Lapidazione fino alla morte per gli omosessuali e gli adulteri. Da ieri è questa una delle punizioni previste dalla legge coranica nel sultanato del Brunei. “Voglio vedere gli insegnamenti dell’Islam rafforzarsi in questo Paese”, ha dichiarato il sultano Hassanal Bolkiah, in un discorso pubblico. In base al nuovo codice, la pena di morte si applica anche ad altri reati, oltre alla “sodomia” e all’adulterio, come lo stupro, la rapina, la blasfemia o l’insulto al profeta Maometto. Quanto ai rapporti sessuali fra lesbiche, la pena è differente rispetto ai gay: 40 frustate e fino a 10 anni di carcere. La frusta colpirà anche chi praticherà l’aborto; per il furto si prevede l’amputazione della mano. Il giudizio di colpevolezza sarà definitivo solo nei casi di confessione o se gli imputati sono accusati da testimoni. La svolta integralista ha suscitato condanne dagli attivisti per i diritti umani. L’attore George Clooney ha lanciato una mobilitazione già da giorni per boicottare gli alberghi di lusso posseduti dal sultano in varie parti del mondo.
Brexit, il dialogo con May rischia di inguaiare Corbyn
L’incontro si tiene a Westminster, non è il caso di alimentare la furia dei falchi Brexiter mostrando al Paese l’immagine di Jeremy Corbyn che fa il suo ingresso a Downing Street, nemmeno come visitatore.
Dura due ore, e Corbyn ne esce dichiarando che “è andato molto bene” e che si aspetta di tornare a incontrare la premier presto. La mancanza di alternative ha costretto Theresa May a cambiare totalmente la sua strategia: basta con la esasperante opera di convincimento dei duri e puri pro-Brexit, il rischio di ‘no deal’ è troppo vicino, non resta che aprire al leader dell’opposizione e accettare “per il bene della nazione”, un compromesso bipartisan. Come sarebbe stato saggio fare già nel 2017, quando la May, dopo le elezioni anticipate che l’avevano consegnata in ostaggio ai nord-irlandesi, aveva deciso di governare come se avesse la maggioranza invece di ascoltare le opposizioni. L’impressione è che sia troppo tardi: ieri il presidente della Commissione europea, Juncker ha ribadito che, a meno che il Regno Unito non approvi l’accordo (già bocciato tre volte) entro il 12 aprile, uscirà a precipizio o dovrà chiedere una estensione lunga. Mancano nove giorni. E sempre ieri il governatore della Bank of England Mark Carney, ha dichiarato che il ‘no deal’ è ora “probabile in modo allarmante” e che l’ipotesi di poterlo gestire “è del tutto priva di senso”.
Ma è vero che questo tardivo e disperato matrimonio di interesse si basa su molti punti in comune: sia May che Corbyn vogliono la Brexit e il controllo della libera circolazione delle persone, sono disponibili ad una forma di unione doganale con la Ue e contrarissimi a un secondo referendum.
Una convergenza che radicalizza il dissenso nei rispettivi partiti e rischia di spaccarli su linee di fedeltà ai segretari. Il Team Corbyn che ha partecipato alla prima fase di questo dialogo è la sintesi delle contraddizioni del Labour su Brexit: con l’euroscettico segretario c’è il suo ministro ombra per la Brexit, quel Keir Starmer che si è battuto come un leone, dentro e fuori il partito, per tenere viva la possibilità di un secondo referendum, e la ministra ombra per il Commercio, Rebecca Long Bailey, che invece ieri sull’ipotesi di un People’s Vote aveva dichiarato: “Agli ultimi voti indicativi lo abbiamo supportato solo per smuovere le cose”. Insomma, una doccia fredda sulle speranze dell’80 per cento degli iscritti al Labour, che sperano in una nuova consultazione con l’opzione Remain.
