Appendino: “Tornare a ‘padre – madre’ è un passo indietro”

“Come ho sempre detto, penso che sia un passo indietro rispetto ai tanti in avanti che sono stati fatti in questi anni a Torino in tema di diritti”. La sindaca Appendino guida la protesta di Comuni, associazioni e sindacati contro la decisione del governo Lega-M5S di ripristinare la vecchia dicitura “madre“-“padre” sulla carta di identità dei minorenni, anziché un più generico genitori. Il provvedimento, firmato dal ministro dell’Interno Matteo Salvini, della Pubblica amministrazione Giulia Buongiorno e dell’Economia Giovanni Tria, è stato approvato e pubblicato in Gazzetta ufficiale, nonostante il parere negativo del garante della Privacy, scatenando immediate polemiche. Tra cui anche di una esponente di spicco dello stesso Movimento 5 stelle, come Appendino: “Stiamo cercando di capire quali siano i margini a disposizione per intervenire”, ha detto la sindaca. Tra le tante voci di protesta, anche il sindaco di Napoli De Magistris, Cgil, Arcigay. La Regione Piemonte si è già detta disponibile a presentare ricorso.

Di Maio cerca i cattolici moderati

Archiviato il fatidico congresso mondiale delle famiglie di Verona (un fritto misto di clericali di destra anti-Bergoglio, ortodossi, evangelici ed ex quaccheri), non si ferma la competizione tra Salvini e Di Maio all’interno della maggioranza gialloverde.

Dopo aver definito “sfigati” i congressisti veronesi, il vicepremier grillino ha deciso di avviare una strategia dell’attenzione verso la maggioranza silenziosa dei cattolici, perlopiù moderati e lontani dall’integralismo di feti ridotti a gadget e slogan urlati contro laici e laicisti. Così la prima mossa del capo politico del M5S è stata quella di scrivere una lettera ad Avvenire

sul tema della famiglia. Domenica scorsa, proprio a commento di Verona, il direttore del quotidiano dei vescovi italiani, Marco Tarquinio, aveva condannato toni e schieramenti del dibattito esploso sul congresso delle famiglie. E Di Maio ieri ha scritto di stare sulla stessa linea, al punto da affermare: “Dividersi è sbagliato. Invece è ciò a cui purtroppo abbiamo assistito, attraverso una serie di strumentalizzazioni che non faccio mie e di cui non avrei vergogna a scusarmi laddove provenissero da esponenti della forza politica che rappresento”.

Chiaro il riferimento all’alleato leghista, anche se Di Maio dimentica l’intervento a Verona della grillina Drago. Un’inezia questa, comunque, rispetto agli impegni del vicepremier sulla famiglia, sia sui provvedimenti promessi (assegno di natalità e fisco progressivo) sia sull’approccio. Da quest’ultimo punto di vista attinge a piene mani alla tradizione del cattolicesimo democratico: “Ognuno può avere il suo punto di vista, è legittimo. Io stesso considero la famiglia come nucleo composto da una mamma e da un papà, ma non per questo ritengo di dover esasperare il mio pensiero”. È la prima volta, in questi dieci mesi di governo, che dal leader del M5S arriva una sua definizione sui cattolici in politica. Sinora eravamo abituati al Salvini cattolico anticristiano modello Mussolini e che benché separato si erge a crociato del tradizionalismo (lo stesso che combatte Francesco da quattro anni).

Ora però per Di Maio si tratta di conciliare questa sua nuova visione pubblica con la matrice populista della maggioranza. E qui si apre la vera questione cattolica oggi in Italia, tratteggiata alcune settimane fa da padre Antonio Spadaro, direttore di Civiltà Cattolica

ed esegeta del pensiero politico di papa Bergoglio. Il dato da cui partire, secondo il gesuita, sono la rabbia e il rancore che hanno fatto breccia anche tra il popolo dei fedeli cattolici, su casta, distribuzione della ricchezza e migranti. Ed è qui allora che si colloca la scelta di Di Maio di aprire un canale coi cattolici moderati e democratici. La sua lettera di ieri è contraria a ogni tifo da stadio, senza “grida, urla o polemiche di alcun genere”, ma solo il tempo rivelerà se si tratta di una mossa tattica in vista delle Europee o di una strategia vera e propria. In ogni caso, le parole ad Avvenire

contengono un grumo di laicità (non laicismo) di vecchia scuola, tipo quello di Mattarella che ieri è andato in forma privata alla messa del papa a Santa Marta.

