Effetti del decreto Dignità. I super precari non sono di più

Dopo il decreto Dignità molti lavoratori sono diventati ancora più precari? Così dice Assolavoro, l’associazione delle agenzie di somministrazione che forniscono manodopera alle imprese. Ma i dati Inps dicono proprio il contrario.

La tesi. Assolavoro ha mostrato come da luglio in poi siano diminuite le assunzioni di interinali e aumentati i contratti meno tutelanti, ovvero gli stagionali, quelli “a chiamata”, e i voucher. C’è però un particolare non trascurabile: queste forme di lavoro stavano crescendo molto più rapidamente nella prima parte dell’anno, quando le norme volute dal governo non erano ancora in vigore. E nello stesso tempo salivano pure i rapporti in somministrazione. Dopo l’arrivo del decreto, a luglio, gli interinali sono calati ma questo non ha accelerato la corsa delle altre tre tipologie citate. Le quali, semmai, hanno subito un rallentamento. Il 28 marzo, il presidente di Assolavoro Alessandro Ramazza ha detto: “Il saldo tra luglio e dicembre 2018 della somministrazione è negativo, -39mila, mentre aumentano i contratti meno tutelanti, ovvero le prestazioni occasionali, +51 mila a luglio-dicembre 2018 rispetto allo stesso periodo del 2017; i contratti intermittenti, +15 mila nel confronto tra i due periodi; e gli stagionali, quasi 11 mila in più”. Ieri ha rilanciato su Repubblica: “Più diminuisce la somministrazione – ha spiegato – più aumentano contratti occasionali, intermittenti, a chiamata e pirata”. Lo scopo sembra voler dimostrare che chi prima era interinale oggi avrebbe perso il posto e sarebbe scivolato in un precariato peggiore. Una ricostruzione smentita dai numeri: i rapporti super flessibili aumentavano molto più rapidamente nella prima parte dell’anno, periodo in cui cresceva anche la somministrazione. Non si vede alcun effetto, almeno per ora.

I vincoli di legge. Il decreto Dignità ha introdotto il massimo di 24 mesi e l’obbligo di causale anche per la somministrazione, che prevede il rapporto a tre tra lavoratore, impresa che lo utilizza e agenzia che lo mette a disposizione. Questa stretta ha causato, nel secondo semestre 2018, una flessione di 39 mila unità tra i contratti interinali. Non sembra plausibile che a inghiottire quegli impieghi siano stati voucher, stagionali e intermittenti. Premessa: il decreto, benché approvato in luglio, è entrato in vigore a regime dal primo novembre; nei tre mesi precedenti era valido parzialmente. Per semplificare, e per usare gli stessi presupposti di Assolavoro, consideriamo però il primo luglio come data di arrivo delle norme.

I contratti. Quelli intermittenti danno la possibilità al datore di chiamare e retribuire il dipendente solo quando ne ha bisogno. Non l’ideale per chi vorrebbe un full time e più certezze sui guadagni mensili. L’Inps dice che tra luglio e dicembre 2018 ne sono stati attivati 295 mila contro i 276 mila dell’anno precedente. Un aumento di 18 mila (6,8%). Nel primo semestre del 2018, invece, ne erano stati attivati 321 mila, mentre nello stesso periodo del 2017 si erano fermati a 292 mila. Quindi prima del decreto Dignità la crescita era stata molto più corposa: 29 mila contratti in più (10%), e tra l’altro nello stesso periodo la somministrazione era aumentata del 18%. Identico discorso sui contratti stagionali: nel secondo semestre del 2018, rispetto al secondo del 2017, sono cresciuti del 5,9% grazie ai 14 mila in più; tra gennaio e giugno, invece, l’incremento era stato di quasi 28 mila (7,4%). Insomma, il decreto – pur avendo affondato un colpo alla somministrazione – non ha dato alcuna spinta ai reclutamenti di stagionali e lavoratori a chiamata, perché in realtà pure questi hanno ridimensionato l’avanzata.

I voucher. Oggi si chiamano “PrestO” per le imprese e “Libretto Famiglia” per i privati. Sono molto giovani, essendo nati a luglio del 2017 con il governo Gentiloni che poco prima aveva abolito i vecchi buoni lavoro per evitare il referendum Cgil. Nel secondo semestre del 2017 erano in fase embrionale e, come ogni novità, sono partiti con numeri molto bassi. Ecco spiegato quell’aumento di 51 mila registrato nel secondo semestre 2018 rispetto a un anno prima: non è dovuto al decreto Dignità, ma al fatto che nel frattempo famiglie e aziende hanno preso confidenza e ne hanno intensificato l’uso. È ovvio che i “PrestO” non potranno mai raggiungere i livelli dei vecchi voucher totalmente liberalizzati. Quelli dei quali facevano un largo uso anche le stesse agenzie di somministrazione come Adecco, aderente all’Assolavoro.

