Cassonetti rovesciati, dati alle fiamme e decine di abitanti in strada per un intero pomeriggio. Proteste alla periferia est di Roma per l’arrivo di alcune famiglie rom in una struttura di accoglienza di via dei Codirossoni a Torre Maura. Il malcontento, iniziato nel primo pomeriggio, è montato con il passare delle ore. Nella stradina alla periferia della città si sono radunate circa 300 persone. Con il passare del tempo la rabbia è salita. I residenti hanno creato barricate con i cassonetti dei rifiuti, posizionati al centro della strada, rovesciati o dati alle fiamme. Alcuni hanno poi bloccato la consegna dei pasti all’interno del centro da parte di un addetto. I panini che dovevano esser consegnati sono caduti a terra e sono stati calpestati dai manifestanti, perché non potessero più essere forniti ai nomadi. La protesta è scattata con l’arrivo delle prime famiglie dal centro d’accoglienza di via Toraldo a Torre Angela nella struttura di via dei Codirossoni, vincitrice di un bando europeo. “Andate via” hanno urlato alcuni. E ancora: “Basta con queste decisioni calate dall’alto”.
“Mercati Generali, De Vito mi chiese di vedere gli investitori: avvertii Virginia”
Qualcuno è stato pressato per firmare una delibera. Altri sono stati sollecitati a incontrare imprenditori “amici”. E c’è anche chi dice di aver avvertito “un certo pressing” nelle riunioni che riguardavano il nuovo stadio della Roma. È l’immagine di un Marcello De Vito particolarmente interessato ad alcuni affari importanti della Capitale quella che assessori e funzionari del Campidoglio consegnano ai magistrati titolari dell’indagine che lo scorso 20 marzo ha portato in carcere l’ex presidente dell’Assemblea capitolina, accusato di corruzione. Il giorno stesso dell’arresto di De Vito, è stato sentito come persona informata sui fatti l’assessore all’Urbanistica Luca Montuori. “La volta in cui De Vito mi chiese di incontrare gli investitori nel progetto Mercati Generali – racconta Montuori – restai perplesso. Informai la sindaca. (…) Lei mi disse che non era De Vito a fissare l’agenda delle priorità e che quindi ero libero di valutare come e quando incontrarli, relazionando poi sull’esito”. L’assessore racconta ai pm di aver incontrato “il finanziatore del progetto (ex Mercati Generali ndr), De Balkany” e l’imprenditore Davide Zanchi, interessato allo stesso affare. Concessionario dell’area degli ex mercati Generali è il gruppo Toti. E secondo le accuse De Vito aveva messo anche a loro disposizione la propria funzione pubblica, ottenendo in cambio l’affidamento di un incarico professionale di 110 mila euro circa allo studio legale dell’amico Camillo Mezzacapo (anche questi arrestato per corruzione). Di questi soldi, secondo i pm, 48 mila euro erano finiti nella Mdl Srl, “cassaforte” dei due arrestati.
Sui Mercati Generali Montuori spiega ai pm l’iter amministrativo: “Quando ho preso la pratica in mano, il progetto definitivo aveva concluso il suo iter amministrativo interno in quanto era stato approvato in Conferenza dei Servizi”. Poi, continua, “vi è stato il passaggio in Giunta e l’approvazione nel mese di settembre 2017”. Sui Mercati Generali, quindi, anche “la sindaca mi chiese di approfondire la questione per giungere ad una determinazione del Comune e uscire dall’inerzia”.
Era comunque un progetto che interessava De Vito, il quale ne chiedeva informazioni anche fino a “20 o 30 giorni fa”, ossia prima dell’arresto. Non solo.
L’ex presidente dell’assemblea capitolina voleva notizie anche sull’iter del Nuovo Stadio della Roma. Circostanza che di cui parla ai pm anche Alessandra Agnello, presidente della Commissione capitolina lavori pubblici: “Con riferimento al Nuovo Stadio – ha raccontato il 22 marzo – ho avvertito un certo pressing da parte di De Vito”.
