Juncker non conta più nulla: attacca, ma nessuno replica

La mattina s’era presentato a Palazzo Chigi e al Quirinale col migliore dei sorrisi filo-italiani. A un’ora pericolosamente tarda del pomeriggio, invece, s’è ritrovato negli studi del network radiofonico EuranetPlus e Jean Claude Juncker è finalmente tornato se stesso: un politico lussemburghese dalla reputazione non impeccabile con una certa passionaccia per la maleducazione e la distorsione interessata della realtà (d’altronde “quando la situazione si fa seria, bisogna mentire”, è una sua celebre uscita sulla crisi greca).

Ieri mattina il presidente della Commissione Ue era in visita in Italia. Dopo l’incontro con Giuseppe Conte era super conciliante: “Tra Italia e Commissione è grande amore, bisogna dirlo assolutamente a tutti i ministri italiani”; sull’immigrazione serve “una solidarietà più articolata tra l’Europa e l’Italia, che porta un grande fardello”, ma “non bisogna dire che l’Ue è stata assente: l’Italia ha avuto un miliardo”; “sono leggermente preoccupato per il fatto che l’economia italiana continua a regredire e auspico che le autorità italiane facciano sforzi supplementari per mantenere in vita la crescita”; sul Tav “continueremo il dibattito a livello tecnico, lascio alla cura di francesi e italiani trovare un accordo”. Non bastandogli Conte, in mattinata aveva anche visto Sergio Mattarella: amore, solo amore con l’Italia.

Poi, tornato a Bruxelles, gli deve essere venuto in mente quel che non aveva detto de visu agli amici italiani e così ha affidato il messaggio all’etere: “Il piano Juncker ha creato investimenti nell’ordine di 63,3 miliardi. I fondi strutturali, il sostegno europeo per rinvigorire l’economia, sono più di 44 miliardi. Complessivamente il sostegno europeo all’Italia ammonta a 130 miliardi. C’è un italiano, uno solo, che lo sa? No, perché un certo numero di ministri italiani dicono il contrario. Sono dei bugiardi, dei bugiardi”.

Non proprio elegantissimo a poche ore dalla sua visita in Italia, ma lo stile della casa è questo. Anche i contenuti delle dichiarazioni di Juncker non sono proprio impeccabili come uno si aspetterebbe dai toni: il miliardo per la questione immigrazione è cifra difficilmente comprensibile; a puro titolo di esempio quando la Corte dei Conti analizzò le spese italiane per il 2016 scoprì che i contributi Ue ammontavano a 46,8 milioni in tutto, il 2,7% del miliardo e 700 milioni speso dall’Italia per le migrazioni quell’anno.

Anche sui “130 miliardi” bisogna fare un po’ di chiarezza. Il dato noto quanto ineliminabile è che l’Italia è da vent’anni contributore netto dell’Unione europea (nei decenni precedenti fu invece beneficiario netto) come Germania, Francia e altri Paesi. Tradotto: Roma versa ogni anno al bilancio comunitario più soldi di quanti ne riceva. La faccenda resta questa anche se “i bugiardi”, che poi sono Luigi Di Maio e Matteo Salvini – che hanno spesso sottolineato la posizione italiana di “contributore netto” – hanno a volte esagerato con le cifre.

Secondo le tabelle della stessa commissione Ue dal 2000 al 2017 l’Italia ha versato a Bruxelles circa 234 miliardi di euro ricevendone indietro 189 con uno sbilancio di 45 miliardi, peraltro in peggioramento negli anni (oltre 34 miliardi sono stati accumulati dal 2008). Anche il mitologico piano Juncker è un po’ meno rilevante di come sembra: i soldi veri sono 9,68 miliardi spalmati su diversi anni che dovrebbero (ma è una stima) innescare investimenti per 63 miliardi. Si potrebbe dire che è campagna elettorale, ma la novità vera è che a sera ancora non risultavano risposte ufficiali del governo italiano o di singoli ministri: Juncker è un quasi ex tutto, a questo silenzio dovrà abituarsi a breve.

Tria è “ostaggio” della Bugno: Conte media e i 5 Stelle cedono

Il ministro dell’Economia voluto anche e soprattutto dal Colle sa essere convesso. Quindi anche se si gioca a spintoni nei pressi del burrone non molla, casomai cede qualcosa. E per questo pomeriggio Giovanni Tria annuncia lo spostamento della sua consigliera Claudia Bugno dalla partecipata italo-francese StMicroelectronics, una società quotata su tre mercati, all’Agenzia spaziale (Asi), incarico che è oggettivamente una consistente diminutio.

