I vincitori possono giudicare i vinti?

Dando il via alla collana I grandi processi della storia il Corriere inizia col più clamoroso: quello di Norimberga. Il volume è interessante, ma più interessanti sono le contorsioni di Pierluigi Battista, che ne fa l’introduzione, per legittimare dal punto di vista giuridico, oltre che morale, un processo che legittimo non era. Infatti per la prima volta nella Storia i vincitori non si accontentarono di essere i più forti, ma pretesero di essere anche moralmente migliori dei vinti tanto da poterli, appunto, giudicare, facendo così coincidere il diritto con la forza, la forza del vincitore.

Dubbi sulla legittimità dei processi di Norimberga e di Tokyo si ebbero fin dall’inizio e proprio da parte democratica e liberale. Scriveva l’americano Rustem Vambery, docente di Diritto penale, su The Nation del 1.12.1945: “Che i capi nazisti e fascisti debbano essere impiccati e fucilati dal potere politico e militare, non c’è bisogno di dirlo; ma questo non ha niente a che vedere con la legge. Giudici guidati da ‘sano sentimento popolare’, introduzione del principio di retroattività, presunzione di reato futuro, responsabilità collettiva di gruppi politici e razziali, rifiuto di proteggere l’individuo dall’arbitrio dello Stato, ripristino della vendetta tribale, tutti questi erano i punti salienti di quella che la Germania di Hitler considerava legge. Chiunque conosca la storia del diritto penale sa quanti secoli, quanti millenni, ci sono voluti perché esattamente il contrario di questa prassi nazista fosse universalmente riconosciuto come parte integrante del diritto e della giustizia. Sfortunatamente i capi d’accusa formulati dal Tribunale militare internazionale contro i principali criminali di guerra ricordano il diritto hitleriano”. E Benedetto Croce, che ha una patente liberale un po’ più consistente di quella di Battista, affermava in un discorso alla Costituente il 24 luglio 1947: “Segno inquietante di turbamento spirituale sono ai giorni nostri (bisogna pure avere il coraggio di confessarlo) i tribunali senza alcun fondamento di legge, che il vincitore ha istituito per giudicare, condannare e impiccare, sotto nome di criminali di guerra, uomini politici e generali dei popoli vinti, abbandonando la diversa pratica, esente da ipocrisia, onde un tempo non si dava quartiere ai vinti o ad alcuni di loro e se ne richiedeva la consegna per metterli a morte, proseguendo e concludendo con ciò la guerra”.

Come si vede non si contestava la potestà dei vincitori di punire i vinti, come s’è sempre fatto da che mondo è mondo, ma di farlo nelle forme del processo, della legge, del diritto. Più possibilista era The Guardian, anch’esso di solida tradizione liberale che scriveva nel 1946: “Il processo di Norimberga apparirà giusto o sbagliato nella Storia a seconda del futuro comportamento delle nazioni che ne sono responsabili”. Purtroppo questo “futuro” è stato atroce. Non si era ancora spenta l’eco di quei processi che già le truppe francesi soffocavano con la brutalità di sempre un disperato tentativo del Madagascar di liberarsi delle manette coloniali. Ciò era nulla rispetto a quello che avrebbero fatto poi Usa e Urss. In quarant’anni le due Superpotenze hanno messo a ferro e fuoco il Sud-Est asiatico, usato il napalm e armi chimiche in Vietnam, combattuto guerre in Medio Oriente per interposta persona e sulla pelle altrui, “suicidato” Masaryk e Allende, schiacciato nel sangue la rivolta ungherese, invaso la Cecoslovacchia, difeso e sostenuto i più feroci, sanguinari e criminali dittatori, salvo poi dismetterli quando non più presentabili, organizzato decine di colpi di Stato, fomentato e guidato, attraverso il Kgb e la Cia, una buona fetta di terrorismo internazionale e messo il loro tallone e accampato le loro pretese egemoniche su ogni angolo del mondo. Infine dopo il crollo dell’Urss del 1989 sono venute le guerre di paternità esclusivamente americana: aggressione alla Serbia del 1999, invasione (2001) e occupazione dell’Afghanistan che dura tuttora, aggressione nel 2003 all’Iraq, aggressione nel 2006/2007 alla Somalia, aggressione nel 2011, in combutta con gli immacolati francesi, alla Libia e adesso il tentativo, tuttora in atto, di strangolare il Venezuela colpevole d’esser rimasto socialista.

