Libia, 007 e guerra: i misteri del mercante d’armi estradato

Cinque anni a marcire in un carcere libico. Franco Giorgi ci è rimasto con l’accusa di trafficare armi con gruppi di terroristi. In Italia, nell’agosto 2016, il gip di Ascoli Piceno aveva firmato un’ordinanza di arresto, per lo stesso reato. Ma Giorgi, nato ad Ascoli Piceno nel 1943, si trovava già in carcere in Libia da oltre un anno. L’estradizione è arrivata ieri. La fine di un incubo, più che di una latitanza, come ha invece dichiarato il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede: “Alla giustizia italiana non si sfugge”.

Professione ufficiale: imprenditore edile. Fin dagli anni Settanta, però, il business principale di Giorgi sono le armi. Soprattutto in Paesi dove c’è un embargo. Somalia, Israele, Tanzania, Sudan, Libano, Iraq. Dagli anni Settanta, Giorgi ha viaggiato in tutto il mondo come procuratore di aziende di armamenti. Anche se non parla lingue straniere (pure con l’italiano, a volte, tentenna). L’ultimo incarico ufficiale, riscontrato dalla Procura, era per la Arex, la versione slovena della nostra Leonardo. Sul suo ultimo biglietto da visita era direttore della Fig, azienda per la vendita di armi di base a Sofia.

Giorgi c’era in molti momenti misteriosi della storia d’Italia. Come l’omicidio di Ilaria Alpi, nel 1994. La Commissione parlamentare d’inchiesta sul caso lo ha ascoltato molte volte e da quelle carte sono uscite decine di storie su di lui. Storie che lo avvicinano ai servizi segreti: quando abitava in Svizzera, avrebbe lavorato per i libici, poi per il Mossad e infine anche per gli italiani. Avrebbe fatto da intermediario, nel 1980, anche tra uomini della ’ndrangheta e Gheddafi.

L’interessato ha sempre smentito ogni vicinanza con questi ambienti, ma resta difficile spiegare il contenuto del suo archivio personale, una lista di contatti e operazioni su scala globale che sembra uscita da spy-movie. Quando i carabinieri del Ros hanno messo le mani sul suo computer, hanno trovato file e documenti che portavano in tutto il mondo: garanzie bancarie dalla Banca centrale del Venezuela, operazioni con un’azienda di energia rinnovabile in Corea del Nord, accordi commerciali con militari libici, complesse transazioni sui suoi conti da Panama, tramite una banca lettone. Le merci per cui tutti si rivolgevano a Franco erano soprattutto fucili di precisione. I contratti che avrebbe trattato valgono centinaia di milioni di euro. Secondo l’accusa, Giorgi era l’anello di congiunzione tra un mondo di produttori, aziende spesso ‘pubbliche’ che mai potrebbero vendere direttamente a certi clienti e un mondo di acquirenti pronti a tutto, spesso di stanza in Paesi sotto embargo, che a loro volta mai potrebbero comprare per vie ufficiali.

La capacità di Franco Giorgi di muoversi e apparire credibile in questo riservatissimo settore ha dell’incredibile. Ma sono molti gli aspetti della sua vita che restano avvolti nel mistero, compresa la sua cattura in Libia. Ad arrestarlo sarebbero stati i servizi segreti di Tripoli, mentre cercavano gli operai dell’italiana Bonatti, sequestrati lo stesso anno in Libia. Avrebbero dovuto riconsegnarlo all’Italia, invece hanno preferito tenerselo. Giorgi, in Libia, ci era andato per chiudere la vendita di pistole, fucili, munizioni e altri armamenti. Gli inquirenti hanno trovato sue foto in cui è ritratto dietro pile di casse, o mentre prova fucili insieme ai suoi acquirenti. Il carico di armi sarebbe dovuto arrivare via aereo a Tobruk, nell’ovest del Paese. Il cliente finale sarebbe dovuto essere Abdel Razzaq al Nathuri, qualche anno più tardi importante luogotenente del generale Khalifa Haftar. Era un’altra Libia: gli schieramenti erano ancora più confusi di quelli di oggi.

