Kurt Cobain, il “perdente” di successo (suo malgrado)

È il 5 aprile 1994 quando Kurt Cobain, rintanato nella sua villa di Seattle in Lake Washington Boulevard, si inietta in vena 1,52 milligrammi di eroina, mentre dalla finestra della sua stanza vede scorrere le verdi acque del Puget. Scrive un’ultima lettera, quella dell’addio, poi si punta la canna del fucile alla tempia mettendo fine alla sua breve esistenza all’età di 27 anni. Un gesto disperato, anche se facilmente prevedibile, che lo renderà immortale.

Si sente oppresso Kurt, non regge il peso della fama e tutto quel che essa comporta. Come un novello Amleto si trova dinanzi a un bivio: dover scegliere tra la vita e la morte. Sceglie la morte. Quando si diffonde la notizia del suo suicidio, in tutto il mondo inizia un processo di santificazione che se l’avesse saputo, Kurt avrebbe impugnato il fucile una seconda volta. Chi gli sta vicino racconta che sentiva il peso della troppa importanza che gli veniva data e questo lo faceva star male. Del resto, il frontman dei Nirvana è la stella della Generazione X, solo una delle etichette che negli anni 90 i media statunitensi affibbiano alla generazione di giovani nati tra gli anni 60 e 70 dopo averli attentamente studiati e classificati quasi come fosse una tribù in via d’estinzione. Era emerso infatti che la cosiddetta Generazione X – etichetta tratta dall’omonimo romanzo di Douglas Coupland che la utilizzò per indicare uno stato mentale diffuso tra i ragazzi dai 15 ai 25 anni, dove la X denotava un basso livello di autostima – si mostrava piuttosto riottosa rispetto alle previsioni dell’industria dei consumi. Se fino ad allora, anche grazie alle pellicole hollywoodiane, il settore dello spettacolo e della pubblicità avevano funzionato a meraviglia, omologando consumi, gusti, gesti e abitudini, a un certo punto comincia a manifestarsi un’avanguardia nata dal post-consumismo. Schiere di giovani che si oppongono alla cultura dominante che negli anni degli happy times clintoniani sta generando malessere e soprattutto un ‘vuoto’ riempito con beni di dubbia utilità. In particolare, ciò che preoccupa è la presa di coscienza che, in mancanza di un piacere consumistico, il senso della propria esistenza lo si può trovare nell’appartenenza a una tribù. Ed è in questo contesto che si inserisce la figura di Kurt Cobain, che a capo di una tribù, suo malgrado, ci si ritrova grazie a un bel po’ di hit suonate assieme ai Nirvana. Con brani come Smells Like Teen Spirit, About A Girl, Come As You Are fa luce su un mondo nuovo, e rivela non l’insolito e il bizzarro ma semplicemente ciò che è familiare. Osa esporre l’imbecillità dell’intima mente e così facendo scopre un’America ch’era sotto il naso di tutti. Perché sono in migliaia i giovani che vivono la sua stessa condizione. E non solo negli Stati Uniti, ma nel mondo. Cobain proviene da Aberdeen, grigia cittadina a pochi chilometri da Seattle, con un tasso di suicidi che è il doppio rispetto alla media nazionale ed elevati tassi di disoccupazione e alcolismo. Non ha mai nascosto che la causa principale della sua cronica depressione sia stata la dissoluzione della sua famiglia, in seguito al divorzio dei genitori quando aveva otto anni. “Venni affidato prima a un parente, poi a un altro e… un altro”. Eppure, l’apatia e alienazione di Aberdeen il giovane Kurt le converte in una macchina per fare soldi a palate, semplicemente cantandole.

Kurt non si è mai sentito il portavoce di una generazione, né ha mai vestito i panni del leader che in fin dei conti neanche lontanamente sente di essere. E a quella irrefrenabile ascesa pone fine facendosi esplodere le cervella. Nonostante la fama rimane un loser seppur di successo, un cantore ribelle dall’onestà tragica. Proprio come gli altri eroi del Grunge, Andy Wood, Layne Staley, Mike Starr, Chris Cornell, Scott Weiland, tutti accomunati da un destino fatale.

È insoddisfatto Kurt, e di brutto. All’apice del successo per sopravvivere acquista una villa, sposa una famosa rocker, Courtney Love, fanno una figlia. Insieme formano quella che viene definita la coppia regnante di un nuovo impero ribattezzato dai media “Grunge” e Time, dopo la nascita di Frances Bean, li elegge “famiglia per eccellenza della nuova America X”.

Venticinque anni sono forse la giusta distanza per meglio comprendere quel che successe allora: il sistema di produzione, promozione e circolazione che invano aveva atteso quella massa di irregolari all’incasso, capisce al volo che c’è bisogno di un cambio di strategia: anziché demonizzarla, quella generazione perdente e disillusa la trasforma in avanspettacolo, mandando in scena un assortimento esistenziale di giovani svogliati, dai capelli lunghi e in camicia di flanella, che gli vale una fortuna, con la spinta decisiva offerta da case di moda, riviste patinate e film potentemente evocativi. E ironia della sorte, quel sentirsi loser viene elevato a rappresentazione, uno state of mind, e Kurt Cobain celebrato come sua degna icona.

Il capo della tribù, suo malgrado.

