“In Siria è la rivoluzione di tutti, ma la guerra è soltanto dolore”

È una delle cinque persone che rischiano la sorveglianza speciale perché, dopo essere stata a combattere nel nord della Siria al fianco dei curdi contro l’Isis, più esattamente con l’Unità di protezione delle donne (Ypj), la Procura di Torino e la Questura la ritengono socialmente pericolosa. Maria Edgarda Marcucci, per gli amici Eddi, ha 27 anni, è nata a Roma e si è trasferita a Torino per studiare Filosofia. Qui ha cominciato a frequentare il centro sociale Askatasuna, e nel settembre 2017 è partita per la Siria: “Il primo mese e mezzo ho girato nei territori della federazione – ricorda –. Ogni giorno visitavamo qualcuno: le case delle donne, i centri per i giovani, le cooperative agricole e tessili, le famiglie dei martiri, le case dei feriti. Ogni notte eravamo ospiti di una famiglia diversa”.

Poi ha deciso di fermarsi nove mesi. Perché?

Un mese non era sufficiente per vivere e comprendere una realtà che ha tanto da raccontare a tutti i popoli del mondo. La mia idea iniziale era di fare da ponte per questa esperienza e ho pensato di viverla pienamente. La scelta di entrare nello Ypj è stata dettata dalla convinzione che quella fosse anche la nostra battaglia.

Cosa l’ha convinta?

La libertà delle donne. Il movimento rivoluzionario ha fatto un’analisi molto accurata delle origini delle disuguaglianza della società, in particolare quella capitalistica e quella patriarcale da cui ne derivano altre. Se si vuole fare una rivoluzione e cambiare la mentalità costruita in questi secoli, bisogna attaccare alla radice. Affinché tutti i rapporti cambino devono emanciparsi le donne.

Perché si è arruolata?

Volevo dare il mio contributo alla difesa dei valori in cui credo. Oltre a me c’erano molti europei, come Anna Campbell, una ragazza inglese caduta nel marzo 2018 sul fronte di Afrin per un bombardamento turco, e anche statunitensi. È un’esperienza sociale che parla a tutto il mondo.

Come eravate equipaggiati nello Ypj?

Come tutti gli eserciti c’è chi utilizzava armi pesanti, chi più quelle più leggere, chi fa le bonifiche delle mine e chi è specializzato coi fucili di precisione, ma le Forze siriane democratiche hanno un armamento non all’altezza dell’impresa che ha compiuto e il fatto che nonostante ciò siano vittoriose deve farci riflettere. Ricordiamo che l’Italia vende elicotteri alla Turchia e non alle Forze siriane democratiche, e la coalizione internazionale ha mandato avanti le truppe curde con una copertura aerea, che è importante, ma esigua rispetto alla disponibilità di armi. Si potevano risparmiare molte vite dei civili e dei combattenti.

Come sono state le sue giornate al fronte?

Sono stata impiegata su un fronte, ad Afrin, che subiva un attacco aereo in corso, dove anche la seconda, la terza linea e i civili erano in costante pericolo.

Dopo nove mesi è tornata. Perché?

Perché penso che parlare di questa rivoluzione e di cosa sta accadendo sia una responsabilità grossa verso chi non c’è più e di chi verrà.

Cosa ha trovato al suo ritorno?

Un attacco alla società che non è portato avanti con la guerra, quindi non è paragonabile alla sofferenza inflitta a quei popoli. Ma la sofferenza rimane e c’è anche tanto lavoro da fare. Adesso l’unico movimento di massa in Italia è “Non una di meno” con la lotta per la libertà delle donne. Dobbiamo conquistare quello che ancora non c’è.

La Procura teme che possiate utilizzare quanto appreso in Italia.

Si è spinta oltre. Ha detto che siamo andati lì per imparare a usare le armi. Non si rende conto della portata storica della rivoluzione che sta avvenendo. È sbagliato paragonare una situazione bellica a una dialettica sociale, anche di conflitto.

Come ha vissuto l’udienza?

Ascoltavo molto bene ciò che veniva detto. Provavo dolore e rabbia nel sentire la pm parlare dei martiri, non solo Lorenzo Orsetti, Giovanni Asperti o Anna Campbell, ma quelle migliaia di giovani donne e uomini di cui non conosceremo mai il nome. Dovremmo tutti mostrare rispetto e gratitudine. Non saremo mai in grado di restituire quanto ci hanno dato.

