Il denaro che doveva essere utilizzato per i rimborsi spese dei dipendenti del ministero della Salute finiva nelle casse delle sale Bingo o nelle slot machine. Un funzionario infedele con il vizio del gioco infatti, negli ultimi due anni si è appropriato di circa 1 milione e 600 mila euro. “Aumentava il mio ego nel senso che comunque riuscivo a fregarli tutti”, si vantava al telefono. E invece gli inquirenti ieri lo hanno arrestato con le accuse di peculato e autoriciclaggio. A Vincenzo Zumbo era bastato falsificare le fatture inserendo il proprio Iban su mandati di pagamento in realtà destinati alle società che si erano aggiudicate appalti per le forniture ministeriali. I soldi venivano poi trasferiti “su altri conti correnti e carte prepagate, in modo da ostacolare concretamente l’identificazione della loro provenienza delittuosa”, rivelano gli atti. La Guardia di finanza, seguendo il denaro, ha scoperto ad esempio che dei 312 mila euro girati su una carta prepagata, oltre 223 mila sarebbero stati “utilizzati presso centri scommesse e sale gioco romani”. Perché come diceva l’indagato: “I soldi chiamano soldi”
Sul corpo di Desirée tracce di Dna compatibili con 3 dei 4 accusati
Sul corpo di Desirée Mariottini, tra lividi, graffi e segni di una vita troppo travagliata, gli inquirenti avevano trovato anche alcune tracce di Dna. E adesso, trascorsi oltre cinque mesi da quando il corpo della sedicenne di Cisterna di Latina è stato ritrovato in uno stabile abbandonato nel quartiere San Lorenzo di Roma, gli esiti delle perizie effettuate su quel materiale genetico diventano prove a sostegno della tesi della Procura. Il Dna ritrovato sul corpo della vittima è compatibile con quello di Mamadou Gara, Yusif Salia e Alinno Chima, tre delle quattro persone fermate tra il 25 e il 26 ottobre. Il quarto fermato, Brian Minthe, non è invece risultato essere compatibile con il materiale analizzato. Ma mentre le tracce genetiche di Chima sarebbero state rinvenute in parti del corpo della vittima meno compromettenti, le prove a carico di Gara e Salia sarebbero più gravi. I quattro erano stati identificati la settimana seguente il delitto, quando il corpo seminudo di Desirée era stato trovato su un materasso, in un angolo angusto dello stabile degradato in via del Lucani 22. Un luogo, secondo gli inquirenti, frequentato da Chima Alinno, Brian Minthe, Mamadou Gara e Yusif Salia. A far cadere i sospetti sui quattro erano state alcune testimonianze che avevano portato i pm a ipotizzare che Desirée fosse stata drogata, violentata e infine uccisa. L’iter giudiziario che ne era seguito era stato particolarmente complesso, visto che il Tribunale del Riesame aveva attenuato le accuse nei confronti di Alinno e Minthe, facendo cadere l’accusa di omicidio e derubricando la violenza sessuale di gruppo in abuso sessuale su minore. Ad ogni modo l’impianto accusatorio dei pm era rimasto immutato: la sedicenne è stata vittima di uno stupro di gruppo e di una violenza sessuale. E oltre ai quattro africani, altre due persone sono coinvolte per aver ceduto droga alla ragazzina.
Cadavere sezionato e bruciato, dopo una festa: arrestati due colombiani, uno era in fuga
Una festaristretta con grigliata e tanto alcol, poi un litigio, parole di troppo, una prima coltellata, quindi la gola viene tagliata. L’uomo muore sotto gli occhi di diverse persone. I due killer prendono l’accetta e gli tagliano testa, braccia, gambe. I resti vengono chiusi in un trolley, messi dentro a uno sgabuzzino di rifiuti e incendiati. Il corpo carbonizzato sarà trovato sabato sera in via Bovisasca a Milano, accanto a un complesso di case popolari del quartiere Comasina. Alle 23 di domenica il caso è concluso definitivamente con il fermo di due uomini, entrambi colombiani. Il più giovane ha 21 anni, in Italia da un mese, è incensurato, e viene fermato all’aeroporto di Malpensa mentre sta partendo per Madrid. Bloccato anche il volo per recuperare il bagaglio. Il secondo, 38 anni, con precedenti per furto, sarà fermato nel quartiere della Comasina. Solo lui è accusato di omicidio, entrambi di vilipendio e occultamento di cadavere. Il tutto aggravato dalla crudeltà e dai futili motivi. Alla base di tutto non c’è la droga dei narcos, ma banali screzi. L’omicidio si è consumato in una villetta in via Carlo Carrà, abitata dal 34enne colombiano, pregiudicato ma regolare in Italia. “Ho sentito gente litigare e poi ho visto una persona pulire il marciapiede davanti alla casa”. Questa la testimonianza decisiva. Quando la Squadra Mobile arriva nella casa di via Carrà scopre del sangue sul carrellino del trolley e l’accetta usata per decapitare il corpo. Nell’appartamento è stata trovata della benzina, usata per appiccare il fuoco. L’omicidio è avvenuto durante la festa. E dunque altre persone hanno visto. I due colombiani si trovano in stato di fermo in attesa che il gip confermi l’arresto. Da capire l’identità della vittima. Dalle impronte di un pollice non risulta avere precedenti in Italia. Storia balorda. E omicidio risolto in 24 ore. Un capolavoro investigativo della squadra Mobile guidata da Lorenzo Bucossi e della Procura. Le indagini sono state coordinate dal procuratore aggiunto Laura Pedio e dal pm Paolo Storari.