Il Viminale blocca la Sea Eye, la nave non va a Lampedusa

Alle dieci della sera la prua della Alan Kurdi cambia rotta. Al Viminale si assapora l’antipasto di una vittoria: l’ipotesi di uno sbarco in Italia, almeno per una manciata di ore, sembra sfumare. E anche il conseguente incidente diplomatico con la Germania.

Due ore prima, a circa 20 miglia da Lampedusa, la nave chiede all’Italia un porto sicuro. La Capitaneria di Porto cala l’ultima carta escogitata dalla strategia del Viminale: se tentate l’ingresso – è la risposta – violate l’articolo 19 della Convenzione di Montego Bay. Ovvero: il vostro passaggio – vedremo il perché, in base alle norme internazionali – non sarà considerato “non inoffensivo”. Un’ora dopo la nave, con 64 naufraghi a bordo, tra i quali 12 donne, un bambino e un neonato, punta ancora la prua verso la Sicilia.

Nel frattempo la vedetta del Reparto aeronavale della Guardia di Finanza di Palermo è pronta: intimerà l’alt all’ingresso delle acque territoriali. Lo schema di qualche settimana fa, andato in scena con la Mare Jonio dell’Ong Mediterranea, si ripropone quindi riveduto e corretto. Con due fondamentali differenze, rispetto a quell’episodio.

La Alan Kurdi non batte bandiera italiana, ma tedesca. E in serata pare rinunciare all’ingresso in acque italiane. A meno che le condizioni meteo non la costringano a ripiegare e chiedere di poter ridossare vicino Lampedusa.

Una richiesta che sarà valutata dalla Capitaneria di Porto e difficilmente può essere disattesa. La prima richiesta di un porto sicuro, spiega il Viminale, è stata avanzata alle 15.30 di ieri. Ma soprattutto: l’Italia non ha avuto alcun ruolo nel coordinamento dei soccorsi e quindi lo sbarco dei naufraghi deve essere gestito dalla Germania.

L’ultima linea operativa dettata dal ministro Matteo Salvini – che si aggiunge a quelle del 18 e 28 marzo – si concentra sul passaggio “non inoffensivo” delle imbarcazioni che possono arrecare un “pregiudizio al buon ordine e alla sicurezza dello stato costiero”.

Un evento, disciplinato dalla Convenzione di Montego Bay, che include anche le ipotesi di “carico e scarico” di persone in violazione delle leggi sull’immigrazione. “Lo stato di bandiera – scrive il Viminale – deve assumere uno specifico ruolo di controllo e coordinamento delle attività che l’assetto navale dovrà porre in essere”.

E aggiunge: “Un eventuale transito dell’imbarcazione “Alan Kurdi” nell’area marittima italiana, in violazione delle disposizioni in materia di immigrazione, si configurerebbe quale passaggio “non inoffensivo”.

Le autorità italiane non hanno coordinato l’evento (il soccorso, ndr) né è avvenuto in acque di responsabilità nazionale”. E quindi il Viminale invita tutti gli Stati Maggiori a intimare alla Alan Kurdi il “divieto di ingresso e transito nelle acque territoriali”.

Nelle stesse ore il ministero degli Esteri scrive all’ambasciata tedesca che “la rotta intrapresa dalla nave risulta quantomeno dubbia” sotto l’aspetto delle norme sul “controllo delle frontiere” e sul “contrasto all’immigrazione illegale”. E avverte Berlino: “Un tentativo di ingresso nelle acque territoriali italiane costituirebbe una minaccia al buon ordine e alla sicurezza dello Stato, così come previsto dall’articolo 19 della convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare” e quindi “la nave Alan Kurdi non sarà autorizzata a entrare nelle acque territoriali italiane”. Il ministro Moavero invita infine la Germania ad assicurare che Alan Kurdi rispetti le normative.

Resta da capire perché, a questo punto, nel caso della Ong Mediterranea, fu chiesto alla Guardia di Finanza di impartire l’alt alla Mare Jonio, che batte bandiera italiana. In base all’articolo 19 della Convenzione di Montego Bay, infatti, in quel caso toccava all’Italia gestire il “controllo” e il “coordinamento delle attività che l’assetto navale” doveva “porre in essere”.