Giorgi lo sapeva fin dall’inizio che partire sarebbe stato rischioso. Per l’affare aveva ricevuto tramite hawala – una sorta di money transfer informale – 190 mila euro come caparra per il lavoro. Quei soldi sarebbero serviti anche a noleggiare l’aereo che avrebbe dovuto portare il carico in Libia. Solo che quei soldi spariscono. Lo ha denunciato per primo lo stesso Giorgi, con un esposto in Procura depositato sei mesi prima della sua partenza. Sostiene che glieli abbia sottratti il suo aiutante-traduttore Gamal Botros, il quale a sua volta risponde con una controdenuncia quattro giorni dopo. Eppure Giorgi parte lo stesso, con chissà che piano per giustificare la mancata consegna della merce.

Il mancato arrivo delle armi in Libia è stato la fortuna di Giorgi: secondo quanto ha appreso la Procura di Ascoli Piceno, è questo che ne impedisce la condanna a Tripoli: il verdetto è assoluzione con formula piena. Così, quattro anni dopo, la Libia ha dovuto rilasciarlo.

 

Autismo, il progetto per insegnare un mestiere ai ragazzi

Parte oggi a Roma un esperimento sociale per “costruire spazi di inclusione reale nella società e nel lavoro anche per persone neurodiverse”. Si chiama Casale delle arti e dei mestieri, coordinato dall’Istituto Tecnico Agrario “Giuseppe Garibaldi” (in via di Vigna Murata), in un’oasi naturalistica di 76 ettari nel tessuto urbano di Roma. Il progetto coinvolge ragazzi affetti da autismo e le loro famiglie, l’obiettivo è costruire prototipi di micro-impresa sociale: dalla preparazione di passate, paste e marmellate alla produzione di ortaggi al birrificio artigianale. L’obiettivo è “dimostrare che chi ha un ‘cervello diverso’ non ha come unico destino l’emarginazione in una struttura che lo escluda della società civile”. Il progetto sarà presentato oggi con i rappresentanti delle istituzioni coinvolte, dal sindaco di Roma Virginia Raggi al ministro dell’Istruzione Marco Bussetti al neuropsichiatra Luigi Mazzone di Tor Vergata. Coordina il tutto il giornalista Gianluca Nicoletti, qui nella veste di presidente della Onlus Insettopia che è tra i promotori del Casale.

Spyware Exodus: “I dati sul cloud di Amazon”

Idati delle intercettazioni informatiche compiute con il software Exodus per conto delle Procure italiane non finivano sul server degli uffici giudiziari ma su un cloud di Amazon, in Oregon (Stati Uniti). “Senza cautele e protezione” perché, come hanno appurato le indagini confluite nel fascicolo della Procura di Napoli guidata da Giovanni Melillo, per accedere alla piattaforma Esurv non era obbligatorio collegarsi dalle postazioni dedicate alla polizia giudiziaria, come stabilito nel contratto. Se ne sono accorti a Benevento dopo un guasto. Era sufficiente un wi fi qualsiasi, conoscere l’indirizzo Ip al quale connettersi (che era scritto sulle postazioni), e attraverso una password generica – che non consentiva l’identificazione dell’operatore – si poteva entrare in un mondo di dati sensibili. Non solo quelli dell’indagine per la quale si lavorava. Ma anche quelli degli indagati di altre procure, in pasto a soggetti non autorizzati a consultarli.

È tutto spiegato nel decreto di sequestro preventivo delle società Stm srl ed eSurv srl, la prima appaltatrice delle procure, la seconda ideatrice del software e unica detentrice del cloud nel quale si archiviava un mare di dati provenienti da tutto il paese. Il decreto rivela il nome di quattro manager delle due società indagati: Giuseppe Fasano, Salvatore Ansani, Marisa Aquino e Vito Tignanelli. Sono accusati di frode in pubbliche forniture e illecito trattamento di dati personali. I soli Ansani e Fasano sono indagati anche per accesso abusivo a sistema informatico di interesse pubblico: è la vicenda, raccontata l’altro ieri, dell’intrusione di Exodus nei cellulari di centinaia di persone agganciate tramite finte app di servizio sul Play Store, senza autorizzazione del gip. Agli inquirenti ora spetta verificare se la montagna di dati immagazzinati sul cloud ceduto da Amazon a e-Surv sia finita o meno sul mercato dei professionisti del dossieraggio.

