Zelensky ha un programma politico. Da serie tv

È il giorno dopo la sbornia elettorale a Kiev. Silenzio stampa, candidati vaganti, somme da tirare nei quartieri generali dei partiti. Soprattutto in quelli di cui si è sentito il tonfo per il crollo alle urne. Ha vinto l’uomo che ha conquistato il paese con le barzellette e i voti degli ucraini esausti da anni di speranze malriposte.

Ma il “Servitore del popolo”, come si chiama la serie tv che ha reso celebre Zelensky, non si presenta per i risultati definitivi nella sua sede, che sembra un teatro abbandonato dopo la festa. C’è stata la veglia per lo spoglio dei voti con vino rosso e caffè nero tra i tavoli dei corrispondenti, una notte finita davvero solo all’ora di pranzo del giorno dopo.

Mentre continua a pulsare il suo nome ossessivamente dagli schermi della sala verde, solo il più fidato dei suoi collaboratori è ancora in piedi a parlare in sala con chi lo interroga. “Siamo felici per i risultati, ma non ci rilassiamo”. Il prossimo round elettorale è previsto per il 21 aprile, ricorda Dimitry Razumkov, consulente politico di Zelensky. Occhi penetranti, faccia immobile ed enigmatica. Dicono che sia il mosg, il cervello dell’attore e finora ne è stato sicuramente la voce. “Non vuole deviare il percorso ucraino dell’integrazione europea”. Il politologo dagli occhi chiari è rimasto a osservare tutto e tutti, silenzioso nell’ombra, sul divano accanto al palco.

“Vogliamo indire un referendum per entrare nella Nato”. Razumkov vuole svelare poco del futuro programma, ma non esclude che delle cariche politiche prima del 21 potranno essere assegnate sulla base di un concorso. È quello che accade in un episodio della serie tv di Zelensky, ma Razumkov giura di non aver mai visto in tv l’unica esperienza politica simulata del candidato presidenziale che sostiene. “Poroshenko è l’unico che ha un programma chiaro per entrare in Europa” dice Irina Shatohina, 19 anni, germanista.

La volontaria alla sede viola del re del cioccolato è convinta che la verità sia scritta sulla gigantografia elettorale: “president odin”, il presidente è uno e tornerà primo al ballottaggio in programma tra 20 giorni. Con alle spalle 13 mila morti in guerra, – tra loro quasi 3 mila i soldati ucraini – , a braccia tese sul tavolo, occhi fissi alla platea, leggendo le cifre elettorali, il re del cioccolato si è sciolto cedendo all’ira: “il destino mi ha messo contro la marionetta di Kolomoisky”, Zelensky, che non chiama neppure per nome. Parla in un ucraino essenziale, come l’attore e la zarina bionda, una troika russofona che però fa i conti con le urne nazionaliste gialle e blu. Dopo aver ricordato i legami commerciali del suo avversario con l’oligarca, Poroshenko ha fatto appello ai giovani che lo hanno dimenticato nella sede imperiale dell’Arsenal Mystetsky.

Poroshenko è stata la prima scelta della diaspora slava in Italia, secondo i dati dell’associazione cristiana ucraini Italia. A Roma pochi hanno scelto il comico, ancor meno la zarina del gas, già due volte premier, ma che ora ha perso treccia, popolarità, elettorato e ieri notte anche il sorriso.

Quando ha urlato che “il voto è stato manipolato, ci sono state falsificazioni dei voti”, Yulia Timoshenko aveva di fronte poche facce stanche e molte sedie vuote a via Desjatinna 12, a pochi passi da un’indifferente Maidan. Sconfitta, nessuno l’ha ascoltata. “Scegli il cambiamento”: il manifesto con il suo slogan elettorale è stato smantellato in pochi minuti e il traffico di Kiev è tornato a scorrere come prima.

Il bacio di Biden scatena la guerra fra i Democratici

Prima di cominciare a sparare al cuore del bersaglio grosso, Donald Trump, che quasi certamente sarà il candidato repubblicano alla Casa Bianca nel 2020, gli aspiranti alla nomination democratica, che sono una ventina circa, quando mancano nove mesi all’inizio delle primarie, giocano a spararsi sui piedi l’un l’altro, così da azzoppare e rallentare, o mettere fuori corsa, i rivali.

