Candidati cercansi: la questua di “Zinga”

La settimana prossima, Nicola Zingaretti convocherà una direzione per approvare le liste per le Europee. Secondo il principio guida di questo suo esordio da segretario: prevenire i problemi e portare i poco affidabili colleghi di partito del Pd a condividere le scelte, in maniera da non subire attacchi successivi.

Peraltro, chiudere la partita delle candidature non è affatto facile. Tanto per cominciare, gli eletti saranno notevolmente di meno rispetto a quelli del 2014: allora furono 31, frutto dell’ “indimenticabile” 40, 08% di Matteo Renzi. Stavolta il Pd viene dato, nella migliore delle ipotesi poco sopra al 20% (potrebbe salire, grazie alla presenza in lista, dei civici, di Mdp, di europeisti alla Calenda). Ma, in tutto, gli europarlamentari eletti non saranno più di una ventina. Per questo, fervono le trattative e gli scontri sotterranei. In quanto, le varie componenti del Pd, ma anche i diversi protagonisti della lista, sgomitano per avere posti in buona posizione. Anche se con le preferenze la cosa è relativa, visto che per essere eletti servono prima di tutto i voti. E questo è tutto tranne che un problema secondario: perché Zingaretti tutti questi nomi da spendere non ce li ha. Per dire, è alla ricerca disperata di una capolista al Sud. Ha detto di no Lucia Annunziata, un’alternativa non si vede. Tanto che si sta pure riconsiderando l’idea di scegliere un uomo.

Ci sono Giuliano Pisapia al Nord Ovest, Carlo Calenda al Nord Est (in ticket con Elisabetta Gualmini), Simona Bonafè al Centro (in ticket con David Sassoli) e Caterina Chinnici per le Isole. Per il Sud il segretario è alla disperata ricerca di una donna. Altro nodo centrale è quello del rapporto con Mdp. Zingaretti ha chiesto a Roberto Speranza di tirare fuori 2 o 3 nomi, ma non di ceto politico. Non ha ancora avuto risposta. Anche se dovrebbe spuntarla per la ricandidatura l’europarlamentare uscente, Massimo Paolucci, vicinissimo a Massimo D’Alema, che i voti ce li ha. Adesso si sta lavorando su un secondo nome: Elly Schlein, anche lei europarlamentare uscente, che figura nelle file di Possibile, ma che dovrebbe essere conquistata alla lista di Pd-Mdp.

Mario Giro di Demos ha espresso tutta la sua delusione, raccontando che il segretario gli aveva promesso addirittura 6 o 7 candidati, ma alla fine ha offerto un posto buono solo al medico di Lampedusa, Piero Bartolo. Avrebbe chiuso su tre, Carlo Calenda: se stesso, Irene Tinagli e Virginia Puzzolo, catanese, che vive a Bruxelles, e proviene da + Europa. Poi, è in corso la trattativa con i renziani: oltre alla Bonafè, puntano a ripresentare e a far eleggere gli uscenti. Quindi, Nicola Danti al centro, Paolo De Castro (nonostante il ritiro annunciato) e Isabella Del Monte al Nord Est.

I renziani versione lottiana sosterranno anche Calenda. E poi, Roberto Gualtieri dovrebbe rientrare in quota Matteo Orfini. Ma non è detto: non ha abbastanza voti e dunque rischia. Mentre Patrizia Toja dovrebbe fare un passo indietro e Alessia Mosca ha annunciato che non si ricandiderà.

Trasparenza totale sui conti: il terrore e la rivolta dei partiti

Uno spettro si aggira per i partiti: lo spettro di una trasparenza assoluta. Il dottor Luciano Calamaro, magistrato della Corte dei Conti nonché capo di una Commissione esterna che controlla i bilanci dei partiti, qualche settimana fa, ha inviato una lettera ai tesorieri dal tono accorato. Gentili signori, vi prego di aiutarci – è il senso delle parole di Calamaro – a delimitare i confini del nostro intervento, a indicarci le associazioni, le fondazioni, i comitati elettorali a voi legati che noi, esiguo gruppo di magistrati misti tra Cassazione, Consiglio di Stato, Corte dei Conti, dobbiamo esaminare.

Questo è il devastante effetto, forse imprevisto, della legge 3/2019, la cosiddetta “spazzacorrotti”, plasmata dai Cinque Stelle e in vigore dal 31 gennaio per imporre trasparenza, per l’appunto, ai bilanci dei partiti, ai contributi privati da 500 euro in su da esporre sui siti ogni mese. A muovere Calamaro e colleghi è il paradosso del comma 20: il testo equipara ai partiti o ai movimenti politici, in sostanza, tutte le fondazioni e tutte le associazioni nei cui organi direttivi figuri un parlamentare italiano o europeo o persino un eletto a livello locale. La regola è estesa agli ex eletti fino a dieci anni fa. Al 2009. Un tempo sconfinato.