“Guerriglia” nell’Arma. Il gip: “Indagate Del Sette”

L’ex comandante generale dei Carabinieri Tullio del Sette a breve sarà imputato per abuso d’ufficio perché ha trasferito un colonnello dei Carabinieri, Giovanni Adamo, assecondando i voleri del sindacato dell’Arma, il Cobar-Cocer e non ha invece attivato un procedimento disciplinare verso tutti i Carabinieri ‘invischiati’ in una brutta vicenda di trasferimenti punitivi e protezioni indebite verso chi non rispetta le regole e le gerarchie. Insieme a Del Sette saranno imputati anche il generale Antonio Bacile, ex comandante regionale della Sardegna, e Gianni Pitzianti, delegato del Cocer-Cobar, l’organismo di rappresentanza dell’Arma. Il Fatto Quotidiano si era già occupato a novembre del 2017 di questa vicenda che trae origine da un’inchiesta della Procura di Sassari, trasferita a Roma due anni fa. Per gli stessi fatti la Procura di Roma, quattro giorni dopo avere ricevuto le carte dal Comando Generale, aveva chiesto l’archiviazione il 6 ottobre 2017 per tutti e tre gli indagati. I Gip Clementina Forleo però il 29 marzo scorso ha ordinato al pm di formulare l’imputazione coatta di abuso d’ufficio per tutti e tre e di omissione di atti d’ufficio per Del Sette e Bacile.

Tutto inizia con una brutta storia avvenuta 4 anni e mezzo fa in un paesino del sassarese, Pozzomaggiore. Il 29 ottobre 2014 c’era Cagliari-Milan, 1 a 1 con un grande Ibarbo che stava per segnare la doppietta, e i Carabinieri fermano un 45enne del luogo, Michele Sessa, senza documenti. “Ero al bar, ricordo che quella sera c’era la partita del Cagliari. Da lì ho visto l’appuntato C. afferrare Michele Chessa, lo ha girato, sbattuto contro il montante dell’auto dei carabinieri, poi gli ha sferrato un pugno e infine lo ha ammanettato. Chessa non ha mai reagito, anzi poco prima aveva alzato le mani mentre indietreggiava…”. La testimonianza, ripetuta pochi giorni fa al processo in corso contro i due carabinieri intervenuti quella sera, proviene da un collega: Giuseppe Saiu, in servizio in Procura di Sassari. Saiu smentisce i due Carabinieri che avevano raccontato una colluttazione con Chessa seguita a una resistenza a pubblico ufficiale.

Il pm di Sassari Giovanni Porcheddu apre un’indagine e si convince che Saiu dice il vero. Inoltre intercetta conversazioni nelle quali i Carabinieri di Bonorva programmano una spedizione punitiva a Poggiomaggiore e auspicano trasferimenti per i loro superiori. Il fatto di Pozzomaggiore si inserisce in una serie di episodi di tensione con due superiori: il Comandante della Compagnia di Bonorva, il tenente Francesco Giola, e il Comandante del Nucleo Radiomobile, il luogotenente Antonello Dore.

Il sindacato Cobar-Cocer, si schiera a difesa dei sottoposti contro Dore e Giola e contro il comandante provinciale di Sassari, il colonnello Giovanni Adamo, che li difende. Alla fine il Cobar-Cocer vince: Adamo viene trasferito, Giola anche e Dore pur mantenendo il grado di fatto è demansionato dalla sottoposizione a un tenente. Così perde anche l’alloggio di servizio.

Il pm Porcheddu stralcia a marzo 2017 le posizioni di Del Sette e dei due coindagati e gira tutto a Roma con una lettera ai colleghi: “Le indagini svolte sino a questo momento hanno fatto emergere come il trasferimento venne deciso a seguito di una indebita intromissione nella scelta di esclusiva competenza dei vertici dell’Arma dei Carabinieri da parte del Cobar Sardegna e, in particolare, di un suo componente, tale Pitzianti Gianni”. Il pm di Roma Francesco Dall’Olio e l’aggiunto Paolo Ielo chiedono di archiviare l’abuso d’ufficio perché “difettano gli elementi costitutivi sia dal punto di vista dell’elemento oggettivo che di quello soggettivo” e l’omissione di atti d’ufficio perché “non risultano rapporti diretti tra gli indagati, né accordi collusivi tra gli stessi volti a sfavorire il Colonnello Adamo o gli altri militari”.

