Gli sponsor di Casaleggio che puntano sui 5 Stelle

Quest’anno per la tredicesima edizione, il 16 aprile a Milano e l’8 maggio a Roma, la Casaleggio Associati presenta lo studio sull’e-commerce, un documento molto colorato e molto stilizzato di circa 60 pagine sull’andamento delle vendite online. Per la prima volta, Davide Casaleggio organizza l’evento mentre il M5S, il partito che controlla attraverso l’associazione Rousseau, è al governo.

Il figlio di Gianroberto, il fondatore dell’azienda e del Movimento, respinge ogni accusa di conflitto di interessi per il doppio ruolo che svolge, ma l’attrazione verso la Casaleggio Associati è in aumento. Per l’imminente appuntamento di Milano, al centro congressi della Fondazione Cariplo, e poi per quello di Roma all’università Luiss di Confindustria già otto società – nel 2017 erano la metà – hanno pagato per affiancare nome e logo alla Casaleggio Associati, una piccola azienda che fa “strategie di rete” e che nell’ultimo bilancio fatturava 1,1 milioni di euro. Oltre a Binoocle Institute, Webperfomance, la svizzera Octoplus e la multinazionale Nexi, a vario titolo impegnate in attività di e-commerce, ci sono altri sponsor che, oltre ai destini di Internet, pensano anche alle relazioni con il governo, lato M5S. Flixbus, l’azienda che ha rivoluzionato il trasporto a basso costo sui bus; Deliveroo, l’applicazione web di consegna di cibo a domicilio; Fonarcom, il fondo interprofessionale per la formazione dei lavoratori, costituto da Confederazione italiana federazioni autonome Cifa (presente tra i “partner”) e dal sindacato Confsal. Ciascuno ha patrocinato il rapporto con una somma tra i 5.000 e i 10.000 euro. Il circuito per il pagamento digitale Nexi ha versato soltanto 7.500 euro perché non sarà tra gli oratori, Fonarcom ha speso 10.000 perché il presidente Andrea Cafà confida di parlare a Milano. Sono cifre basse, ma che permettono alle aziende di stringere contatti con la Casaleggio Associati, il cui presidente è pure al vertice dei Cinque Stelle.

Il mandato al ministero del Lavoro di Luigi Di Maio, vicepremier e capo del Movimento, è cominciato proprio con la dichiarazione di guerra alle applicazioni che usano i fattorini in bicicletta (rider), sfociata poi in un tavolo di trattative per riscrivere le regole del settore. Il 4 giugno 2018 Deliveroo ha ringraziato Di Maio per lo sforzo profuso con un comunicato del direttore generale Matteo Sarzana, lo stesso che ora ha autorizzato la sponsorizzazione a Casaleggio Associati. Il 26 febbraio, i rider hanno protestato proprio sotto la sede della Casaleggio. Tra i promotori dell’iniziativa i “Deliveroo Strike Riders”.

Dopo una tiepida accoglienza nel mercato italiano, i Cinque Stelle hanno combattuto per Flixbus durante il governo di Paolo Gentiloni protestando per una norma che rendeva “illegali gli autobus” a basso costo e Di Maio, il 30 novembre 2017, ha incontrato André Schwämmlein, amministratore delegato di Flixbus: “Ci piace immaginare un futuro dove l’innovazione migliora la qualità di vita delle persone”. Per la campagna elettorale in Abruzzo, a gennaio, in provincia di Teramo, la candidata governatrice Sara Marcozzi e diversi parlamentari pentastellati hanno invitato Fabio Maccioni, responsabile per le relazioni istituzionali in Italia del gruppo tedesco, a un convegno sul turismo. Non stupisce che Maccioni abbia scelto di incastonare il simbolo di Flixbus nello studio di Casaleggio Associati. Pure Cafà, capo di Fonarcom, ha risposto affermativo alla telefonata dei collaboratori di Davide Casaleggio: “Mi hanno chiesto di partecipare e ho accettato perché l’e-commerce è un fenomeno europeo, mondiale e noi italiani siamo indietro. Noi facciamo formazione ai lavoratori e la formazione aiuta le imprese a vendere meglio anche su internet”.

