Atenei, salgono le tasse e si riducono gli studenti

Cambiare prospettiva, invece di guardare ai soldi che arrivano dall’alto quelli che arrivano dal basso: il dossier elaborato e pubblicato ieri dal Coordinamento Universitario Link fa questo, prende i dati del Ministero dell’Istruzione e li mette in fila per capire come e quanto siano aumentate le tasse universitarie negli anni. I risultati sono due: il gettito che arriva dagli studenti è aumentato del 20% mentre il fondo statale per gli atenei si è ridotto di circa il 7%. Il peso della contribuzione studentesca per il finanziamento dell’università è passato così dal 18,5% al 23,4%.

Link si concentra sulla discriminante economica per l’accesso : l’equazione è che se l’Italia è uno dei Paesi col minor numero di laureati in Europa ( 27% tra i 25 e i 34 anni contro il 44% della media Ocse) è soprattutto perché accedere e frequentare l’università è costoso e lo è diventato ancora di più negli ultimi dieci anni. “Il definanziamento degli ultimi anni ha portato gli Atenei ad aumentare la contribuzione studentesca, considerando gli studenti e le studentesse come mere voci di spesa da tassare per la propria sopravvivenza” si legge.

La parola chiave è “diritto allo studio”. Secondo il rapporto Eurydice 2019 siamo agli ultimi posti anche per questo e a poco è servita la no tax area introdotta nella legge di Bilancio del 2017 che prevede contributi zero per chi appartiene ai nuclei familiari con Isee fino a 13mila euro. “Nonostante ciò – si legge nel rapporto – in Italia solo il 13% degli studenti e delle studentesse è esonerata dal pagamento delle tasse: l’87% degli studenti che studiano negli Atenei italiani paga le tasse, con un ammontare che si aggira tra i 1.000 e 3.000 euro, posizionandosi tra le università europee con le tasse più alte”. In Francia e Spagna, la percentuale di studenti che pagano le tasse è rispettivamente al 68% e al 70%. Insomma, il gettito totale a livello nazionale, dal 2008 ad oggi è cresciuto del 18,3% passando da 1,38 miliardi a oltre 1,63 miliardi. Nello stesso periodo, il Fondo di Funzionamento Ordinario è passato da 7,44 miliardi a 6,98, con un calo del 6,19%. “Di fatto – spiega il coordinamento – si assiste ad uno spostamento del peso del finanziamento dell’istruzione superiore dalla fiscalità generale alle spalle degli studenti”.

La distribuzione conferma, anche in questo caso, le disuguaglianze geografiche: l’aumento delle tasse più alto si registra al sud (+26,6%), seguito dal nord (+18,10%) e quindi dal centro Italia (+10,74%). Va ancora peggio se si considera l’andamento degli iscritti: se nell’anno accademico 2008/2009 il sistema universitario contava 1.659.764 studenti iscritti, nel 2017/2018 tale numero ammonta a 1.428.395. “Mentre il numero totale degli studenti iscritti è in calo, la distribuzione sul territorio di questo calo è tutto fuorché equilibrato – scrive il coordinamento – Suddividendo gli atenei in macroregioni confrontando i dati del 2008/2009 rispetto al 2017/ 2018, si osserva come, mentre il nord cresce del 7,3%, il centro cala del 20,2% e il sud perde addirittura il 29% degli iscritti”. Tra il 2015 e il 2017, il sud vede poi la propria tassa media passare da 794 euro a 95, registrando un aumento di 158 euro (+19,90%). Il nord passa da 14.07 a 1480 registrando un aumento di 73 euro (+5,18%). Il centro invece rimane piuttosto stabile, passando da 1061 euro a 1077, re gistrando un aumento di soli 16 euro (+1,51%).

“È urgente ribaltare questa prospettiva – spiega il coordinatore di Link, Alessio Bottalico – Per questo abbiamo lanciato la campagna ‘Tu da me volevi solo soldi’ per un aumento dei finanziamenti degli Atenei, l’aumento della no tax area e l’eliminazione di elementi non reddituali che colpevolizzano i fuoricorso e non solo”. Tra gli indicatori di squilibrio, Link indica anche alcune storture nel calcolo del merito, nella progressione reddituale e nelle aliquote e soprattutto per i vincoli a cui è sottoposta tanto la no tax area quanto i fuori corso.

