessandro Rosica. Il risultato di quel caffé è il verbale di indagini difensive redatto l’8 gennaio 2018 e depositato durante l’udienza preliminare del gip. Qui Tania Sanchez raccontava di esser stata avvicinata da Alessandra Bassi, incontrata durante una festa a Ibiza: “Mi disse che se volevo diventare famosa e avere un po’ di pubblicità in Italia avrei dovuto raccontare in televisione di aver sostenuto un provino con Brizzi e dichiarare in particolare di aver subito una molestia sessuale proprio in occasione di tale incontro di lavoro”. Alessandra Bassi ha sempre sostenuto di non conoscere la giovane spagnola e, dopo averla inseguita con l’inviata de Le Iene Roberta Rei per le strade di Madrid, dopo aver dimostrato che non si conoscevano, l’ha denunciata. Al programma Mediaset ora la Sanchez racconta tutta un’altra verità. Prima dice che la sua versione fornita l’8 gennaio 2018 è falsa, poi mostra alle telecamere i messaggi e una mail scambiata con Claudia Zanella. Infine descrive il ruolo determinante di Alessandro Rosica.

Dice la Sanchez: “Questa storia è iniziata con Alex perchè io lo conosco da almeno quattro o cinque anni. Ricevo una chiamata di Alex che mi dice che c’è un problema, che c’è un regista molto importante che è stato accusato di alcune cose. (…) Mi hanno chiesto aiuto. Tu dovresti andare a difenderlo. E io ho risposto: ‘Ma io cosa c’entro? Perchè devo intervenire?’”. Per settimane – a detta della Sanchez – Rosica insiste. Il 20 dicembre 2017 le scrive: “Si va bien emos ganado mucho”, ossia “se va bene, guadagneremo molto”. Rosica nega tutto (vedi intervista a Claudia Zanella).

“Prima di questo – continua la ragazza – Alex mi aveva già avvertita su cosa avrei dovuto dire (…). Lui conosce Claudia, non Fausto”. La ragazza dice che è stata poi la moglie di Brizzi a pagare il volo per venire in Italia e mostra la mail con la quale la Zanella le ha inviato il biglietto. L’appuntamento è fissato con un sms della Zanella per l’8 gennaio 2018: “Ciao Claudia ci vediamo alle 15 in Via Veneto – Doney Cafè”.

Durante quell’incontro “c’era l’avvocato, il suo assistente e Claudia. – continua la Sanchez a le Iene –. L’avvocato Marino qualcosa, non ricordo… (Antonio Marino è il legale di Brizzi, ndr). Rosica non c’era lì. È come se mi avessero preparato tutto. Quando sono arrivata lì, prima ancora che iniziassi a parlare, l’avvocato stava già prendendo le mie dichiarazioni. Ma io ero stata chiamata solo per parlare, non per scrivere tutto questo né per firmarlo senza sapere cosa ne avrebbero fatto. Era tutto così strano”.

“Quando stavi raccontando questa cosa, loro sapevano che stavi ripetendo una versione che ti ha detto Alessandro?”, chiede la Iena Roberta Rei. E la Sanchez: “Sì penso di sì, perchè loro parlavano con Alessandro”.

Rosica dopo l’archiviazione di Brizzi, continua la ragazza, “diceva che si era messo in contatto con loro… Siccome avevamo fatto ‘qualcosa’, lui era intenzionato a chiedere qualcosa in cambio. (…) Poi ho ricevuto, non so da dove una borsa di Gucci, che è molto carina”.

Non c’è il mittente, ma alla domanda “chi può avertela mandata?”, la Sanchez risponde: “Beh, mi sembra ovvio la persona che ho difeso”. Poi lei dice a Rosica della borsa: “Mi ha detto di controllare se c’erano soldi dentro, ma gli ho detto di no”. Davanti alle telecamere la Sanchez stragiura che questa è la verità, non quella fornita nel verbale della difesa di Brizzi. La vicenda quindi potrebbe presentare nuove sorprese. Sarà la Procura a dover verificare chi mente.

