Giorgia Meloni ha aperto la sua campagna europea ieri incontrando a Varsavia Jaroslaw Kaczynski, leader del partito polacco Pis e figura di spicco del gruppo della destra europea Conservatori e riformisti, che ha accolto anche Fratelli d’Italia. L’incontro per Meloni è stato soddisfacente: “Abbiamo consolidato il nostro asse con i sovranisti di Visegrad, in vista delle elezioni europee che saranno fondamentali per costruire una nuova Europa”. Non è mancata un’altra stoccata a Matteo Salvini. Il ministro dell’Interno a gennaio aveva cercato di impostare la sua “Lega delle Leghe” europea proprio coinvolgendo Kaczynski. La sua missione fallì, anche se ora fa trapelare di avere un accordo con i polacchi per una collaborazione post-elettorale. Ieri Salvini aveva ironizzato sulla trasferta a Varsavia di Meloni. La fondatrice di Fratelli d’Italia ha replicato così: “Non ho francamente compreso la sua dichiarazione piccata: anche noi, non più tardi di un mese fa a Roma, abbiamo accolto 30 delegazioni che arrivavano da 18 Paesi europei per salutare l’ingresso di Fratelli d’Italia nella famiglia dei conservatori e riformisti. Anche Salvini era venuto in Polonia mesi fa, ma la sua richiesta non era andata in porto…”.
“Salvini è stato 11 anni in Europa, ma non ha mai combinato nulla”
L’imperativo per il M5S ora è smarcarsi dalla Lega, anche in Europa. E a Ignazio Corrao, europarlamentare uscente, ricandidatosi alle Parlamentarie dei Cinque Stelle, viene naturale: “In quasi 12 anni qui a Bruxelles Matteo Salvini non ha mai lavorato, nell’europarlamento la Lega ha fama di partito che sa solo urlare cose a casaccio”.
Avete lanciato il primo punto del vostro programma per l’Europa, che prevede la possibilità di consultare i cittadini della Ue con dei referendum. Ma andrebbero modificati i trattati, e in generale pare una proposta molto difficile da realizzare.
Siamo consapevoli che il progetto è ambizioso, ma se la Ue vuole cambiare serve uno scatto. Oggi le grandi decisioni vengono prese a Bruxelles in incontri ristretti e chiusi al pubblico, invece noi vogliamo che vengano coinvolti tutti i cittadini. Abbiamo previsto due strade: un referendum consultivo sulle proposte della Commissione e uno abrogativo per dare ai cittadini il potere di veto, per esempio, sulle politiche di austerity. Con il voto elettronico risparmieremmo i soldi per l’allestimento dei seggi.
Per fare qualcosa di concreto dovete costruire un vostro gruppo. E governare con la Lega in Italia vi rende più difficile trovare alleati, no?
Questo lo dicono gli europarlamentari italiani degli altri partiti o quelli che non partecipano ai lavori del Parlamento europeo. Ma chi conosce questa realtà sa bene che noi siamo diversi dalla Lega.
Sulla linea dura contro i migranti in Italia siete stati compatti. E basta ricordare il caso della nave Diciotti.
Il simbolo della diversità tra noi e il Carroccio è una votazione dell’ottobre 2017 in europarlamento su questo tema, ossia sulla riforma del regolamento di Dublino. La Lega votò contro perché voleva che ogni Paese gestisse il tema dei migranti da solo. Invece noi dicemmo no perché il nuovo regolamento non era sufficientemente ambizioso, ovvero perché non prevedeva la redistribuzione di tutti i migranti, a prescindere che fossero rifugiati o i cosiddetti migranti economici. Noi siamo una forza post ideologica che cerca soluzioni, mentre i leghisti non solo sono sempre stati assenti nei negoziati su Dublino ma discutono anche con i partiti che sono per l’isolazionismo, come quello dell’ungherese Orban.
Come va la ricerca di alleati? Per fare un gruppo servono almeno sette forze di sette diversi Paesi, e finora ne avete trovati quattro, compresi i greci dell’Akkel che hanno pochissimi voti.
Noi abbiamo formalizzato gli accordi certi. Ma abbiamo aperto molti tavoli, e riusciremo sicuramente a formare un nostro gruppo per essere l’ago della bilancia in Europa.
L’impressione è che dobbiate sempre inseguire gli altri partiti, che siate isolati.