Fonarcom, che si sostiene con lo 0,3 per cento delle retribuzioni che le imprese versano all’Inps per la formazione dei dipendenti, è un ente paritetico interprofessionale che ha guardato con grande attenzione all’arrivo del reddito di cittadinanza dei Cinque Stelle. Centinaia di migliaia di italiani avranno bisogno di formazione e i centri per l’impiego (pubblici) indirizzeranno i beneficiari ai maestri della formazione, come i fondi interprofessionali, esplicitamente citati dalla legge approvata pochi giorni fa in via definitiva.

“Si tratta di enti o aziende private che vogliono sostenere una ricerca su un tema cruciale come l’e-commerce, non c’è nessuna interferenza da parte di Casaleggio con le attività del governo”, dicono dalla Casaleggio Associati. Finanziare Casaleggio per avere buoni rapporti con il M5S, però, rischia di confliggere con il principio fissato dalla legge “spazzacorrotti” voluta dal M5S che impone trasparenza assoluta su tutte le donazioni superiori a 500 euro. Regola che vale anche per i soldi che incassa l’associazione Rousseau (presieduta da Davide), non per i contributi alla Casaleggio Associati. L’azienda non è formalmente legata al M5S, ma il suo capo sì.

Le vittime alla riscossa: ora Salvini perde con la Boldrini

Sta succedendo qualcosa nel mondo della comunicazione politica 2.0 e sebbene possa sembrare una faccenda irrilevante, è qualcosa per cui il capitano Matteo Salvini e il mozzo Luca Morisi non stanno dormendo da qualche notte. L’incontrastata supremazia social del leghista è infatti in affanno per colpa del suo peggior nemico, per colpa di colei che ebbe le sembianze di una bambola gonfiabile su un palco di Busto Arsizio e che ora, per contrappasso, sta sgonfiando il bambolotto Salvini sui social con una artiglieria di tweet e commenti. Lei è naturalmente Laura Boldrini. Il suo avversario è La Bestia di Luca Morisi, macchina di propaganda social esperta in algoritmi e viralità.

Boldrini e Salvini, la “Bella Ciao” e la “Bestia”, li potremmo definire, se non fosse che di fiabesco in questa contrapposizione c’è ben poco. In compenso, c’è molto di interessante, perché nell’ultimo periodo il ministro dell’interno e l’ex presidente della Camera sembrano essersi scambiati i ruoli. Matteo Salvini è passato dalla comunicazione aggressiva dei primi tempi (Ruspa, Tutti a casa, Un calcio nel sedere, La pacchia è finita) a un registro vittimistico del tutto inedito (Mi minacciano!). La Boldrini è passata da una comunicazione vittimistica (mi insultano, mi offendono) a una cifra più audace e bellicosa (Salvini, ma quando lavori?). La Bestia, insomma, al momento pare una mammoletta, la Boldrini un puma incazzato. E i risultati parlano chiaro: la Bella Ciao comincia a fare più numeri della Bestia.

La polarizzazione Salvini/Boldrini, che da sempre è stata più utile a lui che a lei, è ormai un ottimo strumento di propaganda per la Boldrini e un fantozziano boomerang per Salvini. Prendiamo la giornata di lunedì. Il capitano abbandona per un attimo il suo tiramisù realizzato con uova partorite dalle chiappe di galline italiane doc e posta un video in cui la Boldrini dice “L’immigrazione non è un problema” commentando: “A lei andava bene l’invasione clandestina incontrollata!”. Realizza 3000 like. Arriva la risposta: “Buongiorno ministro, sono un collaboratore di Laura Boldrini, che ora è impegnata in un incontro con gli studenti e non ha tempo né voglia di stare sempre a rispondere alle sue bufale. Mi ha chiesto solo di domandarle: #maquandolavori?”. Risultato: 12.000 like e 4000 retweet. Il che vuol dire due cose: 1) il tema immigrazione per aizzare il popolo sui social comincia a indebolirsi 2) neanche la Boldrini, ma il social media manager della Boldrini, gli ha fatto un mazzo tanto.