Stefano Leo ucciso ai Murazzi, Said ha confessato: “Volevo ammazzare una persona felice”
“Volevo ammazzare un ragazzo come me. Volevo togliergli tutte le promesse che aveva, la promessa dei figli. Volevo toglierlo ai suoi amici e ai suoi parenti”. Con queste parole domenica notte Said Machaouat, 27enne con cittadinanza italiana e origini marocchine, ha spiegato la ragione per cui ha ammazzato Stefano Leo, 33 anni, il 23 febbraio scorso lungo il fiume Po a Torino. Da una parte c’era la vittima, persona dall’aria sempre felice e serena, amante delle filosofie orientali e ben voluto da tutti. Dall’altro, invece, un uomo più giovane, già uscito da una separazione, rimasto senza un lavoro e senza una casa. Machaouat ha confessato tutto domenica pomeriggio, quando sentiva la tentazione di riprendere il coltello con cui aveva ucciso Leo per uccidere ancora o farla finita. È entrato in questura e i poliziotti lo hanno portato poi dai carabinieri, che stavano conducendo l’inchiesta. Nel corso di un lungo interrogatorio, finito alle 23,30 di domenica sera, sono stati trovati alcuni riscontri. Le telecamere di videosorveglianza di piazza Vittorio Veneto lo hanno ripreso intorno alle 9.30 di quel sabato mattina mentre da lì scendeva lungo le banchine sul Po. “Il fermato ha ammesso di aver avuto una discussione con una persona incontrata sul posto, seduta su una panchina, che è il testimone da noi sentito”, ha aggiunto il colonnello Giuliano Gerbo, comandante del Nucleo operativo dei carabinieri di Torino. A quel punto la procura ne ha disposto il fermo. “Il dolore per l’omicidio di un figlio, di un uomo giovane, di una persona di esemplare intelligenza e umanità, di un ragazzo onesto che stava andando a svolgere il proprio lavoro non può essere superato – sostiene la famiglia Leo tramite il suo legale, Nicolò Ferraris -, tuttavia sapere che il responsabile non rimarrà ignoto è importante”.
Assolta Giulia Ligresti. Il bilancio Fonsai non era falso (ma allora quello di Unipol?)
C’è il ping-pong tra Milano e Torino, nelle vicende giudiziarie che riguardano la famiglia Ligresti, rimpallate da una Procura all’altra. Ma c’è anche il merito: Salvatore Ligresti e i suoi figli Paolo, Giulia e Jonella hanno fatto falso in bilancio e manipolazione di mercato, quando hanno dichiarato le riserve sinistri di Fonsai nel 2010? No, rispondono ora i giudici. Quelli che hanno assolto Paolo Ligresti, giudicato con rito abbreviato iniziato a Torino e subito trasferito per competenza territoriale a Milano, dove è stata riconosciuta l’insussistenza del falso in primo grado e in appello. E ora anche i giudici che hanno accolto l’istanza di revisione, presentata dagli avvocati Davide Sangiorgio e Gian Luigi Tizzoni, per Giulia Ligresti, che aveva patteggiato una condanna a Torino, dopo che nel luglio 2013 era stata arrestata e chiusa in carcere insieme alla sorella Jonella e al padre Salvatore (ai domiciliari in ragione dell’età). L’istanza di revisione era stata chiesta per il contrasto dei giudicati: di assoluzione definitiva a Milano per Paolo; di condanna, pur patteggiata, a Torino per Giulia. Ieri la Corte d’appello di Milano ha cancellato il suo patteggiamento a 2 anni e 8 mesi, stabilendo che non ha commesso falso in bilancio né manipolazione di mercato.
