Sotto la Mole: è qui che nasce in Italia la mafia nera

Torino, primi anni Duemila: una città colpita dalla crisi della Fiat, e non ancora rinata con le Olimpiadi invernali del 2006. La comunità nigeriana, composta ufficialmente da 2 mila cittadini regolari, è lacerata dalle violenze. Pochissime vittime parlano, e capire cosa stia accadendo è difficile. Grazie all’intuizione di alcuni “baschi verdi” della Guardia di finanza e della Direzione distrettuale antimafia, però, emerge allora per la prima volta in Italia la presenza di una nuova mafia che, nonostante arresti e condanne, resiste ancora: da Torino, città dove per prima è arrivata in Italia, all’ultima operazione di due giorni fa a Palermo, in Sicilia.

Tutto inizia a Torino tra il 2003 e il 2005

Due organizzazioni mai sentite prima in Italia, gli Eiye (“aquile” in lingua yoruba) e i Black Axe (“ascia nera”) si contendono a Torino il controllo dei marciapiedi della prostituzione e delle piazze di spaccio di cocaina o marijuana nei quartieri di San Salvario e di Barriera di Milano. Lo fanno con pestaggi e aggressioni molto violente: “Ricordo un caso – racconta Sandro Ausiello, ex procuratore aggiunto a capo della Dda – aveva un polso quasi tagliato da un colpo d’accetta”. I “Baschi verdi” della Guardia di finanza credono che dietro quel pestaggio ci sia qualcosa di grosso, così chiedono e ottengono la possibilità di indagare il mondo della criminalità nigeriana. “Emerse l’esistenza di organizzazioni ben strutturate, coi connotati tipici della mafia, soprattutto per l’omertà”, spiega il procuratore aggiunto Enrica Gabetta, che coordinò l’inchiesta insieme ad Ausiello.

La mattina del 17 maggio 2006 scatta l’operazione “Milord”: 34 appartenenti ai Black Axe e agli Eiye arrestati per associazione mafiosa. Se molte attività illecite erano già sotto gli occhi di tutti, quello che non si conosceva ancora erano i riti e le regole di questi culti. Gli investigatori mettono le mani sullo statuto dei Black Axe, mentre alcuni finanzieri si nascondono dentro uno sgabuzzino del centro sociale Askatasuna, riuscendo a documentare una riunione nazionale del gruppo criminale nigeriano.

Che si tratti di mafia lo conferma la Cassazione, prima nel 2010 e poi nel 2015. Ma questo non interrompe le attività degli Eiye, come rivela l’indagine “Athenaeum”, cominciata nel 2013.

Smantellata e sempre rinata: nonostante inchieste e arresti

“L’associazione non è stata definitivamente disarticolata e abbattuta in esito agli arresti operati o alle statuizioni adottate dall’autorità giudiziaria”, scrive il gup Stefano Sala nella sentenza con la quale il 12 gennaio 2018 21 nigeriani sono stati condannati fino a dieci anni di carcere. Il gruppo “ha semplicemente continuato a perpetuare la propria esistenza dimostrando notevole vitalità”.

Lo dimostra anche una delle ultime operazioni sotto la Mole, quella del 4 dicembre, divenuta famosa per il tweet d’annuncio del ministro dell’Interno Matteo Salvini. Tutto ruota intorno a un gruppo di cui fa parte un personaggio dal nome eloquente: “Prince Mafia”, al secolo Prince Emmanuel Urugba, figlio di un capo tribù e aspirante scrittore. Si parte da una denuncia: un uomo, sotto minaccia, la notte del 18 luglio 2015 viene portato a casa di “Prince Mafia” per essere affiliato contro la sua volontà. Il rito è violento, un pestaggio. Ma le proteste di un vicino per il baccano interrompono il tutto, e l’uomo corre a denunciare alla polizia. Prince Mafia non aveva paura: “Sei andato a denunciarmi – scriveva in un sms all’uomo – sono a casa ad aspettare la polizia. Io mi muovo come un uomo di giustizia”, o meglio, un uomo d’onore che cercherà la vendetta.