Durante una riunione, “era particolarmente eccitato – continua –, sollecitava tutti ad andare avanti e votare favorevolmente”. Anche la Presidente della Commissione Urbanistica, Donatella Iorio, sarebbe stata pressata per una delibera sul progetto “Vele di Calatrava”. I collaboratori di De Vito infatti, avrebbero cercato spesso di convincere la donna a firmare una delibera. Lei aveva ceduto, convinta che fosse una decisione condivisa. Ma quando si era lamentata con De Vito, scoprendo che solo lei aveva firmato quell’atto, “De Vito si arrabbiò – racconta la Iorio – e mi disse che una cosa del genere non sarebbe mai più dovuta succedere”.
È sempre la Presidente della Commissione Urbanistica Capitolina a rivelare un particolare inedito: “C’è stato un momento in cui la Sindaca ha chiesto, in una chat, chi avesse le carte dei Mercati Generali. Io ho risposto di averle e lei mi ha detto di consegnarle a Lanzalone. Non ricordo a chi le ho consegnate quelle carte, certamente non a Lanzalone (Luca, l’uomo degli affari dello Stadio in Campidoglio, ora accusato di corruzione, ndr). Era la fine del 2016 o l’inizio del 2017”.
La sindaca incontra Costa. Il ministro: “È un avvertimento”
“L’incendio a Rocca Cencia? È stato un avvertimento”. Così Sergio Costa durante l’incontro con Virginia Raggi, che ha ribadito la sensazione di essere “sotto attacco”. Al ministro, quindi, la sindaca di Roma ha illustrato gli episodi avvenuti nella Capitale: un tmb (trattamento meccanico biologico) completamente distrutto dalle fiamme a dicembre scorso, un altro parzialmente danneggiato a marzo, altri due roghi scoppiati in altrettanti centri raccolta nel 2018. E poi furti nelle sedi della municipalizzata Ama, atti di vandalismo e oltre cassonetti bruciati. “Dinamiche che conosco bene – ha detto il ministro, attingendo alla propria esperienza nella Terra dei Fuochi campana – Per quanto di competenza, hai tutto il mio sostegno”, le ha ripetuto, assicurando che si farà portavoce con il premier Giuseppe Conte affinché si velocizzi l’iter per rendere Roma “una specie di Città-Stato”.
Per il momento, quindi, la Raggi i suoi passi li sta facendo attraverso i canali della pubblica sicurezza, soprattutto dopo aver chiesto – a seguito dell’episodio del rogo al Tmb di via Salaria – l’esercito a guardia degli impianti.
Non aveva ottenuto risposte. In primis la Prefettura di Roma, che a luglio aveva ricevuto la circolare firmata dal ministro dell’Interno, Matteo Salvini (e spinta proprio da Costa) di elencare tutti i siti sensibili. Ora il messaggio è passato. Raggi ha confermato a Costa “l’ottima interlocuzione con la prefetta Paola Basilone”.
Adesso la palla quindi passa al Viminale. Salvini ha già rimodulato a febbraio la distribuzione del contingente militare impegnato sul territorio nazionale, rafforzando Milano e Roma. Proprio nella Capitale sono arrivati 39 soldati a guardia del campo rom di Tor Sapienza (sono 1.989 in tutto sul territorio capitolino), il più problematico in città per il fenomeno dei roghi tossici. Il ministero sta cercando di capire se si potrà rivedere ulteriormente l’impiego dei militari.
Durante l’incontro Costa ha esortato la Raggi anche a lavorare per diminuire la produzione dei rifiuti, ad esempio “copiando” l’iniziativa del sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, che vieta la plastica sul lungomare partenopeo.
