C’erano anche cinque ispettori della Polizia penitenziaria nella discussa cerimonia delle nozze trash a Napoli. Suonano la tromba nella banda musicale del Corpo a Portici, e proprio come musicisti hanno partecipato al controverso matrimonio napoletano del cantante neomelodico Tony Colombo e di Tina Rispoli, vedova del boss degli scissionisti Gaetano Marino, assassinato nell’agosto di sei anni fa in un agguato scattato sul lungomare di Terracina. Evento trash, celebrato al Maschio Angioino con tanto di carrozza bianca trainata da cavalli, che tante polemiche ha sollevato in città, e su cui indagano i carabinieri. I cinque ispettori sono stati riconosciuti nelle immagini e nei numerosi video finiti sul web e diventati immediatamente virali. E sono stati subito sospesi: dopo gli accertamenti di rito, è stato emesso un provvedimento disciplinare cautelativo nei confronti dei cinque. Oltre al danno d’immagine, però, adesso arriva anche la beffa: la banda musicale del Corpo è rimasta momentaneamente senza trombettisti.
Non vedenti in settimana bianca grazie al volontariato degli agenti
Ogni anno chiedono le ferie per fare volontariato. È questa la storia di decine di carabinieri, forestali, finanzieri, vigili del fuoco e poliziotti, che da oltre 35 anni accompagnano in settimana bianca persone non vedenti, con la onlus Associazione Disabili Visivi di Roma. “Persone straordinarie – sottolinea il presidente Giulio Nardone – che si privano di una settimana di vacanza per portare sulle Dolomiti dai 70 ai 110 disabili visivi”. Guide formate dalla stessa associazione presieduta da Giulio che ha messo in piedi questa iniziativa a seguito di una triste esperienza personale. “Mi è sempre piaciuto sciare – racconta – ma purtroppo a causa di una malattia degenerativa ho perso progressivamente la vista finché, circa 40 anni fa, ho iniziato ad avere problemi nelle discese. Avevo la necessità di essere guidato per continuare a sciare, così ho preso delle lezioni dedicate e ho continuato a fare questo splendido sport e a impegnarmi affinché lo potessero praticare anche gli altri nelle mie stesse condizioni”. Da allora siamo giunti alla 36esima edizione grazie alla quale sciatori non vedenti provenienti da tutte le parti d’Italia, di età compresa fra i 10 e i 60 anni, possono godersi la loro settimana bianca con a disposizione anche i corsi di sci di discesa e di fondo. “Anche chi non ha mai fatto sci di discesa – spiega Giulio – dal terzo giorno di solito è in grado di fare brevi tratti di pista. Abbiamo anche percorsi con le ciaspe per fare passeggiate nei boschi innevati mentre la guida descrive e fa toccare le piante e le impronte degli animali presenti”. Un’attività che non si limita solo alla settimana bianca ma anche a quella verde, con il trekking sulle Dolomiti, sempre seguita da guide appartenenti ai vari corpi dello Stato, in attività e in pensione, ed anche da semplici volontari civili. Ma vi sono anche le settimane blu, con attività balneari e subacquea per i non vedenti.
