La Fontana dello Zodiaco sarà restaurata: entro il 2020 l’acqua scorrerà di nuovo

Entro metà 2020 uno dei simboli di Terni, la Fontana monumentale dello Zodiaco del 1936, potrebbe essere recuperata dal suo stato di abbandono e funzionare di nuovo, con l’acqua che scorre sopra il mosaico basato sui cartoni originali dell’artista Corrado Cagli tirato a nuovo. Si è concluso ieri l’esame dell’offerta economica sui lavori di stacco, consolidamento e rifacimento del tappeto musivo. Se li è aggiudicati, in via provvisoria, la società romana Carla Tomasi srl che ha presentato un’offerta economica al ribasso del 30,69% – 599.990 euro, su una base d’asta di oltre 865 mila euro, largamente finanziata dalla Fondazione Carit, anche per rifare la seduta e il marciapiede che circonda la fontana. Entro i primi di maggio si attende il verbale di consegna dei lavori all’aggiudicataria – l’ipotesi è di far partire il cantiere entro la fine del mese – che in 300 giorni dovrà portare a termine l’incarico. Ma una fontana per essere tale ha bisogno dell’acqua e come riporta un documento approvato dalla giunta di centrosinistra addirittura nel 2013, vanno sostituite le pompe attuali, non più in funzione, con delle elettropompe ad asse orizzontale. Per l’impianto idraulico, di ricircolo e quello di illuminazione, dalla partecipata del Comune Asm arrivano 212.700 euro, dal Sistema idrico integrato (Sii) l’impianto inox per la depurazione dell’acqua e da Acciai speciali Terni le tubazioni speciali inox. L’assessore ai lavori pubblici Enrico Melasecche, riporta Umbria24.it, immagina anche un museo sotterraneo nei locali tecnici della fontana, con videoproiezioni d’epoca sulla storia della piazza che ospita il monumento, dal 2018 sito d’interesse per il ministero per i Beni e le Attività culturali. Per questo, si attendono nuove sponsorizzazioni: proprio Melasecche avrebbe chiesto 170 mila euro a Pac 2000 Conad.

Ai domiciliari Michele Morenghi: l’avvocato grande accusatore del giudice Ferdinando Esposito

Arresti domiciliari per Michele Morenghi, avvocato piacentino con studio a Milano e residenza a Budapest, in Ungheria. Lo ha deciso il giudice dell’indagine preliminare del tribunale di Piacenza, su richiesta del sostituto procuratore piacentino Antonio Colonna. Morenghi è accusato di favoreggiamento personale nei confronti di due persone che, secondo l’accusa, sono due falsi testimoni in relazione agli accertamenti su un incidente stradale.

Non è il primo guaio giudiziario che capita a Morenghi: nel febbraio 2019, l’avvocato è stato condannato, in primo grado, a 2 anni e 6 mesi con rito abbreviato, per aver falsificato un testamento, allo scopo di attribuire 1 milione di euro alla sorella del defunto e 850 mila euro al “fraterno amico avvocato Michele Morenghi”, nominato esecutore testamentario. Tagliando fuori la donna romena che viveva con il defunto e sua figlia, che si erano costituite parte civile nel processo.

Morenghi era entrato qualche anno fa nelle cronache giudiziarie per essere stato il grande accusatore di Ferdinando Esposito, ex magistrato a Milano. Lo aveva accusato di non avergli restituito un prestito di 7 mila euro, di avergli fatto pressioni per fargli firmare il contratto d’affitto dell’attico milanese in cui l’allora magistrato viveva e di avergli sottratto documenti, un paio di gemelli d’argento, perfino una cravatta. Morenghi aveva prodotto, secondo il gip di Brescia che aveva trattato la vicenda, una serie “alluvionale di accuse” a Esposito, in “numerosissime dichiarazioni ed esposti-denunzie presentati all’autorità giudiziaria”.

Tra questi, c’era anche un esposto alla Procura di Perugia in cui aveva accusato di rapporti con la Cia Ferdinando Esposito e suo padre Antonio (presidente del collegio della Cassazione che rese definitiva la condanna a Silvio Berlusconi per frode fiscale).