Si sente “socialmente pericolosa”?

Chi crea odio è chi fa propaganda contro l’Islam o contro i migranti. Quelli sono comportamenti pericolosi.

Le capita mai di fare incubi sulla guerra?

È una domanda pornografica. La guerra è un’esperienza devastante per i civili e per i combattenti. È solo sofferenza. Dove possiamo risparmiare questa sofferenza dobbiamo lottare per farlo.

Volevano uccidere con la ricina come in “Breaking bad”

Avevano prodotto ricina, sostanza chimica letale per l’uomo come avevano visto nella serie tv Usa Breaking Bad per punire due rivali in amore i quattro giovani di età compresa tra i 20 e i 24 anni arrestati a Torino dal Ros dei carabinieri con l’accusa di produzione e detenzione di aggressivo chimico, tentato omicidio aggravato e continuato, tentata fabbricazione di arma da fuoco clandestina. Dagli accertamenti è emerso che i quattro intendevano utilizzare la ricina nei confronti di due giovani per vendicare il fatto che si fossero fidanzati con ragazze di cui gli indagati si erano invaghiti. Già lo scorso novembre, secondo l’accusa, avevano tentato di uccidere uno dei due giovani durante una festa di CasaPound a Torino versando una dose all’interno di un bicchiere di vodka poi offerto all’ignara vittima, ma la ricina a contatto con la vodka non si era completamente diluita e la vittima se l’era cavata con dolori allo stomaco e vomito. Infine, lo scorso dicembre, nel Cuneese, all’interno del laboratorio clandestino realizzato nel garage dell’abitazione di uno degli indagati, erano stati sequestrati alcuni contenitori con sostanze liquide e solide.

Indagato a Catania per corruzione e “premiato” con il Tar del Lazio

È indagato per corruzione in atti giudiziari ma il giudice del Tar di Catania Dauno Trebastoni è riuscito a evitare un trasferimento per incompatibilità ambientale e a farsi trasferire dove voleva: al Tar del Lazio, a Roma, sezione seconda bis, sia pure fino a dicembre. È stato il plenum del Cpga, il Csm del Consiglio di Stato, a deliberare, in seduta segreta, a suo favore.

Trebastoni è coinvolto in un’indagine su presunte sentenze comprate insieme agli avvocati Attilio Toscano, Gabriella Larganà. Coinvolti pure gli avvocati Piero Amara e Giuseppe Calafiore. già sotto inchiesta a Roma per presunte sentenze comprate con la connivenza di alcuni giudici del Consiglio di Stato.

Il trasferimento a richiesta di Trebastoni sta facendo molto discutere, soprattutto gli avvocati amministrativisti che frequentano il Tar del Lazio e che se lo sono ritrovato in udienza. Oggetto di polemiche è il fatto che il via libera del Cpga non è basato su alcuna norma scritta, tanto che il presidente Filippo Patroni Griffi, secondo quanto risulta al Fatto, non ha partecipato al voto e il trasferimento temporaneo è passato con una maggioranza risicatissima.

Il prologo: a Palazzo Spada dopo la conferma dell’indagine a carico di Trebastoni – che si è proclamato innocente – è stata aperta una pratica in Seconda commissione per valutare un procedimento disciplinare e un trasferimento per incompatibilità ambientale. Il giudice, a quel punto, ha chiesto un trasferimento volontario indicando alcune sedi, tra cui Roma. Il trasferimento dei magistrati amministrativi, però, in base alla normativa interna, è previsto solo attraverso un interpello. Un trasferimento a richiesta, sia pure nel corso di atti istruttori del Cpga, per i magistrati amministrativi non è previsto, a differenza dei magistrati ordinari. Trebastoni, però, è stato accontentato con la giustificazione, di chi ha votato il provvedimento, che è un trasferimento a tempo. Ma l’ampia minoranza che ha votato contro non la pensa così: ritiene che andasse trasferito, eventualmente, solo per incompatibilità ambientale.

Alcuni avvocati amministrativisti, ma anche alcuni giudici si domandano: di fronte a un’accusa, tutta da provare, naturalmente, di corruzione in atti giudiziari, che messaggio dà all’esterno il Cpga con un trasferimento, senza base giuridica, chiesto dal giudice indagato?

