M5S, la tregua apparente: Bugno ancora nel mirino

Tria il convesso non lo può spostare nessuno. Anche se in un lunghissimo mercoledì il ministro dell’Economia e i gialloverdi litigano, fortissimo, sui soldi per i truffati dalle banche, un totem su cui Lega e M5S non possono cedere. Ma la partita su Claudia Bugno, la sua consigliera di cui i Cinque Stelle pretendevano la testa e che invece è rimasta con lui al Tesoro “è ancora aperta”, sibilano dal M5S a tarda sera. E chissà dove arriva la rabbia e dove invece la strategia politica. Dubbio lecito dopo la rumorosa ritirata di martedì sera, quando Luigi Di Maio, il capo, aveva scandito a Di Martedì: “Io non giudico chi fa parte dello staff del ministro dell’Economia”. E sembrava l’accontentarsi di fronte al compromesso, ossia allo spostamento di Bugno dalla partecipata italo-francese StMicroelectronics, con il ministro che aveva già pronta la nomina, all’Agenzia Spaziale. Un sacrificio innanzitutto economico per la consigliera ma tutt’altro che una sconfitta.

Ma ieri Tria ha voluto “stravincere” sibilano dal M5S. Dicendo dritto al Corriere della Sera che lui non può lasciare il governo, cioè che nessuno glielo può chiedere, “altrimenti come reagirebbero i mercati?”. E poi in serata ha battuto un colpo proprio lei, Bugno, con una nota del Mef che vale come un contrattacco: “In merito ai ripetuti riferimenti sulla stampa circa presunte ‘sbianchettature’ del proprio curriculum da parte di Claudia Bugno, consigliera del ministro Giovanni Tria, si ribadisce e precisa che il fatto non sussiste”.

Tradotto, tra i suoi passati incarichi è citato anche “quello nel febbraio 2013-2015 in Banca Etruria, come membro del Consiglio di amministrazione e del Comitato per controllo e rischi”. E nel Movimento l’hanno preso come un brutto sberleffo, a tregua ancora calda. Proprio dopo che i 5Stelle avevano assicurato che l’interrogazione parlamentare sulla consigliera ventilata martedì “è congelata”. E così la voce che si agita nel corpaccione del M5S è che “il caso Bugno non è chiuso, ci faremo ancora sentire”. Ma non sarà facile ripresentare il conto a Tria. Comunque rafforzatosi nelle ultime ore, e le parole di Di Maio ieri sera a Stasera Italia lo confermano: “Il ministro non rischia, siamo una squadra, da noi e dalla Lega sono arrivate solo sollecitazioni”. E d’altronde Tria ne ha prese tante, ma è un eccellente incassatore. E debolezze e contraddizioni dei gialloverdi in campagna elettorale sono un tonico di quelli buoni. Lo sa bene il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, che ieri da Doha ha subito precisato che le dimissioni del ministro dell’Economia “non sono all’ordine del giorno, invito tutti i ministri a non lasciarsi distrarre da timori e preoccupazioni”. Poi ha lanciato o ha finto di lanciare un diktat al ministro, invocando l’inserimento nei fondi per i truffati dalle banche nel dl crescita che oggi approderà nel Consiglio dei ministri.

Ma non può essere mai così semplice, nel governo gialloverde dove è scaramuccia incrociata, più o meno sempre. Quindi nel testo dei fondi non ci dovrebbe essere traccia secondo Tria, che vorrebbe provvedere con dei decreti attuativi, in seguito. Ma i 5Stelle e il Carroccio vogliono i soldi “subito, dentro il decreto” come ringhiano in serata. E allora si ricomincerà a discutere (litigare) stamattina, e dopo, in Cdm. Ma la palla potrà e dovrà gestirla innanzitutto lui, Tria. Ovvero “l’iniziativa spetta al ministro” come scandisce Conte, cauto e consapevole.

Perché in fondo lui e il professore militano nello stesso partito che ufficialmente non c’è ma vince spesso, quello del Quirinale. Però la situazione resta molto tesa. E Bugno resta una spina per il Movimento. Dove puntano a ottenere quanto meno che non si occupi delle partecipate, “e a oggi questa certezza non c’è, niente affatto”. Mentre la Lega chissà. E un big del M5S la racconta così, ovviamente con veleno: “È difficile capire cosa pensino, su questo come su altro, perché in fondo nel Carroccio ci sono almeno due partiti, quello di Matteo Salvini e l’altro, quello di Giancarlo Giorgetti”.

Cioè l’eterno avversario agli occhi del Movimento, che a Tria avrebbe garantito ampio sostegno pure in queste ore. Anche se lo stesso Salvini ufficialmente lo ha coperto: “Il ministro non è sotto assedio, se ciascuno fa il suo lavoro non deve avere nessun timore”. E questo forse è addirittura vero. Almeno per ora.

Bertolesso

Da un po’ di tempo non si avevano notizie di Guido Bertolaso, indimenticato capo della Protezione civile e commissario straordinario multiuso per terremoti, inondazioni, giubilei, frane, slavine, valanghe, visite papali, smottamenti, incendi boschivi, mondiali di ciclismo, emergenze rifiuti, eruzioni vulcaniche, aree marittime, relitti navali, grandi eventi, rischi bionucleari, aree archeologiche, G8, epidemie di Sars e tutte le calamità naturali possibili e immaginabili, tranne la più perniciosa: lui. Le ultime cronache, dopo la sfortunata autocandidatura a sindaco di Roma (respinta persino dai compari forzisti), lo davano impegnato in Africa, con gran sollievo per il popolo italiano, meno per quelli africani. Ieri l’ha intervistato Radio Capital, gruppo Espresso, al TgZero (così chiamato per il suo livello di credibilità) in veste di aspirante salvatore della Capitale. È lo stesso gruppo che ai bei tempi pubblicava inchieste sui disastri di Bertolaso: tipo quella di Fabrizio Gatti sui 400 milioni buttati nelle grandi opere alla Maddalena, in vista di un G8 che non si tenne mai perché proprio 10 anni fa venne dirottato fra le macerie dell’Aquila appena terremotata.

