È il giorno dopo la sbornia elettorale a Kiev. Silenzio stampa, candidati vaganti, somme da tirare nei quartieri generali dei partiti. Soprattutto in quelli di cui si è sentito il tonfo per il crollo alle urne. Ha vinto l’uomo che ha conquistato il paese con le barzellette e i voti degli ucraini esausti da anni di speranze malriposte.
Ma il “Servitore del popolo”, come si chiama la serie tv che ha reso celebre Zelensky, non si presenta per i risultati definitivi nella sua sede, che sembra un teatro abbandonato dopo la festa. C’è stata la veglia per lo spoglio dei voti con vino rosso e caffè nero tra i tavoli dei corrispondenti, una notte finita davvero solo all’ora di pranzo del giorno dopo.
Mentre continua a pulsare il suo nome ossessivamente dagli schermi della sala verde, solo il più fidato dei suoi collaboratori è ancora in piedi a parlare in sala con chi lo interroga. “Siamo felici per i risultati, ma non ci rilassiamo”. Il prossimo round elettorale è previsto per il 21 aprile, ricorda Dimitry Razumkov, consulente politico di Zelensky. Occhi penetranti, faccia immobile ed enigmatica. Dicono che sia il mosg, il cervello dell’attore e finora ne è stato sicuramente la voce. “Non vuole deviare il percorso ucraino dell’integrazione europea”. Il politologo dagli occhi chiari è rimasto a osservare tutto e tutti, silenzioso nell’ombra, sul divano accanto al palco.
“Vogliamo indire un referendum per entrare nella Nato”. Razumkov vuole svelare poco del futuro programma, ma non esclude che delle cariche politiche prima del 21 potranno essere assegnate sulla base di un concorso. È quello che accade in un episodio della serie tv di Zelensky, ma Razumkov giura di non aver mai visto in tv l’unica esperienza politica simulata del candidato presidenziale che sostiene. “Poroshenko è l’unico che ha un programma chiaro per entrare in Europa” dice Irina Shatohina, 19 anni, germanista.
La volontaria alla sede viola del re del cioccolato è convinta che la verità sia scritta sulla gigantografia elettorale: “president odin”, il presidente è uno e tornerà primo al ballottaggio in programma tra 20 giorni. Con alle spalle 13 mila morti in guerra, – tra loro quasi 3 mila i soldati ucraini – , a braccia tese sul tavolo, occhi fissi alla platea, leggendo le cifre elettorali, il re del cioccolato si è sciolto cedendo all’ira: “il destino mi ha messo contro la marionetta di Kolomoisky”, Zelensky, che non chiama neppure per nome. Parla in un ucraino essenziale, come l’attore e la zarina bionda, una troika russofona che però fa i conti con le urne nazionaliste gialle e blu. Dopo aver ricordato i legami commerciali del suo avversario con l’oligarca, Poroshenko ha fatto appello ai giovani che lo hanno dimenticato nella sede imperiale dell’Arsenal Mystetsky.
Poroshenko è stata la prima scelta della diaspora slava in Italia, secondo i dati dell’associazione cristiana ucraini Italia. A Roma pochi hanno scelto il comico, ancor meno la zarina del gas, già due volte premier, ma che ora ha perso treccia, popolarità, elettorato e ieri notte anche il sorriso.
Quando ha urlato che “il voto è stato manipolato, ci sono state falsificazioni dei voti”, Yulia Timoshenko aveva di fronte poche facce stanche e molte sedie vuote a via Desjatinna 12, a pochi passi da un’indifferente Maidan. Sconfitta, nessuno l’ha ascoltata. “Scegli il cambiamento”: il manifesto con il suo slogan elettorale è stato smantellato in pochi minuti e il traffico di Kiev è tornato a scorrere come prima.