Pure lo Stato non vuol pagare. Il Tesoro offre lavoro gratuito

L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro… gratuito. E la Pubblica Amministrazione lo conferma, chiedendo ai professionisti di lavorare gratis e scatenando grandi polemiche in seno alle associazioni e ai sindacati.

L’ultimo episodio di una lunga serie coinvolge il Ministero dell’Economia e delle Finanze, che a marzo ha pubblicato sul suo sito un avviso di selezione rivolto agli specialisti di diritto societario, bancario, dei mercati e intermediari, richiedendo un supporto tecnico per la direzione generale di un dipartimento del Tesoro. Persone altamente qualificate in materia, con documentata esperienza di almeno 5 anni e un curriculum possibilmente a livello europeo, ma che non avrebbero visto neanche un centesimo di retribuzione. Confprofessioni, Acta, Apiqa Cgil e Stampa Romana sono insorti, organizzando una conferenza stampa nella giornata di ieri dal titolo “Equo compenso subito. Stop al lavoro gratuito e sottopagato”, e lanciando la petizione #iononlavorogratis, che ha già raccolto le firme di oltre 200 dirigenti delle professioni ordinistiche e delle associazioni professionali.

Nel bando, ad esempio, il Mef aveva scritto a chiare lettere cosa sarebbe spettato agli specialisti dopo due anni di consulenza: niente. Ma non è la prima volta che la professionalità, costruita con anni di studio e sacrificio, viene svenduta. Come spiega Lazzaro Pappagallo, giornalista e segretario di Stampa Romana (il Sindacato dei giornalisti nel Lazio): “Nel 2016, il ministero dell’Interno emanò un bando in cui chiedeva a giornalisti professionisti di curare la comunicazione ufficiale in tema di immigrazione e asilo, a titolo gratuito. Richiesta analoga è provenuta dall’amministrazione della Regione Sicilia nel 2018 – prosegue Pappagallo – quando servivano addetti stampa per le iniziative di Palcoscenico Sicilia (all’interno del Vinitaly di Verona), e che non avrebbero avuto diritto ad alcun compenso”. Ma si potrebbero citare tanti altri episodi, soprattutto nei comuni piccoli: “È una pratica incivile che crea concorrenza sleale e incentiva condizioni lavorative sempre meno dignitose” conclude.

Nel corso dell’iniziativa di ieri ha preso la parola anche Silvia Degli Innocenti, coordinatrice di vIVAce! – la community dei lavoratori indipendenti: “Quello che si porta dietro l’espressione ‘equo compenso’ è qualcosa di importante. Nel momento in cui qualcuno chiede a un libero professionista di entrare a far parte della sua realtà lavorativa, significa che riconosce il contributo che può dare al valore aggiunto dell’attività. È assurdo pensare di non doverlo retribuire”. Stampa Romana ha presentato recentemente due ricorsi al Tar, di cui uno per la legge sull’equo compenso. Quest’ultimo, infatti, non è solo un diritto del lavoratore (scritto a chiare lettere nella Costituzione), ma anche “una garanzia di professionalità a favore del committente”, spiega Gaetano Stella, presidente della Confprofessioni: “In un mercato come quello di oggi, la figura del professionista non è più invidiabile – dice – . E a pagarne le conseguenze sono soprattutto i giovani, che non riescono a inserirsi e sono sempre più precari”.

Il Mef sembra non essere d’accordo e con un comunicato stampa dell’8 marzo specifica che non aveva intenzione di offrire “un’opportunità lavorativa”, bensì un’offerta di “esperienza in termini di idee e soluzioni tecniche in materie molto complesse”. Precisa poi che “forme di collaborazione gratuita di questo genere sono molto diffuse nella Pubblica Amministrazione”. Niente compenso ma l’opportunità di “offrire supporto alla Pa”: mal che vada fa curriculum.