Delitto Murazzi, ipotesi scambio di persona: forse l’obiettivo era il compagno della ex moglie
Una somiglianza impressionante, quasi sospetta. La vicinanza del luogo dell’omicidio, un paio di dichiarazioni inquietanti, uno strano movente. C’è qualcosa che non torna nell’assurdo omicidio di Stefano Leo, il ragazzo sgozzato apparentemente senza alcun motivo ai Murazzi di Torino lo scorso 23 febbraio. Said Mechaquat, reo confesso del delitto, forse non voleva semplicemente ammazzare “una persona felice”, come ha detto agli inquirenti: c’è l’ipotesi dello scambio di persona. Il vero obiettivo potrebbe essere stato il fidanzato della sua ex moglie, e la versione dell’omicidio a caso solo un modo per sviare i sospetti (e magari farsi passare per pazzo). Domenica Said si è consegnato alla polizia e autoaccusato dell’omicidio. “L’ho ucciso perché fra i tanti mi sembrava felice”, “volevo ammazzare un ragazzo come me”, ha detto. Nella confessione, però, ci sono anche altre parole che hanno catturato l’attenzione dei pm. Ad esempio quelle sul suo matrimonio finito: “Sono due anni che non vedo più il bambino. Nella mia testa sono passate tantissime cose anche molto brutte”. E ancora: “Non sopportavo di aver lasciato chiamare papà un altro”. La separazione dalla moglie potrebbe essere il vero movente della morte di Leo. Che al nuovo compagno somigliava parecchio. E per sua sfortuna si è trovato a passare dai Murazzi quella domenica mattina: il luogo dove è stato poi soccorso, con la gola recisa, è a due passi da via Napione, dove abitano la donna e il suo nuovo partner. Il padre di quest’ultimo ha rivelato anche le minacce rivolte da Said: “Aveva minacciato che un giorno o l’altro gli avrebbe tagliato la gola”. Un quadro che secondo gli inquirenti merita di essere approfondito: “Abbiamo una confessione, ma non ci acquietiamo della verità che c’è stata detta dal confesso”, ha spiegato il procuratore vicario di Torino, Paolo Borgna. Ieri Said è stato interrogato per la convalida del fermo e si è avvalso della facoltà di non rispondere. La verità sull’omicidio di Stefano Leo, forse, non è ancora stata scoperta.
Tre operai morti sul lavoro a distanza di soli 30 minuti. In tre mesi già 141 vittime
Salvatore Borrielloe Salvatore Palumbo sono morti schiacciati dal peso della griglia in metallo che stavano spostando. È accaduto ieri mattina intorno alle 11.30 a Pieve Emanuele in provincia di Milano. Trenta minuti prima, a distanza di meno di duecento chilometri, la terza vittima sul lavoro: a Brentino Belluno in provincia di Verona un operaio è rimasto schiacciato da un mezzo che trasportava bitume utilizzato per l’asfaltatura stradale.
Nord-est e nord-ovest d’Italia ieri unite da questi morti sul lavoro che si aggiungo al conteggio dei decessi avvenuti nei primi tre mesi dell’anno: 141 in tutta Italia. Mentre non si conoscono ancora le dinamiche esatte dell’incidente di Verona, a Milano, sul ciglio della ferrovia (tratta Milano-Pavia), rimane la gru impiegata nella manovra per la realizzazione delle paratie che dividono i binari ferroviari dagli appezzamenti. I due uomini avevano rispettivamente 47 e 55 anni ed erano arrivati dalla Campania, operai della società Cefi di Casoria. Secondo le prime ricostruzioni la lastra si è rovesciata durante lo spostamento forse a causa di una manovra sbagliata effettuata dall’enorme braccio mobile. Una delle due vittime è morta sul colpo, l’altra è deceduta poco dopo all’arrivo in ospedale in condizioni molto gravi. Un terzo collega è rimasto illeso.
Dell’incidente è stato informato il pm di turno Danilo Ceccarelli, se ne occuperà il dipartimento guidato dall’aggiunto Tiziana Siciliano. È stata aperta un’inchiesta per omicidio colposo.
Due anni fa, agosto 2017, c’era già stato un morto. Lo ha ricordato Paolo Festa sindaco di Pieve Emanuele: “C’era una vecchia strada poi chiusa, lo stesso è accaduto con il passaggio a livello”. L’ operaio era morto mentre attraversava.