“Lo spietato” Padrino ai piedi della Madunina

Santo Russo fa i miracoli. Ma non quelli canonici: uccide, e in questa accezione ha un ruolino di marcia da far impallidire Gesù Cristo. Il primo a cadere, Spadafora, gli ha picchiato il fratello, reo di non aver onorato un debito di gioco di 150mila lire. Santo prima abbozza, s’unisce al brindisi delle ’ndrine che festeggiano la Madonna fuori porta, ma di festa ne ha in mente un’altra: “Nella Milano da bere vince chi ha più sete”, recita il felice pay-off, e Santo Russo ha una sete da morire, anzi, da ammazzare. È lui Lo spietato, regia di Renato De Maria, dall’8 al 10 aprile in sala con Nexo Digital, dal 19 su Netflix.

Da Platì con furore, Santo Russo è uno che non lascia scampo: padre rinnegato dalle cosche calabresi, educazione sentimentale al Beccaria, sodalizio con un altro terrone, Slim, e lotta dura e senza paura ai polentoni dell’hinterland milanese. Da Corsico a Buccinasco, la tensione è centripeta e aspirazionale: il Duomo, meglio, la mia bela Madunina. Ci arriverà, giacché la strada è lastricata di cattive intenzioni e buoni risultati: con Slim e Mario Barbieri fa di banda amicizia, e viceversa, finché i capi non lo fanno sedere al tavolo che conta. I vestisti sono appariscenti, le auto Lamborghini e Ferrari, la donna una, pia, messa incinta e sposata con le manette ai polsi. L’importante è la forma, ma anche la sostanza, l’eroina, arriverà.

Santo mette d’accordo siciliani e calabresi, passa indenne o quasi dai sequestri all’autosilo, dalle rapine allo spaccio, volendo solo una cosa: sempre di più. I capelli si allungano in prigione, il sorriso non cambia: strafottente senza infierire, ironico senza pietà, è un biglietto da visita e, alla bisogna, un epitaffio, perché anche il Boom, come il Miracolo, può avere un secondo significato.

Santo Russo è Riccardo Scamarcio, che ha fedina penale importante – Romanzo criminale, La prima linea (regia sempre di De Maria, interpreta Sergio Segio), Pericle il nero – e non si smentisce: “Sono cresciuto vedendo film alla Goodfellas, faccio l’attore per questi ruoli. Santo mi ricorda alcuni figuri che giravano nella mia Andria con gli orologi d’oro e la Ferrari: si professavano imprenditori, ma faticavi a credergli”.

A istruire l’ascesa e la caduta del bandito è Manager Calibro 9 di Pietro Colaprico e Luca Fazzo (Garzanti), ma Scamarcio non è l’unico ad aver attinto da filmografia e biografia: “Corono finalmente – confessa De Maria – un sogno adolescenziale, è il film che aspettavo di fare da tutta la vita. Dashiell Hammett, i noir americani, i gangster di Melville: il genere mi piace da sempre, qui ho potuto condensare passione e azione, tragedia greca e storia d’amore, spettacolarità e leggerezza del racconto”. Il resto sono memorie del sottosuolo: “Le periferie degli anni ’80, da ragazzo gente come Santo, Slim e Barbieri li incontravi nei bar e ci parlavi: personaggi anche simpatici, con una vitalità che chi ha studiato e letto i libri magari non ha”.

A catalizzare Lo spietato il suo precedente documentario Italian Gangsters, dedicato ai banditi del Nord e ai poliziotteschi, da cui vengono i co-sceneggiatori Valentina Strada e Federico Gnesini: “Il lavoro di scrittura è durato tre anni, abbiamo attinto da un libro cronachistico-giudiziario, da una storia vera, e riscritto con referenze cinematografiche: la ‘ndrangheta alla conquista di Milano, dell’Italia e del mondo trova Quei bravi ragazzi di Scorsese, i racconti di Giorgio Scerbanenco, Svegliati e uccidi di Lizzani sul rapinatore Lutring, la trilogia di Fernando Di Leo saccheggiata da Tarantino, e non dimentichiamo che Coppola volle il Gastone Moschin di Milano calibro 9 nel Padrino. Parte II. Del resto, i registi rubano, non copiano”.

Nel cast, Sara Serraiocco è la moglie di Santo Mariangela, Marie-Ange Casta l’amante artistoide e radical chic Annabelle, Alessio Praticò Slim, Alessandro Tedeschi Barbieri; le musiche di gusto e atmosfera sono firmate da Riccardo Sinigallia e Emiliano Di Meo; Netflix è arrivata a riprese già concluse, non ha fatto richieste creative, bensì “apprezzato – rivela il produttore Angelo Barbagallo – un film davvero per il pubblico, che non si pone troppe domande e gioca ironicamente con il genere”. Se Scamarcio e la Serraiocco si stanno doppiando in inglese per venire incontro alla platea, 190 Paesi e 140 milioni di subscribers, internazionale, Netflix perfeziona la discesa in campo da Trieste in giù: il crime seriale di Suburra al centro, al nord infiltrato dalla ‘ndrangheta Lo spietato perché, come insegnava il cinepanettone nell’Italia dei Comuni, cast e film si fanno con un occhio alla storia e l’altro alla geografia.

Test antidroga e dibattito da stadio. Zelensky scrive il copione della sfida

Kiev stava per andare a dormire prima del beep beep. Nella notte la città viene svegliata dalla komanda, squadra di Zelensky: insonne, multiforme e perennemente agguerrita sui social. Il link del nuovo video del comico candidato alla presidenza diventa virale in poche ore: “Presidente Poroshenko, questo è un ultimatum! Né alcolisti né drogati, faccia i test, l’Ucraina ha bisogno di un presidente sano”.