In generale però bisogna aspettare che la Regione Lazio completi il piano rifiuti concordato con proprio con il ministero. Questo prevede un maxi-impianto nel comune di Colleferro che andrà pian piano a sostituire i Tmb privati, come quelli del Colari del “re della monnezza” Manlio Cerroni, da cui la Capitale ancora non riesce ad affrancarsi.
Roghi e bandi deserti: ai pm il dossier rifiuti della Raggi
Tre milioni di euro spesi nel 2018 per la raccolta “extra” dei rifiuti e mezzo milione per comprare cassonetti nuovi. La “guerra della spazzatura” costa cara ai romani. I cassonetti sono poca cosa rispetto agli incendi e l’amministrazione sospetta che ci sia un’unica mano dietro i disastri degli ultimi anni nel settore: dai roghi negli impianti di Tmb (trattamento meccanico biologico) di proprietà della municipalizzata dei rifiuti Ama, ai bandi dell’ultimo anno e mezzo andati tutti deserti. Lo dice senza giri di parole la sindaca Virginia Raggi: “La certezza – ha detto intervistata dal Fatto – è che un determinato sistema ha sempre lucrato sullo smaltimento dei rifiuti indifferenziati, noi lo stiamo combattendo puntando sulla raccolta differenziata”. Così dal suo staff stanno preparando un dossier che sarà consegnato ai magistrati che indagano sui roghi dei due Tmb, quello di dicembre scorso in via Salaria e quello del 24 marzo a Rocca Cencia. La Procura già ipotizza per entrambi i casi l’incendio doloso, peraltro realizzato con modalità simili.
L’Autorità: “Sospetto di un accordo tra privati”
Quella del Campidoglio non è una denuncia, ma una fotografia degli ultimi due anni in città. Si parte quindi dai bandi andati deserti. Una circostanza singolare in un settore fin troppo ghiotto per il mondo imprenditoriale e che a Roma, invece, viene ignorato. L’ultima gara scadeva il 28 febbraio, valore circa 225 milioni di euro, per 36 mesi. Nessuno ha partecipato, come pure avvenuto per le due gare indette nel 2018 relative allo smaltimento o recupero dei materiali derivanti dall’attività dei Tmb di Rocca Cencia e via Salaria. Il primo bando del 2018 valeva 105 milioni di euro (oltre Iva). Una cifra aumentata nella seconda gara – in scadenza a settembre 2018 – arrivando a 188 milioni. Su queste due gare a dicembre l’Antitrust ha aperto un’istruttoria: “Si potrebbe ipotizzare – scrive l’Autorità garante della concorrenza – che le parti abbiano posto in essere un accordo volto ad astenersi dalla partecipazione alle gare, con la conseguenza che i medesimi servizi sono stati acquisiti da parte di Ama a trattativa privata e a condizioni economiche più onerose”. L’istruttoria dovrebbe concludersi entro l’anno.
Triplicano i cassonetti incendiati: 600 in 2 anni
Nel dossier del Campidoglio c’è anche altro. Come il problema degli assenteisti in Ama o quello dei cassonetti incendiati: 600 negli ultimi due anni. “Si trovano per la maggior parte nel X e nel VII municipio, quelli dei clan Spada e Casamonica”, ha detto ieri la sindaca. In realtà per una città con circa tre milioni di abitanti il numero potrebbe sembrare esiguo. Tuttavia il fenomeno è in crescita rispetto agli anni passati. Secondo i dati Ama riportati in un articolo del Messaggero del 27 dicembre, dal 2008 e al 2016 ci sarebbero stati 650 roghi di cassonetti. Numero quasi raggiunto tra il solo 2017 e 2018 (episodi soprattutto a Capodanno).