Circumvesuviana, libero anche il terzo indagato per stupro: “Lei disturbata e consenziente”

Il rapporto era “consenziente”. E per questo tutti e tre i ragazzi che erano stati accusati di stupro sono stati scarcerati. Nelle carte finite a disposizione del Tribunale del Riesame di Napoli c’è la storia di una ragazza anoressica, emotivamente fragile, forse bersaglio facile per eventuali malintenzionati. Ma la sua denuncia di aver subito una violenza sessuale viene considerata “inattendibile”.

La 24enne vittima il 5 marzo di un presunto stupro di gruppo nella stazione Circumvesuviana di San Giorgio a Cremano (Napoli) avrebbe mentito. Non con dolo, solo perché sofferente di disturbi della personalità certificati in tre anni di cura presso il dipartimento di igiene mentale dell’Asl Napoli, una cartella clinica che ha raccolto anche gli eccessi sessuali della ragazza. I giudici hanno così scarcerato l’ultimo dei tre ragazzi ancora in galera, Raffaele Borrelli, e contestualmente hanno depositato le motivazioni della prima scarcerazione di Alessandro Sbrescia (pochi giorni dopo tornò in libertà anche il terzo, Antonio Cozzolino). In circa 35 minuti di video estratti dai sistemi di sicurezza della stazione, si vede la 24enne abbracciata a uno dei tre, Sbrescia, mentre fumano uno spinello – e poi lei in seguito dirà che già tre settimane prima questi aveva partecipato a un tentativo di violenza con gli altri due complici –; in seguito la si vede entrare ed uscire dall’ascensore dove è avvenuto il rapporto sessuale coi tre 20enni, in una situazione “connotata da esteriore tranquillità”. Anche durante la conclusione del presunto stupro. Finito il quale, si vedono due dei tre indagati e la ragazza uscire composti, vestiti, sereni. “L’atteggiamento della giovane – scrivono a giudici – appare in totale contrasto con un’esperienza di elevata drammaticità”. Eppure mezz’ora dopo la ragazza si metterà a piangere su una panchina. E denuncerà uno stupro. Ma il suo racconto non sarebbe credibile su più punti: la dinamica della violenza, la conoscenza coi ragazzi, persino la tentata aggressione di febbraio. La sorella ha detto che invece fu semplicemente accompagnata a casa.

Truffa dei gettoni d’oro ai danni della Rai. 5 dirigenti della Zecca vicini al processo

Per ottenere premi aziendali avrebbero truffato la Rai, fingendo di aver coniato i gettoni d’oro vinti nei più importanti programmi televisivi. Falsificando i documenti che testimoniavano la produzione e il trasporto delle monete infatti, 5 dirigenti o ex dirigenti dell’Istituto Poligrafico Zecca di Stato avrebbero fatto credere alla televisione pubblica di aver mantenuto l’accordo stipulato. I reati contestati dai magistrati della Procura di Roma nel decreto di chiusura indagine, atto che solitamente precede la richiesta di rinvio a giudizio, sono due: truffa e frode nelle pubbliche forniture. Sarebbero stati commessi tra il 2013 e il 2016.

In tre anni, secondo i pm, i cinque dirigenti della Zecca “realizzavano e gestivano un articolato sistema di frode”, violando un accordo con la tv pubblica “in base al quale Ipzi si impegnava a produrre i gettoni d’oro spettanti ai vincitori di concorsi Rai”. L’accordo prevedeva il conio e la consegna delle ambite monete a chi avesse vinto premi nelle più rinomate trasmissioni televisive. Negli atti a disposizione dei magistrati vengono citati diversi programmi: da Red Or Black, fino a Uno Mattina, passando per Super Brain – Le Super Menti, I Fatti Vostri, Mezzogiorno In Famiglia, L’anno Che Verrà, La Terra dei Cuochi, La Prova del Cuoco e Affari Tuoi.