Ora Trebastoni è a Roma dove c’è l’indagine principale sul presunto giro di sentenze comprate. Non si sa se Amara e Calafiore abbiano millantato o se le loro accuse siano fondate, ma l’immagine del Consiglio di Stato ne ha fortemente risentito e questa decisione dei giorni scorsi non aiuta.

Caro questore, è meglio evitare di evocare gli “Anni di piombo”

Torino

Il primo morto degli anni di piombo piemontesi fu il vicequestore Francesco Cusano, colpito il primo settembre 1976, a Biella, dal brigatista rosso Lauro Azzolini (che fu poi uno dei killer di via Fani). A Torino, la prima vittima dell’eversione rossa e di un lungo rosario di morti ammazzati e di sangue sarebbe arrivata il 12 marzo 1977: quando Enrico “Chicco” Galmozzi, tra i fondatori di Prima Linea, sparò all’agente di polizia Giuseppe Ciotta. Nella città della Fiat, invece, le Brigate Rosse di Renato Curcio avevano fatto il loro esordio quasi quattro anni prima, l’11 gennaio 1973, con il sequestro del segretario provinciale della Cisnal (il sindacato legato al Movimento Sociale Italiano di Giorgio Almirante) Bruno Labate: i brigatisti, terminato l’interrogatorio “proletario”, lo lasciarono alla “berlina”, incatenato a un palo e in mutande, davanti alla Porta 1 di Mirafiori, simbolo della lotta di classe subalpina.

Ma c’è davvero un’analogia tra quei giorni e la Torino di oggi, quella della manifestazione di sabato scorso conclusasi senza incidenti in una città blindata; dell’arresto di quattro antagonisti in arrivo dal Veneto con bombe carta, maschere antigas, fumogeni e passamontagna; della lettera-bomba degli anarchici spedita al sindaco Chiara Appendino e dei proiettili inviati al prefetto?

La prudenza (da usare in tutti i sensi, perché nessuno è mai in grado di pronosticare sino in fondo, nel bene e nel male, le eventualità dell’ordine pubblico), ma soprattutto l’impari confronto con la violenza di allora dovrebbero indurre ad analisi moderate e segnate dalla riflessione. Sembra non pensarla così, invece, il nuovo questore di Torino Giuseppe De Matteis che, nella sua conferenza di insediamento di ieri, ha usato toni molto più preoccupati e, di fatto, caratterizzati da un allarme grave.

De Matteis, dopo aver precisato che non ipotizza “un ritorno agli anni di piombo”, subito dopo ha descritto una situazione che sembra contraddire la sua intenzione: “Quello che sta accadendo oggi a Torino – ha spiegato – ricorda molto ciò che accadde a fine degli Anni 70, inizio Anni 80: manifestazioni di piazza, degenerazioni, scontri, minacce. Uno degli errori degli anni di piombo è stato quello di non prendere subito le distanze. A differenza di allora, bisogna dichiarare nettamente e fermamente la condanna per quanti pensano di imporre le proprie idee a colpi di molotov”. Assimilati, sempre dal questore, ai “mafiosi” (in un cortocircuito tra criminalità organizzata e violenza politica).

Quanto c’è di tutto questo però, del “non voler prendere subito le distanze”, del “non saper dichiarare nettamente e fermamente la condanna”, nella Torino del 2019? Poco, anzi niente per quanto riguarda il contesto, le complicità e i fiancheggiamenti che quarant’anni fa offrirono alle Brigate Rosse e a Prima Linea uno degli scenari più favorevoli per il dispiegarsi della loro “geometrica potenza” e di un folle e sanguinario sogno di rivoluzione. Una realtà contrastata con coraggio e dedizione allo Stato da parte di chi aveva il dovere di farlo (le forze dell’ordine, la magistratura), ma anche dalle forze politiche e dalla società civile. A cominciare dal sindacato e da quel Pci (allora governava la città con il sindaco Diego Novelli) che avvertiva il pericolo di un allargamento di quell’album di famiglia (la definizione di Rossana Rossanda) capace di aprire consenso attorno ai terroristi. Sino alla decisione di diffondere un questionario tra i cittadini (l’idea fu dell’allora capogruppo comunale comunista Giuliano Ferrara e di Domenico Carpanini) che consentisse di denunciare, in forma anonima, sospetti e allarmi.

Ecco, ciò che non c’è nella Torino di oggi è proprio questo: la simpatia, il collateralismo, le coperture e i silenzi.