Joe Biden, vicepresidente di Barack Obama per otto anni, dopo essere stato senatore del Delaware per 36 anni, non ha ancora sciolto le riserve sulla sua discesa in campo per le presidenziali 2020, ma deve già difendersi dalle accuse di una politica democratica che lui nel 2014 avrebbe baciato – sulla nuca – senza il suo consenso.

La donna, Lucy Flores, 40 anni, una ex deputata del Nevada, allora candidata a vicegovernatore dello Stato, oggi militante per molte buone cause, ha raccontato a una rivista e ha poi ripetuto d’essersi sentita “a disagio, disgustata e confusa” quando Biden, 77 anni, le si avvicinò da dietro, le posò le mani sulle spalle e la baciò sulla nuca.

Accadde a un comizio dove l’allora vicepresidente sosteneva la sua candidatura a vicegovernatore, Lucy poi perse le elezioni. “In tanti anni di campagne elettorali e di vita pubblica non ho mai agito in maniera inopportuna”, dice ora Biden alla stampa. Ma, conscio dello spirito dei tempi, promette di andare a fondo sulle affermazioni di Flores, anche se non ha memoria dell’episodio: “In tanti anni, non si contano le strette di mano, gli abbracci, le espressioni di affetto e di sostegno che ho dato – afferma – e non è mai stata mia intenzione mancare di rispetto a qualcuno”. Ma i suoi potenziali rivali democratici vogliono dire la loro. Per primo, Bernie Sanders, il senatore del Vermont che i sondaggi danno in testa alla corsa con Biden, probabilmente, perché i loro due nomi sono già noti a livello nazionale: Flores, nel 2016, stava con lui contro Hillary Clinton. Poi, le senatrici Elizabeth Warren e Amy Klobuchar e altri che s’accodano e chiedono che sia fatta piena luce. Punture di spillo, azioni di disturbo, che, se non fosse l’America di #MeToo, lascerebbero il tempo che trovano, tanto la colpa di Biden il gentiluomo appare lieve. Lo strano è che, se qualcuno dicesse una cosa del genere di Donald Trump, nessuno gli baderebbe, ché al magnate sono stati abbonati dai suoi elettori atteggiamenti e comportamenti ben più pesanti.

A favore di Biden, vengono donne che lo ebbero amico o collega o capo. Ma certo nessuna può escludere che in quel dato momento, in quella data situazione, il vicepresidente abbia senza volerlo messo in imbarazzo Flores, che non denunciò l’episodio allora, e neppure nel 2016, quando Biden rimase a lungo incerto se candidarsi, ma lo fa oggi, dopo cinque anni.

Se s’impallinano fra di loro – esercizio che sarà inevitabile per l’anno a venire –, i democratici, però, non rinunciano a tenere sotto pressione il presidente Trump, in attesa di conoscere – a metà aprile – il testo completo del rapporto finale sul Russiagate del procuratore speciale Robert Mueller. Viene il sospetto che il segretario alla Giustizia William Barr non voglia solo editare il documento, ma anche epurarlo dai passaggi scomodi, alla faccia della trasparenza.

La Commissione Vigilanza e Riforme dalla Camera, dove i democratici sono maggioranza, indaga sui nulla osta per la sicurezza concessi dall’Amministrazione Trump ad almeno 25 persone senza tenere conto delle indicazioni contrarie venute dai consiglieri per la sicurezza (che adesso si tolgono sassolini dalle scarpe). Le security clearances contestate riguardano figure di primo piano dello staff della Casa Bianca e della ‘prima famiglia’, il consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton, Ivanka Trump e suo marito Jared Kushner. L’indagine della Commissione, che nasce da una costola del Russiagate, va avanti.

Voto, disfatta di Erdogan. Il nuovo re di Istanbul lancia la sfida al Sultano

Come il Sultano reagirà alla perdita della città simbolo e cuore del regno, Istanbul, da lui fondato partendo proprio dalle rive del Bosforo nel lontano 1994, quando ne divenne sindaco, è ancora presto per dirlo. Di certo il presidente della Repubblica turca Recep Tayyip Erdogan, all’indomani delle elezioni locali in cui il suo partito della Giustizia e Sviluppo (Akp) ha perso tutte le principali città, ha capito che la teoria cospirazionista messa a punto per accusare gli Stati Uniti di aver provocato la devastante crisi economica in corso dalla fine dello scorso anno, non ha convinto i propri elettori a consegnargli nuovamente tutte le 81 province della Turchia e soprattutto le municipalità più importanti sotto il profilo demografico ed economico.