I rivali storici degli Eiye, invece, sembrano scomparsi: “Negli anni dell’indagine non sono emersi indizi di una presenza dei Black Axe”, spiega il sostituto procuratore Stefano Castellani, che ha coordinato le ultime indagini torinesi.

L’inchiesta “Athenaum” ha invece fatto scoprire l’esistenza dei Maphite: “Sono appena arrivati sbarcati da Lampedusa”, spiegava agli inquirenti un uomo nel 2013. Dalle intercettazioni si scopre che a Torino è avvenuta una riunione di riconciliazione tra i 16 capi dei “forum” (gruppi locali) che compongono la “Famiglia vaticana”, cioè la sezione italiana della “Green Circuit Association”, organizzazione formale a cui fanno riferimento i Maphite. A capo c’è un “Don” che controlla la “Bibbia verde” con i codici di vita degli associati. Sotto di lui, un “consiglio dei professori” e varie sezioni specifiche: c’è la Sanyo-Sanyo, che si occupa delle armi, o quella che si occupa di ripulire il denaro sporco, la sezione “Mario Monti”, in onore dell’ex premier che nel 2012 aveva imposto nuove norme antiriciclaggio.

A rivelare questi particolari è un ex membro del gruppo. Si chiama J.T.O., noto come Oscar, uno dei pochissimi pentiti della mafia nigeriana. Dopo il suo arresto, nel 2016, spiega agli investigatori la struttura e gli affari, tra cui la clonazione di carte di credito, gli scambi di droga con albanesi e romeni e non solo. Dopo gli accordi con Cosa nostra in Sicilia, si ipotizza che la mafia nigeriana sia scesa a patti anche con la ‘ndrangheta. Oscar rivela infatti alcuni viaggi compiuti nel 2014 e nel 2015 in Calabria, per incontrare un certo Antonio e acquistare armi da destinare alla Nigeria: “Sarebbero state consegnate a un gruppo di Maphite che si trovava al Politecnico di Auchi, in Edo State. Questo gruppo era in guerra con i Black Axe”. Al primo incontro vicino a Reggio Calabria, lui e i compari entrano in un magazzino. “Ho visto quasi 200 casse di legno”. In ognuna c’era un’arma. Le comprano: “In cambio, abbiamo dato sette chili di cocaina”. E la volta dopo altri dieci chili, mentre le armi – via mare – vengono mandate in Nigeria.

A livello globale, la mafia nigeriana sta diventando una vera protagonista del traffico di droga , forte di una rete che va dal Sudafrica al Brasile, all’India, agli Stati Uniti. Passando per l’Europa. E l’Italia.

“Pagamenti in Algeria sono stati autorizzati dai giudici di Roma”

Il commissario della società Condotte in amministrazione straordinaria, Matteo Uggetti, ieri ha fatto sapere al Fatto Quotidiano che la richiesta di autorizzazione per i pagamenti effettuati in Algeria nei confronti dei fornitori di Condotte è stata accolta dalla Sezione Fallimentare del Tribunale di Roma. Il giudice delegato Francesca Vitale ha dunque considerato pienamente leciti e giustificati i pagamenti effettuati senza autorizzazione preventiva del Tribunale per importi di milioni di euro dal capo cantiere di Condotte in Algeria, l’ingegnere Donatangelo Pierdomenico. La decisione della dottoressa Vitale non era del tutto scontata. Nelle procedure fallimentari di solito vale il principio della par condicio creditorum. Quando il Tribunale dichiara l’insolvenza e nomina un curatore ovvero uno o più commissari nel caso dell’amministrazione straordinaria, di solito i pagamenti per fatti precedenti vengono bloccati. In questo caso probabilmente la giudice Vitale avrà ritenuto giustificati i pagamenti (nonostante nessuno le avesse detto nulla prima) per garantire la continuità dell’attività di Condotte in Algeria.

I condannati ancora a spasso sono migliaia, specie al Nord

Chi si occupa di giustizia sa che da sempre all’apertura di ogni anno giudiziario, solitamente a fine gennaio, un alto magistrato, quasi sempre il o la Presidente della Corte d’appello, o un Procuratore capo a un certo punto si alzerà e parlerà della mancanza cronica di magistrati e di personale amministrativo sufficienti.