La fortuna (e la differenza sostanziale), in questi giorni di nuova violenza, è la totale condanna che la società torinese (educata proprio da quelle esperienze terribili) ha ben introiettata dentro di sé e che non sembra avere bisogno delle sollecitazioni del questore, accompagnata inoltre da una significativa indifferenza per le posizioni dei violenti.

Gli antagonisti e gli anarchici non vanno sottovalutati e, meno che mai, devono esserlo i loro gesti criminali.

Avendo però coscienza del loro isolamento, del loro “autismo” sociale: i quali, al contrario, possono essere vellicati (e forse sperano addirittura di esserlo) da paragoni e “investiture” radicati in un passato feroce e lontano. Una questione di “civiltà” (come ha detto lo stesso De Matteis, e questa volta, avendo profondamente ragione).

Beppe Grillo: “Oggi non ha senso provare a fermare i migranti”

Il fenomeno è inarrestabile e tentare di fermare l’immigrazione “non ha senso”. Parola di Beppe Grillo. Con un post sul suo blog, il garante del Movimento 5 stelle entra in maniera decisa sul dibattito sui migranti, senza citare mai direttamente le politiche del governo ma facendo chiaramente intendere come la pensa. La sua spiegazione è numerica: “Il mondo è in costante mutamento, ma anche in costante invecchiamento. Gli ultimi dati sono chiari: L’Europa è la più vecchia di tutti, con un’età media di 42 anni, segue il Nord America con 35 anni e l’Oceania con 33. Le previsioni ci dicono che entro 50 anni la metà dei bambini di tutto il Mondo (di età compresa tra 0 e 4 anni) si troverà nell’Africa sub-sahariana. Capiamo da questi dati che la lotta all’immigrazione è, possiamo dire, senza senso”. “Ora quindi la domanda è: cosa fare in mondo che si appresta a dividersi?”, si chiede Grillo. “Mettiamo da una parte del pianeta adulti in età avanzata e dall’altra giovanissimi nemmeno adolescenti?”. Quindi la conclusione del post: “Abbiamo bisogno, urgentemente, di cambiare. Non possiamo fare altro. O l’impatto con il futuro sarà durissimo”.

Sea Eye soccorre 64 profughi. Salvini: “Vada ad Amburgo”

La naveAlan Kurdi della Ong tedesca Sea Eye ha soccorso ieri al largo della Libia 64 migranti che si trovavano a bordo di un gommone. “Sono tutti al sicuro sulla nostra nave”, ha twittato l’organizzazione umanitaria. “Ora Italia e Malta assegnino loro un porto sicuro di sbarco”, chiede Mediterranea Saving Human, il progetto italiano di soccorso promosso da una rete di associazioni, Ong e realtà politiche e sociali. Replica il ministro dell’Interno, Matteo Salvini: “Nave battente bandiera tedesca, Ong tedesca, armatore tedesco e capitano di Amburgo. È intervenuta in acque libiche e chiede un porto sicuro. Bene, vada ad Amburgo”. L’allerta era scattata in mattinata su segnalazione di Alarm Phone, il servizio telefonico che fornisce ai migranti un numero da chiamare in caso di difficoltà: aveva ricevuto una telefonata da un’imbarcazione che si trovava al largo di Zuwarah a bordo della quale i migranti segnalavano la presenza di 10 donne, 5 bambini e un neonato. La Ong ha postato su Facebook anche un breve video in cui si vedono i migranti prima su un gommone e poi a bordo della Alan Kurdi, la nave di Sea Eye che porta il nome del bambino siriano trovato senza vita su una spiaggia turca a Bodrum.