E temono che l’apertura della May finisca per essere una trappola per Corbyn: se accetta di collaborare, rischia di essere complice di una Brexit che la maggioranza dei laburisti non vogliono. Ma se il dialogo fallisce è complice del ‘no deal’. Accusa forse ingenerosa, perché la May, con la scelta di lavorare con l’opposizione nella direzione ormai obbligata di una soft Brexit, sta accelerando la spaccatura anche nel proprio partito. Ieri, per questioni di coscienza, si sono dimessi due sottosegretari, quello per il Galles, Nigel Adams e quello per la Brexit, Chris Heaton-Harris. Per il conservatore tipo, Corbyn è un ‘marxista”, il massimo dell’orrore. Ieri è emerso un video di cui ancora non si conosce la data esatta, ma che è il sintomo di un clima sempre più tossico: un gruppo di soldati di stanza in Afghanistan si esercita a sparare. Il bersaglio? Jeremy Corbyn.
L’U-Boot che può affondare Bibi
Per la prima volta, una Procura tedesca apre un’indagine sulla vendita di sottomarini della ThyssenKrupp Marine System alla Marina israeliana, dopo anni di scandali per corruzione in Israele. E questo accade proprio mentre al di là del Mediterraneo, alla vigilia delle elezioni presidenziali del 9 aprile, il procedimento ha una battuta d’arresto con il ritiro delle dichiarazioni del testimone chiave, Miki Ganor, vicino all’entourage del premier israeliano Benjamin Netanyahu.
Una casualità? La Procura di Bochum, che a fine marzo ha aperto un’indagine per corruzione contro ignoti, preferisce non commentare al Fatto. Con un laconico comunicato di 3 frasi spiega così l’inizio delle indagini: “L’analisi della stampa internazionale ha dato lo spunto a un procedimento di indagini contro ignoti”. Una spiegazione diversa da quella del quotidiano economico Handelsblatt che, un giorno prima dell’apertura ufficiale del fascicolo, riporta che l’indagine tedesca sarebbe la conseguenza di una rogatoria internazionale partita da Israele. Perché allora tanta riservatezza? Da parte tedesca l’affare è delicato per più di una ragione. In ballo c’è un contratto miliardario per 9 sottomarini di classe Dolphin della Thyssen Krupp Marine System (Tkm) che Israele dovrebbe ricevere entro il 2027. Cinque sono già stati consegnati, tre sono in fase di consegna e un nono è ancora in produzione. La tranche per i 3 sottomarini è in sospeso da quando sono iniziate le indagini e ThyssenKrupp teme che l’affare salti. Peggio ancora, teme di perdere uno dei suoi migliori clienti al mondo: la marina israeliana, riferisce Handelsblatt.
Ma c’è un’altra ragione che rende la natura dell’indagine politicamente delicata, cioè il contributo del governo federale nell’acquisto dei sottomarini israeliani. Quando a fine maggio 2017 il Consiglio di sicurezza tedesco dà l’ok all’autorizzazione per l’export di 3 sottomarini Tkms, è già stabilito che il governo della Repubblica Federale avrebbe partecipato a un terzo delle spese totali per l’acquisto dei sottomarini, come testimonianza dell’impegno tedesco per la sicurezza di Israele, secondo la definizione data dalla cancelliera Angela Merkel davanti alla Knesset nel 2008. Il contratto si aggira tra gli 1,8 e i 2 miliardi di euro e il contributo tedesco dovrebbe essere di 540 milioni di euro, ha chiarito in un secondo momento il portavoce di governo, Steffen Seibert. Poco dopo l’autorizzazione tedesca, quella stessa estate in Israele si apre una nuova fase di indagini con l’arresto di persone vicine a Netanyahu, tra cui David Schimron, suo avvocato e parente, e Miki Ganor, l’intermediario israeliano nell’acquisto dei sottomarini tedeschi tra il 2009 e il 2017. Ganor diventa il testimone chiave dell’indagine e stringe in luglio un accordo di collaborazione con la procura israeliana. Le trattative con il governo tedesco a quel punto si complicano. A ottobre dello stesso anno il governo di Berlino firma un memorandum of understanding con il governo israeliano in cui al paragrafo 10 si dice che prima della consegna dei sottomarini le indagini dovranno essere concluse. In uno scambio di documenti citato da Spiegel viene chiarito che entrambi i governi si dovranno impegnare a portare a termine le indagini. Per un anno l’affare rimane congelato ma se le indagini in Israele procedono per tutto il 2018, arrivando a interrogare Benjamin Netanyahu, in Germania tutto tace, quasi aspettando di capire come va a finire a Tel Aviv. Nel novembre del 2018 la Procura israeliana chiude le indagini e arriva a un accordo con Ganor: uno sconto di pena a un anno e multa da 10 milioni di scheckel (circa 2,5 milioni di euro). Ma poi, a pochi giorni dalle elezioni, circa una settimana fa, Ganor cambia le dichiarazioni e l’indagine torna al punto di partenza.