Un esempio: se il promotore di una bocciofila di Benevento era un assessore dell’ultima giunta campana del governatore Antonio Bassolino (parliamo del 2010), la bocciofila è costretta a sottoporsi al bisturi di Calamaro. Almeno è il senso letterale del comma 20 della legge 3/2019 che ha innescato le proteste di ex ministri, senatori, deputati e sottosegretari – come Ilaria Borletti Buitoni – e inquieta Confindustria, Confartigianato, Confcommercio e l’intero terzo settore, il non profit, con un dilemma: per scongiurare pasticci, dobbiamo vietare l’ingresso ai nostri vertici agli ex politici, pure a chi ha smesso dieci anni fa?

Il dilemma è irrisolto perché la legge non risponde, ma si staglia nel sistema giuridico con i suoi difetti e le sue intenzioni. A una lettura più approfondita, di commi ammassati con gravissima confusione, però, s’intuisce la ratio giuridica della “spazzacorrotti”: riportare sotto la luce e la vigilanza democratica soltanto gli organismi privati che ruotano attorno ai partiti – non tutti, in maniera indistinta – e però hanno beneficiato troppo a lungo di una segretezza inaccettabile. Gli ex ministri Gaetano Quagliariello, Maurizio Gasparri, Giulio Tremonti, Roberta Pinotti, Franco Frattini, l’ex premier Massimo D’Alema, l’ex senatore Ugo Sposetti, l’ex sottosegretario Gianni Letta, i leghisti Guglielmo Picchi, Mario Borghezio e ancora decine e decine di politici hanno creato o animano decine e decine di fondazioni, associazioni, centri di studio che fanno politica o sono imparentati con un partito. Una logica, peraltro, che autorizza a conoscere i rendiconti dell’Associazione Rousseau, presieduta da Davide Casaleggio, strettamente connessa ai Cinque Stelle, ma anche della onlus Più Voci, guidata da Giulio Centemero, tesoriere leghista, e assurta agli onori delle cronache nel caso Parnasi.

Il criterio di vicinanza tra i partiti da un lato e le fondazioni e le associazioni dall’altro – si intuisce dalla lettura integrale della “spazzacorrotti” – va rintracciato nei rapporti “finanziari”, passaggi di denaro o concessione di servizi, tra i primi e le seconde. Così al Pd sperano che la norma consenta di risalire al “tesoretto” di immobili degli ex comunisti, riparati dal saggio Sposetti in una miriade di piccole associazioni, autonome per statuto. Un dubbio è rimasto in sospeso: i tesorieri dei partiti hanno poi soddisfatto le richieste di Calamaro? Non ancora. Perché la situazione suggerisce prudenza. Alfredo Messina, senatore e tesoriere di Forza Italia, ha girato la missiva di Calamaro a uno studio legale per un parere, prima di fornire un elenco di possibili associazioni o fondazioni affiliate sul territorio nazionale o locale. Per due motivi. Il primo: se l’elenco è sbagliato, si cade in una spiacevole e pericolosa delazione. Il secondo: se l’elenco non è esaustivo, il partito – non gli altri – rischia una sanzione di decine di migliaia di euro e di perdere il diritto di accesso alla torta del 2 per mille (14 milioni complessivi nel 2018) con le dichiarazioni dei redditi.

Finirà con i tesorieri che replicano sconsolati: ci dispiace, caro Calamaro, ma non sappiamo cosa dire. E Calamaro e colleghi potranno scrivere ai presidenti di Camera e Senato, da cui sono nominati e da cui dipendono: siamo costernati, ma i mezzi a nostra disposizione non ci permettono di controllare centinaia, chissà migliaia, di associazioni e fondazioni. Una riedizione di quello che è successo già quattro anni fa in occasione del primo atto della Commissione di Calamaro. Tra errori e melina, al governo e soprattutto ai Cinque Stelle conviene aggiustare la “spazzacorrotti”. Prima che sia spazzata via per inedia.

Fico: “Salvini sbagliò a denunciare Saviano” Lui: “Lo rifarei”

Botta e risposta tra il presidente della Camera Roberto Fico e il ministro dell’Interno Matteo Salvini. Ieri mattina l’esponente dei Cinque Stelle, intervenendo al festival del giornalismo di Perugia ha condannato la scelta del leghista di denunciare lo scrittore Roberto Saviano: “Visto che il Viminale ha il potere di decidere sulle scorte e Saviano è sotto scorta, io non l’avrei mai denunciato. È un errore bello e buono”, ha detto Fico rispondendo a una domanda sul tema. Il fatto si riferisce all’estate scorsa, quando il vicepremier ha querelato per diffamazione l’autore di Gomorra per alcuni suoi interventi sui social, in particolare un video postato su Facebook in cui definiva Salvini “buffone” e “ministro della malavita“. Immediata la replica del vicepremier al presidente della Camera: “Io avrò tanti difetti ma non permetto a nessuno di darmi del malavitoso. Non so come reagirebbe il signor Fico se gli dessero del malavitoso. A me si può dare di tutto e di più – ha concluso – ma siccome combatto la malavita, la mafia, nessuno mi può dare del malavitoso”.