La Virtus Italia e la truffa dell’accoglienza

“Devo usci’ a corrergli appresso? Tocca fa’ la scenetta? fa freddo pe’ corre appresso alle rom”. Le telefonate intercettate rivelano il volto del centro per minori gestito dalla cooperativa Virtus Italia Onlus. Nella zona nord della Capitale quotidianamente veniva allestita una recita che aveva sempre lo stesso copione: “Per due anni ti sei preso i soldi dalle rom per farle andare via dopo 10 secondi”. È tutto scritto negli atti con cui la Procura di Roma accusa 22 persone: 14 sono finite ai domiciliari, due in carcere e in sei dovranno presentarsi quotidianamente negli uffici della polizia giudiziaria. Fanno tutti parte della cooperativa Virtus Italia Onlus il cui presidente, Enrico Sanchi, sarebbe il dominus del sistema dedito a commettere una serie di falsi e frodi nelle pubbliche forniture. Il reato più grave si riferisce all’abbandono dei minori. Perché nel centro di via Annibale Maria di Francia gli operatori avrebbero aiutato a scappare almeno 58 ragazzini tra i 9 e 17 anni, che trascorrevano così le giornate vivendo di espedienti. Il contratto stipulato tra la Onlus e il Dipartimento Politiche Sociali di Roma Capitale era scaturito in seguito all’aggiudicazione di un appalto triennale da 2,7 milioni di euro con cui l’associazione si impegnava ad accogliere i minori in attesa che venissero identificati e collocati stabilmente in altre strutture. L’intero iter sarebbe dovuto durare 96 ore. Quattro giorni in cui gli indagati avrebbero dovuto fornire accoglienza, vitto, alloggio, vestiario e acquistare beni di prima necessità. In cambio l’associazione riceveva una quota fissa di 84 euro in base alla capienza della struttura. E altre 33 euro circa “in ragione dell’effettiva presenza.

La realtà era ben diversa: gli operatori “abbandonavano lasciando appositamente aperto il cancello di ingresso del centro così da permettere alla minore di allontanarsi a distanza di pochi minuti dal suo arrivo”, si legge nel capo d’imputazione che racconta come una ragazzina di 13 anni sia stata fatta allontanare attestando poi che si fosse trattato di una fuga non autorizzata. I traumi riportati dai minori o gli zaini appesi al cancello testimoniavano un’altra modalità con cui i ragazzini venivano fatti allontanare: scavalcando la recinzione grazie all’aiuto degli operatori che lasciavano delle rampe di fortuna, indicando ai minori anche gli autobus di passaggio e fornendo loro le mappe di Roma. “Voglio vede’ come scenne mo, se non rimane attaccata come il maialino”, ridevano gli indagati. A poco era servita un’indagine che nel 2017 che aveva portato al rinvio a giudizio del presidente Sanchi, “per condotte commesse ai danni di numerosissimi minori di anni 14 dal febbraio 2015 al dicembre 2016”. Secondo il gip gli indagati adottavano “un criterio di problem solving radicale consistente nel favorire la fuga dei protagonisti dal centro”.

Vertici Acea, la partita di Lanzalone e De Vito

Era una nomina molto gradita a Marcello De Vito e Luca Lanzalone quella di Stefano Donnarumma ai vertici di Acea (detenuta al 51% da Roma Capitale). Lanzalone – in passato uomo forte del Campidoglio e ora a processo per corruzione – la commenta così il 6 aprile 2017 con l’ex presidente dell’Assemblea capitolina: “Ti devo ringraziare per la seconda volta (…). Una scelta eccezionale! Hai portato a Roma il meglio”. “Per quello ero così contento. Non era una partita dove potevamo sbagliare”, risponde De Vito.

Ma proprio in Acea l’amico dell’ex presidente dell’Assemblea capitolina, Camillo Mezzacapo (arrestato anch’egli per corruzione) aveva avuto incarichi per almeno 3,4 milioni di euro dall’ottobre 2017 al febbraio del 2019. Lo ricostruiscono i carabinieri del Nucleo Investigativo in un’informativa del 3 marzo.

Di Donnarumma (indagato per corruzione nella stessa inchiesta) parla Mezzacapo intercettato il 4 febbraio. Il legale, ricostruiscono i carabinieri, “aggiunge che all’amico (De Vito) ha consigliato di continuare a imporsi con Stefano (Donnarumma, ndr) il quale, grazie a lui, ha ottenuto l’attuale incarico ma ora potrebbe ricevere ulteriori importanti mansioni senza dover ricorrere al suo aiuto”. Dice Mezzacapo: “Gli ho detto (a De Vito, ndr): ‘Guarda Marcè (…) Stefano ha fatto un salto in avanti che pure lui ha capito che tu… per quello che deve fare lui non gli servi più (…) perché lui adesso se ne deve andare all’Enel, non ci deve parlare con Marcello per andare all’Enel (…) Dovunque voglia andare ma non gli serve lui (…) Lui è stato un trampolino di lancio. Quindi tu il messaggio che gli devi far passare è che tu è vero che forse non puoi essere quello che è importante per farlo passare, però ce ne hai abbastanza per impedirglielo”.