Ma forse il peggio è che i precedenti di Norimberga e di Tokyo hanno legittimato la costituzione di Tribunali militari per “crimini di guerra”, tipo quello costituitosi all’Aia, altrettanto illegittimi come dimostra il fatto che a finirvi sono regolarmente i vinti e mai i vincitori (peraltro gli americani si sono attribuiti il privilegio di esserne esentati, loro “crimini di guerra” non ne commettono).

Oggi ai dubbi formulati da The Guardian e alla domanda posta nel 1986 dal ministro giapponese Masayuki Fujio “i vincitori hanno il diritto di giudicare i vinti?”, si può rispondere, con molta amarezza ma con tranquilla coscienza: no.

Maroni: “Sconsigliai a Salvini di firmare per pagare Brigandì”

Roberto Maroni ha testimoniato ieri nel processo in corso a Milano a carico di Matteo Brigandì, lo storico legale della Lega Nord. L’avvocato è accusato di autoriciclaggio e patrocinio infedele: si sarebbe auto-notificato un decreto ingiuntivo da lui stesso promosso contro la Lega, ricevendo 1,9 milioni di euro di compenso. A proposito di un documento sottoscritto da Salvini – in cui sono riconosciuti a Brigandì rimborsi per spese legali pari a duecentomila euro – Maroni ha racconta in aula di aver provato a dissuadere l’attuale segretario della Lega dal procedere alla firma. “Gli sconsigliai di sottoscrivere quell’atto – ha detto Maroni – significava riconoscere un contributo a Brigandì”. “Sono rimasto stupito – ha aggiunto – per il provvedimento che ci venne notificato nel febbraio del 2004. Nessuno ne sapeva nulla, perché l’avvocato Brigandì aveva dichiarato di non aver nulla da pretendere dalla sua attività di assistenza legale. Avevo verificato che il decreto ingiuntivo fu notificato da Brigandì a se stesso. Da qui, la mia denuncia per infedele patrocinio”.

Da “baby alfaniano” a candidato 5Stelle

Oggi sogna un seggio in Europa con i Cinque Stelle, ieri faceva il rappresentante degli studenti in una lista universitaria vicina ad Angelino Alfano.

È stata rapida e impetuosa l’evoluzione politica del catanese Antonio Brunetto, uno degli aspiranti candidati del Movimento alle elezioni del 26 maggio (le primarie su Rousseau si sono chiuse ieri sera, i risultati sono attesi in giornata).

I giornali locali l’hanno definito “ex baby alfaniano”, i suoi colleghi studenti – sul quotidiano La Sicilia – lo ricordano come un “berlusconiano di ferro”. Sono state pubblicate crudeli fotografie insieme al delfino “senza quid”, proprio sotto al simbolo del Pdl e la dicitura “Berlusconi presidente”. Immagini che si sommano alle maliziose ricostruzioni sulla sua elezione presso l’ordine degli ingegneri di Catania, che sarebbe stata ottenuta grazie all’aiuto dei suoi vecchi amici post-democristiani.

Insomma, un quadro non idilliaco per la riuscita della sua carriera nei Cinque Stelle.

Come se non bastasse, sulla corsa di Brunetto verso il parlamento di Strasburgo è piombato anche Giuseppe Castiglione, l’ex sottosegretario alfaniano finito a processo per la gestione del Cara di Mineo, il centro di accoglienza (ai tempi) più grande d’Europa. Castiglione è un vecchio mentore ed estimatore del giovane grillino: “È un amico, un bravo ragazzo, un giovane brillante, molto in gamba. Gli auguro le migliori fortune. Potrà dare un ottimo contributo di idee al Movimento Cinque Stelle”. Poi l’ex sottosegretario ci pensa su, si pente, prova a ribaltare il suo ragionamento: “Ma forse se dico a voi del Fatto che Antonio è bravo, poi gli faccio un danno. Allora vi dico che è uno scarso, un incapace. Va bene?”.

In effetti il povero Brunetto non poteva sperare in un endorsement peggiore. Castiglione è il simbolo vivente della vecchia filiera del potere di Alfano in Sicilia. I Cinque Stelle, nei loro anni ruggenti, non erano molto concilianti con Angelino e i suoi, per ovvi motivi.