Razzisti e antisemiti: gli alleati tedeschi

Durante la commemorazione dell’Olocausto nell’assemblea della Baviera a gennaio, i deputati di Afd, partito tedesco di estrema destra, lasciarono l’aula in segno di protesta. Il gesto, da parte dei rappresentanti regionali di Alternative für Deutschland, era una risposta alle critiche rivolte da una leader della comunità ebraica, Charlotte Knobloch, sopravvissuta ai campi di sterminio, che li accusava di minimizzare i crimini nazisti e le vittime della Shoah.

Afd nel Parlamento europeo siede nell’Enf, il gruppo della Lega, ed è tra gli alleati più stretti per le Europee: alla convention di lunedì a Milano per lanciare la campagna elettorale per Strasburgo ci sarà il loro eurodeputato, Jörg Meuthen. Era probabilmente a questo episodio che si riferiva ieri Luigi Di Maio, dicendo “mi preoccupa questa deriva di ultradestra a livello europeo con forze politiche che faranno parte del gruppo con cui si alleerà la Lega, che addirittura, in alcuni casi, negano l’Olocausto”. Le dichiarazioni negli anni si sprecano. “Hitler e i nazisti sono solo una merda di uccelli in più di 1000 anni di storia tedesca di successo”, dichiarò Alexander Gauland, fondatore del partito, lo scorso giugno. E ancora: un esponente di spicco del partito, Björn Höcke, ha definito il monumento di Berlino in memoria degli ebrei assassinati “il monumento della vergogna”, perché, a suo giudizio, infangherebbe il passato “glorioso” della Germania concentrandosi su una vicenda da dimenticare e chiudere in un cassetto.

Lunedì a Milano, in una convention che brilla per l’assenza dei big, ci saranno poi Olli Kotro dei Veri Finlandesi e Anders Vistisen del Partito del Popolo danese. Due partiti tra i più razzisti e xenofobi d’Europa, che in questa legislatura si erano iscritti al gruppo dei Conservatori e Riformisti, conquistati alla causa leghista negli ultimi mesi dal ministro della Famiglia, Lorenzo Fontana e dal suo uomo a Bruxelles, Paolo Borchia.

I Veri Finlandesi, nati negli anni 90, hanno una proposta politica che mescola nazionalismo sovranista e tradizionalismo identitario (stop immigrazione, no al matrimonio o all’adozione per le coppie omosessuali, no all’insegnamento obbligatorio dello svedese nelle scuole). Il nuovo leader, Jussi Halla-aho, europarlamentare, con una condanna per razzismo alle spalle, è noto per aver augurato alle “donne ambientaliste e di sinistra” di “essere stuprate” sul suo blog, per aver descritto l’Islam come “una religione di pedofili” e la violenza come “un metodo sottovalutato per risolvere i problemi”. Ancora: nel novembre del 2011, il consigliere municipale Ulla Pyysalo, assistente parlamentare del deputato dei Veri Finlandesi, Juho Eerola, fece domanda per entrare nel Fronte di Resistenza Nazionale Finlandese, un movimento che si descrive apertamente come “nazionalsocialista”.

Al Partito del Popolo danese e alla fondatrice Pia Kjaersgaard si devono alcune norme contro i migranti, tra cui l’abolizione del ricongiungimento familiare, l’obbligo di residenza per sette anni per poter richiedere il permesso di soggiorno definitivo e il divieto per gli immigrati di sposare un cittadino straniero fino ai 24 anni.

Europee, M5S contro la Lega. “Sta con chi nega l’Olocausto”

Il capo politico ripicchia sul Carroccio “e la sua deriva di ultradestra”, che non è certo una novità ma in campagna elettorale più o meno vale tutto, anche scoprire l’evidente. E siccome i sondaggi dicono che riscoprire una vena di sinistra e insistere sui diritti civili funziona, Luigi Di Maio alza di parecchio l’asticella a proposito dei tedeschi di Afd (di cui vi raccontiamo qui in basso, ndr): “Preoccupa che del gruppo di cui farà parte la Lega in Europa ci siano partiti che negano l’Olocausto”.

Ma dietro al deflagrare dello scontro con Matteo Salvini, nella pancia del M5S si agita un nodo e si chiama capilista, proprio per le Europee. Una questione alimentata dal peso dei voti, presi e da prendere. E dall’idea di cosa dovrà essere il Movimento prossimo venturo.

Tutto parte dal piano del capo Di Maio, che pensa di proporre solo esterni come capilista per le elezioni del 26 maggio, cinque su cinque, “nomi che vi stupiranno” come ha giurato ieri da Milano dopo aver incontrato Davide Casaleggio. Perché è deciso a insistere sulla rotta verso un M5S sempre più “inclusivo” e professionale. Quindi porte spalancate anche a chi non è mai stato un 5Stelle, a patto che sia competente e magari noto. Anche perché secondo Di Maio il propulsore del successo nelle scorse Politiche fu proprio quella novità che pareva una eresia, candidare in tutti i collegi uninominali solo professionisti e personaggi conosciuti. E pazienza se nel calderone finì anche un corposo numero di massoni, espulsi ancor prima di essere eletti, e se con il più noto del mazzo, il capitano di fregata Gregorio De Falco, è finita malissimo.