“Il motivo principale di questo risultato è la crisi economica. Non si può parlare di una sconfitta totale perché l’Akp è ancora il primo partito in circa la metà delle amministrazioni sotto scrutinio, tuttavia la perdita di Istanbul, Ankara e delle città costiere sul Mediterraneo, ovvero i motori economici del Paese dato che assieme contribuiscono all’80 per cento del Prodotto interno lordo turco, è un segnale di forte allarme per il ‘sistema Erdogan’. Del resto è stato il presidente a trasformare queste consultazioni locali in un referendum su di lui”, dice al Fatto il politologo Ilter Turan, professore emerito della Bilgi University di Istanbul e negli anni anche docente presso i più prestigiosi atenei degli Stati Uniti. Cosa accadrà da qui alle prossime urne nel 2023, non è facile prevederlo neanche per un esperto come Turan. Per i turchi laici e soprattutto giovani, molti dei quali protagonisti della rivolta popolare di Gezi park del 2013, iniziata sulla riva europea di Istanbul e allargatasi a tutto il Paese, questo risultato elettorale è la prima vittoria da tanti anni: ma c’è un ma.

“Credo proprio che anche Istanbul non sarà più la roccaforte di Erdogan. Sono felice per noi che vogliamo una Turchia democratica e laica ma ora sono quasi certa che la magistratura, su ordine di Erdogan, riprenderà a perseguitarci più di prima”, spiega una quarantenne di Istanbul elettrice del partito repubblicano (Chp). “Ancora durante gli scorsi mesi – prosegue l’insegnante che chiede l’anonimato per non rischiare il licenziamento – alcuni dimostranti di Gezi sono stati indagati per aver preso parte alla protesta che fece emergere chiaramente il volto illiberale del presidente. Ora Erdogan farà di tutto per riprendersi indietro ciò che considera roba sua”.

Alla notizia che la capitale politica Ankara, dopo un quarto di secolo, è tornata ai repubblicani, così come Istanbul, c’è stato un nuovo brusco ribasso della lira turca. La valuta ha perso oltre il 2% rispetto al dollaro. Per gli economisti le contestazioni sullo scrutinio dei voti potrebbero innescare un crollo delle quotazioni della lira. Il partito di Erdogan però sembra disposto a correre questo rischio. “Abbiamo rilevato molti errori. Siamo pronti a fornire le prove delle irregolarità nello spoglio dei voti a Istanbul”, ha detto il responsabile cittadino dell’Akp, Bayram Senocak, promettendo ricorsi contro la vittoria di Ekrem Imamoglu del partito repubblicano socialdemocratico Chp.

È lui il volto nuovo della politica turca perchè un quarto di secolo dopo, si prende la carica da cui partì l’ascesa di Erdogan e l’opposizione già lo immagina capace di sfidare il Sultano per la carica di presidente. I due hanno qualcosa in comune: le radici nel Mar Nero – Imamoglu è nato 49 anni fa a Trebisonda – e un passato da calciatore dilettante. Imamoglu, sposato con tre figli, dopo la laurea in amministrazione finanziaria ha guidato l’azienda edile di famiglia. In politica si è legato ai repubblicani del Chp, e una esperienza sul campo a Beylikduzu, la municipalità alla periferia europea della megalopoli sul Bosforo, che ha amministrato negli ultimi cinque anni.

Perdere Istanbul è uno smacco doppio per l’Akp e il suo leader che negli ultimi comizi aveva ribadito: “Chi vince Istanbul vince tutta la Turchia”. Proprio nella sua città natale, una volta conquistata la poltrona di primo cittadino, Erdogan iniziò a ordire il suo piano di diventare il nuovo Ataturk (padre dei turchi) in salsa islamica. Nel 1994 Istanbul era già una megalopoli ma mancava di infrastrutture. “Erdogan le ha create ma poi ha continuato a cementificare la città senza bisogno, allo scopo di allargare il bacino di voti, crearsi un entourage imprenditoriale fedele e arricchirsi”, sottolinea Ertugrul Kurkcu, presidente onorario e già parlamentare del partito filo curdo Hdp, che, nonostante le purghe del governo e l’arresto di decine di suoi rappresentanti, ha riconquistato le principali città del Kurdistan turco, a partire dalla capitale de facto Diyarbakir. “Ne abbiamo perse qualcuna e riconquistate altre. In realtà la maggior parte ci era stata sottratta per volere di Erdogan quando fece fallire la tregua con i curdi nel 2013. Con la scusa che sindaci e amministratori erano legati al Pkk e quindi terroristi, ha annullato il voto democratico e fatto sbattere in galera centinaia di nostri amministratori”.

