Come si valuta un rappresentante

Come facciamo a valutare il lavoro di un eurodeputato? Per farlo, possiamo seguire diversi criteri. Il primo è quello di misurare la loro presenza al voto durante le sedute plenarie, in cui tutti i provvedimenti legislativi possono essere approvati o respinti.

Si tratta evidentemente di un criterio quantitativo, quindi facilmente misurabile, che proprio per questo mostra un dato parziale. Il voto in aula è importante, ma altrettanto se non di più lo sono le fasi di lavoro in commissione, dove vengono composti i dossier legilativi, i provvedimenti della Commissione europea vengono discussi ed emendati dai deputati attraverso un lavoro di relazioni politiche e dove infine le norme vengono votate prima ancora di arrivare in aula a Strasburgo. Inoltre, va ricordato che l’assemblea pleanaria si riunisce 12 volte l’anno a Strasburgo per una settimana e per 4-6 volte a Bruxelles per un giorno circa. Questo significa che il grosso dell’attività del parlamentare si svolge, in termini temporali, proprio all’interno delle commissioni.

Tutto questo lavoro in commissione, però, è difficilmente quantificabile, dato che è molto complicato, anche per un giornalista, ottenere le presenze dei deputati nelle commissioni parlamentari di appartenenza. Possiamo però tracciare almeno una parte del lavoro preparatorio dei deputati analizzando quanti rapporti legislativi, meglio ancora se di un certo peso, sono stati presentati da ciascuno di loro.

Infine, non va dimenticato che si può tracciare anche una classifica dei “più influenti”, che non ha necessariamente a che fare con voti, interventi in aula o rapporti di legge presentati: sono italiani il presidente dell’Europarlamento Antonio Tajani (Forza Italia, Ppe) e due dei suoi vicepresidenti: David Sassoli (Pd, S&D) e Fabio Massimo Castaldo (M5S, Efdd).

Se questo è un (euro) deputato: record e flop a Strasburgo

Restano ancora due settimane, tra commissioni parlamentari a Bruxelles e assemblea plenaria a Strasburgo. Poi il 18 aprile il Parlamento europeo verrà sciolto in attesa del voto di maggio. L’attuale legislatura, l’ottava da quando l’Eurocamera è diventata elettiva, nel 1979, si era formata nel luglio del 2014 e si riconvocherà di nuovo il 2 luglio. Arrivati alla fine dei 5 anni, possiamo tracciare un bilancio delle attività dei parlamentari europei: chi sono stati i più diligenti e i più negligenti tra i rappresentanti italiani, anche tenendo presente il comportamento dei deputati degli altri 27 Paesi dell’Unione.

 

Promossi e bocciati/1: il voto in plenaria

Seguendo le statistiche di VoteWatch, istituto di ricerca indipendente con sede a Bruxelles, possiamo tracciare la classifica dei più e meno presenti sulla base del voto in plenaria. L’Italia ha 73 eurodeputati su un totale di 751. La più assidua di tutti i gruppi è Barbara Spinelli (Lista Tsipras, Gue) è al 99,8%. Poi Nicola Caputo e Renata Briano (entrambi S&D) con il 99,65%, seguiti dal forzista Massimiliano Salini al 99,5%. Mara Bizzotto è prima tra i leghisti (con oltre il 99%); i più presenti tra i 5S sono Marco Valli, a ora autosospeso, e Piernicola Pedicini: oltre il 98%.

In fondo alla classifica tra gli italiani: Alessandra Mussolini ex Fi, nel gruppo Ppe al 68,38%, Aldo Patriciello con 63,38% (Fi, Ppe) e infine ultimo Renato Soru (Pd-S&D) con 35.87%.

 

Promossi e bocciati/2: a confronto con gli altri

Osservando la classifica generale – sempre sulla base dei voti –, Caputo e Briano sono all’ottavo posto assoluto. Stakanovista delle presenze, la popolare francese Annette Grossetête (99,94%), seguita a ruota da colleghi francesi e tedeschi. All’ultimo posto assoluto troviamo la liberale finlandese Mirja Vehkapera con solo il 28% delle presenze. Spiccano in negativo anche il britannico Nigel Farage che ha totalizzato il 40% – anche se il dato potrebbe essere mitigato dal fatto che il fondatore dell’Ukip è stato capogruppo di Efdd – e Jean-Marie Le Pen (fondatore del Front national) con il 43%. Il pd Renato Soru rimane al penultimo posto anche considerando la classifica generale.