Una piaga che è diventata un dramma a Torino, dove Edoardo Barelli Innocenti, Presidente della Corte d’appello del capoluogo piemontese, è stato costretto ad andare in conferenza stampa per chiedere scusa alla famiglia di Stefano Leo, il giovane ucciso per caso da un uomo, Said Mechaquat, su cui pendeva l’esecuzione di una pena definitiva per maltrattamenti a un anno e mezzo di carcere. Con gli arretrati, prosegue il Presidente, l’ordine era quello di dare precedenza alle condanne sopra i 3 anni: Barelli Innocenti si prende i pesci in faccia, parole sue, ma punta anche il dito. “Non è neanche giusto distinguere tra magistrati e cancelleria, ma la massa di lavoro da smaltire è tale che il ministero della Giustizia dovrebbe provvedere ad assumere cancellieri e assistenti perché è quello di cui abbiamo bisogno”.

E infatti in alcuni distretti giudiziari le scoperture sfiorano o addirittura superano il 30%. A Milano, si attesta per esempio al 37% nella sola Procura: sono gli uffici delle esecuzioni penali che devono far eseguire una sentenza.

Leggendo i dati del Bilancio sociale degli uffici inquirenti ambrosiani, per esempio, si scopre che a dicembre 2017 l’arretrato era di 1.000 sentenze definitive da iscrivere e in generale l’ufficio lavora circa 5.000 fascicoli all’anno. Con una previsione di dover esaminare entro ottobre 2018 circa 25mila sentenze arretrate. Non a caso, tre magistrati sono stati dedicati solo a quest’ufficio dal procuratore Francesco Greco.

Un problema condiviso con un’altra grande Procura, quella di Roma, che aveva fatto dire a Giuseppe Pignatone: “Siamo con l’acqua alla gola, è un miracolo che si raggiungano risultati nelle condizioni date. I buchi del sistema amministrativo sono parte significativa di quello che poi diventa prescrizione”.

Non meno forte la denuncia della presidente della Corte d’appello di Venezia, Ines Maria Luisa, che a gennaio spiegava come su una pianta organica di 112 amministrativi fossero in servizio solo 88 addetti, con 12 persone verso la pensione.

Altro distretto, altri uffici, ma lo stesso problema: il Presidente della Corte di appello di Bologna Giuseppe Colonna, nella relazione in apertura dell’anno giudiziario, per il Tribunale di Sorveglianza segnalava “una situazione del personale amministrativo è drammatica, con una scopertura effettiva del 30,8%” (la scopertura media nazionale di uffici similiari è del 15,3%).

Anche al Sud la situazione appariva complicatissima solo tre mesi fa: a Messina erano vuoti 12 posti di giudice nei Tribunali di Messina, Barcellona Pozzo di Gotto e Patti.

A Vasto, in Abruzzo, sono stati gli avvocati ad alzare la voce o meglio a incrociare le braccia per protestare per la carenza del personale.

Anche a Napoli, una scopertura impressionante stando ai dati del Giuseppe de Carolis di Prossedì, Presidente della Corte d’appello: in servizio ci sono 30 magistrati, ma a gennaio ne mancavano 15.

Il cahier de doléances potrebbe ancora allungarsi. Perché alla carenza di personale amministrativo si aggiunge anche un problema di data-entry, ovvero di inserimento dati perché in molti casi i sistemi informatici non si parlano e, quando una sentenza da eseguire arriva negli uffici dell’esecuzioni, deve essere inserita a mano. Con il paradosso che, con l’ormai sempre più presente digitalizzazione del processo, i magistrati e il personale che si occupano di questi fascicoli è letteralmente sommerso di carte, come accade a Milano. C’è chi, proprio negli uffici del capoluogo lombardo, parla di una vera e propria “questione settentrionale”, per cui paradossalmente alcune sedi del Nord vanno così in affanno da essere considerate disagiate: è successo a Brescia, ma anche alla stessa Torino, con tanto di benefit per chi ci lavora.

A Firenze il ministro della Giustizia ha annunciato la prevista assunzione di 3mila unità di personale amministrativo e giudiziario, l’assunzione di 360 magistrati già vincitori di concorso e il primo aumento della pianta organica dopo quasi vent’anni, pari a 600 magistrati nel prossimo triennio. Per stare ai numeri nel 2018, ma il dato è provvisorio, i procedimenti penali in Tribunale superavano il milione e 700mila fascicoli e le persone entrate in carcere l’anno passato sono 47.257 (di cui 20.245 stranieri).