Fazio-Juncker: l’invenzione dell’intervista manicure

Dopo Parigi, Bruxelles. Dopo Macron, Juncker. Chissà come rosica la Merkel. Ormai è una tendenza, Fabio Fazio ha scoperto la trasferta e i casi sono due: o ha fatto l’Interrail, oppure è una tendenza. Sempre all’avanguardia nel campo del wellness televisivo, Che tempo che fa inaugura il terzo livello dell’intervista-manicure. Chi non può permetterselo, l’ospite standard, deve prendere e andare in studio, o peggio in platea, accanto a Filippa; chi può, si fa fare il collegamento sartoriale, possibilmente con sfondo e felpa abbinati. E per chi sta un gradino sotto Dio, c’è il servizio a domicilio, con un Fazio vestito da testimone del matrimonio. È vero che l’ostensione del microfono non è una prerogativa solo sua, ma deve essersi sparsa la voce anche fuori dai confini nazionali. Come ci sono gli chef stellati, ci sono gli intervistatori stellati, insuperabili nel servire su un vassoio d’argento gli spunti più prelibati e nell’ascoltare le risposte annuendo senza batter ciglio, come in trance. Tav, migranti, allarme rosso per il debito pubblico: menu degustazione firmato dal masterchef savonese, e d’altra parte il presidente della Commissione europea difendeva il solco settimanalmente tracciato da Carlo Cottarelli. Siccome Fazio è un abitudinario e ama fare squadra, se Jean-Claude si è trovato bene rischiamo di rivederlo tutti gli anni seduto al tavolo, tra Orietta Berti e Nino Frassica. Dopo le elezioni europee difficilmente potrà permettersi il servizio a domicilio.

Mail Box

 

Diritti di donne e gay: mai abbassare la guardia

“Signori ma voi tenete la donna per cosa o per persona?”, così Salvatore Morelli si rivolgeva ai colleghi deputati che rifiutavano di concedere i diritti di uguaglianza, giustizia e libertà alle donne. Era il 1867. Il deputato delle donne, così era definito, si sentiva rispondere che Dio aveva creato prima l’uomo e poi, dalla costola di Adamo, la donna; quindi il compito della donna era esclusivamente quello di fare figli ed essere angelo del focolare… È stata ed è lunga e tutta in salita la strada perché l’universo femminile veda riconosciuti i diritti che gli spettano, non uno in meno… I tempi cambiano e la società si evolve. Oggi si affrontano tematiche un tempo considerate tabù e l’omosessualità è una di queste, ma i pregiudizi e gli stereotipi sono in agguato. Don Gallo sosteneva che c’è una famiglia là dove c’è amore e non importa se ad amarsi sono due uomini o due donne… Le famiglie tradizionali non devono temere la concorrenza; spesso però è proprio nelle famiglie tradizionali, non in quelle arcobaleno, che si consuma la violenza domestica. Su questo sarebbe opportuno meditare… Nel 1948 l’Onu ha sancito i diritti naturali dell’uomo. È utile sottolineare e ricordare in quel di Verona che tali diritti valgono anche per la donna e per gli omosessuali. Si pensava poi che lo slogan “L’utero è mio e lo gestisco io” avesse fatto il suo tempo e invece… mai abbassare la guardia.

Maria Grazia Colombari

 

 

Tutti i cittadini dovrebbero avere accesso alla vita politica

I partiti hanno bisogno di finanziamenti per fare politica: è più facile averli da aziende interessate a ricevere favori che dagli iscritti. Per questo occorre dare a tutti i cittadini la possibilità di partecipare attivamente alla vita politica. Intanto, per evitare la nascita di tessere fasulle per contare nei congressi, occorre che l’identità degli iscritti a un partito sia certificata. Occorre poi dare ai Comuni le risorse necessarie per l’informazione politica e sedi dotate di accesso informatico che consentano votazioni libere e segrete degli iscritti ai vari partiti e movimenti civici. In queste condizioni tutti parteciperebbero alla pari nelle competizioni elettorali.

Giorgio Misuri

 

 

Le forze dell’ordine si vedono solo alle manifestazioni

Lasciamo perdere che il pericolo maggiore per la sicurezza è il veleno di odio e indifferenza che spargiamo nell’atmosfera. Parliamo di sicurezza: perché le forze dell’ordine si vedono per le strade solo quando ci sono manifestazioni come quelle No Tav o di chi difende terra e libertà? Insomma, per tenere lontano i rompiscatole bisogna avere sotto casa un presidio permanente No Tav?