Raggiunto al telefono nelle ore critiche del voto online, Brunetto si nega, poi risponde, poi si pente (“Per regolamento non posso parlare”). Ma cede. Prova a smarcarsi dalle vecchie frequentazioni, ma con garbo. “Tanto per cominciare – dice – io non sono mai stato candidato in nessuna lista”. Punto secondo: “È vero che da ragazzo ero vicino alle posizioni del centrodestra liberale, ma erano gli anni dell’università, prima di una crescita politica che mi ha avvicinato ai temi della democrazia diretta, della tutela ambientale e della crescita sostenibile”.

L’antica fascinazione per Alfano e i suoi fa parte del passato: “Era il periodo degli studi, ero giovane (ora invece ha 31 anni, ndr). Mi ero impegnato in temi universitari, mica in temi politici”.

E l’amicizia per Castiglione? E la stima per l’ex ministro degli Esteri? “Sono persone che conosco, solo rapporti umani”. Solo.

Oggi scopriremo se i militanti siciliani hanno premiato la sue maturazione personale su Rousseau, regalandogli un posto in lista e un probabile biglietto per Strasburgo. In quel caso l’ex “baby Angelino” forse diventerà un problema dei piani alti.

“Io la Lucania non la conosco, per fare la giunta vedo le facce”

“La cosa curiosa è che ti danno subito del tu”.

Tipico caso di es- borso emotivo. Il politico viene riconosciuto dalla sua gente e dona confidenza e vicinanza.

Mi chiamano ancora per la mia funzione, dicono generale ma danno il tu. E vabbè.

(Vito Bardi è neo governatore della Basilicata, guida una coalizione di centrodestra, dopo cinquant’anni trascorsi nei ranghi militari e una carriera terminata al più alto grado di comando).

“A 15 anni entrai nella Nunziatella, tutto mi è nuovo”.

Ha affrontato la dura prova della campagna elettorale senza un alito di ansia.

Tre comizi in piazza, due con Meloni, uno con Salvini (quello con Berlusconi al chiuso).

Non ha preso neanche un chilo, in genere i politici si abbuffano durante i tour.

Un pasto al giorno, bere molta acqua.

La domenica sera prima del voto lei era in pantofole a riposare mentre la Lucania ribolliva di trattative e cene.

Fatto quel che c’è da fare, si torna a casa. Non è che dimenandosi si produca granché.

Un generale della Finanza candidato da un condannato per frode fiscale. Fa strano.

Questa è vera cattiveria.

Sembrerebbe la realtà.

La proposta è venuta da Forza Italia, non è detto che sia stata specificatamente avanzata da colui al quale si riferisce la sua maliziosa notazione.

La malizia?

Il Fatto Quotidiano ha assunto nei miei confronti una pervicace posizione ostile. Però non dobbiamo sottrarci al confronto costruttivo.

Del tutto amichevolmente le avanzo alcune domande, le intenda come una sorta di preparazione al dialogo con i partner di maggioranza.

Cosa vuole fare?

Simulo punti di possibili crisi. Per esempio: deve comporre la giunta regionale. I partiti le propongono brutti ceffi, o anche, per ipotesi, brutti ceffi vengono da lei e si autocandidano.

Mi farò dare una terna di nomi per ogni incarico.

Lei conosce qualcuno qui in Lucania?

Pochissimi. Mio padre fu magistrato a Melfi tanti anni fa.

Si fida a naso?

Un po’ guardo i volti.

Attento, dietro ogni sorriso può nascondersi un ghigno d’altura.

Alt. Un po’ leggo le carte.

Anche i Cinquestelle utilizzano i curriculum ma con alterne fortune. La politica è purtroppo piena di viziosi: pensi se dovesse avere a che fare con qualche corrotto.

Scherza? Con me proprio non esiste.

Una curiosità: durante gli anni alla Finanza qualcuno ha tentato di corromperla?

Una volta, a Ponte di Chiasso. Ero tenente. Mi avvicina un tizio che voleva trasferire dei documenti, non so che altro. L’abbiamo arrestato.

I lucani sappiano che d’ora in avanti si riga dritto.

Adesso mi sto concentrando sull’organigramma.

Purtroppo la sua passata funzione incute un po’ di timore tra i più innocenti.

So che qualcuno non mi ha votato per via di un pregiudizio.

Sarà stato un evasore o un elusore magari anche attempato.

Avrà pensato: e questo qui che vuole?

Vuole mettere ovunque le telecamere di sorveglianza. Ci sono montagne e boschi e laghi, molti vecchietti.

Mi avevano chiesto della sicurezza e ho pensato alle telecamere.