Per il Gip Clementina Forleo invece i carabinieri di Bonorva “avevano in programma di compiere delle azioni ritorsive nei confronti dei colleghi che avevano osato doverosamente smascherare illeciti imputabili ad alcuni di essi e posti in essere nell’esercizio delle loro funzioni (quali l’ammanettamento di Michele Chessa ingiustamente accusato di aver provocato a due di essi lesioni personali)”. Per il Gip sono decisive le intercettazioni: “Il tenore di alcuni passi di tali conversazioni non consente di nutrire dubbi su tali illeciti obiettivi oltre che sul coinvolgimento a tal fine di esponenti del Cobar Sardegna (Gianni Pitzianti) e di taluni vertici dell’Arma dei Carabinieri (nella fattispecie Tullio Del Sette e Antonio Bacile) che avrebbero dovuto occuparsi di dare ‘una lezione’ a chi aveva correttamente e doverosamente svolto i suoi compiti istituzionali oltre che i suoi doveri civici”. Le indagini, per il Gip Forleo “danno conto di particolari attenzioni che la scala gerarchica attivava nei confronti” di Giola, Dore e Adamo. Il Gip stigmatizza le pressioni che il Cobar tramite l’appuntato Pitzianti aveva innescato sul comandante della Legione Sardegna Antonio Bacile “affinché si attivasse per punire” Dore, Giola e Adamo. Il Gip segnala inoltre che, prima dei trasferimenti e del demansionamento “va registrata la visita del Comandante Del Sette a Bonorva il 21 agosto 2015”. In quell’occasione era chiaro da che parte stesse: “Giola riferiva di essere stato aggredito verbalmente” da Del Sette che permetteva solo a Pitizianti di esporre il suo punto di vista ribaltando di fatto le gerarchie. Secondo il Gip “dalle conversazioni intercettate emergevano inequivocabilmente le influenze che gli interlocutori potevano avere sul generale Del Sette”.

A Cinecittà si spara in pieno giorno: due gambizzati

A Roma si spara in pieno giorno. L’agguato si è consumato all’ingresso di un bar in via Stilicone, nel quartiere di Cinecittà, il più popoloso della Capitale. Nella stessa zona – a poche centinaia di metri – dove nell’estate del 2015 si svolsero i funerali show di Vittorio Casamonica. L’obiettivo erano due uomini, entrambi romani, di 50 e 65 anni. Tutti e due con precedenti per droga. A gambizzarli altri due uomini a bordo di uno scooter nero: hanno sparato almeno 5 o 6 colpi contro di loro prima di darsi alla fuga, verso le 16 del pomeriggio. I colpi hanno sconvolto la tranquillità del quartiere, in quel momento in strada c’erano anche molti bambini appena usciti dalle scuole. I due feriti sono stati soccorsi dal 118, non sono in pericolo di vita ma ricoverati all’ospedale e piantonati dai carabinieri. Chi indaga ipotizza che si sia trattato di un avvertimento o un regolamento di conti, ma al momento non è esclusa nessuna traccia investigativa. La sindaca Virginia Raggi ha commentato con un tweet: “Non abbassiamo lo sguardo. A pochi km ho abbattuto le ville dei Casamonica. La scorsa settimana, dopo l’intimidazione a una ditta sulla stessa strada, ho aumentato i vigili e chiesto videosorveglianza. Non basta ma non ci fermiamo”.

Pacco esplosivo per l’Appendino: “Matrice anarchica, legata all’Asilo”

Dopo le minacce, ieri un pacco bomba per il sindaco di Torino. Arrivato in Comune. Poteva esplodere se fosse stato aperto. Una busta gialla. Il mittente: “Scuola A. Diaz. Via C. Battisti 6, 16145 Genova”. Una pila, due fili elettrici e diversi grammi di polvere pirica. Consiglio comunale sospeso. E un alert che non si ferma al sindaco Chiara Appendino.