Michele

 

 

Litigare nuoce all’esecutivo gialloverde: meglio tacere

Il governo voluto dagli italiani per mandare in soffitta una classe dirigente politica privilegiata e corrotta si sta perdendo in “chiacchiere’’. La partenza fu ottima: ci vollero alcuni mesi per firmare un patto di governo destinato a cambiare il Paese. Ma allora, che cosa sono queste continue dichiarazioni discordanti e contraddittorie su temi diversi rispetto a quelli del patto? Queste discordanze palesi e fuori dal patto non giovano a nessuno e fanno felici solo i partiti parassitari a cui danno appigli per screditare il governo. Il silenzio è d’oro: ogni intervista, ogni dichiarazione in disaccordo erode piano piano il consenso e i nervi dei componenti del governo, esponendo il patto alla frantumazione. Se il governo cadrà non ne beneficerà nessuno. Quindi, bocche cucite e lavorino per cambiare l’Italia: si devono recuperare 40 anni di ritardi e parassitismo.

Francesco Degni

 

 

Chi ha tradito la sinistra ha favorito il nazionalismo

Molte, troppe, persone estranee ideologicamente e per valori alla sinistra hanno tantato di occuparla, di lanciare un’Opa sui partiti di sinistra, perché convinti – soprattutto a causa della sottomissione idiota a una visione miope degli Stati Uniti – che il problema da debellare fosse il “socialismo”. Tuttavia, spostandosi a sinistra, facendo qualcosa di profondamente inutile come tentare di disinnescare un problema che non esisteva, non esiste e non è mai esistito, in Italia come nel resto d’Europa, hanno lasciato stupidamente campo libero a rigurgiti misogini, nazionalisti e forse anche fascisti. Per rivolgere il commento anche ai cosiddetti “moderati”, spostatisi dove non c’era alcun bisogno di loro – penso ai vari Renzi, Macron e così via –, “chi è causa del suo mal pianga se stesso”.

G. C.

 

 

Su temi come lo Ius soli si può anche far cadere il governo

Sullo Ius soli molti hanno detto che il Pd ha sbagliato a non approvarlo nella scorsa legislatura o, comunque, a non portare fino in fondo la battaglia. È stato, significativamente, detto che una sconfitta può valere come dieci vittorie. Intervistato in proposito, l’onorevole Luigi Zanda ha ribadito che non c’erano le condizioni “per l’opposizione di Alfano e degli altoatesini. Non c’erano i numeri… Penso che sia Renzi che Gentiloni abbiano fatto bene a non mettere la fiducia. Sarebbe stata la fine del governo e della legislatura. E lo Ius soli sarebbe stato bocciato”. Ma per importanti questioni di principio, come lo Ius soli, si può anche far cadere un governo. E significativamente Luigi Zanda non ha preso proprio in considerazione questa ipotesi.

Franco Pelella

Salvini a Verona. Fuori tempo e fuori luogo, ha dovuto ripiegare sulla difensiva

 

Ho una forte sensazione che Matteo Salvini farà la fine di Matteo Renzi. A parte il nome e l’età, sono politicanti di lunghissimo corso, non hanno fatto altro nella loro vita, conoscono tutti gli imbrogli e le ruberie dei propri partiti, le sparano grosse aiutati da tutto il regime mediatico che hanno usato e usano con enorme prepotenza. Come Renzi fu asfaltato dal risultato del referendum del 4 dicembre 2016, credo che domenica scorsa, a Verona, partecipando alla lugubre manifestazione oscurantista dell’Isis ultracattolica, la resistibile ascesa di Salvini si sia interrotta, in quanto si è messo contro la maggior parte della società civile e in particolare le donne, la cui incazzatura è parecchio temibile e prolungata nel tempo. La sua presenza a fianco di fanatici che agitavano feti di plastica e che pretendono di cancellare conquiste civili ottenute in decenni di lotte e impegno politico, segnerà l’inizio della sua decadenza e sicuramente la fine di quella squallida ambiguità di tenere il piede in due staffe.