600 mila euro di multa ai “turisti della spazzatura”
Sul tavolo dei pm arriveranno anche i risultati del lavoro del Pics Ambiente, una sezione della Polizia locale per contrastare il fenomeno del degrado urbano. A cominciare dai “turisti della spazzatura”, chi porta i rifiuti dai paesini vicino Roma. Dal gennaio del 2018 ad oggi sono stati fatti 110 verbali per abbandono e traffico di rifiuti illecite, per un totale di 600 mila euro. L’ultimo caso riguarda un lavoratore di una ditta di Torino pizzicato mentre abbandonava lungo le strade dei calcinacci, poi multato per reati ambientali. Il Campidoglio sospetta che non sia un caso isolato.
È questo il quadro che la Raggi vuole offrire ai pm Nunzia D’Elia e Carlo Villani che intanto indagano sugli incendi dei Tmb Salario e Rocca Cencia. In città sono quattro gli impianti di trattamento meccanico biologico, altri due a Malagrotta di proprietà della Colari, società della galassia di Manlio Cerroni, il “re della monnezza”, assolto il 5 novembre dall’accusa di associazione a delinquere dedita al traffico illecito di rifiuti.
Nel caso dei roghi dei Tmb di Ama i pm indagano per quello di via Salaria per incendio doloso, per Rocca Cencia ipotizzano un danneggiamento seguito da incendio, anche in questo con il sospetto che sia doloso. Tra i due episodi ci sono alcune similitudini, come l’inefficienza delle telecamere. A Rocca Cencia c’erano ma erano puntate verso l’esterno, mentre al Salario erano state spente pochi giorni prima dell’incendio. L’ipotesi da verificare a cui lavorano i pm riguarda la possibilità di una regia unica dietro i roghi.
Mare Jonio, Casarini interrogato per sette ore ad Agrigento
È durato quasi sette ore l’interrogatorio fiume di Luca Casarini, il capo missione della nave Mare Jonio di Mediterranea, ascoltato dai pm di Agrigento nell’ambito dell’inchiesta che lo vede indagato per concorso in favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e mancato rispetto dell’ordine di arrestare l’imbarcazione da parte di una nave da guerra insieme con il comandante della nave Pietro Marrone. Casarini, difeso dall’avvocato Fabio Lanfranca, è stato sentito dal Procuratore aggiunto Salvatore Vella e dalla pm Cecilia Baravelli. Casarini, durante l’interrogatorio ha consegnato ai pm una documentazione relativa al viaggio della nave dal Mediterraneo fino alla costa di Lampedusa, con a bordo 49 migranti soccorsi, tra cui 15 minori. Poi ha ripercorso le ultime 24 ore prima del sequestro della nave, in seguito dissequestrata dalla Procura: “Io non scappo dai processi, questa inchiesta è l’occasione per vedere chi è il vero criminale. Purtroppo le tragedie accadono continuamente, stiamo facendo colpevolmente morire delle persone in mare che cercano di salvarsi dall’orrore libico e lo stiamo facendo dal punto di vista istituzionale, quindi chi è il criminale?”.
Aurora, lotta anarchica contro quel mostro della “riqualificazione”
“Contro speculatori e razzisti, difendiamo occupazioni e spazi sociali”. “Fanno la guerra ai poveri e la chiamano riqualificazione, resistiamo ai padroni della città”. Nel corteo di sabato a Torino alcuni striscioni illustravano una delle ragioni dell’odio degli anarchici contro la sindaca Appendino: la riqualificazione di Borgo Aurora. Lì c’è la scuola per l’infanzia “Principe di Napoli”, occupata col nome di “Asilo” per oltre vent’anni fino al 7 febbraio. siamo in un quartiere che confina con il mercato di Porta Palazzo, un’area su cui le varie amministrazioni cittadine hanno investito in riqualificazione.