I carabinieri hanno acquisito gli elenchi delle consulenze di Mezzacapo in Acea: 19 incarichi (per un totale di 80 posizioni) “per il recupero giudiziale di crediti scaduti”, per un valore totale di 3,4 milioni di euro e “7 incarichi difensivi”. È stato poi l’avvocato Giuseppe Del Villano, responsabile ad interim della funzione affari legali e societari di Acea, a dire agli investigatori che Mezzacapo “mi è stato presentato dall’Ad”.

De Vito è stato arrestato il 20 marzo scorso: secondo le accuse, metteva a disposizione di alcuni imprenditori la propria funzione pubblica in cambio di incarichi professionali allo studio Mezzacapo. Parte del denaro di questi incarichi poi finivano nella Mdl Srl, società ritenuta dai pm la “cassaforte” dei due. Ma c’era anche un altro modo per far entrare denaro nella società: le sponsorizzazioni. “De Vito e Mezzacapo – scrivono i carabinieri – si accordano con gli imprenditori (…) affinché questi ultimi stipulino contratti di sponsorizzazione con la società organizzatrice di eventi Prime Time Promotion (Ptp), di cui è referente Stefania Scorpio”. Si tratta della società che organizza il Concerto di Natale in Vaticano. La Scorpio “sulla scorta di scritture private, veicola il 20% delle somme versate dagli imprenditori alla Mdl che, di fatto, si interpone fittiziamente nell’ambito dei rapporti tra la Ptp e gli imprenditori contraenti”. Da gennaio 2018 a febbraio scorso dalla Ptp partono 33 mila euro di bonifici alla Mdl. E tra “le compagini in riferimento alle quali Mdl avrebbe dovuto svolgere l’attività di consulenza per la Tpt”, c’è anche Acea. La società della Scorpio – come anticipato da L’Espresso – ha ricevuto da Acea due bonifici a giugno 2018 e gennaio 2019 per un totale di 50 mila euro. Donnarumma ieri ha ribadito la propria “assoluta estraneità rispetto alla stipula dei contratti di sponsorizzazione o riguardo gli incarichi dati da Acea a Mezzacapo”.

Nell’informativa si ripercorre anche il pranzo del 29 maggio 2017 tra De Vito, Davide Zanchi, imprenditore interessato allo sviluppo dell’area degli ex Magazzini Generali e il capogruppo di FI Davide Bordoni. Il 13 febbraio 2017 il consigliere invia a Zanchi un lancio di agenzia dal titolo: “Mercati generali: Pd: Municipio VIII, M5s sotto in commissione. ‘Risoluzione per riqualificazione approvata solo grazie a opposizioni’”. Poi scrive: “Sbagliano così (…) Provo a parlare con i colleghi del Pd… Muoviti anche tu”. “Non ricordo quel messaggio – spiega Bordoni al Fatto –. Forse era riferito ai casini in quel momento nel Municipio, infatti poco dopo è caduto il minisindaco”.

“Scimmie, vi bruciamo vivi”. Torre Maura, via tutti i rom

“Dovevamo farlo saltare in aria prima questo centro. È meglio fare i delinquenti con questi”. Mentre la Procura di Roma indaga per minacce e danneggiamenti con l’aggravante dell’odio razziale, i primi due nuclei familiari sono usciti ieri nel tardo pomeriggio dal centro d’accoglienza di Torre Maura, alla periferia est di Roma, oggetto di una violenta contestazione da parte di un gruppo di cittadini, sostenuta da CasaPound. Otto persone in tutto, sfilano tra insulti, calci a pulmini e saluti fascisti. “Scimmia di merda, te ne devi andare, esci fuori che ti ammazzo”. “Dobbiamo bruciarli vivi”. “Ok ok, ce ne andiamo”: ai rom non resta che arrendersi. Destinazione è ancora “sconosciuta”: via via i rom se ne andranno tutti.

Il Campidoglio si è preso una settimana, come ribadito dal delegato alla Sicurezza di Virginia Raggi, Marco Cardilli. Sparpagliati, per non dare fastidio a nessuno. Probabilmente, a pochi chilometri di distanza dal luogo del “misfatto” e sempre all’interno del VI Municipio. Quanto basta, comunque, per toglierli dalla vista dei contestatori che da martedì sera presidiano l’ex centro Sprar “Usignolo”.