Nemmeno Salò vuole più il Duce fra i suoi cittadini

Il “non” pesce d’aprile arriva da Salò: togliere la cittadinanza onoraria al Duce, proprio dove Mussolini trovò riparo dopo l’arresto, e dove tra il 1943 e il 1945 nacque la Repubblica Sociale Italiana, simbolo del fascismo e della lotta contro la Resistenza che stava riconquistando il Paese. Il Comune conferma: ieri è stata presentata la mozione per la cancellazione, lunedì 8 se ne discuterà in Consiglio. L’Anpi Medio Garda (che riunisce otto diversi circoli) applaude e sostiene questo “gesto simbolico che non costa nulla attuare. Un gesto necessario, proprio in questo periodo”. L’onorificenza era stata concessa a Benito Mussolini nel 1924 e a distanza di 95 anni il gruppo consigliare “Scelgo Salò” ha presentato l’atto per ottenerne la cancellazione. Nella mozione del consigliere di minoranza Stefano Zane si legge: “Tale concessione, mai revocata, rappresenta a livello storico un grande significato, tenuto conto in particolare degli eventi che portarono Salò a rappresentare uno dei momenti più bui della nostra storia”.

La genesi della “festa”

Il pesce d’aprile è una tradizione in diversi Paesi del mondo e ha caratteristiche simili a quelle di alcune festività quali l’Hilaria dell’antica Roma, celebrata il 25 marzo, e l’Holi induista, entrambe ricorrenze legate all’equinozio di primavera. Le origini del pesce d’aprile non sono note, anche se sono state proposte diverse teorie. Una tra le più accreditate colloca la nascita della tradizione nella Francia del XVI secolo. In origine, prima dell’adozione del Calendario Gregoriano nel 1582, in Europa era usanza celebrare il Capodanno tra il 25 marzo e il 1º aprile, occasione in cui venivano scambiati pacchi dono. La riforma di papa Gregorio XIII spostò la festività indietro al 1º gennaio, motivo per cui sembra sia nata la tradizione di consegnare dei pacchi regalo vuoti in corrispondenza del 1º aprile, volendo scherzosamente simboleggiare la festività ormai obsoleta. Il nome che venne dato alla strana usanza fu Poisson d’Avril, per l’appunto “pesce d’aprile”.

Benzina cinese a 50 cent e reddito per tutti: incredibile, infatti è fake

Una nuova app ti toglie dieci anni di età, il Papa torna a Avignone, la benzina costa 50 centesimi al litro e il Palio di Siena è…cinese. Roba da non crederci? Infatti non è vero: pesce d’aprile. Anche se qualcuno magari se n’è accorto troppo tardi. Colpa di giornali autorevoli che scherzano coi lettori, di grandi aziende che lanciano finti prodotti e persino politici che per una volta si prendono meno sul serio.

Tutto per un giorno sembra ribaltarsi. Molti milanesi, per esempio, credevano di essersi svegliati senza più il loro ponte verde sopra i binari di Porta Genova, passaggio vitale per i pedoni che vanno verso i Navigli. A render più credibile l’allarme, lanciato in rete da Savi Arbola, resta a imperitura memoria un perfetto fotomontaggio dei binari, con il ponte svanito nel nulla.

Molto meglio il risveglio di chi, per le strade di Genova o sui social network, si è imbattuto sugli annunci targati ministero dell’Economia secondo cui il reddito di cittadinanza sarebbe stato esteso a tutta la popolazione e non solo ai più bisognosi. La notizia è falsa, l’idea per il governo resta. E a proposito di sogni infranti, per qualche ora i romani hanno pensato di poter dare un bel taglio alle proprie spese. Sembrava infatti che nella Capitale avesse aperto il primo distributore di benzina cinese. La conseguenza? Benzina a 50 centesimi al litro e primi benefici del memorandum della Via della Seta, come pareva confermare un articolo del Cittadino Online di Siena: quest’anno sarà “la televisione pubblica China Central Television a trasmettere le immagini del Palio”, con tanti saluti a mamma Rai e tanto denaro fresco per le casse della città.