Intanto ThyssenKrupp continua a tacere e assicura “di non essere al momento oggetto di indagine”. Qualche giorno fa, però, Handelsblatt ha rivelato di essere a conoscenza di documenti interni all’azienda, dove si dice che dal 2005 – cioè prima di Ganor – sono stati corrisposti a un ex militare pluridecorato “impieghi utili”, che secondo il quotidiano “è il termine usato per tangenti”. La vicenda è caduta in prescrizione ma è un precedente importante. Il mediatore Miki Ganor è subentrato in un secondo momento nella transazione. “Non avremmo cambiato per nostra decisione, Ganor è arrivato per espresso desiderio del cliente”, dice una fonte interna a ThyssenKrupp citata da Handelsblatt. Su di lui, da parte tedesca, non sono al momento emerse prove ma è difficile credere che la controllata del colosso dell’acciaio sia del tutto estranea come dice. Dove c’è un corrotto, c’è anche un corruttore.
Tria, i grillini, i mercati e altro: brevi note epistemologiche
Noi ci siamo sempre trovati bene attenendoci – sia chiaro: a partire dalla nostra persona – a quell’antica massima filosofica che recita il più pulito c’ha la rogna. Questo criterio epistemologico ci spinge a guardare con una certa atarassia lo scontro di potere in atto tra il Tesoro e pezzi della sua maggioranza. Se Giovanni Tria vuole affidare le sue fortune alla dottoressa Claudia Bugno – invisa al suo stesso staff e che pretende, tra le altre cose, di mettere bocca su Alitalia avendo lavorato per Alitalia e per di più sponsorizzando una soluzione invisa al governo per cui lavora – avrà i suoi motivi. Se il M5S vuole appoggiare contro Tria il capo di Cdp Fabrizio Palermo – che hanno messo lì loro, ma non risponde (solo) a loro – per piazzare alla Sace, la società che assicura le aziende che lavorano all’estero, un tizio in conflitto di interessi come Andrea Pellegrini avranno i loro motivi. E tutti gli altri che vanno facendo cose bizzarre e/o irrazionali avranno i loro motivi (non esclusi, ovviamente, interesse e stupidità). Preoccupa, però, leggere le parole affidate da Tria, che sa anche meno di Giuseppe Conte com’è finito al governo, al CorSera: “Se andassi via dovremmo vedere quale sarebbe la reazione dei mercati”. Il punto non è tanto il ricattino a mezzo stampa del professore, quanto lo stato psicologico che sottende. Si sa come finiscono i potenti pro tempore che credono a quel che dicono di loro i grandi media: in genere, cappello di Napoleone sotto al braccio, a dire “lei non sa chi sono io: faccio tremare i mercati” alla cameriera.
Ministra Grillo, ascolti l’appello dei suoi medici
Un medico a cui piace il suo lavoro lancia un appello. È un ottimo specialista, medico ortopedico che lavora da anni in un grande ospedale milanese e crede fermamente nella sanità pubblica. Vorrebbe far arrivare la sua voce al ministro della Salute, Giulia Grillo. “Credo di condividere il pensiero di numerosi professionisti dirigenti medici del servizio pubblico”, scrive, “che sono rimasti piuttosto perplessi nel vedere deluse le speranze riposte nel cosiddetto governo del cambiamento, che in certe decisioni sembra ripercorrere atteggiamenti già visti, evitando di affrontare e risolvere i veri problemi della sanità pubblica. Penalizzando per l’ennesima volta il personale medico a cui direttamente o indirettamente vengono ingiustamente addebitate inefficienze altrui”.