Un quartiere popolare, Torre Maura, in una delle zone più povere di Roma. Su via Codirossoni, dove sorge l’ex clinica fisioterapica, da una decina d’anni centro d’accoglienza, insistono tre mega-complessi di edilizia pubblica. Diverse migliaia di persone ospitate nelle case ex-Isveur. A poche centinaia di metri, al mercato di via dell’Usignolo, ogni settimana i militanti di CasaPound e di altri movimenti dell’ultradestra consegnano pacchi-spesa a circa 30-40 famiglie delle “case”.

Martedì, quando alcuni residenti hanno scoperto che nel centro al posto dei rifugiati africani “che tanto bene si erano integrati” sarebbero arrivati 77 rom, non ci hanno più visto. Il primo a essere stato contattato è stato Mauro Antonini, coordinatore regionale di CasaPound. Il tam-tam fra i gruppi di destra ha fatto il resto. Residenti nel quartiere e non, mischiati fra loro. Compresi alcuni “professionisti” del presenzialismo video e tv. “Non siamo razzisti, ma gli zingari non ce li vogliamo”, urla Giuseppe, non usando giri di parole: “Prima ci stavano i negretti, gli africani, ma si sono sempre comportati bene e nessuno gli ha rotto le scatole. Ma gli zingari li conosciamo bene: so’ boni solo a rubà”.

Per tutta la giornata di ieri, i contestatori si sono scambiati occhiatacce con i rom ospiti del centro. E qualche provocazione reciproca: “Non ce ne andiamo finché non se ne va l’ultimo zingaro. Sono italiani? Andassero a lavorare. Non c’è lavoro per noi, figuriamoci per loro”. Stefano lamenta l’assenza di servizi nel quartiere: “Prima questa era una clinica, ma è durata poco. Guadagnano di più con gli immigrati. Le case qui cascano a pezzi, le strade sono piene di buche. C’abbiamo un autobus, ora ce lo tolgono pure, dicono che dobbiamo prendere la metro C. Ma dista un chilometro”.

La Coop Tre Fontane, che gestisce il centro, ha vinto un bando del Comune di Roma da 987 mila euro per 27 mesi. Circa 450 euro al mese, 2.000 euro a famiglia. Una struttura per soli rom, come ai tempi di Gianni Alemanno, quando vennero aperti i “centri di raccolta” di Tor Cervara, La Rustica e Salario. Ma come mai questa scelta? Sgomberate da La Rustica nel 2015, le famiglie furono posizionate a via Toraldo, a Torre Angela (meno di 3 km da Torre Maura) dove sono state fino a pochi giorni fa grazie a un’assegnazione diretta disposta dall’ufficio rom del Comune. A gestire quel centro le coop Il Solco e San Saturnino. Quell’assegnazione venne citata all’interno di un’inchiesta che nel 2016 portò in manette alcuni funzionari dell’ufficio capitolino e lambì alcuni dipendenti della San Saturnino. Di qui la decisione del Comune di provvedere a un “regolare bando europeo”. “Ma non si possono spostare tutti questi rom all’improvviso, senza condividere con i residenti”, ha commentato ieri il ministro dell’Interno, Matteo Salvini. Quasi a bacchettare Virginia Raggi e la sua giunta.

Bonus baby sitter, Lega: “Abrogato”. M5S: “Siete distratti”

Chi ha chiesto e ottenuto il bonus babysitter lo deve consumare entro la fine dell’anno. Diversamente, il bonus sarà revocato e alla mamma verrà riattribuito il congedo parentale che aveva “barattato” per la prestazione in denaro. Questo il messaggio che ieri ha diffuso l’Inps ricordando che gennaio 2019 non è più possibile per le neo mamme scambiare il congedo parentale con un bonus fino a 600 euro mensili per un massimo di sei mesi per pagare la baby sitter o l’asilo nido, proprio come deciso nella legge di bilancio 2019 che non ha prorogato la norma sul bonus. Un chiarimento che, nonostante arrivi più di tre mesi dopo la mancata proroga, scatena l’ennesima polemica tra gli alleati di partito con la Lega che scarica le responsabilità sul ministro del Lavoro Luigi Di Maio: “Era lui a gestire il bonus”. Mentre il Carroccio “nell’ultima sessione di bilancio avrebbe presentato emendamenti per il rifinanziamento della misura”. Immediata la replica di Di Maio: “Abbiamo alzato di 500 euro, fino a 1.500, il bonus per i nidi per i prossimi tre anni nonchè l’assistenza domiciliare, sempre fino a 1.500 euro, per i bambini affetti da patologie. La Lega, forse, è un po’ distratta”.