È una sfida a duello lanciata nel web che in poche ore registra un milione di visualizzazioni su Youtube. Con l’inesperienza politica ostentata come marchio di correttezza, Zelensky cammina nel deserto stadio Olimpisky allargando le braccia mentre la musica rock incalza insieme ai flash. Grandina parole come battute di una sceneggiatura. L’Ucraina intera è il suo ultimo, enorme set: “Non sono un clown, né una marionetta del Cremlino o Holomolsky, sono il candidato presidente d’Ucraina e avete 24 ore per accettare la sfida al dibattito”.

Poroshenko risponde chiamando l’avversario per nome e patronimico: “Vladimir Oleksandrovic, vuoi un dibattito allo stadio perché vuoi trasformare tutto in show, ma stadio sia”. Il presidente si sottoporrà ai test antidroga. La Kiev giovane non parla d’altro. A bocca aperta davanti ai video, i ragazzi faticano a credere al giovanilismo iniettato dai leader in questa campagna elettorale al bivio decisivo. “Alla fine ci è riuscito davvero, non è più uno scherzo d’aprile” dice dietro gli occhiali e i suoi 20 anni la studente Katerina Potolenciuk. Uno ha la popolarità, l’altro il potere. “Zelensky è inopportuno, offensivo per il paese, ma Poro konez, il presidente è finito”.

Escalation militare al fronte del Donbass – due morti negli ultimi giorni – ed escalation politica tra finzione e realtà a Kiev. “Voteranno l’uomo o la maschera?” si chiedono a Maidan. Un candidato sulle spine, un altro passeggia sui carboni ardenti. Dopo la risposta di Poroshenko, con musica apocalittica d’occasione, a colpi di offese e provocazioni come ad un incontro di boxe, Zelinsky appare in un secondo video: invita la sconfitta Yulia Timoshenko, terza scelta del paese alle urne, a moderare l’incontro tra i due candidati allo stadio. La regina che ha perso la treccia e la speranza di diventare per la terza volta premier è il fantasma più silenzioso della città e non risponde. Non lo fa neanche più questo paese allibito davanti allo spettacolo grottesco in cui c’è in gioco il suo destino.

Grillo, Guatemala, Giappone&C: come è comica la politica

In Giappone si è scomodato addirittura il primo ministro Shinzo Abe in persona, per tentare di ingaggiare un attore molto noto alla platea televisiva in vista delle elezioni amministrative di domenica. Non è la prima volta che a Takuro Tatsumi, poliedrico attore sessantenne protagonista anche di commedie, il leader del partito conservatore Liberal Democratico ha chiesto di lasciare la finzione per entrare nell’agone politico. Ma, al contrario di quanto accaduto nei giorni scorsi in Ucraina e 4 anni fa in Guatemala – per non parlare degli Stati Uniti che per primi elessero un ex attore alla Casa Bianca, Ronald Reagan – il Giappone non avrà un governatore strappato al mondo dello spettacolo.

Il motivo del rifiuto rimane ignoto, dato che non sono state diffuse dichiarazioni dell’attore. Le persone che gli sono più vicine ritengono che la ragione sia semplice: l’attore non si ritiene in grado di governare perché nella vita ha fatto altro e non ha le competenze giuste per decidere della vita di milioni di giapponesi. Non la pensa allo stesso modo Volodymyr Zelensky , l’attore ucraino che ha appena vinto il primo turno delle presidenziali e il 21 aprile potrebbe diventare capo dello Stato contro il presidente uscente Poroshenko.

Già presidente per caso nella serie tv Servitore del popolo, Zelensky ha deciso di provare a diventarlo nella realtà utilizzando proprio la sua mancanza di esperienza politica per attrarre il voto anti sistema. A chi lo accusa di essere un uomo senza scrupoli manovrato dal potente oligarca Ihor Kolomoisky – proprietario del canale tv che manda in onda la serie di cui è sceneggiatore nonché protagonista – l’attore ha ricordato proprio la parabola di Ronald Reagan, dimenticando però che l’ex attore prima di essere eletto, al secondo tentativo, presidente degli Stati Uniti fece una lunga gavetta come governatore della California e prima ancora come sindacalista e attivista del Partito democratico, che poi tradì per entrare in quello Repubblicano.

Ma allora, negli anni 70 e 80 c’era tempo per farsi le ossa. Nella società attuale iper-veloce l’importante è arrivare per primi sostenuti da uno staff di esperti di social media per parlare direttamente all’elettorato giovane e deluso.

Lo aveva capito già nel 2010 il comico islandese Jon Gnarr, diventato sindaco di Reykjavik, cavalcando un’ondata di antipatia e delusione nei confronti dei politici accusati della crisi finanziaria.

Fin dall’inizio della sua campagna, inizialmente lanciata come prodezza satirica nel suo programma televisivo, Gnarr usò questo mantra: “Onestà e integrità, empatia, comunicazione non violenta e divertimento”. Una formula che ha fatto breccia anche nei dintorni dell’equatore un lustro dopo. Nel 2015 l’attore comico guatemalteco Jimmy Morales, noto per il programma tv di satira realizzata con il fratello e intitolata Moralejas, Morali (declinazione del cognome adottato a inizio carriera per alludere alla loro missione di denuncia della corruzione, piaga principale del Paese centroamericano), ha conquistato il pubblico a base di selfie e tweet in cui prometteva di ripulire il paese dai corrotti.