Ma Bugno, e questo conta più di tutto, rimane con lui al Tesoro. Anche se per l’intera giornata i 5Stelle ne avevano invocato la cacciata dal ministero, con la viceministra all’Economia Laura Castelli prima artigliera. Ma ha sparato a vuoto. Perché la partita di fatto l’ha vinta Tria, rimescolando le carte. E dopo ore di urla e strepiti sulle agenzie, tutte a 5Stelle, a confermarlo è il capo politico e vicepremier Luigi Di Maio, che a Di Martedì getta litrate di acqua sul fuoco: “Tria stia tranquillo, continuerà a fare il ministro. Noi gli avevamo chiesto di rimuovere Bugno da Stm e lo ha fatto, ma io non giudico chi fa parte del suo staff”.

Tradotto:il M5S accetta il compromesso, Bugno resti dov’è. E il ministro ne esce in piedi. Anche se ha dovuto costringere la consigliera a rinunciare a un incarico a cui teneva moltissimo, che le sarebbe valso uno stipendio annuale da oltre 90mila euro a fronte dei 21 mila dell’Asi. Tria avrà messo in conto una brutta figura a livello internazionale, perché adesso dovrà cercare un nuovo nome per la StMicroelectronics, ma nel gioco del dare e avere l’ha spuntata. Perché è più forte e più convesso dei Cinque Stelle. Arrabbiati e confusi, nonostante i sorrisi televisivi di Di Maio, anche perché non si sa ancora nulla dei fondi ai risparmiatori truffati dalle banche, che per il M5S (e pure per la Lega) sono un comandamento. Ma Tria la pensa molto diversamente. Così ieri sera nella bozza del decreto crescita di quei soldi non c’era traccia. E per questo proprio Di Maio in tv lo ha posto come una condizione: “Ora però il ministro firmi il decreto per i fondi ai risparmiatori”. Vitale per quei 5Stelle che non lo hanno mai sopportato e che per ore hanno urlato sulle agenzie che lo spostamento di Bugno all’Asi non poteva bastare. Volevano ancora che quella testa rotolasse a via XX Settembre. Ma dietro gli strepiti c’è la realtà. E dice che il M5S alla guerra con Tria adesso non può proprio andare. Perché va scritto il Def, perché il ministro deve firmare il decreto sui risparmiatori truffati, perché è stato scelto anche e soprattutto dal Quirinale. E poi, ovviamente, ci sono le Europee a un soffio.

Per questo a Palazzo Chigi la soluzione indicata dal ministro “va tutto sommato bene” soffiano in serata. “Anche se la vicenda Bugno resta pesante” aggiungono, con riferimento alla miccia che ha fatto detonare mesi di contrasti, cioè il fatto che il figliastro di Tria sia stato assunto lo scorso ottobre da Tinexta, gruppo guidato da Pier Andrea Chevallard, compagno della Bugno. Ma a Conte, che lunedì sera ha cercato un punto di caduta con il ministro, può andare bene così. Il governo deve andare avanti, e questo viene prima di tutto per l’avvocato. Anche dei nervi del Movimento, da dove in serata ringhiano di rabbia: “Tria la mette all’Asi, cioè nel regno di Giancarlo Giorgetti, che ha la delega all’aerospazio. Quindi hanno giocato di sponda”. Ed è l’accusa a un cronico nemico, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio che per il M5S è una sorta di uomo nero, quello che ai loro occhi lavora dal primo giorno ad affondare il governo giocando di sussurri e distinguo. Ma i sospetti sbattono contro il silenzio della Lega, che non adora il ministro ma non si sbraccia contro di lui. E dove Giorgetti sembra aver dato la linea, almeno su questa vicenda. E d’altronde il caso Tria-Bugno è tanto nervoso quanto contorto.

Una fonte di governo dei 5Stelle la racconta così: “Il ministro chiedeva da mesi di metterla all’Asi e noi abbiamo sempre fatto muro. Poi quando è uscita fuori la nomina in StMicroelectronics siamo insorti, e abbiamo aperto al suo inserimento in Asi. Ma l’accordo era che lei prima si dimettesse dal Mef”. Ma dal ministero Bugno non si muoverà. Ergo, Tria e la consigliera sono andati dritti. E assieme a loro Conte. E da qui si torna al premier che media sempre e comunque, anche quando il Movimento ha pochissima voglia di mediazione.