Secondo fonti qualificate, infatti, il pacco di ieri sarebbe solo il primo di una serie. “Ipotizziamo – spiega un esperto dell’intelligence – ce ne siano altri. Dalla nostra esperienza non ne parte mai uno solo, ma diversi in sequenza”. Da qui la messa in sicurezza nel capoluogo piemontese di tutte le sedi istituzionali. “Gli obiettivi – prosegue la fonte – sono forze di polizia e magistratura”. Non ha dubbi il questore Francesco Messina: “La matrice è anarco-insurrezionalista. E secondo i primi accertamenti è legata al gruppo dell’ex Asilo occupato, sgomberato il 7 febbraio scorso”. Gli artificieri ieri sono intervenuti sul posto e hanno aperto la busta, constatando la presenza di un congegno che poteva esplodere. L’ordigno era composto da una batteria collegata con un filo di rame a un sacchetto contenente polvere pirica. L’indicazione del mittente poi, secondo gli investigatori, è legata alle dichiarazioni di un consigliere del centrodestra, il quale, dopo i disordini del febbraio scorso, ha fatto riferimento ai fatti avvenuti all’interno della scuola Diaz durante il G8 di Genova del 2001. Disordini, quelli di febbraio, conseguenti allo sgombero dell’Asilo occupato. Un’operazione che portò all’arresto di otto persone, tutte indagate per aver partecipato a un’associazione finalizzata “a sovvertire violentemente gli ordinamenti economici e sociali costituiti dallo Stato”. In quell’occasione e nei giorni successivi, minacce arrivarono al sindaco di Torino e al magistrato che ha in mano l’inchiesta. Il plico di ieri, poi, è stato inviato qualche giorno prima della manifestazione anarchica di sabato scorso. Manifestazione che è stata gestita alla perfezione dalla Questura. Tradotto: nessun ferito, 74 persone identificate, un arsenale sequestrato e diverse ordinanze d’arresto in arrivo.

Manifestazioni differenti, stessi protagonisti. Non a caso, tra gli identificati di sabato, ci sono due soggetti scarcerati dopo gli arresti per l’Asilo. Dalle carte di quell’inchiesta emergono oltre venti attentati con pacchi bombe. Secondo le relazioni degli artificieri, quegli ordigni se innescati potevano “provocare danni materiali e ferite (…) a mani, braccia, testa (…) organi più esposti”. Ordigni identici a quello disinnescato ieri sera in comune a Torino.

“Rifiuti, troppi gli incendi: Roma è sotto attacco della criminalità”

La lista dei roghi la cita d’un fiato: “Abbiamo avuto incendi nei due impianti per il trattamento dei rifiuti del Salario e di Rocca Cencia, nel deposito cassonetti Ama di Tor de Cenci e nell’isola ecologica di Acilia, più circa 600 cassonetti bruciati. E una decina tra furti e danneggiamenti alle sedi del servizio giardini”. Per la sindaca di Roma Virginia Raggi “i fatti parlano chiaro: siamo sotto attacco”.

Da chi arriverebbe questo attacco?

I cassonetti bruciati si trovano per la maggior parte nel X e nel VII municipio, quelli dei clan Spada e Casamonica.

I clan e le mafie vogliono danneggiare Roma? Gli impianti prendono fuoco anche altrove.

È sicuramente in corso una guerra dei rifiuti a livello nazionale. Ma a Roma c’è una frequenza di incidenti alta, direi. E la certezza è che un determinato sistema ha sempre lucrato sullo smaltimento dei rifiuti indifferenziati e noi lo stiamo combattendo puntando sulla raccolta differenziata.

Il sistema cattivo suona sempre come un alibi. Si rischia di urlare alla luna, cioè al complotto.

Non ho paura di chi grida al complotto, e sfido gli interessi della criminalità. Roma non si piega agli interessi mafiosi.

Però nel Tmb Salario i vigili del fuoco non hanno trovato inneschi, cioè la prova di incendi dolosi.