Bruxelles: niente visto per i cittadini Ue dopo il divorzio

La Camera dei Comuni – prima di sospendere i lavori a causa dell’allagamento dell’aula – ha votato il veto al no deal, vale a dire la norma che impedisce il divorzio dall’Unione senza un accordo preciso. Così alla premier Theresa May resta la soluzione che sperava, cioè chiedere una proroga all’Unione europea e nel frattempo contrattare un nuovo piano di uscita con il leader dei labouristi, Jeremy Corbyn. Il Parlamento europeo, dal canto suo, per mettersi al sicuro da ogni eventualità ha approvato l’esenzione dall’obbligo del visto per i cittadini britannici che si recano nell’Ue dopo la Brexit, per viaggi di breve durata e a condizione che anche i cittadini dell’Unione godano dello stesso diritto. Le nuove regole si applicheranno dal giorno successivo all’uscita del Regno Unito dall’Ue. Bruxelles ha anche dichiarato “colonia della Corona britannica” Gibilterra e non più “territorio d’Oltremare. La mossa fa felice la Spagna che da tempo chiedeva un segnale europeo sul territorio per evitare che subisse le conseguenze della Brexit, insieme al Regno Unito.

La manovra del generale è stata inattesa solo per l’Italia

A furia di concentrarsi sui migranti davanti alla costa libica, il governo italiano si è perso quello che accadeva dietro, nell’interno. La marcia del generale Haftar, il quale avrebbe rassicurato le cancellerie europee che non entrerà a Tripoli, era cominciata da tempo: invece di marciare da est verso ovest il generale ha preferito una manovra avvolgente passando dal Fezzan e arrivando alle porte di Tripoli da sud.

Eppure gran parte delle forze occidentali, a partire dall’Italia, si sono convinte che il suo obiettivo fosse la pacificazione con il rivale Al Serraj e a questo portava l’incontro segreto avuto a Abu Dhabi, a fine febbraio, tra i due leader.

La tenuta delle elezioni entro l’anno sarebbe dovuto essere il principale obiettivo della conferenza che l’inviato Onu, Ghassam Salamé, ha organizzato per il prossimo fine settimana. Haftar, ieri sera, diceva di volerla mantenere, ma che il segretario dell’Onu, Antonio Guterres, arrivato proprio ieri a Tripoli, la vede compromessa. Se Haftar si è mosso così rapidamente è perché ha potuto contare sugli appoggi sicuri di Egitto e Russia. La Francia, storica alleata, non si è certo messa contro e un ulteriore peso dovrebbe averlo avuto l’Arabia Saudita dopo l’inatteso incontro (un altro) con Re Salman a Ryad a fine marzo.

L’Italia in tutto questo sembra tagliata fuori mentre non è chiara la posizione degli Usa che proprio ieri, insieme alla Gran Bretagna, hanno nominato il nuovo ambasciatore in Libia. Eppure il premier Giuseppe Conte, con la conferenza di Palermo di dicembre, aveva cercato un canale privilegiato con Haftar dopo anni di rapporti esclusivi con Tripoli. La sorpresa con cui la Farnesina ha accolto la notizia e la dichiarazione di distanza del premier, però, mostrano le difficoltà in corso. Haftar avrà sempre interesse a dialogare con il governo italiano. Ma la situazione in corso vede Roma tagliata fuori.

Haftar all’assedio di Tripoli. Serraj premier senza terra

L’uomo forte della Libia, il generale Kalifa Haftar, ha ordinato ai suoi uomini di marciare sulla Capitale. Gli ha risposto il suo rivale, il primo ministro Fayez al Serraj che ha messo in stato d’allerta la forza aerea comandata dalle milizie di Misurata a lui fedeli. Mercoledì sera il generale aveva annunciato di voler “spazzar via il terrorismo da Tripoli” e le sue truppe avevano cominciato a muoversi verso la città, senza trovare grande resistenza. I villaggi sulla costa erano caduti uno per uno senza colpo ferire. Uno scontro a fuoco si è svolto invece a Gharyan, una settantina di chilometri nell’entroterra a sud di Tripoli, costato due morti ai miliziani che sostengono Serraj.

Un entusiastico comunicato del generale Ahmed Mismari, braccio destro di Haftar, parla di accoglienza trionfale delle popolazioni locali e ha annunciato la pacifica caduta di Sorman, villaggio sul mare a ovest di Tripoli. Se fosse vero vorrebbe dire che la capitale sembrerebbe accerchiata.

Con un messaggio video postato sulla sua pagina Facebook, Haftar ha chiarito le sue intenzioni: “Ho ordinato ai miei uomini di marciare pacificamente su Tripoli. Non spareremo sui civili o su chi è disarmato”. In serata la marcia su Tripoli è stata bloccata.