Per salvare e valorizzare il sistema sanitario pubblico, scrive il nostro medico, è necessario innanzitutto valorizzare i medici che alla sanità pubblica dedicano tutte le loro energie: “Una sanità che funziona richiede prima di tutto che ai medici ospedalieri dipendenti dal Servizio sanitario nazionale siano doverosamente riconosciuti i diritti lavorativi e gli adeguamenti contrattuali che vergognosamente sono fermi da più di otto anni. Una classe medica disincentivata e mortificata, con stipendi ridicoli per la complessità del lavoro svolto e per i rischi e le responsabilità connesse, significa un progressivo depauperamento delle strutture pubbliche, con una perdita delle figure più preparate e capaci e una migrazione delle eccellenze verso la sanità privata”.
Continua l’ortopedico: “Il problema non è l’intramoenia, un falso problema di chi ragiona con logiche sovietiche vecchie di 40 anni”. L’intramoenia è la possibilità, per i medici che lavorano in un ospedale pubblico, di offrire, fuori dall’orario di lavoro, prestazioni a pagamento a clienti privati, usando le strutture dell’ospedale. “Il problema vero”, sottolinea, “sono gli organici medici sempre più all’osso, i tagli miopi dei fondi destinati al miglioramento dell’assistenza ospedaliera pubblica, le direzioni strategiche nominate dalla politica, che rispondono ovviamente solo agli ordini dei referenti politici, senza alcun reale interesse per il potenziamento delle aziende ospedaliere gestite. Senza rafforzare le risorse umane e strumentali dedicate alla sanità pubblica, non solo le liste d’attesa resteranno un problema, ma anche la qualità delle prestazioni professionali fornite tenderà progressivamente a peggiorare, facendo solo l’interesse della sanità privata, che non aspetta altro che ricevere a braccia aperte le migliaia di pazienti scoraggiati da un sistema pubblico inefficiente. Ma non certo per colpa dei medici del Sistema sanitario nazionale! Urgono soluzioni concrete e più decisione nello scardinare un consolidato sistema politico di gestione della sanità. Ma non mi è ben chiaro, caro ministro, come farete a mettere in pratica ciò che promettete, se chi governa insieme al Movimento 5 stelle gestisce la sanità, per esempio in regioni come la Lombardia, proprio in quel modo così politicizzato. A che cosa serve stanziare soldi per potenziare il Cup (il centro unico prenotazioni) o i servizi informatici, quando mancano i medici e le strutture ospedaliere sono regolarmente sotto organico? Forse servirebbe confrontarsi un po’ di più con i medici, senza cercare di far ricadere su di loro le inefficienze che dipendono da ben altri. Inutile demonizzare l’intramoenia, è solo fumo negli occhi. State perdendo la fiducia di migliaia di medici onesti che speravano finalmente in un vero cambiamento nella gestione della sanità. Ma resto fiducioso in una sua risposta e in un onesto confronto”.
Un’imposta per restituire la libertà
A rischio di esporsi al pubblico ludibrio, grazie al lavoro nel Forum Disuguaglianze e Diversità, abbiamo maturato la convinzione che “certe tasse sono belle”. Non tutte le tasse funzionano per ridurre le diseguaglianze. Per esempio non può funzionare alcuna “flat tax” sul reddito perché se le imposte non sono marcatamente progressive (sui redditi o sul patrimonio) risultano regressive, contribuendo a consolidare le posizioni di un numero sempre più esiguo di persone molto abbienti rispetto al numero sempre crescente di persone in difficoltà.
Oggi i patrimoni accumulati attraggono più ricchezza di quanto non faccia il lavoro, anche grazie a una minore tassazione delle rendite rispetto al lavoro. Il lavoro viene svilito, privilegiando chi non ha alcun merito, se non la fortuna di avere genitori benestanti.
A partire da queste considerazioni, sommate all’esperienza del lavoro in aree marginali di città come Napoli – o Rio de Janeiro, Delhi e Jakarta – il Forum avanza proposte radicali come quella di una “imposta sui vantaggi ricevuti” durante tutto l’arco della vita. Un’imposta progressiva che – salva la franchigia di 500.000 euro, per evitare che gravi sul ceto medio – permetterebbe di recuperare tra 3,3 e 7,1 miliardi l’anno invece del mezzo miliardo assicurato dalle vigenti imposte di successione. Con la nostra proposta le tasse si concentrano solo sugli abbienti, passando dai 110 mila che oggi pagano le imposte sulle successioni, a circa 30mila contribuenti nell’ipotesi in cui vengano rivalutati i cespiti catastali ai valori di mercato.