Però i conti con il ministro sono solo rimandati, sibilano dai piani alti: “Con lui si andrà avanti fino alle Europee, poi si vedrà”. Poi proveranno a toglierlo da lì, forse. O forse no. Perché il professore che lunedì sera a Palazzo Chigi con Conte avrebbe tessuto le lodi del figliastro sa incassare. E rilanciare. Professore, ma pure politico.

Armiamoci e partiamo

Capita così di rado che i partiti ne facciano una giusta, che quando accade va segnato sul calendario. Ieri la Camera ha approvato all’unanimità (461 sì e 0 no) l’emendamento sul revenge porn, presentato dalla relatrice M5S Stefania Ascari (recependo quelli di FI e centrosinistra) al ddl “Codice rosso” sulla violenza contro le donne, fra gli applausi della maggioranza giallo-verde e delle opposizioni. La Lega, che bloccava tutto con l’emendamento sulla castrazione chimica osteggiato dai 5Stelle, è stata una volta tanto responsabile e l’ha ritirato in nome della compattezza del governo. Risultato: quando la legge sarà passata anche al Senato, chiunque diffonda immagini o video di contenuto sessuale destinati a rimanere privati, senza il consenso delle persone rappresentate, sarà punito col carcere da 1 a 6 anni e una multa da 5 mila a 15 mila euro. Casi come quelli di Tiziana Cantone, ma anche di Giulia Sarti, saranno più facili da punire, anche se la strada per ripulire il web dai mostri che lo infestano è ancora lunga e accidentata. Un mese fa il Fatto si era appellato a tutti i partiti affinché accantonassero le contrapposizioni partigiane, che sono fisiologiche nella dialettica maggioranza-opposizione ma che non devono danneggiare i cittadini e non possono innescare campagne elettorali sulla pelle delle vittime, votando tutti insieme e alla svelta una norma condivisa. E aveva raccolto la disponibilità di tutti. Ieri il miracolo è avvenuto e siamo lieti di avervi un po’ contribuito.

Ora però sarebbe auspicabile la stessa unanimità attorno a un’altra legge che s’impone alla luce di un processo in corso a Torino. L’abbiamo raccontato ieri con una certa costernazione. Cinque italiani di gruppi anarchici e centri sociali – Davide Grasso, Maria Edgarda Marcucci, Jacopo Bindi, Fabrizio Maniero e Paolo Andolina – si erano arruolati volontari in Siria nella guerra all’Isis al fianco delle milizie curde, che combattono il terrorismo jihadista per conto o al fianco delle truppe occidentali e russe. Bindi l’ha fatto da volontario in una struttura civile, gli altri quattro hanno imbracciato le armi, con le Unità di protezione del popolo (Ypg) e delle donne (Ypj). Se fossero caduti in battaglia, li celebreremmo da eroi, come Giovanni Asperti e Lorenzo Orsetti. Invece son tornati vivi e son finiti in tribunale. Per fortuna non rischiano il carcere, ma la sorveglianza speciale, riservata ai soggetti “socialmente pericolosi” che “offendono o mettono in pericolo la sicurezza e l’incolumità pubblica”. La loro presunta pericolosità, secondo la Procura di Torino, deriva da due fattori.

Non solo l’addestramento militare fuori dai confini, ma anche il fatto che in passato i cinque si erano “resi responsabili di condotte violente nei confronti delle forze dell’ordine” nelle manifestazioni No Tav. E ora potrebbero “utilizzare le tecniche militari di combattimento” imparate contro l’Isis per “le lotte antisistema” in Italia. Il Tribunale scioglierà la riserva entro tre mesi, e non vorremmo essere nei panni di quei giudici. Perché questo dibattimento, per quanto legittimo e obbligato dalle leggi attuali, somiglia tanto ai processi alle intenzioni. Nessuno deve restare impunito se picchia il prossimo o resiste a un arresto: ma i cinque, per i loro precedenti penali di resistenza a pubblico ufficiale e reati affini, sono già stati giudicati e in qualche caso condannati. Che senso ha riprocessarli perché potrebbero rifarlo in futuro? Se lo faranno, sarà giusto che tornino in tribunale. Ma, finché non lo fanno (pare che non posseggano armi, ma non è difficile accertarlo), devono poter vivere liberamente come ogni cittadino normale. Anzi meriterebbero elogi ed encomi pubblici per avere avuto il fegato di andare a rischiare la pelle contro l’Isis sul campo di battaglia, dando una lezione di coraggio e di coerenza a un Occidente imbelle e ipocrita, che la lotta al terrorismo la fa a parole e col culetto al caldo in poltrona, delegando le guerre per procura ai curdi, ai droni e ai cacciabombardieri senza pilota, nella migliore tradizione dell’“armiamoci e partite”. Davide, Maria Edgarda, Jacopo, Fabrizio e Paolo han scelto l’“armiamoci e partiamo” e già soltanto per questo meritano la nostra gratitudine.

