Alluvione Genova, Paita assolta anche in appello

La Corte d’appello di Genova ha confermato l’assoluzione per Raffaella Paita, attuale deputata del Pd ed ex assessore regionale alla protezione civile (oltre che candidata governatrice, sconfitta alle elezioni del 2015). Paita era a processo per i fatti dell’alluvione del 2014 in cui perse la vita l’ex infermiere Antonio Campanella, accusata di omicidio colposo e disastro colposo, le si contestava di non aver diramato l’allerta in tempo utile. In primo grado per l’ex assessore era stata chiesta una condanna a 2 anni e 8 mesi: a processo aveva scelto la formula del rito abbreviato ed era stata assolta per non aver commesso il fatto. “Sono contenta del fatto di essere riuscita a dimostrare quel che ho detto fin dal primo giorno: ero certa di aver agito correttamente e anche fiduciosa nel lavoro della magistratura”, ha commentato la deputata. “È stata durissima reggere e non perdere la speranza – ha aggiunto – ma ero certissima che la verità sarebbe emersa. Oggi mi aspetterei le scuse del Movimento 5 stelle ma non credo che arriveranno”.

Meloni vola in Polonia con la freccia a destra

Almeno in Europa Giorgia Meloni ha messo la freccia a destra. E ha superato a sorpresa il rivale-alleato Matteo Salvini sul terreno che dovrebbe essergli più congeniale: il sovranismo euro-scettico. Per la madrina di Fratelli d’Italia oggi è il giorno della celebrazione di questo successo: Meloni vola a Varsavia per un incontro con Jaroslaw Kaczyinski, presidente del Pis (Diritto e giustizia) e principale protagonista nel campo della destra polacca.

È lo stesso Kaczyinski che a gennaio respingeva Salvini con un secco “non sono interessato” alla proposta del leghista di favorire la nascita di un’unica famiglia delle destre europee. Il progetto del capo della Lega di un’ “internazionale sovranista” – di per sé un ossimoro – a conti fatti in Europa non ha mai visto la luce. I partiti nazionalisti sono sparpagliati in tre gruppi – Conservatori e Riformisti europei (Ecr), Europa delle Nazioni e della Libertà (Enl), Europa della Libertà e della Democrazia Diretta (Efdd) – mentre il Fidesz dell’ungherese Viktor Orbán è sempre legato (malgrado il rapporto vacilli) alla famiglia dei Popolari.

Mentre il tentativo di Salvini di agganciare Kaczynski è andato fallito, pochi mesi prima (novembre 2018) Meloni aveva trovato l’accordo con il polacco per l’ingresso di Fratelli d’Italia in Conservatori e riformisti, il gruppo delle destre europee più numeroso nella passata legislatura (ma che ora ha perso, causa Brexit, i tories britannici). Dentro a Ecr peraltro ci sono tutti i partiti del blocco di Visegrad eccetto quello di Orbán. Il sogno di Kaczynski e Meloni è quello di portare l’ungherese tra i conservatori dopo il voto di fine maggio, in caso di rottura definitiva con il Ppe.

Il “capitano” leghista invece rimane nel gruppo Enl in compagnia di Marine Le Pen e (almeno per ora) di altri piccoli partiti radicali: in assenza della desiderata saldatura tra le varie famiglie sovraniste, a Strasburgo, la Lega rischia ancora di non contare granché.

Che la questione europea sia argomento delicato per Salvini, lo conferma la rispostaccia data ieri dal capo della Lega, sollecitato sull’argomento del “derby” con Meloni: “Io non ho tanto tempo per andare di qua e di là o fare proclami (affermazione interessante sulla bocca di un ministro che è continuamente in tour elettorale, in Italia e fuori, ndr). La differenza tra noi e gli altri – ha aggiunto – è che gli altri devono andare all’estero per cercare alleanze”. Salvini ha gonfiato il petto: “La Lega fortunatamente invita in Italia altri movimenti europei, siamo diventati centrali, come Paese, grazie a questo governo. Ormai abbiamo ha contatti con almeno 20 partiti politici in altrettanti Paesi europei”. E ancora: “Il bello è che sono gli altri a venire in Italia, non siamo noi ad andare dagli altri”.