Con queste risorse, prelevate da chi partirebbe altrimenti di gran lunga avvantaggiato, si possono fare molte cose. Ma una utile a creare fiducia nella capacità redistributiva dello Stato sarebbe l’avvio di una eredità universale e incondizionata per chi, compiendo 18 anni, entra nella fase di vita adulta. Per distribuire a quasi 600.000 giovani l’anno 15.000 euro, gran parte delle risorse potrebbe esser recuperata proprio dall’imposta sui vantaggi ricevuti. Il legame tra le due misure va evidenziato soprattutto quanto, nel loro combinato disposto, esse potrebbero contribuire alla libertà sostanziale e sostenibile di milioni di italiani.
Il senso comune prevalente spinge verso un sistema di welfare condizionato e sempre meno universalistico, nel quale i diritti vengono elargiti a seconda che lo Stato decida se te li meriti o no. Noi, invece, siamo convinti della necessità di inserire elementi di universalismo anche nel passaggio generazionale. Se la collettività mette a disposizione risorse per un giovane, non può farlo in modo paternalista scegliendo per conto lui o lei, né in modo selettivo. Tra l’altro perché ciò risulterebbe costoso per i controlli necessari. Le persone hanno “bisogni” ma anche “sogni” e per questo è giusto prevedere che per un giovane abbia lo stesso valore usare l’eredità per pagarsi un percorso di studi oppure per comprarsi un’auto per fare un viaggio con gli amici o per andare al cinema o a teatro.
Quando si discuteva dell’introduzione del sistema sanitario nazionale in Italia (1984), l’amministratore delegato della Fiat Cesare Romiti chiese alla platea di un dibattito alla festa dell’Unità: “Ma come, voi operai volete pagare anche a me, che sono il padrone, le spese sanitarie?”. Un operaio rispose: “Ingegnere, ci lasci almeno questa soddisfazione!”.
La diseguaglianza non è un accidente, ma il frutto di squilibri di potere aggravati da politiche pubbliche sbagliate o miopi: scegliere di provvedere a un passaggio generazionale più equo significa schierarsi con i più deboli ed esclusi. Migliorare le condizioni degli ultimi e rendere più giusta la nostra società conviene non solo a loro ma al 99% dei nostri concittadini che non è nato ricco.
Altro che latino: parla come “coding”
“L’italiano non è l’italiano: è il ragionare”. Suggiamo come a una fonte limpida queste parole di Leonardo Sciascia per disinquinarci dalla pletora di gridolini che giungono dagli ambienti “in” del pensiero contemporaneo. Si apprende che l’imprenditore iraniano Hadi Partovi, che leggenda motivazionale vuole aver vissuto sotto le bombe, essere emigrato negli Stati Uniti a 11 anni, aver conseguito la laurea a Harvard ed esser diventato ricchissimo in Microsoft, è il guru mondiale della “coding mania”, laddove ciò sia detto con pardon.