TgZero chiede a Bertolaso cosa ne pensi di due frasi che io non ho mai né pensato né pronunciato: “C’è un complotto dietro a tutti i disservizi, come sostiene Travaglio?”. “Travaglio dice che per le scale mobili della metro guaste c’è un sistema criminale spaventoso che sta reagendo perché non è più padrone come in passato”. Io non ho mai parlato di “complotti dietro i disservizi” né di poteri criminali dietro le scale guaste. Ho risposto su La7 a una domanda di Giletti che un conto sono gli errori della giunta Raggi e gli scandali nella Capitale, un altro sono gli strani incendi agli impianti di smaltimento rifiuti (i due maggiori dati alle fiamme in tre mesi), i falò di cassonetti (oltre 600 in due anni), gli autobus anche nuovi in fiamme (60 in un anno e mezzo), i guasti concomitanti alle scale mobili in svariate stazioni della metro (20 in pochi mesi). Ma soprattutto i tre bandi di gara per la raccolta rifiuti andati deserti (due nel 2018, da 105 e 188 milioni, uno nel 2019 da 225 milioni): mentre gli imprenditori chiedono investimenti per lavorare, com’è che nessuna impresa concorre a quelle lucrose commesse? Non il presunto complottista Travaglio, ma l’Antitrust ipotizza “un accordo tra le parti volto ad astenersi dalle gare, con la conseguenza che i medesimi servizi sono stati acquisiti da Ama a trattativa privata e a condizioni economiche più onerose” per la municipalizzata e più vantaggiose per i privati.

Non il complottista Travaglio, ma il ministro dell’Ambiente Sergio Costa definisce “avvertimenti che conosco bene dalla Terra dei Fuochi” gli incendi agli impianti dei rifiuti. E non il complottista Travaglio, ma la Procura di Roma ipotizza un unico disegno criminale dietro i roghi ai Tmb del Salario e di Rocca Cencia. L’ha scritto proprio Repubblica (stesso gruppo di Radio Capital) il 28 marzo: “Ama, pochi dubbi dei pm: unica regia dietro i due roghi”, “Emergenza rifiuti, verso l’unificazione dell’inchiesta su Tmb Salario e Rocca Cencia”, “C’è una regia unica per gli incendi Ama. I tecnici: sono dolosi”. Ma evidentemente a Radio Capital, oltre all’Espresso, non leggono neppure Repubblica. E preferiscono attribuirmi cose mai dette per regalare un assist a Bertolaso. Questo impunito, nel senso etimologico del termine, mette tutto insieme – errori, colpe, inefficienze, disservizi e sabotaggi criminali – per darmi del “buffone” (lui a me!) e alla Raggi della “totale incapace”. Il che è possibile, forse probabile. Ma non spiega l’impressionante catena di eventi dolosi, difficili da ascrivere alla sindaca. E poi: da qual pulpito. Se c’è un amministratore indubitabilmente più disastroso della Raggi, è proprio Bertolaso: tutti ricordano Napoli sommersa da cumuli di rifiuti ad altezza uomo, ma forse dimenticano – almeno a Radio Capital – chi era il commissario straordinario: Bertolaso, nominato da Prodi, fuggito per flop e richiamato da B. con una maleodorante scia di scandali e arresti.

Dall’alto di quella e di molte altre catastrofi, questo bel tomo sfodera l’intero repertorio dei luoghi comuni: perfino i topi, che lui pensa siano arrivati a Roma con i 5Stelle, invece fanno parte del paesaggio da secoli (“non c’è trippa per gatti” è una frase di Ernesto Nathan, mitico sindaco tra il 1907 e il 1913, che tagliò i fondi comunali del cibo per gatti, nella speranza che andassero a caccia dei topi, i quali spadroneggiavano pure in Campidoglio rosicchiando i documenti in uffici e archivi). Poi annuncia la sua panacea per tutti i mali: “Appena questi si toglieranno di torno, vedrete che Roma tornerà ad essere la bellezza che era un tempo”. Magari col bollito Bertolaso sindaco, che ce la restituirà più bella e più superba che pria. Tipo la Maddalena con le grandi opere inutili di Bertolaso e della nota Cricca di Balducci, Anemone&C. che cadono a pezzi fra le sterpaglie. Tipo Napoli con la monnezza più alta del Maschio Angioino. Tipo L’Aquila, in macerie a 10 anni dal sisma. Ora voi capirete che prendersi del “buffone” da un simile soggetto, quello che andava con la scorta a farsi “massaggiare” gratis al Salaria Village dell’appaltatore personale Anemone mentre il Tevere esondava, è un po’ troppo. Dunque Bertolaso verrà denunciato, come lui provò a fare con me e il Fatto tentando di spillarci 100 mila euro, invano. In quella causa, oltre a stabilire che avevo “riportato fedelmente alcuni fatti” e “notizie vere”, il giudice ritenne “temeraria” la sua lite e lo condannò a risarcire me, Padellaro e il Fatto con 6 mila euro, più 5 mila di spese. Visto che ha nostalgia del tribunale, ci rivediamo lì.