Salvini sembra dimenticare le sue numerose trasferte. E proprio in Polonia la sua missione si concluse con un sostanziale fallimento. La dichiarazione congiunta con il ministro degli Interni Joachim Brudziski, alla fine del vertice, illustrava generiche intese riguardo il contrasto all’immigrazione e la crescita economica. Salvini però era partito per un accordo: non lo trovò. Oggi a Varsavia invece Giorgia Meloni può festeggiare il suo.

Zingaretti prova la svolta: Landini entra al Nazareno

Sul piano simbolico la novità c’è. Matteo Renzi aveva ospitato al Nazareno Silvio Berlusconi per avviare le riforme istituzionali – poi sconfitte nel referendum del 2016 – e, contemporaneamente, rompeva con i sindacati varando il suo Jobs act. Nicola Zingaretti, segretario del Pd da due settimane, chiude quella ferita, iniziando il suo giro di incontri con le parti sociali proprio con i sindacati. Fuori Berlusconi e dentro Landini, si potrebbe riassumere con senso scenico.

La svolta è tanto più accentuata se si considera che viene accompagnata da un insistito corteggiamento alla Cgil perché candidi qualche suo dirigente riconoscibile nelle liste dem alle prossime Europee. Nei giorni scorsi è girato il nome di Vincenzo Colla, attuale vicesegretario della Cgil e sfidante, poi ritiratosi, di Landini nella corsa alla segreteria. Ieri è tornato a circolare il nome dell’ex segretario della Confederazione di corso Italia, Susanna Camusso: “Una cosa che non esiste in alcun modo” fanno sapere dalla Cgil.

È chiaro che Zingaretti ha interesse ad accostare il sindacato per il lavoro alla lista larga che sta costruendo, uno schieramento “da Tsipras a Macron” come ha spiegato al suo partito.

E l’idea di un cambio di strategia del Pd sui temi del lavoro è stato al centro dell’incontro di ieri, cui hanno partecipato oltre ai tre segretari di Cgil, Cisl e Uil, anche tutto lo staff di Zingaretti, la “mini-segreteria” che al momento guida la navigazione dei democratici.

“Oggi c’è stato il primo di una serie di incontri con le forze sociali per fare il punto sulla situazione economica. Il 9 incontreremo Confindustria e il 10 il mondo del volontariato” ha spiegato Zingaretti subito dopo la riunione in cui ha presentato una bozza di iniziative: un piano straordinario di investimenti per crescita, lavoro e innovazione; l’indennità europea di disoccupazione; finanza per la crescita; misure contro il dumping fiscale; un’Europa sociale e l’obiettivo di un’Europa verde e sostenibile. Impegni generici che infatti, nonostante la sottolineatura della positiva novità, hanno prodotto un giudizio prudente da parte dei tre segretari: “Si è iniziato un confronto e c’è una volontà a discutere diversa rispetto al passato, ma valuteremo nel merito” ha commentato Landini il quale ha rimarcato due punti centrali della discussione delle prossime settimane: appalti e salario minimo. Sul primo punto il sindacato teme l’iniziativa del governo che mira a smantellare il Codice sugli appalti approvato nella scorsa legislatura e che potrebbe essere aggirato da norme come quella che eleva il tetto per le assegnazioni dirette.

Sul salario minimo, invece, l’attacco è stato portato direttamente alla proposta di legge presentata dal senatore Mauro Laus, “la prima del Pd in questa legislatura” che, fissando un minimo salariale orario senza alcun riconoscimento verso la contrattazione nazionale, viene vista come fumo negli occhi. Tanto che il segretario della Uil Barbagallo ha affermato che “al momento la proposta dei 5stelle è migliore di quella del Pd”. Su questo punto, dunque, potrebbe giocarsi una triangolazione inedita con il sindacato che, sia pure senza aprire ai 5stelle, boccia completamente l’approccio del Pd, e col M5S che spera di poter trovare una sponda per dare una sterzata verso sinistra alla propria immagine di governo schiacciata sulla Lega.

“Vedremo”, è però la parola d’ordine. Anche perché le intenzioni di Zingaretti si dovranno confrontare, e forse scontrare, con la composizione dei gruppi parlamentari ancora disegnati a immagine e somiglianza dell’ex segretario, Matteo Renzi. Senza un’intesa con i deputati e i senatori, i margini di manovra parlamentari non consentono di avanzare promesse o prendere impegni.