Gli altri partiti si sono spartiti fondi per 235 milioni in 5 anni, e con quelli pagano i collaboratori che portano avanti le trattative. E con gli stessi fondi possono offrirsi di pagare la campagna elettorale al partito di turno o di assumere persone. Vogliamo cancellare questa mangiatoia, e sarà uno dei punti del programma.
Avete inseguito i Gilet gialli per settimane, ma ora sembra tutto finito. Proprio come la guerra alla Francia di Macron. Gravi errori, no?
La vicenda dei Gilet gialli ufficialmente non si è mai aperta. Abbiamo avuto un incontro conoscitivo, in cui gli abbiamo spiegato come funziona il M5S e come pratichiamo la democrazia diretta. Se avessero fatto una lista rappresentativa della parte pacifica e moderata dei Gilet forse sarebbe andata diversamente.
Portare Di Maio e Di Battista a incontrare Chalencon, ostile ai musulmani e capace di evocare un golpe paramilitare contro Macron, è stato molto incauto, non pensa?
Questo è un racconto giornalistico. Non eravamo andati in Francia per incontrare lui, bensì i candidati della loro possibile lista.
Sta di fatto che con la Francia avete dovuto fare la pace.
Anche Macron ha abbassato i toni: spesso aveva utilizzato l’Italia per la sua campagna elettorale, con toni scorretti. Alzare il tiro contro di lui è servito per avere rispetto. Dopodiché i francesi sono alleati e cugini, e dobbiamo lavorare assieme. Ma in Europa non può decidere un asse franco-tedesco.
Chissà che ne pensa Salvini. Lui lo creerà un gruppo?
L’unica vera alleanza che ha è con la Le Pen. Il resto sono chiacchiere, perché polacchi e ungheresi gli hanno posto veti incrociati. Quindi la Lega tornerà nel Ppe, con Berlusconi, oppure resterà al margine con il Front National e l’estrema destra.
Di Maio sta recuperando qualcosa mostrando le differenze con Matteo
In questi giorni qualche novità rilevante si è registrata: i dati del Barometro Politico dell’Istituto Demopolis hanno rilevato un calo di circa 1 punto percentuale della Lega nelle ultime due settimane. Il Carroccio resta comunque il primo partito con il 32 per cento, ma il Movimento 5 Stelle è in leggera ripresa al 22,5. È ancora presto per capire fino in fondo quanto il confronto tra Di Maio e Salvini possa aver influito sul consenso delle due forze politiche, ma di certo fa riflettere che sono emersi in modo molto più netto i punti di divergenza tra Lega e Movimento 5 Stelle. E all’interno di queste divergenze, è compresa senz’altro la distanza molto significativa che i due leader hanno avuto riguardo al Congresso delle famiglie di Verona. Detto questo, è corretto aspettare almeno le prossime rilevazioni per capire quanto possano davvero esser costate alla Lega le posizioni tenute durante il Congresso. Un dato interessante è che, nonostante le divergenze interne alla maggioranza, il 52 per cento dei nostri intervistati ritiene che il governo debba andare avanti e la convinzione è comune a entrambi gli alleati: 83 per cento tra i votanti M5S e 70 per cento tra i simpatizzanti leghisti.
Non sono i diritti civili a penalizzare il leghista, ma c’è una lieve flessione
Swg ha pubblicato un sondaggio in cui per la prima volta, dopo il Congresso di Verona, la Lega risulta in flessione e i Cinque Stelle in crescita. Bisogna tenere conto però che le rilevazioni che vengono mostrate adesso sono precedenti ai giorni del Congresso di Verona: rischiamo di voler leggere nel leggero calo della Lega qualcosa che oggettivamente non è ancora possibile leggere. Ha senso però alzare lo sguardo, e vedere che il partito di Salvini ha avuto un picco di consenso tra febbraio e inizio marzo a cui sono seguite settimane di assestamento e di lieve calo, come evidenzia la nostra supermedia YouTrend. Dunque piccole variazioni negative ci sono state. Faccio fatica però a credere che i diritti civili siano un tema così cruciale: indubbiamente alimenta minoranze molto rumorose in un senso o nell’altro, perché sono questioni che agitano molto due mondi opposti e che piacciono ai media, ma sono scettico sulla loro effettiva capacità di spostare voti. Non dobbiamo essere ossessionati dalle variazioni del breve periodo: tra tre giorni magari di questo congresso nessuno si ricorderà più. Oltretutto, la Lega è un partito atipico finché vogliamo, ma che rappresenta i 3 quarti del centrodestra italiano. E che l’elettorato di centrodestra sposi istanze conservatrici su temi della famiglia non mi sembra così sorprendente.