Resta ancora aperta la posizione di Jonella Ligresti (il padre, Salvatore, è morto nel maggio 2018), condannata in primo grado a Torino a 5 anni e 8 mesi e in appello rinviata per competenza territoriale a Milano, dove il processo dovrà ricominciare da capo. E resta aperto il processone per la fusione del 2011 tra la Fonsai dei Ligresti e la Unipol di Carlo Cimbri, con indagati i vertici di Unipol: inchiesta avviata dal pm Luigi Orsi della Procura di Milano, poi passata a Torino al pm Marco Gianoglio, infine rimandato di nuovo a Milano, dove i pm Stefano Civardi e Roberto Fontana dovranno ricominciare tutto da capo. A Torino c’era la sede di Fonsai, ma la Borsa è a Milano: dunque qui sono stati eventualmente compiuti i reati di aggiotaggio e qui si radica la competenza a giudicarli.
L’assoluzione di Giulia Ligresti è stata commentata così dagli avvocati Sangiorgio e Tizzoni: “Questa sentenza sancisce e rimarca che non ci fu nessun crac di Fonsai e nessuna responsabilità da parte della famiglia Ligresti. Restituisce piena dignità a Giulia Ligresti, che ha subito una ingiusta carcerazione, e ristabilisce la verità su un’operazione finanziaria la cui vera storia inizia finalmente a essere scritta”. Già, l’operazione finanziaria è quella realizzata da Mediobanca, che decide di chiudere i rubinetti a Salvatore Ligresti dopo averlo usato per decenni e gli impone la fusione con Unipol: una grande operazione di sistema in cui, secondo le ipotesi d’accusa, il valore del “salvato” (Fonsai) viene depresso, per favorire i concambi con il “salvatore” (Unipol). Forse il “salvatore” era più malato del “salvato”.
Intanto, Giulia Ligresti dichiara la sua soddisfazione: “Finalmente, dopo più di sei anni, si è arrivati alla verità. È stata durissima, ma non ho mai smesso di lottare e di avere fiducia nella giustizia, nonostante sia stata messa in carcere, con tutto ciò che ne consegue, da innocente”.
Italiana, di colore cerca una stanza: “No, siamo fascisti”
Cercava una stanza da affittare a Pisa ma è stata respinta dalla proprietaria per il colore della sua pelle. La vicenda, riportata ieri dal Tirreno, racconta l’ennesimo caso di discriminazione. La ragazza, appena abilitata in Medicina proprio a Pisa e figlia di mamma ugandese e padre livornese, stava cercando una stanza e quando ha letto un annuncio su Facebook in cui se ne offriva una “per una persona italiana” lavoratrice, ha deciso di rispondere. “Sono italiana, figlia di genitori italiani, ma sono un po’ scuretta. Potrebbe essere un problema?” scrive la ragazza. La proprietaria la respinge subito: “Non è per studenti, grazie”. “Non sono una studentessa, ma un medico, pensa che possano esserci problemi per la questione che ho accennato?” replica la donna. A quel punto l’affittuaria fa quasi l’offesa: “Scusa eh, ma mi hai preso per una preistorica?”. “Preistorica no, ma specificare tra i criteri di selezione la nazionalità su un annuncio comunque è abbastanza lontano dal mio concetto di modernità” risponde il medico. A quel punto la proprietaria sbotta: “Non rompere i coglioni alla gente perché sì, qua siamo italiani, fascisti e razzisti, viva l’Italia”.
Sostanze tossiche: Europa a rilento sui controlli
Milioni di tonnellate di sostanze tossiche in commercio in Europa senza restrizioni né avvertenze: la denuncia arriva dall’Ong Eeb-European environmental bureau, che ha analizzato i risultati – aggiornati a fine 2018 – del Reach, il regolamento europeo per la valutazione e l’autorizzazione delle sostanze chimiche. Proprio oggi, a Montevideo, i delegati Onu di tutto il mondo, Europa compresa, iniziano tre giorni di confronto sugli obiettivi di sicurezza chimica da raggiungere entro il 2020.
Ma come funziona questa “anagrafe” europea delle sostanze chimiche? Una volta registrati dalle industrie che ne fanno uso, i composti passano sotto la lente dell’Agenzia europea per le sostanze chimiche (Echa), che deve valutarne la pericolosità, con l’ausilio di dati e analisi forniti dagli stessi produttori. Ma, secondo l’Echa, nel 64% dei casi le comunicazioni delle aziende sono inestistenti o parziali: i controlli procedono così a rilento.