Lo stesso è accaduto in occasione del congresso della famiglia di Verona. La Boldrini aveva partecipato al corteo femminista ballando una tarantella, Salvini l’aveva perculata sui social, è finita che l’hashtag #ioballoconlaura nato più per attaccare Salvini che per sostenere la Boldrini, è stato in trend topic per due giorni. Il tiro al bersaglio sul nemico donna, di sinistra e amico degli immigrati non sembra più dare i suoi frutti come una volta, quando un qualsiasi riferimento alla Boldrini era un coro di insulti a supporto del capo di tutti i bulli. Ecco perché Salvini sta passando dall’attaccare al raccontarsi come quello attaccato, minacciato, offeso, insultato. A fare meno la Bestia e più la bestiolina ferita con la zampetta nella tagliola. Basta dare un’occhiata alla comunicazione da perseguitato social di Salvini solo nell’ultima settimana per rendersi conto della situazione, roba che a scorrere tutti i suoi tweet pare di leggere la bacheca di un rohingya in fuga dal Myanmar, di una yazida scappata da un miliziano di Isis.

Piagnucola perché Romano Prodi gli dà del razzista, che, voglio dire, se glielo dice la barista sotto casa forse ha un bacino di influenza più ampio (almeno tra quelli che fanno colazione la mattina). Frigna perché sul Fatto qualcuno “ha elencato i piatti che ha postato sui social, come fanno milioni di italiani!”. Poi posta la scritta “Fascista leghista morite tu e Salvini” su un muro a Salerno e commenta “Altre minacce di morte, vigliacchi!”. Scrive che l’hanno minacciato a Torino, posta la foto di una ragazza col temibilissimo cartello “Salvini cazzo vuoi, non sei mia madre!”. Dice che D’Alema l’ha definito rozzo e allora “Va capito, poveretto. A sinistra se la sognano una Comunità come la nostra! Buon Maalox anche a D’Alema!”. Mancava solo lo gne-gne finale. Poi bela perché a Brescia hanno bruciato un fantoccio con le sue fattezze, perché Vauro e Fratoianni lo attaccano, perché a Livorno lo minacciano, posta una sua foto al telefono con didascalia “Senza nessuna paura di minacce, insulti o processi, si lavora per l’Italia”, che voglio dire, magari era al telefono con la figlia di Verdini per sapere se Dumbo le è piaciuto.

Insomma, manca solo che posti la foto del taglio sul mignolo fatto tagliando le zucchine e la scritta “Ho tanta bua, ma se voi ci siete io ci sono amici!”. Infine – e questo è il segnale di difficoltà più eclatante – scrive il tweet “Belle no? Perfette per rispondere ai rosiconi nei commenti! Divertitevi, le trovate su tutti i social, Whatsapp e Messenger!”. Il tutto per promuovere le gif animate con le citazioni di Salvini. Sì, avete capito bene. Un ministro che promuove la sua gif animata con la scritta “FENOMENO”.

Chiedo al responsabile della comunicazione della Boldrini, Flavio Alivernini, di commentare questo capovolgimento di ruoli. Risponde così: “Per anni la ‘bestia’ ha fatto solo propaganda e la cosa ha funzionato. Ora che la Lega è al governo, avrebbero dovuto cambiare strategia e occuparsi dei problemi degli italiani anziché continuare a urlare slogan vuoti. I continui ‘cappotti’ di Boldrini a Salvini sui social dimostrano che la Rete ha degli anticorpi e dietro ogni profilo ci sono persone con senso critico – non solo voti da strappare a ogni costo – e che alla lunga distinguono una comunicazione autentica da una strumentale”.

Chiedo anche a Luca Morisi se ha voglia di commentare, ma non risponde. Forse, come in certe arene, infilzando le banderillas sul dorso della Bestia per farla tornare incazzata come un tempo, è rimasto incornato pure lui. Come il suo capitano.

Alunni a rischio: ogni tre giorni un crollo negli istituti scolastici

Dall’inizio dell’anno scolastico ogni tre giorni ci sono stati, nelle scuole italiane, episodi di distacchi e crolli. Un vero e proprio record quello degli ultimi 5 anni, per un totale di oltre 250 episodi dal 2013. Sono 17.187 le scuole che si trovano in aree con una pericolosità sismica alta o medio-alta e circa 4 milioni e mezzo di studenti tra i 6 e i 16 anni vivono in province in tutto o in parte rientranti in queste aree. Ma il tema dell’insicurezza delle scuole non riguarda le sole aree a rischio sismico: basti pensare che solo il 53,2% degli edifici scolastici in tutta Italia possiede il certificato di collaudo statico e il 53,8% non ha quello di agibilità o abitabilità.