Il Tav di Firenze fa litigare Nardella e il suo sfidante

Il primo scontro della campagna elettorale a Firenze è sul Tav. Non il celebre treno merci Torino-Lione ma quello progettato nel ‘95 per attraversare il capoluogo toscano e liberare i binari in superficie. Ieri, a La Nazione, il candidato del centrodestra Ubaldo Bocci ha espresso la sua contrarietà all’opera: al posto della nuova stazione progettata dall’archistar Norman Foster “si potrebbe fare un campo da cricket”. Poi ha definito l’opera “inutile” e aggiunto: “Non c’è scritto da nessuna parte che se si è fatta una scelta sbagliata per pareggiare se ne debba fare una seconda”. A Bocci ha replicato il sindaco Dario Nardella che alle elezioni di maggio cercherà il bis: “Il candidato della Lega a Firenze è il primo no-Tav in Italia – ha attaccato –. Non so con che faccia possano andare dalle centinaia di operai che ora stanno a casa perché non lavorano al cantiere”. Oggi l’opera è ancora tutta da realizzare, anche sono già stati spesi 800 milioni sul miliardo e mezzo totale per scavare un buco da 450 metri e profondo 22 che dovrebbe diventare la nuova stazione. Del tunnel sotterraneo da 6 km invece non c’è nemmeno l’ombra. Nel frattempo il governo fa l’analisi costi-benefici.

La class action ora esiste anche in Italia

Vittime deboli e indifese che riescono a mettere spalle al muro grandi e potenti multinazionali, imponendo pagamenti milionari di risarcimento. Questa è la class action americana a cui per 14 anni l’Italia ha puntato riuscendo ad approvare ieri in Senato – dopo un iter disseminato di ostacoli imposti dalle lobby – la legge che cambierà le regole per intraprendere un’azione legale collettiva per un danno subito collegialmente. Introdotta con un decreto legislativo del 2005, la class action è stata ora spostata dal codice del Consumo al codice di Procedura civile eliminando ogni riferimento a consumatori e utenti. La riforma fissa in 30 giorni il termine entro il quale il tribunale deve decidere sull’ammissibilità dell’azione e la decisione assume la forma dell’ordinanza. Tra le novità c’è anche la possibilità di aderire all’azione non solo nella fase successiva all’ordinanza, ma anche in quella che segue la sentenza. Inutile però confrontare l’azione collettiva americana con quella italiana: nel sistema Usa vige il meccanismo dell’opt-out, vale a dire che vale per tutti e chi non vuole aderire deve specificarlo, mentre in Italia continua a restare l’opt-in e, quindi, l’adesione attraverso la pubblicità da parte degli enti promotori che non saranno più solo le associazioni dei consumatori ma anche i privati che potranno utilizzare i social per farsi pubblicità. “La class action è una legge molto importante”, ha commentato il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, relatore del provvedimento alla Camera nel 2015 quando è stato affossato dal governo a guida Pd.

Anche se Forza Italia, da sempre a sostegno delle imprese, è riuscita a far approvare il principio della irretroattività – la class action non potrà essere chiesta contro eventi accaduti prima dell’entrata in vigore della legge, per la quale i tempi di attuazione saranno comunque molto lunghi – la legge dovrebbe ora riuscire a tutelare i diritti di tutti i cittadini, per i più vari tipi di violazione: dai trasporti che non funzionano all’incolumità dei residenti che si sentono minacciati dall’installazione di una nuova antenna passando ai danni subiti dagli abbonati al canale sportivo che non riesce a trasmettere una partita di calcio. Insomma, tutti quei casi che fino a oggi sono stati citati dalle associazioni dei consumatori più come minaccia che come strumento giuridico, consapevoli di non poter ottenere nulla. Fino a oggi, infatti, la class action non ha mai funzionato: su 58 azioni di classe proposte, soltanto 10 sono state dichiarate ammissibili e sulla punta delle dita si contano le vittorie dei consumatori: 6 correntisti rimborsati tra i 100 e i 200 euro dalla San Paolo, un gruppo di turisti che hanno pagato per alloggiare in un lussuoso resort di Zanzibar ritrovandosi in un cantiere, 300 pendolari (assistiti da Codici e Altroconsumo) che hanno ottenuto 100 euro di risarcimento da Trenord. Eppure, nonostante il flop conclamato a causa dell’ostruzione della politica, sono stati anche gli stessi politici ad annunciare di fare ricorso alla class action: gli ex parlamentari, nel giugno 2018, quando è stato annunciato il testo di delibera per il superamento dei vitalizi; a febbraio Maurizio Martina (Pd) per recuperare dalla Lega i 49 milioni di euro pubblici sottratti alle casse dello Stato.