La lista comprende 375 sostanze potenzialmente pericolose (tra sospetti cancerogeni e mutageni, interferenti endocrini, agenti tossici per il feto umano e per le cellule): stilata nel 2012 dall’Echa, viene aggiornata di anno in anno. Ma, a oggi, soltanto su 94 sostanze, delle 375 in lista, è stato possibile completare la valutazione dell’effettiva pericolosità. Di queste 94 sostanze, la metà (46) sono risultate dannose per la salute. E solo in 12 casi è stata avviata la procedura per introdurre misure restrittive – che sia il divieto per determinati usi, l’obbligo di autorizzazione nell’Ue o una semplice etichettatura imposta agli Stati membri – ma possono trascorrere fino a 16 anni, secondo le stime dell’Ong Eeb, prima che la procedura parta.
Il bisfenolo A, per esempio, è un antiossidante usato nella produzione di plastiche e resine e che si trova, in dosi minime, in tutti i contenitori alimentari in policarbonato (come le bottiglie di plastica usate per le bibite), in biberon, nelle stoviglie di plastica. L’esposizione a basse dosi può in dei casi, secondo la valutazione dell’Echa (e dopo diversi dibattiti tra esperti), essere associata all’insorgere di cancro al seno e alla prostata, aborto, disordini cognitivi e comportamentali nei bambini. In Europa se ne utilizza oltre un milione di tonnellate all’anno: a dichiararne l’uso, 64 industrie tra cui l’italiana Solvay. Grazie all’Agenzia europea per le sostanze chimiche, il bisfenolo è stato incluso nell’elenco di “sostanze estremamente preoccupanti” candidate alla messa al bando dall’Ue, ma potrebbero volerci ancora anni (la Francia in autonomia ha deciso di vietarne l’uso nei contenitori alimentari).
Il trifenile fosfato è uno di quei composti potenzialmente nocivi per cui la verifica non è invece nemmeno iniziata. Si tratta di un ignifugo usato per mobili, tendaggi e apparecchi elettronici, sospettato di poter danneggiare il sistema endocrino: è stato incluso nella lista dell’Echa nel 2013. Ma le industrie produttrici non hanno ancora fornito la documentazione supplementare richiesta per i controlli.
C’è poi il caso del biossido di titanio (TiO2): possibile sostanza cancerogena e mutagena presente in vernici, inchiostri, adesivi e cosmetici. Tra le industrie che ne fanno uso, Basf, Pelikan e L’Oreal. L’Echa ha raccomandato nel 2015 di imporre un’etichettatura europea per tutti i prodotti contenenti TiO2. Peccato che, a oggi, ancora non esista.
Plastica e acqua, ecco il costo nascosto dell’insalata in busta
Il bollino sulla confezione trasparente indica il prezzo: 0,99 centesimi. All’interno, in una vaschetta, la rucola pronta al consumo. È una delle centinaia di confezioni nei banchi frigo del supermercato. Prodotti tagliati, lavati e già imbustati. Dalle insalate miste mono-porzione ai bustoni formato famiglia. Prodotti diversi, con tre caratteristiche comuni: il prezzo apparentemente conveniente, la praticità e l’involucro di plastica. In un’epoca in cui il potere d’acquisto delle famiglie è calato di oltre il 6 per cento negli ultimi dieci anni, pagare una busta d’insalata meno di un euro sembra un’offerta irrinunciabile. Ma il prezzo reale per quell’insalata non è basso: almeno 10 euro al chilo, con un rincaro di 7-8 volte rispetto al prodotto sfuso.
Eppure le vendite di frutta e verdura confezionata – in gergo “quarta gamma” – sono in crescita. Nei supermercati, i banchi frigo rosicchiano spazio al reparto del fresco proponendo prodotti pronti al consumo: dalle insalate agli ortaggi, fino al mandarino già sbucciato e venduto a spicchi in vaschetta. Ma dietro la comodità di una rucola o di una lattughina in busta si annidano conseguenze ambientali ed “esternalità negative” che non sono minimamente coperte dal prezzo del prodotto. Esternalità pagate dalla collettività e dall’ecosistema.
Basta andare nella Piana del Sele, in provincia di Salerno, tra Eboli e Battipaglia, per capirlo. Vista dai viadotti della Salerno-Reggio Calabria quest’area sembra un’unica laguna di plastica: 7000 ettari di serre, in cui vengono fatte crescere insalatine e rucola a disposizione tutto l’anno. Una produzione fortemente sussidiata dai fondi europei, che finanziano al 70 per cento la costruzione delle serre, o 90 per cento se sono destinate alla produzione biologica.