Il generale, accanto alla forza, utilizza anche le retorica della guerra senza tregua al terrorismo, un argomento che sicuramente piace anche al segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, sbarcato in questi giorni a Tripoli, ospite del governo di al-Serraj.

Guterres ha risposto all’offensiva di Haftar chiedendo di rinunciare al ricorso alle armi e di sedersi al tavolo dei negoziati, cui lui vuole partecipare e che intende guidare personalmente. Ha annunciato quindi la cancellazione della conferenza di riconciliazione di Ghadames, prevista per metà aprile.

L’Onu aveva creduto profondamente a questo incontro che, come aveva spiegato Ghassan Salamé, l’inviato Onu in Libia, “rappresenta l’ultima speranza per pacificare il Paese, altrimenti sarà guerra aperta totale”. L’impegno di Salamé per organizzare il vertice di Ghadames, è stato meticoloso ed enorme.

Oltre a un vertice segreto tra i due antagonisti, Serraj e Haftar – organizzato a Abu Dhabi, Capitale degli Emirati, uno dei più influenti sostenitori del generale – per discutere una necessaria distribuzione del potere tra i due leader, ha tessuto una fitta rete di relazioni proficue, smontando veti, interdizioni, e rifiuti.

Ha convinto a partecipare tutti gli attori del teatro libico: oltre alle due fazioni principali, sarebbero intervenuti i gruppi di miliziani e quelli tribali più significativi, i gheddafiani, i monarchici, i laici, gli islamisti moderati e anche gli intransigenti. Mancavano solo (e giustamente) i terroristi, quelli cioè che chiudono le porte a ogni dialogo.

Nei giorni scorsi, comunque, da più parti erano cominciati a emergere tentativi per far fallire il vertice. Il Consiglio di Stato, una sorta di Senato con sede a Tripoli, alleato di Serraj ma allo stesso tempo critico e non allineato con lui, aveva rieletto come presidente Khaled Al-Mishri, legato ai Fratelli Musulmani e sospettato di simpatie verso i terroristi. La sua riconferma era apparsa come la rivendicazione di un ruolo forte nella futura organizzazione del Paese.

Inoltre, una parte del parlamento di Tobruk, quello fedele ad Haftar, aveva lanciato un pesante monito chiedendo al generale di non partecipare al vertice di Ghadames, se non a condizioni precise . L’Onu invece mirava a una conclusione ben precisa con Serraj alla presidenza della Repubblica, coadiuvato da due vice, uno dei quali Haftar. Ma il generale ha più volte declinato l’invito a partecipare al governo, rivendicando per sé l’incarico di capo dell’esercito.

Tutti sanno comunque che la soluzione militare del conflitto rischia di far ripiombare il Paese nel caos e, soprattutto, lascerebbe grande spazio ai terroristi islamici, che ora né Serraj né Haftar vogliono, ma che restano in attesa ai confini di Niger, Algeria e Ciad.

TrigonomeTria

Ottimisti come siamo, confidiamo di vivere abbastanza per conoscere, dopo i segreti di Fatima e quelli del Dna, anche i misteri della fossa delle Marianne, dello Yeti e degli Ufo. Ma già sappiamo che mai verremo a capo dell’enigma degli enigmi: chi ha piazzato Giovanni Tria al ministero dell’Economia, e perché? Ma soprattutto: come mai Tria si ostina a restarci, visto che gli stanno tutti sulle palle e lui sta sulle palle a tutti? Inizialmente pareva fosse uscito dai laboratori del Quirinale, inesauribile fabbrica di ministri economici “tecnici” (Dini, Ciampi, Amato, Siniscalco, Monti, Grilli, Saccomanni, Padoan). Il che però confliggeva con la vulgata parallela: che l’avesse indicato Paolo Savona, indicato in quel ministero e poi depennato – per motivi ancora imperscrutabili – da Mattarella. In teoria quella casella toccava alla Lega, ma anche questo si stenta a crederlo, visto che Tria fa di tutto per far incazzare non solo i 5Stelle, ma pure i leghisti. Del resto, col Carroccio c’entra come i cavoli a merenda: prof a Tor Vergata, già coautore dei libri di Brunetta, membro della Fondazione Craxi e firma del Foglio, per menzionare solo i suoi meriti. Gli esordi già dicevano tutto del personaggio. Al ministero confermò tutti i boiardi di Padoan: non male per un “governo del cambiamento”. In Europa garantì subito – chissà perché e a nome di chi – un deficit-Pil all’1,6%, ben sapendo che sarebbe bastato per evitare l’aumento dell’Iva e niente Reddito né Quota 100. Poi tornò a Bruxelles con un “ops, volevo dire 2,4%”, dimostrando che la sua parola vale zero. Alla fine ci volle Conte per rimediare al disastro, spuntando un 2,04 senza procedura d’infrazione.