Autobrennero, profitti extra. A pagare sono gli automobilisti

L’autostrada è mia, la gestisco io e io decido quanto devono pagare gli automobilisti al casello. La pensano così i concessionari della A22 Autobrennero – la Regione Trentino-Alto Adige e le Province e i Comuni di Trento e Bolzano che possiedono la maggioranza delle azioni della società autostradale – tenendo sotto scacco Danilo Toninelli che da ministro dei Trasporti rappresenta lo Stato che almeno su carta sarebbe il vero proprietario dell’infrastruttura. Altoatesini e trentini, dopo essere andati per anni a braccetto con il Pd, hanno provato a portare il ministro sulle proprie posizioni e sono quasi riusciti nell’intento di avere da lui ciò che avevano già concordato con il suo predecessore pidino Graziano Delrio: la concessione autostradale per altri 30 anni senza gara.

Alla fine però l’intesa è saltata – anche se ieri è arrivata la notizia di un prossimo accordo – forse perché hanno preteso mani libere al casello per continuare a imporre pedaggi salatissimi, grazie ai quali hanno messo in cassa profitti davvero super: 82 milioni di euro nel 2017, circa 400 milioni in 6 anni. Ora è questo malloppo che Regione, Province e Comuni vogliono preservare anche a costo di inimicarsi il ministro. Trentini e altoatesini hanno scaricato i 5Stelle a vantaggio della Lega che ora governa a Trento e Bolzano. Al posto di Toninelli come politico di riferimento hanno scelto Giancarlo Giorgetti, sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega al Cipe, il Comitato per la programmazione economica che si occupa proprio di faccende autostradali. Alla base dell’ultimo Piano economico finanziario (Pef) preparato dagli azionisti della A22 c’è un calcolo dei pedaggi che è stato contestato dall’Autorità di regolazione dei trasporti (Art) presieduta da Andrea Camanzi, secondo cui il Pef dell’Autobrennero “non risulta elaborato né in conformità al parere reso dall’Autorità né sulla base di tutte le indicazioni fornite”. Oltre ai costi di gestione, due sono gli elementi per calcolare i pedaggi di qualsiasi autostrada: gli investimenti programmati e le previsioni di traffico; forti investimenti e previsioni di traffico negative fanno schizzare il livello dei pedaggi. E la A22 ha costi di gestione alti soprattutto per il personale: in media 90 mila euro l’anno a dipendente contro i 75 mila delle altre autostrade. In più i dirigenti della A22 hanno programmato investimenti altissimi, 4 miliardi e 100 milioni di euro e hanno previsto pure cali di traffico sanguinosi.

Per far massa con gli investimenti hanno infilato nel mucchio interventi con l’Autobrennero non c’entrano niente. E non si tratta di spiccioli, ma di 800 milioni di euro. Per esempio hanno messo dentro opere nella Valle dell’Isarco e in via Einstein a Bolzano (200 milioni di euro) che non sono adiacenti all’autostrada oppure altri interventi (40 milioni) per il sistema stradale del Nuovo Polo Sanitario trentino che è dall’altra parte del fiume rispetto alla A22. Trattandosi di opere non pertinenti al bene oggetto della concessione (l’autostrada), esse rimarrebbero di proprietà degli enti locali del Trentino-Alto Adige anche a concessione scaduta e il Demanio non potrebbe riprenderle come sarebbe invece logico che fosse. Con le previsioni di traffico i dirigenti della A22 si sono addirittura esibiti in un gioco di prestigio: hanno presentato stime di traffico in aumento che hanno poi completamente ribaltato senza spiegazioni all’inizio della primavera, quando i rapporti con Toninelli stavano peggiorando. In appena quattro mesi le previsioni per il 2019 sono state fatte peggiorare del 3,3% sul totale del traffico e sono state fatte precipitare del 6,5% per gli anni futuri della concessione. In base ai calcoli effettuati dall’Authority, gli obiettivi di efficienza dei costi operativi, al termine del periodo regolatorio di 5 anni, dovrebbero ridursi del 18,08%, ma i nuovi pedaggi garantirebbero comunque agli azionisti un utile netto del 9% sul fatturato rispetto all’attuale 23. Un sollievo per gli automobilisti, una bestemmia per trentini e altoatesini.