La sentenza per l’omicida dei Murazzi, a Torino, Mechaquat era divenuta irrevocabile l’8 maggio 2018: “Se noi fossimo nel migliore dei mondi possibili e se il cancelliere, oltre a mettere il timbro di irrevocabilità, si fosse accorto che era stato condannato a un anno e sei mesi senza condizionale, se avesse trasmesso immediatamente l’estratto alla Procura e se la Procura avesse eseguito subito la sentenza, non avremmo nessuna garanzia che il 23 febbraio Mechaquat sarebbe stato in carcere.” Ma con zero arretrati forse sì.

Per la pm Principato condanna a 40 giorni: rivelazione di segreto

È stata condannata a 40 giorni, pena sospesa, Maria Teresa Principato, ex procuratore aggiunto di Palermo e ora alla Direzione nazionale antimafia di Roma, imputata a Caltanissetta per rivelazione di segreto d’ufficio. Un altro procedimento riguarda l’ex procuratore di Trapani, ora procuratore generale a Firenze, Marcello Viola, che è stato assolto. Un appuntato della Guardia di finanza, Calogero Pulici (ex assistente della Principato), è stato prosciolto in un procedimento e assolto nell’altro. Principato avrebbe “indebitamente – secondo l’accusa – rivelato al finanziere indagato notizie coperte dal segreto, segnatamente l’oggetto del procedimento penale e che lo stesso era relativo al rinvenimento nei dispositivi informatici dell’indagato di dati sensibili concernenti l’attività lavorativa e la sfera privata della stessa”. Viola era accusato di aver ricevuto una pen drive contenente materiale coperto da segreto investigativo (verbali di interrogatorio del collaboratore di giustizia Giuseppe Tuzzolino) da Calogero Pulici.

Così il caso Mare Jonio può affondare il Viminale

Il prossimo passo è quello cruciale. E gli occhi del Viminale sono ancora una volta puntati sulla Procura di Agrigento. Il fascicolo che vede Luca Casarini e il comandante della Mare Jonio, Pietro Marrone, indagati per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, rischia di affondare la linea dura del governo sugli sbarchi in Italia. Casarini, durante il suo interrogatorio, ha messo sul tavolo un argomento dirimente: “Non avrei mai consegnato i naufraghi alla Guardia costiera libica perché non considero la Libia un luogo sicuro”. E la procura vuole verificare se la Libia può realmente fornire un porto sicuro. Per questo motivo, in agenda, c’è una richiesta formale all’organismo che certifica l’esistenza delle zone Sar (aree di ricerca e soccorso), ovvero l’Organizzazione internazionale marittima (Imo). In sostanza l’interrogativo è semplice: l’Imo verifica – attraverso ispezioni o altri tipi di attività – l’esistenza, per gli Stati che hanno dichiarato una propria zona Sar, di un “place of safety”, un luogo sicuro? Non si tratta di un dettaglio. Vediamo perché. Un operazione di soccorso, secondo le convenzioni internazionali, può considerarsi conclusa solo con l’arrivo dei naufraghi nel “luogo sicuro” designato. Ma qual è un luogo sicuro? Quello in cui sussistono tre condizioni: che la sicurezza dei sopravvissuti o la loro vita non sia più minacciata; che le necessità umane primarie possano essere soddisfatte; che possa essere organizzato il trasporto dei sopravvissuti nella destinazione vicina o finale. Bene.

