Cambiare prospettiva, invece di guardare ai soldi che arrivano dall’alto quelli che arrivano dal basso: il dossier elaborato e pubblicato ieri dal Coordinamento Universitario Link fa questo, prende i dati del Ministero dell’Istruzione e li mette in fila per capire come e quanto siano aumentate le tasse universitarie negli anni. I risultati sono due: il gettito che arriva dagli studenti è aumentato del 20% mentre il fondo statale per gli atenei si è ridotto di circa il 7%. Il peso della contribuzione studentesca per il finanziamento dell’università è passato così dal 18,5% al 23,4%.
Link si concentra sulla discriminante economica per l’accesso : l’equazione è che se l’Italia è uno dei Paesi col minor numero di laureati in Europa ( 27% tra i 25 e i 34 anni contro il 44% della media Ocse) è soprattutto perché accedere e frequentare l’università è costoso e lo è diventato ancora di più negli ultimi dieci anni. “Il definanziamento degli ultimi anni ha portato gli Atenei ad aumentare la contribuzione studentesca, considerando gli studenti e le studentesse come mere voci di spesa da tassare per la propria sopravvivenza” si legge.
La parola chiave è “diritto allo studio”. Secondo il rapporto Eurydice 2019 siamo agli ultimi posti anche per questo e a poco è servita la no tax area introdotta nella legge di Bilancio del 2017 che prevede contributi zero per chi appartiene ai nuclei familiari con Isee fino a 13mila euro. “Nonostante ciò – si legge nel rapporto – in Italia solo il 13% degli studenti e delle studentesse è esonerata dal pagamento delle tasse: l’87% degli studenti che studiano negli Atenei italiani paga le tasse, con un ammontare che si aggira tra i 1.000 e 3.000 euro, posizionandosi tra le università europee con le tasse più alte”. In Francia e Spagna, la percentuale di studenti che pagano le tasse è rispettivamente al 68% e al 70%. Insomma, il gettito totale a livello nazionale, dal 2008 ad oggi è cresciuto del 18,3% passando da 1,38 miliardi a oltre 1,63 miliardi. Nello stesso periodo, il Fondo di Funzionamento Ordinario è passato da 7,44 miliardi a 6,98, con un calo del 6,19%. “Di fatto – spiega il coordinamento – si assiste ad uno spostamento del peso del finanziamento dell’istruzione superiore dalla fiscalità generale alle spalle degli studenti”.
La distribuzione conferma, anche in questo caso, le disuguaglianze geografiche: l’aumento delle tasse più alto si registra al sud (+26,6%), seguito dal nord (+18,10%) e quindi dal centro Italia (+10,74%). Va ancora peggio se si considera l’andamento degli iscritti: se nell’anno accademico 2008/2009 il sistema universitario contava 1.659.764 studenti iscritti, nel 2017/2018 tale numero ammonta a 1.428.395. “Mentre il numero totale degli studenti iscritti è in calo, la distribuzione sul territorio di questo calo è tutto fuorché equilibrato – scrive il coordinamento – Suddividendo gli atenei in macroregioni confrontando i dati del 2008/2009 rispetto al 2017/ 2018, si osserva come, mentre il nord cresce del 7,3%, il centro cala del 20,2% e il sud perde addirittura il 29% degli iscritti”. Tra il 2015 e il 2017, il sud vede poi la propria tassa media passare da 794 euro a 95, registrando un aumento di 158 euro (+19,90%). Il nord passa da 14.07 a 1480 registrando un aumento di 73 euro (+5,18%). Il centro invece rimane piuttosto stabile, passando da 1061 euro a 1077, re gistrando un aumento di soli 16 euro (+1,51%).
“È urgente ribaltare questa prospettiva – spiega il coordinatore di Link, Alessio Bottalico – Per questo abbiamo lanciato la campagna ‘Tu da me volevi solo soldi’ per un aumento dei finanziamenti degli Atenei, l’aumento della no tax area e l’eliminazione di elementi non reddituali che colpevolizzano i fuoricorso e non solo”. Tra gli indicatori di squilibrio, Link indica anche alcune storture nel calcolo del merito, nella progressione reddituale e nelle aliquote e soprattutto per i vincoli a cui è sottoposta tanto la no tax area quanto i fuori corso.