In estate la visita del presidente russo Putin in Italia

Sono in corso i preparativi per una visita del presidente russo Vladimir Putin in Italia da tenersi in estate. Ad annunciarlo è stato Yuri Ushakov, consigliere del presidente, secondo quanto riportano i media russi.

A invitare il presidente russo a venire in Italia era stato il premier Giuseppe Conte, durante la sua visita a Mosca a ottobre. “Ho avuto un’accoglienza meravigliosa. Direi che sia nato anche un rapporto di amicizia“. aveva detto dopo l’incontro con Putin. E poi, durante il vertice a Mosca, invitandolo a venire in Italia, aveva detto: “Manca da troppo tempo”. Conte non è certo il primo premier italiano a cercare un rapporto privilegiato con Putin: pur se in modo diverso, dopo Silvio Berlusconi lo aveva fatto anche Matteo Renzi. Per adesso, non c’è una data certa. Dovrebbe essere tra fine giugno e inizio luglio.

“Stiamo pianificando la visita per questa estate. Non posso ancora dare una data precisa ma è nei piani del presidente”, ha detto Ushakov. Nel frattempo, sono già iniziate le polemiche. Lia Quartapelle, deputata del Pd, ha chiesto alla Farnesina di chiarire la natura della visita.

Spagna, Bergoglio “assente” e il clero diviso

“Perché il Papa non ha ancora messo piede in Spagna?”, se lo chiede il quotidiano El Pais, che si dà una risposta con le parole dello stesso Pontefice nel viaggio in Marocco: “Andrò quando ci sarà pace. Per prima cosa dovete mettervi d’accordo tra voi”.

A cosa si riferiva Bergoglio? Alla crisi catalana, forse? O alla controversa esumazione del dittatore Francisco Franco? O – ipotesi più probabile anche secondo lo stesso quotidiano – a frenare l’arrivo del Papa due volte invitato, sarebbe la lotta tra fazioni all’interno della Conferenza Episcopale spagnola, che vede contrapporsi due visioni non solo della Chiesa, ma anche della società in un momento storico molto delicato. Nonostante la nomina negli ultimi tre anni di una ventina di “suoi” vescovi, infatti, nella Cee è ancora vincente la fazione “anti-Francesco”, sui temi sensibili quali: la pedofilia nel clero, i beni ecclesiastici e, non ultima, la questione della memoria storica, voluta dai socialisti di Pedro Sanchez per ristabilire la verità sulle fosse franchiste. Anche su questo il Papa non vuole intromettersi, ma venendo da una dittatura – quella argentina – “colpevole di aver fatto sparire 30 mila persone, non può che appoggiare la ricerca dei 100 mila desaparecidos della Guerra civile spagnola”, scrive El Pais. Ma soprattutto, a creare frizioni col Pontefice è quella parte di clero spagnolo ben rappresentato dall’arcivescovo di Alcalà de Henares, Juan Antonio Reig, del quale un altro giornale, El diario.es ha tirato fuori lo scandalo dei corsi per “guarire i gay”, anche su minorenni. Corsi illegali per la legge di protezione delle persone Lgbtq in Spagna e certamente mal visti da Papa Bergoglio.

Come se non bastasse, lo stesso giornale – che per la sua inchiesta si è attirato gli strali del gruppo di pseudoterapia – svela anche il legame tra Reig e il leader del partito omofobo e xenofobo spagnolo Vox. Reig, infatti, è anche il prete che officiò nel 2012 al centro di Madrid una messa in cui si augurava “l’inferno per gli omosessuali”, una delle manifestazioni divenute appuntamento annuale già dal 2007, contro il governo socialista di José Luis Zapatero impegnato a fare leggi per il matrimonio ugualitario e per i diritti dei gay. A organizzarle era l’associazione HazteOir, che “difende le vittime dell’ideologia di genere”, sostenuta dall’ala più a destra dei Popolari, come Santiago Abascal, allora politico del Pp e oggi leader di Vox, appunto. Un documento interno alla Conferenza già nel 2011 chiedeva ai vescovi di sciogliere il sodalizio con l’associazione omofoba, eppure oggi il trio HazteOir, Reig e Vox non solo è in auge in Europa – la prima è una costola di CitizenGo, tra gli organizzatori di Verona – ma è anche protagonista della campagna elettorale per le elezioni del 28 aprile, grazie ai membri di Vox sparsi nelle associazioni ultracattoliche.