Ma i progetti del vicepremier sbattono contro le resistenze degli undici europarlamentari uscenti, tutti della vecchia guardia, e tutti entrati nella lista definitiva dei 76 nomi per le Europee. Perché i veterani di Bruxelles hanno fatto il vuoto nelle parlamentarie sul web, arrivando primi in 4 circoscrizioni su cinque o comunque tra i primissimi. Insomma, hanno preso migliaia di voti. E non hanno voglia di lasciare i posti di capilista agli ultimissimi arrivati. Perché è vero, nelle urne di maggio varranno le preferenze, ed essere il primo nome dell’elenco non è affatto garanzia di elezione. Però aiuta, eccome. E poi c’è un evidente valore simbolico, nell’essere o meno tra quelle cinque caselle. Ergo, il tema è sul piatto. E non è facile capire quanto sia disposto a cedere Di Maio. Anche se a occhio non potrà restare indifferente di fronte ai voti raccolti dai big, l’attuale vicepresidente del Parlamento europeo Fabio Massimo Castaldo (4191 nella circoscrizione Centro, di gran lunga il più votato), il siciliano Ignazio Corrao (2839 nelle Isole) e la calabrese Laura Ferrara nel Sud (2975), per chiudere con la piemontese Eleonora Evi nel Nord-Ovest (2475).

D’altronde la ferita non è nuova, visto che Di Maio accennò agli stessi europarlamentari la voglia di aprire agli esterni già nello scorso dicembre, in un incontro notturno a Bruxelles. E i presenti non la presero bene. Mesi dopo, un parlamentare italiano di quelli che pesano suggerisce: “Forse la soluzione migliore sarebbe abbinare esterni a due o tre degli uscenti”. E chissà se ci sta pensando il Di Maio che, assicurano, non ha ancora nomi sicuri come possibili esterni. E che dovrà sbrigarsi, visto che le liste vanno chiuse per il 17 ed entro quella data i cinque capilista dovranno anche avere superato un’ultima votazione web.

Autostrade-governo, tregua fondata anche su Alitalia

C’è una bomba politica sotto la campagna elettorale di Lega e Cinque Stelle verso le Europee: la ricostruzione del ponte di Genova e il rapporto tra governo e Autostrade per l’Italia dei Benetton. E il tutto si intreccia con la partita su Alitalia.

ALITALIA.Il primo giugno la compagnia aerea, commissariata, deve restituire il prestito ponte da 900 milioni ricevuto dal governo Gentiloni nel 2017. Ma prima deve trovare un nuovo azionista: le Ferrovie dello Stato partecipano soltanto se c’è un partner industriale capace di rilanciare la compagnia. C’è l’americana Delta, ma la situazione non si sblocca. Mediobanca lavora come advisor per il governo Conte e sta sondando potenziali investitori. Tra questi ce n’è uno che sorprende: Atlantia, cioè la holding che controlla Autostrade per l’Italia.

L’azienda che il governo considera responsabile del crollo del ponte Morandi di Genova, al punto da avviare l’iter per far decadere l’intera concessione di Autostrade per l’Italia, dovrebbe risolvere un problema politico al governo in tempo per le elezioni europee? Mediobanca precisa che si muove in autonomia senza dover chiedere un consenso preventivo al governo. Ma l’ipotesi di un’alleanza tra acerrimi nemici non è peregrina. Tanto più per il sovrapporsi di tempi con la crisi Alitalia: l’ultimo atto formale del governo sulla “caducazione” della concessione di Aspi risale al 20 dicembre, una lettera all’azienda con la richiesta di spiegare le ragioni del crollo e le responsabilità. Il governo ha concesso ad Aspi 120 giorni per rispondere e la scadenza è imminente. “Quando abbiamo anticipato una posizione del governo, l’abbiamo fatto a ragion veduta. Su questo, la posizione del governo è ferma”, ha detto ieri Conte. Nessuno però sembra interessato allo scontro frontale.

Atlantia ha detto a Mediobanca di non avere intenzione di investire nel capitale di Alitalia. Ma fonti vicine al dossier osservano che Aeroporti di Roma, la società controllata al 99 per cento da Atlantia che gestisce l’aeroporto di Fiumicino, il suo contributo sicuramente lo darà. Adr non può permettersi il collasso di Alitalia o uno spezzatino che comporterebbe il calo dei voli e dunque del business. La possibilità di uno scambio tra il sostegno all’operazione Alitalia e la tregua sulla concessione è ancora concreta.

La ricostruzione. Le vicende romane si intrecciano con quelle genovesi. Subito dopo la tragedia del 14 agosto 2018 il governo ha deciso di escludere Autostrade dalla ricostruzione del ponte, pur addebitandole il costo dei lavori che sono affidati a Fincantieri e Salini-Impregilo. Ad oggi il conto per Aspi ammonta a 439 milioni di euro, che comprendono la demolizione, la ricostruzione e gli espropri di case e terreni privati. La cifra è stata stabilita dal commissario unico alla ricostruzione, il sindaco di Genova Michele Bucci, sulla base del “decreto Genova”. Autostrade ha fatto subito ricorso al Tar per contestare l’entità della somma, ma senza chiedere la sospensiva, così da far partire i lavori. Proprio nelle scelte del commissario e nella loro successiva gestione Atlantia può trovare ora qualche appiglio.