Intanto il ministro venuto da Marte diventava il beniamino delle opposizioni, che lo scambiavano per uno di loro, e l’idolo dei giornaloni, che gareggiavano a dipingerlo come una specie di Quintino Sella redivivo, chino sulla stabilità dei conti e sul rigore finanziario, “garante”, “argine”, “baluardo”, “diga” contro gli spendaccioni “populisti” che l’avevano scelto, una larva umana sempre sull’orlo delle dimissioni per le sevizie infertegli da quegli energumeni di Salvini e Di Maio, che lo tengono sequestrato da nove mesi a pane e acqua bullizzandolo nelle segrete di Via XX Settembre. I due vicepremier sono contro l’aumento dell’Iva? Lui è pro. Il M5S è anti Tav e pro Reddito di cittadinanza? Lui è pro Tav e anti Rdc. Salvini e Di Maio sono pro Quota 100? Lui è anti. Di Maio vuol salvare Alitalia col soccorso di Fs? Lui è contro. Di Maio e Salvini vogliono risarcire i truffati dalle banche? Lui non firma il decreto.

E ringrazia col bicchiere alzato il capo dell’Ocse che ha appena demolito Rdc e Quota 100. Un genio. Eppure, forse per ordine del medico o del confessore, resta lì. Intanto si scopre che, più che dei due vicepremier, Tria è ostaggio di Claudia Bugno, una virago amica di sua moglie che in teoria è solo una consulente, ma in realtà troneggia nell’ufficio accanto al suo, parla a suo nome, decide nomine, fa cazziatoni e scatena le proteste dei capi delle aziende di Stato. Il bello è che questa iradiddio vanta un curriculum in cui ogni singola voce è incompatibile col governo giallo-verde e alcune anche con qualsiasi altro governo, a causa di molteplici conflitti d’interessi reali e/o potenziali. Paracadutata al Mise da Scajola, fu spinta da Renzi nel Comitato Olimpico con Malagò e Montezemolo: ora il Mef si occupa dei fondi alle Olimpiadi di Milano e Cortina. Montezemolo se la portò in Alitalia come dirigente: ora il Mef ostacola il salvataggio Alitalia. Era nel Cda di Etruria con papà Boschi ed è stata multata da Bankitalia per non aver vigilato e citata per danni dal liquidatore: ora il Mef blocca i risarcimenti ai truffati. La Tinextra Spa diretta dal suo compagno Pier Andrea Chevallard ha assunto il figliastro di Tria, Nicolò Ciapetti, due mesi dopo che Tria l’aveva promossa al Mef per 74 mila euro l’anno. Non contento, Tria vuole pure piazzarla nel board di Stm a 94 mila euro l’anno, o all’Agenzia Spaziale, a 21 mila. E le opposizioni, anziché chiedere conto, si schierano col ministro vaneggiando di “volontà coartata” (Mulè, FI), “macchina del fango” (Fornaro, Articolo 1), “metodo Boffo” (Borghi, Pd, ignaro della sentenza sulle molestie di Boffo). E i giornaloni, anziché raccontare i conflitti d’interessi, blaterano di “complotti”, “dossier”, “spionaggi” e se la prendono con gli unici giornali che raccontano i fatti (la Verità e il Fatto).

“Bersaglio Tria” (Repubblica), “Tria: spazzatura contro di me. Ma l’intimidazione non passa” (Corriere), “Chi ha intimidito Giovanni Tria? C’è grande interesse sul privato del ministro, su collaboratori, attività professionali e inclinazioni politiche, col risultato di ‘normalizzare’ il Tesoro” (Huffington Post). Come se a doversi giustificare fosse chi dà le notizie, non chi le nasconde. Tria intanto invoca “la privacy” (come se fossero uscite notizie sulle sue tendenze sessuali o la sua salute) e lancia oscuri messaggi tramite il suo intervistatore preferito, Federico Fubini del Corriere che gabella lo scandalo per un “assalto per indebolire” l’eroico ministro “e magari renderlo più malleabile”: tipo pretendere che rispetti il programma del suo governo o si cerchi un altro governo con un altro programma. A certe panzane finisce per credere persino Tria, convinto di essere indispensabile: “Se andassi via dovremmo vedere quale sarebbe la reazione dei mercati”. Ora, i “mercati” han reagito maluccio anche con lui e si farebbero una ragione dell’arrivo di un altro. Qualcuno dovrebbe spiegargli col dovuto tatto che, quando c’è uno scandalo, un ministro o spiega o se ne va. Tantopiù che non fa nemmeno capoluogo.