La Lucania è abituata per tradizione ai vincoli di amicizia. La clientela come consuetudine, la famiglia come luogo della domanda e dell’offerta di lavoro.

Il clientelismo no, mai.

Devo avvertirla: la faccenda così si complica.

Piano piano vado a fondo.

Il primo punto di crisi sarà il deposito di scorie nucleari. È possibile che riemerga la proposta…

E dove vorrebbero farlo?

Conosce Scansano?

Grassano?

Scansano. Ricorda la battaglia di popolo per evitare che quella terra…

Sono uomo delle istituzioni, ma anche uomo di popolo.

Il Napoli è nel suo cuore.

Quando gioca il Napoli si va al San Paolo e basta.

Il mare le mancherà, è la città che ama, dove ha casa.

Non è che per via della politica uno debba dimenticare la vita, diamine.

Però si sente che la politica fa ardere il suo cuore.

Mi hanno offerto la candidatura. Altrimenti me ne sarei fatto una ragione.

Il cuore arde ma con giudizio.

Mi devo mettere a leggere le carte, io so poco di questo mondo.

È pieno di affamati.

Con me non si saziano.

Spiacevolissima la vicenda giudiziaria del suo nome coinvolto nello scandalo Tarantini, il traghettatore di fanciulle verso Arcore. Dall’inchiesta è uscito indenne, e dobbiamo dirlo, con doppia archiviazione.

Spiacevolissima vicenda, ben detto.

Dispiace ricordarlo.

Voi giornalisti siete maliziosi. Ma io comprendo e me ne faccio una ragione.

Carroccio all’attacco sugli inceneritori: “M5S non può dire no”

L’ultimo fronte polemico nella maggioranza è sui rifiuti. Lo apre la sottosegretaria leghista Vannia Gava con un’intervista all’Huffington Post e una dichiarazione alle agenzie: i termovalorizzatori per il partito di Salvini si devono fare e “i Cinque Stelle non possono dire sempre di no”. Spiega Gava: “Servono nuovi impianti per risolvere una situazione che sta diventando insostenibile. Con i No non si va da nessuna parte. Se il ministro Costa ha a cuore le sorti dei siciliani e dell’intero Paese non può sposare la politica del No a tutto”. La leghista si appella alla censura della Corte di giustizia Ue: “L’Europa ha condannato l’Italia per un uso eccessivo delle discariche che rappresentano il passato essendo uno spreco di territorio e di risorse. Costa dovrebbe sapere che gli impianti all’avanguardia, oltre a risolvere l’emergenza rifiuti, creano energia elettrica e calore. Lo hanno capito in tutta Europa: non esiste economia circolare senza impianti di smaltimento e di termovalorizzazione. La speranza è che anche il ministro Costa cambi idea e si proietti al futuro invece di rimanere ancorato al passato. Il rifiuto deve essere una risorsa, non un problema da cui fuggire”.

Addio commissario al debito: l’aiuto a Raggi

Dopo dieci anni la gestione commissariale del debito storico del Campidoglio si avvia alla chiusura, fissata entro il 2021. Per vedere completato il programma di pagamento delle passività bisognerà comunque rispettare il piano di rientro che verrà messo a punto prima del 2022, con parte degli impegni di spesa dei restanti 12,8 miliardi di euro che si protrarranno ancora fino al 2048.

Una ridefinizione delle modalità di gestione dei fondi dedicati, studiata dal governo assieme al Campidoglio, potrebbe garantire oltre alla copertura dell’importo anche il reperimento nel tempo di un ‘tesoretto’ pari a 2,5 miliardi di euro. Fondi che il Campidoglio conta di destinare progressivamente al taglio dell’addizionale Irpef per i romani – attualmente l’aliquota allo 0,4% è la più alta d’Italia – e a investimenti aggiuntivi sul territorio per circa 90 milioni di euro all’anno. Una novità che Virginia Raggi annuncia come uno dei lasciti del suo mandato dal punto di vista del riequilibrio finanziario dell’ente.

La gestione commissariale è il “buco nero” delle casse capitoline, un calderone che contiene i debiti del Comune di Roma a partire dalla fine degli anni Cinquanta fino al 2008. Dopo dieci anni c’è ancora incertezza sull’entità iniziale del debito, si parla di oltre 20 miliardi, di sicuro i crediti sono composti da quasi 1.500 mutui contratti dalle giunte per finanziare di tutto: dalle infrastrutture per il Giubileo del 2000 ad alcune delle principali opere di mobilità realizzate negli ultimi decenni.

