Torino, primi anni Duemila: una città colpita dalla crisi della Fiat, e non ancora rinata con le Olimpiadi invernali del 2006. La comunità nigeriana, composta ufficialmente da 2 mila cittadini regolari, è lacerata dalle violenze. Pochissime vittime parlano, e capire cosa stia accadendo è difficile. Grazie all’intuizione di alcuni “baschi verdi” della Guardia di finanza e della Direzione distrettuale antimafia, però, emerge allora per la prima volta in Italia la presenza di una nuova mafia che, nonostante arresti e condanne, resiste ancora: da Torino, città dove per prima è arrivata in Italia, all’ultima operazione di due giorni fa a Palermo, in Sicilia.
Tutto inizia a Torino tra il 2003 e il 2005
Due organizzazioni mai sentite prima in Italia, gli Eiye (“aquile” in lingua yoruba) e i Black Axe (“ascia nera”) si contendono a Torino il controllo dei marciapiedi della prostituzione e delle piazze di spaccio di cocaina o marijuana nei quartieri di San Salvario e di Barriera di Milano. Lo fanno con pestaggi e aggressioni molto violente: “Ricordo un caso – racconta Sandro Ausiello, ex procuratore aggiunto a capo della Dda – aveva un polso quasi tagliato da un colpo d’accetta”. I “Baschi verdi” della Guardia di finanza credono che dietro quel pestaggio ci sia qualcosa di grosso, così chiedono e ottengono la possibilità di indagare il mondo della criminalità nigeriana. “Emerse l’esistenza di organizzazioni ben strutturate, coi connotati tipici della mafia, soprattutto per l’omertà”, spiega il procuratore aggiunto Enrica Gabetta, che coordinò l’inchiesta insieme ad Ausiello.
La mattina del 17 maggio 2006 scatta l’operazione “Milord”: 34 appartenenti ai Black Axe e agli Eiye arrestati per associazione mafiosa. Se molte attività illecite erano già sotto gli occhi di tutti, quello che non si conosceva ancora erano i riti e le regole di questi culti. Gli investigatori mettono le mani sullo statuto dei Black Axe, mentre alcuni finanzieri si nascondono dentro uno sgabuzzino del centro sociale Askatasuna, riuscendo a documentare una riunione nazionale del gruppo criminale nigeriano.
Che si tratti di mafia lo conferma la Cassazione, prima nel 2010 e poi nel 2015. Ma questo non interrompe le attività degli Eiye, come rivela l’indagine “Athenaeum”, cominciata nel 2013.
Smantellata e sempre rinata: nonostante inchieste e arresti
“L’associazione non è stata definitivamente disarticolata e abbattuta in esito agli arresti operati o alle statuizioni adottate dall’autorità giudiziaria”, scrive il gup Stefano Sala nella sentenza con la quale il 12 gennaio 2018 21 nigeriani sono stati condannati fino a dieci anni di carcere. Il gruppo “ha semplicemente continuato a perpetuare la propria esistenza dimostrando notevole vitalità”.
Lo dimostra anche una delle ultime operazioni sotto la Mole, quella del 4 dicembre, divenuta famosa per il tweet d’annuncio del ministro dell’Interno Matteo Salvini. Tutto ruota intorno a un gruppo di cui fa parte un personaggio dal nome eloquente: “Prince Mafia”, al secolo Prince Emmanuel Urugba, figlio di un capo tribù e aspirante scrittore. Si parte da una denuncia: un uomo, sotto minaccia, la notte del 18 luglio 2015 viene portato a casa di “Prince Mafia” per essere affiliato contro la sua volontà. Il rito è violento, un pestaggio. Ma le proteste di un vicino per il baccano interrompono il tutto, e l’uomo corre a denunciare alla polizia. Prince Mafia non aveva paura: “Sei andato a denunciarmi – scriveva in un sms all’uomo – sono a casa ad aspettare la polizia. Io mi muovo come un uomo di giustizia”, o meglio, un uomo d’onore che cercherà la vendetta.
I rivali storici degli Eiye, invece, sembrano scomparsi: “Negli anni dell’indagine non sono emersi indizi di una presenza dei Black Axe”, spiega il sostituto procuratore Stefano Castellani, che ha coordinato le ultime indagini torinesi.
L’inchiesta “Athenaum” ha invece fatto scoprire l’esistenza dei Maphite: “Sono appena arrivati sbarcati da Lampedusa”, spiegava agli inquirenti un uomo nel 2013. Dalle intercettazioni si scopre che a Torino è avvenuta una riunione di riconciliazione tra i 16 capi dei “forum” (gruppi locali) che compongono la “Famiglia vaticana”, cioè la sezione italiana della “Green Circuit Association”, organizzazione formale a cui fanno riferimento i Maphite. A capo c’è un “Don” che controlla la “Bibbia verde” con i codici di vita degli associati. Sotto di lui, un “consiglio dei professori” e varie sezioni specifiche: c’è la Sanyo-Sanyo, che si occupa delle armi, o quella che si occupa di ripulire il denaro sporco, la sezione “Mario Monti”, in onore dell’ex premier che nel 2012 aveva imposto nuove norme antiriciclaggio.
A rivelare questi particolari è un ex membro del gruppo. Si chiama J.T.O., noto come Oscar, uno dei pochissimi pentiti della mafia nigeriana. Dopo il suo arresto, nel 2016, spiega agli investigatori la struttura e gli affari, tra cui la clonazione di carte di credito, gli scambi di droga con albanesi e romeni e non solo. Dopo gli accordi con Cosa nostra in Sicilia, si ipotizza che la mafia nigeriana sia scesa a patti anche con la ‘ndrangheta. Oscar rivela infatti alcuni viaggi compiuti nel 2014 e nel 2015 in Calabria, per incontrare un certo Antonio e acquistare armi da destinare alla Nigeria: “Sarebbero state consegnate a un gruppo di Maphite che si trovava al Politecnico di Auchi, in Edo State. Questo gruppo era in guerra con i Black Axe”. Al primo incontro vicino a Reggio Calabria, lui e i compari entrano in un magazzino. “Ho visto quasi 200 casse di legno”. In ognuna c’era un’arma. Le comprano: “In cambio, abbiamo dato sette chili di cocaina”. E la volta dopo altri dieci chili, mentre le armi – via mare – vengono mandate in Nigeria.
A livello globale, la mafia nigeriana sta diventando una vera protagonista del traffico di droga , forte di una rete che va dal Sudafrica al Brasile, all’India, agli Stati Uniti. Passando per l’Europa. E l’Italia.