Il neonato ucciso dalla circoncisione: arrestati la madre e il santone nigeriano
Circonciso con un rasoio da barba. Per una cinquantina di euro. È finita così la vita di un neonato nigeriano. Aveva un mese, non è riuscito nemmeno a vedere, a capire cosa gli stesse succedendo. Ha sentito soltanto un dolore acutissimo e dopo poche ore è morto. Adesso la madre, Anetor Maris Aigbodion di 26 anni, e la nonna, Katherine Aigbodion di 59 anni, sono state arrestate dalla polizia di Genova. L’accusa è omicidio preterintenzionale. In carcere, fermato al confine di Ventimiglia mentre cercava di fuggire, anche il santone nigeriano che ha praticato l’intervento.
Siamo a Quezzi, un quartiere popolare – una volta si sarebbe detto operaio – sulle alture di Genova. Anetor e Katherine vivono in una palazzina squadrata, grigia per il tempo o perché non ha mai avuto colore. “Non sapevamo niente di loro, era gente che non disturbava”, scrolla le spalle un vicino. Ma dietro la pesante porta dell’appartamento c’era una vita complicata, molto. Anetor, che nessuno sa come campasse, aveva avuto un figlio dal marito, un connazionale subito tornato in Nigeria. Poi era arrivato un nuovo compagno, un italiano seguito dai servizi sociali. Vivevano insieme con Katherine, la nonna del bimbo, in quell’appartamento che appena aperta la porta era un altro mondo. Qui martedì mattina hanno accolto il santone venuto per praticare la circoncisione al piccolo. Sono cristiane evangeliche, ma la circoncisione rituale è molto praticata in Nigeria. In Italia, però, rivolgersi a una struttura sanitaria costa troppo, oltre mille euro, così tanti immigrati si rivolgono a ciarlatani che per pochi euro risolvono tutto: un rasoio, una scaldata sul fornello, forse alcol. Dopo poche ore il bambino ha cominciato a stare male, ma quando l’ambulanza è arrivata e ha cercato di rianimarlo non c’era più niente da fare. Non c’è voluto molto per far confessare la madre e la nonna. Subito sono cominciate le ricerche dell’improvvisato chirurgo che appena avuta notizia delle condizioni del piccolo era fuggito in treno. Ma è stato fermato prima che arrivasse in Francia.
Ormai, però, il fenomeno non può più essere ignorato. Il 23 marzo scorso un bambino ghanese di cinque mesi era morto in Emilia dopo la circoncisione. A dicembre un bimbo di cinque anni era morto e un altro di sette si era salvato per miracolo a Monterotondo (Roma). Sarebbero circa 3 mila gli interventi di circoncisione praticati ogni anno in Italia al di fuori delle strutture sanitarie. Mustafa Qaddurah, pediatra e dirigente del Centro Islamico di Roma, lancia una proposta che farà discutere: “Chiediamo l’inserimento dell’intervento nei Lea (Livelli essenziali di assistenza, il protocollo che regola quali prestazioni il Servizio sanitario nazionale deve garantire a tutti, ndr). È l’unico modo per risolvere il problema”. Izzedin Elzir, ex presidente l’Ucoii e oggi imam di Firenze, spiega: “Normalmente tutti i musulmani sono circoncisi e anche gli ebrei. Ma, come testimoniano i casi di Genova e Monterotondo, l’operazione viene praticata anche da molti africani di religione cristiana”. Come risolvere il problema? “Prima di tutto informando i genitori che così mettono a rischio la vita dei figli. Ma alcune regioni consentono di compiere l’intervento”. A spese pubbliche. Ma è una pratica religiosa… “Vero, ma la vita del bambino viene prima di tutto”.