Purtroppo una legge italiana, che più demenziale non si può, non fa alcuna distinzione tra i foreign fighter che hanno combattuto con l’Isis e contro l’Isis. Come se prendere le armi, anche per una giusta causa, fosse sempre un comportamento criminale. Come se la nostra Repubblica e la nostra Costituzione non fossero fondate sulla Resistenza al nazifascismo, che fu sconfitto non a colpi di margherite, ma a suon di bombe (angloamericane) e di mitra (degli Alleati e dei partigiani). In base a questa legge, per coerenza, bisognerebbe revocare le decorazioni ai 3-4 mila volontari italiani antifascisti (anarchici, comunisti, socialisti, repubblicani) che dal novembre 1936 al maggio 1937 combatterono in Spagna a fianco della Resistenza repubblicana contro le truppe del generalissimo Francisco Franco (sostenute dalle milizie del Duce). La Colonna Italiana, poi ribattezzata Battaglione Garibaldi, schierava il meglio dell’antifascismo italiano: dai comandanti Carlo Rosselli (“Oggi in Spagna, domani in Italia”) e Randolfo Pacciardi (“Per me la Spagna non è una terra: è un’idea”) ad altre storiche figure e sigle come Mario Angeloni, Camillo Berneri, Giuseppe Bifolchi e Giustizia e Libertà. Altri tempi, altre esperienze, certo. Ma i cinque resistenti moderni contro l’Isis non meritano un processo. Semmai una medaglia. O almeno una legge che riconosca il loro coraggio: dopo tante leggi ad personam che hanno cancellato processi sacrosanti, sarebbe la prima che evita un processo ingiusto.

Diego Galeri e il suo “progetto fantasma”

Ripercorrere l’avventura musicale di un personaggio come Diego Galeri richiede uno spazio molto più ampio di quello offerto da questa rubrica. Innumerevoli sono infatti le avventure in cui l’istrionico ex batterista dei Timoria si è imbarcato in questi anni, ciascuna testimoniata da un diverso nome e con caratteristiche proprie. L’ultima in ordine di tempo è quella con i Gentle Eyes In The Gloom, un “progetto fantasma” perché – spiega Galeri – “è caratterizzato da immagini che non rivelano l’identità dei musicisti che ne hanno preso parte, ma che riproducono, anche in fotografia, i volti delle tre anime che lo compongono”. Il loro primo disco, composto da sei tracce, è musica elettronica con influenze trasversali nell’ambito synth, con suggestioni che spaziano dallo swing al gospel a sonorità anni 80 e post punk. Consigliate Restart e No One’s Over: classicismo e avanguardia, ragione e sentimento per melodie immediate, una perfetta colonna sonora per avventure siderali ai confini del buio più infinito.

Italia e Germania, mai state così vicine

Süden è diario di un viaggio in continuo divenire, di un’avventura iniziata come incontro fra culture e poi evoluta in laboratorio creativo di nuovi linguaggi espressivi. Parole italiane e parole tedesche concorrono, e si alternano nel racconto, sorrette da una musicalità che annulla distanze, azzera confini fisici o mentali che siano. L’esperienza continua – alle spalle un tour europeo di un anno mezzo e oltre 60 mila copie vendute con il primo Süden – e con l’uscita del secondo capitolo, Süden II, raggiunge una matura consapevolezza delle potenzialità di questo insolito trio. La sua storia parte da lontano. Da un incontro fortuito durante un concerto in Baviera, 2002, che in breve tempo evolve in stima reciproca, in voglia di confronto. Già nel 2010 il duo Schimdbauer & Kälberer è diventato un trio. La sensibilità del folk-singer tedesco si completa con la passione di Pippo Pollina, l’eclettismo di Martin Kälberer infonde nuove profondità a un canzoniere sempre più ricco.