Paolo De Gregorio

Caro De Gregorio, siamo talmente assuefatti all’inadeguatezza di certi leader che fa bene pensare che gli italiani e le italiane siano capaci di insperati scatti d’orgoglio. Vedremo. Noi non crediamo che Verona sia stata la Waterloo di Salvini, ma abbiamo avuto la sensazione che il ministro si sia reso conto di non aver centrato la comunicazione, di essere fuori posto e fuori tempo. È andato a Verona sulla scia del giudizio tranciante di Di Maio (“fanatici sfigati”), che ha potuto contraddire solo dicendosi “orgoglioso di essere sfigato”. Si è espresso con formule negative (“Non guardiamo al passato”, “Non sono in discussione l’aborto e il divorzio”), scegliendo di parlare sulla difensiva, che non è proprio la sua cifra. Nel tentativo di affermare qualcosa, ha criticato Conte e Spadafora sulle adozioni, che però sono in mano al suo ministro Fontana. La t-shirt coi disegnini della famiglia patriarcale gli ha ridato un secondo di ossigeno, ma per riconoscersi ha dovuto ripiegare sul dileggio di Laura Boldrini, un vecchio numero del suo repertorio. Insomma, un disastro. Peccato, così giovane. Daniela Ranieri

Marcucci: la satira non vuole insultare, bensì divertire

L’onorevole Andrea Marcucci, tramite i suoi legali, mi chiede di scrivere una lettera attraverso la quale mi scusi con lui e la sua famiglia per l’articolo uscito il 26 marzo sul Fatto Quotidiano, all’interno della mia consueta rubrica del martedì “Identikit”. Lo farei volentieri, se le scuse fossero necessarie, ma io non avevo alcuna intenzione di offendere l’uno o l’altra: dunque, se così è parso loro, mi dispiace davvero. Desidero comunque precisare alcuni aspetti. Mi duole anzitutto non avere chiarito appieno come l’odioso insulto “cretino”, rivolto al ministro Toninelli, non sia arrivato dal senatore Marcucci. È infatti giunto dagli scranni occupati dai suoi colleghi senatori del Pd – da cui Marcucci non mi risulta essersi dissociato – dopo la sua mossa di consegnare a Toninelli un plico recante (cito testualmente dal profilo Twitter del senatore) “l’elenco delle oltre 600 opere che sta bloccando. Un ministro che fa male all’Italia”.

Inoltre, e mi sembrava che la cosa risultasse chiara, non ho mai attribuito a Guelfo Marcucci alcuna condanna o proscioglimento per morte del reo e ribadisco, come scrive l’avvocato, che è stato assolto in vita quattro volte su quattro.

“Identikit”, però, è una rubrica di satira e dunque “perfida” con tutti: centrosinistra, centrodestra, 5 Stelle. Infatti fa arrabbiare tutti. Il senatore Marcucci mi perdonerà se non lo ritengo il politico più vicino alla mia idea (alta) di Politico: la cosa non gli giungerà nuova. Al tempo stesso, dubito che io e questo giornale siano per il senatore l’espressione (più alta) della sua idea di Informazione. È nell’ordine delle cose. Se però i miei toni oltremodo toscani e deliberatamente coloriti, come è d’uopo per il taglio della rubrica, hanno ferito qualcuno me ne dolgo e spiaccio molto. Ribadisco – come risulta chiaro dal testo dell’articolo – che non avevo alcuna intenzione di offendere il senatore e la sua famiglia. “Identikit” non vuole certo insultare, bensì divertire (molto), provocare (un po’) e stimolare il dibattito. Com’è poi tipico della satira.

Gli stupratori sono un gradino sotto le bestie

Ho già commentato il caso dei tre adolescenti che hanno violentato una donna nell’ascensore della stazione della Circumvesuviana di San Giorgio a Cremano: le porte si aprivano e chiudevano scandendo turpemente il ritmo. Ora è accaduto un caso analogo a Catania.

Vorrei tentare di entrare nella testa di soggetti che commettono atti del genere. Evidentemente la coesione del “branco” rafforza l’infame istinto. Non si tratta di una esplosione deviata dell’eros: oggi i rapporti sessuali tra adolescenti sono così comuni che costoro non avrebbero bisogno della violenza per ottenerne. Si tratta di un istinto criminale specifico, del quale l’eros è soltanto un pretesto, quello che San Tommaso definisce “causa efficiente” per distinguerla dalla “causa finale”.

In genere questi soggetti non hanno frequentato la scuola, non lavorano, si trascinano da un bar all’altro; ma possono permettersi l’ultimo tipo di cellulare e l’altra sommità delle loro aspirazioni, i “capi firmati”. L’ambiente familiare onde provengono condivide gli stessi (non)ideali. E ho fatto un’altra osservazione: nel compiere questo tipo di crimine, e forse sempre, costoro sono del tutto privi del possesso del rapporto fra causa ed effetto. Non si rendono conto che verranno acchiappati, essendoci le telecamere onde sono ripresi. Di più: filmano essi stessi coi telefonini lo svolgimento del crimine, e fanno orgogliosamente circolare su Facebook il filmato a sodali conosciuti e sconosciuti. Si denunciano da sé; e non se ne rendono conto.