E infatti sono qui alcuni obiettivi delle contestazioni: su tutti la “Nuvola”, il centro direzionale della Lavazza e la Scuola Holden fondata da Alessandro Baricco. “È una zona molto vicina al centro, ma ha prezzi immobiliari molto bassi, a volte del 90% in meno – spiega Giovanni Semi, professore di sociologia all’Università di Torino e autore di Gentrification (Il Mulino) – . Ci si può comprare un alloggio a 30 mila euro, affittarlo a studenti e avere rendite migliori di certi investimenti finanziari”. Per Semi “dagli anni 90 le amministrazioni utilizzano la rigenerazione urbana per risolvere i problemi nelle aree povere”.
Una strategia che prosegue: “Nel 2019 Porta Palazzo la vedremo totalmente riqualificata”. Il 29 dicembre, durante la conferenza stampa di fine anno, la sindaca puntava i riflettori sullo storico mercato. Il 13 aprile verrà inaugurato il Mercato Centrale, che qui già chiamano “tempio del food”. Sarà ospitato dal Centro Palatino, edificio progettato da Massimiliano Fuksas, finora destinato a “discount” dell’abbigliamento. “Artigianato locale, scuola di cucina, attività commerciali, eventi culturali e spazi aggregativi faranno del Centro Palatino una delle mete più frequentate dai visitatori”, annunciava l’assessore al Commercio Alberto Sacco.
A poca distanza, in un’ex caserma dei Vigili del Fuoco abbandonata da anni (e per un breve periodo occupata dagli anarchici) aprirà un ostello da 250 posti per un investimento da dieci milioni di euro. La giunta Appendino ha inoltre ordinato lo spostamento del “Barattolo”, un mercato “spontaneo” dove ci si scambia e si vende un po’ di tutto. Da anni comitati protestano contro il “suq” e la giunta Appendino ha deciso di trasferirlo altrove. Per lei la decisione è “irrevocabile”, ma dal 19 gennaio scorso i venditori continuano a trovarsi qui ogni sabato.
Agli anarchici questo trasloco non piace: “Chiara, Chiampa e Baricco alleati contro i poveri”, hanno scritto su un muro della zona. Ai nomi dei politici viene affiancato quello dello scrittore perché nel settembre 2013 la Scuola Holden ha traslocato qui, in un ex caserma: “Deve essere considerata come parte di un ampio piano di riqualificazione dell’intera area dell’ex Arsenale di Borgo Dora”, aveva detto l’allora sindaco Piero Fassino. Da quel momento l’edificio e Baricco sono obiettivo delle proteste anarchiche: “La Holden è un avamposto della riqualificazione di questa porzione di città con i suoi studenti da diecimila euro l’anno di rata universitaria che si sono riversati nelle strade e case del quartiere, stimolando la cacciata di tante famiglie proletarie”, scrivevano sul sito macerie.org.
Oltre il fiume Dora, a due passi dall’ex Asilo, c’è un altro bersaglio degli anarchici: la “Nuvola”, la nuova sede della Lavazza inaugurata un anno fa. Dal 2016 diversi bar del gruppo erano stati vandalizzati dagli anarchici. Le ragioni, sempre quelle. “Lavazza ha investito una grande quantità di denaro e generato effetti a catena con la rigenerazione di altre ex fabbriche che si trasformano in alloggi e attività commerciali – spiega Semi –. Per alcuni è un elemento positivo. Io mi interrogo su cosa farà chi non potrà più permettersi gli affitti. I più poveri vengono spinti a nord. Sono le basi dei quartieri ghetto del futuro”.