Sorrisi, cori, chiacchiere e morte: com’era bella la Roma in versi

Il profilo è ancora il suo, riconoscibilissimo, come pure l’espressione composta, mentre il volto martoriato e i capelli scarmigliati tradiscono la barbarie della morte inflitta. Appare così Pier Paolo Pasolini in una fotografia dall’atroce verità di Italfoto scattata (quasi rubata, un po’ fuori fuoco) all’Obitorio nel novembre 1975, all’indomani del ritrovamento su uno spiazzo dell’Idroscalo di Ostia del suo corpo brutalizzato alle prime luci dell’alba di un 2 novembre da parte di una donna, che pure stenterà a riconoscerlo, tanto violenta fu l’uccisione del poeta. Violenta, come la Vita del romanzo pubblicato nel ’59, quasi lui stesso fosse passato sotto le mani del suo sregolato e disperato protagonista, Tommasino, che non si tirava indietro alle “scazzottate furiose”. Tuttavia, pur non trattandosi del giovane Tommasino, è sempre un ragazzo di vita – anch’esso sregolato e disperato, disposto forse a tutto per i quattrini – a ridurlo così (almeno stando alla giustizia italiana). Se ricordiamo oggi quella data, non è per la morte dell’uomo in sé, ma per quello che succede quando muore un poeta. Secondo Alda Merini, “quando muore un poeta, al mondo c’è meno luce per vedere le cose” e in un certo senso, a Roma, fu così: si concluse un’irripetibile stagione felice, quella Roma letteraria iniziata proprio agli albori degli anni ’50 con l’arrivo di un giovanissimo Pier Paolo, che ebbe il carisma di creare attorno a sé un milieu di poeti, scrittori, artisti, musicisti, registi che resero la capitale una vivacissima comunità intellettuale.

Le tracce di quella primavera romana tornano a noi grazie a una mostra, imperdibile per la grande evocazione documentale che rappresenta: “Poeti a Roma. Resi superbi dall’amicizia”, a cura di Igor Paturno e Giuseppe Garrera (fino al 23 giugno presso lo spazio espositivo WeGil, nell’ex Casa della Gioventù italiana del Littorio a Trastevere). Le 250 fotografie provengono tutte dall’archivio inesauribile di Giuseppe Garrera (musicologo, storico dell’arte, ammiratore di quel ventennio letterario romano, collezionista e cacciatore di veri e propri tesori nei mercatini romani, moltissimi dei quali per sua stessa ammissione non verranno mai resi pubblici) e sono tutti scatti rubati, dunque irripetibili.

Molte, le occasioni pubbliche: Anna Maria Ortese tra Maria Bellonci e Guido Alberti al Premio Strega del ’67, Carlo Emilio Gadda che abbraccia la Ortese al Premio Viareggio nel ’53 (che vinceranno ex aequo); e ancora Pasolini, Moravia e la Morante a un tavolo del Caffè Rosati in Piazza del Popolo, oppure Dacia Maraini alla presentazione de Lo scialle andaluso della Morante. Altrettante, le scene private: Moravia che sorride a Elisabetta Catalano, mentre poggia un braccio sulla spalla di Pasolini o Gadda che sistema un quadro nella sua residenza romana. Ma anche scatti inediti: Sandro Penna che si lascia andare in una performance canora al Rosati e poi che si approccia a un ragazzino. In tutte le fotografie esposte, particolari rubati e consegnati all’eternità come la felicità di un giovane Bernardo Bertolucci appena scorge entrare Pasolini in una sala, il sorriso timido e sghembo di Giorgio Caproni che si sottrae a uno scatto, l’entusiasmo dei giovanissimi Dario Bellezza e Vincenzo Cerami, o i capelli scarmigliati e ancora bagnati di Pasolini all’obitorio.

Attenzione, però, non è l’ennesima mostra per nostalgici: è un viaggio nel tempo a disposizione di tutti, un ritorno a quando si credeva che davvero l’arte in ogni sua forma fosse la sola salvezza dalla volgarità del cuore…

A Scalfari-poeta si perdonano alcuni “peccatucci” letterari

Ai poeti si perdona una cosa soltanto: la tenera età. Benedetto Croce fissava il limite a diciott’anni: prima, tutti possono scrivere versi, anche mediocri; dopo, sarebbe meglio di no. A Eugenio Scalfari, che diciottenne non è, la poesia si perdona comunque, come un peccatuccio commesso in quella tenera età della senilità che si confonde con l’infanzia: è il bambino che “quando morte arriva/ tornerà al capezzale”. Alla vigilia del suo 95esimo compleanno (sabato, auguri), il fondatore di Repubblica torna in libreria con un debutto: una raccolta di 56 liriche di incerta bontà letteraria. Per l’autore, che vecchio non è ma “vegliardo” – “è tutt’altra cosa… Il vegliardo è già fuori dalla vita,/ la guida da lontano” –, L’ora del blu non può che arrivare al tramonto, con una comprensibile inquietudine per il “Gran Finale” e per la “Madonna Morte”. Nel cortocircuito tra “un passato che non so inventare/ ed un futuro che mi si rifiuta”, si affastellano e s’imbrogliano fantasmi e ombre, languide rêverie di ieri e immagini appannate di domani.

Il “tempo che corre e non si ferma mai” spaventa, ovvio, e cresce la paura che il “sentimental journey” finisca, ma chi se ne fregherà degli applausi a sipario ormai chiuso. Blu è la fifa, blu è quel che non si vede più: “Curva è la schiena/ e tu guardi i tuoi piedi/ il cielo e le sue stelle non li vedi” (rima, una delle poche). Ma il cielo stellato ormai è dentro di sé, e sfrattato è ogni altro inquilino. Blu, infine, è il fondale, su cui vengono proiettati i soliti personaggi in commedia: il sole nel cielo, la luna sul mare, i sogni nella notte, angeli e demoni nel sonno… e poi stelle e fiori che, per amor di elegia, si fanno “Pleiadi” e “asfodeli”. Manca solo Dio: non perché assente, ma perché se ne sente la mancanza, la manchevolezza, l’inconsistenza. Così senza Dio l’“Io svolazza”: balla soltanto una lettera; l’unica a risentirne potrebbe essere forse la metrica, ma la metrica non c’è. Tuttavia, il ribaltamento tra l’uno e l’Altro – per cui è l’Io che crea il dio, l’anima e compagnia bella – è nichilista più che ateo, un’ossessione più che un’apostasia. L’Io è “il mio padrone… Itaca è Io./ Il ritorno è Io./ La memoria è Io”. Seguono derive di scivoloso autocompiacimento: “Quando un altro mi piace,/ io come lui divento e lo miglioro”.