L’AMIANTO. Il decreto Genova, pubblicato in Gazzetta ufficiale il primo ottobre scorso, attribuisce al commissario, cioè al sindaco Bucci, i poteri in deroga a tutte le regole sulle gare, tranne quelle europee e tranne il codice antimafia (ma solo perché lo ha sollecitato l’Autorità anti-corruzione di Raffaele Cantone). Nei mesi scorsi l’ingegner Enzo Siviero ha scritto un paio di lettere a Bucci, a Cantone, alla Procura di Genova che, rilette oggi, suscitano qualche domanda. Siviero si è fatto notare nei giorni dopo la tragedia per una tesi stravagante e infondata, che il Morandi fosse caduto per delle esplosioni frutto forse di un attentato, ma di ponti se ne intende: ha insegnato Teoria e costruzione di Ponti allo Iuav di Venezia, oggi è presidente dell’Università eCampus. Il 27 dicembre e il 29 gennaio ha scritto chiedendo perché si è scelto di abbattere quel che restava del ponte Morandi invece di ricostruire la parte caduta. Si sarebbero risparmiati 200 milioni di euro e anni di lavori, assicura. Nella lettera del 29 gennaio scrive anche: “Non si è tenuto conto del rilevante danno ambientale conseguente alla demolizione per l’accertata presenza dell’amianto nello smaltimento di 250.000 tonnellate di macerie”. Ufficialmente la presenza di amianto è stata scoperta solo a marzo, un attimo prima di usare l’esplosivo sul pilone 8. Eppure, come già aveva detto al Fatto l’ex dirigente di Autostrade Gabriele Camomilla, tutti sapevano che ci fosse il materiale pericoloso. La lettera del professor Siviero è stata presa sul serio dal presidente dell’Anac, Cantone, che gli ha risposto spiegando però di non poter accertare nulla, perché è stata esclusa dalla sorveglianza sulla ricostruzione, nonostante gli annunci del governo e del commissario.

Cantone aggirato. Ai tempi di Expo 2015, dopo i primi scandali e i primi arresti, l’Anac di Cantone fu incaricata di fare una vigilanza preventiva sugli appalti per evitare che la fretta generasse corruzione. La squadra della Guardia di Finanza di supporto all’Anac ha ottenuto il risultato. Con Genova tutti sembravano voler replicare. Il 23 ottobre il commissario Bucci sigla quindi un accordo con l’Anac per una “vigilanza collaborativa” che diventa un protocollo d’intesa solo il 7 dicembre, perché Bucci perde tempo. Ma è soltanto uno spot: Bucci, la struttura commissariale e la politica (cittadina e soprattutto regionale, con il governatore Giovanni Toti) non hanno alcuna intenzione di sottoporre davvero al vaglio di Cantone i lavori per oltre 300 milioni che possono assegnare, sulla base del decreto Genova, con totale discrezionalità e senza paletti. Il presidente dell’Anac decide quindi di lasciare per iscritto le sue perplessità, per evitare di trovarsi un domani a rispondere di irregolarità che non è stato messo in condizione di prevenire.

Il 19 marzo scrive a Bucci che l’Anac “ha deliberato la risoluzione del protocollo di collaborazione per la ricostruzione del viadotto Polcevera”. In tre mesi “nessuna verifica è stata richiesta in via preventiva dalla sua struttura”, scrive Cantone, che aggiunge: “Taluni atti sono stati a noi trasmessi solo dopo la loro pubblicazione sul sito istituzionale del commissario e per questi era chiaramente esclusa qualsiasi possibilità di verifica da parte dell’autorità, essendo già stati adottati”. In un Paese dove tutte le opere, grandi e piccole, sono bloccate, soltanto a Genova si può spendere senza vincoli e senza regole. Una occasione troppo ghiotta per le imprese e i loro sponsor politici. Ma troppa discrezionalità di solito finisce per incentivare comportamenti che, prima o poi, finiscono all’attenzione della Procura. Perché il decreto Genova consente deroghe a tutto, ma non al codice penale.