Nel settembre 2018 – quando in Libia, come oggi, si verificarono scontri armati tra le fazioni in guerra – il Fatto chiese all’Imo: “A causa degli scontri sappiamo che la Guardia costiera non è in condizioni di lavorare: questo mette a rischio l’esistenza della loro zona Sar? C’è una possibilità che le venga revocata? L’Imo ha un ruolo in questa decisione?”. Se la procura di Agrigento dovesse ricevere le stesse risposte ottenute dal Fatto, per il governo, la situazione si complicherebbe parecchio: “Le aree Sar – è la risposta – sono dichiarate dagli stessi Stati, che sono parti della Convenzione Sar di Imo”. Ma soprattutto: “Imo non dichiara, né revoca, né rivede le aree Sar. Questo è compito degli Stati stessi”. Se l’Imo dovesse rispondere alla procura negli stessi termini, risulterebbe agli inquirenti una mera “bacheca”, insufficiente a stabilire se la Libia sia in possesso di un luogo sicuro. E farebbero fede le certificazioni dell’Onu, per esempio, che nega radicalmente, a causa delle costanti violazioni dei diritti umani, l’esistenza di un “luogo sicuro” per i migranti in Libia. Il che non soltanto scagionerebbe Casarini e Marrone dall’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina: creerebbe un precedente giuridico che autorizzerebbe i soccorritori a rifiutare la collaborazione con i libici. Cancellando di fatto l’esistenza della loro Zona Sar. Ovvero: il principale argomento giuridico del governo e della sua politica di “porti chiusi”.

Restano tutti sulla Sea eye. E Salvini evita il Diciotti bis

La proposta è stata (ovviamente) rifiutata dalle uniche due donne, con altrettanti bambini a seguito, di 11 mesi e 6 anni, alle quali è stata offerta: non hanno accettato l’invito a sbarcare in Italia. Non hanno lasciato in mare i propri mariti. “Donne e bambini si rifiutano di scendere dalla nave: non ci resta che augurare buon viaggio verso Berlino”, ha commentato il ministro dell’Interno Matteo Salvini.

E così, nella serata di ieri, i 64 naufraghi soccorsi dalla nave Alan Kurdi, della ong Sea Eye, sono rimasti tutti a bordo. A circa 15 miglia da Lampedusa. E ancora una volta – come succede ormai da tempo, in acque italiane e maltesi – si tratta per la loro distribuzione in Europa.

La differenza formale – sotto il profilo umano la situazione resta identica – è che questa volta, lo stallo si sta consumando in acque internazionali. Una differenza che riguarda, più che le ripercussioni internazionali, il carico di responsabilità penale per Salvini: in questo modo – diversamente dal caso Diciotti (e non si esclude per il caso Sea Watch) – il ministro dell’Interno non può vedersi recapitare un avviso di garanzia per sequestro di persona.

In acque internazionali, la procura più vicina, quella di Agrigento – che pure sta seguendo con estrema attenzione le evoluzioni della vicenda, perché potrebbero essere state violate le convenzioni – non ha comunque alcuna giurisdizione.

Eliminata in radice l’ipotesi di reato – la Alan Kurdi è in acque internazionali, le è stato vietato l’ingresso, non lo sbarco – Salvini può così continuare a condurre la trattativa avviata ieri, attraverso la Farnesina, con Berlino.

Le normative citate dal ministro degli esteri Enzo Moavero in una nota verbale all’ambasciata tedesca, e dallo stesso Salvini nella direttiva interna diretta a tutti gli Stati Maggiori, impongono alla Germania – poiché la Alan Kurdi batte bandiera tedesca – di trovare una soluzione. Il governo ha giocato la carta dell’articolo 19 della convenzione di Montego Bay, in base alla quale, non avendo avuto alcun ruolo nel coordinamento dei soccorsi, non è tenuta a far sbarcare i naufraghi che possono costituire una “minaccia” per “l’ordine pubblico”. Il transito in acque italiane della Alan Kurdi è stato giudicato “non inoffensivo”.

La Germania si è immediatamente offerta di contribuire all’accoglienza dei naufraghi. La Commissione europea ha invece preso contatto con gli Stati membri per verificare la disponibilità a farsi carico dei 64 naufraghi, tra i quali 12 donne e 2 bambini. “Le condizioni dei migranti a bordo – fa sapere la Ong Sea Eye – sono stabili. Ma il mal di mare per alcuni di loro comincia a farsi sentire e il capitano sta cercando di evitare i tratti più agitati. Sono provati dal viaggio in Libia, ma al momento non ci sono casi medici che destano particolare preoccupazione, anche se non è escluso che la situazione possa peggiorare”.

