È il 5 aprile 1994 quando Kurt Cobain, rintanato nella sua villa di Seattle in Lake Washington Boulevard, si inietta in vena 1,52 milligrammi di eroina, mentre dalla finestra della sua stanza vede scorrere le verdi acque del Puget. Scrive un’ultima lettera, quella dell’addio, poi si punta la canna del fucile alla tempia mettendo fine alla sua breve esistenza all’età di 27 anni. Un gesto disperato, anche se facilmente prevedibile, che lo renderà immortale.
Si sente oppresso Kurt, non regge il peso della fama e tutto quel che essa comporta. Come un novello Amleto si trova dinanzi a un bivio: dover scegliere tra la vita e la morte. Sceglie la morte. Quando si diffonde la notizia del suo suicidio, in tutto il mondo inizia un processo di santificazione che se l’avesse saputo, Kurt avrebbe impugnato il fucile una seconda volta. Chi gli sta vicino racconta che sentiva il peso della troppa importanza che gli veniva data e questo lo faceva star male. Del resto, il frontman dei Nirvana è la stella della Generazione X, solo una delle etichette che negli anni 90 i media statunitensi affibbiano alla generazione di giovani nati tra gli anni 60 e 70 dopo averli attentamente studiati e classificati quasi come fosse una tribù in via d’estinzione. Era emerso infatti che la cosiddetta Generazione X – etichetta tratta dall’omonimo romanzo di Douglas Coupland che la utilizzò per indicare uno stato mentale diffuso tra i ragazzi dai 15 ai 25 anni, dove la X denotava un basso livello di autostima – si mostrava piuttosto riottosa rispetto alle previsioni dell’industria dei consumi. Se fino ad allora, anche grazie alle pellicole hollywoodiane, il settore dello spettacolo e della pubblicità avevano funzionato a meraviglia, omologando consumi, gusti, gesti e abitudini, a un certo punto comincia a manifestarsi un’avanguardia nata dal post-consumismo. Schiere di giovani che si oppongono alla cultura dominante che negli anni degli happy times clintoniani sta generando malessere e soprattutto un ‘vuoto’ riempito con beni di dubbia utilità. In particolare, ciò che preoccupa è la presa di coscienza che, in mancanza di un piacere consumistico, il senso della propria esistenza lo si può trovare nell’appartenenza a una tribù. Ed è in questo contesto che si inserisce la figura di Kurt Cobain, che a capo di una tribù, suo malgrado, ci si ritrova grazie a un bel po’ di hit suonate assieme ai Nirvana. Con brani come Smells Like Teen Spirit, About A Girl, Come As You Are fa luce su un mondo nuovo, e rivela non l’insolito e il bizzarro ma semplicemente ciò che è familiare. Osa esporre l’imbecillità dell’intima mente e così facendo scopre un’America ch’era sotto il naso di tutti. Perché sono in migliaia i giovani che vivono la sua stessa condizione. E non solo negli Stati Uniti, ma nel mondo. Cobain proviene da Aberdeen, grigia cittadina a pochi chilometri da Seattle, con un tasso di suicidi che è il doppio rispetto alla media nazionale ed elevati tassi di disoccupazione e alcolismo. Non ha mai nascosto che la causa principale della sua cronica depressione sia stata la dissoluzione della sua famiglia, in seguito al divorzio dei genitori quando aveva otto anni. “Venni affidato prima a un parente, poi a un altro e… un altro”. Eppure, l’apatia e alienazione di Aberdeen il giovane Kurt le converte in una macchina per fare soldi a palate, semplicemente cantandole.
Kurt non si è mai sentito il portavoce di una generazione, né ha mai vestito i panni del leader che in fin dei conti neanche lontanamente sente di essere. E a quella irrefrenabile ascesa pone fine facendosi esplodere le cervella. Nonostante la fama rimane un loser seppur di successo, un cantore ribelle dall’onestà tragica. Proprio come gli altri eroi del Grunge, Andy Wood, Layne Staley, Mike Starr, Chris Cornell, Scott Weiland, tutti accomunati da un destino fatale.
È insoddisfatto Kurt, e di brutto. All’apice del successo per sopravvivere acquista una villa, sposa una famosa rocker, Courtney Love, fanno una figlia. Insieme formano quella che viene definita la coppia regnante di un nuovo impero ribattezzato dai media “Grunge” e Time, dopo la nascita di Frances Bean, li elegge “famiglia per eccellenza della nuova America X”.
Venticinque anni sono forse la giusta distanza per meglio comprendere quel che successe allora: il sistema di produzione, promozione e circolazione che invano aveva atteso quella massa di irregolari all’incasso, capisce al volo che c’è bisogno di un cambio di strategia: anziché demonizzarla, quella generazione perdente e disillusa la trasforma in avanspettacolo, mandando in scena un assortimento esistenziale di giovani svogliati, dai capelli lunghi e in camicia di flanella, che gli vale una fortuna, con la spinta decisiva offerta da case di moda, riviste patinate e film potentemente evocativi. E ironia della sorte, quel sentirsi loser viene elevato a rappresentazione, uno state of mind, e Kurt Cobain celebrato come sua degna icona.
Il capo della tribù, suo malgrado.