Governo spaccato sulla castrazione chimica M5S vota contro. La Lega: “Sconcertati”

Uniti il martedì. Divisi il mercoledì. A Montecitorio attorno alla legge Codice Rosso contro le violenze di genere, votata ieri sera con l’astensione di Pd e LeU, è accaduto di tutto. Dopo il voto unitario sul revenge porn, un emendamento di Fratelli d’Italia sulla castrazione chimica, ieri, ha spaccato la maggioranza gialloverde. La Lega ha detto sì insieme a FdI, mentre M5s ha votato no, come Pd e Forza Italia. Tutto comincia quando FdI presenta un ordine del giorno sulla castrazione chimica volontaria, che martedì la Lega (salvo annunciare un ddl ad hoc) aveva ritirato per non scontrarsi con l’alleato di governo, assolutamente contrario. Il sottosegretario alla Giustizia Vittorio Ferraresi, M5S, si rimette all’Aula, l’emendamento viene votato e bocciato: 388 no contro 121 sì, un astenuto del Carroccio, Giuseppe Basini. Ora la Lega fa finta di cadere dal pero: “Sconcertati e dispiaciuti dal voto 5stelle con Pd e FI”. La replica non si fa attendere: “Sul no alla castrazione chimica siamo coerenti e il voto prova che un’alternativa di centrodestra in Parlamento non esiste”. La capogruppo di FI Mariastella Gelmini lancia una stoccata a Matteo Salvini e Giorgia Meloni, suoi alleati a livello locale: “La loro corsa a scavalcarsi a destra si schianta contro i numeri”. Sempre ieri, però, c’è stato un altro voto unitario: è passato un emendamento di Mara Carfagna, FI, sul divieto dei matrimoni o unioni civili coercitivi: pena da 1 a 5 anni.

Sale, Ztl e affissioni. Il regalo di Verona al World Families

Nella rete di finanziatori – perlopiù ancora occulti – che hanno pagato il Congresso delle Famiglie di Verona ce n’è uno che occulto non è affatto e che ha sostenuto una serie di costi vivi per permettere di svolgere l’iniziativa: si tratta del Comune. La chiave è nella decisione del 20 febbraio (non soggetta a votazione, come la delibera), firmata dal sindaco, Federico Sboarina e dal direttore generale, Fabio Gamba, nella quale il Comune di Verona viene definito co-organizzatore dell’evento. Secondo i calcoli fatti da una consigliera comunale del Pd, Elisa La Paglia, si tratterebbe di costi per circa 100 mila euro, che avrebbe sostenuto l’amministrazione al posto dell’organizzazione, in virtù di un lungo elenco di servizi offerti gratuitamente. Che vanno aggiunti ai 550 mila euro complessivi dell’iniziativa secondo gli organizzatori.

La scelta è stata rivendicata da Sboarina, vicinissimo al ministro della Famiglia, Lorenzo Fontana, al momento di evocare il “Daspo urbano” per Luigi Di Maio in occasione di Vinitaly. “Se per Di Maio Verona è una città di sfigati e fanatici solo perché ha ospitato il Congresso della famiglia, allora lo invito a non venire in città nemmeno fra pochi giorni quando ha in programma la sua visita al Vinitaly”. Poi ha abbassato i toni, ma questo non cambia la sostanza di quanto la sua amministrazione ha fatto per il World Congress of Families.

Nella decisione di febbraio c’è l’elenco dei servizi offerti dal Comune. A partire dall’utilizzo della Gran Guardia, dove si è tenuto il convegno: il 29 marzo, sono state messe gratuitamente a disposizione le sale del Piano Nobile, la Sala polifunzionale, l’Auditorium e la parte antistante del loggiato, l’intera struttura è stata invece a disposizione il 30 e il 31 marzo.