Si deve a Parvati se oggi nelle scuole d’America 25 milioni di studenti imparano a scrivere obbligatoriamente codici informatici. Intervistato dal Corriere Tecnologia a latere di un congresso sull’Educazione a Dubai (oggi i congressi che contano si tengono a Dubai come nei primi del Novecento a Salisburgo o a Vienna), Partovi spiega ai Paesi non progrediti come il nostro, dove ancora l’ora obbligatoria di coding non esiste, che il ragionare del futuro non è il saper leggere, scrivere e parlare, cioè possedere il linguaggio con tutte le sue sfumature per avere un’idea del mondo; ma è il saper redigere stringhe di codice per far funzionare i computer, e tutto ciò che sui computer, sui telefonini e sugli altri device, “gira”. Questo principio quantomai glamour è stato recepito dai nostri statisti e intellettuali più sgamati: alla Camera c’è una mozione a firma di Ascani (Pd) che chiede di “avviare progressivamente nelle scuole di ogni ordine e grado il pensiero computazionale” (sic), una di Area (FI) che esige che entro il 2022, non un giorno di più, “nella scuola dell’infanzia (!, ndr) e nel primo ciclo di istruzione, diventi obbligatorio lo studio del pensiero computazionale”, e una di Fusacchia (Gruppo misto), che si è sacrificato per dire quello che tutti ci aspettavamo tra capo e collo, e cioè che il coding è “il latino della nostra epoca”. Questa frase, ormai una superstitio della buona società che vedremmo bene in un dizionario dei luoghi comuni se un Flaubert di oggi, ad avercene, si prendesse la briga di scriverlo, fa il paio con quell’altra, pronunciata da Partovi e rimbalzata su tutti i giornali integrati, secondo la quale questa “grammatica” degli algoritmi serve a “preparare i ragazzi in modo adeguato alla società digitale”, col che, en passant, si stabilisce che chi non la conosce sia ipso facto impreparato e inadeguato. Sia detto senza equivoci: ben venga l’insegnamento dell’informatica (che peraltro si studia già da vent’anni) e di tutte le conoscenze che possono servire al disvelamento dei meccanismi di controllo della mente, delle passioni e dei sentimenti messi in opera dalle aziende monopoliste del web attraverso gli algoritmi. Ma siamo sicuri che servirà a questo, se a proporre l’insegnamento della materia sono emissari di quelle stesse aziende? Se non fosse che a margine di questa mania globale hanno scritto qualche riga di codice a favore di fotocamera pure Obama e persino il Papa, tornerebbero in mente, si parva licet, le tre “i” di Berlusconi (impresa, inglese, informatica), cardine della Scuola ideale di Moratti e Gelmini, fiore all’occhiello di quel Pdl che promuoveva la meritocrazia e poi candidava galoppini e aspiranti missitalie in Parlamento. L’informatica era l’esperanto capace di liberare il ragionamento dalle zavorre del pensiero classico: la ministra Gelmini eliminò la Storia dell’Arte dal biennio degli Istituti tecnici e professionali, che ancora oggi ne sono privi, nella convinzione che per “fare impresa” non servissero le nozioni oziose dei perditempo. Ma ciò che allora era visto dagli ambienti intellettuali come una posa da cumenda con fabbrichetta, oggi è un atout miracolistico con nomi scintillanti quali data science, robotica, intelligenza artificiale, una cosa progressista, dem – e del resto già la Giannini, ministra della “Buona scuola” renziana, decretò: “Il coding è una nuova lingua, una lingua computazionale”, ci mancherebbe altro.
Non cadremo nel gioco di consigliare l’insegnamento del latino vero e dell’italiano in luogo dell’informatica, anche se il coding non aiuterà certo i futuri cittadini a smontare gli inganni linguistici dei potenti. Al contrario, l’idea dicotomica di imporre il coding quale “nuovo latino”, sponsorizzata da guru milionari e da politici per lo più ignoranti, conviene a chi vuole programmare perfetti robottini che lavoreranno alla crescita delle imprese di domani. Nell’era del pensiero binario, delle dipendenze patologiche dai device e della mutazione antropologica comandata dal profitto dei padroni del silicio, ci manca solo che le preziose ore scolastiche, da noi già violate dalla cosiddetta alternanza scuola-lavoro, vengano sprecate per privare i discenti degli strumenti che stimolano l’intellezione e il pensiero critico e fare spazio alle nozioni utili a essere “adeguati alla società”.
Mail box
Il Sud sta morendo e i suoi cittadini se ne vanno
Da molti, troppi anni, il nostro Sud è vittima di un saccheggio lento ma inesorabile. Non si tratta di furti o di piccola criminalità, non si tratta di rapine o scippi, potremmo chiamarli piuttosto “rapimenti” o “sequestri”. Come definire altrimenti la scomparsa di milioni di persone da casa loro, dal luogo dove sono nati e cresciuti, dove si sono fatti i primi amici e i primi amori? Come definire altrimenti le lacrime di una madre, il silenzio sofferto di un padre, il vuoto angosciante lasciato in parenti ed amici? Come definire, dunque, tutto ciò se non con la parola “saccheggio”? Badate bene, però, non saccheggio di proprietà e di oggetti fisici. Questo tipo di furto, di rapina, sarebbe davvero indolore e con conseguenze minime.