L’effetto-Verona per adesso non si sente. Il Carroccio ha sempre i numeri migliori
Gli ultimi rilevamenti di Noto Sondaggi confermano in realtà la Lega al 32 per cento, stabile rispetto alla settimana precedente. Ma se anche ci fosse un lieve decremento del Carroccio, è sempre meglio chiarire che questo tipo di variazioni non vanno quasi mai messe in relazione a quanto appena accaduto (e quindi alle polemiche per il Congresso delle famiglie di Verona, ndr): si formano nel medio-lungo periodo, sono il frutto di cambiamenti metabolizzati nel tempo dagli elettori.
Riguardo ai diritti civili, pochi giorni fa abbiamo presentato un sondaggio a Carta bianca, su Rai Tre, in cui è evidente che la maggioranza degli italiani sia favorevole al mantenimento della legge sull’aborto e alle unioni tra persone dello stesso sesso. Quindi possiamo dire che il tema è certamente sentito e lo era anche durante l’ultima legislatura, quando fu approvata la legge Cirinnà.
Detto questo, il contesto sociale è molto cambiato negli ultimi 15-20 anni, non ci sono più quegli steccati per cui un omosessuale tendenzialmente votava a sinistra e la famiglia tradizionale, banalizzando, era riconducibile alla destra. È una divisione fuori dalla storia, per questo non mi sorprende che oggi ci siano persone favorevoli alle unioni civili ma che votano Lega.
M5S, ecco i 12 comandamenti per il “manuale anti-Lega”
La campagna elettorale per le Europee è davvero partita: almeno per un paio di mesi, Lega e Movimento Cinque Stelle saranno avversari, oltre che sodali di governo. Per riprendere la scena, però, Luigi Di Maio e i suoi devono tentare un’impresa ardua: ribaltare la percezione diffusa che in questi mesi i Cinque Stelle abbiano pagato i costi dei compromessi mentre la Lega otteneva soltanto vittorie. Dentro il M5S circola in questi giorni un documento strategico che verrà studiato da tutti i parlamentari da talk show e riletto prima di ogni intervista ai giornali. Sono i dodici comandamenti della riscossa grillina, i “temi su cui il M5S ha imposto la linea alla Lega”.
Il primo comandamento, come ovvio, riguarda il reddito di cittadinanza. Non si tratta di rivendicare l’abolizione della povertà, quanto del fatto che Matteo Salvini si è dovuto piegare: prima considerava “culturalmente sbagliato pagare la gente per stare a casa”, alla fine ha dovuto votarlo. Anche il decreto Dignità è passato “nonostante gli scossoni per la Lega, criticata in estate dal ceto imprenditoriale del Nord”.
Poi ci sono le trivelle, punto delicato nei rapporti Lega-M5S ma anche tra M5S e territorio: “La Lega è pro-trivellazioni. Con l’operazione M5S aumentano di 25 volte i canoni per le concessioni delle trivelle. Sospese per 18 mesi, nelle more dell’adozione di un piano nazionale, le ricerche di idrocarburi”.
I due comandamenti successivi del manuale anti-Salvini dovrebbero aiutare i parlamentari pentastellati a scalare gli specchi più scivolosi. Perché sul Tav Torino-Lione il M5S ha poco da rivendicare, visto che l’opera non è stata cancellata e la società costruttrice ha fatto partire i bandi per i lavori. La linea è dunque questa: “La Lega avrebbe fatto ripartire i cantieri senza discussioni, il M5S ha imposto una sospensione senza penali”. Anche sulla riforma della prescrizione per ora c’è poco di concreto, tutto è stato rimandato. Linea ufficiale: “Sulla prescrizione il M5S è arrivato a un’intesa con la Lega, inizialmente ostile”.
Molto più battaglieri i due comandamenti sui temi di bandiera per il Movimento. I tagli alle pensioni d’oro e ai vitalizi sono avvenuti anche se “la Lega era contraria”. E Salvini si è piegato perché “Il M5S ha fatto leva sulle risorse che servivano alla Lega per finanziare quota 100”. Stessi toni sulla legge “Spazzacorrotti”, passata “nonostante non sia nel dna della Lega, includendo anche le norme per la maggiore trasparenza rispetto ai finanziamenti ai partiti”. Viene omesso il dettaglio che subito dopo, però, la Lega ha ottenuto che gli appalti fino a 150.000 euro possano essere assegnati senza gare e certificazioni antimafia.