Quando un concorrente otteneva un premio aveva la possibilità di scegliere se riscuoterlo in monete d’oro o in denaro. La truffa orchestrata dagli indagati avveniva proprio quando i vincitori prediligevano un bonifico. Perché i dirigenti, ex o attuali, avrebbero ugualmente fatturato le spese attraverso numerosi documenti falsi “finalizzati a dimostrare, contrariamente al vero, la produzione e il trasporto di tutti i gettoni d’oro commissionati”. La Procura ritiene che si trattasse di spese “in realtà mai sostenute”, per “una somma quantificabile complessivamente in 711 mila 483 euro”. Dunque, secondo i pm, i dirigenti chiamati in causa “procedevano ad adempimento solo parziale dell’obbligazione contrattuale con Rai Spa concernente la produzione, fornitura e consegna a vincitori di giochi a premi dei relativi gettoni d’oro, per un importo complessivamente quantificabile in 21 milioni, 108 mila e 304 euro”. Secondo gli inquirenti la truffa era stata messa in piedi per risparmiare le spese del conio e del trasporto.

Così facendo gli indagati avrebbero raggiunto obiettivi aziendali che avrebbero loro permesso di ottenere incentivi annui che si aggiravano intorno ai 45 mila euro. Non è la prima volta che le monete d’oro destano sospetti. Nel novembre del 2016 la trasmissione televisiva Report, a quei tempi condotta da Milena Gabanelli, aveva raccontato che i gettoni vinti nei programmi Rai in realtà non erano di oro purissimo. All’appello sarebbero mancati infatti 5 grammi per chilo. Inoltre era stato messo in luce il meccanismo di tassazione e consegna dei premi, che avveniva attraverso una doppia detrazione fiscale poco chiara.

Il sindaco Melucci: “Chiarezza su Mittal o chiudo gli impianti”

Rinaldo Melucci, sindaco di Taranto, lancia un ultimatum all’Arpa (Agenzia Regionale per l’ambiente), alla Asl di Taranto e all’Istituto Superiore di Sanità: ”Se entro le ore 12 dell’8 aprile non ci invierete risposte chiare e definitive sul livello delle emissioni di ArcelorMittal (ex Ilva), sul rischio per la salute pubblica valuteremo la chiusura urgente degli impianti inquinanti in base al principio di massima precauzione in difesa della salute dei propri cittadini e avverso una filiera produttiva ormai desueta ed intollerabile”. Una decisione assunta dopo che i vertici di Arpa e Asl hanno detto che non si possono escludere danni per la salute dei cittadini e che a Taranto ci si ammali e si muoia più che altrove e più che in passato. Intanto dai dati validati, rilevati dalla centralina Arpa-Ispra della cockeria, di marzo 2018 messi a confronto con quelli di marzo 2019 da Peacelink si conferma “il trend complessivo di aumento delle emissioni non convogliate della cokeria ex Ilva” spiega il presidente Alessandro Marescotti “Su sette parametri, sei sono in netto aumento”.

Maxi-tangente Eni, il consulente in aula: “Il blocco petrolifero valeva il triplo”

Altro che 1,3 miliardi di dollari. Il blocco petrolifero nigeriano Opl 245 valeva almeno il triplo. È quanto ha dichiarato ieri il consulente del governo della Nigeria davanti ai giudici del processo per corruzione internazionale con imputati i vertici di Eni e Shell, tra cui Claudio Descalzi, amministratore delegato di Eni, e il suo predecessore Paolo Scaroni.

Le due compagnie petrolifere, per Opl 245 nel 2011 pagarono 1,3 miliardi di dollari, che non furono incamerati dal governo nigeriano, ma finirono sui conti privati di politici e faccendieri, tra cui l’ex ministro del petrolio del Paese africano, Dan Etete, anch’egli imputato nel processo di Milano. Oggi, cambiato in Nigeria il presidente e il governo, lo Stato si è costituito parte civile contro gli imputati che avrebbero distolto risorse al loro Paese. Ieri ha deposto in aula Stephen Roger, partner della società di consulenza Arthur D. Little, consulente tecnico dell’attuale governo nigeriano. Interrogato dagli avvocati Lucio Lucia e Valentina Alberta, legali dello Stato nigeriano, ha sostenuto che il blocco Opl 245 nel 2011, quando Eni e Shell lo acquisirono, aveva un valore di mercato di 3,511 miliardi di dollari. La valutazione è basata sul metodo Dcg (Discounted cash flow) che, a parere del consulente, è quello che meglio rileva il valore di un bene che ha uno sfruttamento continuato nel tempo. Incrocia tre parametri: il volume del petrolio che si ipotizza si possa ricavare dal giacimento; il prezzo al barile (valutato 80 dollari); e i costi.