La struttura commissariale venne creata nel 2009 dall’allora governo Berlusconi per agevolare la tenuta contabile del Campidoglio da poco conquistato dal centrodestra con Gianni Alemanno. Da allora, ogni anno lo Stato versa 300 milioni di euro e il Comune 200 milioni (frutto di una maggiorazione Irpef e di una sovrattassa sui turisti in partenza dagli aeroporti romani) con cui i commissari hanno rinegoziato le poste debitorie.

La strada che porta al termine del commissariamento parte con un’integrazione al decreto Crescita: il vice ministro dell’Economia Laura Castelli sta lavorando al dossier, che prevede di “accollare” parte del debito storico capitolino al bilancio statale (l’importo è ancora da stabilire). L’intervento arriva dopo la previsione di una crisi di liquidità a partire dal 2022 per la gestione commissariale, con possibili ripercussioni negative sull’equilibrio del bilancio comunale. Per scongiurarla, lo Stato si farà carico di una parte dei debiti finanziari, compensandoli con una riduzione del contributo statale annuo.

“Roma ha ereditato una bad company, oggi chiudiamo i conti con il passato, dal 2022 saremo in grado di decidere la progressiva riduzione dell’Irpef”, ha spiegato la Raggi. Che rivendica: “I ‘competenti’ come Veltroni stipularono un prestito di 3,6 miliardi di euro che ci costa 75 milioni di euro l’anno, Alemanno ha chiesto un anticipo di 5 miliardi che ci costa ogni anno 180 milioni e Marino ha scaricato 600 milioni sulla gestione commissariale”. La replica del Pd con Marco Causi, due volte assessore al Bilancio: “La sindaca ha detto una cosa scorretta, i 3,5 miliardi della giunta Veltroni non erano nuovo debito ma la conversione di una miriade di vecchi prestiti con tassi sopra il 10%”.

Per la Castelli invece quella sul debito del Comune “è una operazione win win, con l’incrocio di due interessi a costo zero. In caso contrario ci saremmo trovati nel 2022 con un crisi di liquidità fortissima che avrebbe soffocato la città”.

Rousseau, voto manipolabile (almeno fino al caso Diciotti)

È il sistema con cui hanno scelto i candidati alle Politiche, votato le regole dello Statuto, deciso di salvare dal processo Matteo Salvini. E di certezze, su quel che è uscito dalle urne elettroniche della piattaforma Rousseau, ce ne sono ben poche. Anzi, nessuna.

Il provvedimento con cui ieri il Garante per la protezione dei dati personali ha multato per 50 mila euro l’associazione fondata da Davide Casaleggio è assai duro e circostanziato. E rovina non poco l’ultimo giorno di votazioni per la scelta dei candidati M5S alle Europee: “Guarda caso è arrivato proprio oggi – ragionano a Milano – È un attacco politico”.

Ieri sera sul blog “l’intelligence del Movimento”, per dirla con Stefano Buffagni, ha fatto la radiografia di Antonello Soro, già capogruppo del Pd, e ha detto di non sentirsi tutelato da chi “ci considera un nemico politico”. Poi ha notato con irritazione le conferme del segretario generale dell’Authority all’anticipazione del Foglio di un paio di giorni fa, dimenticando di precisare che Busia per un periodo è stato consulente del premier Giuseppe Conte a Palazzo Chigi. E chissà quale linfa drenerà alla tesi del complotto la firma in calce alla condanna, che pure ieri i grillini sembrano non aver notato. Relatrice per conto dell’Autorità è Giovanna Bianchi Clerici, l’ex deputata della Lega protagonista l’estate scorsa della disputa gialloverde sulla presidenza della Rai, poi vinta dal manager sostenuto dal Movimento, Fabrizio Salini.

Ma superata la coltre delle cospirazioni di palazzo, c’è quella manciata di pagine che distrugge la credibilità del sistema informatico dei 5 Stelle. Almeno quello con cui si è votato finora. Con le Europarlamentarie in corso, infatti, si è inaugurato un nuovo sistema elettorale che prevede “due tabelle distinte per i voti e i votanti”, non rende “più necessario memorizzare alcun dato sul voto” e traccia “tutti gli accessi admin alle macchine”: ora sarà il Garante a stabilire se la storia è cambiata.