Cassazione su Lucano: “Non risultano frodi nei servizi a Riace”

Mancano indizi di “comportamenti” fraudolenti che Domenico Lucano, il sindaco sospeso di Riace, avrebbe “materialmente posto in essere” per assegnare alcuni servizi, come quello della raccolta di rifiuti a due cooperative, dato che gli atti di affidamento sono stati adottati con “collegialità” e con i “prescritti pareri di regolarità tecnica e contabile da parte dei rispettivi responsabili del servizio interessato”. Lo scrive la Cassazione nelle motivazioni depositate oggi e relative all’udienza che lo scorso 26 febbraio si è conclusa con l’annullamento con rinvio del divieto di dimora a Riace. La misura cautelare era stata disposta dal Tribunale della libertà di Reggio Calabria il 16 ottobre nell’ambito dell’inchiesta della Procura di Locri che ha rinviato a giudizio Lucano. Rileva inoltre la Cassazione che non solo non sono provate le “opacità” che avrebbero caratterizzato l’azione di Lucano per l’affidamento di questi servizi alle cooperative L’Aquilone e Ecoriace, ma è la legge che consente “l’affidamento diretto di appalti” in favore delle cooperative sociali “finalizzate all’inserimento lavorativo delle persone svantaggiate” a condizione che gli importi del servizio siano “inferiori alla soglia comunitaria”.

Verdini teme il carcere e diventa leghista

Il problema è che a Denis Verdini la politica piace. Troppo. Così anche quando vorrebbe starne lontano, non ci riesce. E il suo interlocutore preferito, di questi tempi, è il politico del momento, Matteo Salvini. Il primo incontro tra i due risale ai primi di marzo, al ristorante di cui è socio suo figlio Tommaso, PaStation, a due passi da Montecitorio. “Incontro casuale”, dicono. Sta di fatto che i due sono rimasti a colloquio per tre ore in una saletta appartata. È in quell’occasione, secondo alcuni, che Matteo avrebbe conosciuto Francesca Verdini, con cui ora il vicepremier ha una relazione sentimentale. Storia che all’inizio sembra non andasse a genio al genitore. “Questa è una grancassa che riporta il mio nome sui giornali e non mi aiuta, è il momento di stare defilati. Qui rischio di fare la fine di Dell’Utri e Formigoni…”, si è lasciato andare l’ex coordinatore forzista.

Il riferimento è alla condanna in secondo grado a 6 anni e 10 mesi del luglio scorso per il crac del Credito fiorentino, su cui ora dovrà esprimersi la Cassazione. In caso di conferma, l’attuale patron dei quotidiani del gruppo Angelucci (Libero e Tempo) potrebbe finire in carcere. E sulla sua testa gravano pure altri processi. Insomma, il passaggio è delicato e tutta questa visibilità bene non fa. Poi però Denis è sempre Denis, una vecchia volpe che senza politica non può stare.

Sta di fatto che, da quel pranzo galeotto, tra i due è nato un rapporto. Qualche telefonata, forse un altro incontro. Poi, sabato sera, con Salvini (reduce da Verona) ospite di Francesca a Firenze nella villa di famiglia a San Casciano, i due si sono rivisti: Verdini ha organizzato una cena in onore del vicepremier in un’altra villa di famiglia, a Pian dei Giullari. Sembrano davvero lontani, dunque, i tempi in cui il ministro dell’Interno twittava contro l’ex forzista definendolo “voltagabbana” e “traditore”, a causa del suo appoggio ai governi Renzi e Gentiloni.

E sarebbe stato proprio Verdini a suggerire Villa Le Piazzole per l’incontro tra Salvini e Conte di domenica scorsa. Il regista del patto del Nazareno non ha dismesso gli abiti del gran suggeritore. Finito l’amore per B. e pure per Renzi, ora tocca a Salvini. Guai a dirlo, però, perché entrambi ne avrebbero da perdere. Verdini, ufficialmente, vuole stare lontano dalla politica. E mantenere un low profile, anche se non è facile vista la relazione tra Matteo e Francesca.

Ma di interessi in ballo ce ne sono. Per esempio, le elezioni comunali a Firenze il 26 maggio. Secondo alcune fonti, infatti, Salvini avrebbe chiesto a Denis di dare una mano al suo candidato, Ubaldo Bocci, che proprio nell’ultimo fine settimana ha fatto la sua prima uscita elettorale insieme al vicepremier al rione Isolotto, dove c’erano quattro gatti. “Vincere a Firenze, battere Dario Nardella e cacciare i renziani sarebbe per me una goduria assoluta”, ha detto il vicepremier. Che per questo ha spinto per avere un suo uomo (ex missino, cattolico, di centro) candidato del centrodestra nel capoluogo toscano.