Era a terra, disse: “Mi chiamo Moretti Mario e ho 2 pistole”
“Mi chiamo Moretti Mario e ho due pistole”. Sono le prime parole che la primula rossa delle Br rivolge all’uomo che lo sta arrestando: siamo a Milano, è il 4 aprile del 1981. Trentotto anni fa finiva la latitanza del capo brigatista che si è assunto la responsabilità di aver sparato addosso a un uomo disarmato, Aldo Moro, presidente della Dc. L’ufficiale dell’ex Sisde che lo arrestò, A.M., assieme alla Digos di Milano, rivela per la prima volta al Fatto quel momento e come si arrivò a compiere l’operazione. È un uomo gentile, ex poliziotto passato rapidamente all’intelligence civile e poi chiamato dall’Ammiraglio Martini al Sismi, quella militare. Ha i modi antichi, magro e cauto. Insomma, una spia gentile che non usava mai le manette quando arrestava qualcuno, e non le usò nemmeno quel giorno. Ancora si discute, tra gli affezionati della materia, di come finì in trappola Moretti: “Fu consegnato”? Possibile che si fece beccare in quel modo proprio lui che riuscì misteriosamente a cavarsela qualche anno prima?
Pinerolo e la storia “cambiata”
L’8 settembre 1974, Moretti lasciò con il becco asciutto i carabinieri del generale Dalla Chiesa che arrestarono Renato Curcio e Alberto Franceschini: doveva essere lì, nei pressi di Pinerolo, con i due fondatori delle Br ma non arrivò. Per loro scattarono le manette, lui divenne il capo e la storia dell’organizzazione rivoluzionaria Brigate rosse prese un’altra strada da quella che era nei propositi dei due caduti nella trappola dell’infiltrato Padre Mitra, al secolo Silvano Girotto. La spia gentile racconta che tutto nacque da una minuziosa operazione e l’unica cosa che ancora si chiede, piuttosto, è perché proprio quelle parole uscirono dalla bocca del capo brigatista. Cognome e poi nome. Una forma poco autorevole, un modo che azzera l’importanza di un leader: immaginatevi la stessa scena e altri capi come protagonisti. Forse è scattato un ritorno alle sue origini di ragazzo semplice, figlio della piccola borghesia marchigiana di Porto San Giorgio, accolto nel grembo protettivo della ricca marchesa Casati Stampa, presso la quale la zia di Moretti fa la portinaia. La marchesa per senso di carità gli assicura una istruzione. Possiamo immaginare, ragioniamo con A.M., che le sue ultime parole di uomo libero siano state nella lingua del suo passato più intimo. Chissà. Quel giorno Moretti è con Enrico Fenzi, il professor più esperto del grande Petrarca che ci fosse nelle nostre università, ideologo del gruppo e cognato di un personaggio assai discusso, Giovanni Senzani (sul quale segnaliamo i due recenti lavori di Marcello Altamura per Ponte alle Grazie, Il professore delle Br, e di Giuseppe Formisano per Marotta&Cafiero, La stella rossa del Sud). Insieme vanno a incontrare un possibile nuovo brigatista che però è un infiltrato, Renato Longo. L’aspirante brigatista, è un evidente tossicomane, informatore della Questura di Pavia: Moretti questo non può saperlo, cade in trappola, ma come è possibile che proprio lui, il capo, sfidi la clandestinità per incontrare uno così? In realtà, è un Moretti quasi disperato. Era da poco fallito il tentativo di ricucire la spaccatura con la colonna “Walter Alasia” i cui membri non riconoscevano più la leadership dei dirigenti che consideravano dei “falliti”, li accusavano di essersi legati “alla mafia romana”, contestavano l’invio di Barbara Balzerani a commissariare la struttura di Milano: “Ci avete mandato la signora ispettrice, riprendetevela, facce di merda”. E via con le ingiurie. Enrico Fenzi cerca di ricomporre la situazione, ma è una missione impossibile. Moretti va nel capoluogo lombardo perché una presenza milanese dell’organizzazione va comunque ricostruita. “Il punto è che il professore Fenzi – ricorda A.M. – era sotto accusa perché non riusciva a trovare persone pronte a passare nel gruppo combattente. Moretti era andato a Milano per cercare di sostenere la causa”. Da quanto sapevate dei loro movimenti? “In realtà da non molto. Un collega mi avvisò che ci sarebbe stato l’incontro e mi disse il luogo. Io andai con altri due miei uomini. Fu una mossa avventata la mia”. E perché? “Non era pronto nulla e la cosa più assurda è che non avevamo una foto di Moretti”.