Il consulente tecnico ha definito in aula la sua valutazione “conservativa” e prudenziale, perché nel modello di calcolo ha inserito “anche costi operativi per l’estrazione superiori a quelli mediamente utilizzati”. Ha aggiunto di non aver incorporato “il valore del gas che si può estrarre dal campo insieme al petrolio, né quello di potenziali scoperte di nuovi giacimenti nel campo”. Non ha preso in considerazione neppure altri parametri, ritenuti poco influenti sulla stima, come il “back in right” (il diritto di rientro in possesso da parte dello Stato del 50 per cento del blocco).

La cifra indicata dal consulente del governo nigeriano si integra con le prospettazioni dell’accusa, rappresentata dai pm Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro, secondo cui i diritti di sfruttamento del più grande giacimento della Nigeria sono stati acquisiti “senza gara, al prezzo unilateralmente stabilito da Eni e Shell”, versando 1,3 miliardi di dollari, di cui 1 miliardo e 92 milioni sarebbero finiti, come maxi-tangente, ai politici nigeriani del tempo, con una quota retrocessa a manager e mediatori italiani e internazionali.

Rogers ha ricordato che le analisi interne delle due compagnie petrolifere avevano valutato il valore di Opl 245, rispettivamente, 3,514 miliardi, con il greggio a 70 dollari il barile (Eni nel 2011), e di 3,268 miliardi, con il greggio a 80 dollari (Shell nel 2010).

“O la vita o l’ex Ilva: io ho scelto. La politica (e il Movimento) no”

Se volete farle oscurare lo sguardo intenso dentro due occhi che parlano chiamatela “donna coraggio”. “Il coraggio ci vuole per tacere. Il coraggio ci vuole per tradire la speranza di una città intera, schiava del mostro”. Il mostro. Così Rita Corvace – 41 anni, sopravvissuta al cancro, tradita pure dal Movimento 5 Stelle con cui si era candidata e che ormai ha lasciato – chiama l’ex Ilva, ora ArcelorMittal. “Quante volte ho ripensato a quel lungo periodo in cui le lavanderie interne all’Ilva erano chiuse e mio marito, un operaio al reparto “tubificio”, riportava a casa le tute impregnate di polvere di minerale e io – senza usare i guanti – le mettevo in lavatrice, terrorizzata disinfettavo tutto, ma addosso mi restava quel tanfo di ferro e acciaio”.

A soli 35 anni, con due figli adolescenti, Rita si ammala di cancro. Due operazioni difficili. “Sono stata in coma. Era come se fossi sprofondata in un abisso, volevo muovere la testa e non ci riuscivo. La voce del dottore che mi chiamava era un’eco lontana, non riuscivo a rispondere. Poi, improvvisamente, una luce accecante, ho visto la morte. Un giorno il primario, stringendomi la mano, mi ha detto: ‘Rita, ora ti racconto la storia della principessa che si salvò da sola, tu ti sei salvata grazie alla forza che hai dentro’. Una frase che mi sono tatuata sul braccio dove mi facevano la chemioterapia”.

Forse è perché hanno finito tutte le lacrime, ma i suoi occhi sorridono mentre riannoda i ricordi. “La chemioterapia mi aveva divorata, ero diventata anoressica, avevo dolori dappertutto. Solo un farmaco, che richiedeva la degenza di due giorni al mese all’Istituto Europeo dei Tumori di Milano, mi dava sollievo. Ma dopo due volte ho dovuto smettere, era una spesa che non potevamo permetterci”, sospira amaro. “Ho perso tante amiche lungo il cammino. Ho visto la morte in faccia, continuo a combattere per i miei figli. Mi fa tanto male sentire dire che se ne andranno da Taranto perché qui non metterebbero mai al mondo i loro figli”. Una storia di lotta contro il male e di resistenza civile. Il dolore che si porta dentro ha tante facce che si sovrappongono.