Bensì saccheggio di persone.
Saccheggio di coppie con figli.
Saccheggio di giovani laureati.
Saccheggio di ragazze e ragazzi che devono lasciare tutto per sperare di avere qualcosa.
Ma non a casa loro.
Stefano Carluccio
Lupi, non abbatterli è un segno di civiltà
Sono finite le barbarie dai nomi rassicuranti come “abbattimenti controllati”. Il nuovo “Piano di conservazione e gestione del lupo in Italia” impone che l’animale non sia più ucciso. Ma diverse strategie enunciate in 22 azioni precise, spiega il Ministro dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare Sergio Costa, gestiranno la convivenza con l’uomo. Altro passo di estrema civiltà e rispetto per l’ambiente. Credo che questa sia la strada giusta per creare una società migliore, fondata sul rispetto e la comunione con la natura. La cui Bellezza dovrebbe incantarci ogni giorno.
Cristian Carbognani
Tra la burocrazia e la politica, deve prevalere quest’ultima
So di ripetere qualcosa di conosciuto e trattato infinite volte, ma ancora non risolto. Si sa che la burocrazia si sente più forte della politica e la ragione è semplice.
La burocrazia è fissa e inamovibile, la politica no. La burocrazia non perde voti, la politica si. Nella mia attività sono stato più volte penalizzato dalla burocrazia e, ora, non riesco più a sopportarne l’arroganza. Se molti investitori, italiani o stranieri, stanno fermi, è per le lungaggini o l’ostruzionismo della burocrazia. Spesso, la potentissima burocrazia italiana mette numerosi paletti all’iter delle pratiche, così molte volte bisogna “concordare” un modo per accelerare il tutto. La politica però non deve subire questo strapotere, deve reagire regolamentando, in modo chiaro e inequivocabile, i percorsi che debbono fare tutte le pratiche e le carte che sono di competenza della burocrazia.
La burocrazia non deve avere discrezionalità ma dovrebbe solo controllare l’applicazione delle norme dettate dalla politica.
Paolo Benassi
È possibile che in Italia vanno avanti solo i raccomandati?
Che vergogna però anche questo Tria! Ma è possibile che in Italia nessuno, ma proprio nessuno, possa esimersi dal raccomandare gli amici e gli amici degli amici ? E i raccomandati poi! Penso siano persone che valgono niente, che vivono saltabeccando da una poltrona remunerativa all’altra, a spese degli italici contribuenti, non per propri meriti ma perché sono riusciti ad entrare in certi giri sempre per raccomandazioni varie. E non si riesce a buttarne fuori neanche uno! Brutto destino quello della gente per bene in Italia!
Paola Zucca
Non si può uccidere qualcuno per difendere la proprietà
Massimo Fini è sicuramente un giornalista libero e intelligente. Ma questa volta non mi sento proprio di condividere il suo punto di vista circa le legge sulla legittima difesa fortissimamente voluta da Salvini. Non mi convince l’idea di una sorta di incondizionata libertà di difesa da parte dell’aggredito, anche a costo del sacrificio della vita a fronte della difesa della proprietà. È una sproporzione che cozza contro l’etica e il diritto. Se “l’intruso” non ha intenzione di ammazzare, come avviene nella norma, non si può delegare solo all’impalpabile “turbamento” della vittima la decisione di dare prevalenza alla difesa della proprietà rispetto alla vita, bene supremo del soggetto. Senza poi tralasciare di considerare il pericolo permanentemente insito nel fatto di disporre liberamente di un’arma in casa, nonchè la pressoché sicura soccombenza da presumere nel “duello” tra l’aggredito e l’aggressore, che da oggi in poi avrà l’effetto di perseguire il proprio fine criminoso in maniera ben più agguerrita!
Bastava mantenere la normativa in vigore con la sola condivisibile modifica dell’esonero della vittima dal pagamento, in sede civile, dei danni eventualmente prodotti, all’esito del giudizio, nel corso del quale viene accertata la sua mancanza di responsabilità.
Pietro Chiaro
La giustizia sociale non esiste senza quella fiscale
Finalmente Landini nell’incontro con Zingaretti dice con chiarezza che la diseguaglianza fiscale crea diseguaglianza sociale.