Batman e Romics, la fiera dei mondi possibili

Per indicare Romics non esiste una parola: è il festival internazionale del fumetto, l’animazione, i games, il cinema e l’intrattenimento. Porte aperte da oggi a domenica 7 aprile. Certo, il fumetto occupa un posto d’onore. Ma Romics è la casa di tutte le storie che entrano nel cuore del pubblico, e si espandono su più mezzi di comunicazione. Prendiamo Batman, il supereroe umano e senza superpoteri. Ha viaggiato dal fumetto al cinema, dalla serie tv al videogioco, diventando ogni volta più popolare. Quest’anno compie 80 anni e Romics lo celebra con una mostra nel padiglione dedicato al cinema. “Il percorso inizia con le stampe più illustri dell’uomo pipistrello, nato nel 1939 sulla rivista Detective Comics”, spiega Sabrina Perucca, direttrice del festival. Si prosegue con gli omaggi degli artisti: Milo Manara e Gabriele Dell’Otto dipingono Batman. Poi le tavole originali dei grandi autori: Bill Sienkiewicz, Timm Bruce, Tim Sale, Jordi Bernet.

Una lunga fila di illustrazioni è firmata Giuseppe Camuncoli, l’autore italiano della serie Batman Europa. “Le multinazionali del fumetto come Marvel e DC ormai si contendono gli autori italiani – prosegue Perrucca – sempre più quotati”. Massimo Rotundo l’anno scorso si è aggiudicato il Romics d’oro. Quest’anno torna alla fiera con un compito: disegnare “Roma distopica”, una cartolina della Capitale dal futuro. Tra i vincitori del Romics d’oro è atteso l’italiano Alessandro Bilotta, ideatore della serie Mercurio Loi (Bonelli). Giorgio Cavazzano (disegnatore Disney tra i più noti al mondo) esporrà tavole originali. In Italia, del resto, c’è una tradizione nascosta. Il primo fumetto di fantascienza risale al ‘36, firmato Cesare Zavattini. Spazio anche ai maestri giapponesi, come Reki Kawara, l’autore di Accel World. È una serie di light novel in 22 volumi pubblicati dal febbraio 2009. La storia poi ha dato vita a tre manga, un anime (cartone animato), prima di sbarcare sulla Playstation e nei cinema giapponesi come un film, nel 2016. Benvenuti nel mondo della narrazione transmediale. Una volta si scrivevano trame come una linea retta: l’eroe superava mille difficoltà pur di realizzare la sua missione. Oggi i narratori disegnano mondi misteriosi da esplorare su diversi mezzi di comunicazione. Così, oltre a staccare il biglietto del cinema, uno si compra il videogioco, l’animazione, i gadget, e molto altro. Il fumetto e il cinema sono l’avanguardia del nuovo linguaggio. “In Italia, la Bonelli sta preparando lo sbarco nell’universo delle serie tv”, conclude Perrucca: “Per noi di Romics mescolare i media è naturale. Il bambino è interessato al gadget, il papà al supereroe e la mamma magari scopre un nuovo interesse”.

“La musica ha toccato il fondo e questo sarà la sua salvezza”

L’anno scorso è stata una scommessa: vinta a metà per quanto concerne i dati di ascolto tv, oltre le attese per i numeri generati sui social. Ossigeno ritorna oggi su Rai3, in seconda serata, alzando ulteriormente l’asticella delle ambizioni: è attualmente l’unico spazio “autogestito” da un artista competente di musica, con la credibilità di Manuel Agnelli. Chiusa definitivamente l’esperienza di X Factor, Manuel allarga l’orizzonte cercando di raccontare nelle sei puntate la transizione che stiamo vivendo, non solo musicale ma politica e sociale.