Accanto alle serre ci sono gli stabilimenti per la lavorazione. Perché l’insalata va lavata, e il lavaggio richiede una grande quantità di acqua – tra i 5 e i 10 litri per chilo di prodotto prima del taglio, a cui vanno a sommarsi 3-5 litri dopo il taglio. A questo si aggiunge il costo energetico: dalla refrigerazione dell’acqua agli impianti di asciugatura, dalle celle per la catena del freddo fino ad arrivare ai potenti frigoriferi nei supermercati.
E poi c’è la plastica. Il consumatore spende almeno 10 euro al chilo per insalata e, soprattutto, confezione di plastica. In alcuni casi, due: vaschetta con plastica a copertura. Involucri che finiscono irrimediabilmente nella spazzatura. Tra imballaggi, confezioni, bottiglie, i numeri sono impressionanti: in Italia, ogni anno vengono prodotti 35 chili di rifiuti di plastica a persona. A livello globale, racconta uno studio di Scientific Reports, si consumano 320 milioni di tonnellate di questi polimeri, intasando gli eco-sistemi fino ad arrivare a creare veri e propri mostri come l’isola di plastica dell’Oceano Pacifico, tra le Hawaii e la California, formata dai rifiuti fatti convergere qui dalle correnti, con un’estensione pari a due volte la Francia. Non tutta questa plastica viene dai supermercati. Ma le catene della Grande distribuzione organizzata hanno una grande responsabilità nell’averne favorito un uso diventato ormai insostenibile. Tra gli scaffali la plastica è ovunque, dalle insalate in busta alle bottiglie, dalle confezioni per gli affettati a quelle della pasta.
Pochi giorni fa il Parlamento europeo ha approvato una Direttiva che mette al bando, dal 2021, una serie di articoli in plastica monouso, come piatti posate, cannucce e bastoncini cotonati. Una Direttiva importante ma più timida sulle bottiglie: solo dal 2025 dovranno essere fatte di materiale riciclato per il 25 per cento. Se pensiamo che ogni minuto vengono vendute un milione di bottiglie, che nei prossimi anni ne verranno commercializzate 320 miliardi e che Coca-Cola da sola produce 3 milioni di tonnellate di plastica all’anno, eliminare i cotton fioc dal mercato pare una cura omeopatica per un malato terminale. Almeno fino a quando non si invertirà la tendenza e ci riabitueremo all’idea che, per esempio, un mandarino è sufficiente sbucciarlo, senza il bisogno di comprarlo a spicchi avvolti da plastica.
Istat, occupati in calo. Disoccupazione: 10,7%. Giù quella giovanile
Dopo vari mesi con il segno meno a partire dall’ottobre scorso, il tasso di disoccupazione torna a salire a febbraio, seppure appena di 0,1 punti percentuali, attestandosi al 10,7%. Lo rileva l’Istat, diffondendo i dati provvisori che raccontano anche di un lieve calo del tasso di disoccupazione giovanile (15-24enni) al 32,8% (-0,1 punti percentuali). Secondo Eurostat, l’Italia è terza per il tasso di disoccupazione nella Ue a febbraio, mentre registra il secondo tasso più alto per quella giovanile, dietro solo alla Grecia. Cala anche la stima degli occupati: -0,1%, pari a -14mila unità. Rispetto al mese precedente, sono scesi i soprattutto i dipendenti a tempo indeterminato (-33mila) ma anche quelli a termine (-11mila). Invece risultano in aumento gli indipendenti (+30mila). Ma nel confronto tra il trimestre dicembre-febbraio (il primo dopo l’entrata in vigore a pieno regime del decreto Dignità) e quello precedente, il numero dei dipendenti fissi è salito di 23mila unità (+0,2%), rispetto a un calo di 17mila tra gli a termine (-0,6%).
Cosa prevede
Il 14 luglio 2018 è entrato in vigore il decreto Dignità che sul fronte dei contratti a termine prevede una stretta per disincentivarli favorendo quelli stabili. La durata complessiva dei contratti a tempo determinato scende da 36 a 24 mesi, con la possibilità di proroghe che passa da 5 a 4. Il contratto può essere libero solo per il primo anno. Sono due le fattispecie ammesse: esigenze connesse a incrementi temporanei o per necessità di sostituzione temporanea.
Alle Agenzie per il lavoro non si applica neppure il tetto – che vale per gli altri – di un 20% di tempi determinati sul totale degli indeterminati. In generale, le novità valgono per i nuovi contratti ma anche per rinnovi o proroghe di contratti in corso. Quanto alla parte del contenzioso e dei diritti dei lavori, sale da 120 a 180 giorni la finestra di tempo nella quale un lavoratore può impugnare un contratto a tempo. Maggiori anche i costi di licenziamento, in caso di illegittimità: salgono del 50%.