Ora, però, quel candidato va aiutato. Secondo i sondaggi, il vantaggio di Nardella è notevole. Bisogna recuperare e Salvini qui si farà vedere spesso e volentieri, battendo sul tasto della sicurezza. Denis in città qualche voto ancora lo sposta e gli darà una mano. Senza dimenticare che tra un anno si vota anche per la Regione.

Gurría, Juncker e i maestrini: i migliori alleati dei gialloverdi

Nelle foto s’avanza un uomo massiccio, la smorfia severa del preside insoddisfatto, il braccio teso e il dito accusatore che indica i reprobi da sospendere, i genitori da convocare. Gli trotterella accanto un professore (di matematica?) che stringe dei fogli (le pagelle?) con il sorrisetto a mezz’asta di chi sta pensando: li avevo avvertiti, se la sono cercata, ora sono cavoli loro. L’altra sera nei tg, ieri mattina leggendo i quotidiani, nell’apprendere che il preside dell’Ocse, il segretario generale Ángel Gurría, non era affatto contento del governo italiano (e forse anche degli italiani in generale) molti si saranno chiesti con un pizzico d’ansia: ma cos’è l’Ocse? E chi diavolo è Gurría?

Nella sua ignoranza colpevole questo diario ha appurato che l’Ocse (da non confondere con l’Osce che si occupa di sicurezza e cooperazione) è l’Organizzazione per lo sviluppo economico, composta da 35 Stati che hanno in comune democrazia ed economia di mercato per favorire la crescita dell’occupazione e del benessere. Vasto programma. Mentre Gurría, dallo sguardo minaccioso, è un economista messicano, temutissimo nel suo Paese per la voluttà con cui ha sforbiciato, per sette volte, le spese dei governi. Che infatti appena ha potuto lo hanno spedito a Parigi. In visita qui da noi deve essersi ricordato che i sacrifici umani erano il passatempo preferito dei suoi antenati aztechi. Tostissimo ha dunque cazziato il ministro dell’Economia Giovanni Tria (il tipo con le “pagelle”), come se gli avesse rigato l’auto. In realtà ce l’aveva con quegli irresponsabili del Salvimaio, a cui ha ordinato di rimangiarsi, e senza tante storie, “Quota 100” e il Reddito di cittadinanza.

Ora, può anche darsi che i vicepremier abbiano messo a bilancio dei soldi che non ci sono (più), però onestamente pretendere da essi la cancellazione delle due promesse con cui hanno vinto le elezioni è come pensare che i Ferragnez facciano voto di povertà cibandosi di bacche in un eremo lucano. Infatti, un Luigi Di Maio paonazzo lo ha mandato a stendere (“l’austerità se la faccia a casa sua”). Mentre Matteo Salvini non ha detto: ’sta Ocse prima di parlare si faccia eleggere, soltanto perché ignorava chi fosse. Fateci caso, ogni volta che l’esecutivo gialloverde annaspa nelle polemiche intestine e nel tirare a campare arriva qualche eurocrate a dargli una mano, con qualche uscita diciamo così eccessiva. Dai “mercati che avrebbero spinto gli italiani a non votare più per i populisti” del commissario tedesco Günther Oettinger, alle cortesie del collega francese Pierre Moscovici, contro gli “xenofobi” che governano a Roma. Passando per i presagi ad alta gradazione di Jean-Claude Juncker, da quello lanciato da Fabio Fazio tra gli scongiuri (“i problemi dell’Italia non faranno che aumentare”) all’ultimo di ieri pomeriggio (“alcuni ministri italiani sono bugiardi, bugiardi”).

Non si tratta di negare le difficoltà economiche, che ci sono e in quantità industriale. Quanto di evitare che il pessimismo color pece versato a piene mani possa apparire strumentale all’uso politico che ne fa giornalmente, e per partito preso, il vasto stuolo mediatico di antipatizzanti del governo. Che già prevedono file ai panifici, banche chiuse, carestie e cavallette. Può capitare insomma che ci s’interroghi assai preoccupati sul futuro gialloverde che ci attende. Poi però arrivano gli Ángel Gurría e i sondaggi di Lega e 5Stelle tornano a salire.