Insieme agli autori Paolo Biamonte, Sergio Rubino e Gianluca De Simone è stata costruita una scaletta in grado di esaltare il dialogo tra Agnelli e i suoi ospiti, con alcuni tra i migliori artisti, intellettuali, scienziati e architetti di diverse generazioni. “È un programma a piccolo budget” racconta Manuel, “chi è venuto a trovarci non l’ha fatto per fare promozione ma per dialogare e accendere un confronto. Questo perché mai come oggi c’è una frattura generazionale insanabile e io ne sono felice. È successo lo stesso con il punk. Anche oggi i ragazzi non sanno suonare, parlano di schifezze, sono nichilisti e autodistruttivi. Serve a sparigliare e a farci scendere dalle poltrone per capire se siamo vivi o no. Ecco perché ho voluto Salmo: oggi è la scena rap e trap che predomina. Mentre la scena indie per me è solo pop. Salmo oggi è il numero uno, ho visto un suo concerto e penso che sia in uno stato di grazia. E non si è ammorbidito o si è adattato al pop, è rimasto se stesso. E ci sarà anche Young Signorino: lo trovo spontaneo e per nulla ‘costruito’ anche se le persone che lo circondano lo indirizzano anche troppo. Ma lui è un ragazzo più particolare degli altri della sua generazione. Ascoltando la sua Padre Satana ho ritrovato le linee melodiche e la voce dei P.i.l..”. E Sfera Ebbasta? “L’avrei invitato ma solo per un confronto generazionale. Musicalmente lo trovo meno interessante”. Oltre a Salmo – rapper normalmente alla larga dal tubo catodico – l’altro asso della manica di Ossigeno è la partecipazione di Ivano Fossati. Nelle immagini viste in anteprima il cantautore genovese riesce a toccare le corde più profonde con un dialogo sull’immigrazione per niente retorico. “Ho visto delle giovani madri con i bambini in braccio di pochi mesi” racconta Fossati, “penso che l’istinto di una madre – a qualunque latitudine –, sia lo stesso: salvare la vita del piccolo a costo anche della propria. Se una madre sceglie di salire su uno dei barconi sapendo benissimo che non c’è certezza di arrivare dall’altra parte del continente significa che alle sue spalle ha l’inferno. E allora è su questo che bisognerebbe riflettere”. Manuel si inorgoglisce a sottolineare la presenza di Ivano Fossati: “Lo considero un poeta molto più di un compositore. E mi piacciono le sue posizioni di profonda umanità, che oggi secondo me si è persa. E per il suo punto di vista intelligente ed emozionante sulle cose, raro”. Un altro momento intenso è la collaborazione tra Manuel e Daniele Silvestri nella rilettura di Smisurata preghiera di Fabrizio De André, l’ultima canzone da lui scritta: “Le maggioranze hanno la cattiva abitudine di guardarsi alle spalle e vessare le minoranze” spiega Silvestri, “la preghiera si chiama smisurata perché fuori misura, quindi probabilmente inascoltata”.

Max Gazzè ricorderà Lou Reed, Edoardo Leo evocherà Bruce Springsteen, Zerocalcare proverà a scardinare l’ipocrisia degli atteggiamenti “politically correct”. Ci saranno anche Fabrizio Bosso, Piero Pelù, Willie Peyote, Anna Calvi, Stefano Mancuso, Chiara Gamberale, Baustelle e tanti altri. Manuel dopo l’esperienza di X Factor ha acquisito grande sicurezza del mezzo televisivo: “Non so se la tv mi appartiene. Io cerco di spingere verso una tv non confezionata. Si giudica la scatola e non i contenuti semplicemente perché non esistono più. Sono consapevole che funzioni essere un personaggio in tv e io ci ho convissuto a X Factor. Ma quello che è mancato è lo spazio alla parola. A Ossigeno non vengono ospiti a raccontare se stessi ma il mondo, la transizione. Non c’è clima irritante da talk show. La musica non è periferica ma ad altissimo livello. Quasi tutte le versioni sono ‘buona la prima’, caso raro in tv. Spero che tutte queste cose si notino”.

“I nostri gialli? Le vere indagini sono molto diverse”

La hit di mesti mesi, anzi anni, recita: i gialli e i noir sono da perenne top ten, migliaia e migliaia di copie in un mercato oramai fragile; eppure La versione di Fenoglio, ultimo romanzo di Gianrico Carofiglio, è da cinque settimane in vetta, poi non manca l’assidua presenza di Antonio Manzini e il suo Rocco Schiavone, oltre a Maurizio Di Giovanni in poliedriche forme (da I Bastardi al commissario Ricciardi). Dominano, quindi. E la storia non parte da oggi, neanche da ieri, bensì da almeno novant’anni tondi tondi, così come il cerchio “indagatore” che dal 1929 delinea il celebre “giallo Mondadori” (tanti auguri).

Carofiglio ne La versione di Fenoglio attraverso il personaggio (un maresciallo di origini torinesi), tratteggia, o meglio delinea quali sono i confini, le regole, gli errori più comuni, le supposizioni false e i falsi credo, all’interno di un’indagine reale, e in quella letteraria.