Su questo non posso dire nel dettaglio, ma all’autocombustione credo poco. E ricordo che sia nell’impianto del Salario sia in quello di Rocca Cencia la dinamica è stata la stessa: le telecamere erano spente e non c’erano vigilanti. Comunque su Rocca Cencia le indagini sono in corso, e su questi episodi c’è anche un’indagine interna ad Ama (la municipalizzata dei rifiuti, ndr).

Sui rifiuti la situazione è sempre al limite dell’emergenza. E non può essere solo un tema di incendi…

Nel 2013, chiusa la discarica di Malagrotta, andava adeguata la rete degli impianti. Ma per sei anni la Regione Lazio, guidata dal Pd, si è guardata bene dal varare un piano dei rifiuti.

Lei è sindaca dal 2016 e la Regione risponde ogni volta che lei non ha mai indicato siti per gli impianti. Lo stallo è anche colpa sua, no?

Assolutamente no. Appena arrivata mi sono messa al lavoro con gli uffici della Città Metropolitana, l’ex Provincia, per individuare il quadro delle aree bianche, quelle libere da vincoli, nei vari Comuni. Lo abbiamo consegnato alla Regione già nel marzo 2018, per individuare i siti. Ma hanno chiesto una riformulazione dello studio, e glielo abbiamo rimandato. E ricordo che il Tar, anche prima del mio arrivo, ha sanzionato l’ente regionale per la sua inerzia sul Piano.

I due impianti Tmb di Malagrotta potrebbero fermarsi per tre mesi per manutenzione. E a quel punto rimarrebbe solo Rocca Cencia, cioè Roma sarebbe invasa dall’immondizia. Non è preoccupata?

Stiamo lavorando con il prefetto Paola Basilone per superare questo problema. E al di là di quanto scrive qualcuno, andiamo molto d’accordo.

Pochi giorni fa sul Messaggero il prefetto ha parlato di “marciume diffuso che tocca tutti i partiti a Roma”.

Abbiamo portato una bella ventata di novità, ma dopo Mafia Capitale c’è ancora tanto da lavorare.

Basilone si riferiva anche ai 5Stelle, no?

Ha ragione quando parla di un sistema di interconnessioni malate, che non tocca solo i rifiuti. E noi lo combattiamo con i bilanci in ordine, la programmazione e i bandi di gara.

L’arresto del presidente del Consiglio comunale De Vito non prova che questo sistema ha infiltrato anche voi?

Qualcuno ha provato a infiltrarsi e a infettare l’amministrazione, ma la mia reazione è stata immediata.

Non trova inopportuno che nel cda di Ama possa entrare Pieremilio Sammarco, avvocato presso il quale lei ha lavorato?

Sto facendo i colloqui, e quando ci saranno novità vi farò sapere.

L’ormai ex assessore ai Rifiuti, Montanari, ha dichiarato in un’audizione alla Regione che per evitare l’emergenza rifiuti ha dovuto telefonare lei alla Regione Abruzzo per chiedere aiuto.

Ma le sembra normale che un presidente di Regione declassi una richiesta ufficiale in un “favore” personale tra me e lui? Gli ho scritto per tutelare l’interesse della città, e la richiesta è stata finalmente sbloccata. Le questioni personali o politiche non possono cedere il posto all’interesse esclusivo dei cittadini. E questo vale anche in merito al rapporto con l’ex assessora.

Il nuovo Eugenio, poeta degli a capo

Lo dobbiamo ammettere,la notizia che Eugenio Scalfari manda oggi in libreria una raccolta di poesie ci ha risollevato l’umore, tendenzialmente basso, del lunedì: dopo Incontro con Io del lontano 1994 adesso abbiamo finalmente i Versi dell’Io, ingiustamente titolato L’ora del blu. Ce ne parlava ieri su Repubblica, giornale fondato da Eugenio Scalfari, il critico e storico Alberto Asor Rosa, firma della stessa Repubblica e autore Einaudi, la casa editrice che pubblica anche il fondatore dell’Io. Volume denso, questo del neo-poeta, la cui potenza vibra nei cuori in modo comprensibile solo nei decenni, tanto è vero che – costretto a leggere e scrivere subito – il povero Asor (“il suo retrogrado è il più bel fiore”) in due pagine non riesce a dircene nulla, se non che si parla parecchio di “Io” (aridaje) e pure di “Tempo”, ma non nel senso di “che fa, piove?”, ma con la maiuscola che sola soddisfa l’autore. Comunque, una buona notizia c’è: lo stesso Scalfari nell’ultimo dei suoi 56 componimenti – a giudicare dai tre pubblicati ieri degli editoriali con molti a capo – ci informa che non ha intenzione di scrivere “un romanzo sulla mia vita”.