Detto meglio, se non si tassano le ricchezze, poi non ci sono i soldi per lottare contro le povertà.
Buonismo? No, lungimiranza.
Massimo Marnetto
Serie A. Non è colpa dell’italiano Kean se certi tifosi si comportano da razzisti
Martedì sera mentre guardavo distrattamente l’ennesima vittoria della Juventus a Cagliari mi è perso di sentire in maniera nitida i soliti buuu e fischi nei confronti di Kean. Ho pensato si trattasse dell’ennesimo caso di razzismo in Serie A, ma poi il suo compagno di squadra (e della Nazionale) Bonucci quasi mi ha fatto ricredere: “La colpa è al 50 e 50: Kean ha sbagliato a esultare, la curva ha sbagliato”. Ma davvero adesso il razzismo è diventato colpa di chi lo subisce?
Leonardo De Marchi
Il calcio italiano ha un grosso problema. Anzi, due: essere razzista e non volerlo nemmeno riconoscere. Ha questa fastidiosa tendenza a voler minimizzare a tutti i costi il fenomeno. Lo ha fatto Bonucci, ma non solo: lo ha seguito in parte Allegri (“Erano pochi imbecilli”), lo ha ribadito il presidente del Cagliari Giulini (“Troppi moralismi, quello non è razzismo”). Bisogna sempre trovare una scusa, un alibi diverso: l’esultanza eccessiva, come quella di Kean, una protesta plateale, come successe lo scorso dicembre con Koulibaly durante Inter-Napoli, un carattere scontroso, come accadeva ai tempi di Balotelli. Quasi che ammettere il problema creasse un danno al grande spettacolo del calcio italiano (che spettacolo, poi…). Semmai è esattamente il contrario: parlare apertamente, condannare fermamente senza se e senza ma sarebbe senz’altro più utile, oltre che dignitoso.
Per carità, non bisogna nemmeno scivolare nell’eccesso opposto, confondere lo sfottò con la discriminazione, la rivalità col razzismo. Fischiare, in maniera anche insistente o offensiva, un calciatore di colore all’interno del contesto da stadio può essere accettabile. Purché però ciò avvenga in quanto avversario, non in quanto straniero. Non è questo il caso: gli inconfondibili buuu che si riservano solo ai “neri”, il tifoso che in favore di telecamera mima il gesto dell’orango è indiscutibilmente razzista. E come tale va trattato. Su questo ha ragione Allegri: “Gli incivili devono essere individuati con le telecamere e non fatti più entrare”. Non è impossibile, si potrebbe fare: le società hanno pure stilato un “codice etico del tifoso”, con cui potrebbero togliere il diritto di ingresso allo stadio a chi non lo merita, solo che non lo applicano quasi mai. Sarebbe più semplice e più efficace che chiudere le curve a intermittenza. Ma ancor più comodo è far finta di nulla.
Lorenzo Vendemiale
Richetti investito: “Sto bene, nessuna conseguenza seria”
Stava attraversandovia del Tritone quando è stato travolto da un furgone Ncc: Matteo Richetti, senatore del Partito democratico, è stato investito ieri a Roma. “È stato un brutto incidente ma per fortuna senza alcuna conseguenza seria. Grazie per tutto l’affetto, la vicinanza e la vostra preoccupazione” rassicura il senatore su Twitter. Aggiungendo: “In osservazione per un po’ ma solo per precauzione, così saremo ancora più in forma al nostro #Harambee di domenica a Milano”. Le ferite riportate sono superficiali, fatta eccezione per un trauma sul fianco: immediatamente portato al Policlinico Umberto I, adesso Richetti è sottoposto ad accertamenti per escludere complicazioni, e ha ricevuto le visite anche di Maurizio Martina e dell’assessore alla Sanità della Regione Lazio, Alessio D’Amato. Gli auguri di pronta guarigione sono arrivati anche da parte del Senato per bocca di Paola Taverna, che in quel momento presiedeva l’assemblea. Il conducente del furgone, 40enne e italiano, è stato sottoposto ai test di verifica per alcol e droga al Fatebenefratelli, dove l’hanno condotto i vigili in seguito all’incidente.