Rita entra nelle file del comitato “Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti”, dopo tanto tempo che non lo faceva più torna a votare per il M5S a seguito dell’impegno per la chiusura e riconversione dell’Ilva, ne diventa attivista. Movimento che a Taranto fa bottino con punte del 70% eleggendo ben 5 parlamentari. Dopo le dimissioni di Francesco Nevoli, entra in consiglio comunale ed esce anche lei dal Movimento. “Che delusione”, così definisce un “tradimento umano ancor prima che politico”. Nonostante in quei mesi entrassi e uscissi dall’ospedale, non mi risparmiavo: raccolta firme, volantinaggio, riunioni di quartiere, sul palco del Primo Maggio a raccontare anche la mia storia per smuovere le coscienze, condividendo la disperazione che attraversa tante vite di questa città usata dalla politica di ogni colore per tanti anni. Poi, una volta eletti l’Ilva ha cambiato nome, ma continua a sputare veleno e loro sono scomparsi senza una spiegazione, una parola di scuse. C’è una frase di Eduardo Galeano che ho letto sulla pagina Facebook di un mio amico: ‘Gli oggetti sono fatti per essere usati. Le persone sono fatte per essere amate. Il mondo va storto perché si usano le persone e si amano gli oggetti’”. Cosa resta, allora, Rita? “La capacità di non perdere l’indignazione per non perdere l’umanità”.

I numeri si lasciano sommare, le persone no e a Taranto, dove c’è il 30% in più di tumori rispetto al resto d’Italia, i numeri spaventano il futuro: fra 5 anni i malati saranno 34 mila, le sostanze inquinanti hanno effetti mutageni sul Dna che vuol dire che se anche la fabbrica chiudesse ora gli effetti nocivi si avrebbero per altri 20 anni. “Qui hanno accumulato pazienza come fosse polvere da sparo e nessuno se ne accorse fino al giorno dell’esplosione”, dice pensando alla grande manifestazione in memoria dei bambini morti di cancro, alla protesta delle mamme dei Tamburi dopo la chiusura delle scuole e a quella dei cittadini contro il sindaco Pd, durante l’ultimo consiglio comunale monotematico. “Noi tutti dobbiamo scegliere se stare dalla parte della vita – e gli studi dimostrano che l’ex Ilva è incompatibile con la vita – o dalla parte della produzione. Io ho scelto, e lei sindaco Melucci?”, il suo intervento in Consiglio, dove è subentrata come prima dei non eletti del M5S, scegliendo subito però di schierare nel Gruppo Misto. “La vita inizia quando ti rendi conto che ne hai solo una: la devi vivere stando dall’altra parte della paura, restando dolce, testa alta, cuore in mano”. E mi raccomando, non chiamatela “donna coraggio”.

Ancora tensione, bloccati i volontari che portano panini

Con le buste piene di pagnotte si sono presentati in serata davanti al centro di accoglienza di via dei Codirossoni a Roma sfidando il presidio in protesta. “Siamo venuti a portare il pane ai rom – hanno detto i due volontari – Roma non è razzista”. Immediata la contestazione con il gruppo di residenti che da martedì è in strada per chiedere il trasferimento dei rom “indesiderati”. “Portatele ai terremotati le pagnotte – replica chi manifesta -, anche loro hanno fame”. Ancora una volta l’oltraggio al pane, ancora una volta gli insulti e le proteste. “Fino a quando non se ne saranno andati tutti, noi da qua non ci muoviamo”, ripetono come un mantra. A Torre Maura, periferia est di Roma, la tensione non accenna a placarsi. Decine di residenti, nonostante la pioggia, presidiano l’accesso del centro d’accoglienza dove sono ospitati i nomadi. Accanto a loro militanti di Casapound, impegnati in dirette social con i loro smartphone. “Ci sono tensioni sociali da sgonfiare”, è stata la presa di posizione del vicepremier Luigi Di Maio, mentre la sindaca Virginia Raggi ha definito “bestie” i militanti di Casapound e Forza Nuova. Quell’estrema destra che per i prossimi due giorni ha organizzato fiaccolate e manifestazioni.