A Torino l’assessora ai Servizi Anagrafici Paola Pisano ha puntato decisamente in alto: con un post sui social ha lanciato una nuova piattaforma comunale capace di togliere qualche anno ai residenti: “Avete provato il nuovo servizio di Torino Facile #RingiovaniTO? Quest’anno puoi scegliere tu quanti anni in meno avere sulla tua CIE!”. I torinesi erano pronti a perdere qualche ruga e qualche anno di età (da 1 a 10) compilando un modulo online.

A sfondo tecnologico la sorpresa di Google, che ieri ha lanciato una riedizione dello storico videogame “Snake” ma soprattutto ha illuso i clienti con Screen Cleaner, la prima app in grado di pulire lo schermo del cellulare da ditate, macchie, polvere. Magari avrebbe fatto comodo anche a Matteo Salvini, il ministro sempre col telefono in mano, anche lui vittima inconsapevole di un pesce d’aprile: “Sarà in città per visitare i luoghi simbolo dell’accoglienza – si leggeva in una finta nota del Comune di Palermo –, era ora che alla comunicazione virtuale a suon di tweet si sostituisse la possibilità di incontrarsi”.

Beffato persino il Vaticano: su WhatsApp è circolata una finta lettera del segretario di Stato, il cardinale Pietro Parolin, secondo cui il Papa in accordo col governo di Parigi avrebbe deciso di trasferire la Santa Sede ad Avignone per lo scandalo abusi sessuali. Si trattava ovviamente di un “fake”, ma la firma era davvero molto simile a quella del cardinale. D’altra parte il 1° aprile fa miracoli in politica. Ieri Federico Pizzarotti, sindaco di Parma fuoriuscito dal Movimento 5 Stelle, ha annunciato la propria candidatura alle Europee a fianco proprio degli ex colleghi: “Nonostante le incomprensioni di questi anni, ci siamo detti che candidarsi alle Europee con il Movimento è concretamente possibile”. Con una chiusa grottesca: “Ora si tratta solo di chiudere l’accordo con Di Maio, al quale stamani abbiamo inviato una email con le nostre condizioni, tra cui la possibilità di rimangiarci almeno due promesse elettorali una volta eletti, a piacimento”.

Niente di paragonabile a un altro ritorno, quello che nel 1992 annunciò via radio un finto Richard Nixon, in vista delle Presidenziali. E se il pesce d’aprile può cancellare il Watergate in un attimo, figurarsi le aspettative che può creare nella gente comune. Nel 1698, durante il primo April Fools’ Day, a Londra si sparse la voce che quel giorno ci sarebbe stata una cerimonia ufficiale del bagno dei leoni bianchi alla London Tower. Risultato: centinaia di persone radunate sotto la Torre con il naso all’insù. Dei leoni, neanche l’ombra. Ma agli inglesi va anche il merito di uno dei pesci d’aprile più geniali di sempre: nel 1957 la Bbc trasmise un finto reportage dall’Italia in cui si raccontava – con tanto di immagini più che realistiche – che gli spaghetti crescevano sugli alberi: “È stata una stagione eccellente – spiegava il reporter – grazie a un inverno mite e all’assenza del terribile punteruolo degli spaghetti”. In molti ci cascarono, nonostante post-verità e fake news non fossero ancora nell’Oxford dictionary.

Bucci, l’ultrà Juventus che morì nel 2016: riesumata la salma

È stata riesumata dal cimitero di Cuneo, dove era sepolta, la salma di Raffaello Bucci, l’ex ultrà della Juventus morto cadendo dal viadotto di Fossano dell’autostrada Torino-Savona nel luglio del 2016. Pochi giorni prima era stato interrogato dalla Procura di Torino per i rapporti tra ‘ndrangheta e ultrà. A chiedere di far luce sulla sua morte, inizialmente archiviata come suicidio, è stata la compagna Gabriella. Presso la camera mortuaria del cimitero, rimasto chiuso per consentire l’esumazione, si è svolta l’autopsia.