La delegazione italiana però non brilla: pur avendo il secondo maggior numero di rappresentanti dopo la Germania, siamo 18esimi (su 28) con l’87,5% di presenze al voto. Siamo ultimi tra i grandi Paesi se si esclude il Regno Unito, e possiamo consolarci con Grecia e Cipro, fanalini di cosa con circa l’80%. Sul podio ci sono invece i deputati di Malta (94,7%), Austria (94,5%) e Belgio (93%)

 

Promossi e bocciati/3: il lavoro in commissione

Oltre alle presenze in aula, il lavoro degli eurodeputati può essere misurato – in termini quantitativi – sulla base del lavoro legislativo svolto, e poi valutato – in termini qualitativi – rispetto all’impatto di un provvedimento.

Scorrendo ancora le classifiche di VoteWatch, scopriamo che è il Pd Roberto Gualtieri ad avere seguito il maggior numero di provvedimenti in quanto relatore, anche se il dato (13 rapporti) va letto anche alla luce del fatto che l’eurodeputato romano segue molti dossier importanti in quanto è presidente della commissione economica. Come lui, anche il forzista Giovanni La Via – relatore di ben 9 provvedimenti – presidente della commissione Ambiente per una parte della legislatura e infine Antonio Panzeri (Art1), che guida la sotto-commissione Diritti umani. Molto attivi su dossier importanti sono stati Laura Ferrara, Tiziana Beghin, Ignazio Corrao per il M5S, i Pd Daniele Viotti, Simona Bonafé, Paolo del Castro e David Sassoli – che è anche uno dei due vicepresidenti italiani, insieme al pentastellato Fabio M. Castaldo.

Maglia nera, con nessun rapporto presentato (almeno da relatore), a quasi una ventina di italiani. Tra i più noti: il leghista Mario Borghezio, il leader Udc Lorenzo Cesa e l’ex ministro Raffaele Fitto (ora in Fratelli d’Italia).

 

Gli svogliati: toccata e fuga

Oltre 100, in totale, gli eurodeputati che hanno lasciato il seggio per i motivi più diversi, spesso per ricoprire incarichi nella politica nazionale . In Italia 2 Pd, 2 forzisti e 3 leghisti (escludendo ovviamente Gianluca Buonanno, tragicamente morto in un incidente nel 2016).

Tra i dem, l’ex vicepresidente del Parlamento Gianni Pittella è tornato a Roma nel 2018, per un seggio da senatore, mentre Alessandra Moretti ha scelto la regione Veneto all’inizio del 2015, dopo appena sei mesi a Strasburgo. Nell’estate dello stesso anno se ne è andati il forzisti Giovanni Toti – oggi governatore della Liguria – e tre anni dopo il collega Salvatore Pogliese.

Tra le file del Carroccio, il primo ad andarsene è stato Flavio Tosi, già nel 2015 per tornare alla politica nazionale. Lo hanno seguito nel 2018 sia il leader Matteo Salvini che l’attuale ministro della Famiglia, Lorenzo Fontana.

 

Un caso di scuola: la Lega oltreconfine

Ma cosa ha fatto il vicepremier Salvini finché è stato un semplice eurodeputato? Durante la sua terza legislatura europea, il leader della Lega registrava un 82% presenza ai voti. Se fosse ancora a Strasburgo oggi, si assesterebbe intorno al 40° posto (su 73): male ma non malissimo tra gli italiani, male invece nella classifica generale, dove sarebbe intorno al 615° posto (su 751).

Se guadiamo poi all’elenco delle sue attività parlamentari, ci accorgiamo che sono quasi interamente concentrate negli interventi in aula, mentre manca del tutto l’attività di relatore di progetti di legge, ovvero la più complessa e impegnativa per un europarlamentare. A suo nome risultano solo due rapporti come “relatore ombra” nella commissione parlamentare sul commercio internazionale, di cui faceva parte : una proposta di normativa anti-dumping presentata nel 2017 e un’altra dell’anno precedente in materia di tariffe doganali.