Special guest del florilegio sono, viceversa, le divinità del pantheon pagano (Dioniso, Apollo, Minerva…) e gli antichi maestri della poesia, come Saffo e Catullo, Poe e Petrarca: le fonti delle citazioni non sono mai dichiarate perché, si scusa l’autore nell’incipit, “nei tanti anni trascorsi certi testi sono andati smarriti”. Le ultime dieci pagine, poi, propongono una cernita nella cernita di versi. Altrui. Da Quasimodo a García Lorca, da Rilke a D’Annunzio, in un gioco di rimandi peraltro già pubblicato da Repubblica lo scorso giugno. Il gioco permette pure a Scalfari di giustificare l’operazione lirica: “I romanzi raccontano la vita soprattutto l’amore/ e le sue stelle… quel romanzo non lo scriverò”; perciò eccovi i carmi, dice il poeta-fingitore, lui che pure è autore di un Racconto autobiografico e di altri saggi dal sapore confidenziale (La sera andavamo in Via Veneto; Scuote l’anima mia Eros; L’amore, la sfida, il destino…).

A Scalfari va comunque riconosciuto il merito di essere allergico all’autocommiserazione, alla posa dello spleen, alla scapigliatura grossolana: qui la “fatica del vivere” non scade mai nella stucchevole depressione; l’approccio alla vita è sempre, invidiabilmente, epicureo, godereccio si tradurrebbe in prosa: l’autore è un seduttore, un conquistatore di “cuori affascinanti” e “Afroditi di turno”, ma anche sensibile alle “conquiste di potere”. È uno per cui “non esiste la pace dei sensi”, uno che ama il ballo quasi più dell’amplesso, che smania persino per la chitarra e ha un flirt estivo con la canoa.

Ennio Flaiano sosteneva che “i versi del poeta innamorato non contano”; forse per questo le pagine più belle sono quelle in cui la grandeur cede il passo all’autoironia: quando, ad esempio, Scalfari scrive di volere un funerale “come quello di Artù”, ma è “più probabile che tutto finisca/ nell’inceneritore comunale./ De resto con la Morte/ non si va al ballo/ ma solo al camposanto”. C’è tempo.

I nuovi “libri da ardere” tra maghi, gay e neri (pesci)

Un giochino idiota degli intellettuali della Dolce vita consisteva nel cambiare nei titoli di libri, film e canzoni la parola “cielo” con “culo”: Il culo può attendere, Il culo in una stanza e così via. Se fossero ancora vivi si divertirebbero a storpiare il nome dell’associazione polacca “Sms dal paradiso” ma chissà come prenderebbero la notizia del rogo di libri che il gruppo cattolico ha diffuso con tanto di immagini via Facebook.

Usciti dalle catacombe comuniste, i preti polacchi bruciano libri in chiesa? Vittima dell’integralismo cristiano, stile “Radio Maryja”, è la saga di Harry Potter, colpevole di diffondere credenze magiche. La magia nera non era gradita neanche a Stalin. Bulgakov la usa per mettere alla berlina i sovietici nel Maestro e Margherita, e muore senza vedere pubblicato il libro, anche se di morte naturale, privilegio rarissimo per l’epoca. Tornando alla Polonia, la destra populista ha sdoganato le frange più reazionarie, ma allo stesso tempo escono con successo film dirompenti come Kler (Clero) che buttano giù dal piedistallo i prelati tra sesso, affari e silenzio sulla pedofilia. A Danzica è appena stata buttata giù dal piedistallo e demolita la statua di padre Jankowski, dopo le rivelazioni degli abusi sui bambini.

Bruciare i libri costa poco e fa sempre effetto, mentre l’indifferenza li accompagna al macero. Se un tempo le opere di Pasolini venivano processate e i suoi film si applaudivano “sulla faccia del regista”, oggi la censura ha una ricaduta pubblicitaria priva di conseguenze, almeno nei paesi democratici e finché il clima non si incarognisce ulteriormente. L’omicidio del sindaco di Danzica, Pawel Adamowicz, è frutto della stessa scintilla che ha dato fuoco alla saga di Harry Potter?

In Italia un caso relativamente recente di tentata censura ha colpito (o beneficiato) Sei come sei. Il romanzo di Melania Mazzucco nel 2014 ha scandalizzato qualche genitore al liceo Giulio Cesare di Roma per la scena di un rapporto orale omosessuale tra ragazzini negli spogliatoi. Se c’è stata una denuncia non ha avuto seguito. Il reato di pubblicazioni oscene è stato depenalizzato da Renzi, ma in ogni caso la legge (il codice Rocco!) ha sempre concesso una scappatoia ai testi con una minima dignità artistica; persino se finiscono nelle mani dei minori, purché li leggano per motivi di studio.

Non è solo l’oscenità a fare scandalo nel liceo romano, ma anche una sessualità svincolata dal genere, tema sempre più caldo. Nel 2015 Luigi Brugnaro, sindaco di Venezia, compila una lista di proscrizione di 49 titoli per l’infanzia. Se i preti polacchi hanno bruciato un ombrellino di Hello Kitty, Brugnaro mette al bando libri come Guizzino, storia di un pesciolino nero tra pesci rossi; Piccolo uovo, sul viaggio di un embrione alla scoperta dei diversi tipi di famiglia; e Se io fossi te, dove un padre si mette nei panni della figlia indossando un tutù rosa.