Adn: “La Rai tratta con Radio Radicale”. Ma non c’è tempo

L’indiscrezionelanciata dall’agenzia Adnkronos è suggestiva, ma stando a fonti qualificate, poco veritiera: “Una trattativa tra la Rai e Radio Radicale” per salvare la testata, la cui convenzione con lo Stato (cui assicura la pubblicità dei lavori parlamentari su tutto il territorio nazionale) scade il 21 maggio. La questione è annosa perché la Rai avrebbe Rai Parlamento per fare questo lavoro, la quale però non dispone di frequenze sufficienti a coprire l’intero Paese: è quasi un quindicennio, dunque, che si dovrebbe trovare un modo per risolvere la questione, ma non si è mai andati oltre i più vuoti dei pour parler. Ora viene fuori la notizia di una “trattativa”, poi derubricata nell’articolo a un “ragionamento” in Rai (di cui a Radio Radicale, peraltro, non risultano notizie) su un “matrimonio” che pare più un’acquisizione dopo la liquidazione (visto che si citano l’archivio, il più grande d’Italia, e le frequenze). Dice il direttore Alessio Falconio (nella foto): “Abbiamo poche settimane di tempo, la convenzione scade il 21 maggio e l’unico dato certo è questo. Come chiede anche il senatore M5S Primo Di Nicola, conditio sine qua non di qualunque ipotesi è la proroga della convenzione. A noi interessa non morire il 21 maggio”.

“Bugno la scelsi io: è brava, ha imparato da me”

“Claudia Bugno la conosco bene. L’ho portata io al ministero dello Sviluppo economico. Era il 2009 e la misi a capo del Fondo di garanzia per le imprese. Ne ho un ottimo ricordo”. Tornato per la terza volta sindaco di Imperia nel 2018, contro la stessa FI, l’ex ministro azzurro Claudio Scajola guarda con distacco e un certo divertimento alle vicende degli ultimi giorni, che hanno visto protagonista la dirigente del ministero dell’Economia per il suo rapporto molto stretto, e in aria di conflitto d’interessi, con il ministro Giovanni Tria.

Come arrivò Bugno da lei?

Stavamo riorganizzando il ministero e avevo bisogno di una guida per il fondo per le imprese. La scovai leggendo il curriculum: la convocai per un colloquio e ne ebbi un’ottima impressione. E la mia scelta si rivelò azzeccata: si dimostrò un ottimo dirigente, molto capace e valida, collaborativa col mondo delle Pmi. Il successo del fondo fu anche merito suo.

Poi, nel 2010, il patatrac.

Sì, mi dimisi per le note vicende della casa al Colosseo (Scajola venne assolto nel 2014, il pagamento ci fu ma lui non ne era a conoscenza, ndr) e della Bugno persi le tracce.

Si è meravigliato a ritrovarla con Tria?

L’ho saputo qualche mese fa e sì, mi ha sorpreso. Quando i miei ex collaboratori assumono ruoli di rilievo mi fa sempre piacere, perché vuol dire che magari hanno imparato qualcosa anche da me.

Cosa ne pensa di questa vicenda? Lo strapotere della Bugno, le sue molte cariche…

Ho un rigetto fastidioso per i processi di popolo senza conoscere le vicende. Non faccio dietrologia, né pettegolezzi. Non m’interessa, non so rispondere e non è un mio problema. E poi, chi sono io per giudicare…?

E l’assunzione del figliastro di Tria nell’azienda del compagno della Bugno?

Chi è senza peccato scagli la prima pietra.

Tria è nella bufera. Lega e 5 Stelle lo accusano di remare contro la politica economica del governo…

Non conosco personalmente il ministro, ma ritengo che sia l’unica persona seria all’interno di un esecutivo debole, inaffidabile, dilettantesco. Non credo comunque che un ministro dell’Economia possa remare contro il suo governo. Il suo però è un ruolo difficile, reso ancora più complicato dal fatto che le sue parole di buonsenso fanno fatica a essere ascoltate.

Tria è sempre in bilico.

Io non auguro il male a nessuno. Ma non so se per lui è meglio restare lì o andar via.

Cosa accadrà dopo le Europee?

La caratteristica di questo esecutivo è di avere al proprio interno maggioranza e opposizione. Litigano tutto il giorno, poi la sera vanno a cena insieme. Credono di far fessi gli italiani, ma mi sembra un gioco delle parti per tenersi strette le poltrone. Poltrone che a breve scotteranno parecchio.

Fino a quando?

Questa maggioranza anomala durerà fino a quando gli elettori capiranno che è inadeguata a guidare il Paese e a risolvere i gravi problemi dell’Italia.

Salvini alla fine tornerà o no con Berlusconi?

Non so, ci sono tanti fattori in ballo: come andranno le Europee per le forze di governo e per il centrodestra; se i consensi della Lega inizieranno a erodersi o no; la prossima manovra di bilancio con cui nessuno vorrà confrontarsi.

Per diventare sindaco lei ha sconfitto l’uomo di Toti.

È stata una grande soddisfazione. Se Berlusconi corre dietro a Salvini fa un grave errore. La gente ti percepisce come debole e tra la brutta copia e l’originale preferisce quest’ultima. Ma del resto la linea di Forza Italia è quella che è.

Ovvero?

Evanescente.

Quando c’era lei a gestire il partito i voti erano il triplo.

È innegabile.

E nemmeno un grazie.

Mi diverto a fare il sindaco di Imperia.

Poltrone, Def e crac bancari: prove di pace Tria-gialloverdi

Le guerre finiscono con un armistizio e le guerre di potere non fanno eccezione: un armistizio è quello che si va profilando tra il ministro dell’Economia Giovanni Tria e la sua maggioranza, lato grillino in particolare. Non potendosi risolvere la questione con un matrimonio tra tribù, la base d’asta pare trovata in un più appropriato scambio di poltrone e relativi prigionieri.