“Raffaele non si tolto la vita. Non era il tipo di buttarsi giù dal ponte. Qualcuno, semmai, l’ha spinto a farlo”, ha sempre sostenuto la compagna, ipotizzando che qualcuno lo avesse obbligato o comunque indotto a buttarsi da quel ponte. La Procura di Cuneo, che ha autorizzato la riesumazione, ha aperto nei mesi scorsi un fascicolo, a carico di ignoti, per istigazione al suicidio.

A effettuare l’autopsia è una équipe coordinata dal medico legale torinese Roberto Testi e da Lorenzo Varetto.

“Il diritto e il buon senso non sempre coincidono”

Lunedì scorso era nella maxi-aula del Palazzo di giustizia di Torino a seguire l’udienza. Davide Ferrario, regista cinematografico, ha preso posizione a sostegno dei quattro uomini e della ragazza che rischiano la pena della sorveglianza speciale per essere andati nel Nord della Siria a combattere con i curdi.

Ferrario, cosa l’ha spinta in tribunale?

Mi sono sentito in dovere. Ero curioso di sentire la versione della Procura. Volevo capire la logica della richiesta.

Cosa ha capito?

Che ogni tanto buon senso e diritto non corrispondono. Per la procura che fossero con l’Isis o contro è la stessa cosa: sono andati in una zona di guerra, hanno amplificato le conoscenze tecniche sull’uso delle armi di guerra e questo basterebbe a renderli pericolosi. Però la procura non pensa che forse, tornati in Italia, non useranno le bombe. È un processo alle intenzioni.

Le è sembrato un processo “fascista”?

No, perché le leggi dello Stato non lo sono, ma quel provvedimento ci assomiglia molto. La sorveglianza speciale è la cosa più simile al confino: c’è il divieto di dimora, non si può stare con più di due persone per volta e non si può partecipare ad attività pubbliche. È una sospensione dei diritti civili sulla base di ciò che loro pensano o potrebbero fare.

L’accusa ritiene abbiano imparato tecniche da usare nelle loro lotte. Lei ribatte che il contesto attuale non è quello degli “Anni di piombo”.

Sono situazioni imparagonabili e c’è molta gente, anche di destra, che ha elogiato l’esser andati a mettere a rischio la propria vita per combattere i cattivi.

Conosceva già queste cinque persone?

Non prima dell’udienza. Sono persone che, come i reduci, non hanno nessuna passione per la violenza e le armi. Non parlano volentieri di quella storia, disdegnano le armi e non ne possiedono.

In aula, oltre a lei, c’erano altre persone solidali. Le sembra un buon segnale?

Erano familiari e militanti. Il numero era sproporzionato rispetto agli uomini delle forze dell’ordine. Sebbene nella società civile ci sia una vicinanza ideale ai cinque militanti, non viene manifestata.

Che decisione si aspetta?

Mi auguro che il tribunale rigetti la richiesta. Se invece dovesse essere accettata sono pronto a dare ospitalità a casa mia perché non li ritengo socialmente pericolosi.

“Non c’è alcun pregiudizio, applichiamo solo la legge”

Il Tribunale di Torino ha preso tre mesi di tempo per decidere se quattro combattenti al fianco dei curdi e un volontario civile meritino di essere “sorvegliati speciali” perché “socialmente pericolosi”. Nell’attesa, Emilio Gatti, procuratore aggiunto della procura di Torino, coordinatore del gruppo specializzato nei reati sul terrorismo e l’eversione, preferisce non entrare nel merito della vicenda per rispetto al lavoro dei giudici e risponde solo a domande generali sull’istituto delle misure di prevenzione.

Cosa è la sorveglianza speciale?

È una misura di prevenzione. Sulla base del decreto legislativo 159 del 2011 (legge “antimafia”, ndr) sono previsti due tipi di misure di prevenzione, quelle personali e quelle patrimoniali. I destinatari delle misure di prevenzione possono denotare una pericolosità cosiddetta generica, perché si tratta di soggetti dediti alla commissione di un certo tipo di reati, o una pericolosità specifica, qualificazione che ad esempio riguarda persone appartenenti o indiziate di appartenere alla mafia o a organizzazioni terroristiche, ma non solo. Si parla anche di persone che compiono atti preparatori alla ricostituzione del partito fascista oppure di quelle che compiono atti violenti nell’ambito di manifestazioni sportive. Per questo procedimento si fa riferimento al primo ambito, il generico.