Sul fronte opposto, il politicamente corretto miete vittime negli Stati Uniti con periodici e patetici tentativi da parte di scuole e biblioteche di oscurare classici come Mark Twain perché usano la parola “negro”. Nell’ultima settimana di settembre si celebra dal 1982 la “Banned books week”, che ora si focalizza molto sui filtri alla lettura nelle public school e public library.

Le nuove dinamiche della globalizzazione hanno effetti imprevisti sulla libertà di stampa. Alcuni editori stampano in Cina – paese notoriamente illiberale – ma uno mai penserebbe alla censura, visto che sono libri destinati al mercato estero. Invece vengono analizzati e talvolta respinti. L’Ippocampo, raffinato editore milanese, si è visto rifiutare Onsen, bellissimo libro illustrato dedicato ai bagni termali giapponesi, per via delle mappe – minuscole peraltro – che ledevano gli interessi territoriali cinesi. Poco male: hanno stampato Onsen in Italia.

Cina ed Egitto hanno tagliato dal film Bohemian Rapsody alcune scene che riguardano omosessualità e Aids (tra l’altro Rami Malek, che interpreta Freddie Mercury, è di origine egiziana). Anche la sessualità “normale” non se la cava meglio se il blogger e giornalista Ahmed Nagi è stato condannato a due anni di carcere nel 2016, nonostante il visto della censura preventiva, per alcune pagine, considerate oscene, del suo romanzo Vita: istruzioni per l’uso (tradotto da Il Sirente); dove si legge tra l’altro: “Cosa fanno i giovani nei loro vent’anni al Cairo? Leccano pupille, leccano fiche, succhiano il cazzo, leccano la polvere o inalano erba mista a sonniferi?”. Oppure vengono torturati a morte come Giulio Regeni, lo stesso anno in cui Nagi finisce dietro le sbarre.

La colazione di Tiffany: spese pazze a Belgrado

Che Tiffany Trump, figlia di Donald e di Marla Maples, spenda, anzi faccia spendere ai contribuenti americani, 23 mila dollari per le sue vacanze di primavera ci può stare. Dieci giorni dal 7 al 16 marzo, i voli transatlantici, gli spostamenti, gli hotel, pranzi e cene più l’apparato di sicurezza del Secret Service che le si muove intorno e non la molla mai. La cosa stupefacente è che Tiffany abbia fatto la sua vacanza a Belgrado spendendo quattro volte quanto un cittadino serbo guadagna in media in un anno, un po’ meno di 6.000 dollari. La ragazza è recidiva: nel 2017, una sua vacanza europea, allora a Berlino, era costata 22 mila dollari ai contribuenti americani. Peggio di lei, fanno però i fratelli Donald jr ed Eric che, per affari di famiglia, se ne sono già andati, da quando papà è alla Casa Bianca, a Dubai e a Santo Domingo, in Canada e in Uruguay, godendo di costante protezione, costo stimato: centomila dollari circa. E i media si chiedono se sia giusto che i cittadini paghino per i viaggi d’affari dei rampolli del presidente e per le vacanze di Tiffany. Ivanka la ‘prima figlia’, e il marito Jared Kushner hanno, invece, incarichi nell’Amministrazione: così, i loro sono viaggi ufficiali. S’ignora cosa Tiffany abbia fatto a Belgrado tutto quel tempo.

I media locali l’hanno colta a fare shopping. E lei ha postato sul suo Instagram una foto con la scritta ‘Saluti dalla Serbia’, in serbo. Se la “modella bionda” desta imbarazzo a Washington, a Chicago due donne nere stanno “facendo la storia”: comunque vada il voto di ieri, la ‘città del vento’ avrà per la prima volta un sindaco donna e nera. Per succedere a Rahm Emanuel, ex braccio destro di Barack Obama alla Casa Bianca, al ballottaggio si scontrano due democratiche: l’ex procuratrice distrettuale Lori Lightfoot, 56 anni, e la consigliera comunale Toni Preckwinkle, 72 anni. La città dell’Illinois sarà la più grande negli Usa a eleggere sindaco una donna di colore. Chicago ha ottimi precedenti in questo senso: nel 2008 ‘produsse’ il primo presidente afro-americano, Obama; nel 1992, mandò al Senato la prima donna nera, Carol Moseley Braun; e, nel 1983, ebbe il suo primo sindaco nero, Harold Washington. La ‘grana Tiffany’ non allarma la Casa Bianca, che invece si gode la ‘grana Biden’: un’altra donna, dieci anni dopo, s’è ricordata che l’ex vice-presidente, attuale battistrada nella corsa alla nomination democratica a Usa 2020, ebbe con lei un comportamento inappropriato. Fu nel 2009, a una raccolta di fondi a Greenwich, nel Connecticut: Amy Lappos, oggi 43 anni, allora volontaria democratica, racconta che Biden “mi afferrò dalla testa, mi mise la mano intorno al collo e mi tirò per strofinarsi il naso con me. Quando mi tirò a sé, pensai che mi baciasse sulla bocca”. Poi Amy aggiunge: “Non era una cosa sessuale”. Pressata dai giornalisti, la donna dice: “Non ho mai fatto denuncia perché lui era il vice-presidente e io nessuno. Ma c’è una linea di decenza, una linea di rispetto. Superarla è sessismo o misoginia”.

“Pagati per tacere”: bin Salman fa doni ai figli di Khashoggi

Diecimila dollari al mese più un’abitazione dal valore di 4 milioni di dollari. Sarebbe questo il prezzo che il principe ereditario dell’Arabia Saudita, Mohammed bin Salman starebbe pagando ai figli del dissidente saudita Jamal Khashoggi, per comprarne il silenzio o almeno far mantenere loro un basso profilo. Lo scrive il Washington Post, il quotidiano statunitense con cui Khashoggi collaborava e che con il suo editore Jeff Bezos sta portando avanti – a costo di essere spiato e screditato – l’inchiesta per portare alla luce le responsabilità del principe saudita nell’omicidio del suo editorialista, , avvenuto all’ambasciata di Istanbul; Khashoggi vi si era recato per richiedere i documenti per il suo imminente secondo matrimonio.