La valigetta, l’ultimo caffè e il pedinamento
Come è possibile? Esistevano già foto segnaletiche, il Generale dalla Chiesa parlò chiaramente di foto scattate a tutti i brigatisti durante i primi incontri con Frate Mitra, e Moretti era presente.… “Ma noi non le avevamo, purtroppo funzionava così. Comunque decidemmo di intervenire. Andò così: io mi apposto dentro un bar a bere caffè, i miei due fidati collaboratori girano attorno al luogo convenuto dell’appuntamento. Dal bar noto un uomo robusto che passeggia con un altro che porta una valigia, poi saprò che è la valigia di Moretti che cammina con le mani libere. Ebbene, decido che devono essere senz’altro loro. Pago il caffè, esco, in lontananza vedo i miei due colleghi, vado verso il marciapiede opposto a quello sul quale camminano i due brigatisti, aspetto che vadano avanti, prendo a camminare velocemente, li raggiungo, Moretti se ne accorge si gira di scatto ma riesco a buttarlo in terra. ‘Mi chiamo Moretti Mario e ho due pistole’. Io sono invece sono disarmato, gli dico”. Era vero? “Sì, sì! io portavo raramente armi. Nel frattempo Fenzi è bloccato dai miei uomini. Chiesi di ritardare la notizia dell’arresto ma senza gran successo: uscì qualche giorno dopo, mentre erano in corso altre operazioni. Comunque non mi sono mai spiegato perché quelle sue parole… ”.
I buchi neri dei 55 giorni di Moro
Un dubbio sincero che si sovrappone a interrogativi ben più pesanti. Il deputato della Commissione Stragi, Walter Bielli, dedicò un’importante relazione al capo brigatista (XII legislatura, 25 luglio 2001) nella quale sono riassunti tutti i buchi neri di questo personaggio chiave del caso Moro (che ha affidato le sue memorie a Rossana Rossanda e Carla Mosca, nel libro-intervista Brigate rosse, una storia italiana), protagonista anche del dialogo avviato con un pezzo della Dc: c’era un gran via vai di gente che andava e veniva per parlare con Mario Moretti in carcere (dove tutt’oggi rientra la sera). Non gente del suo ambiente, ma esponenti della Dc. È la “sfinge delle Brigate rosse” a tenere le file del confronto che sarà suggellato dal memoriale Morucci, una ricostruzione completamente falsa del caso Moro (lo ha certificato l’ultima Commissione parlamentare d’inchiesta) che, purtroppo, ancora oggi ingabbia la verità dei 55 giorni che cambiarono la storia d’Italia.
La Vardera (Le Iene) aggredito a Palermo: l’autore in ospedale
Aggressione alla Iena Ismaele La Vardera e calci e pugni al suo autore e operatore Massimo Cappello che ha riportato i danni maggiori finendo in ospedale. È accaduto ieri notte a Palermo, mentre Cappello e La Vardera – protagonista del film de Le Iene Il sindaco. Italian politics for dummies in cui ha denunciato gli accordi inconfessabili della politica (anche con la mafia) durante la sua candidatura a sindaco del capoluogo siciliano –, erano impegnati nelle riprese di un’inchiesta che sta cercando di fare luce sulla morte misteriosa di Aldo Naro, un 25enne palermitano ucciso nel 2015 davanti alla discoteca Goa, allo Zen. “Per la morte di Aldo Naro, un giovane perbene e dalla faccia pulita è stata condannata una persona”, spiega la Iena, ancora scossa per l’aggressione subìta, “ma non c’è ancora assoluta chiarezza su ciò che è successo. Noi da oltre un mese e mezzo stiamo cercando di ricostruire la vicenda, andando a sentire amici e conoscenti di Aldo e quanti quella notte nella discoteca Goa hanno assistito al pestaggio del ragazzo”.