Facebook è lo sfogo di tutti i frustrati, i mitomani, gli anonimisti. Lo considero uno strumento pericolosissimo. Ma torno al “nesso causale”. In genere, le dichiarazioni emesse dal retore di turno affermano che i violentatori sono “non uomini, ma bestie”. E dunque. La violenza come atto gratuito esiste forse negli animali? L’eros delle bestie è regolato dalla natura in base al fine della procreazione; e anche del mero piacere: non è mai violenza di per sé. Inoltre: la mente degli animali, che si mostra vieppiù complessa quanto più la scienza progredisce, il rapporto fra causa ed effetto lo possiede. Non solo in base a meccanismi dell’istinto regolati da milioni di anni di selezione. Gli animali sanno acquisire nuove esperienze e trasmetterle. Sono addirittura capaci di pensiero astratto. Gli scimpanzè, mandati in avanscoperta nella savana, emettono un grido di allarme diverso a seconda se scorgono un predatore felino, un serpente, un’aquila. Quindi sanno trasmettere un concetto a chi è in grado di percepirlo colla mente. Quelli del “branco” sono molto al di sotto di loro.

L’uomo crea la lingua, ma a sua volta la lingua crea l’uomo. Come parlano, quelli del branco? Ignorano l’italiano; ignorano il napoletano – ormai quasi scomparso. Si esprimono in una non lingua, mutuata dai programmi delle televisioni locali, dalle canzoni dei “neomelodici”, dal gergo del gruppo. Mancano le elementari strutture grammaticali e sintattiche. Non posseggono alcuna identità culturale, come la possedeva a modo suo la plebe agricola o urbana dei secoli scorsi. La scuola è distrutta, gl’insegnanti sono mandati allo sbando, le autorità sono sostanzialmente conniventi con i familiari che prendono a pugni e calci quegli sventurati che tentano di fare il loro dovere. I membri del “branco” vivono in un eterno presente, incapaci come sono di rappresentarsi che esiste un futuro. E quale sarà il loro futuro? Su quello della società, sono del tutto pessimista; ma pensando a quello loro, se non mi facessero schifo, mi farebbero pena quanto le loro vittime.

 

Stiamo perdendo la lotta allo spreco

Gli arditi esperimenti, prima del ministro Graziano Delrio e poi del suo successore Danilo Toninelli, di ridurre l’arbitrarietà delle scelte pubbliche nel settore delle infrastrutture di trasporto in Italia sembrano destinati a simmetrici fallimenti. Il primo pare aver capito subito l’impossibilità politica dell’operazione, e neanche ci ha provato davvero: ha emanato linee-guida per valutare, poi ha subito deciso che per le opere da lui giudicate “strategiche” (per 133 miliardi di euro, non noccioline) non occorreva alcuna analisi. Tutte utili a priori.

Toninelli ci ha provato sul serio, facendo fare analisi in modo sistematico, per la prima volta in Italia senza coinvolgere i diretti interessati al progetto, cioè senza chiedere all’oste se il vino è buono, come si era fatto nei pochi precedenti di questo tipo. Si è scatenato l’inferno, con le accuse ai tecnici incaricati dal ministro di essere incapaci, parziali, corrotti… Quei tecnici (di cui chi scrive è il coordinatore senza compenso, o meglio con un compenso di immagine molto negativo), forti della letteratura internazionale più aggiornata, hanno definito una metodologia che è risultata impietosa per gli investimenti ferroviari, che pure sono parte sostanziale del programma dei 5stelle, con qualche rara eccezione.

Poi è partito l’assalto alla metodologia da parte di un folto gruppo di studiosi che mai prima si era occupato di analisi costi-benefici nei trasporti, né aveva obiettato alla metodologia delle scelte precedenti. Almeno su questo avevano un’attenuante: essendo le scelte precedenti per gran parte arbitrarie, non c’erano molte metodologie da criticare, nemmeno per le opere più vistosamente inutili. Quei pochi esperti che di analisi ne avevano fatte, avevano sempre detto di sì a tutto, con grande soddisfazione dei committenti.

Dopo gli attacchi scientifici – sostenuti e pubblicizzati dai molti media – anche il mondo politico si è espresso e tutti hanno potuto vedere una perfetta solidarietà tra Lega, Pd, Forza Italia e Fratelli d’Italia. “Sì Tav, Sì tutto” è uno slogan assai diffuso e condiviso.