A rendere naturalmente più omogeneo l’incontro fra la sensibilità ben radicata nella realtà di Pollina, cantautore di straordinaria contemporeneità per cui la musica non può essere solo accompagnamento della parola, con quella di Werner Schmidbauer, artista capace di combinare l’ambiziosa canzone d’autore bavarese con la tradizione del folk americano, c’è eclettismo di Martin Kälberer, polistrumentista e arrangiatore di spessore, vero centro musicale del trio. Il passaggio da una lingua all’altra trova forza espressiva in arrangiamenti che spaziano dalle atmosfere più intime, sottolineate dalla presenza di archi, alle coloriture intense di un pop colto. Scritto a sei mani, Süden II, con i suoi 15 brani, si presenta con la freschezza di un live. “Alla base c’è la scelta di non interferire mai fra di noi, di non rimanere ancorati ai nostri personali patrimoni culturali e artistici ma al contrario di metterci in relazione col mondo intero cercando di non escludere alcuna opportunità, e ciò ci arricchisce a ogni incontro”. Magia che il trio spiega così, visto il risultato c’è da crederci.

Mötley Crüe, così cattivi da meritare persino un biopic

Sesso, droga, rock’n’roll e biopic. In tempi così distanti dall’epoca aurea dello starsystem musicale – gli eterni, immarcescibili anni Sessanta/Settanta/Ottanta – sembra essere questa la formula vincente per fare audience e soprattutto smuovere vecchi cataloghi. The Dirt, il film sui Mötley Crüe prodotto da Netflix in streaming sulla piattaforma dal 22 marzo, è solo l’ultimo esempio, dopo il boom epocale di Bohemian Rhapsody e in attesa del film su Elton John che promette altrettanti sfracelli. Quantifichiamo per dare un’idea: a una settimana dall’uscita, i download da iTunes della musica della band californiana sono aumentati del 2027%. Un dato che si può interpretare in vari modi (per esempio ci si può chiedere quanto vendessero on line i Mötley Crüe prima di essere benedetti da Netflix) ma di certo impressionante. Insomma: il biopic rock’n’roll tira, e forse oggi è l’unico vero veicolo di trasmissione di una mitologia della quale si sono nutrite tre o quattro generazioni. E pazienza se l’adesione alla realtà storica non è esattamente millimetrica, o se si finisce spesso per edulcorare storie e personaggi. The Dirt può essere forse criticato sul primo versante, difficilmente sul secondo. La percentuale per fotogramma di eroina, cocaina, alcol, overdose, orge, blowjob sotto i tavoli, scopate nei camerini e svariati altri esempi di devastazione fisica e morale è infatti altissima. E quindi perfettamente adeguata ai protagonisti. I Mötley Crüe, nella loro programmatica e sguaiata decadenza, hanno incarnato gli eccessi della Babilonia rock in un modo che sconfinava quasi nel cartoon (non a caso viene citato a un certo punto, non proprio in maniera commendevole, persino Walt Disney). Del cartone animato The Dirt ha diversi pregi: velocità, ritmo e una buona dose di humour caciarone. E sono proprio il senso dell’umorismo e lo spirito da gang a rendere alla fine quasi simpatici, nonostante la turpitudine dei comportamenti, questi quattro rifiuti della società. E il fatto che ciascuno di loro, in modi diversi, sia stato colpito da tragedie di vario tipo contribuisce ad umanizzarli una volta eliminati gli effetti speciali, i fuochi d’artificio, le paillettes e le orripilanti acconciature cotonate. Eccellenti gli attori: dal rapper Machine Gun Kelly nei panni di Tommy Lee a Douglas Booth in quelli del leader carismatico ma insicuro Nikki Sixx, da Daniel Webber che interpreta il cantante Vince Neil a Iwan Rheon, il cattivissimo Ramsey Bolton del Trono di Spade che qui dà un tocco di malinconica sobrietà (per quanto possa essere sobrio uno che ha suonato nei Mötley Crüe) al chitarrista Mick Mars.

Pochi i riferimenti al mondo che circondava la band, fosse quello dell’hair metal da Mtv o quello del grunge. Solo in una sequenza si vede un murale con la copertina di Ten dei Pearl Jam, implicito segnale di un passaggio di consegne. O forse di un prossimo biopic.