Di certo c’è che, fino una settimana fa, non è stata garantita “l’integrità, l’autenticità e la segretezza delle espressioni di voto, caratteristiche fondamentali di una piattaforma di e-voting”.

Gli accertamenti fatti dall’Autorità risalgono a novembre: una ispezione nei locali dell’associazione (che poi sono gli stessi della Casaleggio associati) e nel data center di Wind-Tre, la società proprietaria dei server di Rousseau fino al recente passaggio ad Amazon. Bisognava verificare che le osservazioni fatte dal Garante un anno fa fossero state tradotte in pratica: e se alcune “vulnerabilità” erano state rimosse e altre “debolezze” corrette, su molti altri punti l’ispezione ha mostrato grossi nei. Il primo è sugli amministratori del sistema: credenziali condivise tra più utenti (da 2 a 5) che “pur individuate tra persone di elevata affidabilità” mantengono “una capacità di azione totale sui dati” e non sono “soggetti a verifiche”, anche perché avendo le stessa password nessuno sa chi è intervenuto. In sostanza, da quando si chiudono le votazioni on line alla certificazione dei risultati dal notaio c’è “un’ampia finestra temporale” in cui possono avvenire “elaborazioni di vario tipo, che vanno dalla mera consultazione a possibili alterazioni o soppressioni” senza che nessuno se ne accorga. Tradotto, “la regolarità delle operazioni di voto è affidata alla correttezza personale e deontologica degli incaricati di queste delicate funzioni tecniche”.

“Quell’area voto non esiste più”, insiste adesso Casaleggio. Che ieri è dovuto pure andare in Procura a denunciare uno dei candidati alle Europee, un medico di Caserta, che aveva iscritto a loro insaputa una decina di persone. È uno dei dodici esclusi tra i 2600 che venerdì scorso hanno tentato la sorte su Rousseau. Ieri si è chiuso il secondo turno per selezionare i 76 aspiranti europarlamentari. Il meno votato di ogni circoscrizione, però, rischia già il posto. Luigi Di Maio potrà indicare i 5 capilista. Salvo ratifica della base su Rousseau, ça va sans dire.

Zingaretti: “Non escludo candidare fuoriusciti di Mdp”

“Ricandidare i due che sono stati eletti nel Pd e poi sono passati a Mdp? Non è assolutamente escluso, ma la ricerca che si sta facendo è per mettere in campo energie nuove”. È l’apertura che ieri ha fatto il neo-segretario del Pd, Nicola Zingaretti, nel corso della registrazione della puntata di Porta a Porta riferendosi probabilmente a Massimo Paolucci. Ricandidatura sulla quale l’area Lotti-Guerini non è d’accordo. “La ricerca che si sta facendo – ha spiegato – è quella di mettere in campo energie nuove per costruire un progetto nuovo per tutti, anche con Psi, con l’associazione Futura, con democrazia solidale”.

L’apertura di Zingaretti avviene mentre la compilazione delle liste per le europee pare non semplice. Diversi i “no grazie”, anche per la difficoltà della legge elettorale, con preferenze in grandi circoscrizioni, e dalla prospettiva di eleggere molti meno deputati rispetto ai 31 eletti nel 2014. Dopo i “niet” di Marco Minniti, Lucia Annunziata e Gianrico Carofiglio, l’ultima carta tentata sarebbe quella del rettore dell’Università Federico II di Napoli Gaetano Manfredi.

Pompeo: “Rischio stop informazioni sensibili con il 5G”

“Dobbiamo adattare la nostra alleanza a fronteggiare le minacce emergenti, che si tratti dell’aggressione russa, della migrazione incontrollata, dei cyber attacchi, della sicurezza energetica, della competizione strategica cinese, inclusa la tecnologia e il 5G, e molte altre questioni”. Lo ha detto ieri il segretario di stato Mike Pompeo nella conferenza stampa conclusiva del vertice dei ministri degli esteri della Nato per i 70 anni dell’Alleanza. “C’è il rischio che la Nato o gli Usa non condividano più le informazioni sensibili con gli alleati” che usano tecnologie cinesi come il 5G o che aprono le loro infrastrutture a Pechino”.

Pompeo ha poi rivendicato lo “scudo di deterrenza contro l’aggressione” che ha funzionato per 70 anni e che “dobbiamo continuare a rafforzare”. Ogni membro dell’Alleanza Nato – ha continuato Pompeo – avrebbe dunque un obbligo di spiegare ai suoi cittadini la necessità di aumentare le spese per la difesa e respingere i “logori argomenti” sull’opposizione dell’opinione pubblica a questo tipo di spese.