È dalla notte del 4 aprile che la Alan Kurdi procede “pendolando” tra Sud e Nord. Per evitare il maltempo dell’aera maltese si è poi riposizionata a largo di Lampedusa. “È necessario far sbarcare le persone il prima possibile”, ha concluso Sea Eye, “l’equipaggio ha cercato di metterli tutti sotto coperta, tuttavia le dimensioni della nave non lo permettono, qualcuno è rimasto fuori”.

Sulla vicenda è intervenuto il segretario nazionale di Sinistra Italiana, Nicola Fratoianni, tra i finanziatori di Mediterranea, la Ong che per l’attività di soccorso ha messo in mare la nave Mare Jonio. “Forse al ministro Salvini – ha detto ieri Fratoianni – sfugge che le persone, siano donne, uomini o bambini, non sono pacchi. Forse gli sfugge che separare i bambini dai loro padri o le donne dai loro compagni è una bestialità indegna di un Paese civile. Forse a Salvini sfugge che chi affronta insieme viaggi disperati, come quelli di chi fugge dall’orrore, possa provare sentimenti di solidarietà. La nave Alan Kurdi ha bisogno di un porto vicino e sicuro adesso. Negarglielo è illegale e inaccettabile”.

Mps, Di Maio: “Chi ha sbagliato pagherà”. Giovedì l’assemblea

A pochi giorni dall’assemblea di Monte Paschi, si alza il livello d’attenzione anche per la nuova azione di responsabilità dell’ex banchiere e fondatore della società di consulenza Bluebell, Giuseppe Bivona, che tornerà a chiedere di votare contro gli ex vertici Alessandro Profumo e Fabrizio Viola. “È giusto che chi ha ridotto quella banca in quelle condizioni debba pagare – ha detto ieri il vice premier, Luigi Di Maio -. Nei prossimi giorni valuteremo tutto quello che si dovrà fare all’assemblea” che è prevista per l’11 aprile a Siena. Bivona da anni contesta a Profumo e Viola l’errata contabilizzazione come titoli di Stato nei bilanci dal 2012 al 2015 dei derivati costruiti con Nomura e Deutsche Bank sotto la gestione di Giuseppe Mussari per coprire le perdite generate dalle operazioni “Alexandria” e “Santorini”. Vicenda per la quale Profumo e Viola sono stati rinviati a giudizio per aggiotaggio e falso in bilancio nel 2018. Proprio questo, secondo Bivona, consentirebbe a Bluebell di riproporre l’azione di responsabilità, già bocciata nel 2016 e nel 2018 dai governi Renzi e Gentiloni, che può essere proposta alla discussione del bilancio “quando si tratta di fatti di competenza dell’esercizio cui si riferisce”.

Telco, la lenta crisi tra esuberi e ristrutturazioni

Esuberi annunciati e supposti, ristrutturazioni aziendali, scarsi investimenti. Di questo soffrono Vodafone, Tim, Wind Tre, Ericsson e Sirti. Grandi malati in un settore al bivio e pieno di contraddizioni: le Tlc dovrebbero fungere da traino all’innovazione dell’intero sistema Paese, ma le aziende si dicono stremate dalla guerra dei prezzi al ribasso che nell’ultimo anno ha prodotto 10 miliardi di ricavi in meno nei fatturati. Tutta colpa della concorrenza del nuovo gestore Iliad (in Italia ha solo 400 dipendenti) e dei 6,6 miliardi di euro spesi da tutte le compagnie per aggiudicarsi le frequenze del 5G, mentre continuano a investire anche nella banda ultralarga. Tradotto: tagli ai costi, primo fra tutti il personale con l’apertura di decine di tavoli di trattative.

Vodafone. La maxi-ristrutturazione annunciata (pur avendo i conti a posto) con 1.130 esuberi su 6.500 dipendenti pari al 17% è stata scongiurata da un accordo sindacale sottoscritto l’altro ieri, che vede la messa in solidarietà per 4.870 lavoratori, il ricorso alla mobilità volontaria e incentivata per 570 e riconversioni professionali per 320 dipendenti. A lato c’è anche un piano di assunzioni per 300 persone nei prossimi tre anni in previsione dell’ulteriore sviluppo tecnologico che sarà necessario in tutte le aziende delle Tlc.