Fu proprio quando il comico latino vinse che i media internazionali iniziarono a indicare l’italiano Beppe Grillo come capostipite di una nuova generazione di politici con un passato da attori, specialmente di satira. I collaboratori di Zelenskiy hanno citato sia Reagan sia Grillo e il Movimento 5 Stelle per spiegare ciò che potrebbe succedere in Ucraina in seguito al ballottaggio. E non importa se Reagan e Grillo appartengono a epoche non sovrapponibili, se le loro idee sono diametralmente opposte e concepiscono la politica in modo intrinsecamente diverso.

Jon Krosnick, professore di Scienze politiche alla Stanford University, ha scritto: “Anche se non è vero per tutti i comici, molti fanno battute che portano il loro pubblico a pensare cose a cui non avevano mai pensato prima e a mostrare loro un modo diverso di guardare ai fenomeni”.

Mail Box

 

La Guerra civile di Spagna non deve essere dimenticata

Ho notato con infinito piacere che nell’editoriale di Marco Travaglio nel numero del 3 aprile sono stati citati, come esempio di impegno civile e di lotta contro le tirannie di ogni ordine e colore, alcuni italiani che hanno combattuto in Spagna durante la Guerra civile. Tra questi nomi vorrei sottolineare la presenza di Camillo Berneri, anarchico atipico e fine intellettuale. La sua morte, avvenuta a Barcellona simultaneamente a quella di Barbieri, ha presentato sempre alcuni risvolti misteriosi e nonostante le smentite pare vi sia stata un’attiva partecipazione del Comintern di cui era rappresentante in Spagna Palmiro Togliatti. Non a caso Travaglio ha omesso il dirigente comunista tra i nominativi degli italiani che hanno contribuito, in nome della libertà e della democrazia, al primo episodio di lotta antifascista e di resistenza che è stato la guerra di Spagna. Nel 2019 ricorre l’anniversario del suo epilogo, sarebbe auspicabile un ricordo spogliato della retorica stalinista, di quanto avvenuto, rendendo giustizia a quegli uomini e quelle donne che si sono sacrificati e che vengono spesso dimenticati.

Gianpaolo Cordioli

 

La “zingarata” di Zingaretti: la nomina di Luigi Zanda

L’ultima zingarata non è un film di Mario Monicelli con Raffaello Mascetti (Ugo Tognazzi) detto Lello. La nomina di Luigi Zanda a nuovo tesoriere del “nuovo” Pd e la sua proposta di legge per equiparare gli stipendi dei parlamentari italiani a quelli, più lauti, dei parlamentari europei sono l’ultima zingarata. Il termine zingarata sta a indicare uno scherzo, riporta il Devoto-Oli, Dizionario della Lingua Italiana. Il Pd con le sue “formulette” è paladino degli interessi della casta e scherza con le classi lavoratrici in sofferenza.

In base a nessuna acrobazia politico-intellettuale può definirsi “di sinistra”, ma deve stare sereno: l’omelia funebre è vicina.

Dario Bertuccelli

 

Il Family Day ci riporta indietro di sette secoli

Ho controllato sul calendario e non siamo nel 1300 ma nel 2019. Meno male che una volta all’anno ci sono congressi sacri come quello di Verona che ci riappacificano con noi stessi. E che ci ricordano che la famiglia (quella vera, s’intende) è una sola: ed è sacra ed indivisibile. Se poi capita, ma capita raramente, che la persona con la quale vi siete sposati, non fa per voi, pazienza. Sarà nella prossima vita, quella eterna in cui vi potrete rifare.

Non vi deprimete. Basta pazientare. L’al di là porterà consolazione. Se poi taluni di coloro che santificano la famiglia sono separati o divorziati, non ne abbiate a male, capita sovente che nello sciagurato paesello italico la coerenza sia configurata come elemento accessorio. Insomma non bisogna andare “contro natura” e coloro che intraprendono questa strada saranno puniti da Dio. Leggere queste affermazioni mi ricordano che in taluni paesi, (circa 75) l’omosessualità è un reato e viene punito con l’ergastolo o con la pena capitale.

Gli scambi commerciali con questi paesi (per esempio: Kuwait, Arabia Saudita, Egitto, Iran eccetera) van sempre bene e sono proficui, basta accantonare nel cestino i diritti umani. Si sa “business is bussiness”. Per i diritti umani c’è tempo. Ma tornando al Congresso di Verona abbiamo visto sventolare in alto solo bandiere di verità. La direzione era unica. Monotematica. Alla faccia del pluralismo. Mancava la Santa Inquisizione per bollare di eresia coloro che non si adeguano alla verità. Al rogo i peccati della carne consumati fuori dalla sacralità del matrimonio. Fra uomo e donna s’intende. Nell’anno domini 1300, pardon 2019, abbiamo avuto modo di constatare che nella disputa tra la legge dell’amore e quella della natura, deve essere quest’ultima a prevalere. Nell’attesa che si riscriva tutta la psicanalisi sull’amore, proporrei (nel frattempo) di gettare al rogo i libri di Platone, Focault, Turing, Pasolini e tutti gli altri noti omosessuali. E infine come città ospitante del prossimo congresso proporrei Teheran.