Raffaella e le vite degli altri: “A raccontare sei personaggi comincio io”

Fiorello provoca Raffaella: “Su questo divano possiamo fare il tuca tuca da anziani!”. È il passaggio cult della prima puntata di A raccontare comincia tu, giovedì alle 21.30 su Rai 3. Sei incontri d’autore per la Carrà: dopo Rosario sarà la volta di Sophia Loren, Leonardo Bonucci, Riccardo Muti, Paolo Sorrentino e Maria De Filippi. Spiega il direttore di Rai 3 Stefano Coletta: “Raffaella entra con umiltà nelle vite degli altri”. Lei ha ceduto dopo un lungo corteggiamento: “Non avevo bisogno della tv, mi ha convinto l’idea di queste interviste. Con ognuno ho cercato intimità. Oddio, di fronte a Muti ero emozionata”, ride la Carrà, “ma con Sophia a Ginevra è stato come scoprire una sorella. Le ho chiesto di Cary Grant innamorato di lei, ma continuava a glissare”. Per Bonucci è andata a casa Juve: “Ho incontrato anche Chiellini. Che magri ‘sti calciatori. Ma li fanno mangiare?”. Ha cazziato amorevolmente Sorrentino: “L’ho ringraziato per la mia canzone nella Grande bellezza. Però quella scena con tutti quei drogati che ballano, uhm”. L’unica puntata ancora da girare è con la De Filippi: “Se faremo la pace? Ma ho incontrato Maria una sola volta, quando avrei litigato? Io ad Amici? Vedremo”. L’unico a dirle no è stato Benigni, mentre Mina è rimasta un’ipotesi. Di politici neanche l’ombra. Ma la Carrà minaccia: “Dopo le europee!”. Raffaella ha un cruccio: “Non ho mai capito perché non mi abbiano chiesto di rifare Carramba. Era uno spaccato dell’Italia che si ricongiunge. Oggi ci aiuterebbe a essere più aperti di fronte a chi viene qui”.

Dolceroma. Ma amara verità: la bugia è Capitale

Senso della posizione e dei ruoli: “Sono io che corteggio i banchieri, corrompo i monsignori, porto i soldi dei politici alle troie e ai funzionari della televisione. Sono io quello che non dorme la notte perché puzzo talmente di merda che non riesco ad abbracciare nemmeno le mie figlie quando torno a casa”. Quindi “la formula della Coca Cola” per capire la corrente, non affogare, magari nuotare a Roma: “In questa città ci sono due regole fondamentali: nessuno dice quello che pensa, e nessuno fa quello che dice”. Parola di Oscar Martello, alias Luca Barbareschi, nel film Dolceroma (in sala da giovedì), tratto dal bel libro di Pino Corrias Dormiremo da vecchi (Chiarelettere, 2015).

Un’ora e trenta e spicci, per il classico gioco degli specchi, o delle sovrapposizioni di piani: Pirandello ha raccolto bene e seminato molto; è il vero, appena vero, verosimile, possibile sia vero? Oddio, lo avevo sempre detto! Tutto all’interno del mondo cinematografico, con i cliché diventati assioma: mignotte, sesso, morte. Droga? Sì, ma senza esagerare. E ancora ricatti, violenza, sopraffazioni, criminalità organizzata, fino a tornare alla prima regola di Abel Ferrara: “Il cinema è dei gangster”.

Il mix si sviluppa attraverso la storia di un giovane scrittore, ovviamente spiantato, scontento, provinciale e corroso dalla noia: all’improvviso scopre che il suo sforzo letterario ha sedotto Il produttore più in voga del momento.

Ed ecco la Capitale.

Ed ecco lo sguardo dietro al sipario.

Il film è una via di mezzo tra l’istantanea seria anche se sognatrice de La grande bellezza – con i suoi radical chic appollaiati sugli attici, lesti solo a brindare e ballare – e l’ironia folle e istrionica di una serie come Boris, con il dietro le quinte portato a sistema.

Roma è nuda, con le sue dinamiche, i rapporti di forza, la violenza, il compromesso, la volubilità diventata sistema, la necessità di sorridere, di ingoiare: è la base di un mondo spesso idealizzato, comunque ambito. Pericoloso. Qui basta saper mentire, o quantomeno imparare, perché non esiste verità, ma – come ripete Gabriele Lavia nella sua rappresentazione de I giganti della montagna (sempre Pirandello è) – “Io invento la verità”; sono gli altri a doverci credere, o fingere di farlo. Altrimenti chi è in auge ti affoga e i ruoli non sono ben definiti, solo da definire, e chi è dentro lotta perennemente per evitare l’espulsione; chi è fuori lotta perennemente per cercare l’inclusione, fino a perdere il tracciato delle molliche di Pollicino. Spiega Vittorio Cecchi Gori: “A volte penso che la mia vita stessa sia un film, perché tutto può essere o diventare una pellicola di successo”. Capita. Dipende da “cosa sei disposto a perdere”, canta Jovanotti, o da quali sono i limiti: secondo Oscar, ovviamente non ci sono, per questo “lui ti promette l’inferno, ti ci porta, e poi ti ci lascia con il conto da pagare”, si sfoga Jacaranda Ponti (Valentina Bellè), la protagonista di Dolceroma.