Tim. Il gruppo occupa oggi circa 49.000 lavoratori. A fine febbraio i sindacati hanno raggiunto l’accordo con l’ex monopolista che prevede l’uscita dall’azienda di 4.300 persone nel biennio 2019-2020, utilizzando l’esodo dei lavoratori anziani previsto dalla legge Fornero, mentre per altri 314 dipendenti si utilizzerà quota 100. Entro metà giugno terminerà, inoltre, la solidarietà scattata lo scorso anno per 29.736 dipendenti. Ma quella di Tim resta una situazione preoccupante: anche se la nuova governance è più stabile con la presenza di Cassa depositi e prestiti nel capitale di Tim al 10%, c’è da risolvere ancora la partita dello scorporo della rete e l’integrazione con Open Fiber.

Ericsson. Fuori dalla Svezia il colosso ha iniziato un piano di esuberi che dovrebbe coinvolgere fino a 25mila lavoratori. Questo perché i diretti competitor, i cinesi Huawei e Zte, hanno alzato l’asticella della competitività con una dura battaglia sul fronte dei costi. Il mese di marzo è stato segnato da continue tensioni, soprattutto nello stabilimento di Genova, dove sono state recapitate altre 67 lettere di licenziamento a inizio mese. In 10 anni i dipendenti di Ericsson nel capoluogo ligure sono stati più che dimezzati passando da 1.200 a 550.

Wind Tre. Pochi giorni fa è stato annunciato lo spostamento da Roma a Milano di una parte dell’area finanziaria. “Si tratterebbe di circa 50 persone che, per il momento su base volontaria, dovranno decidere se trasferirsi”, spiega Riccardo Saccone, segretario della Slc Cgil. Non è stata però aperta una procedura formale per i trasferimenti collettivi. I lavoratori coinvolti sarebbero 150 sui 6.500 totali.

Sirti. A metà febbraio il gigante italiano delle infrastrutture ha dichiarato 833 esuberi su 4.200. Un piano lacrime e sangue che ha portato alla mobilitazione di sindacati e lavoratori di tutte e 30 le sedi della società, che dopo un mese di lotta hanno ottenuto un primo risultato: la sospensione della procedura per i licenziamenti e l’avvio di un processo mirato all’obiettivo “zero esuberi” grazie a un mix di interventi: da Quota 100 alla disoccupazione, dall’esodo incentivato ai contratti di solidarietà passando per la ricollocazione esterna.

I Comuni beffati da Salvini. C’è la rivolta dei più deboli

Almeno sessanta Comuni, per lo più molisani e tra cui ci sono anche Campobasso e Isernia, che hanno fatto ricorso al Tar del Lazio e che sono furiosi con il ministro degli Interni Matteo Salvini. Altri se ne stanno aggiungendo in queste ore al Sud. Il problema è che nella ripartizione 2019 del fondo di Solidarietà – che semplificando molto serve a trasferire l’eccesso di introiti di alcuni comuni più fortunati verso quelli che lo sono meno, così da garantire a tutti di raggiungere livelli minimi di assistenza, dagli asili nido ai trasporti – alcuni sarebbero stati penalizzati dal sistema di calcolo del fabbisogno e quindi dall’assegnazione dei soldi. Non solo: tutti i Comuni sono stati beffati perché non gli sono stati restituiti 500 milioni tagliati nel 2014 e che sarebbero dovuti tornare nel 2019.

Per legge alcuni servizi ai cittadini devono essere garantiti dai Comuni: assistenza ai disabili, asili nido, trasporto pubblico, assistenza sociale. Devono quindi essere assicurate le risorse. Di base, ai Comuni è riconosciuta una fiscalità propria, la maggior parte tramite l’Imu. Il problema è che non sempre questi introiti sono sufficienti a garantire i livelli essenziali minimi di assistenza. Per questo esiste un fondo di solidarietà che serve a ridistribuire risorse dai comuni più forti a quelli deboli per garantire che tutti li soddisfino. Il fondo viene ripartito tenendo conto della spesa storica (risorse attribuite in passato) e della perequazione (riequilibrio del deficit).