Orbán, le Pen & C. danno buca a Matteo

Era stato presentato in pompa magna, come l’evento che avrebbe lanciato la campagna elettorale della Lega per le Europee, lunedì a Milano, la Conferenza programmatica internazionale “Verso l’Europa del buonsenso”. Nel comunicato si annunciava Matteo Salvini con “i rappresentanti di altri partiti europei”. E invece, più che le presenze, spiccano le assenze: non ci sarà Viktor Orbán, come d’altra parte era prevedibile, visto che ha lavorato per evitare l’espulsione dal Ppe. Soprattutto non ci sarà Marine Le Pen, leader del Rassemblement National, ad ora la principale alleata di Salvini in Europa. Non è l’unica a dare forfait del gruppo Europa delle Nazioni e delle Libertà, quello in cui siede la Lega a Strasburgo. Non ci saranno gli austriaci di Fpo, il partito nazionalista di Heinz-Christian Strache. Mentre i tedeschi di Afd hanno comunicato la loro presenza solo all’ultimo momento, con l’eurodeputato Jörg Meuthen. Dalla Lega è tutto un fare fina di niente: “Non li avevamo invitati”, dicono. E ancora: “L’unico rappresentante previsto dell’Enl è Salvini”. E parlano di “3 ospiti importanti”, in arrivo, ma fino a sera è impossibile sapere di chi si tratti. Il dubbio che non sia così facile avere delle conferme, sorge spontaneo.

Salvini a Parigi per il G7 dice: “Viktor Orbán l’ho sentito la settimana scorsa, Marine Le Pen la vedo domani. Se abbiamo deciso di fare una riunione a quattro e non a ventiquattro è curioso che si lamenti il fatto che gli altri non ci sono”.

Quello che diventa plastico, però, è che il grande progetto di alleanza sovranista della Lega è già naufragato. A ottobre Salvini vagheggiava persino di candidarsi Spitzenkandidat e accarezzava l’idea di un gruppo unico, che mettesse insieme gli estremisti dell’Enl, i conservatori dell’Ecre (con i polacchi di Fidesz in testa) e Orbán, magari uscito dal Ppe. Qualche mese dopo, la realtà è molto diversa. Salvini è andato a gennaio da Kaczynski. Tornando a mani vuote: il leader polacco gli aveva fatto sapere di non avere alcuna intenzione di fare un gruppo unico con personaggi come la Le Pen (la cui amicizia con la Russia, peraltro, resta un ostacolo insormontabile per Fidesz). E lo aveva casomai invitato a entrare nell’Ecre, specificando però un dato: in Italia per i conservatori i referenti sono Giorgia Meloni e Raffaele Fitto. Regole di ingaggio decisamente svantaggiose per Salvini. Dopodiché, Orbán ha fatto sapere che, se pure alla fine dovesse uscire dai Popolari, farebbe asse con i Conservatori e non con l’Enf.

Alla Lega non è rimasto altro che cercare di mettere insieme alcuni partiti minori, come i ciprioti di Elam (gemelli neonazisti di Alba Dorata), gli estoni di Ekre (con uno dei loro esponenti di punta, Jaak Madison, che si è spinto a lodare l’economia di Hitler), i Veri Finlandesi (che hanno equiparato l’Islam alla pedofilia). Nel frattempo, Salvini ha anche iniziato un riposizionamento più moderato, meno anti-europeista. E nello stesso tempo ha cominciato a corteggiare gli States, più dell’amico Vladimir Putin. Ambiguità che hanno raffreddato i rapporti tra lui e la Le Pen. La quale, comunque, ha cercato di “ammortizzare” la sua assenza. Oggi Salvini lo incontrerà a Parigi. E nel Rassemblement National sostengono che la sua assenza a Milano era “concordata e già programmata da tempo in questo modo, visto che si è deciso che sarà Matteo Salvini a rappresentare il gruppo Enl, l’Europa delle nazioni e delle Libertà”. Come dire, il no all’iniziativa era già stato annunciato.

Mentre la Lega è in affanno, Fratelli d’Italia ha il vento in poppa: l’incontro tra Meloni e Kaczynski è andato bene e il 13 e 14 aprile a Torino ci sarà la Conferenza programmatica per lanciare i candidati.