Potevano mancare le parti sociali? Confindustria si è spinta a definire le Grandi opere anticicliche e fondamentali per l’occupazione, ignorando forse che i tempi medi di realizzazione sono dell’ordine di una decina d’anni, e che il moltiplicatore occupazionale di un settore notoriamente capital-intensive è assai inferiore di quello, per esempio, dell’edilizia o delle manutenzioni. Il sindacato non si è dissociato, anche se il neoeletto leader della Cgil Maurizio Landini ha dovuto fare, per dichiarate ragioni di consenso, un rapido cambio di rotta rispetto a posizioni precedenti. Siamo chiaramente di fronte a una volontà ferrea e plebiscitaria: il cemento è una assoluta priorità per il Paese, come cinquant’anni fa. Tutto cambia, ma non il peso del partito trasversale del cemento in Italia. Le analisi che contestano la sua supremazia sono, per definizione, condannate alla sconfitta. Questo appare evidente già nelle prime fasi del lavoro svolto: i risultati negativi per il progetto ferroviario del terzo valico tra Milano e Genova (6 miliardi di preventivo) sono stati immediatamente contraddetti da una scelta politica. E lo stesso potrebbe accadere per ferrovie destinate a rimanere deserte nel Mezzogiorno e per la linea ad alta velocità Brescia-Padova, opere tutte multimiliardarie. Il gruppo di analisti incaricato da Toninelli si è sempre dichiarato d’accordo sulla priorità delle scelte politiche su quelle tecniche. Quindi non può certo lamentarsi se i risultati del proprio lavoro saranno contraddetti dal governo.

Le teorie economiche moderne sui meccanismi di decisione pubblica confermano il quadro qui delineato: la ricerca del consenso è priorità assoluta del “principe eletto” (non del dittatore). E in termini di consenso le grandi opere civili sono uno strumento perfetto, non solo in Italia. Sono lunghe da realizzare: se risulteranno uno spreco, i responsabili politici non ne risponderanno. Chi paga, i contribuenti, non sanno e non sapranno a quanto ammonta lo sperpero. Gli utenti (sia i passeggeri sia chi trasporta merci), non pagando l’opera, saranno comunque molto contenti, anche se i numeri saranno piccoli. I costruttori sono felici e spesso manifestano gratitudine ai politici. Idem i lavoratori dei cantieri. Politici locali e nazionali aumentano il loro consenso. Chi può chiedere di meglio?

Peccato che queste opere, povere di tecnologia (il settore è “maturo”) e di utilità dubbia, non faranno crescere il Paese, al contrario di settori nei quali il resto del mondo sviluppato dedica la gran parte degli investimenti pubblici.

 

Cartabia al Colle, Belloni premier e Ornella “Totò”

Le balde ribalde del potere al femminile. Ecco le gonne d’acciaio d’Italia.

 

Giudice della Consulta Marta Cartabia

Tra i più giovani mai nominati, autrice di importanti saggi giuridici (l’ultimo dei quali, Giustizia e Mito, con Edipo, Antigone e Creonte, scritto con Luciano Violante), terza donna a essere proposta dopo Fernanda Contri e Maria Rita Saulle, a ogni giro per le elezioni del capo dello Stato – nelle ultime due volte è accaduto – Cartabia si ritrova sempre tenuta da conto per la prossima volta.

Ebbene, sì: può fare il presidente della Repubblica.

 

Segret. gen. Farnesina Elisabetta Belloni

Zarina, prima studente donna a essere ammessa all’Istituto Massimiliano Massimo dei Gesuiti, a Roma – la scuola che forma l’élite della Nazione –è continuamente papabile alle più ambite mete. Sempre sul punto di diventare presidente del Consiglio, naturalmente di governi tecnici, Belloni incarna l’algida terzietà ma cedevole alla Cgil, il sindacato che forse è distratto con gli operai e però sempre attentissimo nella gestione delle carriere dei diplomatici.

Grazie alla Fiom-Feluche può fare anche il ministro degli Affari esteri.

 

Dirigente d’azienda Evelina Christillin

Onusta di onorificenze – ne ha ben quattro, e però tre di grana repubblicana – è la signora dello sport e non solo perché dalla sua Torino ha organizzato i XX Giochi olimpici invernali ma per via del progetto neppure troppo velato di Giancarlo Giorgetti, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, di nominarla al Coni al posto di Giovanni Malagò. Supermadamina all’ombra della Mole Antonelliana, Christillin ostenta con chic “il Tav” al maschile e lascia che siano le madamine meno in vista a dire – come comanda il mainstream – “la Tav”.