Decisamente meglio Lorenzo Fontana, già capodelegazione del Carroccio, forte del 96% di presenze al voto. Attivo anche nella commissione a cui era assegnato – quella sulle Libertà civili -, dove in 3 anni e mezzo è stato relatore di 2 provvedimenti.

San Guzzetti, vergine e martire

L’incipit ricorda le vecchie Vite dei santi: “Come i contadini che lasciando casa ne ritinteggiano le pareti e puliscono l’aia ‘tanto che si potrebbe rovesciarvi sopra la polenta’ Giuseppe Guzzetti fa lo stesso con la Fondazione Cariplo”. D’altra parte sta lì (dopo un decennio da presidente della Lombardia e un paio di legislature in Senato con la Dc) da 22 anni e magari una tinteggiata serve: insomma San Guzzetti vergine e martire, che “prega immancabilmente un’ora al giorno”, non vuole farsi parlar dietro. Voi direte: con quel curriculum è solo un altro uomo di potere. Quando mai! “Il potere come impegno per dare risposte ai problemi della gente”, svela sul messale un tempo noto come Repubblica. Per questo alto scopo il santo banchiere, che rispetto alla Trinità ha il vantaggio di essere uno e quattrino, comanda dal 2000 pure sull’Acri, la “confindustria delle fondazioni”. Pur solleticato da domande tipo “Lei ha visto i preti difendere i contadini analfabeti: che cosa ha imparato dalla povertà?” o “Chi è Dio nella sua mente?”, il nostro s’è concesso al quotidiano di Largo Fochetti per dire una cosa e una sola: io sono buono e caro, “ma pretendo il rispetto dei limiti stabiliti dallo Statuto (di Cdp, ndr) e mi opporrò sempre a operazioni scriteriate, come quella di Alitalia. Abbiamo comunque uno strumento di garanzia, il voto di blocco”. Ma non andava in pensione?

Unicredit punta a Commerz se salta accordo con Deutsche

Se saltassero le nozze tra i giganti del credito tedeschi Commerzbank e Deutsche Bank potrebbe spuntare un nuovo pretendente: l’italiana Unicredit che, secondo il Financial Times, starebbe preparando un’offerta per acquisire Commerzbank. Unicredit ha fatto sapere di “non commenta” l’ipotesi, ma a febbraio l’ad Jean Pierre Mustier aveva già smentito possibili fusioni con altre banche di altri Paesi. E gli analisti finanziari continuano a non vedere molte possibilità di realizzazione per un’aggregazione transfrontaliera tra Unicredit e Commerzbank. Diverse le criticità che emergerebbero, comprese quelle regolamentari sui requisiti patrimoniali imposti dalla Bce, che non si ridurrebbero. Forse per ovviare a questi problemi, secondo il Financial Times, l’accordo proposto da Unicredit prevederebbe la fusione della sua controllata in Germania (HypoVereinsbank) con Commerzbank, che resterebbe quotata. Una mossa che renderebbe l’operazione più attraente per gli azionisti di Commerzbank, tra cui il governo di Berlino, che non sembrano molto attratti dalla prospettiva di una fusione. I mercati hanno, comunque, dimostrato scetticismo sulla possibile unione con Unicredit che ha perso in Borsa lo 0,75%.

Arrivano 500 milioni ai Comuni per scuole e illuminazione: da spendere entro ottobre

In vista del varo del Documento di economica e finanza, il governo prova a spingere sugli investimenti pubblici. Per questo nel decreto Crescita approvato ieri arrivano altri 500 milioni per i comuni, dopo i 400 già messi nella legge di Bilancio. La norma, fortemente voluta dal ministro per i rapporti con il Parlamento, Riccardo Fraccaro, stanzia i soldi per i progetti dei Comuni in efficientamento energetico e “sviluppo territoriale sostenibile”. Prevede l’assegnazione “automatica” da parte del Mise di contributi a favore di investimenti in illuminazione pubblica, risparmio energetico negli edifici pubblici, installazione di impianti per la produzione di energia da fonti rinnovabili, adeguamento e messa in sicurezza di scuole e patrimonio comunale, abbattimento delle barriere architettoniche e mobilità sostenibile. “L’ho voluta per aprire un nuovo rapporto con i comuni, in ginocchio dopo anni di tagli e austerity, con l’obiettivo di migliorare la qualità della vita dei cittadini. Un impegno del M5S e lo manteniamo”, ha spiegato Fraccaro. Condizione per ottenere i fondi, modulati a seconda della popolazione (si va dai 50 mila euro per i Comuni fino a 5 mila abitanti a 250 mila euro per quelli oltre i 250 mila abitanti), è che gli interventi siano avviati entro il 15 ottobre e siano aggiuntivi rispetto a quanto già programmato. Un paletto usato già per i 400 milioni messi in manovra per i piccoli comuni, che ha dato risultati: “Da inizio anno la pesa effettiva dei Comuni è salita del 21,8%”, ha spiegato il ministro.