Sentiti dal giornale, i figli di Khashoggi non hanno voluto commentare, né ha fornito spiegazioni l’avvocato che per loro sta seguendo la vicenda. Sarebbe proprio Salah, il figlio maggiore dell’attivista scomparso a vivere nella costosa villa messagli a disposizione dei reali, a Jiddah. Salah è anche l’unico fratello dei Khashoggi a risiedere nel Paese, e lo stesso di cui i media reali avevano diffuso le foto mentre stringeva la mano a bin Salman, a sottolineare il cordiale rapporto tra i due come attestazione di innocenza per il principe. Quest’ultimo, dal canto suo, ha fatto sapere che il denaro donato ai figli dell’attivista risponde a una prassi del suo paese: quella di risarcire le famiglie delle vittime “che hanno subito un’ingiustizia”, nel caso specifico l’omicidio del padre. Sarebbe comico se non fosse tragico. Considerando che – sempre per volere reale – una volta che la giustizia dovesse attestare la responsabilità degli 11 imputati attualmente alla sbarra – quel denaro potrebbe convertirsi in un sussidio a vita. L’Arabia Saudita, come promesso, sta processando gli agenti dell’intelligence che, “a titolo personale”, avrebbero ucciso Khashoggi. Certo, del processo non si sa molto, a parte che forse in primo grado gli imputati sarebbero stati ritenuti “non colpevoli”. Eppure, questo, insieme al “risarcimento” ai figli, avrebbe portato gli eredi residenti negli Usa a non accusare bin Salman per la fine del padre. Tuttavia, tornando al silenzio della famiglia, un motivo potrebbe essere ricondotto alla presenza di Salah nel paese d’origine, e il timore di ripercussioni su di lui. Motivo che giustificherebbe anche quanto scritto in un saggio dalle due sorelle, Noha e Razan secondo le quali il loro padre non fu un dissidente, semmai uno che si batteva per il cambiamento nel suo paese. A guidare i negoziati con loro è stato ancora un bin Salman, anche se di nome fa Khalid, fratello di Mohammed, ambasciatore saudita uscente negli Usa.

Il Washington Post non risparmia attacchi al presidente Trump: “Ora, a sei mesi dall’attacco odioso che ha scioccato il mondo, vale la pena di fare il punto su quello che è stato fatto in risposta, e cosa no. Mohammed bin Salman ha fatto il giro del mondo, ha battuto il cinque al presidente russo Vladimir Putin, è diventato amico della Cina ed è stato fianco a fianco ad altri leader mondiali nel suo tour finalizzato a riabilitare la sua reputazione”, prosegue il giornale. Lode, invece, agli sforzi della comunità internazionale per condannare l’omicidio e chiedere un’azione concreta. Trentasei Paesi si sono uniti al Consiglio delle Nazioni Unite per i diritti umani per condannare l’uccisione del giornalista e chiedere ai sauditi di collaborare nell’indagine condotta dall’Onu. Anche il Congresso Usa ha fatto la sua parte – sostiene il giornale – approvando una risoluzione per mettere fine al sostegno americano alla coalizione militare araba guidata dall’Arabia Saudita nello Yemen, e criticando la risposta della Casa Bianca all’omicidio Khashoggi.

Il dilemma di Kagame. Ruanda, la democrazia può riportare la faida

L’arrivo all’aeroporto di Kigali lascia sorpresi. I pavimenti sono puliti, luccicanti, non c’è carta per terra e nessun segno di immondizie. Il divieto di fumare è totale. Ma la sorpresa più grande è riservata al controllo di polizia e di dogana poco prima dell’uscita. Gli agenti non cercano droga, sigarette o liquori di contrabbando ma sacchetti di plastica, vietatissimi nell’ex colonia tedesca. Già, nonostante la Germania non abbia più niente a che fare con il Ruanda esattamente da un secolo, nel piccolo Paese al centro del continente, tutto ancora parla tedesco. A cominciare dalla pulizia dell’aeroporto, dalle strade asfaltate senza un buco, dalla birra, assieme a quella della Namibia (altra ex colonia tedesca) la migliore del continente, alla velocità entusiastica di internet o all’ossessione maniacale (ma certamente condivisibile) del bando completo per la plastica monouso. I poliziotti sono gentili ma inflessibili (e non corrompibili): i sacchetti o la pellicola con cui si imballano spesso le valigie, devono essere lasciati in aeroporto.

I ruandesi sono precisi e meticolosi e, come i tedeschi lo sono stati con lo scempio della shoah, i loro cugini africani cinquant’anni dopo hanno messo a punto la tecnica sperimentata in Europa, cercando anche loro la “soluzione finale”. In cento giorni dal 7 aprile 1994 il regime che allora governava il Paese, dominato da una dirigenza cattolica di etnia hutu, ha sterminato più o meno un milione di persone. Il Ruanda, tutto il Ruanda, è impazzito in preda a un odio razziale scatenato: famiglie che si spezzavano irrimediabilmente, mariti hutu che ammazzavano le mogli perché di origine tutsi, persone che abitavano nello stesso villaggio, pur avendo convissuto pacificamente per secoli con “gli altri”, incendiavano la capanna del vicino perché della tribù diversa. In preda a una follia collettiva, tutti si trasformavano in potenziali assassini, compreso quell’italiano, Giorgio Ruggiu, naturalizzato belga, speaker di Radio Mille Colline, l’emittente del regime, che dai microfoni incitava gli hutu “a prendere il machete e schiacciare i tutsi come scarafaggi” perché “le tombe sono in attesa di essere riempite”. In quei giorni le strade di Kigali erano diventate rosse intrise di sangue.