Angelo Briscioli

 

Contro il bullismo a scuola serve la responsabilità

Ho letto stamattina della bambina di 11 anni affetta da autismo vessata dai compagni di classe in una scuola di Parma. La madre aveva segnalato più volte, ai docenti e dirigenti della scuola, ciò che stava accadendo, ma nessuno si è mai occupato seriamente della cosa. Alla fina la madre ha sporto denuncia. Contro ciò che stava accadendo ma anche contro l’omertà e il disinteresse di chi dovrebbe educare e sorvegliare. Una denuncia che mi auguro solleciti anche tutti coloro che si girano dall’altra parte sminuendo questi fatti gravissimi.

Cristian Carbognani

 

I NOSTRI ERRORI

Nell’articolo pubblicato ieri a pagina 11 dal titolo “Vertici Acea, la partita di Lanzalone e De Vito”, erroneamente abbiamo scritto che il valore degli incarichi presi da Camillo Mezzacapo da parte di Acea da ottobre 2017 a febbraio 2019 era di 3,4 milioni di euro. In realtà questa cifra riguarda l’ammontare dei crediti da recuperare nell’ambito dei 19 incarichi per il “recupero giudiziale di crediti scaduti” affidati a Mezzacapo. Quindi non ha nulla a che vedere con i soldi incassati dal legale da Acea. Ci scusiamo con gli interessati e con i lettori.

A. Oss. e Val. Pac.

Bonus baby sitter. L’Italia è un Paese vecchio che non investe nel welfare

 

Sono mamma da pochi mesi e, a differenza di quanto avevamo deciso con mio marito all’inizio della gravidanza, adesso mi rendo conto di avere una gran voglia di tornare al lavoro. Non vorrei essere giudicata come cattiva madre, perché credo che una donna soddisfatta sia una mamma migliore. Temo, però, che il mio desiderio non si avvererà: a quanto ho capito, non è più possibile scambiare il mio congedo parentale con un bonus baby sitter o asilo nido. Cioè quello che era in vigore lo scorso anno adesso non lo è più. Ho capito bene? In questo Paese bisogna fare figli cogliendo l’attimo, perché i governi aiutano realmente le famiglie ad anni alterni, se va bene.

Virma Molteni

 

Gentile Molteni, la sua ricostruzione è corretta: le mamme lavoratrici da quest’anno non possono più chiedere il beneficio per il servizio di baby sitting a fronte della rinuncia al congedo parentale. La legge di Bilancio non ha, infatti, prorogato la misura in vigore dal 2013 che consentiva alle mamme di “scambiare” il congedo parentale (facoltativo, quindi con riduzione al 30% dello stipendio) con un bonus fino a 600 euro mensili per un massimo di sei mesi (3.600 euro semestrali) per pagare la baby sitter attraverso il libretto famiglia o la retta dell’asilo nido. Il governo ha deciso di puntare sul rafforzamento di altre agevolazioni: il bonus nido che è passato da 1.000 a 1.500 euro e il bonus bebè che ha subìto una maggiorazione del 20% dal secondo figlio in avanti. Ma oltre all’ennesima polemica che c’è stata tra gli alleati di governo che ha causato un po’ di incomprensioni sui bonus effettivamente in vigore, non si può negare che l’Italia abbia un serio problema demografico. Secondo gli ultimi dati Inps il tasso di natalità è tornato al 1918, quando una buona fetta di popolazione maschile in età fertile era al fronte. Un lento invecchiamento (nel 2050 ci saranno due milioni e mezzo di italiani in meno e gli over 65 diventeranno più di un terzo della popolazione) che potrà essere rallentato e invertito solo se lo Stato inizierà a investire nel nostro futuro con una sostanziosa politica di sostegno al welfare, come accade negli altri Paesi europei. La ricetta con cui si aiutano le donne a fare figli è chiara: soldi in tasca subito (assegni legati alla maternità), aiuti nella cura dei bambini (dagli asili nido, intesi come infrastrutture e come posti a disposizione, alle baby sitter), congedi parentali più flessibili e benefit economici vari (spesso a sostegno dei redditi più bassi).

Patrizia de Rubertis

“Gomorra 4”, attenti al virus di “Un posto al sole”

Gomorra 4, o la versatilità del male. Nella nuova stagione (Sky Atlantic, venerdì, 21.15) bisogna tirare avanti anche senza Ciro l’Immortale, nella consapevolezza che di immortali sono pieni i cimiteri. Genny Savastano da figlio di papà è diventato un padre di famiglia, ha abbandonato borchie e chiodi per le giacche simil-Armani e si è trasferito a Posillipo incurante dell’avviso di Goethe (“Vedi Napoli…”). A reggere Secondigliano è rimasta Patrizia, ma anche qui per evitare l’ennesima guerra tra clan urgono nuove alleanze. Per fortuna quando si tratta di veleni abbiamo l’imbarazzo della scelta. Ci sono i Levante, vecchia guardia della Camorra, che domina le campagne della Terra dei fuochi; ci sono i manager al di sopra di ogni sospetto, e c’è la finanza globale, legata a doppio filo con una malavita ancora più globale. Come per raccontare la ’ndrangheta ci ha mostrato Francesco Munzi nel film Anime nere, tra i caprai di Caivano e i banchieri della City i fili sono diretti, e guai a toccarli.