Quanto c’è di vero? Leggendo il libro di Corrias, la verità sta oltre l’approdo finale del film, e anche secondo le cronache, o i racconti di chi il gioco lo conosce, nella realtà certe debolezze sono più marcate: il sesso è centrale, da quello non si sfugge (Harvey Weinstein ha tracciato il solco), la droga non è proprio occasionale, come i rapporti di forza, la ricerca dei finanziamenti, la necessità di un manuale Cencelli per comporre il cast, magari si è obbligati a ingaggiare una “cagna maledetta” ( Boris dixit). A quanto pare succede. Ma basta saper mentire, accettare, sorridere, “altrimenti: cosa ci fai a Roma?”

La primavera algerina: Bouteflika se ne va

Esultanza e tripudio ieri in Algeria dopo che domenica sera si è diffusa la notizia che in settimana l’ultraottantenne e malato presidente Abdelaziz Bouteflika darà le dimissioni. L’annuncio è stato dato dal canale televisivo privato Ennahar secondo cui la storica decisione verrà ufficializzata oggi in tarda mattinata. Non sono state citate però le fonti.

Forzato alla rinuncia al potere – o comunque sollecitato dal suo entourage – l’anziano leader non ha avuto molta scelta, anche se sembra che abbia tentato fino all’ultimo di resistere. Infatti assieme all’annuncio delle imminenti dimissioni, la tv nazionale ha comunicato che il presidente e il primo ministro Noureddine Bedoui (nominato l’11 marzo scorso) avevano deciso un rimpasto di governo. Otto ministri, tra cui il generale Ahmed Gaed Salah, capo di stato maggiore e vice ministro della Difesa (la cui titolarità è rimasta a Boutefika), hanno mantenuto il loro posto su ventisette seggi da assegnare. L’alto ufficiale è quello che impresso un’accelerazione alla conclusione della crisi. Bouteflika, colpito da un ictus, costretto su una sedia a rotelle, l’11 febbraio aveva annunciato la sua candidatura per un quinto mandato presidenziale alle elezioni previste in quel momento per il 18 aprile. Imponenti e pacifiche dimostrazioni di piazza l’avevano costretto a un ripensamento. E così l’11 marzo aveva annunciato la sua rinuncia a candidarsi ancora, ma allo stesso tempo aveva rimandato le elezioni sine die.

La popolazione ha continuato a protestare perché era scoperto il tentativo di Bouteflika di restare in sella e chiaro lo sforzo dei suoi fedelissimi di rimanere inchiodati alle poltrone forzando la Costituzione. Così il generale si è spazientito e ha suggerito al parlamento di esautorare la massima carica dello Stato utilizzando la Costituzione stessa secondo cui il presidente, gravemente malato e non più capace di governare il Paese, può essere esonerato dall’incarico. Il gruppo di potere legato a Bouteflika aveva subito insinuato il dubbio che Salah stesse organizzando un colpo di Stato per cacciare il Capo dello Stato e prendere il suo posto. I media locali danno per certe le dimissioni per oggi, anche se qualcuno le sposta più avanti di qualche giorno. Il posto di presidente, comunque, sarà preso dal 77 enne Abdelkader Bensalah, attualmente presidente della Consiglio della Nazione, cioè la camera alta, considerato un burocrate del regime. Insomma, alla fine i manifestanti sembra ce l’abbiano fatta. Chiedono maggiore democrazia, con una decisa liberalizzazione del Paese, e quelle riforme economiche necessarie a creare posti di lavoro per scoraggiare i giovani ad andare all’estero. Se veramente il vecchio presidente manterrà oggi la sua promessa, sarà una vera rivoluzione per un Paese che ha resistito ed è passato indenne attraverso la primavera araba. Bouteflika finora aveva giocato abilmente le sue carte. “Senza di me – continuava a sbandierare – c’è il rischio di un ritorno all’’oscurantismo religioso”. Si era costruito un solido prestigio negli anni a cavallo del secolo, quando aveva avuto vinto la guerra civile sbaragliando i terroristi del Fronte di Salvezza Islamico. Ora però l’Algeria e cresciuta e la massa dei giovani non confida più negli insegnamenti del Corano, ma nelle potenzialità dei social. E oltre il 70 per cento degli algerini ha meno di 30 anni.