Peperoncino e rasoio, fermati clan nigeriani

Peperoncino strofinato in faccia per lacrimare, rasoio sulla pelle per sanguinare, rito e regole sono di mafia, ma la brutalità dell’iniziazione supera i simbolismi di Cosa nostra: lacrime, sangue e legnate sul corpo nudo del nuovo adepto nel rito di affiliazione della confraternita nigeriana Eiye, che a Palermo ha preso il posto dei Black Axe, la setta mafiosa decimata dagli arresti del novembre 2016.

Prostituzione, droga, rapine e pestaggi (anche al Cara di Mineo) e soprattutto agganci con le piazze di spaccio in tutta Europa per la cosca nigeriana radicata in Italia e sgominata ieri dalla squadra Mobile di Palermo: gli agenti guidati da Rodolfo Ruperti (e coordinati dai pm Gaspare Spedale, Chiara Capolungo e Giulia Beux) ne hanno arrestati tredici, sette nel capoluogo siciliano, due a Catania, due a Castel Volturno, e due in Veneto, uno a Treviso, uno a Vicenza. Sono tutti accusati di associazione mafiosa grazie anche alle dichiarazioni di una prostituta ridotta in schiavitù che con coraggio si è ribellata alla mamam, raccontando agli investigatori i segreti della setta. Segreti svelati anche da due pentiti che hanno tracciato la ragnatela di rapporti tra i vari nest, le cellule sparse nelle città italiane, ai numerosi magistrati che hanno in corso inchieste venuti da tutta Italia a Palermo per interrogarli.

Al resto hanno provveduto le microspie e le videocamere piazzate a Ballarò, il quartiere generale dei criminali nigeriani, che hanno portato a galla organigrammi, riti e regole: in dialetto Yaruba la confraternita è un Uccello, le cosche sono i “nidi”, nest; ciascun nest opera su un territorio che comprende più città e prende il nome da un tipo di legno o di albero, l’articolazione siciliana della Supreme Eiye Confraternity si chiama nest Mayorni, a capo c’è un Flying Ibaka che attribuisce le cariche associative del suo direttivo. Composto, oltre al Flying Ibaka, da un Ostrich, esecutore delle direttive dell’Ibaka (lo sostituisce in sua assenza) e da un Nightingale (Ng) che svolge il ruolo di segretario durante le riunioni del consiglio degli Ibaka e si occupa della difesa dei consociati “come farebbe un responsabile della sicurezza o di un servizio d’ordine”.

Il capo supremo di tutti i nest italiani è un unico soggetto denominato World Grand Ibaka Italian Aviary, carica esercitata sino al suo recente arresto disposto dai magistrati di Cagliari da Don Jazzy. La confraternita ha inoltre un Public Relation Officer chiamato Eagle, e altre cariche sono il Wood Pecker che si preoccupa di raccogliere le quote associative versate dai bird (affiliati), e il Parrot che deve informare tutti i bird delle riunioni di gruppo, a cui è affidato anche il compito di cantare durante le riunioni di affiliazione. Che è particolarmente efferata ed è stata raccontata così da uno dei pentiti: “Avvicinano del peperoncino sulla testa e la faccia. Intanto, feriscono il corpo con un rasoio. Il peperoncino fa lacrimare l’occhio, loro raccolgono la lacrima che viene mescolata con il sangue delle ferite. E poi con alcol, riso e tapioca, mentre gli viene chiesto di giurare fedeltà e omertà sull’organizzazione”. Tutto ciò non accade gratis, perché il nuovo arrivato non solo deve pagare una somma al capo, ma diventa schiavo di tutti i membri del clan. Salirà di grado in base al numero e alla gravità dei reati commessi. E come Cosa Nostra, anche gli Eyie hanno tentato di darsi una faccia pulita, costituendo un’associazione apparentemente lecita, la Aviary, immediatamente scoperta dagli investigatori.