Dal Papeete a Lesina, Casanova per l’Ue
Sul sito del Papeete Beach il conto alla rovescia è cominciato: mancano 16 giorni e una manciata di ore all’inaugurazione della stagione 2019. A Pasqua, “la spiaggia più famosa d’Italia” apre gli ombrelloni di Milano Marittima e da lì all’autunno sarà tutto un party, rigorosamente con la sabbia sotto i piedi. Per gli affari della famiglia Casanova-Soldini, però, non è l’unico countdown: prima c’è quello per la presentazione delle liste per le Europee, che potrebbe segnare lo sbarco in politica di Massimo, l’uomo che insieme alla sorella Rossella e ai nipoti Marco e Luca, gestisce l’impero del divertimento della riviera romagnola.
Il curriculum non serve. Massimo è amico fidatissimo di Matteo Salvini, che non solo non disdegna l’happy hour, ma ama pure mettersi in console e dilettarsi in selfie con la lingua di fuori.
Un’intesa – quella con l’imprenditore romagnolo – che non tralascia nessun aspetto della vita emotiva del ministro dell’Interno. Al Papeete ci si diverte, per ricaricarsi c’è Bosco Isola, la tenuta che Casanova ha messo su qualche centinaio di chilometri più a Sud del- l’autostrada adriatica: a Lesina, pendice del promontorio del Gargano dove mare e lago sono divisi da un sottile istmo di terra. Lì, Salvini ha trascorso le fotografatissime vacanze dello scorso anno con Elisa Isoardi, lì ha passato i giorni delle Regionali d’Abruzzo un paio di mesi fa, ancora lì pregusta le prossime ferie, anche se la settimana scorsa la Finanza è andata a perquisire la tenuta, perché ci sarebbe un presunto abuso edilizio, non si sa se esistente o in fase di costruzione.
In Puglia, le voci sulla candidatura di Casanova raccolte da FoggiaToday stanno già provocando malumori tra chi vede scavalcato il cosiddetto “territorio”. Eppure Casanova, di relazioni ne ha intessute parecchie, a cominciare da quella con Raimondo Ursitti, segretario generale dell’Ente Fiera di Foggia, già fittiano di ferro, che l’estate scorsa – a furie di cene al Bosco Isola – è passato armi e bagagli con la Lega. E ha già avuto occasione di scontrarsi con il coordinatore regionale del Carroccio, Andrea Caroppo, costretto a muoversi con circospezione assoluta: le tavolate sul lago di Lesina contano ormai più di qualunque atto in consiglio regionale.
A difenderlo per il presunto abuso edilizio, Casanova ha chiamato Gianluca Ursitti, noto penalista foggiano e solo incidentalmente cugino del neo-leghista Raimondo. L’imprenditore è “sereno”, e ancor più i suoi nipoti, Luca e Marco Soldini, con cui divide la proprietà della Società agricola Foce maggiore srl: su Instagram documentano i viaggi degli ultimi mesi, dalle Maldive all’Armenia, passando per Florida e Tanzania, a caccia di anatre o di pesci mostruosi tipo il pirarucù. D’altronde “viviamo l’inverno sognando l’estate” è la filosofia del Papeete. Chissà come la prendono a Bruxelles.
Il Tribunale del Riesame: “Gravi indizi per Tiziano”
Le dodici pagine scritte dal presidente del Tribunale del Riesame di Firenze, Livio Genovese, per motivare la revoca dei domiciliari e la sostituzione con la più blanda interdizione per 8 mesi, confermano in toto l’impianto dell’accusa mossa ai genitori dell’ex premier, Tiziano Renzi e Laura Bovoli. Il pubblico ministero Luca Turco aveva disposto gli arresti domiciliari perché riteneva di avere raccolto la prova che fossero loro, dietro lo schermo di loro conoscenti e amici, ad avere di fatto amministrato le società poi fallite che non avevano pagato i debiti, di qui l’accusa di bancarotta per la Delivery Service Italia, o che avevano emesso fatture per operazioni inesistenti in tutto o in parte, con la cooperativa Marmodiv, poi fallita pochi giorni fa.