Lo Stato torna azionista di Alitalia: può arrivare a una quota del 15%

Arriva nel decreto Crescita, stando a quanto scritto dall’Ansa nella serata di ieri, la norma che farà probabilmente tornare lo Stato azionista dell’ex compagnia aerea di bandiera. Il provvedimento consentirà al Tesoro di convertire in equity una parte del prestito ponte di 900 milioni concesso dallo Stato alla compagnia nel maggio 2017. Questa norma permetterebbe in futuro al Tesoro di entrare eventualmente nella futura newco per far nascere la nuova Alitalia con una quota che, nelle ipotesi finora indicate, potrebbe essere del 15%. Nel frattempo, il governo ha concesso un altro mese di tempo a Ferrovie per presentare un’offerta vincolante.

“Io, Giovanni e gli anni nel bunker: forza amico mio, Colle e opposizioni sono con te”

Renato Brunetta, deputato di Forza Italia, è preoccupato più per il ministro Giovanni Tria o per l’Italia?

La seconda.

Così denota uno scarso senso dell’amicizia e un forte senso di amor patrio.

Le cose vanno assieme, per un semplice motivo: siamo di fronte a un fallimento politico annunciato che ha ripercussioni gravi sui conti del Paese. Il contratto tra Lega e M5S è fallito. Il diavolo e l’acqua santa non vanno d’accordo.

Chi è il diavolo?

Fate un sondaggio tra i vostri lettori.

E Tria che c’entra?

Giovanni poteva sublimare con rigore e credibilità il contratto mostruoso tra Salvini e i Cinque Stelle, un ministro del Tesoro tecnico che piace ai mercati e che non è vicino a un partito. Un miracolo, Giovanni è perfetto, ma lo stanno scaricando e al contempo scaricano se stessi. Sono in affanno e menano su Tria.

Quando l’ha conosciuto?

Un quarto di secolo fa, ci unisce un sogno accademico coccolato col nostro maestro, il professore Luigi Paganetto: una facoltà di Economia all’Università di Tor Vergata di Roma.

Com’era il ministro?

Un tipo serioso, studioso, capace di emozionarsi. I nostri uffici erano in un bunker, sottoterra, poca luce, poca aria. In stanza con noi c’era un certo Edmund Phelps, poi insignito del premio Nobel. Ogni tanto Paganetto ci portava a visitare i terreni su cui doveva sorgere la nostra facoltà. Stavamo lì, diversi minuti, a osservare una voragine che con la pioggia diventava un piccolo e suggestivo stagno. Era un rito, anche scaramantico.

Quando l’hanno arruolato nel governo, lo scorso giugno, Tria era preside della facoltà.

Una gioia immensa per me, vedere la facoltà efficiente e brillante con al vertice il mio amico Giovanni, che ho portato con me al ministero della Funzione pubblica e che ho nominato presidente alla Scuola nazionale dell’amministrazione. Nel giorno dell’inaugurazione della facoltà di Economia, vent’anni fa, mi incuriosiva una porta, un po’ strana, ancora incellofanata, un’uscita di emergenza. Volevo aprirla, Giovanni e gli altri mi pregarono di non farlo.

Brunetta è un testardo.

E infatti l’ho aperta.

Cosa c’era?

Il vuoto, ho rischiato di cadere nel vuoto.

Il ministro corre lo stesso rischio?