Dati allarmanti quelli presentati da Save the Children e Cittadinanzattiva che alla Camera hanno presentato un Manifesto in nove punti che sottolinea come da un lato sia un diritto fondamentale per bambini, insegnanti e personale non docente quello di frequentare strutture sicure; dall’altro che non si può prescindere da una definizione chiara di competenze e responsabilità sull’argomento e dal garantire un supporto tecnico permanente a favore degli enti locali.

Il caso Virtus Italia, in 400 senza stipendio da mesi: è l’ultima emergenza dell’accoglienza

“Abbiamo dovuto trasferire tutti i minori e chiudere il centro perché non c’erano più operatori. Non prendiamo lo stipendio da novembre, chi ha trovato altro si è dimesso”. A parlare in anonimato a Il Fatto Quotidiano un’operatrice di un centro per minori stranieri non accompagnati della Virtus Italia Onlus, operatore del sociale di Roma, commissariato da settimana scorsa, che non paga i suoi 400 dipendenti da 4 mesi. Dopo le proteste dei lavoratori Prefettura e Comune di Roma hanno promesso di riprendere i pagamenti all’associazione. “Non è per il decreto Salvini – dice ancora l’operatrice – ma sicuramente a seguito della legge questo è un settore in abbandono”. La situazione della Virtus Italia – che si occupa anche di asili nido e disabilità – apre una finestra su quello che sta succedendo nel settore dell’accoglienza. “Èuna crisi di sistema che si amplierà nei prossimi mesi – dice Antonio Amantini della CGIL FP – e riguarderà tutti i lavoratori di Cara Cas e Sprar. Il primo caso è quello della chiusura di Castelnuovo di porto che ha lasciato a casa 120 persone”. Le prossime sono altre due grosse realtà del di Roma e Lazio. La Medihospes, 2.100 dipendenti in tutta italia, ha aperto la procedura di licenziamento per 351 lavoratori imputandola al Decreto Salvini. La Croce Rossa Italiana ha scelto di non partecipare all’ultimo bando per i centri di accoglienza della prefettura di Roma. “Non abbiamo partecipato perché il bando non prevede una sostenibilità economica del servizio” spiega Pietro Giulio Mariani, CRI Roma. Tre i centri gestiti dalla Croce rossa il CAS “Enea”, “Pietralata” e “Penelope”, per un totale di 500 rifiugiati e 80/100 dipendenti.

Difficile stimare numeri dei lavoratori dell’accoglienza a rischio: la Cgil parla di quarantamila persone, la CISL ventimila. “Attualmente ci sono circa 15 mila lavoratori occupati nell’accoglienza di 100 mila rifugiati e richiedenti asilo – dice a Il Fatto quotidiano Filippo Miraglia responsabile immigrazione Arci e nel Tavolo Nazionale Asilo – Noi pensiamo che almeno il 60/70 % di queste persone perderanno il posto di lavoro”.

Pacchi alimentari e 20 euro in cambio di voti: 8 arresti. Il gip: “Fermateli prima delle Europee”

La maledizione dei rifiutia Torre del Greco, tra mazzette ed emergenze continue. Otto arresti e altre sei misure cautelari – tra cui due consiglieri di maggioranza, l’ex azzurro Stefano Abilitato ai domiciliari, e il poliziotto Ciro Piccirillo, accusato di una soffiata, che ha dovuto lasciare la Campania – raccontano di come “otto gruppi di persone” hanno truccato le elezioni del giugno 2018 distribuendo i pacchi alimentari Unicef in cambio di voti, o comprandoli con 20 euro fuori ai seggi.

Torre del Greco era tornata alle urne perché nel 2017 il sindaco Ciro Borriello era stato arrestato per tangenti sulla nettezza urbana. Ed il suo successore Giovanni Palomba è stato eletto in un clima di “criminale mercimonio dei voti indegno di un paese civile”, scrive il Gip di Torre Annunziata Fiorentino su un’ordinanza che va eseguita subito, “in vista delle prossime elezioni europee”, o lo spettacolo si ripeterebbe.