“Fiero di mio figlio, ma non diventi l’eroe della sinistra”

“Non me sta bene che no. Io so’ de Torre Maura e nun so’ d’accordo”. Ormai per tutti è “er pischello de Torre Maura”. Qualcuno addirittura lo vuole leader della sinistra radicale. Una specie di Greta Thunberg alla romana. Di certo, è virale il filmato nel quale lo si vede tenere testa, con poche e semplici obiezioni, al leader di CasaPound, Mauro Antonini, durante la protesta contro l’accoglienza di 77 rom nel centro di via Codirossoni. Ancor di più quando la sindaca di Roma Raggi, ha deciso di ringraziarlo pubblicamente. “Er pischello” si chiama Simone, ha 15 anni e frequenta il liceo linguistico. Ama la musica trap (adora Gemitaiz) e i videogame. Senza dimenticare il calcio: il suo mito è Cristiano Ronaldo, anche se il cuore è giallorosso. L’elogio della normalità, insomma. E a casa non sono sempre state rose e fiori. Il papà Walter, 50 anni, era uno dei 1.666 licenziati nel 2016 dal call center Almaviva. Vertenza per la quale si è esposto in prima persona. Nonostante le difficoltà, in famiglia spazio per l’odio sociale non ce n’è mai stato, come dimostrano la “lezione” del giovane ai “grandi”. “Sì, ma adesso non facciamogli montare la testa, vi prego”, scherza Walter.

Sapeva che Simone sarebbe passato in via Codirossoni?

Non ne avevo idea. Né lui mi ha detto niente. L’ho scoperto quando hanno iniziato a mandarmi il video su whatsapp e a farmi i complimenti.

Cosa gli ha detto?

Ero commosso, non sono riuscito a dirgli nulla. Gli ho dato un bacio e l’ho mandato a divertirsi al Romics (la fiera dei fumetti e videogame, ndr).

Simone fa politica? L’ha mai fatta o lo farà in futuro?

No, come ha detto lui stesso non ha mai fatto politica. È un ragazzo normale. Io mi sono un po’ esposto quando siamo stati licenziati da Almaviva, ma non l’ho mai coinvolto. Se vorrà in futuro non lo so, gli consiglierò di restare sempre coerente e guardarsi bene intorno.

L’hanno già contattata per “ingaggiarlo”?

Qualcuno sì, ma non vorrei che si creasse il problema opposto. Ho visto che alcuni sindacati gli hanno fatto i cartelli, tipo “Simone presidente” o cose del genere. Non va strumentalizzato. Bene che abbia visibilità il suo pensiero. Sono orgoglioso, è mio figlio e mi fa pensare di aver seminato bene. È così difficile in questo momento.

Con quali valori l’ha cresciuto?

Da me ha sempre avuto un’informazione che va oltre i media tradizionali e la politica in generale. Soprattutto ho cercato di insegnargli a riflettere. E lo ha dimostrato lasciando senza parole il suo interlocutore.

Voi da sempre vivete a Torre Maura, come chi martedì ha calpestato il pane per i rom.

Quelli che davano i calci ai panini sono tutti ragazzi che ho visto crescere e che purtroppo non potevano non avere che quell’indirizzo. La situazione familiare è quella che è. La sinistra forse ancora non ha capito il motivo per cui è stata scavalcata dalla destra, sorpasso difficilmente colmabile. Servirebbe più responsabilità da parte di tutti.

Secondo lei la questione rom è stata gestita male?

È vero che c’è stata una reazione sbagliata, ma di certo mandare 70 persone allo sbaraglio non è stata un’idea felice. Un errore strategico. Sembra quasi fatto apposta.

Cosa dovrebbero fare i cittadini allora?

Bisognerebbe organizzarsi e protestare davanti ai palazzi del potere. E anche la sinistra non può accontentarsi dell’eroe di turno. Oggi è Simone, ieri era Mimmo Lucano, l’altro ieri era il consigliere di Rocca di Papa. C’è la persona che scalda gli animi per qualche ora, ma non un vero lavoro di organizzazione.

La visibilità che sta avendo Simone in queste ore la spaventa? Teme ripercussioni?

Devo dire che il ragazzo è stato intelligente, ha fatto quelle obiezioni in favore di telecamera, così nessuno poteva fargli niente. Stamattina (ieri, ndr) l’ho accompagnato a scuola. Ma in generale, sono abbastanza tranquillo, dai.