I comandamenti anti-Salvini invitano a rileggere anche episodi recenti. La cittadinanza italiana assegnata a Rami, il ragazzino egiziano che ha contribuito a salvare i 51 studenti sul bus dirottato a Milano, viene presentata come una vittoria del M5S: la proposta è partita da Di Maio e Salvini era ostile, “poi però la Lega si piegata sulla posizione del Movimento”. Stessa rivendicazione sul congresso delle famiglie di Verona: il M5S e il premier Giuseppe Conte hanno fatto “pressing” così da revocare il patrocinio di Palazzo Chigi all’iniziativa, in contrasto con il ministro della Famiglia Lorenzo Fontana, leghista.
Non poteva mancare la Cina. Con la visita di Xi Jinping tutti gli schemi si sono ribaltati: gli anti-globalisti Cinque Stelle si sono scoperti filo-cinesi, i filo-russi leghisti sono diventati anti-cinesi per provare a essere filo-americani, il tutto mentre pure i Cinque Stelle tentavano agganci con gli Usa. Un pasticcio che ora il M5S riassume così: “La Lega aveva sollevato dubbi sul dossier. Alla fine – grazie alla spinta propulsiva del M5S – i protocolli sono stati firmati, sono stati fugati i dubbi sulla sicurezza nazionale (golden power), l’Italia ha anticipato tutti. E i ministri della Lega hanno dovuto ammettere la bontà dell’accordo spinto da Di Maio-Conte”.
La strategia di comunicazione è pronta. Ora resta la parte più difficile: convincere gli elettori.
Una mozione per stabilire la proprietà dell’oro di Bankitalia
Dall’aula del Senato è arrivato il via libera alla mozione congiunta presentata dagli alleati di governo, M5S-Lega, alle riserve auree della banca d’Italia. Materia sulla quale si era già espresso favorevolmente il governo Conte. La mozione, che è stata approvata con 141 voti a favore, 83 voti contrari e 12 astenuti, impegna l’esecutivo in carica “ad adottare le opportune iniziative al fine di definire l’assetto della proprietà dell’oro detenuto nelle casseforti di Bankitalia nel rispetto della normativa europea nonché quelle per acquisire, anche attraverso la stessa istituzione le notizie relative alla consistenza e allo stato di conservazione delle riserve auree ancora detenute all’estero e le modalità per l’eventuale loro rimpatrio, oltre che le relative tempistiche”. Il Senato ha, invece, respinto le mozioni presentate da Fratelli d’Italia, Pd e Forza Italia che Forza Italia voleva invece impegnare il governo a fare chiarezza sull’esclusione di “ogni ipotesi di vendita o di cessione delle riserve auree, tantomeno ove il ricavato fosse destinato al Fondo per l’ammortamento dei titoli di Stato e ancor meno ove fosse utilizzato alla temporanea disattivazione delle clausole di salvaguardia sull’Iva e sulle accise previste per il 2020 e 2021”.
Vitalizi, ora il taglio tocca alle Regioni M5S: “Atto storico”
Dopo Camera e Senato il taglio dei vitalizi ora sarà applicato anche nei consigli regionali. È il risultato dell’intesa raggiunta ieri in Conferenza Stato-Regioni: sul modello di quanto già fatto da Montecitorio e Palazzo Madama, si prevede di applicare il metodo contributivo anche ai consiglieri per tutti gli assegni, diretti, indiretti e di reversibilità. Il Movimento Cinque Stelle festeggia per il raggiungimento di uno dei suoi obiettivi storici: “Cade così l’ultimo baluardo dei privilegi, finalmente riavviciniamo le istituzioni ai cittadini”, annuncia Riccardo Fraccaro, ministro per i Rapporti con il Parlamento e da sempre in prima linea sull’argomento. Un accordo che – dice ancora il ministro – “consentirà di risparmiare 150 milioni di euro in 5 anni”. Ora tocca alle Regioni, che dovranno votare entro fine maggio le leggi per applicare il taglio. Se il M5S si intesta in prima persona il raggiungimento dell’intesa, anche la Lega vuole lasciare la sua firma sul provvedimento. E infatti, pochi minuti dopo Luigi Di Maio (“È una giornata storica”), anche Matteo Salvini twitta: “Taglio di sprechi e privilegi, con noi si passa dalle parole ai fatti. Ne sono orgoglioso”.