Mai come stavolta il più pulito è il più rognoso. Gomorra è un marchio a prova di bomba – letteralmente, e se parliamo di criminalità, il made in Italy resta imbattibile); però a ogni stagione il plot prevale sempre più sui personaggi, lo stereotipo sull’indagine, l’indugio sull’azione. Si sente la mancanza della mano di Sergio Sollima, mentre la narrazione si fa sempre meno serie e sempre più soap-opera. Chissà cosa vuol fare Genny Savastano da grande: un posto all’ombra?

L’acqua prigioniera del portafogli

“L’acqua non ha nemici”: è un proverbio che circola nel Sud della Nigeria. Da quelle parti l’acqua, oltre a essere onnipresente nei detti popolari, ha ispirato i nomi di molte persone: ad esempio, Ameze, che ha come nome completo Ameze i si ofo, che significa “l’acqua fresca non fa sudare”; Amenaghawon, che in realtà è Amenaghawon i le s’omwan, letteralmente “l’acqua a cui hai diritto non ti mancherà mai” o “il destino di una persona è unico”;

Eze i mwen eghian, che alla lettera si traduce “il fiume non ha nemici”; Amenovbiye, che raffigura metaforicamente l’acqua come un fratello, al modo di san Francesco: “Sorella acqua”, “fratello acqua”. Quello che sorprende di più è che queste denominazioni ricorrenti sono rafforzate da una spiritualità diffusa che venera l’acqua come una divinità. Essa si incarna in Olokun, la dea acqua dell’abbondanza, della fertilità e della prosperità, che nella sua essenza acquosa regola la biologia e l’economia della vita. Si tratta di intuizioni semplici, ma fondamentali, che a loro volta impongono una responsabilità morale verso la comunità globale: preservare e conservare le risorse idriche, sostenerle e mantenerle, proteggerle e averne cura, con rispetto, e questo vale per pozzi e sorgenti, fontane e ruscelli, fiumi e laghi, dai quali tutti noi dipendiamo per il sostentamento e la sopravvivenza. Papa Francesco conferma questo convincimento nell’enciclica Laudato si’ (LS): “[L’acqua] è indispensabile per la vita umana e per sostenere gli ecosistemi terrestri e acquatici. Le fonti di acqua dolce riforniscono i settori sanitari, agropastorali e industriali”. (…)

Per molte persone l’acqua, in Africa, è una merce rara e una risorsa preziosa. Oggi la scarsità d’acqua si è tradotta in “povertà d’acqua” per molti, soprattutto per i più svantaggiati: “La povertà di acqua pubblica si ha specialmente in Africa, dove grandi settori della popolazione non accedono all’acqua potabile sicura, o subiscono siccità che rendono difficile la produzione di cibo. In alcuni Paesi, ci sono regioni con abbondanza di acqua, mentre altre patiscono una grave carenza. Un problema particolarmente serio è quello della qualità dell’acqua disponibile per i poveri” (LS 28-29). (…)

Nell’Africa subsahariana l’onere dell’approvvigionamento di acqua ricade in modo spropositato sulle donne e sulle ragazze, esponendole a gravi pericoli di violenza sessuale, soprattutto nei contesti rurali. I loro pesanti compiti domestici riguardo alla cucina, alla coltivazione e alle pulizie comportano che l’acqua sia una materia prima molto ambita. Per quelle donne e quelle ragazze accedere all’acqua diventa una questione di vita o di morte, e comunque un’occasione di gravi rischi fisici. Le vittime delle violenze connesse all’acqua abbondano tanto nei campi profughi quanto nei villaggi più remoti. Il bisogno dell’acqua e di potervi accedere e l’ineluttabile necessità di trovarla mettono le donne in pericolo, mentre espongono i bambini a varie malattie causate dalla penuria o dalla scarsa qualità dell’acqua. Innegabilmente, “le donne e i bambini sopportano in modo sproporzionato gli oneri e il peso di questo liquido. Le ragazze spesso rinunciano all’istruzione, pur di contribuire a soddisfare il fabbisogno basilare di acqua della vita domestica”. (…) Ma ci sono altre entità demografiche, come i rifugiati e gli sfollati interni, che portano il peso di questa crisi. Nei campi disseminati lungo il paesaggio dell’Africa orientale, in Etiopia, Sud Sudan, Sudan, Uganda, Tanzania e Kenya, alcuni rifugiati e sfollati interni devono sopravvivere con la quota minima di due (o meno) litri d’acqua per persona al giorno. In consonanza con le denunce pronunciate da papa Francesco su questa situazione, si può giungere a questa drastica conclusione: “Le persone che vivono in condizioni di povertà e sotto altre forme di vulnerabilità strutturalmente imposta sono le più colpite dall’assenza di acqua potabile”. Forse è vero che l’acqua non ha nemici, ma questa sostanza vitale è tutt’altro che eticamente neutrale. L’acqua crea molti nemici! (…) Per centinaia di migliaia di donne, uomini e bambini che soffrono la fame e la carestia nel Corno d’Africa a causa delle devastanti condizioni di siccità l’acqua segna la linea di demarcazione tra la vita e la morte. (…)