Può fare anche la presidente dell’Eni.

 

Artista Ornella Vanoni

Tanto Mina se ne sta appartata, fiera nel suo romitaggio, quanto Ornella Vanoni non se ne perde una e se la spassa. Avvistata in tutti gli appuntamenti tivù nazionalpopolari, la già musa di Milano, interprete delle più belle canzoni del repertorio charmant d’Italia vive la sua nuova stagione all’insegna del varietà e della più irresistibile comicità.

Può diventare il Totò redivivo (e Virginia Raffaele, che la imita in maniera sublime, ne è il suo degno Carlo Croccolo).

 

Leader politico Mara Carfagna

Elegantissima nel suo total black modello Tang Wei, ammirata durante la visita di Stato in Italia di Xi Jinping, Mara Carfagna – già esponente di Forza Italia, tendenza liberal – si appresta a diventare, in Europa, quel qualcosa di analogo al segretario generale del Partito comunista cinese. Più che semplice successora di Silvio Berlusconi, infatti, ben più che erede di Matteo Renzi, Carfagna che tra gli azzurri doveva vedersela al più con Mariastelluccia Gelmini, fa di persone quali Maria Elena Boschi e Luca Lotti delle meteore e diventa, di fatto, leader della sinistra riformista.

Solo lei può fare la Grande Marcia.

 

Possidente Marina Berlusconi

Presidente e proprietaria della più importante casa editrice italiana – Mondadori – Berlusconi è sfuggita ai riflettori e alle trame di chi voleva farne, per successione dinastica, il capo politico della ditta fondata dal suo eccentrico papà. Il Cavaliere, ancora trascinato nelle vicende finali da chi finge di volergli bene per scucirgli ancora denari e seggi parlamentari si affida a lei quando proprio non ne può più di tutti costoro. Ed è appunto lei – già segnalata dalla stampa internazionale tra le donne più potenti al mondo – a levarglieli di torno. Riesce a fronteggiare anche Francesca Pascale, figurarsi levare di mezzo Antonio Tajani che ancora crede alla candidatura di papà Silvio alle Europee prossime.

Può fare il Gianni Agnelli di domani (con Alfonso Signorini nel ruolo di Andy Warhol).

 

Storico dell’economia Veronica De Romanis

Docente altresì di Politica economica europea, De Romanis – formatasi alla Columbia University di New York – sta ad Angela Merkel come Niccolò Machiavelli al duca Valentino e il suo Caso Germania, il saggio edito da Marsilio, è il Principe della politologia contemporanea. Preparatissima, inattaccabile ed elegante, a differenza del suo predecessore – il segretario fiorentino, e non nel senso di Matteo Renzi – non frequenta bettole e non gioca a morra. Ai tavoli di discussione coi sovranisti e con i populisti di vario genere scaraventa i suoi titoli accademici macinando ogni argomento col Metodo Merkel. La solitudine dei numeri Tria è nel suo orizzonte analitico-critico.

Può fare il ministro dell’Economia (ma in un governo chic, va da sé).

 

Dirigente Rai Tinni Andreatta

Responsabile della fiction, Andreatta forgia il sentimento diffuso degli italiani attraverso un metodo tanto mussoliniano quanto inesorabile: la narrazione è l’arma più forte. Legalità, antimafia, santità, impegno sociale, accoglienza, multiculturalismo e correttezza Lgbt discendono dalla precisa volontà imposta da Andreatta di raddrizzare la vocazione storta e birbona degli italiani (da sempre diavolacci, briganti, disimpegnati, scorretti e farfalloni). Beppe Fiorello, in ogni grande fiction, muore; Catarella, in ogni Montalbano, inciampa; Don Matteo, su Rai1, arriva dove i carabinieri non riescono e così, il grande romanzo nazionale, trova forma.

Può fare l’Alessandro Manzoni del futuro (purché Lucia Mondella si unisca civilmente con la Monaca di Monza).

 

Ministro Pubb. Ammin Giulia Bongiorno

Ha il senso innato della disciplina, del rigore militare, della gerarchia. Avvocatessa ipercinetica, e perciò assai apprezzata dal potere immobile romano, riesce a essere contemporaneamente di destra, di sinistra e di centro. Con la Lega senza essere razzista, simpatizzare un pochino per Renzi senza essere assolutamente renziana. Devota di Andreotti, al quale deve le sue fortune pubbliche. Narcisa in sonno, può fare un colpo di teatro e soppiantare Giorgia Meloni alla guida di Fratelli d’Italia, dopo aver rastrellato tutte le tessere del partito ora custodite dall’onorevole Fabio Rampelli, l’azionista di maggioranza.