I sessanta Comuni, ora, fanno ricorso su diversi punti. Secondo l’avvocato Salvatore di Pardo, che cura il procedimento, il ministero dell’Interno con una nota del 17 gennaio ha bloccato la progressione prevista nel passaggio dal calcolo su base storica a quello sui bisogni attuali degli enti. Nel 2019 la quota di finanziamento ai Comuni ripartita secondo il criterio perequativo sarebbe dovuta passare dal 45% del 2018 al 60%. Di conseguenza sono stati confermati per tutti i Comuni gli stessi importi dell’anno scorso. “Un Comune che nel 2018 aveva 100 bambini ai quali assicurare l’asilo nido e nel 2019 ne ha 50 ottiene dal fondo la stessa cifra – spiega Di Pardo – così come un Comune che nel 2018 aveva 100 e nel 2019 ne ha 200”. Inoltre, accusano il governo di aver attinto al fondo dei Comuni, decurtandolo di oltre 500 milioni di euro, per finanziare il Reddito di cittadinanza e la Flat Tax.

I 500 milioni hanno però una storia antica. Un decreto legge del 2014 li aveva tagliati al fondo di Solidarietà. La norma prevedeva che, come per le Province, il taglio si esaurisse 2019. Nel 2016, però, la legge di Bilancio ha quantificato il fondo di Solidarietà ai Comuni in modo definitivo: 1,7 miliardi, cifra che comprende anche il taglio. Questo ha creato un’ambiguità nell’interpretazione della norma: i Comuni sostengono che valga la legge del 2014 (e che quindi nel 2019 quei soldi gli andassero restituiti), lo Stato sostiene che valga la legge di Bilancio che cristallizza il fondo senza i 500 milioni. Nel dubbio, il governo ha deciso di non restituirli.

Lo scatto dal 45 al 60 % della quota perquativa del fondo riguarda invece il passaggio dal sistema di ripartizione basato sui soli dati storici a quello che tiene conto dei fabbisogni standard e della capacità fiscale dei Comuni, elaborato con precisione col sostegno del Sose (la Spa creata da Ministero dell’Economia e da Bankitalia per elaborare gli’Indici Sintetici di Affidabilità fiscale e determinare i fabbisogni standard). L’anno scorso si è passati dal 40 al 45%, quest’anno si doveva fare uno scatto maggiore.

A opporsi è stata la stessa Anci, l’associazione nazionale dei Comuni, che a novembre ha chiesto di bloccarlo. “È uno strumento che riorganizza le entrate tra i Comuni pretendendo di riequilibrare la base imponibile senza che lo Stato ci metta un euro – spiega Andrea Ferri dell’Anci -. La perequazione in questo modo dà l’idea che il mondo dei Comuni sia tanto grasso da poter colmare le carenze con la ridistribuzione”. L’associazione aveva però chiesto il reintegro dei 570 milioni già con la legge di Bilancio. Alla fine, i Comuni sono rimasti senza scatto e senza soldi.

Olimpiadi invernali: c’è la firma di Conte per Milano e Cortina

È arrivataieri la firma della lettera di garanzia per la candidatura di Milano e Cortina alle Olimpiadi invernali del 2026 da parte del governo. Il documento era stato richiesto dal Cio – che ieri ha organizzato una cena di gala a Villa Necchi Campiglio, a Milano – entro il 12 aprile: in sostanza si tratta dell’impegno da parte del Paese che si candida a ospitare i Giochi a sostenere i costi amministrativi in termini di “sicurezza, servizi medici, vicenda fiscale con riferimento alle dogane e al trattamento fiscale degli spostamenti finanziari del Cio, permessi di lavoro di tutti coloro coinvolti”, spiega il sottosegretario leghista Giancarlo Giorgetti, che ha la delega allo Sport. Ieri il premier Conte lo ha pubblicamente ringraziato per il suo “proficuo” lavoro. Come noto, la storia delle Olimpiadi inizialmente coinvolgeva anche Torino, la città amministrata dai Cinque Stelle, che poi ha rifiutato l’ipotesi di corsa a tre: sia per problemi interni al Movimento che per la “supremazia” di Milano. Così, ieri, il sottosegretario M5S Stefano Buffagni ha precisato che “è il governo che ha firmato la lettera e credo sia importante ricordarlo”.