È quello che il pensiero sociale cattolico designa come “il principio del bene comune” a offrirci il quadro etico entro cui considerare il ventaglio delle attuali problematiche legate alla sicurezza idrica, e in particolare per quanto concerne i diritti. La mercificazione dell’acqua come risorsa privatizzata commerciabile, la sua inaccessibilità per le popolazioni più vulnerabili e l’inquinamento indiscriminato dei bacini idrici costituiscono complessivamente un grave attentato a questo bene comune assolutamente vitale ed essenziale, così come ai diritti delle persone e alle ecologie naturali da cui dipende la loro sopravvivenza. (…) Questo liquido concreto e consistente, l’acqua, è un esempio tangibile, visibile e nitido del bene comune. Per sua natura, l’acqua è un punto focale dell’interesse mondiale. (…) Eppure l’acqua, salvo che nei casi di gravi condizioni di siccità o di inondazioni, non occupa affatto una posizione preminente nella “gerarchia di valori” socio-economici o politici. Si consideri questo esempio paradossale: nel nostro mondo tecnologicamente ipersviluppato riteniamo del tutto normale che si spendano 2,5 miliardi di dollari per inviare un sofisticato strumento robotizzato, chiamato “Curiosity”, sul pianeta Marte, alla ricerca di tracce d’acqua nel cosmo. Frattanto “768 milioni di persone vivono ancora [sul pianeta Terra] senza acqua potabile, e 2,5 miliardi non hanno un posto [sul nostro pianeta] dove andare alla toilette”. (…) La docente di Teologia, Scienza ed Etica Christiana Peppard (Fordham University) ne trae una conclusione incisiva: “L’acqua pulita scorre verso il potere”. Come dire che i flussi di acqua pulita passano attraverso i nostri portafogli. (…)

Intendere l’acqua come bene comune ci permette di resistere al tentativo rapace e diffuso di mercificarla non per lo sviluppo sostenibile, ma per l’interesse di pochi sfruttatori. Valutare un bene comune secondo una prospettiva strettamente economica crea una discriminazione istituzionalizzata e ingiusta, che esclude i poveri e i vulnerabili, perché rende accessibile questo elemento essenziale soltanto ai ricchi e ai potenti. In altre parole, la competizione che contrappone l’agricoltura su vasta scala, le industrie estrattive e dell’energia ai piccoli coltivatori, in definitiva indebolisce questi ultimi e ne compromette ingiustamente la capacità di soddisfare le condizioni minime di un’esistenza degna. Ecco perché è valida la considerazione di Peppard, secondo cui l’“equivalenza riduttiva” tra il valore e il prezzo dell’acqua è l’antitesi dell’acqua come bene comune. La logica di un simile riduzionismo viola il diritto inalienabile all’acqua, perché questo diritto “si basa sulla dignità umana, e non su valutazioni di tipo meramente quantitativo, che considerano l’acqua solo come un bene economico”. Il punto focale della nostra argomentazione poggia sulla premessa che sulla disponibilità, sull’accessibilità e sulla convenienza dell’acqua potabile ricade una “priorità sociale”. (…) La sete insaziabile di acqua del nostro mondo iperindustrializzato non deve essere placata a spese delle persone economicamente svantaggiate e vulnerabili.

Il partito unico del cemento governa ancora

Altro che “governo del cambiamento”: all’insegna della peggior continuità con il governo Renzi, l’esecutivo guidato dal giurista Conte abusa della prassi per cui i Consigli dei ministri approvano le grandi linee di un decreto, senza varare non dico un testo, ma nemmeno un brogliaccio. Così avviene per il decreto Crescita, che prende corpo in pubblico attraverso il fuoco incrociato dei ministeri, che affidano all’Ansa i loro caveat e i loro desiderata.

Tanto per cambiare, si combatte sulla pelle del martoriato patrimonio culturale della nazione: le bozze che circolano certificano l’estensione dell’aberrazione giuridica del silenzio-assenso ai beni culturali monumentali vincolati. Facciamo un esempio: se voglio realizzare un supermercato in un convento francescano del Duecento piantato in un centro storico, e voglio mettere le celle frigorifere dei surgelati nelle celle dei frati, devo sottoporre il mio illuminato progetto alla competente Soprintendenza. Ebbene, il decreto prevede che laddove la soprintendenza non risponda entro 60 giorni (o 90, o 120 a seconda della bozza) si intende che abbia detto sì al merluzzo al posto del predicatore.

Il silenzio assenso è un vecchio arnese scassa-patrimonio culturale: introdotto da Berlusconi nel 2004, fu amatissimo da Renzi (che lo incluse nello Sblocca Italia, su paesaggio e ambiente) e ora torna, ampliato, in salsa gialloverde. Non solo è un non-senso giuridico (“la massima secondo la quale ‘chi tace acconsente’ non trova cittadinanza nel sistema giuridico italiano”, ha notato il giurista Silvio Martuccelli), ma è anche una pessima scelta di campo: perché il legislatore potrebbe intendere quel silenzio anche come “diniego”. Dipende se gli stanno più a cuore i cantieri, o la salvezza del territorio italiano e del patrimonio culturale: che sono sempre definiti strategici, e poi massacrati. Non per caso la Corte costituzionale ha stabilito, nella totale indifferenza degli esecutivi, che in materia di beni culturali e di paesaggio “il silenzio dell’Amministrazione preposta non può avere valore di assenso” (sentenze 26/1996 e 404 del 1997).