Dai,

è già qualcosa.

E chi s’accontenta,

gode

(Dante)

Il Pd non votò Rodotà al Colle e venne giù tutto

L’ultima volta che ho sperato veramente nella politica è stato nel 2013. Tutto accadde tra il 18 e il 20 aprile, i giorni dell’elezione del presidente della Repubblica italiana (…). La scelta di Franco Marini non piacque a nessuno e, giustamente, il suo nome fu impallinato nelle prime votazioni. Il 19 aprile, Bersani calò la carta Prodi. Era convinto che tutti l’avrebbero seguito, e invece ci fu la famosa “congiura dei 101” (molti di più, peraltro). Per il Pd fu una Waterloo (…). La deputata al tempo lettiana Paola De Micheli, prima di divenire pure lei renziana e oggi iper-zingarettiana, raccontò mesi dopo a Piazzapulita che dietro quella congiura c’era Renzi. Era sicuro che, con quella mossa, avrebbe fatto fuori Bersani e si sarebbe preso il partito. Renzi ha sempre negato. E della sua sincerità non si può certo dubitare.

Il giorno dopo, al pomeriggio, venne eletto per la seconda volta re Giorgio Napolitano (…). Tutti, tranne M5S e Sel, festeggiarono lo scampato pericolo (…). Politicamente parlando, il 20 aprile 2013 fu uno dei giorni più brutti della mia vita. È lì che per me è morto tutto. E che si è perso l’unico treno realmente passato del cambiamento. Complimenti. Il Movimento 5 Stelle, totalmente surreale nelle sue prime iniziative in Parlamento, dopo aver girato a vuoto per settimane indovinò la prima mossa della sua legislatura. Dalle Quirinarie uscì un gran bel podio. La prima classificata era Milena Gabanelli, che declinò. Il secondo era Gino Strada, e declinò pure lui. Il terzo, Stefano Rodotà, non declinò. E divenne quindi il candidato dei 5 Stelle. Rodotà era stato spesso duro col Movimento, ma la base grillina (al tempo molto più di sinistra di oggi, come ha dimostrato il voto contro il processo a Salvini per la Diciotti) puntò su di lui. Per il Pd sarebbe stato facilissimo convergere su quel nome, ma non lo fece. Una colpa storica che non potrà mai essere perdonata. (…).

Il giorno chiave fu il 19 aprile. Ci fu un momento in cui l’elezione di Rodotà parve possibile eccome. Me lo garantivano al telefono tanti parlamentari di Sel, Pd (ala sinistra sinistra) e M5S. Sarebbe cambiato tutto, e non solo perché Rodotà era una persona meravigliosa. Non si ricorda mai abbastanza un fatto. Beppe Grillo, in quei giorni, rilasciò una dichiarazione (a mezzo video, quindi ci sono le prove) in cui diceva che se il Pd avesse appoggiato Rodotà “si sarebbero aperte praterie”. Come a dire: “Per noi 5 Stelle il problema non siete voi, ma è la leadership di Bersani. Saltato lui, possiamo lavorare insieme”. Alessandro Di Battista (…) mi ha raccontato un fatto emblematico di quel 19 aprile. (…). Nel tardo pomeriggio, Di Battista incontra fuori dalla Camera Alessandra Moretti, parlamentare Pd bersaniana e di lì a poco renziana pure lei. Piange e non si capacita della congiura contro Prodi. Gli chiede cosa diavolo possa fare il Pd per uscire da quella situazione. Di Battista le consiglia di appoggiare Rodotà, anticipandole che quella mossa ne avrebbe generate altre. Magari un governo Pd-M5S con un nome terzo a far da garante. Alessandra Moretti sorride. Il giorno dopo, quando Napolitano viene rieletto, il Parlamento tutto (quasi tutto) scatta in piedi. Si spellano proprio le mani. Tra quelli che più sorridono c’è la Moretti, che a un certo punto incrocia lo sguardo di Di Battista e fa una smorfia di scherno.