Banche, l’accordo non c’è. “Scudo per i funzionari”
Le norme per il risarcimento dei truffati dalle banche è al centro dell’ultimo braccio di ferro tra il Tesoro e i 5stelle. Lo scontro approderà in Consiglio dei ministri questo pomeriggio. Ieri è parso chiaro che Lega e Cinque Stelle li chiedono tutti e subito (già nel cdm di oggi pomeriggio), mentre via XX Settembre chiede garanzie. Il rischio è che il provvedimento venga approvato in cdm “salvo intese”, ovvero senza un quadro chiaro.
Quale che siano tempi e mezzi saranno due gli interventi sul tavolo: il primo è uno scudo per i funzionari del Tesoro, che li proteggerebbe dal rischio di procedimenti da parte della Corte dei Conti per danno erariale e che di fatto suggerisce che ancora non c’è un accordo con Bruxelles. Il secondo, è l’indicazione delle modalità di erogazione dei risarcimenti ai circa 300 mila “truffati delle banche”, azionisti e piccoli obbligazionisti di Etruria & C. e delle Popolari venete, con l’inserimento dell’“indipendenza” tra i requisiti dei componenti della commissione tecnica. C’è ancora da fare, insomma, dopo mesi di tensioni e temporeggiamenti gialloverdi, soprattutto se si tiene conto che il decreto attuativo alla legge di bilancio doveva arrivare entro il 30 gennaio. Per scudare i funzionari che decideranno il pagamento degli indennizzi è stato individuato come ente erogatore Consap, una delle società del Tesoro. Scartata invece le ipotesi di inserimento di una soglia – 35 mila euro di reddito e un massimo di 100 mila euro di patrimonio – e degli arbitrati. All’origine dei continui ritardi, infatti, c’è proprio l’opposizione di Bruxelles ai rimborsi generalizzati voluti dal governo dopo la modifica alla legge originaria.
In manovra, il governo ha stanziato 1,5 miliardi fino al 2021 per ex azionisti e detentori di bond subordinati (per i primi il rimborso è al 30%, per i secondi al 95%, entro i 100 mila euro). Nella prima versione del provvedimento, approvata alla Camera, era stato però previsto l’obbligo di dimostrare di essere stati spinti ad acquistare i titoli dalle banche, in violazione delle norme a tutela dei risparmiatori, con una sentenza favorevole del tribunale o dell’Arbitro finanziario Consob (Acf). Dopo un lungo negoziato con le associazioni , la norma era stata poi modificata e si era deciso di concedere il rimborso in maniera generalizzata. Il cosiddetto “misselling”, insomma, non sarebbe stato verificato caso per caso, come voluto soprattutto dagli uomini della Lega al ministero, e la modifica fu introdotta con un emendamento dei 5Stelle. La norma è stata però contestata con dei rilievi dell’Ufficio di coordinamento del Tesoro (Ucadt), struttura di supporto del direttore generale Alessandro Rivera (che gestisce i rapporti con Bruxelles per le materie bancarie). L’eliminazione dell’accertamento e del danno, si spiegava, non è compatibile con i limiti imposti dall’Ue. Anche perché l’indennizzo riguarderebbe soprattutto gli azionisti che, a differenza degli obbligazionisti, “posseggono strumenti di capitale di rischio e non di debito”. La norma, insomma, in quella forma rischiava “l’imputazione di danno erariale”.
I due vicepremier, Di Maio e Salvini, hanno però tirato dritto e la contestazione dell’Ue non si è fatta attendere: a fine gennaio Bruxelles aveva inviato una lettera che di fatto ricalcava i dubbi di Rivera e annunciava “rilievi critici” tra cui la mancanza di un meccanismo che accertasse caso per caso se ci fosse stata “violazione degli obblighi di informazione, diligenza, correttezza, buona fede oggettiva e trasparenza”. Da lì, sono intercorsi tempi e discussioni: il governo ha parlato di dialogo con Bruxelles ma l’accordo sembra non esserci.
I mercati preferirebbero trattare con Giorgetti
“Come reagirebbero i mercati se andassi via dal governo?”. Il titolo del colloquio del ministro dell’Economia Giovanni Tria con il Corriere della Sera sembra un po’ una minaccia a Lega e 5Stelle: attenti a non esagerare o invece che con un ministro sgradito, vi troverete a confrontarvi con lo spread. La risposta alla domanda di Tria però è diversa da quella che lui evoca. La verità è che i mercati, molto probabilmente, reagirebbero bene a una sua uscita da via XX Settembre. A patto che il sostituto sia all’altezza delle aspettative.