Cosa si intende con “socialmente pericolose”?

La definizione di legge indica così persone che sono “abitualmente dedite a traffici delittuosi”, “coloro che vivono abitualmente anche in parte con i proventi di attività delittuose” o “sono dediti alla commissione di reati che offendono o mettono in pericolo l’integrità fisica o morale dei minorenni, la sanità, la sicurezza o la tranquillità pubblica”. Poi le sentenze nazionali e internazionali cercano di ancorare queste previsioni generali ad atti e condotte più specifici. Per questo si valuteranno i precedenti e le condotte.

Che cosa prevede la sorveglianza speciale?

Si tratta di misure che consentono di controllare le persone sottoposte a questa condizione. Ad esempio non possono uscire di casa prima e dopo determinati orari, non devono associarsi abitualmente a pregiudicati, non possono detenere o portare armi e, in caso di persone indiziate di vivere con il provento di reati, devono darsi alla ricerca di un lavoro.

“Possono essere pericolosi”. Processo ai cinque anti-Isis

Davanti al Palazzo di Giustizia di Torino erano state appese le foto dei due italiani che, al fianco delle milizie curde, sono morti per combattere l’Isis nel Nord della Siria. Giovanni “Hiwa Bosco” Asperti e Lorenzo “Tekoser” Orsetti, scomparso da circa due settimane. Dopo la morte di quest’ultimo molti hanno dato un sostegno ideale a questo impegno. Tuttavia lunedì 25 marzo, all’interno di quel Palazzo, cinque persone che sono state sullo stesso fronte finivano davanti ai giudici. Si chiamano Davide Grasso, 38 anni, Maria Edgarda Marcucci, 27 anni, e Jacopo Bindi, 33 anni, vicini al centro sociale Askatasuna; e due anarchici, Fabrizio Maniero, 43 anni, e Paolo Andolina, 30 anni. A parte Bindi, che ha fatto il volontario in una struttura civile, gli altri hanno impugnato le armi, gli uomini con le Unità di protezione del popolo (Ypg), Marcucci con le Unità di protezione delle donne (Ypj). Non hanno compiuto nessun reato e per loro non c’è il rischio di una condanna in carcere.

In ballo c’è la sorveglianza speciale, una forma di controllo che si attua alle persone che sono ritenute socialmente pericolose. “Non abbiamo ritenuto che i proposti abbiano preso parte a un conflitto in territorio estero a sostegno di un’organizzazione che persegue finalità terroristiche”, ha premesso il sostituto procuratore Emanuela Pedrotta. La Procura ha chiesto la sorveglianza speciale perché “offendono e mettono in pericolo la sicurezza e l’incolumità pubblica” e in passato “si sono resi responsabili di condotte violente nei confronti delle forze dell’ordine” durante manifestazioni contro la Torino-Lione, contro le politiche migratorie o contro avversari politici all’università. I precedenti contano, ma non solo: “Il tempo trascorso in Siria ha destato la nostra preoccupazione”, ha aggiunto la pm precisando che quanto riguarda le tecniche militari, di combattimento e di l’utilizzo delle armi da guerra “merita approfondimento”. Anche perché, secondo l’accusa, “la ragione che li ha spinti ad andare in Siria non è stata quella di salvare la nostra società dalla minaccia terroristica”: “Le conoscenze non possono che essere utilizzate per le lotte antisistema”. Secondo i difensori, Lea Fattizzo, Claudio Novaro e Frediano Sanneris, non ci sono i presupposti per la sorveglianza speciale. Per molti di loro i precedenti sarebbero sporadici e anche risalenti a molti anni fa. Ad esempio Grasso ha tre condanne definitive per resistenza a pubblico ufficiale e lesioni commesse nel febbraio 2001, febbraio 2002 e maggio 2007: “Fatti risalenti e commessi in epoca giovanile in concorso con altri nell’ambito di manifestazioni di piazza”, ha spiegato la prima. Il Tribunale si è preso tre mesi per decidere se i cinque militanti meritino di essere sorvegliati speciali.