Al centro della vicenda c’è la Sace, società controllata da Cassa depositi (a sua volta controllata dal Tesoro) che assicura l’export, la cui assemblea dei soci è convocata il 16 aprile: il capo di Cdp Fabrizio Palermo, scelto dai 5Stelle contro il parere di Tria, vuole far piazza pulita dei vertici attuali; il ministro vorrebbe tenere sia l’ad Alessandro Decio che il presidente Beniamino Quinteri, suo amico e collega a Tor Vergata. Ieri si è saputo che la scelta è stata rinviata alla prossima settimana, esattamente come il Comitato che dovrebbe ratificare la nomina di Claudia Bugno nel cda dell’Agenzia spaziale italiana, incarico di consolazione dopo che la collaboratrice di Tria ha dovuto rinunciare all’assai più prestigioso posto in Stm per il niet di M5S e Lega.

E qui veniamo allo scambio dei prigionieri: una poltrona a me, una a te, come si fa tra gente educata. Il ministro ottiene la nomina di Bugno all’Asi e la permanenza dell’amico Quintieri in Sace, ma dovrà cedere il posto di amministratore delegato a un uomo di fiducia di Palermo e della catena di potere grillina, vale a dire del sottosegretario delegato al sottopotere Stefano Buffagni. Il candidato? È sempre Alessandro Pellegrini, da poco in Cdp come senior advisor per le partecipate e che – come ha scritto Giorgio Meletti sul Fatto – è “pieno di conflitti d’interessi. Come capo di Sace si troverebbe, per esempio, ad assicurare le commesse della Maire Tecnimont, uno dei maggiori clienti di Sace, di cui è consigliere”. Palermo e Buffagni, però, non mostrano ripensamenti, anche perché – assicurano fonti di Cdp – in caso di nomina Pellegrini, bontà sua, si dimetterà da tutto.

Insieme al kamasutra delle poltrone, all’inizio della prossima settimana ci sono altri dossier su cui Tria deve venire incontro alla sua maggioranza. Il primo sono i rimborsi alle vittime dei crac bancari: ieri il ministro ha illustrato le norme alla Commissione Ue ottenendone un informale via libera. Nell’ultima versione: rimborsi automatici (30% agli azionisti, 95% agli obbligazionisti) per chi ha Isee sotto i 35mila euro oppure patrimonio mobiliare sotto i 100mila; per gli altri la vendita illecita di azioni dovrà essere stabilita da una commissione per consentire all’Ue di far finta che si tratti di un arbitrato e non di aiuti di Stato. Così – sostengono fonti del Tesoro – il 90% della platea avrà diritto al risarcimento automatico: è questa, salve modifiche alle soglie, la soluzione che Giuseppe Conte dovrà illustrare alle associazioni dei “truffati” lunedì. Il Tesoro ha capito di dover trattare anche perché Matteo Salvini sul punto è rimasto con Luigi Di Maio: anzi il vicepremier avrebbe sedato in modo abbastanza deciso le perplessità di un pezzo del suo stesso partito e, in particolare, di Giancarlo Giorgetti. Le associazioni non saranno contente e neanche pezzi di Lega e M5S, ma la faccenda va risolta in fretta.

Clima sereno, invece, sul Documento di economia e finanza che martedì offrirà il quadro dei conti pubblici. Di fatto, e in pieno accordo tra Tria e la sua maggioranza, sarà vuoto: fotograferà la situazione tenendo conto della crescita negativa degli ultimi due trimestri e lascerà immutato il cosiddetto “quadro programmatico”, clausole di salvaguardia comprese, salvo ribadire che non intende far aumentare l’Iva. Del resto si parlerà in autunno: come ha detto ieri Tria, “la flat tax non sarà nel Def, la metteremo in manovra”. Tradotto da una fonte di maggioranza: “È inutile litigare con una Commissione che tra poco non ci sarà più”.

Il Codice Normale

L’altro giorno abbiamo provato a immaginare quanti voti guadagnano i “populisti” fra quanti leggono di Gueladje Koulibaly, immigrato clandestino dalla Guinea, con precedenti per violenza, resistenza e una molotov, che dovrebbe già essere stato rimpatriato o almeno ristretto in un Cara in attesa dell’espulsione decretata da mesi dal questore; invece nessuno lo cerca, lui resta a piede libero e tenta di stuprare una diciottenne a Torino, nel parco del Valentino. Oggi ci poniamo la stessa domanda per un’altra notizia, ancor più grave, sempre da Torino: quella di Said Mechaquat, marocchino con cittadinanza italiana, che il 23 febbraio ha sgozzato il giovane Stefano Leo scambiandolo per un ex rivale in amore, ma quel giorno avrebbe dovuto essere in carcere o ai domiciliari o ai servizi sociali (dal 9 maggio 2018, e per una condanna del 2016!) a scontare una condanna di 1 anno e 8 mesi senza condizionale per maltrattamenti alla consorte, invece era libero per i soliti ritardi nell’esecuzione della pena. Ieri il procuratore generale Edoardo Barelli s’è scusato (per quel che può valere) con i familiari della vittima e ha spiegato che il caso di Said è tutt’altro che isolato: soltanto nella civilissima Torino, ci sono circa 15 mila sentenze definitive emesse dal 2016 a oggi su almeno altrettanti criminali che attendono di essere eseguite per la cronica assenza di personale (giudici, cancellieri, segretari, agenti). Figurarsi quanti sono in tutto il resto d’Italia. Non tutti i condannati, al momento dell’esecuzione, finiscono in cella, anzi solo una minima parte.