Appendino, il giorno dopo Nervi tesi sugli “ex amici”
“Sbagliate sempre obiettivo. Non capite proprio nulla di istituzioni. Siete troppo ignoranti per fare i bombaroli. Siete la feccia peggiore”. Voleva andare contro gli anarchici, presunti mittenti del plico esplosivo alla sindaca di Torino Chiara Appendino, ma il senatore M5S Alberto Airola ha dato l’impressione di indicar loro altri bersagli da colpire. “Quelli bravi di una volta sapevano chi colpire e pagavano di persona”. Per questa ragione il parlamentare è stato duramente contestato dagli avversari politici e invitato alla calma dai suoi compagni di militanza, come la capogruppo M5S al consiglio comunale, Valentina Sganga: “Ci teniamo invitare tutti gli attori politici e sociali ad abbassare i toni, continuando a stringersi attorno alla sindaca – ha dichiarato lei senza mai citarlo –. Parole gridate o sopra le righe, da qualsiasi parte arrivino, vanno stigmatizzate”. E così il senatore ha fatto un passo indietro e ha cancellato il messaggio dalla bacheca social “perché è stata fraintesa e poteva offendere qualcuno”. Dall’altra parte, però, all’interno della maggioranza del consiglio comunale torinese restano alcune posizioni ambigue, come quella della grillina Daniela Albano che sabato ha partecipato alla manifestazione degli anarchici: “Il dissenso non va criminalizzato”, si è giustificata. Su queste ambiguità vorrebbe un’inchiesta il dirigente nazionale di Fratelli d’Italia, il torinese Maurizio Marrone, che annuncia un esposto a questo proposito.
La sindaca, invece, sembra richiamare tutti alla calma: “Sono tranquilla io che ho ricevuto l’ordigno. L’invito che faccio è a essere tranquilli tutti”, ha detto ieri mattina. Non vuole sembrare intimidita da quest’ultimo atto contro di lei, un atto che segue il manichino esposto di fronte al negozio di famiglia il 5 marzo e le scritte fatte sui muri del cimitero sabato nel corso della manifestazione degli anarchici, frasi come “Appendi Appendino” e “La scorta non ti basta”. “Credo di aver fatto in questi tre anni quello che un sindaco deve fare per la sua città e continuerò con la massima determinazione”, ha aggiunto. Le critiche e le minacce sono aumentate negli ultimi due mesi, cioè dallo sgombero – avvenuto il 7 febbraio scorso – dell’Asilo occupato, ritenuto da polizia e procura un covo di sovversivi dell’anarco-insurrezionalismo. Lei aveva espresso gratitudine alle forze dell’ordine e da allora sono aumentati gli atti intimidatori: “Che ci potessero essere delle reazioni e un cambio di equilibri era abbastanza prevedibile”. Oggi, intanto, la Digos consegnerà alla Procura di Torino una prima annotazione sulla base della quale verrà aperto il fascicolo dell’inchiesta. Potrebbero essere due i reati ipotizzati: minaccia e fabbricazione di materiale esplodente.
Soltanto in futuro, a seconda dell’evoluzione dell’indagine, potrebbe essere presa in considerazione anche un’ipotesi più complessa.
Disabili e barriere: “Per la legge che le vieta solo briciole”
La legge sull’abbattimento delle barriere architettoniche è stata istituita nel 1989. Ma per “festeggiare” il trentennale della sua approvazione, il governo avrebbe rifinanziato “solo briciole” : a denunciare il taglio “strutturale” ai fondi per i disabili è Aniep, storica associazione per la difesa dei diritti sociali e civili dei portatori di handicap. “Con la legge di Bilancio – dice il vice presidente nazionale Andrea Silvestrini –, è stato tagliato di 50 milioni anche il finanziamento della cosiddetta legge ‘Dopo di noi’, per la creazione di strutture adeguate ad accogliere i disabili gravi dopo la morte dei loro genitori. La situazione è peggiorata, nonostante il governo abbia istituito un dicastero alla disabilità”.
Oggi, secondo Aniep, la legge sull’abbattimento delle barriere architettoniche è ancora applicata poco e male persino nelle strutture pubbliche, “dove siamo circa al 50% – prosegue Silvestrini -. Ci sono scuole, uffici comunali, Asl e centri per l’impiego che non sono ancora dotati di scivoli”.