Parte di questo mercimonio, secondo le indagini dei carabinieri di Torre del Greco, sarebbe consistito nella promessa di Abilitato – e del sodale Simone Magliacano, arrestato, che sognava di diventare assessore – di stabilizzare sei contratti di Garanzia Giovani nella Gema, l’impresa della spazzatura. Furono presi dieci giorni prima delle elezioni, ma non furono confermati e avrebbero alimentato le proteste tra novembre e gennaio, con cui un gruppo di facinorosi ha tenuto in scacco il Municipio ed ha danneggiato i camion. Abilitato poi è stato minacciato da uno dei sodali, Ciro Massella, a manate sull’auto e insulti. “È la rottura del pactum sceleris”. La manovalanza indagata sfoggia grosse armi su una chat “nettezza urbana” e parla di “patti di sangue”. Il Gip sottolinea un video di Fanpage “senza il quale il pactum sceleris sarebbe ancora operativo”. Il sindaco Palomba non risulta indagato, ma un pentito parla di “voti per lui a 80 euro” e il Gip scrive che la corruzione elettorale sarebbe stata architettata con il suo “concerto”. Ed il deputato M5s Luigi Gallo ne chiede le dimissioni.

“Il corpo di ballo è precario, adesso basta”: protesta prima de “Il Lago dei Cigni”

“Gentilissimo pubblico vi chiediamo scusa ma prima dello spettacolo abbiamo bisogno di dirvi qualcosa”. Inizia così la prima del “Lago dei cigni” al teatro San Carlo di Napoli. Dalla buca i maestri dell’orchestra con i loro strumenti richiamano l’attenzione dei presenti. In scena entra una ballerina e un collega con un foglio in mano. L’uomo legge il testo con cui gli artisti del più antico teatro d’opera del mondo denunciano lo stato di precariato in cui lavora ormai buona parte di loro. “Nelle scorse settimane è stato espresso un parere ministeriale che ha evidenziato quanto il settore del ballo sia invisibile e umiliato agli occhi del Governo. L’ennesimo schiaffo alla dignità di tutte le ballerine e di tutti i ballerini”. L’artista prosegue poi la lettura nel silenzio della sala “stiamo assistendo, nell’indifferenza del Governo nazionale, alla morte di un’arte”.

Dei 60 componenti del corpo di ballo in scena per il Lago dei cigni solo 15 sono inseriti nell’organico mentre i restanti 45 hanno contratti precari. “Aspettiamo da mesi – ha poi continuato – un decreto ministeriale che difenda la specificità del comparto e che permetta la progressiva soluzione del precariato, chiediamo una rapida inversione di tendenza e rispetto della dignità professionale di ballerine e ballerini”. A metà marzo Alberto Bonisoli, capo del Dicastero dei Beni e delle attività culturali, aveva assicurato: “È quasi pronto un decreto legge per superare il blocco dei contratti a tempo determinato” nelle fondazioni lirico-sinfoniche. Una conseguenza anche della condanna inflitta dalla Corte di giustizia dell’Unione europea che aveva dichiarato “illegittima la normativa italiana rispetto al rinnovo dei contratti, della loro durata massima oltre che all’inserimento di un obbligo di motivazione ai rinnovi.

Dal prestigioso palco di Napoli l’invito : “Vi chiediamo di essere vicini al teatro San Carlo, all’arte e alla cultura”.

La canzone di Amelia “la disgraziata” Il primo pizzino fu scritto nel 1901

Un fazzoletto di stoffa, vergato a mano con calligrafia ferma e scorrevole, probabilmente l’ammonimento di un anonimo boss detenuto a una ‘’guagliona’’ contenuto nel testo della ‘’canzone di Amelia, la disgraziata’’, una “canzone di malavita” del XIX secolo.