Il presidente Genovese scrive: “appaiono ricorrere gravi indizi di colpevolezza a carico degli indagati in ordine ai reati a loro rispettivamente ascritti”.
Per il Gip sul ruolo di fatto svolto nella società Delivery Service Italia dai coniugi Renzi è significativo “il tenore della e-mail in data 7 maggio 2010 in cui la Bovoli scriveva al marito Renzi, segnalando l’urgenza di risolvere problemi della società affermando tra l’altro: “l’unica cosa che salvaguarda la cooperativa è andare subito a dare gli stipendi e a far firmare contemporaneamente le dimissioni a tutti”.
Il Tribunale del Riesame condivide l’impostazione dell’accusa. Da un lato richiama nel suo provvedimento le dichiarazioni di Antonello Gabelli, secondo il quale Mariano Massone “con il Renzi e la Bovoli, creava società cooperative che svolgevano il lavoro operativo, concentrando tutte le criticità su queste e lasciando ‘pulite’ le società capofila”. Parole che “appaiono riscontrate alla stregua della messaggistica rinvenuta (…) in particolare le e-mail acquisite dell’anno 2009 tra il Gabelli, il Massone e il Renzi da cui risulta che appunto si discuteva tra loro della convenienza di accordi da stipulare, delle persone da assumere nella cooperativa, dei pagamenti spettanti, della situazione dei fattorini operanti a Genova”. Non solo. Dalle testimonianze di Lavinia Tognaccini, Cristina Carabot, Irene Fusai, Marco Dolfi e Carla Baldoni per il Tribunale del riesame emergerebbe “il diretto intervento del Renzi o della Bovoli per l’acquisizione della loro partecipazione alla cooperativa o nella loro assunzione”. I coniugi Renzi si sono difesi dall’accusa di avere fatto andare in fallimento le società per non pagare i debiti previdenziali sostenendo che dal 30 giugno 2010 non amministravano più la società ma il Tribunale ha ribattuto che “risulta che già relativamente al mese di maggio 2010, antecedentemente, dunque, alla data indicata, erano stati omessi i versamenti delle ritenute previdenziali e assistenziali”.
Anche sulla contestazione di false fatture, in capo alla società Marmodiv che per i pm era di fatto amministrata dai Renzi, la difesa ha provato a sostenere che i coniugi non ne fossero amministratori di fatto. Ma il tribunale crede al pm sulla base soprattutto di una mail del 18 novembre 2015, inviata da Tiziano Renzi all’avvocato Luca Mirco e al genero Andrea Conticini e per conoscenza alla moglie. Per il tribunale i termini usati sono “indicativi appunto della completa riconducibilità agli indagati della società cooperativa e delle attività a essa inerenti”: “contemporaneamente creiamo una nuova cooperativa e la mettiamo pronta. Presidente Spiteri soci Paolo e Carlo quando abbiamo preso in mano i lavoratori ed abbiamo capito facciamo il blitz cambiamo il presidente e chiudiamo Marmodiv per mancanza di lavoro che nel frattempo dall’oggi al domani lo dirottiamo alla nuova. Ditemi se come strategia può andare”. In più ci sono le conversazioni di Tiziano Renzi intercettate tra maggio e giugno 2018 dalle quali per il Tribunale “essendo in discussione le sorti della Marmodiv, il Renzi, parlando con terzi, avrebbe in termini inequivoci riferito a sé quale cosa propria, la cooperativa”.
Per i giudici le fatture gonfiate per consegne di volantini che invece andavano al macero sono da considerarsi reato per “l’intento di far risultare dei costi parzialmente fittizi, così da ridurre il reddito imponibile della società Eventi6 facente capo al Renzi e alla Bovoli”.