Dialogo nel romanzo. “A volte mi sono chiesto quanto ci sia di vero nei romanzi e nei film polizieschi”. Risposta di Fenoglio: “Poco, di sicuro pochissimo in quelli italiani”.

È così, a parte qualche eccezione, hanno problemi di plausibilità, indipendentemente dalla qualità delle storie e della scrittura.

Un esempio.

Nei romanzi i funzionari di polizia vengono chiamati “commissario”, mentre nella realtà nessuno usa quell’espressione. Il termine usato nel mondo reale è “dottore”. Sembra un dettaglio ma sottrae il lettore dalla “sospensione dell’incredulità”.

Come mai avviene soprattutto in Italia?

Forse perché lo vedo da vicino, perché so quali sono i passaggi investigativi, le varie procedure nel nostro Paese.

Chi apprezza tra gli autori americani?

Lawrence Block: di lui ne ho letti sei o sette, e lo consiglio; i suoi libri sono credibili, ben scritti e drammatici.

Azzerare la “sospensione” è come scoprire l’assassino prima del tempo.

Passa la voglia di proseguire nella lettura; in alcuni casi gli errori toccano magari le date e i contesti, e altro ancora.

Abbandona il libro?

Sì.

Chi le piace in Italia?

Carlo Lucarelli: le sue storie sono scritte e costruite bene.

Fenoglio: “L’errore e il dubbio sono strumenti di lavoro”.

Il bravo investigatore ne è consapevole.

Da magistrato, quando lo ha capito?

Ricordo una sera, ci chiamano per un omicidio dentro una pizzeria, e dai primi riscontri appariva come una chiara vendetta mafiosa: la vittima era il cugino di un pentito, e fuori dal locale tre agenti non in servizio, avevano riconosciuto una persona di un clan colpito proprio da quel pentito.

Perfetto.

Fermiamo il sospettato, tutto liscio, fino a quando un ispettore anziano si presenta ed esprime un dubbio: “Dottore, non sono convinto…”.

Su quali basi?

Non gli tornava la dinamica. Risultato: dopo venti giorni scarceriamo il sospettato, e viene pure ucciso in un regolamento di conti per un’altra vicenda. Ripartiamo dal principio con le indagini.

Un giallo in piena regola.

Alla fine prendiamo il responsabile e la sparatoria in pizzeria era il punto finale di un banale litigio: l’assassino quella sera girava armato per gambizzare, poi ha trovato la vittima, è nata una discussione, ed è finita con lo sparo.

Puntualizza Fenoglio: “Le persone non valgono molto come testimoni”.

È fondamentale conoscere le tecniche per parlare con i soggetti interessati, i ricordi e i racconti dei testimoni vanno sempre valutati con attenzione; anche di quelli in buona fede perché gli errori di memoria e di percezione sono sempre in agguato.

“L’investigazione è l’arte di guardarsi attorno”.

Dico “arte” perché non esiste un algoritmo, ma la creatività personale, l’enorme esperienza, la capacità di interrogare la propria percezione.

Leggeva i Gialli Mondadori?

Quando ero ragazzo li acquistava mia nonna, poi mio padre, anche se lui amava molto Segretissimo; ricordo le pagine iniziali, con tutti i personaggi spiegati, quasi come un elemento pedagogico.

Torniamo a Fenoglio: “Ogni vero scrittore è seduto su una catasta di libri altrui”.

In genere uno deve aver letto disordinatamente, con curiosità, guidato dal e piacere di aprire un libro.

Per alcuni nuovi autori, non è necessario aver “masticato” i classici.

Non amo le affermazioni categoriche, credo solo che per scrivere è necessario aver letto molto.

Nei suoi romanzi spesso cita altri autori.

Il libro è come un grande palazzo con tante porte che si affacciano in stanze inattese. Scrivere e leggere sono una conversazione collettiva.

Rispetto a molti suoi colleghi, l’amore, i sentimenti, i rapporti restano sullo sfondo, o sfocati.

Mi piace lasciare intuire al lettore, lasciare in sospeso.

Perché?

Credo che certe cose delicate vengano meglio se ci si limita ad abbozzarle.

C’è molto di lei in questo lavoro, più di altre volte.

E in tutti e due i personaggi, quindi sia nel ragazzo che nel maresciallo 58enne.

Quanti libri legge l’anno?

Più o meno 200. Per favore non mi domandi se li ricordo tutti…

No, in questo caso resta il giallo.