Dopo 25 anni, in Ruanda le ferite sono ancora aperte. Non c’è famiglia che non abbia avuto un morto in casa. Forse l’odio è scomparso ma il desiderio di rivincita, no. Il regime, dominato dai tutsi, di Paul Kagame, l’uomo che 25 anni fa ha fermato il genocidio e impedito la totale distruzione della nazione, ha centrato alcuni obiettivi: far crescere economicamente il Paese, dotarlo di un’amministrazione efficiente e poco corrotta e di servizi – sociali ma non solo – sicuramente sopra gli standard africani. Ma per bloccare sul nascere tentativi revanscisti, non ha potuto trasformarlo in una democrazia compiuta, che prevedesse libertà di esercizio dei diritti politici, elezioni libere e una stampa priva di condizionamenti. Secondo recenti analisi economiche il Prodotto interno lordo del Ruanda era di 9,14 miliardi di dollari nel 2017.

Se l’andamento di crescita sarà rispettato dovrebbe superare nel 2020 i 10,20 miliardi. Il reddito pro capite, che nel 1995 era di 125 dollari, ora è passato a oltre 800. Un bel traguardo per un Paese incastrato tra le montagne, senza uno sbocco al mare e che ha il sistema produttivo ancorato soprattutto alla coltivazione del the. Pochi mesi fa Grace, una ragazza tutsi scampata al genocidio perché con la sua famiglia era già fuggita in Uganda pochi mesi prima dell’inizio della mattanza, intervistata a Juba, in Sud Sudan dove lavora come front desk manager in un albergo, confessava: “A Kigali tutti hanno paura di parlare liberamente. Nascondono le loro emozioni non vogliono che l’interlocutore capisca cosa pensano esattamente. Ci portiamo appresso lo stigma del genocidio. Temiamo che da un momento all’altro possa accadere di nuovo. Ecco, è come se ci fosse una mancanza di fiducia negli altri. Siamo tutti un po’ nemici tra noi”. In queste condizioni non c’è un grande spazio per la competizione politica. Anche se i partiti sono ammessi, le accuse di divisionismo etnico, di favorire gli antagonismi tribali, di accendere antichi rancori pesano come una spada di Damocle: “In queste condizioni come si può pensare che qualcuno vada in piazza e durante un comizio attacchi duramente il governo o anche un’amministrazione comunale? Rischierebbe di finire immediatamente in prigione”.

Ma le contraddizioni del Ruanda sono comuni a quei Paesi africani che con grande fatica cercano di coniugare democrazia e sviluppo. Spesso da queste parti sono due termini antitetici. Ci aveva provato in Etiopia il primo ministro e uomo forte Melles Zenawi, amico e protettore di Paul Kagame. Fece crescere il suo Paese e tentò la strada della democrazia. L’opposizione gli scatenò contro antichi rancori tribali e così, poiché stava per perdere le elezioni tirò fuori l’asso nella manica: i brogli.

Il dilemma di Paul Kagame a 25 anni dalla mattanza è questo: se continua a governare con il pugno di ferro facendo concessioni minime sul piano della democrazia e dei diritti può piazzare il suo Paese in cima alla classifica africana. Se invece si converte alla democrazia, rischia di fare rimpiombare il Ruanda nel caos.

La diaspora Roma-Milano: dopo Sky ora il rischio c’è anche per Wind Tre

Alla lunga lista delle imprese che chiudono sedi a Roma per portarle a Milano sta per aggiungersi un nuovo nome. E anche questa volta viene dal mondo delle telecomunicazioni: la WindTre ha pochi giorni fa detto ai sindacati di voler spostare dalla Capitale al capoluogo lombardo una parte dell’area finanziaria, il segmento “controllo e gestione”. Come spiegato dall’azienda, si tratterebbe di circa cinquanta persone che, per il momento su base volontaria, dovranno decidere se allontanarsi da casa.

I sindacati hanno però paura che all’orizzonte si profili un nuovo caso Sky. Nel 2016 la tv satellitare aveva deciso di smantellare gli uffici romani e trasferire 153 dipendenti verso quelli milanesi. Quelli che rifiutarono il trasloco furono licenziati, anche se in seguito sono riusciti a far valere le proprie ragioni in Tribunale che ne ha ordinato il reintegro. Come detto, per ora WindTre non ha aperto una procedura formale per i trasferimenti collettivi, ma si sta limitando in questi giorni a chiamare i lavoratori per dei colloqui individuali per capire quanti siano quelli disposti a fare le valigie. Siamo insomma in una fase soft della trattativa, anche se l’allarme tra sindacati e politica è già scattato perché se questi incontri dovessero culminare con un nulla di fatto, sarebbe plausibile aspettarsi un’azione unilaterale. A quel punto si aprirebbe un bivio. “Secondo i nostri calcoli – spiega al Fatto Riccardo Saccone, segretario della Slc Cgil – i lavoratori sarebbero 150, il 70% donne. Quando abbiamo partecipato al tavolo ci hanno detto che, in assenza di adesione, andranno avanti con i trasferimenti. Per noi è inaccettabile. Come fa un’azienda delle telecomunicazioni a non riuscire a organizzare forme di telelavoro nel 2019?”. Ieri c’è stato il primo sciopero, da lunedì 8 aprile si fermeranno gli straordinari mentre per giovedì 11 è organizzata un’astensione a livello nazionale. WindTre impiega in totale circa 6.500 persone: la maggior parte a Roma, un migliaio a Milano e poi altri sparsi tra Napoli, Palermo e Ivrea. Questa manovra porterebbe un nuovo impoverimento di professionalità nella Capitale.

Bisogna ricordare che negli ultimi anni la città ha subito la chiusura del call center Almaviva (1.666 licenziamenti) e diverse imprese, oltre a Sky, hanno quantomeno provato a migrare verso la Lombardia. Per esempio Mediaset, che voleva portare via la sede del Tg5, ipotesi poi scongiurata. “C’è un problema di attrattività del tessuto produttivo della città – conclude Saccone – che va affrontato e non buttato nella sterile polemica politica”.