Lì, quel giorno, Pd e M5S han cominciato a odiarsi per sempre. Lì, quel giorno, è cominciato a venir giù tutto. Masso dopo masso. Lì, quel giorno, per quel che mi riguarda ho smesso anche solo di fingere di sperare nella politica. Sarebbe cambiato tutto. Non avremmo avuto Renzi, non così tanto almeno. E oggi non avremmo Salvini, non così tanto almeno. (…) Rodotà era un uomo libero (…), uno di quelli che la Boschi chiamava “professoroni”, e solo nel fatto che la Boschi pretendesse di insegnar la Costituzione a Rodotà c’è tutta la miseria schizofrenica della politica di questi anni. (…).

Stefano Rodotà è morto il 23 giugno 2017. Lo vissi come un lutto nazionale, ma mi parve che lo piansero in pochi (…). L’ultima volta che l’ho visto eravamo al Teatro Italia di Roma. Venerdì 2 dicembre 2016. Due giorni prima del referendum renziano, il Fatto Quotidiano aveva organizzato una serata finale a sostegno del No. Avevamo tutti un gran terrore di perdere. Il più ottimista era Carlo Freccero, e per fortuna aveva ragione lui. A un certo punto Rodotà, nascosto in platea, si alzò e fece un intervento molto toccante. Fu subito travolto da un applauso lunghissimo. In tanti avevano gli occhi lucidi. Anche lui. Anch’io. A volte quell’applauso mi sembra quasi di sentirlo ancora. Me ne ricordo bene la forza. E quella sensazione da titoli di coda di un film che non smetterà mai di farmi male.

Rai, Luttazzi a Viale Mazzini: Freccero gli dà otto puntate

Èun primo passo, non si è ancora chiuso, ma la possibilità di un ritorno di Daniele Luttazzi in Rai ora è molto probabile. A 17 anni dall’editto bulgaro pronunciato da Silvio Berlusconi a Sofia, ieri pomeriggio Luttazzi ha varcato l’ingresso di Viale Mazzini per incontrare Carlo Freccero.

La chiacchierata col direttore di Rai2, che appena nominato aveva parlato di un suo ritorno, è durata un’ora e dieci e alla fine a prevalere è stato un cauto ottimismo. L’ipotesi su cui si sta lavorando è un programma satirico di 8 puntate da 50 minuti l’una, in onda a partire da ottobre sulla seconda rete. Il giorno di programmazione non è stato ancora scelto, ma probabilmente sarà una prima serata. È lo stesso Freccero a fornire qualche particolare in più. “Luttazzi ha già scritto il programma nella sua struttura, che riprende Satyricon. Deve solo declinarlo secondo l’attualità. Ha ideato una ventina di rubriche”, spiega il direttore di rete.

Restano però da negoziare “il contratto del protagonista, i costi di realizzazione del programma e le condizioni”. Capitolo delicato, quest’ultimo, perché Freccero ha detto chiaramente, anche in Vigilanza, di voler esercitare un controllo editoriale su tutto quello che andrà in onda. Se Luttazzi sarà d’accordo, come sembra, bisognerà poi vedere quale sarà la sua disponibilità a operare eventuali modifiche.

Luttazzi, che ora vive in Spagna, è entrato in Viale Mazzini intorno alle cinque del pomeriggio accompagnato dal suo agente e avvocato Roberto Minutillo. Molta era la curiosità, anche da parte degli addetti ai lavori, ma pochissimi l’hanno visto: si è infilato in ascensore ed è salito direttamente all’ufficio di Freccero senza parlare con nessuno. La sua ultima trasmissione in Rai è appunto Satyricon, in onda nella stagione 2001-2002, cancellata l’anno successivo dopo le parole di Berlusconi da Sofia (“Biagi, Santoro e Luttazzi hanno fatto un uso criminoso della tv pubblica”), e Luttazzi non ha più messo piede nella tv di Stato.