Giovanni è un tipo tosto, non s’arrende. L’Italia e i dioscuri Salvini e Di Maio devono temere il vuoto.

Come può resistere Tria, sfiduciato e osteggiato?

Oggi la differenza la fanno le calunnie: si è passati da legittime pressioni politiche a illegittime pressioni personali.

Il ministro ha parlato di “spazzatura” e “violazione della privacy”, ma la questione riguarda anche il ruolo di Claudia Bugno, sua consulente al ministero, nonché amica di famiglia.

Il ministro può ingaggiare chi vuole, il problema non esiste. Certo, si può contestare lo stile. Mi sembra un’assurdità, però, strumentalizzare una vicenda marginale per mandarlo via. Li hanno calcolati i danni, i dioscuri?

Illustri il suo inventario dei possibili danni.

Un ministro licenziato, un uomo indipendente, fa salire lo spread all’istante, ci porta in braccio ai tecnici. Qualcuno rivuole un Monti? Dico agli amici del governo di rifletterci e di supplicare Giovanni: imponi le tue mani sulle nostre teste e proteggici finché voto non ci separi.

Tria non ha il sostegno dei Cinque Stelle e ha un sostegno pencolante di Salvini, a cosa deve aggrapparsi?

Al futuro dell’Italia. Il Quirinale è con Giovanni, noi partiti di opposizione siamo con lui.

Gli mandi un messaggio, anche se in aula l’ha rimproverata: “Stia zitto!”.

Fesserie, ci vogliamo bene. Non è pratico dei regolamenti parlamentari.

Caro Giovanni.

Sei saggio, coraggioso, di una tempra unica: forza amico mio, perdona loro, perché non sanno quello che fanno.

Amen.

La messa è finita. Non andiamo in pace.

Nuovi dispetti: bloccata la nomina di Bugno all’Asi

Quel castello dei ricatti incrociati che è diventata la maggioranza gialloverde continua a produrre materiale per la cronaca. Ieri per dire, giusto all’indomani del ricattino a mezzo stampa del ministro Giovanni Tria (“se andassi via dovremmo vedere quale sarebbe la reazione dei mercati”), che denunciava “attacchi spazzatura sul piano personale”, il Movimento 5 Stelle mette a segno la sua ripicca per tenere il professore sotto schiaffo: la nomina di consolazione per la sua fedelissima Claudia Bugno all’Agenzia spaziale italiana (Asi) è rinviata almeno alla settimana prossima; i grillini hanno fatto sconvocare ieri mattina il Comitato che doveva nominarla insieme al resto del cda.

Per capire il livello di contorsione politico-personale di questa vicenda bisogna fare un piccolo riassunto. Nello staff di Tria al ministero dell’Economia figura Claudia Bugno, fino al marzo scorso alle relazioni esterne di Alitalia e, tra le altre cose, già membro del Comitato olimpico Roma 2024 con Luca Cordero di Montezemolo e Giovanni Malagò e del cda di Banca Etruria, peraltro multata coi colleghi da Banca d’Italia per 121 mila euro per mancato controllo. La dottoressa Bugno, forte di un rapporto personale col ministro e la sua signora, s’è distinta nei mesi per un piglio sbrigativo nei rapporti di lavoro e istituzionali: attitudine che le è valsa rapporti per così dire freddi al ministero (a partire da quello col capo di gabinetto Vincenzo Carbone), l’antipatia dichiarata dei manager di alcune grandi partecipate come Poste e Leonardo (che si sono lamentati con Tria del suo interventismo) e un recente e s’immagina poco gradito onore delle cronache quando è venuto fuori che il figlio della moglie di Tria era stato assunto, dopo l’arrivo al ministero, in Tinexta Spa, il cui amministratore delegato è Pier Andrea Chevallard, compagno di Bugno.