“Se avessimo reagito su Regeni Khashoggi non sarebbe morto”

“Se il mondo occidentale avesse reagito con più forza all’omicidio di Giulio Regeni, forse non avremmo assistito a un’altra morte: quella di Jamal Khashoggi”.

A parlare è Iyad El Baghdadi, giornalista e attivista per i diritti umani in Medio Oriente, in Italia per presentare il suo libro Il trangolo vizioso: tiranni, terroristi e l’Occidente. La prima edizione risale a luglio scorso, prima che avvenisse quello che lui stesso ha definito “la più grande notizia dell’anno”: l’assassinio del giornalista saudita Khashoggi.

Adesso, El-Baghdadi prevede di tornare ad Oslo – città in cui gli è stato concesso asilo politico dopo l’espulsione dagli Emirati Arabi – per inserire altri due capitoli al testo, in cui racconterà le colpe dell’indifferenza occidentale nella creazione del sentimento di onnipotenza che caratterizza i dittatori sauditi.

“Il mondo avrebbe dovuto alzarsi in piedi e gridare: No! Invece questo non accadde, e fu impossibile evitare un pensiero inquietante: se questo ragazzo, studente ed europeo, può essere ucciso impunemente, senza alcuna reazione decisa da parte delle autorità dell’Occidente, allora cosa riuscirà a convincerli a intervenire per fermare la loro violenza?”. Quello che accadde in seguito agli episodi cui fa riferimento lo scrittore è noto: il 2 ottobre 2018 il giornalista Jamal Khashoggi, editorialista del Whashington Post e voce critica del regno di Riad, fu ucciso nel consolato saudita ad Istanbul. Il principale indiziato per l’assassinio è stato il principe Mohammed bin Salman, erede del re dell’Arabia Saudita, sul quale sembrano proiettarsi nuove ombre che confermano la tesi incriminante: Jeff Bezos, proprietario del Washington Post, ha infatti scoperto che il suo telefono era da tempo intercettato dai sauditi. La ragione risiederebbe nella linea del giornale, che ha insistito nell’indagare sui responsabili dell’omicidio del loro editorialista. “Ho seguito la vicenda dall’interno – racconta El-Baghdadi – dopo un paio di articoli che scrissi su Twitter, infatti, mi contattò il team di Bezos chiedendomi di collaborare con loro. Khashoggi si sentiva ricattato e intercettato già da febbraio, e le indagini si concentravano non solo sul saccheggio dei suoi dati privati, ma anche sulle ragioni che lo potessero giustificare. Era chiaro, almeno per me, che c’era una relazione strana tra Bezos e Mohammed bin Salman: il primo era in una posizione delicata e ambivalente: era l’editore del Washingotn Post– continua il giornalista arabo – ma anche un miliardario con molti interessi nel Sud dell’Arabia. Allo stesso tempo, Bin Salman era visto come un riformatore, ed era molto integrato nella società occidentale, visitava Hollywood, stringeva le mani ai personaggi più noti del mondo dello spettacolo e dell’imprenditoria americana. Dopo l’assassinio di Khashoggi, però, Bezos interruppe tutti i rapporti con lui, e impose al suo giornale di andare a fondo sull’omicidio. Bin Salman la prese sul personale, pensò: ‘tu fai affari con me, questo è il tuo giornale, come puoi non impedire che questo accada?’. Così cominciò ad attaccare il magnate americano, anche attraverso i social media”.

Giochi di potere, interessi economici, e soprattutto correlazioni tra Oriente e Occidente. Proprio il perno del libro di El-Baghdadi, che spiega il riferimento del titolo alla figura del triangolo: “Inizialmente volevo esprimere l’idea della stretta interdipendenza tra i tre elementi: tiranni, terroristi e Occidente. Quest’ultimo ha un ruolo chiave, che può essere salvifico o distruttivo. Per disgregare il circolo vizioso tra i tre, non basta imperniare gli sforzi su un unico aspetto: non puoi schierarti contro i tiranni e combattere i terroristi, così come non puoi combattere i terroristi senza rimediare ai danni causati dall’Occidente, e così via. Il messaggio che voglio lanciare – chiosa El-Baghdadi – è che la situazione in Medio Oriente non è destinata a essere così, si può fare ancora tanto per cambiare le cose e difendere la democrazia, la libertà e la civiltà. Ma serve anche l’aiuto delle democrazie occidentali”.