Risale al 1901, e nel sito del ministero della Giustizia è presentato come il primo pizzino mafioso della storia del nostro Paese: per questo il procuratore generale della Cassazione Riccardo Fuzio, in una precedente presentazione, ha detto di volerlo digitalizzare e archiviare tra i documenti che testimoniano la presenza mafiosa nel Paese e domani sarà esposto in occasione del ventennale della fondazione del Gruppo Operativo Mobile della Polizia Penitenziaria, alla Scuola formazione e aggiornamento del personale penitenziario “G. Falcone”.

Modi e linguaggi della mafia di fine Ottocento riportati alla luce da un sottufficiale dei carabinieri: il ritrovamento del ‘’pizzino’’ si deve infatti al lavoro di ricerca del brigadiere Vito Stefano De Carolis, che al servizio nell’Arma ha unito la sua passione per la ricerca storica della criminalità barese: tra gli atti di uno dei primi maxi-processi italiani, avviato nel 1891, De Carolis ha trovato il reperto, un messaggio viecolato all’esterno del carcere barese da un capo clan camorrista, che una perizia grafologica forense firmata dal Colonnello dell’Arma Vincenzo Caiazzo e dall’avvocato Giuseppe Santorelli, fa risalire al 1901.

E se quel maxi-processo fu indubbiamente uno dei primi della storia giudiziaria italiana (anche se non il primo, come fa notare la ricercatrice palermitana Amelia Crisantino, che cita il noto processo agli stuppagghieri degli anni Settanta dell’Ottocento, a Palermo), quel pizzino è oggi la prima traccia scritta di un modo di comunicare tra i mafiosi che ha resistito oltre un secolo a tutte le innovazioni tecnologiche, fino a gestire, di fatto, le latitanze di boss come Bernardo Provenzano (arrestato nel 2006) e di Matteo Messina Denaro, primula rossa da 26 anni. Ora il pizzino è finito nel libro di De Carolis Con un piede nella fossa – storie di malavita e camorra barese 1861-1914 che ricostruisce come da un’interrogazione parlamentare del 1891 (e dal lavoro dei cronisti pugliesi) partirono le indagini sfociate nel primo maxi-processo alla camorra pugliese dall’Unità d’Italia.

E anche il New York Times inviò a Bari i suoi reporter, insieme ad altre 70 testate giornalistiche, per documentare la risposta del giovane Stato unitario al fenomeno criminale sistemico che già nell’Ottocento aveva iniziato a infestare relazioni sociali e territori e che nell’interrogazione parlamentare dell’onorevole Pugliese veniva descritto con parole scritte nell’ultimo decennio dell’Ottocento, ma ancora, purtroppo, drammaticamente attuali: “…nel carcere di Bari è esistita la più sfacciata e vergognosa camorra, è cosa vecchia e il governo la conosce da tempo antico…”.

Nuovo rito abbreviato: niente più sconti in caso di ergastolo

Cambia il giudizio abbreviato: niente più sconti per i delitti puniti con l’ergastolo. Fino a oggi, invece, in caso di condanna con questo rito era possibile ottenere una riduzione fino a un terzo della pena. Dopo l’ultimo via libera del Senato adesso il nuovo rito per chi chiede di essere giudicato subito è legge. Le nuove norme prevedono paletti rigidi che escludono il rito speciale per chi è accusato di reati come la devastazione, il saccheggio, la strage, l’omicidio aggravato e le ipotesi aggravate di sequestro di persona. Il testo prevede che la richiesta di accorciare i tempi della giustizia per uno di questi delitti debba essere dichiarata inammissibile dal giudice dell’udienza preliminare; l’imputato però può rinnovare la richiesta, in modo che alla fine del dibattimento – in caso ce ne siano gli estremi – il giudice possa applicare la riduzione. La soluzione sarà valida anche al contrario, nel caso in cui il quadro accusatorio si aggravi durante il procedimento: se la pena diventa l’ergastolo si ripristina il procedimento penale ordinario.