La storia: Il Pastore nero che libera dal Male

“Sono un pastore mandato dal Signore e predico Gesù”. Il suo nome è una garanzia per chi ha problemi con la criminalità: Innocent Edoh, nigeriano da 12 anni in Italia, è il pastore di una chiesa evangelica, la Christ Ambassadors Ministries, che ha aiutato J.T.O, noto agli appartenenti al culto dei Maphite come Oscar, a cambiare vita, a lasciare il crimine. Oscar è diventato uno dei pochi pentiti della mafia nigeriana.

“Come lui ne ho incontrati tanti e, attraverso la grazia del Signore, li ho tolti dalla cattiva strada”, racconta il pastore, le cui funzioni religiose avvengono nella grande sala allestita in un edificio in via Alfredo Calzoni, a Bologna, in una zona industriale alla periferia nord. “Parlo con loro, preghiamo e do una speranza e un aiuto materiale”, spiega. “Ho tolto alcune prostitute dalla strada e ho trovato loro un lavoro. Alcuni uomini adesso lavorano con me…”.

I suoi sermoni sembrano quelli dei pastori evangelici statunitensi: lui, vestito elegante, gira tra i fedeli parlando al microfono. A queste prediche, poi, si aggiungono esorcismi che ricordano altri mondi: uomini e donne in estasi che ballano nervosamente, si rotolano per terra, gridano, piangono, vomitano, mentre il pastore Edoh pratica un esorcismo per liberarli dagli spiriti maligni.

Anche Oscar si è liberato di qualche demone. Agli inquirenti torinesi il pentito ha spiegato la sua decisione di collaborare, come fosse un conflitto interiore: “Da quando sono diventato un componente dei Maphite mi è sempre stato difficile accettare le cose orribili che succedevano in questa organizzazione”, diceva durante un interrogatorio nel dicembre 2016. “Non sono contento e soddisfatto delle attività che vengono svolte in questa organizzazione. Sono una persona buona, non mi piace fare del male agli altri. Era mia intenzione uscire da questa organizzazione ancora prima di essere arrestato (il 13 settembre 2016, ndr), ma non sapevo come fare. Non era possibile per me smettere di farne parte. Una volta entrati nei Maphite non si può uscirne, si può smettere di farne parte solo con la morte”. Oscar cerca di defilarsi dalle attività e dalle riunioni, ma non basta. Sua moglie gli consiglia di andare in chiesa a confessarsi: “Sono andato a parlare da questo pastore per raccontargli la mia situazione. Mi sono confidato con lui… Volevo uscire dai Maphite. Lui mi ha detto che avrebbe pregato per me. La domenica successiva ha fatto un sermone parlando del mio caso e della mia confessione, senza mai fare il mio nome e senza parlare dei Maphite, ma in generale di una persona che aveva incontrato Dio, dopo aver camminato nelle tenebre”.

La nuova strada è intrapresa. Oscar comincia a parlare della sua esperienza agli altri fedeli e agli inquirenti mostra i video salvati sul telefonino: “Il pastore mi ha poi chiesto di intervenire, durante la messa, parlando in generale della mia esperienza come quella di persona che ha vissuto nel regno del male e dell’oscuro prima di conoscere Dio. Ovviamente non ho parlato dei Maphite, altrimenti mi avrebbero ucciso”.

Oscar non è più tornato nella sala di preghiera alla periferia di Bologna: “Era molto cambiato”, così ricorda il pastore. “Stava già camminando con me perché l’avevo allontanato da quell’organizzazione. Dovevo tenerlo più vicino, per non farlo tornare indietro…”. Oscar venne arrestato. Dopo l’arresto, la scelta di collaborare con la giustizia. “L’ho sentito quando è uscito dal carcere. Mi ha detto che vive sotto protezione e non può più venire qui. Ma ora cammina con Dio, ne sono certo”.