Il Viminale ingaggia il “norcino sovranista”
Nella vita dirige l’azienda di famiglia, che produce salumi. Nel tempo libero ha un blog seguitissimo con cui è diventato il campione del sovranismo online. Insulta rom e migranti, attacca la sinistra, esalta l’orgoglio italiano, soprattutto osanna Salvini. Adesso è un suo “consigliere”: Andrea Pasini, imprenditore-influencer di Trezzano sul Naviglio (Milano), è l’ultimo acquisto della segreteria del ministro. Guadagnerà 40 mila euro l’anno. La “Bestia”, il gruppo di guru capitanato dal social manager Luca Morisi e il suo socio Andrea Paganella che inonda il web di foto, post e slogan per il “Capitano”, si rinforza. Lo schema è sempre lo stesso: far saltare i confini tra comunicazione istituzionale e propaganda elettorale. Non a caso è stato proprio Paganella a caldeggiare l’acquisto di Pasini. “Era già noto nell’ambiente”, dicono di lui. Non si fatica a capire perché.
Il curriculum pubblicato sul sito del Ministero non è così esaustivo: due paginette scritte larghe che potrebbero stare in un paragrafo, dove si fa riferimento al suo ruolo nella Smapp (l’azienda di famiglia, di cui è membro del Cda), si parla persino della sua passione per lo sport e il pugilato agonistico. Manca il pezzo forte del suo pedigree: il suo ruolo di “influencer” della destra. Prima con una pagina Facebook, quasi 14mila like, attivissima da tempo tra foto col tricolore e selfie con magliette dei carabinieri e dell’esercito, proprio come il suo idolo. Da un paio d’anni anche con un imperdibile blog ospitato dal sito de Il Giornale. Una colonna di patriottismo estremo, lodi sperticate al Capitano e attacchi neanche troppo velatamente razzisti a migranti e minoranze varie, che lo hanno reso una piccola star del web.
“Islam al bando”, “sparare a chi entra in casa”, “comunisti in galera” sono solo alcune delle sue perle. Il blog risale ad aprile 2016, quando si presenta al motto di “Noi italiani eravamo tanto, ora quasi nulla”. Scorrendo la cronologia si ritrovano decine e decine di post, con tutti i cavalli di battaglia della propaganda sovranista: i terremotati, i terroristi islamici, i rom finti poveri, l’Europa tiranna, i centri sociali, Soros che finanzia le ong, il crocifisso nelle scuole. Non manca nulla, nemmeno un paio di bufale che hanno però contribuito a costruire la sua fama di “influencer”.
Nel suo delirio patriottico, Matteo Salvini compare per la prima volta a luglio 2017. “L’Italia s’è desta” scrive l’autore. “Salvini piace sempre di più perché propone quello che vorremmo sentirci dire”. Piace soprattutto a lui. È l’inizio di un’infatuazione travolgente: di lì in avanti la categoria “Matteo Salvini” ricorre ben 101 volte. È quasi un’ossessione, che si intensifica dallo scorso luglio, quando il leghista sale a Palazzo Chigi: Pasini accompagna la sua azione di governo passo passo, sostenendolo a spada tratta su tutti i temi più caldi, dalla nomina di Foa in Rai al braccio di ferro sulla Diciotti, dalla flat tax alla legittima difesa. Sembra quasi l’house organ del Viminale. Alla fine lo è diventato per davvero.
Al Ministero sottolineano i suoi titoli, la laurea, l’onorificenza di cavaliere al Merito della Repubblica firmata da Mattarella, la reputazione della sua azienda, tra le più rinomate nel settotre. Cosa vada a fare di preciso al Viminale però non è chiaro, né in virtù di quali competenze: “Sarà nella segreteria del ministro”, spiegano, parlando al contempo di un “contrattino marginale” ma anche di un “ruolo di fiducia”. Le uniche certezze sono che guadagnerà 41.600 euro (lordi) l’anno. E continuerà a pubblicare sul suo blog e fare propaganda per la Lega, o almeno per ora lo sta facendo visto che l’ultimo post risale a un paio di giorni fa. “Ministro Salvini, avanti senza paura: gli anarchici sono infami e vanno sbattuti in galera”. Mentre lo scriveva, era pagato dal Ministero. Cioè da tutti noi.