E sul fatto che i volantini fossero stampati in eccedenza e andassero al macero, il Tribunale cita le testimonianze dei collaboratori della Marmodiv e le ritiene riscontrate “dagli accertamenti conseguenti effettuati dalla polizia giudiziaria a conferma di quanto riferito dai dichiaranti”.
Allora perché i Renzi possono uscire dai domiciliari nonostante “il quadro degli indizi a carico degli indagati è pertanto, da qualificare grave in relazione a tutti i reati a loro ascritti”?
Solo perché sono incensurati e l’interdizione per otto mesi nel loro caso appare “sufficiente”.
Chicago, donna gay nera batte l’uomo di Obama
Il vento della storia soffia da Chicago sull’America suprematista di Donald Trump: la città che fu degli Intoccabili e della strage di San Valentino, di Al Capone e del proibizionismo, è, di nuovo, dieci anni dopo la notte magica del novembre 2008, con l’elezione di Barack Obama, primo nero alla Casa Bianca, la punta di diamante dei superamenti dei tabù di genere e di colore nell’Unione: sceglie il suo primo sindaco donna, afro-americana e apertamente gay, Lori Lightfood.
La metropoli dell’Illinois, terza per dimensioni nell’Unione dopo New York e Los Angeles, vanta ottimi precedenti: prima del 2008 nel 1992 aveva eletto al Senato la prima donna nera, Carol Moseley Braun; e, nel 1983, aveva avuto il primo sindaco nero, Harold Washington. La lista dei sindaci gay dichiarati d’America è piuttosto breve: il più in vista è Pete Buttigieg, South Bend, Indiana, ora candidato alla nomination democratica alla Casa Bianca. In una corsa tutta femminile e tutta democratica, Lightfoot ha sconfitto Toni Preckwinkle – le due erano arrivate al ballottaggio in una muta di una dozzina di candidati – e darà il cambio nell’ufficio di sindaco a Rahm Emanuel, per due anni braccio destro di Obama alla Casa Bianca. Avvocato per formazione, ma politico per vocazione, Lightfood è stata responsabile della polizia di Chicago e, nel 2016 da procuratore, denunciò pecche e lacune degli agenti comunali.
La carica di sindaco a Chicago non è una sinecura: la neo-eletta eredita una città schiacciata sotto un debito pensionistico di 28 miliardi dollari, con una popolazione in calo e un tasso di omicidi superiore a quelli di New York e Los Angeles. Nonostante sia coinvolta nell’Amministrazione cittadina dal 2002, Lightfood, 57 anni, è riuscita ad apparire agli elettori come un volto nuovo, la donna giusta per sfidare la corruzione della ‘città del vento’ e dare una scossa alla politica, che da tempo trascura bassi redditi e classe lavoratrice. Eppure, qui sperimentò le sue tesi sulle comunità Saul Alinsky, mentore di Obama e corrispondente di Jacques Maritain. La neo-sindaca non ha fatto campagna di genere, o di colore e neppure sui diritti civili: la sua figura era di per sé qualificata in tal senso. Lightfoot ha puntato sulle competenze e sull’impegno ‘rivoluzionario’ a rompere con il passato e a lottare contro la corruzione. Messaggi che la pongono in rotta di collisione con il suo predecessore e con il suo partito.
Sostenuta dai maggiori media locali, fra cui il Chicago Tribune, Lightfoot è sempre stata in testa alla corsa: s’è imposta con il 73% dei suffragi e in ogni quartiere. È sposata con Amy Eshleman e, insieme, hanno adottato una bambina di 11 anni, Vivian. Per un giorno, l’attenzione della politica statunitense s’è spostata su Chicago da Washington, dove, però, i democratici conducono azioni di disturbo concentriche contro l’Amministrazione Trump: una per ottenere la pubblicazione del rapporto sul Russiagate, e l’altra sulla concessione dei nullaosta di sicurezza a familiari del presidente, senza i requisiti.