Le tariffe per la Gran Guardia sono contenute in una delibera della Giunta Comunale (66/2018). Esistono anche delle tariffe promozionali per onlus (stabilite da una delibera del 24 aprile 2018) che non sono in grado di sostenere i costi. Ma al netto del fatto che il Congresso delle Famiglie non è una onlus, non ha pagato proprio nulla.

A fare i conti, è stato Gay.it, che ha calcolato che per la prima giornata il Comune di Verona si è privato d’un guadagno di 9.200 euro (5.000 euro per l’utilizzo esclusivo del Piano Nobile, 1.200 euro per l’utilizzo della Sala polifunzionale, 3.000 euro per l’Auditorium). Per le altre due giornate, la perdita ammonta a 28.204 euro: 6.000 per l’Auditorium, 900 per il Foyer Auditorium, 3.200 per la Sala convegni, 2.000 per la Bouvette, 2.400 per la Sala polifunzionale, 10.000 euro per il Piano Nobile, 3.704 per il Loggiato. Vanno aggiunti 21.153 per i giorni d’installazione/disinstallazione. Totale: 58.557 euro. E poi, c’è il posizionamento di striscioni sul palazzo all’utilizzo di strutture autoportanti, la pulizia straordinaria di vetrate e loggiato, il servizio di Polizia municipale durante la marcia di domenica, le affissioni di murali e poster giganti, la sosta gratuita dei pullman e l’esenzione del pass Ztl per gli stessi pullman, oltre all’ingresso gratuito ai monumenti e musei civici.

La consigliera La Paglia ha fatto un’interrogazione sulle spese. Non ha ricevuto risposta. Va detto che delle esenzioni per i pullman e pure dell’uso della polizia municipale ha beneficiato anche la manifestazione di Non una di meno sabato. Ma si tratta di routine per un evento di piazza.

Nel frattempo, restano le domande sui finanziatori veri e propri. Tra gli italiani, ci sono l’imprenditore Roberto Brazzale (produttore di burro e formaggi) per qualche migliaia di euro e il gruppo editoriale de La Verità e Panorama. È stato tirato in ballo dall’organizzazione per 50 mila euro un “misterioso” imprenditore inglese. Per il resto – oltre alle piccole donazioni – si guarda agli oligarchi russi vicini a Putin (il nome più indiziato a fare da tramite, Alexey Komov, rappresentante russo del Wcf) e a una rete di organizzazioni fondamentaliste cristiane, che – come ha rivelato Open Democracy – hanno investito negli ultimi dieci anni 50 milioni di euro in Europa, alcuni dei quali finiti a organizzazioni partner del Wcf.

Metti una sera a cena da Denis

I tempi sono ormai maturi per celebrare l’unione di una nuova casata della destra italiana: i salvinian-verdiniani. L’unione non è solo tra l’irrequieto Matteo (il ministro) e la bella Francesca (la figlia del plurinquisito Denis). C’è tutto un mondo. Per rendere l’idea di questo nuovo gene politico occorre raccontare il quadretto familiare che si è creato in una recente cena romana. Siamo a due passi dal Senato, in piazza Campo Marzio: il ristorante è PaStation di proprietà di Tommaso Verdini, l’altro erede. Prima chicca: il menù è cambiato. O meglio, è cambiato il tagliere di salumi che ora porta il nome dell’azienda Pasini. Chi è Pasini? Proprio lui, Andrea, il blogger sovranista appena assunto da Salvini al Viminale come “consigliere” alla comunicazione per 40 mila euro l’anno. Ma alziamo gli occhi dal cibo per osservare gli avventori. A un tavolo siedono Denis Verdini, Antonio Angelucci (con tanto di Ferrari parcheggiata fuori) e Luigi Bisignani. Cos’hanno in comune, oltre a un discreto numero di indagini? Il quotidiano Il Tempo: Angelucci è l’editore, Verdini il “presidente del ramo editoria”, Bisignani editorialista e retroscenista. Il giornale, va da sé, è araldo della più intransigente linea pro-Capitano. E chi è stato visto da quelle parti dopo l’allegro convivio? Ovvio, Matteo Salvini.