Vaccini, possibile obbligo dei certificati solo per il morbillo

Mantenere solo per il morbillo l’obbligo di certificazione vaccinale ai fini della frequenza agli asili nido e alle scuole dell’infanzia, considerando però che la formulazione del vaccino è trivalente e copre dunque anche parotite e rosolia: è questa l’ipotesi a cui si sta lavorando dopo le polemiche innescate dalla presentazione dell’emendamento Lega-M5S al ddl Vaccini, che prevede la cancellazione in toto dell’attuale obbligo di presentare le certificazioni vaccinali. Una soluzione ipotizzata da Pierpaolo Sileri (M5S) – presidente della commissione Sanità del Senato, dove è all’esame il ddl, e uno dei firmatari del contestato emendamento – e che rappresenta un punto di incontro. “Stiamo lavorando – ha affermato Sileri – a una eventuale modifica dell’emendamento al ddl vaccini, mantenendo l’obbligatorietà della certificazione vaccinale per la frequenza scolastica solo per il morbillo: il punto d’incontro, cioè, è che per il morbillo potrebbe essere necessario lasciare l’obbligo di vaccinazione e certificazione. L’emendamento – ha precisato – non toglie l’obbligo ma lascia solamente la sanzione e si rimuove l’esclusione da scuola”.

Crac Banca Etruria, la Procura di Arezzo: “Archiviare Boschi”

La procura di Arezzo ha chiesto l’archiviazione per l’accusa di bancarotta fraudolenta per Pier Luigi Boschi, padre dell’ex ministro e sottosegretario Maria Elena (nei governi Renzi e Gentiloni). La notizia è stata anticipata da Il Corriere dell’Umbria. Pier Luigi Boschi era indagato per l’atto con cui i vertici di Banca Etruria deliberarono la liquidazione da un milione e 200 mila euro per l’ex direttore generale Luca Bronchi che con il cambio di presidente (Lorenzo Rosi al posto di Giuseppe Fornasari), veniva invitato a lasciare. Quei 700 mila euro netti di buonuscita sarebbero stati una dissipazione di risorse per l’istituto di credito, sosteneva la procura, contestando che la cifra fosse esorbitante. L’eccedenza è stata poi valutata in 400 mila euro. Per l’ex direttore Bronchi, invece, la somma gli spettava per i sei anni di lavoro nell’istituto di via Calamandrei. Su questo filone Boschi, che faceva parte del nuovo cda di Bpel, non ha mai ricevuto un avviso di garanzia ma l’attività di indagine è andata avanti con tutti gli accertamenti del caso, fino a far maturare nel pool di magistrati la convinzione che Boschi non ha avuto alcuna responsabilità diretta. Ora la decisione spetta al gip.

Come far salire la crescita? Un altro condono e lavori dati senza gara fino a 200mila euro

Rimborso (ai “truffati dalle banche”) che esce, condono che entra. Nella nuova bozza del dl Crescita all’esame del governo e che dovrebbe approdare giovedì al Consiglio dei ministri giovedì, è stata inserita l’estensione della rottamazione delle cartelle anche a Regioni ed enti locali che non si sono affidati per la riscossione alla ex Equitalia. La “definizione agevolata” consente di regolarizzare ingiunzione o ruoli, notificati tra il 2000 e il 2017, senza pagare sanzioni e interessi. Gli enti avranno 60 giorni di tempo per decidere se applicare la rottamazione. Anche dall’altro provvedimento del governo, lo Sblocca cantieri, passato dal Cdm con l’approvazione “salvo-intese”, arriva una novità che ha già sollevato polemiche: sale da 150mila a 200mila euro la soglia massima per l’affidamento senza gara dei lavori; sale pure dal 30 al 50% dell’importo complessivo del contratto la percentuale di lavori che possono essere dati in subappalto. Dice la Cgil: “Aspettiamo i testi, però così più che sblocca-cantieri pare uno sblocca-porcate”.

Il prossimo fronte di scontro: la scelta del capo di Sace (in conflitto d’interessi)

Il ministro dell’Economia Giovanni Tria fa sapere che si sente le spalle coperte dal Quirinale. Non sarebbe poco in senso generale, potrebbe non bastare in senso particolare. Infatti, sotto la battaglia aperta che ormai allude alla stessa permanenza dell’economista nel ministero chiave, se ne combatte una sotterranea sulle nomine. Ecco, qui è più improbabile che il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, pronto a lanciare le lame rotanti sulla permanenza nell’euro, scenda in campo per la permanenza del professor Beniamino Quintieri alla presidenza della Sace. La partita sulla delicata nomina, che vede Tria isolato, fotografa la contesa in corso sul potere reale.