Il software spia, le procure e il poliziotto consulente

L’inchiesta della Procura di Napoli sulle intercettazioni informatiche giudiziarie compiute con il software Exodus rischia di allargarsi. Il procuratore Giovanni Melillo e i pm campani stanno incrociando le risultanze di diverse indagini trasmesse dalla Procura di Catanzaro e Salerno. Fascicoli riservati perché riguardano magistrati in servizio in Calabria e i loro contatti con l’indagato Vito Tignanelli. Gli investigatori parlano addirittura di “concreto vincolo amicale” tra i pm e l’indagato censurando “alcune conversazioni di particolare interesse investigativo”. Tignanelli, infatti, non è solo l’amministratore di fatto della società Stm srl (“formalmente intestata” alla moglie Marisa Aquino) che, per conto di diverse procure italiane, eseguiva le intercettazioni utilizzando il software realizzato dalla società “eSurv srl” attraverso una piattaforma che custodiva dati sensibili su un cloud di Amazon piuttosto che nei server degli uffici giudiziari come prevede la legge, e che era facilmente violabile. Tignanelli è anche un agente della polizia di Stato, e il suo nome è comparso in una inchiesta della Procura di Catanzaro che nel luglio scorso ha arrestato il maresciallo dei carabinieri Carmine Greco per associazione mafiosa e per aver manipolato un’indagine che stava conducendo per conto della Procura di Castrovillari su una dirigente della Regione Calabria. In quell’occasione il maresciallo si è fatto aiutare da un imprenditore boschivo. Quando quest’ultimo, Antonio Spadafora, rimase coinvolto nell’inchiesta “Stige” della Dda di Catanzaro perché ritenuto espressione delle cosche di Cirò, il poliziotto Tignanelli si mise in contatto con il maresciallo Greco: “Morettino, non ti incazzare. – furono le sue parole – Ha detto il capo che ci dobbiamo vedere”.

Chi fosse il “capo”, gli inquirenti stanno cercando di decifrarlo. Ne hanno un’idea, e se dovessero riuscire a dargli un nome, forse potrebbe essere utile anche per ricostruire la falla nelle intercettazioni affidate a Stm. Di sicuro verrebbe fuori il business di Tignanelli e moglie che, solo da alcune procure calabresi, sembrerebbero avere ricevuto commesse per centinaia di migliaia di euro. Mentre la Dna già da fine dicembre ha lanciato l’allarme alle Procure distrettuali circa i rischi delle intercettazioni di “Exodus”, i pm di Napoli stanno ricostruendo i rapporti tra Tignanelli e i magistrati con i quali è stato intercettato. In alcune conversazioni si parla di aspetti tecnici relativi al servizio offerto dalla “Stm Srl” che non è l’unica azienda di cui è socio il poliziotto. Tignanelli ha pure il 10% della “Sakata Sro”, finanziaria slovacca il cui amministratore è un farmacista cosentino, Graziano Santoro. “Attraverso una ricerca di fonti aperte – scrivono gli investigatori – si è appurato che Santoro aveva preso in appalto i lavori del porto di Diamante” e che il fratello Giorgio sarebbe “inserito in una loggia massonica”. Nei brogliacci la cerchia è sempre la stessa e vede Graziano Santoro e Tignanelli in contatto con magistrati calabresi nei confronti dei quali c’è un fascicolo aperto a Salerno.

Parnasi, Comune e Regione vogliono costituirsi parte civile

Il Campidoglio e la Regione Lazio hanno chiesto di costituirsi parte civile nel procedimento sul nuovo stadio della Roma. Lo hanno fatto in occasione dell’udienza preliminare del procedimento a carico di Luca Parnasi, il costruttore romano accusato di essere a capo di un’associazione a delinquere finalizzata a commettere reati contro la Pubblica amministrazione, come le corruzioni. Su Parnasi e altri 14 pende la richiesta di rinvio a giudizio formulata dalla Procura di Roma. Secondo i pm, attraverso mazzette, favori e sponsorizzazioni, il costruttore avrebbe cercato di incidere sull’iter legato all’approvazione del progetto sul nuovo stadio, che dovrebbe sorgere nell’area di Tor di Valle. Davanti al gip Costantino De Robbio ieri si è presentato anche il Codacons, Cittadinanzattiva e il sindacato Asia-Usb che hanno chiesto di essere considerati come parte lesa. Altre richieste potrebbero pervenire entro il prossimo 8 aprile, data in cui il gip deciderà se accogliere o meno le richieste di costituzione di parte civile, e soprattutto se mandare a processo i 15 indagati.