Poco chiara, o forse fin troppo, l’ostilità nei suoi confronti dei 5 Stelle. È vero che la collaboratrice del ministro, nonostante provenga da Alitalia, è assai attiva sull’ennesimo “salvataggio” e peraltro a favore della soluzione Lufhtansa benedetta dal centrosinistra, ma scartata dall’attuale maggioranza. L’indicazione, ora ritirata, del nome di Bugno nel consiglio del colosso italo-francese STMicroelectronics è stata considerata come un affronto dai grillini, tanto più che da settimane è in corso un silenzioso braccio di ferro dei “delegati alle poltrone” di Luigi Di Maio col ministro Tria sulla Sace, la ricca e strategica controllata di Cassa depositi e prestiti che assicura le imprese italiane che lavorano all’estero. E dunque Alitalia, le poltrone, la tragicommedia dei rimborsi ai risparmiatori coinvolti nei crac bancari più varie ed eventuali tra cui, ultimo ma non ultimo, viene il cosiddetto Def, nel quale il Tesoro vorrebbe includere un parziale aumento dell’Iva.

E qui si torna a Claudia Bugno, costretta dall’offensiva grilloleghista (alimentata però anche da pezzi del Tesoro) a rinunciare all’ambita poltrona in Stm e poi dirottata da Tria all’Agenzia spaziale (differenti, peraltro, anche i compensi per i consiglieri) irritando ulteriormente i 5 Stelle, che ne chiedevano le dimissioni pure dal Tesoro. E siamo ai giorni nostri: il Comitato interministeriale che doveva indicare i cinque membri del nuovo cda dell’Asi – tra cui appunto Bugno per conto del Mef – era previsto per ieri alle 10.30, ma è stato improvvisamente rinviato a martedì prossimo per l’indisponibilità dei ministri grillini. Stop rivendicato in serata dallo stesso Di Maio: “Io non discuto chi un ministro tiene nel proprio gabinetto, ma quando si parla di partecipate o agenzie spaziali, allora dobbiamo decidere se sia opportuno che le persone vadano in certi ruoli”.

Un altro modo per tenere sotto schiaffo il ministro, che peraltro è assai sfortunato nella scelta dei collaboratori: la sua nuova portavoce Adriana Cerretelli, ha scritto ieri La Verità, è dal 2015 nel cda della Saras, la società petrolifera della famiglia Moratti. Come per il caso Bugno, la risposta del ministero è “tutto a posto, è legale”. Avanti così.

Sui truffati Tria non molla. Ora dovrà mediare Conte

Alla fine di un Consiglio dei ministri durato tre ore il governo non riesce a risolvere il nodo dei “truffati” delle banche. E così si sceglie la solita strada: la grana passa al premier Giuseppe Conte, che avrà il compito di convincere le associazioni ad accettare le modifiche alle norme sui rimborsi. Quelle chieste dal ministro dell’Economia Giovanni Tria, che continua a tenere il punto in un braccio di ferro che dura da settimane, e che negli ultimi giorni è esploso sommandosi alle polemiche per il ruolo della sua consigliera Claudia Bugno.

Breve riassunto. Per i “truffati”, cioè i 200 mila ex azionisti e piccoli investitori delle banche mandate in “risoluzione” dal governo Renzi a fine 2015 – Etruria, Marche CariFe e CariChieti – e delle due popolari venete finite in dissesto nel 2017, il governo ha stanziato in manovra 1,5 miliardi. La norma prevede rimborsi fino a un massimo di 100 mila euro (ma per gli azionisti al massimo entro il 30% del danno). Nel passaggio alla Camera i 5Stelle, su spinta di diverse associazioni dei truffati, l’hanno modificata eliminando l’obbligo di dimostrare con una sentenza di aver subito una vendita fraudolenta dei titoli. Il rimborso è stato di fatto generalizzato in virtù di una violazione massiva acclarata dal disastro degli organi di vigilanza. A fine gennaio la norma è stata contesta dalla Commissione Ue, che la ritiene un aiuto di Stato. Stessa interpretazione, per la verità, data anche dai vertici del Tesoro. Da allora è iniziato un braccio di ferro. Da giorni Luigi Di Maio e Matteo Salvini chiedono inutilmente a Tria di firmare i decreti attuativi che istituiscono la commissione chiamata a vagliare le richieste.