La Sace è la società statale che assicura l’export. Quando la Fincantieri vende una nave da crociera a un cliente straniero l’operazione è coperta da una polizza Sace. Questa peculiare compagnia di assicurazioni, controllata dalla Cassa Depositi e Prestiti (Cdp) mobilita ogni anno risorse per decine di miliardi ed è di vitale importanza soprattutto per le grandi imprese. Dicono i critici della gestione di Quintieri e dell’amministratore delegato Alessandro Decio, in sella da tre anni, che non hanno fatto abbastanza per spostare il raggio d’azione verso le imprese piccole e medie. Quindi, soprattutto da parte del M5S, si chiede un cambio della guardia alla prossima assemblea del 16 aprile.

Qui comincia la sarabanda. L’amministratore delegato di Cdp, Fabrizio Palermo, vuole far fuori Quintieri e Decio per mettere al suo posto il suo amico Alessandro Pellegrini, recentemente approdato alla Cdp come senior advisor per le partecipate, anche se ha messo in campo la consueta foglia di fico di una società di cacciatori di teste incaricata di selezionare l’uomo giusto. Pellegrini è, già come senior advisor, pieno di conflitti d’interesse. Come capo della Sace si troverebbe, per esempio, ad assicurare le commesse all’estero della Maire Tecnimont, uno dei maggiori clienti di Sace, di cui è consigliere d’amministrazione. È uno dei motivi per cui Tria non lo vuole, anche se il movente principale del ministro è l’amicizia con Quintieri e il giudizio positivo sull’operato di Decio.

Palermo è determinatissimo. Nei mesi scorsi Decio ha chiesto e ottenuto numerose volte un appuntamento con il suo azionista che altrettante volte gliel’ha disdetto all’ultimo momento, secondo un costume che i suoi critici ritengono abituale. Ma soprattutto l’amministratore delegato di Cdp, a differenza di Tria, gode dell’appoggio incondizionato di tutto il sistema di potere M5S, che in questo campo ruota attorno al sottosegretario Stefano Buffagni e che vede schieratissimi anche la sottosegretaria all’Economia Laura Castelli e lo stesso capo di gabinetto di via XX settembre Luigi Carbone, i cui rapporti con Tria infatti non sono dati per splendidi. Fatto sta che, attivissimi nel denunciare macchie nel curriculum della consigliera di Tria Claudia Bugno, i M5S fingono di non vedere i conflitti d’interesse di Pallegrini.

Buffagni l’estate scorsa è riuscito a imporre la nomina di Palermo a dispetto della riluttanza di Tria, che voleva alla guida di Cdp il più titolato vicepresidente della Bei Dario Scannapieco, il quale è stato confermato nei giorni scorsi dal ministro per un nuovo mandato di sei anni.

Tria e Palermo non a caso praticamente non si parlano, e sulla Sace il conflitto è serio: è vero che l’azionista di Cdp è il ministro, ma l’azionista di Sace è la Cdp che rivendica la sua autonomia. Tanto che Palermo, dicono, sarebbe andato a chiedere aiuto al premier Giuseppe Conte, ottenendolo. Se non altro perché Palermo e Pellegrini fanno parte di quella catena di affetti che nessuno può spezzare e che porta fino allo studio dell’avvocato professore Guido Alpa, mentore, amico e in definitiva dante causa di Conte.

Di fronte a questo plotone d’esecuzione schierato, Tria dispone come unica e un po’ spuntata arma difensiva della consigliera Bugno, la quale, forte di un’investitura che viene attribuita alla moglie del ministro, ciò che i costituzionalisti chiamerebbero investitura rafforzata, si è mossa nei mesi scorsi in modo così prepotente nei rapporti con le controllate e con le controllate delle controllate da mettersi contro non solo tutta la Cdp ma quasi tutti i pezzi grossi del ministero. Gli stessi che, se non ci fosse lei di mezzo sarebbero pronti a sostenere Tria nel duello con Palermo che non amano. Funziona così. Quando avranno finito di contendersi le poltrone forse si occuperanno del futuro dell’economia italiana.