 

Conduttrice tv Maria De Filippi

Donna del fare. Già sanguinaria e per di più moglie di Maurizio Costanzo, pluriconduttrice, produttrice, potente della televisione italiana, può ambire, grazie alle sue colleganze istituzionali, a ruoli che meglio si confanno al carattere, allo status e al rilievo pubblico della sua personalità. Esperta di corporate finance, illuminata guida della Fascino srl, è titolata a rimettere i conti dell’Italia in ordine e dare nuovo slancio all’economia.

Prossimo obiettivo: ministra delle Infrastrutture e delle Grandi Opere.

 

Economista Lucrezia Reichlin

È il cervello più in fuga degli altri, la donna italiana più influente in Gran Bretagna, la figlia di famiglia più nota in Italia. Londinese di adozione, ha una casa bellissima a Kentish Town, una figlia quasi ventenne, Fushu, e l’idea che con l’econometria bisogna vedersela da mattina a sera. Inutilmente indicata come possibile premier dell’Italia, temiamo per lei, nonostante la massima ammirazione, un ingiusto prossimo downgrade: sottosegretaria a Palazzo Chigi con delega all’Editoria, al posto di Vito Crimi, invitato a bivaccare altrove.

 

Maître à penser Lorella Cuccarini

Nonostante la sua proverbiale riservatezza, si è trovata nella necessità di affrontare, senza tradire il primo amore ballerino, la cornice ideologica del sovranismo e gli effetti delle devianze della globalizzazione. Bruno Vespa sta valutando se contrattualizzarla a Porta a Porta come opinionista. Salvini ha in mente idee più ambiziose per lei. Lorella dovrebbe sostituire Lucia Borgonzoni, futura governatrice dell’Emilia Romagna. La Cuccarini in Parlamento sarebbe per la Lega quel che Paola Taverna è per i Cinquestelle.

 

Procuratrice calcistica Wanda Nara

Dopo le forme, le riforme. La capacità con cui Wanda è riuscita a destabilizzare l’Internazionale Football Club, rendere sterile il suo bomber Mauro Icardi, ormai ai ferri corti col pallone, suggerisce di promuoverla, attesa anche la performante presenza scenica, a un incarico di rango nella televisione pay per view. Può prendere il posto di Diletta Leotta nelle cronache calcistiche di Dazn, il cui segnale, dopo l’approdo di Wanda, sarà notevolmente potenziato da sembrare il Tg1.

 

Editrice Azzurra Caltagirone

Finalmente libera dalle connessioni politiche, ha scelto per la sua azienda di comunicazione un partner all’altezza. Dopo il matrimonio con Pier Ferdinando Casini vuole provare la strada delle sinergie sentimentali. Sta conoscendo, e sembra con enorme profitto, Aldo Bisio, amministratore delegato di Vodafone Italia. La passione privata potrebbe trasformarsi anche in una suggestiva colleganza industriale essendo multimediale l’orizzonte comune. Di animo sincero e progressista, Azzurra difetta solo nella permalosità, che si narra sia accentuata oltre il giusto.

Oculata e previdente, per lei un radioso futuro alla Cassa Depositi e Prestiti come amministratrice delegata.

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L’ambasciata degli Usa ora sonda Zingaretti in funzione anti-Cina

La Lega non ha dato tutte le garanzie richieste per sbarrare la strada all’accordo Italia-Cina sulla Via della Seta. E così ieri l’ambasciatore statunitense, Lewis Eisenberg, ha incontrato a Villa Taverna il segretario del Pd, Nicola Zingaretti “per uno scambio di vedute sugli argomenti di interesse comune, nell’ambito del forte legame tra i nostri due Paesi”. A darne notizia è stata l’ambasciata Usa sul suo account twitter. I due hanno parlato molto di Cina e Eisenberg ha espresso tutte le sue preoccupazioni sull’accordo commerciale appena siglato dal governo italiano. Oltre al fatto che hanno iniziato a prendere contatti. Eisenberg aveva iniziato la giornata con una dichiarazione al convegno sui 70 anni della Nato, promosso dal Centro studi americani: “È un bene che il 5G sia stato rimosso dal memorandum Italia-Cina, ma c’è rammarico perché l’Italia è il primo Paese G7 a firmare l’accordo sulla Via della Seta”. E ancora: “Gli Usa non possono condividere informazioni con Paesi che adottano tecnologie cinesi, ci saranno implicazioni a lungo termine, siamo seriamente preoccupati per le conseguenze sull’interoperabilità Nato. Tutti vogliamo fare affari con la Cina, ma ci sono minacce informatiche”.