In Italia, grazie alla legge Gozzini e alla stratificazione di infinite norme svuotacarceri (l’ultima, del ministro Orlando, l’ha fortunatamente cancellata Bonafede), chi deve scontare una pena complessiva o residua fino a 3 anni (in certi casi 4), la galera non la vede neppure in cartolina. Dunque anche Said probabilmente sarebbe finito in qualche ospizio o ente benefico, tipo B. a Cesano Boscone. Ma ci sono pure i condannati “over 3” (o 4) che un po’ di carcere devono farselo per forza. Bene, anzi male: quando finalmente lo Stato, zigzagando fra gradi e fasi di giudizio, prescrizioni, amnistie, condoni, indulti, scappatoie e cavilli vari, dopo anni e anni, con enorme dispendio di soldi, uomini, strutture ed energie, riesce finalmente ad assicurare alla giustizia un colpevole, manca il personale per l’ultimo tratto di strada da casa alle patrie galere. Decine di migliaia di potenziali galeotti, molto pericolosi visto che le loro condanne superano i 4 anni, circolano indisturbati fra noi, pronti a riprendere l’attività criminale.

Il che rende tragicamente ridicoli gli alti lai che a cadenza regolare si levano dai pulpiti “garantisti” sul “sovraffollamento carcerario” per i “troppi detenuti” e le “poche pene alternative”. Panzana che fa il paio con un’altra, già smentita dagli studi criminologici più seri: che il tasso di recidiva aumenti per chi sconta la condanna in carcere e diminuisca per chi resta a piede libero (con tanti saluti a Cesare Beccaria, gran sostenitore della certezza della pena). La verità è che l’Italia ha meno detenuti in rapporto alla media europea e soprattutto in rapporto al numero di criminali in circolazione (essendo l’unico Paese d’Europa con tre regioni controllate militarmente dalle mafie e col record di corruzione ed evasione fiscale). Chi pensa che gli attuali 60 mila detenuti siano troppi finge di ignorare che, alla luce delle sentenze ineseguite, dovrebbero essere il doppio. E, se non lo sono, è solo perché il sistema non funziona. Il che rende paradossale la solita ricetta di aprire le galere per far uscire un po’ di delinquenti, con l’ennesimo indulto, amnistia, svuotacarceri per mandare lorsignori a scontare la pena a casa propria o in qualche istituto, dove poi manca il personale per controllare che rispettino gli obblighi e non tornino a delinquere.
Le anime belle hanno criticato uno dei punti più sacrosanti del programma giallo-verde: quello di costruire nuove carceri. Queste consentirebbero ai detenuti di vivere in spazi più civili e allo Stato di adeguare i posti-cella a un fabbisogno destinato a crescere nel caso di anche minimi recuperi di efficienza della macchina giudiziaria. Carceri che si potrebbero ricavare non solo edificando nuove strutture, ma anche riadattando (per i detenuti meno pericolosi) le caserme in disuso. Ma non basta: oltre ai passi già compiuti da Bonafede (blocca-prescrizione, Anticorruzione, esclusione dei reati da ergastolo dal rito abbreviato e dai relativi sconti di pena), è in cantiere la riforma del Codice di procedura penale. L’occasione giusta per sfrondarlo da assurde scappatoie fatte apposta per regalare l’impunità ai colpevoli. L’altro giorno Giulia Ligresti ha ottenuto dalla Corte d’appello di Milano la revisione della pena di 2 anni e 8 mesi, più sequestro di azioni e immobili per circa 15 milioni, da lei stessa patteggiata a Torino per aggiotaggio e falso in bilancio. Avete mai visto un innocente che patteggia 32 mesi di galera e il sequestro di 15 milioni? Evidentemente era innocente a sua insaputa. Eppure in Italia è possibile anche questo: concordi una pena, non la impugni (perché si può pure patteggiare e poi ricorrere in appello e in Cassazione), la rendi definitiva; poi si scopre che il Tribunale dove hai patteggiato non era competente e i processi a te e agli altri ripartono altrove da zero con risultati opposti; il tuo patteggiamento diventa carta straccia; e ti ritrovi pure beatificato dai giornali come un martire sul calvario e la vittima di un errore giudiziario cui hai concorso anche tu. È populismo indignarsi per le baggianate che rendono ridicola la Giustizia? Se lo è, ci iscriviamo subito. Ma preferiamo chiamarlo buonsenso.