Camera: sì anti-revenge porn e niente castrazione chimica
La Camera ha approvato all’unanimità l’emendamento sul revenge porn (la diffusione di foto intime senza il consenso della vittima) all’interno del ddl Codice Rosso, giro di vite sulla violenza di genere.
Quando sarà legge , i responsabili a vario titolo di una “porno vendetta” possono finire in carcere. Il testo prevede che “chiunque, dopo averli realizzati o sottratti, invia, consegna, cede, pubblica o diffonde immagini o video di organi sessuali o a contenuto sessualmente esplicito, destinati a rimanere privati, senza il consenso delle persone rappresentate, è punito con la reclusione da uno a sei anni e la multa da 5.000 a 15.000 euro”. Stessa pena per chi riceve e diffonde. Se chi ha commesso il delitto ha o ha avuto una relazione affettiva con la vittima, la pena aumenta di un terzo così come “se i fatti sono commessi attraverso strumenti informatici o telematici”. Se la vittima è “in condizione di inferiorità fisica o psichica o in stato di gravidanza” la pena aumenta da un terzo alla metà e si procede d’ufficio. In generale, invece, il delitto è punito a querela, la vittima ha 6 mesi di tempo per denunciare.
Appena giovedì scorso era saltato il voto su Codice Rosso perché le opposizioni volevano inserire un emendamento proprio sul revenge porn, ma il M5S si era rifiutato, con conseguente bagarre in aula: le deputate forziste avevano occupato i banchi del governo, quelle del Pd avevano accusato i pentastellati, che lo stesso giorno avevano presentato una legge ad hoc al Senato, di voler mettere “la bandierina” su un tema unitario. Il giorno dopo, però, Luigi Di Maio ha smentito i suoi parlamentari e si è impegnato per un’intesa unitaria insieme al ministro Alfonso Bonafede, convinto che se si parla di violenza sulle donne “non ci può essere colore politico”.
Così è stato: il testo della relatrice Stefania Ascari (M5S) è passato con 461 sì e nessun no. I parlamentari del Pd e di FI hanno applaudito a lungo e – a proposito di bandierine – hanno sostenuto che è stata una loro vittoria. La capogruppo forzista, Mariastella Gelmini, con una lettera, ha pure invitato il presidente Roberto Fico a stigmatizzare il comportamento di “alcuni parlamentari M5S” che “utilizzano l’insulto, la diffamazione, lo stravolgimento dei fatti come arma di battaglia politica”. Su Twitter Luigi Di Maio tira dritto: “Bene l’emendamento unitario sul Revenge Porn, ma poi portiamo subito in aula la legge della senatrice M5S Elvira Evangelista per regolamentare la materia nel suo insieme. Lo dobbiamo alle vittime e alle loro famiglie”.
Sempre ieri, per motivi di facciata, la Lega per alcune ore ha mantenuto l’emendamento sulla castrazione chimica volontaria per abusi sessuali diversi dallo stupro, poi lo ha ritirato perché il M5S era ed è rimasto contrario. È stata la ministra Giulia Bongiorno ad annunciare il ritiro ma non può farlo passare come una ritirata: “Presenteremo un ddl a parte”. Intanto il suo “Capitano”, Matteo Salvini, ha provato a farsi l’ennesimo spot elettorale: da Cagliari ha annunciato di voler istituire “un telefono rosso che permetta alle donne di denunciare e di essere ascoltate e protette”. Ignora, come gli hanno ricordato alcune deputate del Pd, che ci sia già un numero nazionale antiviolenza, il 1522, istituito da Palazzo Chigi nel 2006 e che dal 2013 è anche per le vittime di stalking.