Reddito di cittadinanza: cosa serve nella fase 2

Con la conversione in legge del decreto 4/2019 si è concluso un percorso avviato con il disegno di legge 1148/2013, la prima proposta del M5S di un reddito di cittadinanza (RdC). Vediamo i punti di forza e di debolezza. Il RdC sostituisce il Reddito di inclusione (Rei), una misura concepita dai tre governi di centrosinistra (Letta, Renzi e Gentiloni) ma introdotta solo a dicembre 2017. Pur ispirato alle migliori pratiche in Europa, il Rei era sotto finanziato. Non poteva alleviare la povertà assoluta, in aumento dal 3 per cento nel 2006 all’8,4 per cento nel 2017. A regime il RdC dovrebbe assorbire circa 8 miliardi annui, al lordo degli accantonamenti previsti per il Rei per il biennio 2019-2020: un importo elevato ma non molto distante da quanto necessario per contrastare con efficacia la povertà assoluta (8-10 miliardi).

L’equivoco più evidente è filologico. Per reddito di cittadinanza (o di base) si intende di solito “un trasferimento pubblico in moneta erogato in modo incondizionato a tutti, su base individuale, senza alcuna verifica della condizione economica o richiesta di disponibilità a lavorare”. È questa la definizione che ne dà il Basic Income Earth Network che ne propone l’applicazione su scala mondiale. Un’idea che non ha mai trovato applicazione duratura, se si esclude l’Alaska, sia per una questione morale (“Perché sussidiare chi fa surf sulle spiagge di Malibu?” diceva John Rawls) sia per gli enormi costi.

Un secondo aspetto controverso consiste nel dietro-front rispetto al disegno di legge del 2013. Partito con l’obiettivo di abolire la povertà relativa – nel 2013 l’importo massimo del sussidio per un single privo di reddito, 780 euro mensili, coincideva con la soglia di povertà relativa stimata da Eurostat per l’Italia nel 2009 – il Movimento ha poi privilegiato la lotta alla povertà assoluta. La povertà assoluta indica una forma di deprivazione economica più grave di quella relativa: mentre l’Istat stima in 5,1 milioni i poveri assoluti, quelli in povertà relativa sono 9,4 milioni. Una bella differenza. Infatti la spesa annua della proposta grillina del 2013 era stimata dai 15 ai 29 miliardi di euro, a seconda che si includesse o no nel reddito disponibile delle famiglie il valore dell’affitto imputato dell’abitazione di residenza, se di proprietà.

L’aver virato verso un obiettivo meno ambizioso non ha impedito che il mantra dei 780 euro mensili (per chi vive in affitto) sia rimasto nella legge.

L’aver tenuto duro sui 780 euro mensili per i single ha originato un ulteriore problema: il RdC aiuta meno chi ha più bisogno. In Italia il 20,9% dei nuclei con almeno tre figli minori sono poveri assoluti, contro valori tra il 4,6% e il 5,9% a seconda che la persona sola abbia più o meno di 65 anni. E tuttavia l’importo massimo del sussidio per una famiglia di cinque componenti è di soli 1.280 euro. Tra i nuclei familiari composti di soli stranieri, l’incidenza di povertà assoluta è del 29,2%, mentre è al 5,1% tra quelle di soli italiani.

Lo stringente requisito sugli anni di residenza in Italia ai fini dell’accesso al RdC (10, di cui gli ultimi 2 continuativi) penalizza i soggetti di più recente immigrazione, anche se poveri. Diverso sarebbe stato se si fosse adottato il requisito, più generoso, vigente per il Rei (2 anni) o quello stabilito nel disegno di legge del 2013, in base al quale avrebbero avuto diritto al reddito di cittadinanza tutti i maggiorenni, residenti in Italia (senza limiti temporali), inclusi gli extracomunitari provenienti da Paesi che hanno convenzioni di sicurezza sociale con l’Italia.

Diversi sono i profili su cui pare opportuno intervenire. Uno riguarda il riequilibrio degli importi massimi del sussidio per tipologie familiari, con la riduzione di quello del single che vive in appartamento di proprietà (ora di 500 euro mensili) e il contemporaneo innalzamento di quelli previsti per le famiglie numerose. Perché poi non differenziare tali importi in base ai parametri (numerosità ed età dei membri della famiglia, area geografica e densità abitativa del comune di residenza) con cui l’Istat stima la povertà assoluta? In questo modo si terrebbe conto del diverso costo della vita nelle macro-aree geografiche e non si scoraggerebbe la mobilità Nord-Sud. Un altro suggerimento riguarda il progressivo allentamento del criterio della residenza. La modifica andrebbe a vantaggio degli immigrati poveri di ultimissima generazione, oggi esclusi dal RdC.

Il governo si è impegnato a superare, non senza qualche tensione tra Stato e Regioni, l’arretratezza dei Centri pubblici per l’impiego assumendo 3.000 nuovi addetti che dovrebbero assistere i beneficiari del RdC nella ricerca di un lavoro. Perché non investire maggiori risorse pubbliche anche in politiche per la formazione professionale e nel campo dell’alternanza scuola-lavoro? E perché non abbassare l’aliquota marginale di sottrazione del sussidio che grava su ogni euro aggiuntivo di reddito prodotto sul mercato, così da ridurre la trappola della povertà, ovvero il disincentivo a lavorare in chi beneficerà del RdC? L’aliquota è ora pari all’80% ma potrebbe essere portata, per esempio, al 50%.

Il ministro Luigi Di Maio ha indicato nella conversione del decreto legge la nascita di “un nuovo modello di welfare”. Un po’ esagerato. Si può osservare, più sommessamente, che è in gioco il consolidamento delle ancora gracili politiche di lotta alla povertà nel nostro Paese.