E così nel Consiglio che doveva approvare il decreto Crescita è finita con una resa dei conti, con discussioni dai toni forti col titolare dell’Economia, anticipate da minacce a mezzo stampa. Nemmeno un pre-consiglio di un’ora è riuscito a piegare Tria. La proposta del ministro era di modificare le norme in legge di Bilancio limitando il rimborso generalizzato ai risparmiatori sotto i 35mila euro di reddito. Per tutti gli altri si passava alla valutazione caso per caso. Tria, peraltro, chiedeva anche i 9 commissari delegati a giudicare sui rimborsi avessero anche il requisito dell’“indipendenza”, in modo da avvicinarsi il più possibile a un arbitrato, condizione chiesta da Bruxelles. A erogare i rimborsi sarebbe poi la Consap, una società del Tesoro, in modo da tutelare i dirigenti del ministero. Per loro era previsto anche uno “scudo” da possibili contestazioni della Corte dei Conti per danno erariale se, come probabile, l’Ue dovesse contestare l’aiuto di Stato. Tutte queste modifiche sarebbero dovute finire nel dl Crescita.

Per i 5Stelle erano però irricevibili. Rivedere le norme, spiegano, significa scontentare le associazioni dei truffati a cui erano state promesse. Ma Tria non ha ceduto. E così si è scelta la via di tirare in mezzo Conte. Il premier convocherà per lunedì le associazioni. È verosimile che gli illustrerà le modifiche per tentare una mediazione. Modifiche che poi finirebbero in un altro Cdm, probabilmente martedì. Insomma, non passa la linea Tria di infilarle subito nel decreto, ma neanche quella M5S, anche se dal Movimento fingono di aver vinto.

La vicenda è complessa. Gli uomini leghisti al Tesoro, per dire, sono più in sintonia con Tria che con i loro alleati. Così come il plenipotenziario leghista a Palazzo Chigi Giancarlo Giorgetti. Dubbi però superati dal diktat di Salvini. Per i 5Stelle qualunque obiezione dell’Ue è decaduta dopo che la Corte di giustizia dell’Unione ha dato torto a Bruxelles sul caso di Banca Tercas, stabilendo che si potevano usare i soldi del Fondo di garanzia dei depositi per salvare l’istituto. Quel Fondo che stava per intervenire anche su Etruria & C., in quel modo si sarebbe evitato di azzerare anche i 12mila obbligazionisti subordinati in omaggio alle norme Ue sugli aiuti di Stato (salvo ora tentare di rimborsare pure gli azionisti).

Alla fine la lite ha bloccato il governo. Il decreto Crescita viene approvato “salvo intese”, cioè è ancora da scrivere. Intanto è lievitato da 38 a 50 articoli, col rischio di finire bloccato dal Colle. L’unica certezza è che è entrata la norma che consentirà al Tesoro di entrare nella nuova Alitalia, rinviata più volte. Stallo risolto dopo lo scoppio del caso Bugno, contraria all’operazione. Sul resto tra alleati non c’è accordo. Così come sullo Sblocca Cantieri, approvato salvo intese due settimane fa. “Troppi no. Serve un cambio di passo”, attacca la Lega. Che, manco a dirlo, vuole meno i vincoli su appalti ed edilizia privata.

Il premio Pavesi a “La ragazza dai capelli rosa”

La giuria del Premio internazionale intitolato a Cristina Pavesi presieduta dal magistrato Alfonso Sabella ha scelto il vincitore del premio speciale della giuria del valore di 500 euro messo a disposizione dalla Nazionale italiana cantanti, che quest’anno andrà a Ilaria Bidini, ”la ragazza dai capelli rosa”, affetta da tetraplegia che ha vissuto una vita infernale a causa dei bulli, quando andava a scuola ma anche quando da adulta prendeva autobus e treno per andare all’università. Laureatasi lo scorso anno in Scienze sociali oggi si occupa di lotta al fenomeno del bullismo e va nelle scuole a portare la sua esperienza. Lo scorso anno è stata nominata Cavaliere della Repubblica dal presidente Mattarella e quest’anno come donna dell’anno ha ricevuto un altro encomio dal Quirinale. “Questo premio lo dedico a mia mamma” ha detto Ilaria nel momento in cui gli organizzatori del Premio Pavesi le hanno comunicato che la scelta del premio speciale della giuria era caduta su di Lei. Ilaria ritirerà il premio il prossimo 8 giugno nella villa confiscata a Felice Maniero a Campolongo Maggiore, Venezia, durante la festa europea della legalità, patrocinata anche quest’anno dalla Commissione europea.