Ci sarebbe, poi, un modo molto semplice per garantire che il cittadino avesse dalle soprintendenze una risposta entro un tempo ragionevole (sì, anche di 60 giorni: come dovrebbe accadere in un paese civile): metterle in grado di lavorare. Assumere archeologi, storici dell’arte, architetti. Fornirle di mezzi e di fondi. Invece il giochino è sempre stato questo, da Berlusconi a Renzi: ridurre al silenzio le soprintendenze, e poi imporre il silenzio assenso. E oggi il delitto è perfetto: con quota 100 il personale tecnico-scientifico delle soprintendenze sarà sostanzialmente estinto: chi è morto acconsente. Un esempio: la soprintendenza di Siena, Grosseto e Arezzo, la più grande della Toscana (52% del territorio), avrà presto 7 architetti, 3 archeologi e 0 storici dell’arte: col silenzio assenso si potrà fare un acquario per pinguini in Piazza del Campo.

Ma chi è che, nel governo, spinge per le mani libere sul territorio? Qualcuno forse ricorderà questo edificante scambio tra Matteo Salvini e Maria Elena Boschi, avvenuto a Porta a Porta nel novembre 2016: Salvini: “Ci sono alcuni organismi statali che vanno rivisti, e io aggiungo qualcosa di più, cancellati: soprintendenze e prefetture. Ufficio complicazioni cose semplici!… Se lo Stato vuole dimagrire, vuole snellire, vuole esser più veloce, vuole semplificare, inizi a cancellare qualcosa”. Boschi: “Va benissimo darsi altre sfide, io sono d’accordo diminuiamo le soprintendenze, lo sta facendo il ministro Franceschini. Aboliamole, d’accordo”. Che teneri amici. Il Movimento 5 Stelle sapeva che – con chiunque avesse fatto il governo, sia Lega sia Pd – sarebbe finito nelle braccia del partito unico del cemento. Ora l’ha dimenticato, o si è venduto allo stesso partito?

Patrimoniale: l’effetto aglio sui nostri politici

Avete presente l’aglio e i vampiri? Be’, nel vocabolario italiano esiste una parola che provoca gli stessi effetti sui nostri politici. Basta che qualcuno dica, anche a bassa voce, “patrimoniale” e intorno a lui si apre il vuoto. Uno la pronuncia e loro scappano. Tutti. Non importa se siano di destra, di sinistra, del Movimento 5 Stelle. La reazione è sempre la stessa: il fuggi fuggi generale.

Così, non appena il neo segretario della Cgil, Maurizio Landini, prova a ragionare su un’imposta sui ricchi, Nicola Zingaretti, il segretario di un Pd che secondo Romano Prodi non è più “il partito dei ricchi”, si smarca e dice: “Non è una mia proposta e non è nel nostro programma”. Trovandosi in buona compagnia con Matteo Salvini, che la patrimoniale non l’ha mai voluta, e con Luigi Di Maio che da settimane ripete “niente manovre correttive, patrimoniali o tasse sulla casa”.

Chi scrive, sia chiaro, non è un fan delle tasse. E nemmeno della patrimoniale. Ma, se si parla di imposte sui più facoltosi, in un Paese in cui il 5 per cento della popolazione più ricca detiene un patrimonio (3.800 miliardi di euro circa) pari a quello detenuto dal 90 per cento più povero, la risposta giusta da dare sarebbe “dipende” e non quella tradizionale “non se ne discute nemmeno”.

Se, per esempio, si facesse pagare un’imposta dell’uno per cento ai più ricchi e poi il gettito (quasi 40 miliardi di euro) fosse utilizzato per abbattere decisamente le tasse sul reddito, sarebbe il caso di ragionarci. Perché il ricavato sarebbe sufficiente per avere aliquote Irpef vicine a quelle del 15-20% previste dal contratto di governo.

A queste condizioni anche chi è ricco, ma lavora, avrebbe ben poco da dire: perché in cambio di quell’uno per cento di tasse sul suo patrimonio avrebbe un grande vantaggio. E ancora maggiore sarebbero i benefici per la nostra economia: con più soldi in tasca i lavoratori italiani (a partire dai dipendenti, cioè l’unica categoria che al fisco non può sfuggire) riuscirebbero a rilanciare i consumi interni.

Certo, lo sappiamo, esistono obiezioni non infondate a proposte come questa. Ma dovrebbe far riflettere il fatto che, in pressoché tutti i Paesi dove le imposte sui redditi sono molto più basse che da noi, esistono invece tasse sulla prima casa e sulle successioni. E che sono pure salate. Negli Stati Uniti chi è proprietario di immobili paga fino al 2 per cento l’anno sul loro valore (in Italia invece si paga molto meno e solo sulle seconde case). Mentre nel Regno Unito chi riceve un’eredità superiore alle 325mila sterline lascia al fisco anche il 36 per cento.

Possibile che su tutto questo da noi sia impossibile aprire almeno un dibattito? Sappiamo tutti che in Italia le tasse (per chi le paga) sono troppe. Ma proprio perché gli evasori abbondano ed evadere – come disse qualche anno fa un ex direttore dell’Agenzia delle Entrate – è razionale (un medico corre statisticamente il rischio di una verifica ogni 91 anni e un ristoratore una ogni 30), il nostro sistema va stravolto. Serve un nuovo patto fiscale. Un qualcosa che premi chi produce ricchezza solo con il suo lavoro e faccia invece pagare chi è semplicemente un possidente. Non servono insomma i “no”. Ma servono i “dipende”.