Un anno fa Tria era stato salutato come l’elemento equilibratore di una maggioranza indecifrabile. Proprio una sua intervista al Corriere era stata letta come il manifesto della serietà: niente uscita dall’euro, debito sotto controllo, “non puntiamo al rilancio della crescita tramite deficit spending”. Immediato il beneficio sullo spread, il differenziale di rendimento tra debito italiano e tedesco. Peccato che Tria non si sia dimostrato capace di essere all’altezza delle promesse. I fatti sono noti: per mesi promette a interlocutori domestici e internazionali che l’Italia terrà fede agli impegni presi (dallo stesso governo Conte) a luglio 2018 con la Commissione europea. Poi viene costretto a un paio di umilianti riscritture dei numeri su deficit e debito all’inizio del negoziato sulla legge di Bilancio 2019 fino a essere completamente escluso dal negoziato con Bruxelles, gestito tutto dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte con l’aiuto del suo consigliere economico Piero Cipollone.
Gli investitori internazionali hanno in mano il 30 per cento del nostro debito, secondo gli ultimi dati della Banca d’Italia. La percentuale non è mai stata così bassa dal 1998, prima dell’entrata in vigore dell’euro. E uno studio del Fondo monetario internazionale, osserva una nota di Unicredit diffusa ieri, ha calcolato che a giugno 2018 il 78 per cento del debito in mani straniere era comunque detenuto da investitori della zona euro, una condizione ormai stabile dalla crisi del 2011 e che lega ancora più stabilmente i nostri destini a quelli della moneta unica. È merito di queste circostanze, oltre che del lavoro dei tecnici della direzione Debito pubblico del Tesoro guidati da Davide Iacovoni, se in questi mesi lo spread è rimasto su livelli alti ma non drammatici, intorno ai 250 punti. Non è certo la presenza di Tria al ministero a rassicurare i fondi di investimento, anzi.
Nei mesi scorsi si è registrato un cambio di atteggiamento abbastanza netto tra i cosiddetti “speculatori”. All’inizio del governo Conte erano seriamente preoccupati di un’uscita dell’Italia dall’euro, i tweet del leghista euroscettico Claudio Borghi venivano monitorati con attenzione, così come le ospitate tv sue e di Alberto Bagnai, altro leghista eurocritico. Poi, una volta capito che la Lega non aveva alcuna intenzione di fare sfracelli, i fondi hanno deciso qual è lo scenario ottimale per l’Italia: un governo di centrodestra (anzi: di destra), prevedibile nelle sue priorità e non troppo diverso da quelli degli anni berlusconiani. Ma con Matteo Salvini a Palazzo Chigi. I Cinque Stelle sono sempre rimasti un oggetto misterioso (e dunque preoccupante) per gli investitori: pochi di loro parlano la lingua dei mercati, nel senso di inglese e di tecnica, hanno un’agenda di spesa sociale e redistribuzione che rischia di far crescere deficit e debito, sono imprevedibili nelle loro dinamiche interne, sia per la struttura di Movimento che per le brusche evoluzioni.
Se gli hedge fund potessero votare, sceglierebbero oggi un governo Salvini a patto di avere un ministro dell’Economia serio e credibile. E il nome che fanno – non da ora, ma da anni – è sempre lo stesso: Giancarlo Giorgetti, oggi sottosegretario a Palazzo Chigi. Dietro quella sua aria fintamente ruspante che serve a mantenere la sintonia con gli eletti leghisti, il bocconiano Giorgetti è sempre stato l’interlocutore di ambasciatori e finanzieri. Sa essere diretto, rassicurante, deciso. Tutte caratteristiche che mancano al ministro Tria che – raccontano – per via dei suoi trascorsi all’Università di Pechino, continua a essere più a suo agio con interlocutori cinesi che con gli anglofoni delle banche d’affari e degli hedge fund.
Nei report che circolano in questi giorni ci sono già le scommesse su cosa ci sarà scritto nel Documento di economia e finanza che il governo deve presentare (in teoria) il 10 aprile. L’Italia offrirà alla Commissione Ue una correzione del deficit strutturale dello 0,6 per cento, come atteso da Bruxelles, o un misero 0,1? E a luglio, nel Consiglio europeo, il governo approverà le raccomandazioni che la Commissione pubblicherà il 5 giugno su come deve essere scritta la legge di Bilancio 2020? Nessuno ha le risposte, oggi. Ma nessuno si sogna di andarle a chiedere a Tria, visto quanto si sono dimostrati credibili i suoi impegni.